sabato 16 settembre 2023

Memorie del viaggio a Zara nel 2000 con 160 esuli, partiti da Mestre

Siamo lieti di ospitare un articolo di Franca Balliana Serrentino per un resoconto di una visita turistica e di sentimenti a Zara, effettuata nel 2000 da 160 esuli dalmati. La signora Franca è la moglie dell’avvocato Pietro Serrentino (1921-2010), figlio dell’ultimo Prefetto italiano di Zara, fucilato a Sebenico nel 1947 dai titini. Oltre alla visita della città il gruppo si è soffermato per alcuni riti religiosi molto sentiti dagli zaratini. La devozione mariana non si ferma alla Pasqua di Borgo Erizzo, di antica etnia albanese, e i suggestivi rituali con cui veniva festeggiata dalla comunità. È la festa della Nostra Signora (“Gospa naša - Zonja Jon”), dedicata alla Madonna di Loreto, cui è intitolata la chiesa del rione, celebrata ancora oggi con grande afflusso popolare e con la tradizionale processione. È un racconto nostalgico di una gita in tre pullman, partiti da Mestre. Noi lo dedichiamo alla gioventù della parte alta di Borgo Erizzo, allontanatasi per sempre con l’esodo. In parentesi riquadrate vi sono rare spiegazioni del curatore. (a cura di Elio Varutti, per la redazione del blog).

Menego Mazzoni?, Zara, pittura, collezione Silvio Cattalini

Il nostro grand-père Ulisse Donati anche quest’anno si è fatto carico di organizzare il viaggio a Zara; che fatica! [Ulisse Donati era nato il 6 agosto 1913 a Zara e scomparve il 20 marzo 2013 a Venezia, NdR]. In gran numero, lunedì 8 maggio di buon’ora, noi tutti partecipanti siamo pronti ai punti di partenza alla stazione di Mestre-Venezia. Sotto una pioggia torrenziale provvediamo, aiutati dai bravi autisti della Ditta Faresin, a sistemare i nostri bagagli per poi salire sul pullman tutti bagnati dalla testa ai piedi.

Naturalmente le signore a bordo brontolano pensando ai loro capelli bagnati: alla cosiddetta “messa in piega”. Noto invece che io sto pensando ai miei piedi bagnati ed al possibile raffreddore che mi potrebbe colpire, date le molto ore che dovrò passare in pullman. Una volta sistemati ai propri posti incominciano i saluti: “Oh, ciao, ci sei anche tu! E Piero?”. Questa è una domanda che mi verrà rivolta ogni qualvolta che uno zaratino mi saluterà: quindi sempre.

Miriam Paparella, assessore del libero Comune di Zara, provvede a fare l’appello di tutti i passeggeri presenti leggendo i nomi dall’elenco fornitole dal bravo Ulisse, tutto battuto a macchina ed in ordine alfabetico. Sì, sembra che ci siamo proprio tutti! Ed alla fine si può partire anche se la pioggia continua a cadere inesorabile, ma noi sappiamo che niente ci fermerà, arriveremo a Zara all’ora stabilita. L’interno del pullman subito si anima ed incominciano i chiacchierii. Sembra di essere con una scolaresca in vacanza. Chi domanda questo, chi domanda quello. Chi chiede quanti chilometri dista Trieste, chi quanti alla frontiera. Chi vuole essere informato sul tempo che farà a Zara. Chi sul cambio e sul valore delle Kune, chi sul mangiare Bonkulovich. [I dalmati erano, secondo Enzo Betttiza, buongustai o, meglio, «bonculovich» come si diceva in quelle terre].

Dal posto di comando del pullman veniamo informati dal nostro Ulisse, organizzatore-navigatore, che stiamo per arrivare alla frontiera, quindi bisogna preparare i documenti. Subito un grande aprire e chiudere borse e una guardatina alla fotografia del proprio documento: “Eh, gli anni passano!”

Prima sorpresa del viaggio, il nostro bravo assessore Miriam, sempre perfetta, questa volta ha dimenticato i documenti personali. “Oh, non è possibile, guarda bene – dice qualcuno – Zitti, zitti, non fate confusione, lasciate che Miriam guardi bene”. Ogni zaratino in quel momento era disposto a dividere il suo di documento, anche a pagare una gabella, purché servisse a far passare la nostra Miriam. Ma no, niente da fare. L’assessore deve scendere dal pullman e ritornare con i propri documenti – impresa ardua, ma non difficile conoscendo Miriam. Per fortuna con noi è rimasta un’altra autorità di questo Comune: il “Ministro degli Esteri, onorevole Pitamitz”. Il pullman riparte e questa volta l’unico rumore che si sente è quello del motore. Gli zaratini sono tutti in silenzio: cosa assai rara!

I nostri occhi continuano a guardare dai finestrini. Finalmente il cielo è più azzurro, la costa e il mare sono calmi. Tutto prosegue come da programma. Sosta a Buccari, panini, caffè e quant’altro: tutto bene. La nostra attenzione è sempre catturata da questo meraviglioso mare e dalla costa dura ed accogliente alo stesso tempo. Notiamo che qualche lavoro di sistemazione della strada percorsa due anni or sono è stato fatto e ci sentiamo più sicuri. Lara è più vicino e i tre pullman corrono uno di seguito all’altro.

Finalmente, verso le ore 18, si leva una voce per avvertirci che siamo in arrivo a Zara. Immediatamente tutti i passeggeri si alzano in piedi e vengono abbagliati da un sole infuocato. Ulisse chiede all’autista di fare un giro della città per farci ammirare il tramonto. Per tanti viaggiatori è un tramonto che non vedono da più di 55 anni. Mi vengono in mente le parole di Piero: “Vedrai Franca, i tramonti di Zara sono più belli di quelli sul Bosforo”. Devo ammetterlo anche questa volta Piero aveva ragione. Il mare, la città, le palme, le barche, il cielo, tutto è un colore arcobaleno: azzurro, rosa, rosso, arancione, il buon Dio non si è risparmiato.

Tutti noi siamo senza parole e all’interno del pullman regna un rispettoso silenzio. Finalmente approdiamo all’Hotel Kolovare, dove ognuno di noi viene adeguatamente sistemato. Ulisse ha scelto bene, come sempre. Ormai è fatta: siamo a Zara, dove ci attendono giorni molto intensi. Tutti hanno molte cose da rivedere, tanti posti da rivisitare e doni da consegnare a parenti ed amici. È un ritornare… con il cuore in gola.

L’indomani mattina, dopo un’abbondante colazione e tanti, tanti saluti – finalmente tutti i 160 zaratini sono insieme e le loro voci si sentono tutte – la nostra prima mattinata è dedicata ai nostri Cari Defunti. Davanti al Cimitero c’è un certo fermento, ad attenderci troviamo il nostro Vanni Rolli con Donna Vittoria [Maria Vittoria Barone, del Madrinato dalmatico] che vorrei ringraziare a nome di tutti per il generoso e nobile impegno, qui lo si vede tutto, che Donna Vittoria ed altri continuano a portare avanti senza mai lamentarsi.

Un caro saluto zaratino.         Franca Balliana Serrentino

Zara viale Ghisi, primi del '900. Collezione provata

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Documento originale - Franca Balliana Serrentino, “III Maggio zaratino (8-14 maggio 2000). Nostra Signora di Borgorizzo”, testo in Word, pp. 3.

