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sabato 30 agosto 2025

In memoria di Alma Cosulich vedova Gabrielli. Commiato di Laura Brussi e Cesare Montani

Riceviamo e pubblichiamo “uno scritto in ricordo della cara Alma Cosulich  Ved. Gabrielli, Amica di fede e di vita”. Ne sono autori Laura Brussi, esule di Pola, e Carlo Cesare Montani, esule di Fiume. Il commiato è rivolto ai discendenti della maestra Alma Cosulich. (A cura di Elio Varutti).

Alma Cosulich Ved. Gabrielli con l'amico Carlo Montani

“Cari Familiari, unica consolazione per la dolorosa scomparsa della Vostra carissima Mamma Alma, e nostra amica di alta fede patriottica, è la certezza di sapere che vive nella gloria del Signore unitamente al diletto ed amato Italo. A Voi giungano le espressioni della nostra commossa partecipazione ad un dolore già annunciato, ed a più forte ragione, tanto sofferto.

Vi sia di conforto l’affettuoso Ricordo degli amici che di Alma ed Italo hanno potuto apprezzare il vivo ed esemplare patriottismo, l’amore per la Famiglia, quello per la propria terra nativa ingiustamente perduta e per la grande Patria italiana, perdonando le troppe incomprensioni, se non anche i tradimenti, con una convinta ed esemplare fede cristiana. Motivo in più per conservare sempre il nostro vivo apprezzamento e per onorare Chi ci ha dato lezioni indimenticabili di Vita morale.

Ebbene, vogliate considerarci sempre a disposizione per qualsiasi pur modesto contributo alla memoria dei Vostri Cari Mamma e Papà. Vi abbracciamo con tutto il cuore, partecipando al Vostro dolore ed a quello di tanti Amici, di tutti gli altri familiari e della comunità Esule, confidando nelle intercessioni di Alma ed Italo per le nobili Cause della Giustizia e della Libertà.

Con affetto, Laura Brussi e Carlo Cesare Montani”

Il commiato per Alma Cosulich vedova Gabrielli
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Laura Brussi e Alma Cosulich vedova Gabrielli, ultima recente foto insieme. Collezione di Laura Brussi e Cesare Montani

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Si legge in un annuncio pubblico sul «Piccolo», del 27 agosto 2025, che il funerale di Alma Cosulich ved. Gabrielli si terrà sabato 30 agosto 2025 alle ore 11 nella Chiesa di Nostra Signora della Provvidenza a Trieste con la celebrazione della Santa Messa. Seguirà la tumulazione il mercoledì 3 settembre successivo nel cimitero di Sant’Anna a Pirano alle ore 11:00. È prevista la sepoltura nella tomba di famiglia.

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Collezione familiare di Laura Brussi e Cesare Montani, fotografie.

Carlo Cesare Montani e Italo Gabrielli in una foto d'archivio


mercoledì 11 gennaio 2023

BENEDETTO XVI: FEDE RAGIONE E SPERANZA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Carlo Cesare Montani, esule di Fiume, dedicato alla figura di Papa Benedetto XVI (in latino: Benedictus PP. XVI, in tedesco: Benedikt XVI; nato Joseph Aloisius Ratzinger (Marktl, 16 aprile 1927 – Città del Vaticano, 31 dicembre 2022), è stato il 265º papa della Chiesa cattolica e vescovo di Roma). A cura di Elio Varutti, per la redazione del blog.


Nel momento in cui è tornato alla Casa del Padre, proprio alla fine del 2022 che appare simbolicamente come quella di un’epoca, il grande Pontefice di Santa Romana Chiesa si è imposto alla comune riflessione circa il Suo straordinario ruolo di pastore e di pensatore, esercitato in una lunga vita dedicata a fede e ragione, e nello stesso tempo, all’impegno per la loro ardua ma necessaria sinergia, nell’ambito di una sintesi all’insegna insopprimibile della speranza cristiana. 

Papa Ratzinger è stato un grande teologo, oltre che demiurgo di pace e di conciliazione, ma nello stesso tempo, con singolari visioni profetiche. In proposito, basti rammentare la Sua visione del futuro illustrata nelle celebri lezioni del 1969, quando si espresse in termini oltremodo chiari sul processo di scristianizzazione che stava già coinvolgendo il mondo occidentale, la Chiesa cattolica e non solo quella, e che lo avrebbe fatto ancor più nell’avvenire, togliendole tanti residui poteri mondani e riducendola, come da profezia dello stesso Ratzinger, a un’eletta schiera di fedelissimi, se non anche di Martiri, da cui trarre gli spunti e gli auspici necessari per un’autentica rifondazione: vaticinio solo apparentemente pessimista ma conforme all’intenso spiritualismo delle origini e tanto più degno di riflessione a mezzo secolo da quella profezia, tristemente verificata nella “realtà effettuale” di oggi.

