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venerdì 26 aprile 2019

Visita d’istruzione a Gonars sul sito del Campo di concentramento fascista


La Parrocchia di S. Pio X di Udine, col suo Gruppo culturale, ha voluto questo viaggio della memoria. Così il 25 aprile 2019 una dozzina di persone ha effettuato una visita d’istruzione al luogo dove esisteva il Campo di concentramento fascista di Gonars. Guidati da Tiziana Menotti, i visitatori hanno potuto constatare come non ci sia nemmeno un cartello sulla strada che indichi il campo. Se uno non sa che quello è il sito del campo, ci passa davanti indifferente.

C’è all’interno dei prati un monumento costituito da quattro mosaici (che riprendono 4 disegni degli internati pittori) inseriti su 4 supporti a forma di colonnina. Poi c’è un rotolo di filo spinato, oltre a 4 pennoni senza bandiere. C’è anche una tabella esplicativa con poche righe e una foto. Tutto qui. Al cimitero si ragiona un po’ di più. A memoria del campo di concentramento di Gonars, per iniziativa delle autorità jugoslave nel 1973, lo scultore Miodrag Živković realizzò un sacrario nel cimitero cittadino, dove in due cripte furono trasferiti i resti di 453 cittadini sloveni e croati internati e morti nel campo di concentramento.
La comitiva di gitanti di Udine sud ha poi fatto una visita anche alla stupenda chiesetta di Gris, nel vicino comune di Bicinicco.
Il Gruppo culturale di S. Pio X, sorto nel 2016 sulla spinta di don Paolo Scapin, parroco di S. Pio X si dedica ai temi della Shoah, dell’esodo giuliano dalmata e della detenzione nei campi di concentramento. Si voleva ricordare il parrocchiano e beneamato maestro elementare Alfredo Orzan (1930-2017), cantore di Baldasseria. Il Gruppo culturale anche con don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X dal 24 luglio 2018, si è occupato di organizzare conferenze e mostre di fotografia, d’arte nonché spettacoli teatrali con particolare riferimento alla Parrocchia di San Pio X di Udine. Sono appartenenti al gruppo: Tiziana Menotti, Elio Varutti, Germano Vidussi, Anna Del Fabbro e Gregorio Zamò. Il Gruppo culturale collabora con l’Associazione Insieme con Noi, con gli Alpini di Udine sud, con l’ANED di Udine, con l’ANVGD di Udine e con altri organismi del territorio.

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Fotografie di Francesco Saverio Comisso, che si ringrazia per la gentile concessione alla diffusione e pubblicazione. Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti su informazioni di Tiziana Menotti.

venerdì 1 febbraio 2019

Tarcento, Giorno della Memoria parlando del Ghetto di Varsavia e del Campo di Arbe


Non pare neanche vero che un Campo di concentramento possa salvare delle vite. Bisogna dire che l’Italia fascista, con la Germania, invade la Jugoslavia nel 1941. Nelle zone di occupazione italiana e in altre parti vengono relegati nei campi di concentramento (come a Gonars e a Arbe) gli allogeni, come vengono chiamati gli sloveni o i croati dissidenti o ribelli.
Tarcento, Giorno della Memoria. Fotografia di Bruno Bonetti

Succede altresì che, dal 1941 al 1943, al Campo di concentramento dell’Isola di Arbe, in Dalmazia, l’Esercito Italiano sottrae 2.180 ebrei iugoslavi dalle grinfie del nazisti e degli ustascia croati.  Per i piani di Hitler dovevano finire essi ad Auschwitz, noto Campo di sterminio. È una storia poco nota. Certi storici sono stai troppo impegnati a glorificare ogni forma di resistenza antifascista, oscurando la figura dell’italiano-brava gente.
Le cose cambiano dopo il 1989, con la Caduta del Muro di Berlino e il venir meno delle ideologie. Con la Legge italiana del 20 luglio 2000, n. 211, istitutiva del Giorno della Memoria e dalla analoga risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, c’è più consapevolezza sul tema della Shoah. Così si fa chiarezza e si rende giustizia a quegli ufficiali italiani che, rischiando la vita, si sono prodigati per evitare la deportazione di migliaia di ebrei. Di queste notizie ha parlato il professor Elio Varutti nella Biblioteca di Tarcento il 30 gennaio 2019, in occasione del Giorno della Memoria.
Ha aperto i lavori dell’incontro Luca Toso, vice sindaco di Tarcento, portando i saluti della Civica Amministrazione, presente in sala con altri consiglieri comunali, come Luca Paolone e  Luisa Fossati. In seguito è intervenuta la seconda relatrice della riunione, la studiosa Tiziana Menotti sul “Ghetto di Varsavia”.
Tarcento, Tiziana Menotti relatrice al Giorno della Memoria. Fotografia di E. Varutti

Tra i grattacieli di Varsavia. Ciò che resta del ghetto più grande d'Europa
“Prima del 1939, a Varsavia viveva la comunità ebraica più grande d'Europa con circa 400.000 unità – ha detto Tiziana Menotti – Nel marzo 1940 i nazisti ordinarono di recintare la zona abitata tradizionalmente dagli ebrei. L'operazione terminò il 16 novembre 1940, quando il ghetto, indicato ufficialmente come quartiere residenziale ebraico, fu chiuso definitivamente”.
Il ghetto di Varsavia era il più grande d'Europa anche per superficie (4 km²). Il muro che lo delimitava era alto 3 metri e lungo 18 chilometri. Nel ghetto vennero inglobate 73 delle 1800 vie della città comprendenti 27.000 appartamenti, un cimitero, un campo sportivo, 14 orfanotrofi, alcuni teatri, negozi e ristoranti di lusso per gli ebrei facoltosi. L'estensione del ghetto subì vari ridimensionamenti. Nel 1941 furono creati il ghetto piccolo (100.000 ebrei) e il ghetto grande (300.000 ebrei).
Tarcento, Giorno della Memoria, parte del pubblico in sala. Fotografia di E. Varutti

