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sabato 14 febbraio 2026

La patria cercata, di Elio Varutti, libro presentato alla UTE di Portogruaro con l’ANVGD

È stato Alessio Alessandrini, presidente dell’Università della Terza Età di Portogruaro (VE), ad aprire i lavori dell’affollato incontro culturale del 9 febbraio 2026 nella Sala delle Colonne del Collegio Marconi, in via Seminario 34.

In occasione del Giorno del Ricordo è stata presentata un’opera con molte testimonianze, alcune delle quali veramente emozionanti, che descrive la storia degli esuli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia accasatisi in Toscana negli anni ‘50. Il testo è: “La patria cercata. Ricordi di italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia in Toscana”, edito a Firenze da Aska nel 2025 e giunto già alla seconda edizione.

Varutti e Alessandrini alla UTE di Portogruaro per presentare "La patria cercata". Foto di Daniela Conighi
Attraverso 176 pagine, 100 fotografie e documenti inediti, l’Autore ha perlustrato la vita nei campi profughi, nei villaggi per i rifugiati, o nelle case di Arezzo, Firenze, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Pisa e Siena. Molti di loro transitarono per il Centro smistamento profughi di Udine. Nel libro è descritto il difficile cammino verso l’integrazione sociale per passare da profughi a cittadini mediante l’abitazione, la religione, il lavoro e gli affetti familiari, anche con matrimoni con gli autoctoni. Avevano perso la patria i profughi giuliano dalmati, a causa delle annessioni jugoslave del 1947. Con grande volontà la cercarono in altre località italiane, ritrovandola in vari luoghi toscani con grande umanità.

Varutti, dopo aver portato i saluti di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, ha mostrato una serie di diapositive riprese dal volume stesso, con qualche immagine riferita anche ai campi profughi di Venezia.

Come mai quel titolo: La patria cercata? Verso la fine e in seguito alla seconda guerra mondiale i profughi italiani usciti dall’Istria, Fiume e Dalmazia a causa della violenza dei seguaci di Tito, provarono il senso della patria perduta. “Ce ne siamo andati, perché sospinti a partire – dicono – e per mezzo del diritto di opzione riconosciuto dal trattato di pace”. C’è chi, tuttavia, è fuggito da clandestino in barca, o per i sentieri del confine orientale inseguito dalle guardie armate jugoslave. Quegli italiani persero la bottega, la fattoria, lo squero, il torchio, l’asino, gli ulivi e la casa che, per molti di loro, era l’antica abitazione da tanti secoli e generazioni. Tutti i loro averi servirono all’Italia sconfitta, dopo la guerra del 1941 voluta dal duce e dal re, alleati di Hitler, mentre la monarchia serbo-croata era in confusione, per pagare i danni del conflitto alla vincente Jugoslavia. Così fu firmato il trattato di pace il 10 febbraio 1947 che assegnò alla Jugoslavia: Istria, Fiume, Zara e gran parte delle provincie di Trieste e Gorizia. Erano del Regno d’Italia dalla fine della Grande guerra. Nel secondo dopoguerra, quindi, gli esuli istriani, fiumani e dalmati si ritrovarono a cercare la patria. Alcune migliaia di loro la ritrovarono proprio in Toscana, che utilizzò all’uopo oltre 20 Centri raccolta profughi. Altri si fermarono in Veneto, Piemonte, Lombardia, dove c’era il lavoro.

Portogruaro, 9.2.2026, Sala delle Colonne Collegio Marconi pubblico per "La patria cercata" di Varutti
Determinante è stata la collaborazione alle ricerche sul campo di Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR), nonché di Francesco Ostrogovich, soprattutto per quanto concerne l’indagine iconografica sull’esilio a Massa Carrara, entrambi soci dell’ANVGD.

Come mai Udine, Laterina (AR) e il Veneto sono entità territoriali così associate in questa parte di storia d’Italia per tanto tempo oscurata? È già stato scritto nel libro La patria perduta del 2021, sempre di Varutti, giunto alla terza edizione. Dai passaporti dei profughi italiani in fuga dalle loro terre, Istria, Fiume e Dalmazia annesse alla Jugoslavia di Tito, si può notare che l’itinerario dell’esilio è sempre lo stesso. Giunti a Trieste, in vari modi, con il carro, o il treno, camion, piroscafo ed altro, vengono essi destinati al Centro smistamento profughi (Csp) di Udine e poi, in treno, via Venezia, molti finiscono a Laterina, altri a Firenze, Marina di Carrara, Vicenza, Cremona, Torino, Alessandria, Brescia, Roma, Napoli, Bari, Servigliano nelle Marche e così via in oltre 100 strutture per lo più fatiscenti del Ministero dell’Assistenza Post-bellica, sparpagliate per l’intero Paese.