Essendo nato nel 1927, aveva vissuto gli anni del potere nazionalsocialista in età giovanile, ma aveva fatto in tempo a mutuarne esperienze indimenticabili, a cominciare da quelle di un potere cieco e assoluto, e di una tragica distruzione della propria terra, traendone motivi di sicura e forte opposizione, tanto più convinta, anche alla luce di quella che si “respirava” in casa, per opera categorica e prioritaria del padre. Come ha scritto con dovizia di particolari nella lunga autobiografia (1) avrebbe rischiato più volte la vita salvandosi, da un lato per la sostanziale rassegnazione all’incipiente sconfitta da chi avrebbe potuto essere suo persecutore, e dall’altro per il mero dileggio riservato alla fede cattolica già professata alacremente; meglio ancora, per una sorta di intercessione divina che lo protesse nei momenti peggiori.

Non è un caso né tanto meno un mistero, che il Santo Padre avesse scelto il proprio Nome di Papa ispirandosi a San Benedetto da Norcia con il grande invito a “pregare e lavorare” per farsi apportatori di pensiero e di meditazione, ma nello stesso tempo, di presenza attiva nel mondo fatto a immagine e somiglianza di Cristo, e quindi, di Dio. D’altro canto, quella scelta si era ispirata anche a Benedetto XV, il Pontefice che durante il primo conflitto mondiale aveva bollato la guerra con la celebre definizione di “inutile strage” tanto più pertinente nel cuore dei credenti, secondo cui i dissidi fra gli uomini e gli Stati si possono risolvere non già con le armi, ma con la riflessione e la cooperazione.

Alcuni esegeti sembrano scoprire soltanto oggi che Papa Ratzinger è stato un grande “incompreso” ancor prima di essere entrato nell’occhio di talune opposizioni sorte persino nell’ambito della Chiesa, in chiara antitesi a un corretto e beninteso tradizionalismo interpretato come autentica fedeltà alle origini, ben lungi dall’essere un qualsiasi orpello formale. In tal senso, quella di Papa Benedetto XVI è la ricerca di una rinnovata semplicità e di un adeguamento alle mutevoli esigenze del mondo sempre più piccolo, ma nello stesso tempo, impegnato ad accogliere una popolazione crescente con progressioni sempre più accelerate, al pari dei problemi sociali.

Nell’omelia del 18 aprile 2005, pronunciata il giorno precedente l’ascesa al pontificato, il Cardinale Ratzinger aveva attirato l’attenzione del Sacro Collegio sulla “necessità di essere animati da una santa inquietudine”: quella di essere paladini di fede e  “dell’amicizia con Cristo” per donarla agli altri con un atto di servizio dal fondamentale rilievo nella missione sacerdotale.

Tutti gli uomini, proseguiva il Cardinale, hanno il desiderio di lasciare “una traccia che rimanga, ma bisogna fare in modo che diventi anche un frutto: ebbene, non sono tali il denaro, gli edifici, i beni materiali, persino gli amatissimi libri. In un tempo breve o lungo, ma comunque ineluttabile, tutto ciò scompare, mentre l’anima rimane nell’eternità col patrimonio di amore e di conoscenza che abbia potuto sviluppare nell’impegno cristiano e nella fedeltà a Dio, anche attraverso l’opera della Chiesa.

Non a caso, aveva scelto come motto episcopale quello di “collaboratori della verità” che riteneva tanto più pertinente perché nel mondo contemporaneo la ricerca del vero è quasi scomparsa, essendo “troppo grande per l’uomo” e creando il presupposto di un vero e proprio crollo dell’ethos. Accanto a quel motto aveva posto due simboli: quelli della conchiglia e dell’orso. Il primo intende richiamarsi alla natura dell’uomo, che è quella di essere pellegrino sulla terra, nel senso che “non abbiamo qui una stabile dimora”, non senza richiamarsi alla parabola di Sant’Agostino circa il bimbo che giocava sulla spiaggia con una conchiglia per attingere l’acqua del mare e trasferirla in una piccola buca, laddove quest’ultima “tanto poco può contenere l’acqua del mare, quanto la ragione può afferrare il mistero di Dio”. Il secondo simbolo, invece, si richiamava alla leggenda di San Corbiniano che  dopo l’uccisione del suo mulo da parte dell’orso,  aveva costretto l’assassino, per espiazione del crimine, a farsi carico del fardello rimasto a terra, al pari di quanto accade all’uomo quando diventa “animale da tiro” al servizio del Signore, perché “chi sta dalla parte di Dio non sta necessariamente dalla parte del successo” (2).