Nel ghetto imperversavano la fame, le malattie e la morte. Nel 1941 vi morirono circa 100.000 persone. Il 22 luglio 1942 iniziò la “Grande Operazione“, la deportazione, durata quasi 2 mesi, di circa 265.000 ebrei nel vicino campo di sterminio di Treblinka, attivo dal 23 luglio 1942. Ogni giorno venivano deportate dalle 2000 alle 13.500 persone che morivano subito dopo l'arrivo nel lager. Tra il 18 e il 22 gennaio 1943, in occasione dell'ennesimo tentativo di deportazione, gli ebrei si difesero per la prima volta con le armi. La rivolta culminò con l'eroica insurrezione del ghetto di Varsavia (19 aprile -16 maggio 1943), che costò la vita ai circa 60.000 ebrei sopravvissuti alla deportazione. Il ghetto di Varsavia è andato completamente distrutto.
“Al suo posto, oltre a un  frammento di muro e ad alcune tracce dei suoi vecchi confini sparse tra i grattacieli della città – ha concluso la Menotti – si snoda un commovente percorso della Memoria che accompagna il visitatore fino alla Umschlagplatz, nella parte più a nord del grande ghetto, da dove partivano ogni giorno i convogli diretti a Treblinka con il loro carico umano destinato alle camere a gas”.
Tiziana Menotti (Udine 1954) è medico e slavista, appassionata di lingua e cultura ceca. Fotografia di Leoleo Lulu
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

sabato 29 settembre 2018

Mostra di disegni dei deportati sloveni e croati al Campo di concentramento di Gonars (UD), 1942-1943


È stata inaugurata una mostra di carattere storico il 28 settembre 2018 a Palazzo Morpurgo di Udine. A portare il saluto del sindaco Fontanini è stato Alessandro Ciani, assessore comunale all'Edilizia privata, essendo in convalescenza Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura. “Questa è una mostra interessante e toccante sui fatti della seconda guerra mondiale – ha detto Ciani – perciò vi auguro una buona visita alla rassegna e ringrazio gli organizzatori per questa iniziativa”.
Nikolaj Pirnat, Senza titolo, Gonars 1942. Fotografia di E. Varutti

L’originale rassegna espositiva si intitola: 1942-43: la Storia che ci ri-guarda. Il dottor Mario Cordaro e gli artisti sloveni e croati nel campo di concentramento di Gonars.
Ha aperto gli interventi Monica Emmanuelli, direttrice dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di Udine (Ifsml). “Questa mostra nasce da un progetto del 2017 messo in atto con la precedente amministrazione comunale – ha detto Emmanuelli – che è stato confermato dalla nuova giunta e penso che proverete delle grandi emozioni nel vedere i disegni dei deportati sloveni e croati in queste sale”.
Udine, Palazzo Morpurgo, Alessandro Ciani, assessore comunale porta il saluto del sindaco, accanto a Monica Emmanuelli e Paola Bristot. Fotografia di Leoleo Lulu

In mostra è esposta una raccolta di disegni originali realizzati dagli internati del Campo di concentramento di Gonars. Molti di essi sono inediti. Detti disegni sono stati donati in segno di riconoscenza al dottor  Mario Cordaro, medico del campo dal 1942 al 1943. Nel Dopoguerra la collezione si ampliò grazie ai rapporti di amicizia instaurati con alcuni degli artisti prigionieri. Lo scultore NikolajPirnat realizzò anche un busto in gesso, ora esposto presso il Museo di storia contemporanea della Slovenia a Lubiana. A palazzo Morpurgo è in mostra la copia in bronzo, di proprietà della famiglia Cordaro. Saranno inoltre presentati alcuni documenti d’archivio, strumenti clinici d’epoca e un prezioso prestito di 13 disegni del Museo di Storia contemporanea della Slovenia che offre un prospetto più ampio e completo del difficile periodo in cui il dottor Mario Cordaro si trovò ad operare.
Udine, Palazzo Morpurgo, una delle opere in mostra, del Museo di storia contemporanea della Slovenia a Lubiana. Fotografia di Leoleo Lulu

All’inaugurazione hanno parlato anche Paola Bristot, per sottolineare il valore artistico delle opere esposte, oltre al dato storico, ancora poco noto ai friulani e agli italiani. Per ultimo ha portato il saluto dei discendenti del dottor Coradro un nipote del bravo medico. “Siamo onorati di partecipare a questa iniziativa culturale – ha detto Emanuele Rampino – per ricordare il senso di umanità di mio nonno, che era il medico del Campo di concentramento di Gonars, che portava agli artisti rinchiusi le matite, i fogli di carta ed altri strumenti per disegnare e dipingere”.
Udine, Palazzo Morpurgo, l'intervento di Emanuele Rampino che ricorda il nonno Mario Cordaro, medico al Campo di Gonars. Fotografia di E. Varutti

La mostra è stata curata da Monica Emmanuelli e da Paola Bristot, per la realizzazione dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di Udine (Ifsml). Gli allestimenti espositivi sono su progetto dell’architetto Marco Pasian. Alla realizzazione della mostra hanno contribuito lo studio VivaComix, in collaborazione con il Comune di Udine, Udine Musei, il Muzej Novejše Zgodovine Slovenije (Museo di storia contemporanea della Slovenia a Lubiana), il Centro medico Coram di Udine, oltre al contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

Biografia di Mario Cordaro
Nato a Giardini Naxos nel 1910, dopo gli studi a Catania in Medicina, si perfeziona in Ematologia prima a Catania, quindi a Praga (1938-1941). Richiamato in Italia alle armi, venne destinato a Gonars, dove restò fino al momento dell’Armistizio, l’8 settembre del 1943. Si fermò in Friuli, prima a Cividale, quindi a Udine, dove nel 1973, in collaborazione con la figlia, dott.ssa Dagmar Maria Cordaro e il genero, dott. Antonio Rampino, fondò l’Istituto Diagnostico Friuli Coram, dove fu attivo fino al 1994, anno della sua scomparsa.
L’interesse per la sua figura nasce dalla volontà di approfondire le conoscenze storiche e artistiche rispetto alla sua sensibilità oltre che umana, artistica. Durante lo svolgimento del suo servizio come Medico e Interprete a Gonars, riuscì a costruire un rapporto di fiducia e di stima reciproca con gli internati del Campo di Internamento, in particolare con gli artisti in esso rinchiusi. Forniva loro i materiali artistici per consentire il proseguimento della loro attività e trovare la forza di sopravvivere in quella drammatica situazione.
La collaborazione lo spinse a dare ai prigionieri ruoli di coordinamento o di infermiere e aiutante di infermeria, stabilendo e facilitando le comunicazioni interpersonali. Le memorie di quegli anni sono state recentemente pubblicate nel libro “Album. 1942-43” (Viva Comix, Gaspari, 2015).