Parla Alessio Alessandrini, presidente della UTE di Portogruaro. Foto di Daniela Conighi
 Con un ricco apparato fotografico e documentario, come già scritto, qui ci sono le storie delle famiglie Andretti, Badini, Baici, Barbieri, Benvegnù, Bracchitta, Cattonar, Daddi, Daici, Danielis, Dobri, Manzin, Manzoni, Marchionne, Mladossich, Pacori, Paoli, Prete, Radolovich, Rauni, Rocchi, Sestan, Spogliarich, Sponza, Stipcevich, Tomissich, Travaglia, Tropea, Varesco, Vellenich ed altri ancora.

Alla fine della presentazione è seguito un intenso dibattito, mentre i relatori hanno ricordato la tradizionale collaborazione tra l’UTE di Portogruaro e l’ANVGD di Udine. Tra i presenti c’era la professoressa Daniela Conighi, dell’ANVGD di Udine. Il tutto si è concluso con un firma-copie e l’annuncio dell’appuntamento del giorno successivo riguardante l’unico infoibato di Portogruaro. Risponde al nome di Aldo Giomo, un giovane meccanico. Prelevato dai partigiani jugoslavi il 15 maggio 1945 a Trieste, fu imprigionato e deportato nei gulag titini fino a scomparire per sempre. Su YouTube c’è la sua storia, raccontata dal figlio Giuseppe. Alla presentazione del filmato, tenutasi il 10 febbraio, ha partecipato anche lo scrittore Mauro Tonino, del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, sul tema: “Trieste e le foibe”.

Firma copie con dedica a Giuseppe Giomo, figlio di Aldo Giomo, meccanico, prelevato dai partigiani jugoslavi a Trieste il 15 maggio 1945. Unico infoibato di Portogruaro, fu deportato nei gulag titini, poi scomparve. Foto di Daniela Conighi
Le presentazioni

Fino al 9.2.2026 il libro “La patria cercata” è stato presentato, in Italia e all’estero, con successo di pubblico a circoli culturali, biblioteche, scuole e associazioni, con le rispettive autorità istituzionali come nel museo di Muggia (TS), in presenza pure di Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste e di Renzo Codarin, presidente dell’ANVGD nazionale. Poi è stato presentato in Consiglio regionale a Firenze, in Consiglio comunale a Laterina Pergine Valdarno (AR), a Palazzo ducale di Massa (MS), al vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Il 18 maggio 2025 è stato presentato al Salone del Libro di Torino, nel padiglione della Regione Toscana, con Bruna Zuccolin, Bruno Bonetti (presidente e vice dell’ANVGD di Udine) e Aldo Ferrucci (editore). Ad Abbazia, il 23 agosto 2025, è stato presentato a Sonja Kalafatovic, presidente della Comunità degli Italiani di Abbazia/Opatija (HR) e pure alla professoressa Rina Brumini, ricercatrice e vicepresidente della Comunità ebraica di Fiume, oltre che vicepresidente della Comunità degli Italiani di Fiume/Rijeka (HR). Il 19 novembre 2025 il volume è stato presentato a Daniela Velli, presidente dell’ANVGD di Firenze e al generale Edi Turco, comandante dell’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche di Firenze “Giulio Douhet”.

In Friuli è stato presentato a Udine (al Liceo Classico “J. Stellini”, all’Istituto Tecnico Economico “A. Zanon”, all’Isis “C. Deganutti”), alla Biblioteca Civica “V. Joppi” e all’ Università della Terza Età (UTE). Poi a Tarcento (UD), a Tavagnacco (UD), a Attimis (UD) e a Zoppola (PN). Oltre che sul «Corriere di Arezzo», su «L’Arena di Pola», «La Nazione», «Diari Toscani», «Teletruria», «Rete Valdarno», «Arezzo TV», «La Gazzetta di Massa e Carrara», «Valdarnopost.it», «Amaranto Channel», «anvgd.it», «Arcipelago Adriatico», «kepown.com» e «anvgdud.it» il volume è stato presentato a Radio RAI Friuli Venezia Giulia, nella trasmissione di “Sconfinamenti”, di Massimo Gobessi, con replica da Radio Capodistria (SLO) e su raiplaysound.it/ in podcast. Commenti sono apparsi su «La Voce del Popolo», di Fiume/Rijeka (HR).