Cenni bibliografici del curatore – Enzo Bettiza, Esilio, Milano, Mondadori, 1999.

– Gabriella Vuxani, “Recensione del libro ‘Borgo Erizzo. Scritti dedicati al quartiere albanese della città di Zara”, on line dal 3 maggio 2023 su anankenews.it

Nota di cronaca – Non c’è più Miriam Paparella Bracali, assessore del libero Comune di Zara in esilio. Sua figlia, Donatella Bracali, è presidente del Comitato provinciale di Pescara dell’ANVGD.

Antonio Pitamitz, nato a Zara il 23 agosto 1936, è deceduto nel 2022. A metà del 1983, pubblicò sulle pagine del mensile «Storia Illustrata» la prima inchiesta seria e documentata sulle foibe e sugli eccidi commessi da partigiani italiani e titini sul fronte orientale.

Nel 1982 nacque il Madrinato Dalmatico per la Conservazione del Cimitero degli Italiani di Zara fondato dalle donne dalmate che decisero di occuparsi delle tombe, tra le quali Maria Vittoria Barone Rolli.

Ringraziamenti – La redazione del blog, per il saggio presente, è riconoscente alla signora Franca Balliana Serrentino, che vive a Jesolo (VE), per aver cortesemente concesso, il 15 settembre 2023, la diffusione e pubblicazione dei suoi materiali d’archivio. Si ringrazia per la collaborazione riservata Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR) delegato provinciale dell’ANVGD di Arezzo.

Note generali – Autrice principale: Franca Balliana Serrentino. Ricerca e Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Lettori: Franca Balliana Serrentino, assessore alle Attività promozionali del Libero Comune di Zara in Esilio, Bruno Bonetti, Bruno Stipcevich, Claudio Ausilio e la professoressa Annalisa Vucusa (ANVGD Udine). Aderisce il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e ANVGD di Arezzo. Copertina: Menego Mazzoni?, Zara, pittura, collezione Silvio Cattalini. Altre fotografie da collezioni citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/


venerdì 2 giugno 2023

25 aprile 2023: Patrioti o Partigiani. Igino Bertoldi denuncia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera di Igino Bertoldi, nato a Tavagnacco (UD) nel 1926. È stato partigiano, o meglio come scrive lui: patriota. Nomi di battaglia:  Ercole, Bogomiro, o Ragamir. Già Volontario della libertà, verso il 1948 è stato uno dei Volontari Difesa Confini Italiani VIII (VDCI-VIII). Al Bosco Romagno, in Comune di Cividale del Friuli (UD), il 21 giugno 2015, ha ricevuto, assieme ad altri partigiani osovani superstiti, la medaglia appositamente coniata dal Governo a ricordo del settantesimo anniversario della Liberazione. Si ricorda che le Brigate Osoppo-Friuli furono formazioni partigiane autonome fondate presso la sede del Seminario Arcivescovile di Udine, il 24 dicembre 1943, su iniziativa di volontari di ispirazione laica, socialista e cattolica. I partigiani osovani furono spesso contrastati dai partigiani comunisti delle Brigate Garibaldi. Il culmine delle ostilità fu l’ecidio di Porzûs, del 7 febbraio 1945, quando un centinaio di gappisti comunisti filo-titini fucilò, o uccise barbaramente, diciassette partigiani (tra cui una donna, loro ex prigioniera) delle Brigate Osoppo. La redazione del blog riproduce l’intervento scritto di Igino Bertoldi, senza apportare alcuna modifica. In parentesi riquadrate ci sono delle brevi spiegazioni. L’autore polemizza con certi “professori” che scrivono dei fatti di Porzûs a sfondo ideologico, persino in forma romanzata, senza aver vissuto quei tragici momenti ma, soprattutto, tirando l’acqua al proprio mulino. (a cura di Elio Varutti).
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Igino Bertoldi
Sono andato a sfogliare il vocabolario Zingarelli per verificare l’esatto significato dei due termini. Patriota: chi ama la patria e lo dimostra lottando e sacrificandosi per essa. Partigiano: fautore, seguace o difensore di una parte o di un partito.

Nella grande confusione di stampa e manifestazioni, grandi interventi, grandi discorsi per dimenticare la verità dei fatti che noi combattenti osovani abbiamo dovuto sostenere. Non mi rincresce rivangare la storia che ci ha coinvolti.

Bandiere rosse, berretti con la stella rossa (di Tito), camice rosse… viste a Udine! questa la piazza del 25 aprile! Non si parla di foibe, semmai si negano, non si parla di Porzûs, semmai lo si riduce a uno scontro fra fazioni avversarie!

Ma poi quelli “nati dopo” gli eventi e che la storia l’hanno vista sui giornali o sui libri di parte dicono: “Dobbiamo parlare di più con i giovani e raccontare loro i valori della storia”.

Ma di che storia, questi “nati dopo”, possono parlare ai giovani? Possono parlare per sentito dire o per aver letto notizie di una parte, o di partiti sulla carta stampata. Partigiani, secondo il vocabolario Zingarelli!

Noi, invece, testimoni dei fatti, fortunatamente ancora viventi, patrioti, siamo qui a testimoniare ciò che abbiamo vissuto sulla nostra pelle e ci sentiamo preoccupati del fatto che questi “nati dopo” vogliano raccontare ai giovani una storia che noi abbiamo fatto e che loro, senza alcun merito e soprattutto senza alcuna cognizione di causa vogliono tramandare come verità.

Noi non possiamo dimenticare le grida di dolore degli abitanti di Nimis, Faedis, Attimis e Barcis, paesi bruciati per rappresaglia agli atti di qualcuno che aveva gli obiettivi da raggiungere, incurante delle sofferenze della povera gente!

Non possiamo e non vogliamo dimenticare il terrore di quelle persone che si sono trovare nella lista che i “Compagni” dovevano eliminare perché non la pensavano come loro! Il mio nome e quello di mio padre era su quella lista!

Erano tre le dittature nel conflitto: due vennero sconfitte, la terza risultò vincitrice e, in seguito, si persero i territori della Dalmazia e dell’Istria. i comunisti locali si fecero forti della vittoria. A noi non rimanevano che due scelte: o lasciarsi sottomettere o reagire. Con l’aiuto degli alleati abbiamo reagito non accettando la nuova dittatura, mettendo a repentaglio la nostra vita.

Diversi gruppi minacciavano i nostri territori e noi osovani: i fascisti, i “Diavoli Rossi”, il IX Corpus di Tito e i GAP, la Garibaldi e il Partito Comunista: dico a voi che andate sulle piazze alzando la voce come nuovi profeti depositari della verità, ma la realtà era quella.

Chi furono i veri resistenti? Noi Volontari della Libertà che abbiamo penato fino al ’48 quando con elezioni libere vinse la democrazia. Però restava ancora un problema: non c’era esercito italiano in Friuli e noi ragazzi ci siamo offerti come volontari per la difesa dei confini orientali d’Italia. Il comunismo forte si era già impadronito della Slovenia, Dalmazia, Istria e il Friuli era molto appetibile.

Il sangue dei nostri martiri ci spronò e con grande forza abbiamo resistito. Fermi sulla linea del fuoco. Con noi anche ufficiali e alpini della Divisione Julia. Una verità storica che però i “Compagni” hanno cercato di nascondere con ogni mezzo.