F. Scagnetti, Panorama del campo 1942, gouache su carta. Fotografia di E. Varutti

Pezzi di storia
Certi pezzi di storia sono venuti a galla negli anni 1990-2000. Ad esempio alcuni studiosi sloveni in quegli anni hanno riferito notizie del Campo profughi di Gonars. Si tratta di Franc Perme, Anton Zitnik, Franc Nucic, Janez Crnej, Zdenko Zavadlav, che con la loro ricerca intitolata Slovenjia 1941, 1948, 1952. Tudi mi smo umrli za domovino, hanno anche riportato notizie sul comportamento dell’esercito italiano nei confronti di una parte della nascente resistenza iugoslava. Allora c’è il generale Robotti, comandante delle autorità italiane di Lubiana occupata ed annessa al Regno d’Italia, intenzionato ad aprire “campi di concentramento per l’internamento delle persone sospettate, poiché a Lubiana ve ne erano detenute già 200 e ci si aspettava che il numero avrebbe raggiunto i 1.000” (Slovenjia 1941, 1948, 1952. Tudi mi smo umrli za domovino, p. 129).
Anonimo, Il campo di notte, gouache su cartoncino. Fotografia di E. Varutti

Poi nel volume degli studiosi sloveni c’è anche un po’ di Friuli. È fatto cenno al Campo di concentramento di Gonars, per detenere sospetti sloveni e croati (p. 128). Qui finiscono molti ufficiali sloveni, con un aiutino dato ai militari italiani da parte della Osvobodilna Fronta (OF), ovvero il Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno. Infatti i primi partigiani, sapendo che molti degli ufficiali sloveni erano monarchici e non comunisti, li precettarono ad entrare nell’OF con delle cartoline aperte, cosicché l’esercito italiano venne a sapere i loro indirizzi e li prelevò tutti senza tanti problemi.
Ivan Garbajs, Panoramica del campo 1942, gouache su carta. Fotografia di E. Varutti

Poi sono menzionate le trattative di Tapogliano del 15 giugno 1944. Artefice di tale iniziativa è il prefetto di Gorizia, conte Marino Pace, che prese contatti coi capi partigiani comunisti per azioni di non aggressione (pp. 350-353). Per ringraziare l’OF dei vari favori fatti all’esercito sabaudo imperiale, nel 1943 il generale Cerutti, comandante della divisione “Isonzo” a Novo Mesto “aveva mandato tre vagoni di armamenti, munizioni e divise militari italiane per l’Esercito di Liberazione del Popolo” (p. 144).
Ancora oggi la storia del Campo di concentramento di Gonars, in provincia di Udine è poco nota agli italiani. Bisogna chiarire che sin dal 1941, quando l’Italia fascista invade la Jugoslavia ed annette alcune parti del suo territorio, come la provincia di Lubiana o il Governatorato della Dalmazia, viene organizzata dall’esercito italiano l’operazione di concentramento di militari e civili iugoslavi, per sottrarli alla nascente resistenza contro gli invasori. I primi campi attivi in Friuli e nella Venezia Giulia furono quelli di Cighino e di Gonars. Il primo era sito vicino a Tolmino, in provincia di Gorizia, mentre il secondo era a sud di Udine. Nel 1942 a Gonars – ha scritto Alessandra Kersevan nel suo Lager italiani – c’erano oltre 4.200 internati civili, bambini inclusi.
M. Lebez, Ritratto dottor Cordaro 1942, olio su tela. Fotografia di E. Varutti

Nel 2012 è stato prodotto un interessante documentario del regista Dorino Minigutti. Il regista friulano ha aperto una pagina dimenticata della storia del ‘900. È quella dei campi di concentramento italiani dove vennero internati gli abitanti di interi villaggi sloveni e croati. Ci furono migliaia di vittime per stenti in quei campi.
Il documentario di Minigutti racconta l’inedita storia di un gruppo di bambini sopravvissuti ad uno di quei campi, come a Gonars. Si intitola Oltre il filo. L’audiovisivo accompagna i bambini di allora in un viaggio nella memoria. Artisti e studenti dell’Accademia di Lubiana, internati nel campo, riuscirono a ritrarre durante la prigionia i volti e la vita dei detenuti. Anche i bambini prigionieri, una volta scappati dal campo dopo il 1943, raccontarono con disegni e componimenti inediti quella terribile esperienza. Nel film i protagonisti riflettono sui propri traumi, su quei segni invisibili che li hanno accompagnati nel corso della vita. Poi rivedono alcuni disegni di allora e rileggono quei componimenti.


Chi c’era?
All’inaugurazione della mostra è capitato di vedere la presenza di Andrea Zannini, professore ordinario di Storia moderna all’Università di Udine; Maurizio Rocco, presidente dell’Ordine dei Medici di Udine; Gianni Ortis, presidente dell’Istituto friulano per la storia del Movimento di liberazione; Romeo Mattioli, già consigliere comunale (PSI) dal 1975 al 2003 e di Gianpaolo Borghello, già direttore del dipartimento di italianistica a Udine.

Tra i tanti partecipanti c’erano Augusta De Piero, già consigliere regionale; Tiziano Sguazzero, ricercatore dell’Ifsml; l’ex onorevole Gianna Malisani (PD) e Alfredo Gon, dell’ANPI di Manzano. C’erano poi Vania Gransinigh, responsabile dell’Unità Organizzativa coordinamento scientifico Musei di Udine e il professor Elio Varutti, vice presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).

Una vetrina della rassegna con caricature. Fotografia di Leoleo Lulu

Orari di visita della mostra a Palazzo Morpurgo
La mostra 1942-43: la Storia che ci ri-guarda. Il dottor Mario Cordaro e gli artisti sloveni e croati nel campo di concentramento di Gonars si potrà visitare da sabato 29 settembre a domenica 28 ottobre 2018, il giovedì e il venerdì dalle 15.00 alle 19.00, il sabato e la domenica sia la mattina dalle 10.00 alle 13.00, sia il pomeriggio dalle 15.00 alle 19.00 con ingresso libero.
Per le scuole sono previste visite guidate su prenotazione telefonando al numero telefonico 0432.295475, oppure al fax fax 0432.296952, o scrivendo al seguente indirizzo di posta elettronica archivio@ifsml.it
Per alte notizie si può scrivere, in posta cartacea, anche a: Istituto Friulano Storia Movimento Liberazione, Viale Ungheria, 46 - 33100 Udine.

Nikolaj Pirnat, Dottor Cordaro, busto in bronzo, 1942. Fotografia di E. Varutti


Filmografia
Dorino Minigutti, Oltre il filo / Over the line, Zavod Kinoatelje (SLO), Agherose (I), Focus Media (HR), 2012.