Per il Giorno del Ricordo a Portogruaro, 9.2.2026, introduce Alessio Alessandrini
Il libro recensito

-  Elio Varutti, La patria cercata. Ricordi di italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia in Toscana, Firenze, Aska, 2025 (Seconda edizione del 2026).          

ISBN 978-88-7542-413-8

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Note – Testo a cura di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Bruna Zuccolin, Daniela Conighi e Bruno Bonetti. Fotografie di Daniela Conighi, Alessio Alessandrini e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin, che fa parte pure del Consiglio nazionale del sodalizio e, dal 2024, è Coordinatore dell’ANVGD in Friuli Venezia Giulia. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi.  Sito web:   https://anvgdud.it/

 

Il volantino sull'unico infoibato di Portogruaro, Aldo Giomo, la cui vicenda è raccontata su YouTube 



lunedì 12 febbraio 2018

Giorno del Ricordo a Portogruaro con l’ANVGD di Udine

Sabato 10 febbraio 2018, alle ore 10.15, in Piazza della Repubblica a Portogruaro c’è stato il ritrovo delle Autorità, Associazioni e Istituti Scolastici per il Giorno del Ricordo e per trattare i temi dell'esodo giuliano dalmata
Antonella Sirna, Lucio Leonardelli e Giorgio Gorlato a Portogruaro

A seguire, si è tenuto un corteo verso la Villa Comunale. Alle ore 10.30, presso il Parco della Pace c’è stato il momento ufficiale della commemorazione con la deposizione della corona d’alloro al Cippo dedicato alle Vittime delle Foibe, con partecipazione di pubblico.
Alle ore 17.00 presso la Sala consiliare si è tenuta la manifestazione pubblica intitolata “Dimenticati nel silenzio. L’esodo giuliano dalmata e le foibe nelle testimonianze dei protagonisti”. L’evento era organizzato dal Comune di Portogruaro, della Città Metropolitana di Venezia in collaborazione con il Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).
Presentati da Lucio Leonardelli, che ha aperto l’incontro, sono intervenuti alcune autorità e particolari ospiti. Ha esordito Maria Teresa Senatore, sindaco di Portogruaro. Ha poi avuto la parola Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine. “Siamo onorati di partecipare a questo incontro sul Giorno del Ricordo – ha detto la Zuccolin – che per noi di Udine è il primo esempio di collaborazione al di fuori della regione”.
L'intervento di Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine

Ha poi parlato la signora Antonella Sirna, figlia di Mafalda Codan, con letture del diario straziante della madre. Si ricorda che il diario scritto a mano da Mafalda Codan, esule istriana nata a Parenzo nel 1926, è preciso nel riportare il baratro di male, ma anche qualche spiraglio di luce di cui a volte perfino gli aguzzini sono capaci, come bene ha scritto Lucia Bellaspiga, su «L’Avvenire», del 10 febbraio 2015.
Tra le oltre cento persone in sala, erano presenti, tra gli altri il generale dell’aeronautica Gianni Dovier e Fabiano Barbisan, consigliere della Regione Veneto.
È intervenuto poi Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria, che ha avuto il padre scomparso dopo l’imprigionamento effettuato con violenza dai titini, a guerra conclusa, il 3 maggio 1945. Gorlato ha saputo in seguito dai paesani che il babbo era stato ucciso e gettato in una foiba.
Fra il pubblico ha avuto la parola la professoressa Graziella Dainese, figlia di esuli da Parenzo. Infine ha chiesto e ottenuto di parlare un contestatore, disapprovato da tutti i presenti.
Giorgio Gorlato al microfono
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Servizio giornalistico, di ricerca e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E.V., con la collaborazione di Giorgio Gorlato. Fotografie di Lucio Leonardelli, che si ringrazia per la collaborazione prestata.