Il momento politico contemporaneo non ha mancato di esternare un vasto campionario di commenti non appena Benedetto XVI è salito alla Casa del Padre. Fra i tanti, piace ricordare quello di Giorgia Meloni, cui si deve la definizione di “Gigante” proprio per la singolare capacità di pensiero manifestata da Papa Ratzinger nel promuovere la convergenza della ragione nell’ambito della fede. Ciò, si potrebbe aggiungere, non solo nella dottrina, ma nello stesso tempo, con l’impegno attivo in un mondo sempre più piccolo, ma non per questo meno caro al Signore dell’Universo, tanto da essersi immolato sulla Croce per la salvezza degli uomini (3). 

Benedetto XVI era consapevole di quanto sia importante il progresso tecnico, ma riteneva che non fosse accompagnato da quello morale e civile, vista la permanenza se non anche la crescita di grandi “problemi planetari” come quelli della “disuguaglianza nella ripartizione dei beni della terra” con tutto il corollario di povertà, sfruttamento, fame e malattie, per non dire dello “scontro fra le culture”, come avrebbe detto a Subiaco, nel Monastero di Santa Scolastica, quando fu insignito del Premio per la “promozione della vita e della famiglia in Europa”. Purtroppo, “la forza morale non è cresciuta come lo sviluppo della tecnica, anzi è diminuita”, tanto che il pericolo maggiore dell’età contemporanea è costituito proprio da questo squilibrio, matrice non ultima, fra l’altro, della tentazione di un fallace “anarchismo distruttivo” se non addirittura del terrorismo. Carattere essenziale dell’odierna congiuntura etica e politica è la contrapposizione, non già fra diverse culture religiose, ma soprattutto quella di una “radicale emancipazione dell’uomo da Dio”, ancor più visibile nel mondo occidentale, all’insegna di un relativismo che finisce paradossalmente per tradursi in un nuovo dogmatismo “che si crede in possesso della definitiva conoscenza della ragione” mentre “abbiamo bisogno di radici per sopravvivere e non dobbiamo perdere di vista Dio, se vogliamo che la dignità umana non sparisca”.

Tutto ciò era motivo di sofferenza tanto più viva nella consapevolezza di quanto la vera gioia sia perseguibile nel Nome del Signore e delle tante lezioni di vita cristiana, di cui è ricca la storia della Chiesa, ma nello stesso tempo non escludeva la speranza: al contrario, ravvisava nell’impegno che ne scaturisce, e quindi nella preghiera, uno strumento idoneo a contrastare le suggestioni di un razionalismo fine a se stesso, senz’altra prospettiva all’infuori di un arido nichilismo. A volte, quella sofferenza morale diventava un vero e proprio dolore, come quello che Papa Ratzinger avrebbe sperimentato con l’abolizione del latino liturgico nelle cerimonie ordinarie, ravvisando in tale provvedimento l’abbandono di una tradizione importante, e nello stesso tempo, di un simbolo di fedeltà alla Chiesa di Roma, pur comprendendo la necessità di farsi intendere in ogni luogo del pianeta con il “contemperamento” delle espressioni linguistiche.

Oggi si rende necessaria un’attenta rilettura di questo grande Pontefice nella sua straordinaria umiltà, non disgiunta dalla riservatezza e dal rispetto per tutte le creature, e dalla Sua capacità di dialogo con chiunque, dai grandi della Terra ai “lavoratori nella vigna del Signore”, come volle definirsi nel momento in cui fu chiamato al Soglio di Pietro. Nello stesso tempo è altrettanto fondamentale la fedele adesione ai “Valori non negoziabili” - come da Sua felice allocuzione - che il popolo cristiano onora, ringraziando per le intercessioni e le preghiere in favore di un mondo mai tanto lontano da tali Valori, ma proprio per questo chiamato a nuova vita morale, nel segno di fede, ragione e speranza.