Bibliografia essenziale
- Paola Bristot (a cura di), Album 1942-43. I disegni del campo di concentramento di Gonars. Collezione Cordaro, Udine, Gaspari, 2015.

- Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascista per civili iugoslavi 1941-1943, Roma, Nutrimenti, 2008.

- Franc Perme, Anton Zitnik, Franc Nucic, Janez Crnej, Zdenko Zavadlav, Slovenjia 1941, 1948, 1952. Tudi mi smo umrli za domovino, (1.a edizione: Lubiana, Grosuplje 1998, col titolo tradotto: I sepolcri tenuti nascosti e le loro vittime 1941-1948, di Franc Perme, Anton Zitnik, pp. 277), Lubiana Grosuplje, Associazione per la Sistemazione dei Sepolcri Tenuti Nascosti, 2000. Edizione italiana [considerata dagli AA. come la terza]: Slovenjia 1941, 1948, 1952. Anche noi siamo morti per la patria. “Tudi mi smo umrli za domovino”, Milano, Lega Nazionale d’Istria Fiume Dalmazia, Mirabili Lembi d’Italia, [2005, l’anno di stampa è dedotto, fra le pagine 380 e 381, nella didascalia delle fotografie a colori n. 22-23], pp. LXVI-792.
Udine, Palazzo Morpurgo, pubblico fino in strada all'inaugurazione della mostra di disegni di internati sloveni e croati al Campo di concentramento di Gonars. Fotografia di E. Varutti
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Elio Varutti e di Leoleo Lulu, di Udine.

Udine, Palazzo Morpurgo, il plastico del Campo di concentramento di Gonars alla mostra “1942-43: la Storia che ci ri-guarda. Il dottor Mario Cordaro e gli artisti sloveni e croati nel campo di concentramento di Gonars”. Fotografia di Leoleo Lulu

mercoledì 4 aprile 2018

Ebrei al Campo di concentramento fascista di Arbe,1942-1943

È come un tour fotografico al Parco della Rimembranza di Arbe (Rab in croato).
Arbe - Rab (Croazia), Lapide coi nomi dei caduti al Campo di concentramento fascista, Parco della Rimembranza. Fotografia di Giovanni Doronzo

Qui esisteva un campo di concentramento fascista per prigionieri civili, politici croati, sloveni e per ebrei jugoslavi. In base a quanto ha scritto, nel 2008, Loris Palmerini nel suo articolo “Quegli ebrei deportati dall’Istria in nome della razza italiana” è ben documentata l’esistenza del campo di concentramento di Arbe, isola oggi chiamata Rab, in Croazia. L’11 aprile 1941 le truppe italiane occupavano Lubiana, issando il tricolore sabaudo sul castello. L’isola croata di Arbe è occupata dalle truppe fasciste nel 1941 ed annessa il 18 maggio successivo al Regno d’Italia. 
Il 31 gennaio 2018 è stato l’ambasciatore a riposo Gianfranco Giorgolo a sollevare il caso dei 5.000 ebrei salvati dai militari italiani di occupazione in Jugoslavia, con un articolo – lettera aperta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Citando autori ebrei jugoslavi, Giorgolo riferisce “come alti funzionari del ministero degli Esteri italiano, con l'autorizzazione dello stesso ministro Galeazzo Ciano - che ottenne il relativo nullaosta da Benito Mussolini - insieme ad ufficiali superiori delle nostre truppe di occupazione nella ex Jugoslavia per due anni si opposero alle ripetute ed insistenti richieste ustascia e naziste rifiutandosi di consegnare circa 5.000 ebrei fuggiti dalle altre zone della ex Jugoslavia per rifugiarsi in quella occupata dagli Italiani. Eloquente e significativa è anche l'affermazione che gli ebrei salvati – sottolinea Giorgolo – devono la vita agli sforzi compiuti da funzionari e ufficiali italiani, fascisti certo, ma non disposti a partecipare ad un genocidio”.