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Suggerimenti di lettura nel web

- E. Varutti, Elvira Casarsa da Parenzo, l’esodo del silenzio 1948, on-line dal 6 dicembre 2015.

- Lucia Bellaspiga, La Giornata della Memoria. Foibe, la memoria passa ai figli, «L’Avvenire», on-line dal 10 febbraio 2015.

- E. Varutti, Il cammino degli esuli istriani a Udine, 1945-1960, on-line dal 12 gennaio 2017.

Filmografia

- E. Varutti, Esodo istriano da Parenzo. Intervista effettuata a Portogruaro (VE) il 28 novembre 2015 alla signora Graziella Dainese (Rovigo 1951), riguardo all’esodo di sua madre Elvira Casarsa (Parenzo 1928) e della famiglia, Youtube, Pubblicato il 31 gennaio 2016.
Graziella Dainese

Il pubblico in sala a Portogruaro




domenica 6 dicembre 2015

Elvira Casarsa da Parenzo, l’esodo del silenzio 1948

C’è una grande pietra istriana a Portogruaro, in provincia di Venezia, per ricordare le Vittime delle Foibe. È un monumento ben tenuto per merito sia del Comune che lo ha installato nel 2005, sia di alcuni discendenti di profughi giuliani e dalmati che lo vanno a decorare e a tenere in ordine. C’è chi porta dei fiori, una corona di rami e foglie e chi si ferma per una prece in ricordo dei caduti. Il monumento si trova nel Parco della Pace, nella Villa Marzotto a Portogruaro.

Tessera del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara di Elvira Casarsa, nata a Parenzo nel 1928 e dal 21 ottobre 1948 residente al Centro Raccolta Profughi di Lucca

Sicuramente, dal 2014, a fare una tappa fissa sono le signore Elvira Casarsa e sua figlia Graziella Dainese, che ha portato alcune piccole pietre dall’Istria per abbellire la parte bassa del cippo.
Nelle mie 212 interviste ai profughi italiani dell’Istria, di Pola, di Fiume, di Zara, della Valle dell’Isonzo e della Dalmazia non mi ero mai imbattuto in una storia come quella che vado a raccontare. Tutto è incentrato sul silenzio riguardo ai fatti dell’esodo, sul non dire ad altri, neanche ai figli. Tale comportamento, dettato dalla vergogna o dalla paura che negli anni 1946-1960 pervadeva il profugo giuliano dalmata, è in questo caso elevato alla ennesima potenza.
Elvira Casarsa, venuta via da Parenzo, davanti al Cippo in ricordo delle Vittime delle Foibe di Portogruaro, nel 2014

Disegno della signora Elvira Casarsa intitolato: Il Cippo di Portogruaro in ricordo dei caduti d'Istria, di Fiume e della Dalmazia. Qui sotto una foto del Monumento

Il tutto è mescolato in una salsa mitteleuropea, che Claudio_Magris non esiterebbe a definire «un mondo fatto di microcosmi». Mi è venuto in mente Magris, quando ho sentito che la protagonista di questa testimonianza ha per secondo nome “Anita”, che è il nome della vecchia morosa del padre.
Torniamo al silenzio dei profughi. È un silenzio che rende quasi trasparenti le persone protagoniste della vicenda. È come se non esistessero. È come se non fossero mai esistite. Perfino le istituzioni italiane di oggi negano loro la correttezza del luogo di nascita. Le fanno nascere nel 1928 a Parenzo “in Croazia”, quando tale entità statale nemmeno esisteva e Parenzo, nella loro amata terra, era italiana.
Approvazione per l'esportazione, intestata a Luigi Casarsa, di Parenzo, emessa dal Comitato per il commercio estero di Zagabria il 29 novembre 1948