Carlo Cesare Montani

Annotazioni:

(1) - Joseph Ratzinger, La mia vita. Autobiografia, traduzione dal tedesco di Giuseppe Reguzzoni, Edizioni San Paolo,  orino 2005, pagg. 154 (ristampa dal testo iniziale del 1997 con aggiunta di due testi successivi: L’Europa nella crisi delle culture, e l’Omelia del 18 aprile 2005 nella Basilica di San Pietro, prima del Conclave da cui sarebbe uscito Papa).

(2) - Per maggiori ragguagli sui fondamenti dottrinari dell’opera in questione, cfr. Marco Tosatti, Il dizionario di Papa Ratzinger, con bibliografia essenziale, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2005, pagg. 128.

(3) - Non meno notevole, pur nella sintesi, è stato il giudizio conclusivo proposto da un’umile Suora africana, nella breve intervista televisiva del 5 gennaio 2023, concessa al termine delle esequie di Papa Ratzinger in piazza San Pietro: “I Santi non muoiono mai”! In tale occasione, la sola Cupola fu lungamente circonfusa da un sottile velo di nebbia, rendendo vagamente sfumata la sua percezione: soltanto un caso meteo, o un segnale di riservata e pronta accoglienza?

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Autore principale: Carlo Cesare Montani. Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Fotografia dal web. L’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

sabato 28 gennaio 2017

Il Ricordo di Esodo e Foibe sprone alla Speranza, di Carlo Montani

Riceviamo da Carlo Cesare Montani, un esule da Fiume, che vive a Trieste, il seguente comunicato che volentieri pubblichiamo nel blog. Ci permettiamo di aggiungere, a corredo dell’interessante ed originale opinione, qualche cartolina della Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Buona lettura.

                                                                 Elio Varutti
Fiume, Via Carlo Goldoni, verso il 1930, a cura del Libero Comune di Fiume in Esilio. 
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«La Legge 30 marzo 2004 n. 92, che ha disposto la celebrazione del 10 febbraio quale data commemorativa del grande Esodo giuliano, istriano e dalmata, e della tragedia delle Foibe, è stata un atto dovuto. Il provvedimento può definirsi “etico” nella sua conformità ad importanti richiami della Costituzione, ed in particolare al secondo comma dell’art. 4, secondo cui ogni cittadino deve “concorrere al progresso materiale e spirituale” dello Stato; ed al primo comma dell’art. 52, per cui “la difesa della Patria è sacro dovere” di tutti.
Venezia Giulia e Dalmazia, al termine della seconda guerra mondiale, vennero trasferite sotto la sovranità della Jugoslavia pur essendo state romane per sette secoli e venete per un millennio: con il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 (assunto a Giorno del Ricordo), l’Italia fu costretta a cedere due regioni, pari al tre per cento del suo territorio, ma la quasi totalità degli istriani, fiumani e dalmati non volle accettare il fatto compiuto e decise per l’Esodo.
 Quella dei 350 mila Esuli fu una scelta di civiltà ed una “tragedia della libertà” (secondo la pertinente definizione di Stefano Zecchi), ma prima ancora fu un imperativo categorico imposto da elementari esigenze di salvezza fisica. Chi fosse rimasto senza appiattirsi sulle posizioni dell’usurpatore, vale a dire sull’ortodossia nazional-comunista, avrebbe rischiato la vita come accadde alle 16.500 Vittime (come da stima di Luigi Papo) uccise nelle voragini carsiche, nelle acque dell’Adriatico, nei campi di detenzione jugoslavi e più generalmente in quello che Italo Gabrielli, con felice sintesi, ha definito “Genocidio programmato”.
Fiume, Molo Adamich, fotografia del 1900, a cura del Libero Comune di Fiume in Esilio.