1. La storia del Campo di Arbe
L’isola di Arbe è oggi una località turistica della Croazia. Come si legge nel sito web “Campi fascisti”, in essa fu attivo l’omonimo Campo di concentramento dal 29 luglio 1942 al giorno 8 settembre 1943. Variano di un paio di giorni, invece, le date nelle tabelle turistiche del Parco della Rimembranza ad Arbe, allestito dalla Repubblica slovena (27 luglio e 11 settembre).
La struttura di detenzione era alle dipendenze del Regio Esercito, II Armata, Intendenza. Il Comandante era Vincenzo Cujuli, Tenente colonnello, dal luglio 1942 all'8 settembre 1943. Il Corpo di guardia era costituito da circa duemila tra militari e carabinieri. Il numero complessivo degli internati, secondo i dati del sito “Campi fascisti”, era circa di 10 mila individui, non presenti contemporaneamente. Il numero accertato dei detenuti deceduti nel campo è di 1.477. Leggendo sempre le stesse pagine web la causa dei decessi è dovuta all’alimentazione insufficiente (cachessia, grave deperimento organico) e a malattie varie.
Un'infilata di tombe al Parco della Rimembranza di Arbe. Fotografia di Giovanni Doronzo 
Nel Parco della Rimembranza, istituito nel 1953, su progetto dell’architetto sloveno Edvard Ravnikar, tuttavia, le tombe con i nomi menzionate sulle tabelle turistiche sono 1.056, mentre sulla lapide è scolpito il numero di 1.433 “vittime del fascismo”. Nell’area museale e di memoria è molto apprezzabile il fatto che le tabelle di indicazione storica siano trilingui: croato, sloveno e italiano.
C’è tuttavia un aspetto inquietante riguardo al Memoriale di Rab del 1953, come si legge nella relativa scheda del sito “A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani”. Vero è che fu edificato in onore delle vittime del Campo di concentramento fascista, ma ciò avvenne con il lavoro forzato degli internati di una altro campo di detenzione. Erano essi i detenuti politici rinchiusi sulla vicina isola di Goli Otok (Isola Calva), utilizzata dal regime comunista jugoslavo come carcere per dissidenti, compresi gli italiani stalinisti, emigrati nel 1946 dai cantieri di Monfalcone, in provincia di Gorizia, ai cantieri di Fiume e di Pola, convinti di contribuire alla edificazione del paradiso socialista di Tito. Ancora una volta la storia di Arbe – Rab si tinge di sangue e di violenza politica. Il memoriale diviene strumento di un nuovo regime autoritario, anziché un sito solenne dove onorare i morti causati dal fascismo.
Gli autori delle indicazioni turistiche e storiche dell’attuale Parco della Rimembranza si sono guardati bene dal segnare le atrocità del regime di Tito. Il memoriale di Rab evidentemente non cita il lavoro forzato dei prigionieri politici del regime comunista jugoslavo che lo costruirono. Né a maggior ragione è stato costruito alcun memoriale a Goli Otok, dove gli edifici dell’isola-prigione sono addirittura in stato di degrado. Per la sua capacità evocativa del periodo più buio della storia del comunismo jugoslavo, Goli Otok è di fatto divenuto un luogo della memoria, pur in assenza di un monumento commemorativo. 
Per ricordare eventi del proprio passato, le società si affidano a rappresentazioni che possono prendere la forma di rituali collettivi quali giornate commemorative, o assumere forme materiali come monumenti, musei e toponimi. Lo storico francese Pierre Nora, tra i primi, ha definito tutte queste rappresentazioni i “luoghi della memoria”. Così concludono gli autori del sito web “A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani”.
Il medesimo sito web “Campi fascisti” menziona lo storico Tone Ferenc (da una sua opera del 2000, p. 20) con i dati sulla nascita del luogo di detenzione fascista di Arbe. Pare che l’idea di erigere un grande campo di concentramento sull’isola di Rab risalga al mese di maggio del 1942. Ciò perché si stavano esaurendo i posti nei campi di prigionia di Lovran, Bakar e Kraljevica. Il sito individuato per la costruzione del nuovo campo di concentramento si trova in località Kampor, non lontano dall’abitato di Arbe – Rab. Esso si estende lungo un’ampia spianata che si trova tra due insenature, perciò vicino al mare.
Il progetto iniziale, secondo i ricercatori di “Campi fascisti”, prevede la costruzione di quattro diverse aree di prigionia (campo 1, campo 2, campo 3, campo 4), per una capienza complessiva di oltre 16 mila posti. Tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto, quando giungono i primi internati provenienti da Lubiana e dalla zona di Cabar – Čabar, sono state costruite solo alcune baracche di servizio e sono state montate le piccole tende da sei posti nel primo campo. Più tardi verrà aperto il campo 3, dove saranno spostati gli internati del campo 1. Nell’autunno del 1942 ha inizio la costruzione delle prime baracche in legno. Nella primavera del 1943 prendono il via i lavori del campo 3, destinato ad accogliere gli ebrei già internati nel campo di Kraljevica e in diverse altre località della Dalmazia (ciò secondo Capogreco, in un libro del 2004, pp. 268-269; citato nel sito web: Campi fascisti). 
In seguito alla capitolazione dell’Italia, nel 1943, i superstiti del Campo di concentramento costituirono incredibilmente la Brigata Arbese (Rapska Brigada) con 1.700 uomini suddivisi in cinque battaglioni, fra i quali un Battaglione Ebraico e una compagnia di Croati di Castua (Kastav), vicino a Fiume.

 Il cancello nell'area Parco della Rimembranza di Arbe. Fotografia di Giovanni Doronzo

2. Se è lo storico a dare i numeri
Ad Arbe 10.564 persone furono internate dai fascisti, tra di essi ci sono 1.027 ebrei. Pochi sono gli italiani, molti deportati sono invece civili croati, sloveni o di altre nazionalità jugoslave. Come per i deportati dissidenti croati e sloveni (prigionieri politici), anche fra gli ebrei molti erano i bambini. Se ne contano 287. Secondo Palmerini “i fini del campo erano lo sterminio e la deportazione e non la sicurezza pubblica”. Lo stesso autore conclude: “Ad Arbe i prigionieri stavano in vecchie tende marcescenti, senza riparo dal freddo, frustati, pieni di pidocchi e cimici, allora dobbiamo ricordarci anche di quelli che furono perseguitati perché diversi nella Venezia orientale, ed erano cittadini italiani del Regno”.
Gli storici, tuttavia, non sono concordi e forniscono cifre differenti sul caso in questione. Per certi studiosi il Campo di concentramento di oppositori slavi a Arbe conteneva 21 mila internati a dicembre 1942. Secondo Marina Cattaruzza (pag. 214 del suo L’Italia e il confine orientale) ed altri esperti gli ebrei in fuga dalla Croazia degli ustascia (alleati dei nazisti) e rinchiusi a Arbe dai fascisti ammontano a 3.500-4.000 individui a novembre 1942. C’è discordanza persino sui morti di tale campo di concentramento: si va dai 1400-1500 defunti secondo gran parte degli storici, fino ai 3500 o, addirittura, ai 4500 individui. Uno tra i primi studiosi a descrivere il campo di concentramento di Arbe è stato Franc Potočnik, con il suo “Il campo di sterminio fascista: l’isola di Rab”, edito a Torino dall’ANPI nel 1979.
Arbe, Parco della Rimembranza, una lapide ricordo della Fondazione "Ferramonti di Tarsia". Il campo di internamento di Ferramonti, nel comune di Tarsia in provincia di Cosenza, è stato il principale (per consistenza numerica) tra i luoghi di internamento per ebrei, apolidi, stranieri nemici e slavi aperti dal regime fascista tra il giugno e il settembre 1940. Fotografia di Giovanni Doronzo

In linea di massima è tuttavia difficile destreggiarsi tra le interpretazioni degli storici, soprattutto se si tratta dei cosiddetti deviazionisti, ossia di coloro che ingigantiscono oppure che riducono le cifre delle tragedie del confine orientale italiano, secondo il proprio tornaconto ideologico.
Dal sito web: Loris Palmerini, “Quegli ebrei deportati dall’Istria in nome della razza italiana”, on-line dal 26 gennaio 2008.