“Mio papà non mi ha mai parlato dell’esodo – ha detto Graziella Dainese, nata a Rovigo nel 1951 ed oggi residente a Portogruaro, in provincia di Venezia – el me diseva de star zita anche se vedeva carabinieri o polizia, lui gaveva sempre paura e dopo la mia maestra alle elementari gà da el tema sulla famiglia e mi gò scrito quel che savevo, alora la maestra gà ciamado i genitori che se gà rabiado con mi”.
I genitori della professoressa Graziella Dainese sono Elvira Casarsa, nata a Parenzo nel 1928, “jera el Regno d’Italia”, oggi in casa di riposo Francescon a Portogruaro e Franco Leo Dainese, nato a San Michele al Tagliamento nel 1924 e morto a Gorizia nel 1987. Era perito agrario e ha lavorato in diversi zuccherifici.
Essi fuggirono da Parenzo “dopo el ribalton, ossia quando che riva i titini e i la fa da paroni”. Elvira e Franco si conoscevano, ma non erano sposati. Franco Dainese nel 1946 si trasferisce da certe zie di Loreo, in provincia di Rovigo, mentre Elvira Casarsa, dopo l’assenso all’opzione per l’Italia da parte delle autorità jugoslave, datato il 3 maggio 1948, parte in piroscafo il successivo 20 ottobre. Ha il “passaporto provvisorio” n. 11.072, del Consolato Generale d’Italia a Zagabria, datato 25 agosto 1948.
Timbri doganali, firme e controfirme "per scampar con 700 chili de mobili e vestiario nei bauli e nei cassoni, no se podeva de più". Documento prestampato in cirillico, datato 21 agosto 1948

Nel giorno in cui sale in piroscafo ha inizio il silenzioso esodo di Elvira Anita Casarsa, partita assieme ai genitori Luigi Casarsa (Parenzo 1893 – Trieste 1963) e Giovanna Zucco (Cividale del Friuli 1899 – Porto Tolle 1956).
La prima tappa è a Cittanova d'Istria, diventata Novigrad in croato, dove ricevono il “visto d’ingresso” il 21 ottobre. Poi sbarcano a Trieste e stanno al Campo Profughi del Silos fino al 27 del mese. Il giorno dopo, in treno, il nucleo familiare arriva al valico di Monfalcone, ovvero al confine tra il Territorio Libero di Trieste (TLT) e l’Italia, per giungere al Centro di Smistamento Profughi (CSP) di Udine, in Via Pradamano, da dove passarono oltre 100 mila individui, ovvero un terzo dell’esodo giuliano dalmata.
La mobilia e le masserizie della famiglia Casarsa si fermano al Magazzino 18 di Trieste, quello che ha dato il titolo al celebre spettacolo di Simone Cristicchi, per intenderci. “I miei nonni Giovanna e Luigi se partidi da Parenzo e i gà portà 700 chili de roba – aggiunge la signora Dainese – no se podeva portar de più nei bauli e nei cassoni e la mia nonna gà lassado la casa a una vicina, una certa Bratulic, piuttosto de altri sconosciuti, dopo coi mobili e il vestiario gà portà via anche una barca, ma a Trieste se stada rubada”.
Ecco l'elenco dei beni con i quali scappare verso l'Italia per Luigi Casarsa, fu Giovanni, di Parenzo. Si va via con la cucina e lo "sparhert", in dialetto triestino e istriano è: Spàrgher (spacher, sparghered, spagher, spraghert, sparcher, sparhert, sparghet ), ovvero la cucina a legna o a carbone. Dal tedesco Sparherd (focolare economico). Al n. 24 della lista c'è una interessante "Gabbia polli con 2 galine". Bisognava mettere in elenco persino le "lettere personali". 