Emblema tipico della tragedia Giuliana sono le Foibe disseminate sul territorio regionale (nella sola Istria ne sono state catalogate oltre 1700), talvolta profondissime, spesso inesplorate: per gli assassini, agevole mezzo di esecuzioni in massa e di occultamento dei propri delitti. Quasi tutte sono rimaste in territorio jugoslavo, poi croato o sloveno, e quindi più difficilmente accessibili, mentre quelle di Basovizza e Monrupino, dislocate nell’immediato retroterra italiano di Trieste, hanno permesso di erigerle a Sacrari dedicati alla documentazione storica ed alle onoranze in suffragio delle Vittime.
Il Ricordo di maggiore impatto emotivo e simbolico è quello che si vive a Basovizza: non una Foiba in senso stretto, ma il pozzo di una vecchia miniera dalle pareti verticali, la cui profondità all’epoca dei fatti era superiore ai 250 metri. Qui, nel maggio 1945 ebbe luogo un’agghiacciante tragedia collettiva: le forze partigiane di Tito, giunte a Trieste prima degli Alleati, instaurarono il terrore per i plumbei “quaranta giorni” di occupazione. Secondo testimonianze di fonte anglo-americana, le sole Vittime della città di San Giusto furono parecchie migliaia: in parte, uccise proprio nella Foiba di Basovizza, in un clima da tregenda aggravato da surreali angherie fisiche e morali sui morituri, condannati ad una fine raccapricciante senza colpe, senza motivazioni, senza una parvenza di giudizio.
Quadro di G. Milotti. Lascito Andrea Ossoinack, a cura delle Leghe fiumane.

In tempi successivi, quando il pozzo fu oggetto di prospezioni per quanto consentito dalla struttura e dalle difficoltà di discesa, si ebbe modo di verificare che la profondità era notevolmente diminuita. Non fu possibile procedere al recupero delle Vittime, diversamente da quanto era accaduto altrove, ma alla Foiba di Basovizza venne riconosciuto un ruolo di memento e di esercizio della “pietas” dovuta a tutti i Morti, dapprima con la stele tuttora visibile accanto al Sacrario (dove i congiunti dei Caduti possono apporre un ricordo personalizzato ed un segno di Fede), e nel 1992 con l’elevazione alla dignità di Monumento Nazionale, completato da un Centro di documentazione e dai ricordi lapidei posti in opera a cura delle Associazioni d’Arma.
Quella “pietas” è diventata oggetto di autorevoli riconoscimenti ai più alti livelli. Qui, basti ricordare la cerimonia del Ricordo tenutasi al Senato della Repubblica il 10 febbraio 2014, quando il Maestro Uto Ughi, figlio di Esuli dall’Istria, volle dedicare il suo concerto ai Martiri delle Foibe, caduti “senza conforto”.
Stele alla Foiba di Basovizza, notturno

Oggi, Basovizza si può definire a ragion veduta un luogo di culto in cui lo scorrere del tempo e la logica dell’oblio sono stati finalmente esorcizzati, affidando ad una testimonianza tangibile, nella sua austera sobrietà, la perpetuazione di un Ricordo che non costituisca un semplice atto formale ma consenta la maturazione di una consapevolezza storica dei valori umani, civili e patriottici per cui il popolo giuliano, istriano, fiumano e dalmata volle impegnarsi fino all’estremo sacrificio: esempio di Fede e nello stesso tempo, sprone alla Speranza».
                                            Carlo Cesare Montani, esule da Fiume. Trieste


Arrigo Ricotti, L’Arco roman de Fiume, acquerello su carta, cm 33 x 48, firmato e datato in basso a destra: “A. Ricotti, 1953”. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine


Qui sotto c’è un video (del 2017) di poco più di 3 minuti (con fotografie e musica) prodotto dai giovani della classe III Media “Giovanni Cena” di Latina, sulla loro visita alla Foiba di Basovizza, accompagnati dai rispettivi insegnanti.

Poesia di Arrigo Ricotti

Dopo l’intervento di Carlo Cesare Montani sul tema del Giorno del Ricordo 2017, vorrei proporre al lettore una serie di versi in rima, composta nel 1948.
La seguente poesia è di Arrigo Ricotti, artista di Fiume, che la scrisse in esilio proprio nel 1948. Arrigo Ricotti si fece notare sin dal 1897 nel Circolo letterario di Via Sant’Anna di Fiume.
Questo testo contiene un cenno al Trattato di pace di Parigi del 1947, “infame de condana” e scritto in dialetto, senza doppia consonante! È interessante nella composizione l’uso del dialetto fiumano in mescolanza con la lingua italiana. 
Si riproduce il testo dall’originale dattiloscritto, con correzioni a penna rossa, firmato dall’autore con lo pseudonimo di “Argo”,  ma con l’aggiunta a penna dell’architetto Carlo Conighi riguardo all’autore vero: “Arrigo Ricotti”. Il componimento fa parte della Collezione di Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume; ora in: Coll. Privata Udine.

Nostalgia

Quando mi penso a ti, Fiume diletta
sento una streta al cor, sento un rimpianto
per tempi che ti, ti eri la “Vedetta”
d’Italia e ‘l suo baluardo sacrosanto.
Vedo mi allora le tue case in Riva
della Fiumara fino oltre Cantrida
vedo la Torre in Corso e come viva
sul nostro tricolor l’aquila fida
e vedo el Domo, el Colle de San Vito
le alture de Cosala e de Drenova
el Tempio dei Caduti, bianco e ardito
e Val Scurigna, con la Strada Nova.
Co penso che ‘sta bella cittadina
specciante le sue case sul Carnaro
oggi, de giorno in giorno, più declina
per un destino barbaro ed amaro.
Co penso che le larghe sue contrade
e che le Calli della Cittavecia
al nostro bel parlar solo abituade
a un altro parlottar le presta orecia.
Co penso che al completo i cittadini
de fronte al invasor i ze migradi
e che, nel stesso posto, contadini
in massa dai Balcani i xe caladi.
Co penso che anche ti Fiume italiana
oggi ti ze cussì sacrificada
da un tratato infame de condana…
l’anima mia se sente rivoltada.
Ma el giorno venirà che tutti i
torti portadi alla città sempre italiana
contro el opressor sarà ritorti
in date, che speremo no lontane.
La paze gaveremo sul Carnaro
che dal Monte Maggior al confine
da Dante già segnà, contro el straniero
che tien in schiavitù Terre latine.
Per l’isole che l’Adria ne incanala
per Pola, per Parenzo, Fiume e Zara
tutte città de origine romana
allora cessarà la sorte amara.
Quel giorno vederemo i veci altari
che avemo abbandonà col cor in pianto:
e ritornadi ai nostri posti cari
innegerà all’Italia il nostro canto.

Novembre 1948
                                   Argo

                        (Arrigo Ricotti)

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Cartoline della Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine. 


Monumento alla Foiba di Basovizza, notturno
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Riferimenti bibliografici nel web
Conferenza tenuta a Udine il 16 settembre 1955, col titolo: “Entrata di D’Annunzio a Fiume”. Relatore fu l’architetto Carlo Leopoldo Conighi (Trieste 04.07.1884-Udine 05.01.1972), legionario fiumano e, al tempo, presidente della Lega Fiumana, aderente all’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia – ANVGD, Comitato provinciale di Udine. Rielaborazione a cura di Elio Varutti, Udine 10 febbraio 2014, per la conferenza di Martignacco, provincia di Udine, 15 marzo 2014, sul tema di D’Annunzio.

giovedì 29 dicembre 2016

Da Besozzo giovani parrocchiani alla foiba di Basovizza

Dalla provincia di Varese, in Lombardia, hanno fatto una visita pellegrinaggio con Padre Giuseppe Andreoli il 28 dicembre 2016. 
Riceviamo e volentieri pubblichiamo una cronaca della visita dei ragazzi della parrocchia di Besozzo, in provincia di Varese, al Sacrario Nazionale di Basovizza, in provincia di Trieste. Dal 1 settembre 2013 don Giuseppe Andreoli è stato nominato Vicario della Comunità Pastorale “San Nicone Besozzi”, in Besozzo (Varese).
La cronaca della visita pellegrinaggio a Basovizza contiene alcuni commenti personali di Carlo Cesare Montani – esule da Fiume – riguardo al Trattato di pace del 1947 fra Italia e le potenze alleate vincitrici nella Seconda guerra mondiale, oltre alla data del 10 febbraio, definita per legge come Giorno del Ricordo. Per pura combinazione il signor Carlo Montani si trovava con familiari ed amici al Sacrario di Basovizza ed hanno assistito e partecipato alla «commovente preghiera ed una benedizione in onore di tutti i caduti». Poi, ai piedi della stele è stato posato un piccolo albero di Natale.
Il titolo dell’articolo e il testo seguente sono stati stilati dallo stesso Autore, che ringraziamo per la diffusione e pubblicazione. (elio varutti)
Parrocchiani di Besozzo, in provincia di Varese, in pellegrinaggio al Sacrario Nazionale di Basovizza, in provincia di Trieste.

ARIA NUOVA PER IL CONFINE ORIENTALE
Illusioni labili e speranze emergenti ad un settantennio dal Diktat

Il 10 febbraio 2017 ricorrono settant’anni dalla firma del trattato di pace che sottrasse iniquamente all’Italia tutta la Dalmazia e gran parte della Venezia Giulia, ed il 30 marzo si compiono 13 anni dalla promulgazione della Legge istitutiva del Ricordo (individuato proprio nel 10 febbraio di ogni anno) approvata dal Parlamento italiano con voto quasi unanime, per cancellare la vergogna di un lungo ostracismo e di un colpevole oblio, volutamente programmati dalle vecchie forze politiche in ossequio al dialogo con la Repubblica federativa jugoslava, e dopo la sua dissoluzione, a quello con le nuove realtà statuali di Slovenia e Croazia.

Sono due anniversari importanti e convergenti: da una parte, per la necessità di onorare la storia nella sua essenza manzoniana di “guerra contro il tempo” avente lo scopo di conoscere le origini per comprendere come si possa costruire un avvenire migliore; e dall’altra, per il bisogno altrettanto ineludibile di ottimizzare ed attualizzare il Ricordo, che strada facendo ha assunto il carattere sempre più palese di una mera ritualità ripetitiva.

Occorre una presa di coscienza critica e matura circa le prospettive avvenire di un popolo che, a suo tempo, fu oggetto di un vero e proprio genocidio, ben dimostrato dai 350 mila Esuli e dalle 20 mila Vittime innocenti, o meglio, colpevoli dell’imperdonabile “delitto di italianità”. Un popolo che ha dovuto confrontarsi con la legge di natura, nel senso che la prima generazione dell’Esodo è quasi scomparsa, e che quelle successive sono state pesantemente condizionate dalle dispersioni di una diaspora in parte inevitabile, ma in parte non meno consistente, pianificata da Governi di varia estrazione politica.
Cippo di Basovizza, sopra la foiba, o pozzo minerario che dir si voglia

Da questo punto di vista, il nuovo millennio coincide con una svolta storica. Da un lato, persistono le lamentazioni di quanti sono costretti a constatare la crisi in cui si dibattono le Organizzazioni e la stessa stampa giuliana e dalmata in Esilio, attribuendone la responsabilità prioritaria al disimpegno della “Casta” senza tenere conto che gli anni migliori erano stati quelli in cui il supporto finanziario delle Istituzioni era di là da venire, quasi a sottolineare la priorità del problema, non solo generazionale, della formazione etica e politica e del conseguente apporto volitivo. Da un altro lato, invece, si cominciano ad intravvedere commendevoli spunti innovativi, ad iniziativa di una base più ampia, lontana anni luce dalle illusioni - per non dire peggio - dei vecchi padroni del vapore.

Chi si fosse trovato a visitare il Sacrario Nazionale di Basovizza in un qualsiasi pomeriggio invernale come quello del 28 dicembre, avrebbe potuto aprire il cuore alla speranza nel vedere il composto pellegrinaggio giovanile della Parrocchia di Besozzo (Varese), guidata per l’occasione da Padre Giuseppe Andreoli: un nome che vale la pena di menzionare a futura memoria, se non altro per le attenzioni suscitate in una cinquantina di ragazzi, non soltanto studenti, nei confronti di una tremenda sciagura nazionale come quella dell’Esodo e delle Foibe, troppo spesso dimenticata, o nella migliore delle ipotesi, oggetto di qualche riferimento transeunte, assimilabile a quello dell’acqua sui tetti.

Le immagini di compostezza e di deferente ossequio sono visibili nelle fotografie, ma non dicono ancora tutto. Bisogna sapere, infatti, che al termine del pellegrinaggio tutti i presenti, compresi altri visitatori casuali, si sono uniti in preghiera ed hanno ricevuto la Benedizione, in un’ideale comunanza con le Vittime della grande tragedia storica dei massacri indiscriminati e delle fughe per la vita. Attenzione, rispetto e desiderio di apprendere sono stati condivisi in modo ineccepibile, che deve essere sottolineato con favore, al pari dell’accortezza con cui la regia del pellegrinaggio aveva predisposto la sosta al Sacrario.

Non si è trattato di un episodio unico, anche se di spessore molto particolare per la contestualità dell’esperienza di fede. Infatti, già nella scorsa primavera, un gruppo di analoghe dimensioni, scelto fra i migliori studenti degli Istituti superiori bresciani pervenuti alla maturità, aveva compiuto una visita analoga, con la guida della stampa locale e con un’opportuna esegesi storica, certamente competitiva con quella che, nella media, viene offerta dalle strutture scolastiche, troppo spesso carenti di specifica preparazione, tanto più che parecchi libri di testo propongono interpretazioni riduttive di Esodo e Foibe, se non anche autentici falsi storici, come quello secondo cui nel 1947 la Venezia Giulia e la Dalmazia sarebbero state “restituite” alla Jugoslavia, che invece non vi aveva potuto esercitare la propria sovranità per una ragione molto semplice: la propria inesistenza fino all’indomani della Grande Guerra.
I giovani di Besozzo davanti alla stele di Basovizza

Nell’ambito delle Organizzazioni giuliane, istriane e dalmate, qualcuno ha sollevato dubbi sulle celebrazioni avvenire del Ricordo, alla luce del disimpegno finanziario del Governo nei confronti della stampa dell’Esilio (pur appiattita su posizioni politicamente corrette), come se esistesse un rapporto sinallagmatico fra erogazioni e manifestazioni, senza il quale resterebbero soltanto l’impotenza, ed a seguire, il “de profundis”. Si tratta di un ragionamento che chiarisce al di là di ogni dubbio la logica che presiede ad una certa tipologia di Ricordo, e che sottolinea la necessità di esorcizzarla a favore di una memoria condivisa dai non addetti ai lavori, ed in primo luogo dai giovani: ciò, nel quadro di un arduo ma indilazionabile recupero dei valori “non negoziabili” di civiltà e di giustizia per cui troppi Martiri diedero la vita e che ripropongono, anche ai giorni nostri, lo stesso imperativo categorico.

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Servizio giornalistico e fotografico di Carlo Cesare Montani, ove non indicato diversamente.
Networking e premessa di Elio Varutti.
Una significativa immagine di Turismo FVG


venerdì 16 settembre 2016

Piccola Vedetta Fiumana, giornale dell’esilio, 1951

Voglio recensirlo anche se il volume è stato edito nel 1993 dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Firenze. Scritto da Carlo Cesare Montani, il libro ha per titolo: “La Piccola Vedetta Fiumana. Storia di un periodico dell’esilio”. Il giornale in questione ebbe vita nel 1951.
Cartolina del 1914

Contiene una Premessa di Sira Leghissa, presidente del sodalizio fiorentino degli esuli giuliano dalmati. Nella Prefazione Paolo Venanzi, direttore de «L’Esule», spiega che il giornale nacque nel mese di aprile del 1951 per opera di un “pugno di patrioti”, come Ugo Longo e Giovanni Perini.
È il primo periodico dell’esilio per i fiumani, dato che «La Voce di Fiume» sorse alla fine degli anni Sessanta. Montani – secondo Venanzi – effettua un’analisi profonda e a tratti sorprendente nel solco del fiumanesimo
Sin dai primi numeri il giornale portò a conoscenza il mondo degli esuli sulla storia di Fiume. Altre pagine interessanti furono dedicate alla cultura, alle questioni sociali, come il problema della casa ed alle cronache spicciole, come la vita dei fiumani dell’esodo sparsi per l’Italia.
Poi il giornale naufragò in una diatriba politica tra esponenti della DC e del PLI da un lato ed altri che facevano riferimento al MSI, che a giudizio di Ugo Longo non poteva garantire il rispetto della legalità nella battaglia irredentista (pag. 34).
Spedito il primo numero in mille copie, si ebbe la reazione di 137 lettere alla redazione, delle quali solo 3 di critica. L’esperienza de «La Piccola Vedetta Fiumana» durò una sola stagione, con Ugo Longo nella veste di direttore responsabile. Giovanni Perini era il condirettore, dimessosi dopo l’uscita del secondo numero, per le citate questioni politiche. I collaboratori sono stati: Elio Conighi, Giovanni Fletzer, Ruggero Gherbaz, Max Marelli, Alceo Minich ed Evelino Pizzarotti. I corrispondenti sono così elencati: Giacomo Pasquali, Luigi Peteani, Armando Sardi e Mario Valeri Manera.
Mi piace accennare al fatto che Elio Conighi (Fiume 1930 – Trento 1986) è figlio di Giorgio Conighi, alpino a Udine nella Grande Guerra e poi legionario fiumano e capitano assieme a Nino Host Venturi dei giovani volontari di Fiume (Legione Fiumana) che nel 1919 si erano schierati con Gabriele D’Annunzio, per l’annessione di Fiume all’Italia.
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Carlo Cesare Montani, La Piccola Vedetta Fiumana. Storia di un periodico dell’esilio, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Firenze, 1993, pagg. 96, no foto.