3. Notizie su Arbe dal sito Ebraismo e dintorni
Riguardo agli internati ebrei, ecco cosa ha scritto Marco Severa, nel suo saggio Il campo di concentramento di Rab, on-line dal giorno 11 marzo 2018. Tratto dal sito web:  Il campo di Arbe – sostiene Severa – va ricordato anche per aver ospitato 1027 ebrei, grazie alla protezione dell’esercito italiano, sfuggirono alla deportazione nei lager nazisti. Fin dall’occupazione le forze tedesche e gli ustascia croati, attuarono la deportazione della popolazione ebraica e alcuni dei suoi membri videro nell’esercito italiano, attestato sulla costa dalmata, la possibilità di sfuggire alla cattura. Ed in effetti un migliaio di essi, soprattutto croati, chiesero protezione al generale Mario Roatta che, respingendo non senza fatica le pressanti richieste dei tedeschi, li collocò ad Arbe in internamento protettivo. Fra la capitolazione dell’otto settembre e la riconquista del territorio da parte dei tedeschi, fecero in tempo a trovare riparo presso le truppe di Tito e ad evitare la deportazione.
Nello specifico - aggiunge Marco Severa -, alcune centinaia di ebrei erano concentrati soprattutto nella città di Mostar, l’attuale Bosnia, a cui si aggiunsero migliaia di profughi in fuga dallo Stato Indipendente di Croazia per sfuggire ai massacri commessi appunto dagli ustascia e dai loro alleati  tedeschi. Tranne una parte respinta alla frontiera di Fiume gli ebrei furono accolti nella Dalmazia annessa dall'Italia e la protezione fu estesa anche a quelli che si trovavano nelle zone occupate dalle truppe italiane in Croazia, i quali pur sottoposti a vigilanza continuarono a vivere liberamente. Alla fine del '42 la situazione si rese più complicata quando alle richieste croate di ottenere gli ebrei presenti nei territori occupati italiani si aggiunsero anche le pressioni tedesche. In totale, gli ebrei residenti o rifugiati nella zona di occupazione italiana in Croazia, furono 2.761.
Arbe – Parco della Rimembranza. Il Santuario, fatto al modo delle tende del campo di concentramento e il mosaico, opera del pittore sloveno Mario Pregelj. Fotografia di Giovanni Doronzo

La tragedia che avrebbe colpito gli ebrei in caso di consegna ai propri alleati, fece sì che il Regio Esercito escogitasse pretesti e oppose una serie di rinvii per non procedere ad alcuna consegna degli ebrei internati anche ad Arbe. Si ipotizzò in un primo tempo di internare gli ebrei in locande e alberghi dismessi nella città di Grado, poi si preferì la soluzione del campo di Arbe dove fu allestita appositamente un’area separata, in cui furono fatti confluire complessivamente gli oltre 3.500 nuovi internati. Qui vissero in una condizione sicuramente migliore degli internati slavi potendo ricevere visite esterne e svolgere attività ricreativa, come spiega Marco Severa. 
Le autorità militari e civili che operavano in Jugoslavia nel frattempo avevano esercitato pressioni su Mussolini che revocò le precedenti disposizioni e dispose che tutti gli ebrei sarebbero invece rimasti internati in territorio sotto giurisdizione italiana, une escamotage per sviare alle richieste di consegna degli ebrei con passaporto croato da parte del governo; inoltre gli organi italiani si impegnarono per avviare le pratiche di rinuncia alla cittadinanza croata. Insieme agli ebrei, ad Arbe  furono internati a scopo "protettivo", anche molti serbi sfuggiti alle persecuzioni croate.
Ancora nell’agosto '43 le autorità italiane si preoccuparono dell'incolumità degli internati ebrei immaginando, in caso di ritirata delle truppe italiane, di mantenere un presidio armato affinché gli internati protettivi non cadessero “in mani straniere”.
Arbe – Parco della Rimembranza. Tombe. Fotografia di Giovanni Doronzo

Questo atteggiamento benevolo, emerse anche da una relazione del Ministero degli Affari Esteri datata 1946, sugli atteggiamenti che lo stesso ministero adoperò per la tutela delle comunità ebraiche (1938–1943). Da questa relazione, si evinse che il ministero “ritenne suo dovere ostacolare come poté, nell’ambito della propria competenza, l’applicazione di tali leggi e di tali direttive (leggi antiebraiche)”. Il suo scopo era duplice: quello di proteggere la situazione degli ebrei stranieri in Italia e quello di proteggere la situazione degli ebrei italiani all’estero.
Addirittura, nell’estate del 41, un reparto italiano in Croazia, simulò un inesistente rastrellamento di partigiani per raggiungere  un gruppo di ebrei e portarli in salvo con carri armati. L’episodio suscitò violente reazioni da parte dei croati, tanto che il comando italiano si vide costretto a intervenire e a definire alla corte marziale gli ufficiali colpevoli che furono puniti, per cosi dire, con qualche giorno d'arresto.
Il comportamento degli italiani nei confronti degli ebrei in Croazia, venne analizzato anche da due saggi di Jacques Sabille, inseriti nel testo di  Leon Poliakov  “Le condition des juifs en France sous l’occupation italienne” pubblicato e tradotto in italiano nel '56.  Da essi emerse un giudizio lusinghiero nei confronti delle truppe d'occupazione italiane, come riferisce Marco Severa.
Arbe – Parco della Rimembranza. Una stele. Fotografia di Giovanni Doronzo

Secondo De Felice, invece, l‘intervento del ministero degli Affari Esteri e dei comandi militari italiani nei territori occupati dalle nostre truppe, in Francia, Jugoslavia e Grecia, permise che queste zone diventassero il riparo per migliaia di ebrei che con ogni mezzo vi affluirono dalle vicine zone di occupazione tedesca e da quelle sotto amministrazione collaborazionista.
Il fenomeno assunse misure cosi imponenti - aggiunge Marco Severa - da creare seri dissapori tra i comandi italo-tedeschi e con i governi collaborazionisti, da provocare addirittura una serie di passi ufficiali di protesta da parte della diplomazia nazista a Roma. Nella Jugoslavia occupata dagli italiani (metà Croazia, Dalmazia e Montenegro) divenne il rifugio degli ebrei. Nel '41  nei primi mesi del '42, l'azione di aiuto e soccorso furono realizzate più o meno tacitamente e individualmente dai vari comandi locali italiani, con il tacito consenso delle più alte autorità militari che reagirono in tal modo agli orrori commessi dagli ustascia.
Sull’isola, dopo la partenza della maggior parte degli internati, rimasero circa 250 ebrei, vecchi donne e bambini. Alcuni dei quali erano ammalati e dopo l’occupazione da parte dei tedeschi, furono trasferiti alla Risiera di San Sabba e  poi deportati ad Auschwitz. Un più ridotto gruppo di ex internati ebrei, servendosi di barche di pescatori, riuscì a raggiungere l’isola di Lissa (Vis). Da lì, poi approdarono dopo qualche giorno a Bari. Così conclude il suo acconto Marco Severa.
Arbe – Parco della Rimembranza. L'obelisco. Fotografia di Giovanni Doronzo