Luciano Guaita, direttore del CSP di Udine, il 29 ottobre 1948 consegna a ogni profugo della famiglia Casarsa un “sussidio straordinario di 500 lire” dalla Direzione Centrale dell’Assistenza Post Bellica, dipendente dal Ministero dell’Interno. Poi li destina al Centro Raccolta Profughi di Lucca, dove stanno per un anno e mezzo. L’amore sgorga nel Campo Profughi toscano: Evira e Franco, che già si conoscevano, si sposano il 12 settembre 1949, nella parrocchia di San Frediano a Lucca.
La professoressa Graziella Dainese mi mostra documenti su documenti, con i quali ha potuto ricostruire pezzo dopo pezzo la storia (mai ascoltata) dell’esodo dei suoi cari.
Dopo le nozze dei genitori, la nuova famiglia si trasferisce dai parenti di lui, a Loreo, vicino, troppo vicino, al Po. La famigliola, il 2 luglio 1951, è rallegrata dalla nascita di una figlia, appunto Graziella Dainese. La devastante alluvione del 14 novembre 1951 li coglie di sorpresa e si porta via tutte le masserizie ed il semplice arredo della famiglia di lei, partite dall’Istria e recuperate dal Magazzino 18, ricevute in regalo dai giovani sposi.
Madre e figlia alluvionate vengono accolte, dal 17 novembre 1951 al 28 febbraio 1952, come fu per altri 32 bimbi del Polesine allagato presso l’Istituto per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà di Venezia”, come risulta dal registro “Legittimi dagli anni 1945-1986” dello stesso ente.
A questo punto le tappe e gli spostamenti dell’esodo si moltiplicano a dismisura. Nel 1953 c’è il Centro Raccolta Profughi di Vicenza. Nel 1955-1956 la famiglia è a Porto Tolle e ad Adria, dove si becca la seconda alluvione: quella del Canal Bianco, derivazione dell’Adige. Nel 1957 vanno a Catanzaro, poi a Bologna, per il lavoro del babbo. Altre tappe, nel 1958 e nei decenni successivi, sono, tra le altre, Cervignano del Friuli, San Donà di Piave e Portogruaro.
Questa è un'attestazione d'inventario timbrata e controfirmata dal Comitato Popolare di Parenzo il 15 novembre 1948 per Luigi Casarsa. Tuttavia, ci pare, che il documento sia un po' tarocco, dato che la firma del segretario e quella del presidente sono uguali, oltre che dello stesso delizioso inchiostro verdulino. Con tanta gente che fuggiva le firme sui documenti erano messe un po' qui e un po' là.

Si può comprendere la diffidenza dei profughi Dainese nei confronti della “matrigna” Italia, anche dal documento seguente, datato 18 dicembre 1973. È la prefettura di Udine a scrivere a Elvira Casarsa, che si trova a Cervignano del Friuli, per comunicarle l’avvenuta “trascrizione del decreto jugoslavo del 7 luglio 1948 di accoglimento dell’opzione per la cittadinanza italiana”. Certo, la burocrazia qualche volta ha i tempi lunghi, ma 25 anni per comunicare che “sei cittadino italiano, essendo nato a Parenzo nel 1928”, paiono un po’ tanti! Ancora qualche anno e nel 1980 muore Tito, poi cade il Muro di Berlino (1989), comincia a svanire la Jugoslavia (1991).
Sempre nello spirito del romanziere Claudio Magris, si potrebbe ironizzare sul fatto che la missiva sia stata spedita come “raccomandata”. Se invece avesse avuto l’affrancatura normale, in quale secolo ci chiediamo le italiche Poste l’avrebbero recapitata?
Documento del 1973; 25 anni dopo l'esodo da Parenzo per Elvira Casarsa arriva la notizia dalla Prefettura di Udine sull'accoglimento dell'opzione italiana, per lei che è nata a Parenzo nel 1928, quando era sotto il Regno d'Italia. Come meravigliarsi se gli esuli dicono che l'Italia sia stata un po' "matrigna" nei loro riguardi?

Dopo tutte queste peregrinazioni, lutti e tante umiliazioni, negli anni 1982-1983 Elvira Casarsa, in casa di riposo, viene apostrofata con l’epiteto di “sporca slava” da qualcuno che evidentemente ce l’aveva su coi profughi istriani.
Come è successo per molti altri esuli, Elvira e sua figlia alzano la testa dopo l’approvazione della legge 92/2004 sull’istituzione del Giorno del Ricordo, al fine di mantenere e perpetuare la memoria della tragedia delle vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre dei 350 mila italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia nel secondo dopoguerra. Secondo le stime di certi storici, come Raul Pupo, dell’Università di Trieste, la cifra degli esuli potrebbe abbassarsi ai 250 mila individui.
Le ultime sfide affrontate dalla professoressa Dainese riguardano la dignità e la storia di sua madre Elvira Casarsa, da Parenzo. Nel 2013 esse effettuano un viaggio proprio a Parenzo con un pulmino speciale per condurre i disabili, dato che la madre è costretta su di una sedia a rotelle. La Signora Elvira rivede la sua terra rossa d’Istria e si commuove. Conosce e saluta caramente gli attuali abitanti della sua vecchia casa, in Via Pietro Kandler numero 11, vicino alla settecentesca chiesa della Madonna degli Angeli. Rivede la stupenda ed unica nel suo genere Basilica Eufrasiana, inserita tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO dal 1997.
Graziella Dainese e sua madre Elvira Casarsa a Parenzo nel 2013