Nel ’54 l’esercito italiano era pronto ad entrare a Trieste e gli alleati ci aiutarono a costituire la “Gladio”, sentinella fra i due blocchi. Vorrei rammentare al professore l’incontro di Campoformido: dopo due ore di lezione, per dimostrare le falsità su Porzûs con pochissime parole del mio intervento è fuggito andando a nascondersi in mezzo ai suoi compagni del pubblico.

Porzûs era un avamposto di confine tenuto da patrioti osovani, comandato da un ex ufficiale degli alpini del Battaglione Tirano, Francesco De Gregori, con lo scopo di impedire a Tito di impadronirsi del nostro Friuli. Ora ho visto di nuovo il professore, non più con filmati ma con libri romanzati e trattati filosofici per coprire la verità: il sangue e il valore dei nostri martiri non si tocca. A proposito della Turchetti [Elda], splendida ragazza uccisa nell’eccidio di Porzûs, a Povoletto l’hai decantata, professore. In realtà fu usata come una doppia esca. La prima: ai gappisti risultava essere una spia tedesca, “ve la portiamo a giudicare”, così salirono e controllarono il posto. Pochi giorni dopo fecero il colpo. La seconda: “siamo saliti a fare giustizia perché avevate una spia tedesca”. Esecuzione a sangue freddo. 120 gappisti contro 20 osovani. Ecco caro professore come si sono svolti i fatti!

Pasolini [Guido], uno dei martiri di Porzûs, al Bosco Romagno: due giorni sotto i cadaveri dei compagni denudati e uccisi a randellate perché non si dovevano riconoscere i corpi, né sentire i colpi delle armi da fuoco nel vicino abitato. Pensavano di averlo colpito a morte, ma rinvenne e fuggì. Venne ritrovato ai Quattroventi [frazione di Corno di Rosazzo, UD]. In questo luogo una signora lo accompagnò, credendo di fare del bene, proprio in mano ai “Compagni” gappisti che lo uccisero con un colpo di piccone, dopo avergli fatto scavare la fossa!

Ecco professore, la storia che lei vuole romanzare è un racconto non di uomini, ma di belve feroci. Ecco perché non possiamo parlare né di perdono, né di riconciliazione. Se lei avesse letto di Tarcisio Petracco, edito da Ribis e anche “Il ribelle” del professor Nilo D’Osualdo edito da Gaspari, forse non sarebbe ricaduto in simili leggerezze. Tarcisio Petracco e Nilo D’Osualdo erano mei compagni d’arme: la nostra divisa era il cappello alpino e il fazzoletto verde, in battaglia non portavamo bandiere rosse o bandiere con la stella rossa, ma portavamo il tricolore italiano: eravamo patrioti osovani!.

Cavaliere Igino Bertoldi. Nome di battaglia “Ercole”

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Progetto e ricerca di Elio Varutti, Docente di “Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata” – Università della Terza Età (UTE), Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Marco Birin. Copertina: Igino Bertoldi, 2023. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo.

La foiba di Norma Cossetto 1943, collage su cartone, cm 23 x 31, 2015. Gruppo di studio sull'Ultimo Risorgimento, Gruppo creativo interclasse per l’inclusione dei soggetti diversamente abili e classe 4^ C  Enogastronomia, anno scolastico 2014-2015: allievi Gianfranco D.A. ed altri cinque. Coordinamento a cura dei professori Maria Carraria (Italiano e Storia), Elio Varutti (Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva).  Dirigente scolastico:  Anna Maria Zilli. Istituto Statale d'Istruzione Superiore "B. Stringher" Udine.



domenica 2 aprile 2023

Antonio e Antonietta di Valle d’Istria tra esodo, Crp di Laterina, Torino e ritorno in terra avita

“Son venuta via da Valle nel mese di agosto 1949 – ha detto Antonietta Manzin – poi ci hanno tenuto 2, o 3 giorni al Campo profughi del Silos di Trieste, siamo passati per Udine con destinazione al Centro raccolta profughi di Laterina, in provincia di Arezzo, dove siamo rimasti fino al 1951”. Quanti eravate a partire?

“Eravamo in undici – è la risposta – mio papà Giovanni, suo padre, mia mamma Domenica, mio fratello Feliciano sposato con moglie e un bimbo, oltre agli altri miei fratelli: Marina, Francesco, Faustino e Antonietta”. Com’era la vita nelle baracche del Crp di Laterina?

Primia comunione di Antonietta  Manzin, a sinistra di Mons. Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli vicino alla Chiesa del Crp di Laterina, 13 maggio 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

“Soffrivano tanto gli adulti – ha spiegato Antonietta Manzin – noi bambini, io sono nata nel 1941, si giocava insieme, si andava a scuola, mi ricordo che tutte le mattine ci davano una pastiglia di olio di fegato di merluzzo, ma alcuni miei compagni di classe la buttavano sul fuoco, così nell’aula baracca c’era una puzza che arrivava dalla stufa. La mia famiglia stava nella baracca n. 5, avevamo le brande in ferro beh, erano pochi metri di spazio per 11 persone”.

L’olio di fegato di merluzzo negli anni ’50 era un rimedio contro il rachitismo. Dopo il 1951 siete andati in qualche altro Campo profughi? “Certo, in quello di Torino fino al 1956 circa – ha replicato – in via Veglia 44, dove per dormire c’erano le tavole, i pagliericci e… le cimici, allora mia madre ha avvertito e sono venuti a disinfestare tutto poi, per fortuna, sono arrivati i nostri materassi, così si stava meglio”. Ho sentito dire che gli istriani sono abituati ai campi profughi sin dalla Grande Guerra; è possibile?

“Beh insomma! Le dirò che mia mamma, nel 1915, è stata internata a Wagna, in Stiria, con la sua famiglia – ha aggiunto Antonietta Manzin – là è morta la madre di mio nonno, che si chiamava Domenica Fabris, poi certi miei parenti, due uomini invalidi, dopo la seconda guerra mondiale, sono stati destinati al Centro raccolta profughi di Termini Imerese, presso Palermo, dove è morto lo zio Giuseppe Barbieri. Era il fratello di Domenica Barbieri”. Ho sentito parlare anche di emigrazione istriana in Argentina. Che cosa sa?

Bambini al Crp di Laterina, 1950. Collezione di Antonella Barbieri.

“Sì, mio papà nel 1922 andò a lavorare in Argentina per otto anni – ha detto la signora Manzin – così, quando è ritornato in Istria, nel 1930, ha comprato dei terreni e lavorava sodo. Dopo il 1947, abbiamo perso tre case e 65 ettari di campi coltivabili perché ce li hanno nazionalizzati gli jugoslavi e nessuno ci ha mai risarcito i beni perduti. Siccome c’era poco lavoro a Torino mio papà, verso il 1953, è tornato ad emigrare in Argentina per qualche tempo”. Signora Antonietta, lei parla in dialetto istriano?

“Sì, ma mio marito Antonio, per scherzo – ha concluso – dice che parlo istrian in cichera, per intendere che lo parlo poco ben”. Com’era la vita in Istria dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943?

“Al tempo del Ribalton – ha risposto Antonio Barbieri, marito della signora Antonia Manzin – c’era poca acqua in paese perciò, con mio papà Antonio, si andava a prenderla coi carri e le botti al Palù e vedevamo tanti militari italiani sbandati, che domandavano i vestiti ai contadini in coda per l’acqua, così alla fine della giornata i vallesani vestivano delle belle divise da ufficiale o di truppa italiane. Poi ho visto una trentina di soldati italiani sulla riva che volevano raggiungere la costa opposta e undici di loro si sono messi a nuotare, peccato che in linea d’aria c’è il Delta del Po a 120 km, o oltre 60 miglia nautiche, perciò saranno tutti morti”.  Sa di qualche uccisione nelle foibe da parte titina?

Carabinieri gettati nella foiba - “Sì, in Istria ho visto portare via dai partigiani titini – ha replicato Barbieri – sei carabinieri e il loro maresciallo, che mi pare si chiamasse Doto, era di Bergamo, li hanno portati a morire nella foiba dei Ronchi, in quella stessa cavità facevano il nido i colombi, ma i cacciatori non sono più tornati a sparare ai volatili, perché là c’erano i morti”. Signor Antonio, quando è venuto via dall’Istria?

Processione al Crp di Laterina, Don Angelo Matteini è vicino all’icona sacra e don Pasquale Cacioli tra le bambine. Si notino gli altarini sulla parete delle baracche (non intonacate) con addobbi vari oltre ai candidi vestiti da prima comunione in onore della Madonna, 1951. Collezione famiglia Barbieri Manzin.
“Son venuto via nel 1963 col passaporto da emigrante – ha aggiunto – dopo aver fatto un anno di prigione a Zagabria per renitenza alla leva jugoslava, dato che avevo provato a uscire nel 1958 con altri ragazzi, ma mi hanno preso al confine con Muggia, mi hanno sbattuto a fare il militare a Skopje, fino in Macedonia, poi in Italia mi son fatto il Campo profughi di San Sabba a Trieste, dove facevo da interprete per tanti altri fuggitivi e, infine, a Torino, presso dei parenti”. Siete mai tornati in Istria?

“Sì, certo, pur di stare in Istria – ha ribattuto Antonio Barbieri – ci siamo ricomprati una casa a Valle, veniamo via da là a dicembre e ci ritorniamo a marzo, o aprile, malattie permettendo. C’erano tante ingiustizie in Jugoslavia, ci facevano il lavaggio del cervello. Mi ricordo che, finita la scuola a Valle, avrei dovuto andare a Rovigno, ma i primi in graduatoria erano i figli degli iscritti al partito, o dei burocrati jugoslavi, così sono stato escluso perché ero orfano di guerra italiano”. Però, non sapevo della pulizia etnica scolastica. Si ricorda qualcosa di Pola?

“Abitavo a pochi chilometri da Pola, andavo a prendere il pane a Pola a piedi negli anni ’40 e ‘50, ma ho saputo della strage di Vergarolla solo alcuni anni fa. Avevo tanta confusione. Non si sapeva nulla. Ho sofferto molto. A sette anni, in Istria, seminavo in campagna i ceci, la fava e il granoturco con i miei familiari, poi ho lavorato come elettricista alla Fiat al Lingotto”.

A conferma delle fughe di italiani e di persone d’altra etnia dalla Jugoslavia, negli anni 1957-1960, ecco cosa dice un’altra fonte. “Ricordo che abitavo vicino al Centro smistamento profughi di via Pradamano a Udine, che accolse oltre 100 mila esuli – ha detto Carlo Dilena – e alla fine degli anni ’50 sapevamo che ospitava certi fuggiaschi jugoslavi anticomunisti, oltre ai profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia, i bambini dei quali giocavano vicino al mio cortile”.

Laterina, Centro raccolta profughi. Prima comunione di Antonietta Manzin, 1950

Dalla collezione della famiglia Barbieri Manzin si sa che, come è scritto nel Libretto del Crp di Laterina, il nonno dell’intervistata si chiamava Antonio Barbieri, figlio del fu Antonio e di fu Domenica Fabris, vedovo e con casa in via S. Nicolò 5. Egli è nato a Valle d’Istria il 20 settembre 1874.  Ha la qualifica di: profugo giuliano. Ha esercitato il diritto d’opzione come dal decreto dell’Autorità Jugoslava n. 48.241 del 9 ottobre 1948. Ha richiesto ed ottenuto dal Consolato italiano di Zagabria il passaporto provvisorio (di sola andata) n. 18.234 in data 31 marzo 1949. Con i familiari è stato rimpatriato (in treno) via Monfalcone il 26 luglio 1949, come emerso dal racconto dei testimoni. Tale Antonio Barbieri, del 1874, pur possedendo il citato Libretto del Crp di Laterina, con tanto di sussidi ricevuti tra il 1952 e il 1953, non è segnato nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina. Ciò significa che i documenti d’archivio talvolta non sono esaustivi, non contengono cioè tutti i nomi dei profughi passati al Crp, come sostiene Claudio Ausilio. Sono 4.693 i nominativi riportati nel suddetto Elenco, considerate pure due cancellature, ma il totale delle persone transitate tra quelle baracche è di oltre 10 mila unità, secondo altre ricerche svolte nell’Archivio di Stato di Arezzo nel 2021 (vedi: Bibliografia).

Da ultimo si nota che il nominativo di vari Manzin compare nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina, al fascicolo n. 369 e risultano usciti dal Crp il 27 aprile 1951 per Torino. C’è  Andrea Manzin, nonno della signora Antonietta. Come pure c’è qualche nominativo dei Barbieri, ma non Antonio, classe 1874, di cui i discendenti possiedono il suo citato Libretto del Crp di Laterina. La scolara Antonietta Manzin compare, inoltre, nel registro della scuola elementare del Campo profughi di Laterina. È nella classe 2^ A mista, nell’anno scolastico 1949-1950, condotta dalla maestra Emma Vannelli Cassioli con 30 iscritti e 25 frequentanti provenienti da Fiume, Pola e Zara. La buona notizia è che furono tutti ammessi agli esami finali e poi promossi con molti bei voti. Sempre la giovane Antonietta Manzin risulta, infine, cresimata nella chiesa del Campo profughi da Monsignore Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli parroco, il 13 maggio 1950, in base alla relativa rubrica della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa).

Donne e bimbi al Crp di Laterina, 1950

Fonti orali e digitali: per la gentilezza riservata all’indagine storica si ringraziano le seguenti persone, intervistate da Elio Varutti il 18 marzo 2023 al telefono, con contatti preparatori di Claudio Ausilio, la collaborazione di Antonella Barbieri e le sue e-mail del periodo 17 marzo-1° aprile 2023 allo scrivente, se non altrimenti indicato.

- Antonio Barbieri, Valle d’Istria 1938, vive a Torino e a Valle d’Istria (oggi Croazia).

- Carlo Dilena, Udine 1952, int. del 19 marzo 2023 a Udine.

- Antonietta Manzin in Barbieri, Valle d’Istria 1941, esule a Torino e soggiorna a Valle d’Istria.

 

Collezione privata – Famiglia Barbieri Manzin, fotografie, Libretto del Crp di Laterina e documenti di famiglia.

Archivi consultati - La presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali d’archivio aretini è stata effettuata nel 2015 e 2022 a cura di Claudio Ausilio. Per la collaborazione riservata si ringraziano don Mario Ghinassi, parroco di Laterina nel 2015, gli operatori e le autorità del Comune di Laterina e dell’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR),

- Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, pp. 1-78, ms.

- Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR), Comune di Laterina, Scuole elementari, Direzione Didattica di Montevarchi, Registro degli scrutini e degli esami, Scuola di Campo Profughi, Classe 2^ diretta dall’insegnante Emma Vannelli Cassioli, anno scolastico 1949-1950, pp. 12, stampato e ms.

- Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, Attestati di cresima vari 1949-1957, Lettere, dattiloscr., stampati e ms.

Crp di Laterina, foto di gruppo dei Manzin. 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Bibliografia

- FABIO LO BONO, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza. L’esodo degli italiani del confine orientale a Termini Imerese (1^ edizione: 2016), Lo Bono editore, Termini Imerese (PA), 2018, 2^ edizione.

– GIULIANA PESCA – SERENA DOMENICI – GIOVANNI RUGGIERO, Tracce d’esilio. Il C.R.P. di Laterina 1948-1963. Tra esuli istriano-giuliano-dalmati, rimpatriati e profuganze d’Africa, Città di Castello (PG), Biblioteca del Centro Studi “Mario Pancrazi”, Edizioni NuovaPrhomos, 2021.

-  ELIO VARUTTI, Il campo profughi di via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Comitato di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Udine, 2007.

– E. VARUTTI, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Firenze, Aska, 2021. In formato e-book dal 2022. E seconda ristampa dal 2023.

Tessera di Antonio Barbieri (1874) dell’Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di Guerra con fotografia e firma del titolare. È il nonno dell’intervistata e padre di Barbieri Domenica.

Progetto e ricerca di Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’ANVGD Arezzo. Interviste di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Antonietta Manzin, Antonio Barbieri, Antonella Barbieri, Claudio Ausilio, professor Stefano Meroi (Udine). Copertina: Prima comunione di Antonietta  Manzin, a sinistra di Mons. Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli vicino alla Chiesa del Crp di Laterina, 13 maggio 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Libretto del Campo profughi di Laterina intestato al profugo giuliano Antonio Barbieri, classe 1874. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Pagine interne del Libretto del Campo profughi di Laterina intestato al profugo giuliano Antonio Barbieri, coi sussidi ricevuti tra il 1952 e il 1953. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Passaporto provvisorio di Giuseppe Barbieri emesso il 31 marzo 1949 dal Consolato italiano di Zagabria; il profugo morì nel Crp di Termini Imerese (PA). Si noti la ricevuta del cambio di dinari.

Il santino per le Sante Missioni e per le Quarantore al Crp di Laterina, 3-11 marzo 1951. Collezione famiglia Barbieri Manzin.


domenica 29 gennaio 2023

La Porporela de Zara

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Ulisse Donati, zaratino “patoco”. Inviatoci da Franca Balliana Serrentino, è intitolato “La Porporela”. Fu da lui diffuso ai suoi corrispondenti con un cartoncino d’auguri per le festività natalizie 2003-2004. Il vocabolo veneziano “porporèla” significa “scogliera artificiale”, ben documentato nel XVI secolo. Ha per sinonimi “sesame, nafo, poto, mula, barìgola” ed altri, come ha scritto Franco Crevatin, di Trieste, in “Etimi Istriani”, pubblicato su < academia.edu > nel web. Il vocabolo è utilizzato in altri porti dell’Istria e della Dalmazia, per secoli “Stato da Mar” dei Dogi. Riguardo all’etimologia, c’è un’ipotesi. La barriera frangiflutti è costituita da massi, o conci di pietra carsica chiara, che assume facilmente i colori dell’alba e del tramonto, rosa, rosso e rosso porpora, da cui: Porporela.

Nel proporre qui il testo di Ulisse Donati, nato il 6 agosto 1913 a Zara e scomparso il 20 marzo 2013 a Venezia, si è cercato di rispettare la grafia originale del dattiloscritto, pur sciogliendo alcune abbreviazioni. In parentesi riquadrate si sono inserite rare note redazionali, o traduzioni in italiano dal dialetto zaratino. A cura di Elio Varutti, per la redazione del blog.

Cartolina di Zara con la Fabbrica Luxardo, anni 1930-1940. Collez. privata.

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Per quei che no xe [non sono] Zaratini, devo precisar che con questo nome se vol indicar quela diga che se trova quando che se entra nel porto de Zara, e se gà in zima [cima] una lanterna con luce rossa. L’altra, con luce verde, xe [è] su la ponta de la riva Derna.

Mi, che gò un zerta età, ve posso parlar de do [di due] Porporele. Quela vecia, costruida da la Serenissima, jera fata de grossi sassi. Scopo principal de ‘sti sassi jera de spacar le onde che le forti ponentade e maestraloni alzava [onde dei venti Ponente e Maestrale]. E come i xe riussidi a farla tanto longa e grossa? Se dixe che Venezia gaveva obligado i Scojani [abitanti delle isole vicine a Zara], che veniva in porto, de portarse adrio [dietro], come biglieto de entrada, un grosso sasso. E così, sasso su sasso, xe saltà fora la diga che mi me ricordo da mulo [ragazzo].

Quela che vedè oggi, xe quela che el Genio Civil gà fato nei anni 1926, ’27 e ’28. La xe longa 175 metri, in fondo la gà quatro scalini per poder montar in barca e passar su la riva de fronte. Podè veder la zima de la Porporela, a destra, su la foto che ghe sul cartonzin de auguri [qui mancante]. Xe un bon posto per ormegiar barche e navi de una zerta grandezza.

Ricordo che dopo la Prima Guera Mondial, se gaveva ligado el cacciatorpediniere “Missuri”. Comandante da sempre, e per sempre, el maressiallo De Franceschi, a Zara per anni e anni. Magro, alto con la sua divisa squasi in bon stato. Però, quando che jera qualche giorno de festa, el tirava fora la divisa bela con decorazioni. El fazeva, alora, la sua bela figura.

Altra barca granda jera la “Croce del Sud”. El suo paron jera Graneli, de la Magnesa San Pelegrino. Jera un tre alberi, fato, su disegno de l’ingegner Gino Treleani, a Lussinpicolo. No so se la xe ancora in vita, ma ogi la podaria far ancora invidia a qualchedun. Altro cuter [cutter= parola inglese per barca a vela con una randa e due fiocchi], el “Corsaro”, con rispeto parlando, jera un vero casson [grande cassa]. No gò mai avudo el piazer de vederlo con le vele alzade. Po’ el gà cambiado posto, metendose davanti la casa Gilardi. A un zerto momento se gà parlà ch’el Corsaro andava in crociera. Preparativi a non finir, rifornimenti de viveri, de spagnoleti e acendini. El giorno che i doveva partir, i gà trovà la barca a fondo, unica coxa visibile la zima de l’albero. Non se gà mai savudo coxa jera nato. Se parlava de tapi no ben streti.

Ligado proprio vizin el Circolo Canottieri Diadora, el motoscafo de la Polizia, el P9. Comandante, motorista e marinaio el solo agente Fiorucci, venezian. De quei che frequentava la Canotiera el saveva tuto de tuti, da bon polizioto.

A Zara la Canotiera jera ciamada “Ponton”. Nome ciapado da un poton fisso inclinado, che aiutava i vogatori de meter le barche in mar. El Ponton, sempre pien de giovani pieni de vita, el gaveva de fianco la Porporela, dove sfilava la gente che andava a ciapar la barca per andar a Zara [nel centro città].

Gò sempre presente quando passava la Rosy Ledwinca, sorela de un bon canotier, el Nico Ledwinca che nel 1926, con Menego Brazzani, Giulio Colombani e Mario Bina, timonier Massi Cettineo, gà vinto a Pola. Xe stà l’unico armo [equipaggio], a quatro, che gà battudo la famosa “Pulino” de Isola d’Istria [Società nautica ‘Giacinto Pullino’, sorta nel 1925]. Po’ per anni e anni, la Pulino gà vinto tuto: gare nazionali, internazionali e Olimpiadi.

Davanti passava un mucio [mucchio] de gente, ma ghe jera uno che, quando el passava, el meteva in rivoluzion tuto el Ponton. Jera el Bek (Böck), basso, squasi inoservado, coi cavei rossi e un naso a pissinboca [volgare: piscio in bocca]. El portava pegola, se dixeva. El primo che lo vedeva, el dava un urlo: “el Bek!”. E ‘sto nome passava de boca in boca, come una eco. Zà, quando ch’el passava, el girava la testa verso Val de Ghisi, come voler parar ‘sta valanga de urli. E in Ponton, al primo urlo “Bek”, tuti se portava le man avanti per scongiurar l’efeto “Bek”. Povero Bek, quanto semo stai cativi con ti!

Francobollo emesso sotto l'occupazione tedesca di Zara, 1943.

E no ghe jera solo el Bek che passava davanti el Ponton, ghe jera una signora che andava a ciapar la barca, in fondo a la Porporela, ogni matina. Ma el belo jera che ogni matina la coreva, per arivar prima de le oto, e pagar zinque centesimi inveze de diexe [dieci]. Se vede che la sortiva tardi da casa, e per tuta la Porporela jera una corsa. Ti vedevi ‘ste masse de carne che se spostava da l’alto in basso, da destra a sinistra e viceversa. La jera un donon, sempre vestia de nero. Qualche volta mi con la bici, con discrezion, la seguivo a debita distanza per veder se la ciapava la barca o se la ciapava un colpo. La gà sempre ciapà la barca. Ma conveniva ris’ciar, ghe jera zinque centesimi de sparagno [risparmio]. E no jera poco!

Ghe jera, po’, un momento che la Porporela cambiava el suo muxo [muso], e jera quando veniva a Zara la Squadra Naval de la Regia Marina. Le navi grosse come la “Duilio” e la “Cavour”, se fermava nel Canal de Zara, mentre le picole, i caciatorpedinieri, veniva a ligarse a la Porporela. Ti vedevi, alora, ‘sti sete o oto cacia [cacciatorpedinieri] tuti alineadi, come soldatini, ligadi a le colone de la diga. I Cacia i jera pituradi di un grigio ciaro ciaro. Le corde de un cacia andava a incrosarse con quele de l’altro cacia vizin, così da formar una ragnatela de corde.

Standoghe vizin ti sentivi quel particolar odor de catrame de le corde, missiado a quelo de le cuxine [cucine] e de qualche motor sempre impizado [acceso]. ‘Sto insieme de odori jera un vero profumo, el “profumo de nave”. Su le pupe [poppe] ghe jera el nome del cacia, scrito in letere de oton, sempre lucido, filetado de color rosso, per fa risaltar meo [meglio] el nome. E tuto quelo che ghe jera a bordo de oton e rame, sluxava [luccicava]. Ma el belo jera veder quela selva de stendardi dai vivi colori che i dava un senso de gioia. Me sentivo fiero de esser italian. A pupa la grande bandiera bianco, rosso e verde che tocava squasi el mar. Al centro el stema sabaudo con la bela corona. I stendardi no gaveva in zima el solito pomolo, ma una corona intajada de legno. E, quando mi jero in brodo de sixole [giuggiole] nel amirar le nostre bandiere, no jera ancora nato quel italian che gavaria dito de butar in cesso la bandiera italiana. Me usavo sentar, per meze ore, su una colona piena de corde del cacia ligado.

Guardavo senza secar nissun, come se svolgeva la vita a bordo. A pupa jera el solito Guardiamarina, ne la sua imacolada divisa bianca con una fassa azura de traverso. I marini, ne le divise bianche, che i se moveva a bordo senza dar l’idea che i fazessi qualcosa che i doveva far. I soliti marinai de cuxina con le maie a meze manighe, de estate e de inverno, e la traverseta [grembiule] davanti, che i butava in mar i resti del rancio. I marinai che i andava in libera uscita, prima de prender el pontil per andar a tera, i salutava la bandiera.

A proposito de bandiere, mi conosso uno che, fato prigioniero da le SS de la Panzer Divisionen “Prinz Eugen”, davanti a la Corte Marzial che ghe fazeva zerte proposte, le rifiutava dixendo che lù se sentiva ancora ligado dal giuramento fato su la bandiera. La Corte Marzial gaveva fato fucilar 49 sui coleghi, inveze lù se la gà cavà con soli do anni de lager tedeschi. El xe tornà da la prigionia pele e ossi, ma drento forte. Tornando ancora a le bandiere, co ti me posso confidar: a mi quele bandiere de i cacia ligadi su la Porporela, le me xe rimaste nel cor [cuore]. Le jera una lezion de amor de Patria al solo guardarle. Se qualchedun me sentissi dir ‘ste coxe [cose], ogi, el me daria sicuro del fassista, coxa che no me ofende. Me ofendaria se i dixesse che son comunista.

La Porporela, el Ponton e la Fabrica de Maraschino Luxardo ghe stava tuti in un fazoleto, tanto jerimo vizini. Quando finiva el lavoro in Fabrica, i operai sortiva e i se sparpajava, chi da una parte, chi da l’altra, a pie o in bici. No i gaveva le machine, parchegiade fora, come se vede ogi ne le fabriche. E pur se viveva ben e tuti jera contenti e felici. De vista li conosevo tuti. Per no parlar po’ de le done che andava in fabrica per cior la paja [paglia]. Le sortiva co muci de paja soto el brazo in bici. A casa le preparava el rivestimento de le famose botilie impajade de maraschino de Zara.

Se uno volaria parlar de el Ponton, el dovarìa spender una vita, tanto ghe sarìa de scriver. Per tanti giovani el xe stado una vera scola [scuola]. Drento ghe jera gente de tuti i colori che, squasi per magia, se amalgamava tra de lori. No xe nato, in tanti anni, nissun incidente, no xe mai mancado niente. Inveze a chi ghe xe venudo a mancar qualcoxa xe stada la Fabrica de Maraschino Luxardo, quando arivava le marasche [ciliegie]. Noi muli del Ponton ne butajmo [ci buttavamo] su le marasche come mosche su el zucaro [zucchero]. Per dir la verità, i Luxardo no ne scazava via, podejmo magnar quanto volejmo, però “sul posto”, senza portar via gnente. Quando finivimo de magnar, cambiavimo de speto. Ve ricordè che tanti anni fa jera sortidi do film americani: “El cantante del Gez” e “El cantante mato” con Al Gionson? [Il cantante di jazz, “The Jazz Singer”, film del 1927, diretto da Alan Crosland e interpretato da Al Jolson]. Lù, negro, el se gaveva fato, in bianco, una granda boca e le man anca bianche con do ocioni [occhioni] spalancai. Nojaltri, inveze, co le marasche gavejmo una granda boca nera e le man nere. Adesso no ricordo ben, ma credo che, andajmo a far pipì, fazejmo amarena. Senza zucaro.

Adesso la Fabrica, a vederla, la xe come prima. Al zentro, in alto, la grande scrita: “Maraska”. Xe scrito “Marasca”, ma se leze: Luxardo. Ve podaria scriver ancora tante coxe, ma mi gò rispetto per i mii amizi e no li vojo anojar e farghe perder tempo. Tanto più che ogni anno i me lassa scriver de monade su Zara. E mi de questo ghe son grato.

Adesso mi devo confessar una coxa: ve gò parlado de la Porporela, ma mi no so dove xe saltà fora ‘sto nome. No so se za i Veneziani la ciamava così, lori che la gà costruida. O chi xe stà el primo. Sarìa grato a chi me lo savessi dir. Sarìa grato anca a chi me savessi dir coxa vol dit “garofolin”.

Quelo che ve volevo dir, xe che ne sentiremo el prossimo anno, sempre sperando che…

Ulisse

Nota finale – Bruno Stipcevich il 29.1.2023 ci ha scritto che: “Non so dire di preciso se ancora oggi si accende la luce rossa alla lanterna e quella verde sulla ponta della riva Derna, come si sa, adesso, c’è il porto a Gaseniza [Gaženica, in croato]. Alla lanterna c’è ancora il barcaiolo per andare alla fabbrica Luxardo”.

Cenni bibliografici

- Ruggero Botterini, Parlavimo e scrivevimo cussì in casa Mocolo. Vocabolario del dialetto polesano-istriano, Mariano del Friuli (GO), Edizioni della Laguna, 2014.

- Giovanni (Nino) Bracco, Piccolo dizionario dell’antica parlata slava di Neresine, 2009.

- Franco Crevatin, “Etimi Istriani”, on line su academia.edu

Edizione originale – Ulisse Donati, La porporela, dattiloscr., s.l. [Venezia], 2003, pp. 2.

Collezione privata - Franca Balliana Serrentino, dattiloscr.

Ringraziamenti – La redazione del blog, per il saggio presente, è riconoscente alla signora Franca Balliana Serrentino, che vive a Jesolo (VE), per aver cortesemente concesso, il 16 gennaio 2023, la diffusione e pubblicazione. Si ringraziano per la collaborazione riservata Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR) delegato provinciale dell’ANVGD di Arezzo e Bruno Stipcevich, esule di Zara a Meldola (FC).

Zara con la Porporela, in alto a destra, 1930-1940

Note varie – Autore principale: Ulisse Donati. Lettori: Franca Balliana Serrentino, assessore alle Attività promozionali del Libero Comune di Zara in Esilio. Altri lettori: Bruno Bonetti, Claudio Ausilio, i professori Annalisa Vucusa e Marcello Mencarelli. Aderiscono il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’ANVGD di Arezzo.

Ricerche e Networking di Girolamo Jacobson e Elio Varutti. Copertina: Cartolina di Zara con la Fabbrica Luxardo, anni 1930-1940. Collez. privata. Altre fotografie da collezioni citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

mercoledì 11 gennaio 2023

BENEDETTO XVI: FEDE RAGIONE E SPERANZA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Carlo Cesare Montani, esule di Fiume, dedicato alla figura di Papa Benedetto XVI (in latino: Benedictus PP. XVI, in tedesco: Benedikt XVI; nato Joseph Aloisius Ratzinger (Marktl, 16 aprile 1927 – Città del Vaticano, 31 dicembre 2022), è stato il 265º papa della Chiesa cattolica e vescovo di Roma). A cura di Elio Varutti, per la redazione del blog.


Nel momento in cui è tornato alla Casa del Padre, proprio alla fine del 2022 che appare simbolicamente come quella di un’epoca, il grande Pontefice di Santa Romana Chiesa si è imposto alla comune riflessione circa il Suo straordinario ruolo di pastore e di pensatore, esercitato in una lunga vita dedicata a fede e ragione, e nello stesso tempo, all’impegno per la loro ardua ma necessaria sinergia, nell’ambito di una sintesi all’insegna insopprimibile della speranza cristiana. 

Papa Ratzinger è stato un grande teologo, oltre che demiurgo di pace e di conciliazione, ma nello stesso tempo, con singolari visioni profetiche. In proposito, basti rammentare la Sua visione del futuro illustrata nelle celebri lezioni del 1969, quando si espresse in termini oltremodo chiari sul processo di scristianizzazione che stava già coinvolgendo il mondo occidentale, la Chiesa cattolica e non solo quella, e che lo avrebbe fatto ancor più nell’avvenire, togliendole tanti residui poteri mondani e riducendola, come da profezia dello stesso Ratzinger, a un’eletta schiera di fedelissimi, se non anche di Martiri, da cui trarre gli spunti e gli auspici necessari per un’autentica rifondazione: vaticinio solo apparentemente pessimista ma conforme all’intenso spiritualismo delle origini e tanto più degno di riflessione a mezzo secolo da quella profezia, tristemente verificata nella “realtà effettuale” di oggi.

Essendo nato nel 1927, aveva vissuto gli anni del potere nazionalsocialista in età giovanile, ma aveva fatto in tempo a mutuarne esperienze indimenticabili, a cominciare da quelle di un potere cieco e assoluto, e di una tragica distruzione della propria terra, traendone motivi di sicura e forte opposizione, tanto più convinta, anche alla luce di quella che si “respirava” in casa, per opera categorica e prioritaria del padre. Come ha scritto con dovizia di particolari nella lunga autobiografia (1) avrebbe rischiato più volte la vita salvandosi, da un lato per la sostanziale rassegnazione all’incipiente sconfitta da chi avrebbe potuto essere suo persecutore, e dall’altro per il mero dileggio riservato alla fede cattolica già professata alacremente; meglio ancora, per una sorta di intercessione divina che lo protesse nei momenti peggiori.

Non è un caso né tanto meno un mistero, che il Santo Padre avesse scelto il proprio Nome di Papa ispirandosi a San Benedetto da Norcia con il grande invito a “pregare e lavorare” per farsi apportatori di pensiero e di meditazione, ma nello stesso tempo, di presenza attiva nel mondo fatto a immagine e somiglianza di Cristo, e quindi, di Dio. D’altro canto, quella scelta si era ispirata anche a Benedetto XV, il Pontefice che durante il primo conflitto mondiale aveva bollato la guerra con la celebre definizione di “inutile strage” tanto più pertinente nel cuore dei credenti, secondo cui i dissidi fra gli uomini e gli Stati si possono risolvere non già con le armi, ma con la riflessione e la cooperazione.

Alcuni esegeti sembrano scoprire soltanto oggi che Papa Ratzinger è stato un grande “incompreso” ancor prima di essere entrato nell’occhio di talune opposizioni sorte persino nell’ambito della Chiesa, in chiara antitesi a un corretto e beninteso tradizionalismo interpretato come autentica fedeltà alle origini, ben lungi dall’essere un qualsiasi orpello formale. In tal senso, quella di Papa Benedetto XVI è la ricerca di una rinnovata semplicità e di un adeguamento alle mutevoli esigenze del mondo sempre più piccolo, ma nello stesso tempo, impegnato ad accogliere una popolazione crescente con progressioni sempre più accelerate, al pari dei problemi sociali.

Nell’omelia del 18 aprile 2005, pronunciata il giorno precedente l’ascesa al pontificato, il Cardinale Ratzinger aveva attirato l’attenzione del Sacro Collegio sulla “necessità di essere animati da una santa inquietudine”: quella di essere paladini di fede e  “dell’amicizia con Cristo” per donarla agli altri con un atto di servizio dal fondamentale rilievo nella missione sacerdotale.

Tutti gli uomini, proseguiva il Cardinale, hanno il desiderio di lasciare “una traccia che rimanga, ma bisogna fare in modo che diventi anche un frutto: ebbene, non sono tali il denaro, gli edifici, i beni materiali, persino gli amatissimi libri. In un tempo breve o lungo, ma comunque ineluttabile, tutto ciò scompare, mentre l’anima rimane nell’eternità col patrimonio di amore e di conoscenza che abbia potuto sviluppare nell’impegno cristiano e nella fedeltà a Dio, anche attraverso l’opera della Chiesa.

Non a caso, aveva scelto come motto episcopale quello di “collaboratori della verità” che riteneva tanto più pertinente perché nel mondo contemporaneo la ricerca del vero è quasi scomparsa, essendo “troppo grande per l’uomo” e creando il presupposto di un vero e proprio crollo dell’ethos. Accanto a quel motto aveva posto due simboli: quelli della conchiglia e dell’orso. Il primo intende richiamarsi alla natura dell’uomo, che è quella di essere pellegrino sulla terra, nel senso che “non abbiamo qui una stabile dimora”, non senza richiamarsi alla parabola di Sant’Agostino circa il bimbo che giocava sulla spiaggia con una conchiglia per attingere l’acqua del mare e trasferirla in una piccola buca, laddove quest’ultima “tanto poco può contenere l’acqua del mare, quanto la ragione può afferrare il mistero di Dio”. Il secondo simbolo, invece, si richiamava alla leggenda di San Corbiniano che  dopo l’uccisione del suo mulo da parte dell’orso,  aveva costretto l’assassino, per espiazione del crimine, a farsi carico del fardello rimasto a terra, al pari di quanto accade all’uomo quando diventa “animale da tiro” al servizio del Signore, perché “chi sta dalla parte di Dio non sta necessariamente dalla parte del successo” (2).

Il momento politico contemporaneo non ha mancato di esternare un vasto campionario di commenti non appena Benedetto XVI è salito alla Casa del Padre. Fra i tanti, piace ricordare quello di Giorgia Meloni, cui si deve la definizione di “Gigante” proprio per la singolare capacità di pensiero manifestata da Papa Ratzinger nel promuovere la convergenza della ragione nell’ambito della fede. Ciò, si potrebbe aggiungere, non solo nella dottrina, ma nello stesso tempo, con l’impegno attivo in un mondo sempre più piccolo, ma non per questo meno caro al Signore dell’Universo, tanto da essersi immolato sulla Croce per la salvezza degli uomini (3). 

Benedetto XVI era consapevole di quanto sia importante il progresso tecnico, ma riteneva che non fosse accompagnato da quello morale e civile, vista la permanenza se non anche la crescita di grandi “problemi planetari” come quelli della “disuguaglianza nella ripartizione dei beni della terra” con tutto il corollario di povertà, sfruttamento, fame e malattie, per non dire dello “scontro fra le culture”, come avrebbe detto a Subiaco, nel Monastero di Santa Scolastica, quando fu insignito del Premio per la “promozione della vita e della famiglia in Europa”. Purtroppo, “la forza morale non è cresciuta come lo sviluppo della tecnica, anzi è diminuita”, tanto che il pericolo maggiore dell’età contemporanea è costituito proprio da questo squilibrio, matrice non ultima, fra l’altro, della tentazione di un fallace “anarchismo distruttivo” se non addirittura del terrorismo. Carattere essenziale dell’odierna congiuntura etica e politica è la contrapposizione, non già fra diverse culture religiose, ma soprattutto quella di una “radicale emancipazione dell’uomo da Dio”, ancor più visibile nel mondo occidentale, all’insegna di un relativismo che finisce paradossalmente per tradursi in un nuovo dogmatismo “che si crede in possesso della definitiva conoscenza della ragione” mentre “abbiamo bisogno di radici per sopravvivere e non dobbiamo perdere di vista Dio, se vogliamo che la dignità umana non sparisca”.

Tutto ciò era motivo di sofferenza tanto più viva nella consapevolezza di quanto la vera gioia sia perseguibile nel Nome del Signore e delle tante lezioni di vita cristiana, di cui è ricca la storia della Chiesa, ma nello stesso tempo non escludeva la speranza: al contrario, ravvisava nell’impegno che ne scaturisce, e quindi nella preghiera, uno strumento idoneo a contrastare le suggestioni di un razionalismo fine a se stesso, senz’altra prospettiva all’infuori di un arido nichilismo. A volte, quella sofferenza morale diventava un vero e proprio dolore, come quello che Papa Ratzinger avrebbe sperimentato con l’abolizione del latino liturgico nelle cerimonie ordinarie, ravvisando in tale provvedimento l’abbandono di una tradizione importante, e nello stesso tempo, di un simbolo di fedeltà alla Chiesa di Roma, pur comprendendo la necessità di farsi intendere in ogni luogo del pianeta con il “contemperamento” delle espressioni linguistiche.

Oggi si rende necessaria un’attenta rilettura di questo grande Pontefice nella sua straordinaria umiltà, non disgiunta dalla riservatezza e dal rispetto per tutte le creature, e dalla Sua capacità di dialogo con chiunque, dai grandi della Terra ai “lavoratori nella vigna del Signore”, come volle definirsi nel momento in cui fu chiamato al Soglio di Pietro. Nello stesso tempo è altrettanto fondamentale la fedele adesione ai “Valori non negoziabili” - come da Sua felice allocuzione - che il popolo cristiano onora, ringraziando per le intercessioni e le preghiere in favore di un mondo mai tanto lontano da tali Valori, ma proprio per questo chiamato a nuova vita morale, nel segno di fede, ragione e speranza.

Carlo Cesare Montani

Annotazioni:

(1) - Joseph Ratzinger, La mia vita. Autobiografia, traduzione dal tedesco di Giuseppe Reguzzoni, Edizioni San Paolo,  orino 2005, pagg. 154 (ristampa dal testo iniziale del 1997 con aggiunta di due testi successivi: L’Europa nella crisi delle culture, e l’Omelia del 18 aprile 2005 nella Basilica di San Pietro, prima del Conclave da cui sarebbe uscito Papa).

(2) - Per maggiori ragguagli sui fondamenti dottrinari dell’opera in questione, cfr. Marco Tosatti, Il dizionario di Papa Ratzinger, con bibliografia essenziale, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2005, pagg. 128.

(3) - Non meno notevole, pur nella sintesi, è stato il giudizio conclusivo proposto da un’umile Suora africana, nella breve intervista televisiva del 5 gennaio 2023, concessa al termine delle esequie di Papa Ratzinger in piazza San Pietro: “I Santi non muoiono mai”! In tale occasione, la sola Cupola fu lungamente circonfusa da un sottile velo di nebbia, rendendo vagamente sfumata la sua percezione: soltanto un caso meteo, o un segnale di riservata e pronta accoglienza?

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Autore principale: Carlo Cesare Montani. Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Fotografia dal web. L’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/