4. Quella spia ebrea jugoslava che passava da Sussak a Fiume
Qui non c’entra il Campo di concentramento di Arbe. Il periodo è quello, tuttavia; siamo intorno alla seconda guerra mondiale. C’era un pullulare di spie, come in tutte le realtà di frontiera, in provincia di Udine nel 1939. Il caso analizzato più sotto, come nei più loschi romanzi gialli, fa muovere le questure di Roma, Milano, Udine e Bolzano. Il fatto emerge dagli archivi, non dalla fantasia di un creativo storico.
Il regio questore di Udine, tale Cosenza, scrive di procedere secondo le emergenze agli Uffici di Pubblica Sicurezza di Tarvisio e di Tolmezzo e, per conoscenza, al Commissariato di P.S. della IV Zona di Frontiera di Bolzano “il 9 ottobre 1939 – XVII”. Ecco il testo della comunicazione di protocollo N° 030044 Gab.: “Per accurate ricerche trascrivo seguente telegramma della R. Questura di Roma del 7 corrente n° 07675/8: «Con anonimo proveniente da Zagabria viene segnalato che ebreo jugoslavo certo Ziga Stark recasi spesso Italia sotto falso nome Ziga Jegig et farebbe parte centro di spionaggio jugoslavo ove porterebbe importanti informazioni et fotografie riguardante potenza militare italiana varcando confine Sussak [presso Fiume]. Predetto straniero potrebbe identificarsi per ebreo jugoslavo Jagio Ziga fu Carlo et Anna Sor nato Zagabria 31/5/1877 commerciante che atti questo Ufficio risulta condannato locale Tribunale sentenza 1928 at anni uno reclusione et lire 500 multa per truffa pena condonata per amnistia e giusta segnalazione Questura Milano risulta che cattiva condotta morale. Caso rintraccio prego procedere secondo esigenze»”. Vedi: Archivio di Stato di Udine (ASUd). Questura di Udine, Categoria E 2, Vigilanza e controllo persone in transito, b 1.
Arbe – Parco della Rimembranza. Una targa ricordo dell'ANPI di Trento. Fotografia di Giovanni Doronzo

5. Ero a Arbe nel 1943, il racconto di Mirella Tainer Zocovich, fiumana
Il ricordo della fiumana Mirella Tainer Zocovich, esule negli USA, ci è pervenuto tramite un messaggio di Facebook, nel gruppo “ANVGD di Udine”. La ringraziamo per questo suo originale intervento che riportiamo con qualche piccola correzione negli accenti e poche note in parentesi riquadrate. (Elio Varutti)

“Io e mia sorella, come sempre durante l’estate, eravamo in Arbe bellissima isola della Dalmazia. Era il 1943 – scrive Mirella Tainer Zocovich. La sorella di mamma con la famiglia Usmiani aveva lì dimora stabile. Le nostre indimenticabili vacanze estive si alternavamo sempre tra Arbe e Bescanuova (Isola di Veglia la nostra famiglia là era dai Toich e Leban). In quelle isole, come del resto anche a Lussino, Cherso ecc..., si parlava il nostro bel dialetto, così problemi di lingua per me e mia sorella non ce n’erano davvero.
Quell’anno però, sembrava che le nostre vacanze si protraessero più a lungo del normale. Infatti era già quasi la fine di settembre e noi eravamo ancora là, nell’isola.
In Arbe, mi ricordo, c’era un distaccamento di soldati Italiani. Molti di questi soldati erano diventati amici di casa e venivano da noi volentieri per parlare soprattutto dei loro cari. C’era uno in particolare al quale, mia sorella ed io, ci eravamo molto affezionate. Avevamo avuto il permesso di chiamarlo zio Sandro. Di quel tempo mi sono rimaste impresse le forme di parmigiano, credo che fossero doni dei soldati addetti alla cucina della caserma. Quello era veramente un bene di Dio perché a quei tempi mia mamma ed i miei zii facevano fatica a mettere qualcosa sul fuoco ed il parmigiano aiutava parecchio.
Mi ricordo anche della casa vicina alla nostra. Mi viene in mente una stanza grande con tante donne sedute davanti ad altrettante macchine da cucire. Noi bambine, insieme alle nostre cuginette, andavamo là per farci cucire i vestiti delle bambole ed anche per aiutare a tagliare tanti piccoli pezzetti di pano rosso a forma di stelle [per i partigiani]. Noi ci divertivamo tanto senza naturalmente immaginare lo scopo di tutto quel gran daffare.
Una sera tardi mio zio invece di ritirarsi in camera sua si allontanò da casa insieme a degli amici e, con una barca a remi attraversando quel piccolo pezzetto di mare, attraccò sulla terra ferma dirimpetto a Segna. Ritornò ad Arbe il giorno dopo sempre con gli stessi amici e sulla stessa barca. Tutti avevano in testa un copricapo verde stile militare con, applicata sul davanti, una piccola stella rossa.
Arbe, 1941. Fotografia da Facebook

Da quel momento in casa cominciò un gran via-vai. A noi sembrava che tutti ascoltassero lo zio con deferenza, inclusi i soldati italiani. Dopo qualche giorno la mamma ci annunciò che aveva deciso di ritornare a casa, a Fiume, da papà, di cui non sapevamo la sorte da parecchio. Naturalmente gli zii avevano cercato di dissuaderla. Era troppo pericoloso e l’isola era completamente tagliata fuori da ogni comunicazione sia con Fiume che con il resto d’Italia. Lei non si voleva dar per vinta e proseguì con i preparativi.
Appena si sparse la notizia della nostra prossima partenza, le visite dei soldati italiani, ormai disarmati, si fecero molto più assidue. Questa volta però arrivavano in casa e consegnavano alla mamma dei pezzetti di carta. Sui quei pezzetti di carta c’erano scritti i loro nomi ed indirizzi delle loro abitazioni in Italia. L’idea era che una volta arrivate dall’altra parte [dato che Arbe era controllata dai partigiani], mamma avrebbe contattato le famiglie dei soldati nostri amici per tranquillizzarle sulla loro sorte.
La mamma ci chiese di memorizzarne più nomi ed indirizzi possibile e lei fece altrettanto. Sarebbe stato troppo pericoloso andare in giro con quei bigliettini visto che dovevamo, ad un certo punto, attraversare le linee di blocco dei tedeschi e perciò andavano distrutti.

Cartolina di Arbe – Rab del 1940. Immagine da Internet

Ci preparavamo a partire e portavamo con noi, oltre che qualche vettovaglia, anche un paio di scarpe ciascuna. Queste scarpe erano nuove ed erano state fabbricate apposta per noi. Non erano da vestire subito, ma solo al nostro eventuale arrivo a Fiume. Il materiale adoperato era quasi tutto cartone e con la pioggia si sarebbe disfatto. Mamma avvolse i nostri piedi in innumerevoli stracci portandone altri di riserva. Pareva che una volta arrivati a Segna avremmo dovuto sgambettare parecchio non potendo contare su alcun mezzo di trasporto. E così fu. I partigiani, eseguendo gli ordini dello zio, ci fecero prima salire su un barcone e poi su un motoscafo. Mi ricordo che il mare era agitatissimo e che io e mia sorella stavamo parecchio male. Come Dio volle attraccammo a Novi sulla costa e di lì cominciò il nostro cammino verso Fiume e verso casa. Pioveva in continuazione durante il nostro viaggio e pioveva a dirotto anche al posto di blocco dei tedeschi. Eravamo bagnate fradicie tanto da farli intenerire vedendoci. Ci fecero passare attraverso il blocco senza problemi e senza chiedere spiegazioni, sembravano addirittura gentili. Dovemmo camminare ancora a lungo. Arrivate in vista di Fiume, la pioggia era finalmente cessata, avevamo avuto il permesso di vestire le nostre scarpe nuove e così papà ci avrebbe viste in ordine e senza gli stracci ai piedi. Quell’avventura, se si può chiamare così, sarebbe finita lì. C’erano però da contattare le persone delle quali avevamo tenuto a mente nomi ed indirizzi. Mamma scrisse le sue brave lettere e ricevette molti ringraziamenti in risposta. Dopo quel primo scambio di notizie tutto finì lì soprattutto a causa degli eventi bellici. Con zio Sandro però ci siamo tenuti in contatto. A fine guerra, aveva saputo della nostra situazione di profughi a Torino e, non avendo dimenticato il periodo e le vicissitudini passate insieme ad Arbe, volle avere me e mia sorella [ospiti], a casa sua a Chiusi, in provincia di Siena”.

Francobollo delle Poste di Fiume del 12 settembre 1919 di centesimi 5, con sovrastampa “Arbe Reggenza Italiana del Carnaro [centesimi] 55”. Arbe, infatti fu annessa alla effimera Reggenza Italiana del Carnaro di Gabriele D’Annunzio nel 1920. Immagine da Internet
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6. Per la storia di Fiume e Arbe
Dai censimenti austro-ungarici si sa che il paese di Arbe poteva registrare alla fine dell’Ottocento una schiacciante maggioranza italiana: il censimento austriaco del 1880 contava 567 Italiani su 811 abitanti. Per spiegare il francobollo si può ricordare che, il 13 novembre 1920, le isole di Arbe e di Veglia furono soggette ad un’effimera annessione alla Reggenza Italiana del Carnaro (1919-1920) di Gabriele D’Annunzio, in risposta al Trattato di Pace di Rapallo tra Italia e Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni. 
Il Natale di sangue vide le cannonate della corazzata “Andrea Doria” contro il Palazzo del Governo di D’Annunzio. Ciò provocò 54 morti. I legionari e D’Annunzio, entro il 18 gennaio 1921, evacuarono definitivamente da Fiume. 
Vedi in merito, in particolare a pag. 144: Pier Luigi Vercesi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Vicenza, Neri Pozza, 2017. Vedi pure: Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume, l’ultima impresa di D’Annunzio, Milano Mondadori, 2009, p. 220.

Bibliografia e sitologia
L’autore ringrazia, per la cortesia riservata, gli operatori e i direttori delle seguenti entità. Si ringraziano gentilmente pure gli studiosi dei seguenti siti di Internet per la diffusione e pubblicazione.

- Archivio di Stato di Udine (ASUd). Questura di Udine, Categoria E 2, Vigilanza e controllo persone in transito, Comunicazione del Questore Cosenza del 9 ottobre 1939, protocollo N° 030044 Gab., b 1.

I Campi Fascisti. Dalle guerre in Africa alla Repubblica di Salò, scheda del Campo di Rab (Arbe), dal sito web sui Campi Fascisti. 

- Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. l'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943), Torino, Einaudi, 2004 (citato dal sito web: Campi fascisti).

- Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Bologna, Il Mulino, 2007.

- A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani, Luoghi e memorie, Rab (con ampia bibliografia). 

-Tone Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima. Confinamenti-Rastrellamenti-Internamenti nella provincia di Lubiana - 1941-1943. Documenti, Ljubljana, Inštitut za novejšo zgodovino – Društvo piscev zgodovine NOB, 2000 (citato dal sito web: Campi fascisti). 

Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume, l’ultima impresa di D’Annunzio, Milano Mondadori, 2009.

- Gianfranco Giorgolo, “II salvataggio ignorato degli ebrei in Dalmazia. Lettera aperta a Mattarella. I militari italiani si rifiutarono di consegnare circa 5.000 persone a nazisti e ustascia”, «La Verità», 31 gennaio 2018, anche nel web. 

- Boris Mario Gombač (a cura di), “Nei campi di concentramento fascisti di Rab – Arbe e Gonars. Intervista a Marija Poje e a Herman Janež”, «DEP, Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile», n. 7, 2007, pp. 199-215.

- Loris Palmerini, Quegli ebrei deportati dall’Istria in nome della razza italiana, on-line dal 26 gennaio 2008. 

- Arbe – Rab (Croazia), Parco della Rimembranza, In memoria delle Vittime del Campo, Repubblica di Slovenia.

- Franc Potočnik, Il campo di sterminio fascista: l’isola di Rab, Torino, ANPI, 1979.

- Marco Severa, Il campo di concentramento di Rab, on-line dal giorno 11 marzo 2018. 

Pier Luigi Vercesi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Vicenza, Neri Pozza, 2017.

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Fonte digitale: Mirella Tainer Zocovich, nata a Fiume, messaggio in Facebook del 6 aprile 2018, vive a Deerfield, Illinois (USA).

Arbe – Parco della Rimembranza. Un campo di... croci. Fotografia di Giovanni Doronzo
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Servizio giornalistico, di ricerca e di networking a cura di Elio Varutti e Sebastiano Pio Zucchiatti.
Fotografie di Giovanni Doronzo, 2018, che si ringrazia per la gentile collaborazione e per la concessione alla diffusione e pubblicazione.


Arbe – Parco della Rimembranza. La tomba di Martin Jaklic. Fotografia di Giovanni Doronzo