Nel Giorno del Ricordo 2014 le due donne vengono invitate all’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Gino Luzzato” di Portogruaro per parlare alla scolaresca dell’esodo da Parenzo. Di questo fatto riporta la notizia Vito Digiorgio sul portale Internet www. portogruaro.net  il 28 agosto 2014 con l'articolo intitolato Un pezzo della mia terra, ma anche altri giornalisti si interessano del caso.
Nel 2015 Marco Corazza, col titolo Portogruaro, se n'era andata nel 1948 da Parenzo, ora il tribunale la documenta, sulle pagine locali de «Il Gazzettino»  di Venezia, del 22 settembre, riporta la notizia della battaglia legale intrapresa dalla professoressa Dainese, quando ha dovuto chiedere di fare da amministratrice di sostegno della sua mamma. “Voglio tutelare la località di nascita di mia madre, che ha studiato – ha detto – è stata radiotelegrafista a Trieste, nella sua vita amava la pittura, leggere libri, scrivere poesie e non si può avere poco rispetto della persona solo per il sistema informatico del tribunale”.
Nella documentazione rilasciata dal Tribunale di Pordenone, infatti, risulta che Elvira Casarsa è nata a Parenzo “in Croazia”. Allora la professoressa Dainese ha intrapreso l’ennesima sfida, “perché – sostiene – la legge 54/1989 prevede per i cittadini nati sotto la sovranità italiana, l’obbligo di scrivere nei documenti i luoghi di nascita nella lingua italiana, senza alcun riferimento allo stato cui attualmente appartiene la località”. È scorretto, quindi, segnare che Elvira sia nata “in Croazia” nel 1928 a Parenzo.


Giorno del Ricordo del 2014 per Elvira Casarsa e la scolaresca dell'Istituto Statale d'Istruzione Superiore "Gino Luzzato" di Portogruaro, provincia di Venezia

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I documenti menzionati fanno parte della Collezione Elvira Anita Casarsa, nata a Parenzo; residente a Portogruaro, provincia di Venezia. Intervista effettuata a Portogruaro il 28 novembre 2015 alla signora Graziella Dainese (Rovigo 1951) da Elio Varutti, che ha curato anche il servizio fotografico dell'articolo.

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Ricerca per il Gruppo di studio su “Le donne dell’esodo giuliano dalmata”, classe 5^ D  Dolciaria. Coordinamento a cura dei professori Francesco Di Lorenzo (Italiano e Storia), Elio Varutti  (Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Istituto “B.Stringher”, Udine. Progetto “Storie di donne nel ‘900”, sostenuto dalla Fondazione CRUP. Referente del progetto: prof. Giancarlo Martina (Italiano e Storia); anno scolastico 2015-2016.

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Una parte di questo articolo è stata pubblicata su  infofvg.it  il giorno 1° dicembre 2015 col titolo seguente: Il silenzioso esodo di Elvira Casarsa, da Parenzo 1948

Il certificato di battesimo di Elvira Casarsa, datato 1971

Riconoscimento della qualifica di "profugo" per Luigi Casarsa, rilasciato dalla Prefettura di Lucca il 24 settembre 1949. Il documento è emesso nel 1958

Parte posteriore del "Passaporto provvisorio" dei componenti della famiglia Casarsa di Parenzo, profughi istriani che passano per Cittanova (timbro di Novigrad, in alto a destra) per il Campo del Silos di Trieste (timbro tondo in basso) e per il Centro di Smistamento Profughi di Udine (timbro in alto a sinistra) 

Passaporto provvisorio di Giovanna Zucco in Casarsa, la nonna della signora Graziella Dainese

Alluvione del novembre 1951 nel Polesine a Loreo, provincia di Rovigo. Elvira Casarsa e Graziella Dainese (madre e figlia) alluvionate vengono accolte, dal 17 novembre 1951 al 28 febbraio 1952, come fu per altri 32 bimbi del Polesine allagato presso l’Istituto per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà di Venezia”, come risulta dal registro “Legittimi dagli anni 1945-1986” dell'ente

 Franco Leo Dainese quando è esule a Loreo, provincia di Rovigo dal 1946, presso alcune sue zie

Ecco una video intervista di Elio Varutti a Graziella Dainese sul tema dell'esodo istriano, clicca:  QUI
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD.