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venerdì 1 febbraio 2019

Tarcento, Giorno della Memoria parlando del Ghetto di Varsavia e del Campo di Arbe


Non pare neanche vero che un Campo di concentramento possa salvare delle vite. Bisogna dire che l’Italia fascista, con la Germania, invade la Jugoslavia nel 1941. Nelle zone di occupazione italiana e in altre parti vengono relegati nei campi di concentramento (come a Gonars e a Arbe) gli allogeni, come vengono chiamati gli sloveni o i croati dissidenti o ribelli.
Tarcento, Giorno della Memoria. Fotografia di Bruno Bonetti

Succede altresì che, dal 1941 al 1943, al Campo di concentramento dell’Isola di Arbe, in Dalmazia, l’Esercito Italiano sottrae 2.180 ebrei iugoslavi dalle grinfie del nazisti e degli ustascia croati.  Per i piani di Hitler dovevano finire essi ad Auschwitz, noto Campo di sterminio. È una storia poco nota. Certi storici sono stai troppo impegnati a glorificare ogni forma di resistenza antifascista, oscurando la figura dell’italiano-brava gente.
Le cose cambiano dopo il 1989, con la Caduta del Muro di Berlino e il venir meno delle ideologie. Con la Legge italiana del 20 luglio 2000, n. 211, istitutiva del Giorno della Memoria e dalla analoga risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, c’è più consapevolezza sul tema della Shoah. Così si fa chiarezza e si rende giustizia a quegli ufficiali italiani che, rischiando la vita, si sono prodigati per evitare la deportazione di migliaia di ebrei. Di queste notizie ha parlato il professor Elio Varutti nella Biblioteca di Tarcento il 30 gennaio 2019, in occasione del Giorno della Memoria.
Ha aperto i lavori dell’incontro Luca Toso, vice sindaco di Tarcento, portando i saluti della Civica Amministrazione, presente in sala con altri consiglieri comunali, come Luca Paolone e  Luisa Fossati. In seguito è intervenuta la seconda relatrice della riunione, la studiosa Tiziana Menotti sul “Ghetto di Varsavia”.
Tarcento, Tiziana Menotti relatrice al Giorno della Memoria. Fotografia di E. Varutti

Tra i grattacieli di Varsavia. Ciò che resta del ghetto più grande d'Europa
“Prima del 1939, a Varsavia viveva la comunità ebraica più grande d'Europa con circa 400.000 unità – ha detto Tiziana Menotti – Nel marzo 1940 i nazisti ordinarono di recintare la zona abitata tradizionalmente dagli ebrei. L'operazione terminò il 16 novembre 1940, quando il ghetto, indicato ufficialmente come quartiere residenziale ebraico, fu chiuso definitivamente”.
Il ghetto di Varsavia era il più grande d'Europa anche per superficie (4 km²). Il muro che lo delimitava era alto 3 metri e lungo 18 chilometri. Nel ghetto vennero inglobate 73 delle 1800 vie della città comprendenti 27.000 appartamenti, un cimitero, un campo sportivo, 14 orfanotrofi, alcuni teatri, negozi e ristoranti di lusso per gli ebrei facoltosi. L'estensione del ghetto subì vari ridimensionamenti. Nel 1941 furono creati il ghetto piccolo (100.000 ebrei) e il ghetto grande (300.000 ebrei).
Tarcento, Giorno della Memoria, parte del pubblico in sala. Fotografia di E. Varutti

Nel ghetto imperversavano la fame, le malattie e la morte. Nel 1941 vi morirono circa 100.000 persone. Il 22 luglio 1942 iniziò la “Grande Operazione“, la deportazione, durata quasi 2 mesi, di circa 265.000 ebrei nel vicino campo di sterminio di Treblinka, attivo dal 23 luglio 1942. Ogni giorno venivano deportate dalle 2000 alle 13.500 persone che morivano subito dopo l'arrivo nel lager. Tra il 18 e il 22 gennaio 1943, in occasione dell'ennesimo tentativo di deportazione, gli ebrei si difesero per la prima volta con le armi. La rivolta culminò con l'eroica insurrezione del ghetto di Varsavia (19 aprile -16 maggio 1943), che costò la vita ai circa 60.000 ebrei sopravvissuti alla deportazione. Il ghetto di Varsavia è andato completamente distrutto.
“Al suo posto, oltre a un  frammento di muro e ad alcune tracce dei suoi vecchi confini sparse tra i grattacieli della città – ha concluso la Menotti – si snoda un commovente percorso della Memoria che accompagna il visitatore fino alla Umschlagplatz, nella parte più a nord del grande ghetto, da dove partivano ogni giorno i convogli diretti a Treblinka con il loro carico umano destinato alle camere a gas”.
Tiziana Menotti (Udine 1954) è medico e slavista, appassionata di lingua e cultura ceca. Fotografia di Leoleo Lulu
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

giovedì 31 gennaio 2019

Ariel Haddad, rabbino della Slovenia, parla della Shoah. Giorno della Memoria a Udine sud


È stato Guglielmo Cocco, delegato pastorale della parrocchia di S. Pio X, a Udine, ad aprire l’originale Giorno della Memoria il 29 gennaio 2019. “La Shoah ci tocca proprio da vicino e voglio ricordare che mio nonno ospitò una famiglia di ebrei – ha detto Cocco – evitando loro la deportazione nazista”. Poi ha accennato all’assenza di don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X, sostituito in sala da don Pietro Giassi, vice parroco. L’invito in sala riportava comunque il contributo di don Maurizio Michelutti, riportato alla fine di questo articolo del blog.
Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine porta il saluto all’incontro sul Giorno della Memoria in S. Pio X del 29.1.2019, vicino a don Pietro Giassi, vice parroco, Ariel Haddad, rabbino della Slovenia e direttore del Museo della Comunità Ebraica di Trieste "Carlo e Vera Wagner", Tiziana Menotti e Elio Varutti. Fotografia di Leoleo Lulu

Ha avuto la parola in seguito Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, che ha patrocinato l’iniziativa. “Abbiamo coordinato volentieri vari incontri per il Giorno della Memoria – ha detto Cigolot – in collegamento alla mostra “Aurelio e Melania Mistruzzi Giusti tra le Nazioni” visitabile, fino al 17 febbraio 2019 e proprio all’inaugurazione di tale mostra abbiamo conosciuto la signora Lea Polgar, che quando aveva dieci anni, fu salvata dalle retate naziste a Roma dai coniugi Mistruzzi, dichiarati poi Giusti tra le Nazioni”.
Cigolot, che ha portato il saluto del sindaco Pietro Fontanini, ha concluso con una riflessione incentrata sul fatto che “è proprio vero che non possiamo nascondere l’umanità”. 
Marco Balestra, presidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine, si è complimentato con gli organizzatori della serata, divenuta una ormai tradizione, primo fra tutti il gruppo culturale parrocchiale di S. Pio X. Poi Balestra ha ricordato di “lanciare tanti messaggi per scuotere le cosciente assopite, puntando sui giovani che danno molte risposte positive sul tema della Shoah”.
Marco Balestra, presidente dell’ANED di Udine. Fotografia di Leoleo Lulu

Un intervento molto seguito e con una impostazione teologica è stato quello di don Pietro Giassi, vice parroco di S. Pio X. “Mi sono chiesto che cos’è il Giorno della Memoria per me – ha detto don Giassi – allora sono andato a cercare le parole del profeta Isaia per capire che dobbiamo guardare qual è la strada buona da seguire”.
Ariel Haddad, rabbino della Slovenia e direttore del Museo della Comunità Ebraica di Trieste "Carlo e Vera Wagner", ha effettuato l’intervento più atteso. Si è domandato se ci sia dell’antisemitismo in Europa. La sua risposta è che “l’antisemitismo non è stato sradicato, anzi resta nei pregiudizi e nelle equazioni dell’ebreo ricco, intelligente e di successo, fino ad arrivare a ripescare il falso documento dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion sugli ebrei che desideravano dominare il mondo, oppure sul concetto di razza e di creazione del nemico”.
Sono solo alcuni cenni all’articolato e complesso discorso del rabbino, che ha concluso il suo intervento citando Primo Levi sull’indifferenza provata dalle persone circa i primi atti di persecuzione razziale avvenuti in Italia, dopo le Leggi razziali del 1938.
Sono seguiti gli interventi con diapositive in Power Point della studiosa Tiziana Menotti sul “Ghetto di Varsavia” e di Elio Varutti su “Ebrei iugoslavi salvati dall’Esercito italiano al Campo di concentramento di Arbe, Dalmazia”, cui si rinvia ai brani tratti dal depliant di sala pubblicati poco sotto.
Don Pietro Giassi, Ariel Haddad, rabbino della Slovenia e Tiziana Menotti. Fotografia di Leoleo Lulu
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Si riportano qui di seguito, a cura della redazione del blog, gli interventi dei quattro relatori al Giorno della Memoria, svoltosi la sera del 29 gennaio 2019, nella parrocchia di S. Pio X a Udine, predisposti per il biglietto col programma di sala.

Saluto del Parroco don Michelutti nel Giorno della Memoria 2019
Carissimi, la comunità parrocchiale di S. Pio X in Udine, con grande disponibilità accoglie la proposta di ospitare l’incontro in occasione del Giorno della Memoria 2019.
Parlare di Memoria riguardo ad un evento difficile e drammatico che ha toccato persone e luoghi non è un semplice “ricordare” qualcosa che è avvenuto nel passato ma, come esprime in modo più significativo e vivo il concetto biblico del “memoriale”, è ripresentare, rinnovare, rendere nuovo ed effettivamente presente nell’oggi quell’evento accaduto tanto tempo fa.
Un pesachim  ebraico della notte di Pasqua, parte del racconto che il padre di famiglia fa ai figli circa l’evento della liberazione dalla schiavitù d’Egitto, afferma che “in ogni generazione, ognuno deve considerare se stesso come se egli in persona fosse uscito, quella notte, dall’Egitto”.
Penso e mi auguro che questa giornata davvero speciale sia una giornata “memoriale”, l’opportunità di riflettere e soprattutto rivivere in prima persona quegli eventi del passato, per riprendere in mano la nostra umanità e renderla più umana, nuova e aperta ad orizzonti di pace che soli producono, nel cuore dell’uomo, quella speranza che desidera fortemente e giustamente che eventi così tristi e tragici non succedano mai più.
Buon lavoro a tutti coloro che con passione e competenza ci offrono questo importante evento e un grazie di cuore a tutti coloro che, a qualsiasi livello, rendono possibile questo incontro-esperienza di profonda umanità.
Don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X, Udine.

Guglielmo Cocco, delegato pastorale di S. Pio X di Udine. Fotografia di Leoleo Lulu

Le Leggi Razziste del 1938
Qualche settimana dopo il giro di boa del nuovo anno, il 2019, ci si volta indietro e si pensa ai significati di quello passato.
Dal punto di vista storico si può dire che due eventi di rilevanza fondamentale per l’Italia hanno visto nel 2018 un anniversario fondamentale. Il primo, dal punto di vista cronologico, è il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale. Il secondo è l’Ottantesimo Anno dalla promulgazione delle Leggi Razziste (o razziali che dir si voglia).
Non c’è dubbio che per quanto riguarda la Comunità Ebraica italiana le Leggi Razziste promulgate dal governo di Mussolini sanciscono una frattura insanabile tra l’ebraismo italiano e la sua patria. Gli ebrei italiani, negli anni del Risorgimento e dell’Italia liberale avevano partecipato con ardore alla costruzione di uno stato liberale e moderno. Negli anni del Fascismo, invece, vedono le loro esistenze prima minacciate, poi limitate, sopraffatte, derubate, umiliate e annientate.
Coloro che contribuirono con speranza alla costruzione della Nazione, si videro da essa stessa respinti e obliterati.
La genesi di queste Leggi affonda le sue radici filosofiche e storiche in un coagulo di motivazioni che, sorprendentemente, si fanno beffe delle idee di modernità democrazia e uguaglianza che il mondo moderno sembrava aver fatto definitivamente proprie, scagliando gli ebrei d’Europa nell’incubo del genocidio di massa oramai conosciuto come Shoah. Non si può non pensare a quanto siamo vicini all’oblio di quegli anni.
Ariel Haddad, rabbino della Slovenia e direttore del Museo della Comunità Ebraica di Trieste "Carlo e Vera Wagner".
 Il pubblico in sala. Fotografia di E. Varutti


Tra i grattacieli di Varsavia. Ciò che resta del ghetto più grande d'Europa
Prima del 1939, a Varsavia viveva la comunità ebraica più grande d'Europa con circa 400.000 unità. Nel marzo 1940 i nazisti ordinarono di recintare la zona abitata tradizionalmente dagli ebrei. L'operazione terminò il 16 novembre 1940, quando il ghetto, indicato ufficialmente come quartiere residenziale ebraico, fu chiuso definitivamente. Il ghetto di Varsavia era il più grande d'Europa anche per superficie (4 km²). Il muro che lo delimitava era alto 3 metri e lungo 18 chilometri. Nel ghetto vennero inglobate 73 delle 1800 vie della città comprendenti 27.000 appartamenti, un cimitero, un campo sportivo, 14 orfanotrofi, alcuni teatri, negozi e ristoranti di lusso per gli ebrei facoltosi. L'estensione del ghetto subì vari ridimensionamenti. Nel 1941 furono creati il ghetto piccolo (100.000 ebrei) e il ghetto grande (300.000 ebrei).
Nel ghetto imperversavano la fame, le malattie e la morte. Nel 1941 vi morirono circa 100.000 persone. Il 22 luglio 1942 iniziò la “Grande Operazione“, la deportazione, durata quasi 2 mesi, di circa 265.000 ebrei nel vicino campo di sterminio di Treblinka, attivo dal 23 luglio 1942. Ogni giorno venivano deportate dalle 2000 alle 13.500 persone che morivano subito dopo l'arrivo nel lager. Tra il 18 e il 22 gennaio 1943, in occasione dell'ennesimo tentativo di deportazione, gli ebrei si difesero per la prima volta con le armi. La rivolta culminò con l'eroica insurrezione del ghetto di Varsavia (19 aprile -16 maggio 1943), che costò la vita ai circa 60.000 ebrei sopravvissuti alla deportazione. Il ghetto di Varsavia è andato completamente distrutto. Al suo posto, oltre a un  frammento di muro e ad alcune tracce dei suoi vecchi confini sparse tra i grattacieli della città, si snoda un commovente percorso della Memoria che accompagna il visitatore fino alla Umschlagplatz, nella parte più a nord del grande ghetto, da dove partivano ogni giorno i convogli diretti a Treblinka con il loro carico umano destinato alle camere a gas. Tiziana Menotti.
 L'intervento di Tiziana Menotti. Fotografia di Germano Vidussi
Ebrei iugoslavi salvati dall’Esercito italiano al Campo di concentramento di Arbe, Dalmazia


Non pare neanche vero che un lager possa salvare delle vite. Bisogna dire che l’Italia fascista, con la Germania, invade la Jugoslavia nel 1941. Nelle zone di occupazione italiana e in altre parti vengono relegati nei campi di concentramento gli allogeni, come vengono chiamati gli sloveni o i croati dissidenti o ribelli.
Succede altresì che, dal 1941 al 1943, al Campo di concentramento dell’Isola di Arbe, in Dalmazia, l’Esercito Italiano sottrae 2.180 ebrei iugoslavi dalle grinfie del nazisti e degli ustascia croati.  Per i piani di Hitler dovevano finire essi ad Auschwitz, noto Campo di sterminio. È una storia poco nota. Certi storici sono stai troppo impegnati a glorificare i vincitori, oscurando la figura dell’italiano-brava gente.
Le cose cambiano dopo il 1989, con la Caduta del Muro di Berlino e il venir meno delle ideologie. Con la Legge italiana del 20 luglio 2000, n. 211, istitutiva del Giorno della Memoria e dalla analoga risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, c’è più consapevolezza sul tema della Shoah. Così si fa chiarezza e si rende giustizia a quegli ufficiali italiani che, rischiando la vita, si sono prodigati per evitare la deportazione di migliaia di ebrei balcanici. Elio Varutti.
Il pubblico in sala poco prima dell'inizio. Fotografia di E. Varutti
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Il Giorno della Memoria a Udine sud è stato organizzato dal gruppo culturale della Parrocchia di S. Pio X di Udine, in collaborazione con l'Associazione Insieme con Noi, il Gruppo Alpini Udine Sud e il patrocinio del Comune di Udine col titolo generale: La Shoah a Udine sud. Luoghi e storie fra deportazioni e campi di concentramento. Impaginazione e grafica del biglietto di sala a cura di Anna Del Fabbro.

Si ricorda che la mostra “Aurelio e Melania Mistruzzi Giusti tra le Nazioni” è visitabile, fino al 17 febbraio 2019, il venerdì a ingresso libero dalle ore 14,30 alle 17,30, oltre al sabato e domenica dalle ore 10 alle 13 e dalle 14 alle 17,30 a Palazzo Morpurgo, in Via Savorgnana a Udine.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Grazie a Anna Del Fabbro per la grafica del volantino. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo, come quella di Leoleo Lulu, di Germano Vidussi e di E. Varutti

sabato 2 giugno 2018

Amarcord in diapositive in parrocchia a San Pio X col Gruppo “A. Orzan”, Udine


È stata una serata culturale intensa a Udine sud, in Via Mistruzzi. Il 1° giugno 2018 oltre 50 persone hanno assistito alla proiezione di numerose diapositive sulla vita della parrocchia e del quartiere.
Udine, Sala giubileo parrocchia di S. Pio X, parla Guglielmo Cocco.

L'organizzazione è dovuta al Gruppo culturale “Alfredo Orzan” della parrocchia di San Pio X. Hanno collaborato alla riuscita iniziativa oltre al Comune di Udine, il Gruppo Alpini di Udine sud e l'Associazione Insieme con Noi. L'evento si è tenuto nella sala del Giubileo, non come annunciato nei sotterranei della chiesa. L'incontro è stato previsto a corredo della mostra di fotografia allestita in Via Pradamano 21, nel corridoio della biblioteca di circoscrizione, in esposizione fino al 15 giugno 2018 con orario di visita per i lunedì e venerdì dalle ore 9 alle 12, oltre ai pomeriggi dei lunedì, martedì e giovedì, dalle ore 15 alle 18. la mostra si intitola: “Baldasseria 1946-1970. Immagini di un quartiere a Udine sud”. 
Ha aperto la riunione Guglielmo Cocco, delegato pastorale della parrocchia di S. Pio X, essendo assente per malattia il parroco don Paolo Scapin. Il dottor Cocco ha anche presentato il progetto del portico alla stessa struttura parrocchiale, su progetto dell'architetto Oscar Meneghini. I lavori di ristrutturazione con probabilità inizieranno nel mese di settembre 2018.
Giovanni Govetto, in rappresentanza del Comune di Udine, ha portato i saluti della Civica amministrazione e del sindaco Pietro Fontanini alla “interessante rassegna con belle immagini degli anni 1950-1970”.
Udine, Sala giubileo parrocchia di S. Pio X, Giorgio Ganis presenta Giovanni Govetto, rappresentante del Comune di Udine

Un cordiale saluto è stato poi portato anche Federico Pirone, ex assessore alla Cultura del Comune di Udine, che nella passata amministrazione aveva caldeggiato la mostra di fotografia, organizzata con le immagini degli album familiari.
È intervenuta in seguito Tiziana Menotti, del Gruppo “A. Orzan” per annunciare uno dei prossimi impegni della parrocchia. “Vogliamo organizzare un'altra mostra di fotografie, con gli album delle famiglie Marchiol – ha detto la Menotti – per omaggiare e ricordare degnamente le figure di due missionari martiri: pare Aldo e  Bramante Marchiol, originari di Baldasseria”.
Ha parlato poi Elio Varutti sul tema “Baldasseria vista da Alfredo Orzan. È intervenuto Germano Vidussi per raccontare la storia dell'oratorio di S. Pio X fino alla nascita dell'Unione Sportiva “Donatello”.
La mostra di fotografie descrive – come ha riferito Giorgio Ganis – con quasi sessanta pannelli e oltre 200 fotografie, la vita della zona di Baldasseria nei 25 anni del secondo dopo guerra, dal 1946 al 1970. In quel tempo i casali si trasformano in un moderno quartiere densamente abitato e ricco di attività commerciali e industriali.
L'intervento della dottoressa Tiziana Menotti, del Gruppo culturale "A. Orzan". Fotografia di Leoleo Lulu.

Sono prima gli anni frenetici della ricostruzione, dopo gli intensi bombardamenti del 1944-1945. Poi c'è l’espansione della città. In pochi decenni cresce massicciamente uscendo dai confini delle antiche mura. Nuovi quartieri sorgono nei suburbi abitati prima da poche persone dedite prevalentemente ad attività agricole. Nascono così nuove parrocchie con nuove chiese: nel 1961 quella di S. Pio X, nel 1962 quella di S. Giuseppe in viale Venezia e di S. Paolo nella zona di S. Osvaldo. Quella di S. Rocco è del 1964 e quelle del Villaggio del Sole e di Santa Maria Assunta sono nel 1965. La città si sviluppa secondo le indicazioni del Piano Regolatore del 1939, che resterà in vigore fino al 1970, e che prevedeva tra via Pradamano e viale Palmanova una serie di nuovi edifici e un parco pubblico.
Nel 1936, in via Pradamano, è completato il Collegio Convitto dell’Opera Nazionale Balilla, con annessi spazi e edifici per attività sportive che, dal 1947 a 1960 fu adibito a Centro di Smistamento Profughi giuliani istriani e dalmati. Tra il 1949 e il 1954 nelle vie delle Fornaci e Pradamano furono realizzati 23 fabbricati e 197 alloggi. Nel 1947 arrivò la RAI che nel 1958 realizzò la torre, alta 121 metri. Nel 1954 fu completata la palazzina ‘Giuseppe Nogara’ con sei alloggi, in ricordo del 25° anniversario di vescovado.
Nel 1968, il 7 aprile, si trasferì la redazione del «Messaggero Veneto», inaugurata il 5 maggio alla presenza di Aldo Moro, Presidente del Consiglio. Nel 1957 nacque l'idea della nuova parrocchia di S. Pio X e, nel gennaio del 1958, arrivò il parroco che in poco meno di un anno costruì la cappella di S. Pio X, consacrata nel 1958. Nel 1961 era costruita la nuova chiesa, su progetto dell'architetto Giacomo Della Mea. I casali di Baldasseria nel 1867 avevano 576 abitanti, saliti a 845 nel censimento del 1919. La parrocchia, oltre la ferrovia aveva 2803 abitanti nel 1942, 5.100 nel 1958 e 6.000 nel 2008.
I commenti alle foto di Elio Varutti, del Gruppo culturale "A. Orzan"

Nel dibattito finale sono intervenuti Luciano Gon che ha ricordato la coda di carri trainati dal cavallo nel Torre per caricare sabbia e ghiaia per la costruire la nuova chiesa, finita nel 1961 e Carlo Comino che ha ricordato con parole onorevoli la figura del cappellano di S. Pio X don Ruggero Facco, capace di tenere uniti nelle attività parrocchiali dozzine di ragazzi degli anni sessanta.

Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti, con appunti di urbanistica di Giorgio Ganis. Fotografie di Leoleo Lulu, che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione e diffusione.

Germano Vidussi, presidente dell'Associazione Insieme con Noi parla dell'Unione sportiva Donatello, storica attività della zona

Bibliografia

Baldasseria vista da Alfredo Orzan. Storia e cultura della periferia di Udine sud, a cura di Elio Varutti, Udine, Associazione Insieme con noi, 2014.

Per informazioni sul libro, rivolgersi alla Associazione Insieme con Noi. E-mail: insiemeconnoi@gmail.com

Sitologia

- E. Varutti, Le bande di Via Fornaci a Udine, 1960,  on-line dal 16 marzo 2015.
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Rassegna stampa: dal giornale "Quanto basta", articolo scritto da Fabiana Romanutti il 2 Giugno 2018.


- Articolo a firma di Giorgio Ganis sul «Messaggero Veneto» del 2 giugno 2018

- Dal sito web de «Il Friuli» del 25 maggio 2018, articolo intitolato “La storia di Baldasseria in mostra” clicca sul titolo per leggerlo.

- Trafiletto da "La Vita Cattolica" del 30 maggio 2018.

Fine Rassegna stampa
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Al microfono Federico Pirone, già assessore alla Cultura del Comune di Udine, vicino a Giorgio Ganis. Foto di Leoleo Lulu.

domenica 17 dicembre 2017

Presentata la traduzione del libro del ceco Mucha, a Udine

Mercoledì 13 dicembre 2017, alle ore 17, in sala Florio, a Palazzo Florio, in vicolo Florio a Udine si è tenuta la presentazione del volume “Alfons Mucha. L’artista e il suo tempo” di Jiří Mucha. Il volume è appena stato pubblicato da Schena editore, di Fasano, provincia di Brindisi, con l’attenta traduzione dal ceco di Tiziana Menotti.
Paolo Petiziol, Tiziana Menotti, Gabriella Bucco e Anna Maria Perissutti in sala Florio per la presentazione del libro su Mucha

L’evento è stato organizzato dal Dipartimento di Lingue e Letterature, Comunicazione, Formazione e Società dell’Università di Udine, con il patrocinio del Consolato onorario della Repubblica Ceca in Udine e in collaborazione con l’Associazione culturale “Mitteleuropa”. Il pomeriggio culturale è stato aperto da Anna Maria Perissutti, docente di Lingua ceca all’Università di Udine.
Ha poi preso la parola Paolo Petiziol, console onorario della Repubblica Ceca. “È un personaggio artistico impressionante questo Mucha – ha detto Petiziol – e anche molto misterioso, del resto era un massone e allora legato al concetto novecentesco di patria e di nazione”.
Tiziana Menotti, con l’aiuto di alcune diapositive, ha mostrato ai presenti gli aspetti biografici del grande artista, nato nel 1860 a Ivančice, in Moravia, con studi a Monaco e Parigi. “Quando nel 1969 in Cecoslovacchia uscì la prima edizione di questo libro, scritto dal figlio – ha detto la Menotti – recava il titolo ‘Can can con l’aureola’, per rimarcare il segno grafico del cerchio che si nota in molti profili femminili nelle forme di Art Nouveau, o meglio di Jugendstil del mondo ceco e slovacco".
Si può rimarcare che l’aureola è un segno grafico tipico di Mucha, forse la si ritrova altrove, ma in grafica è sua tale idea.
È stato, infine, accennato al grande sogno panslavista di Mucha, realizzato su venti tele di grandi dimensioni dal 1911 al 1931.
Poi, si può aggiungere, ed è un motivo di orgoglio friulano, che al museo di Praga è possibile trovare il libro in questione, unico volume sull’artista scritto in italiano che un turista può comprare. Si accenna al fatto che, a parte i cataloghi delle mostre e qualche monografia soprattutto iconografica, su Mucha in Italia non c'è nulla, a parte ora questa biografia. In questi mesi, si sa che l’Epopea slava, si trova esposta in Oriente.

Poi c’è stato il partecipato intervento di Gabriella Bucco, storica dell’Arte. “Questo è un volume a metà tra letteratura e storia dell’arte – ha detto – perché il talentuoso Alfons Mucha era nato in Moravia, che ha dato numerosi esperti nelle arti applicate, come la grafica o la lavorazione del metallo e la fabbricazione del gioiello, allora si potrebbe dire che egli era molto diligente, costante e assai contraddittorio”. Anche la professoressa Bucco si è avvalsa di interessanti diapositive per la sua dotta esposizione, seguita con estrema attenzione e piacere dai presenti.


Il museo di Mucha a Praga
C’è un museo a Praga dedicato alla vita e alle opere di Alfons Mucha (1860-1939). Secondo il sito web di tale museo Mucha è un rappresentante di fama mondiale dello stile Liberty. Le sale espositive si trovano nel palazzo barocco di Kaunitz, nel centro di Praga. La selezione di circa 100 opere, che include pitture ad olio, disegni, pastelli, sculture, fotografie e oggetti personali, offre una visione unica del mondo dell’autore di manifesti per Sarah Bernhardt. Fanno parte del museo una caffetteria ed un negozio di souvenir ispirati ai motivi di Mucha.
Questa esposizione offre una panoramica completa dell'opera artistica globale di Alfons Mucha (1860-1939), ad eccezione dell’Epopea Slava. Così si legge nell'Introduzione al Museo di Mucha, in lingua italiana. L’attenzione è rivolta soprattutto all’epoca parigina (1887-1904), durante la quale realizzò le sue opere più celebri. Qui viene presentata una serie di manifesti, i più importanti dei quali sono quelli realizzati per Sarah Bernhardt, una serie di pannelli decorativi caratteristici e un ampio campione di "Documents décoratifs" (1902), ovvero modelli tratti dai suoi schizzi parigini. Altri oggetti decorativi, sculture ed esempi di progetti letterari sono conservati nelle vetrine. 
Alcune sezioni speciali sono dedicate ai manifesti creati successivamente in Boemia (1910-1939), ai disegni e ai dipinti ad olio. Qui non viene trascurato nemmeno il rapporto tra Mucha e Praga. Alla fine dell’esposizione c’è un abbozzo dello studio di Mucha con i mobili originali, le fotografie della sua famiglia e un gruppo di fotografie da studio scattate da Mucha a Parigi. Fa parte dell’esposizione anche un documentario di mezzora sulla vita e sulle opere di Mucha.

Indirizzo: Museo Alfons Mucha (Muchovo muzeum), Panská 7, Praha 1 - Nové Město, 11000
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Servizio giornalistico e di fotografia di Elio Varutti. Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti.

Gli stupendi manifesti di Mucha dal sito web del Museo dedicato a lui a Praga

Epica slava di Mucha, nel palazzo Veletržní, Galleria Nazionale di Praga – / Mucha’s Slav Epic in Veletržní Palace. Si ringrazia per la gentile concessione alla riproduzione il seguente sito webhttp://www.czechtourism.com/it/e/muchas-slav-epic/

venerdì 27 gennaio 2017

Giornata della Memoria 2017 a Udine sud

Si è svolta il 26 gennaio 2017 la manifestazione per la Giornata della Memoria organizzata dalla Parrocchia di San Pio X a Udine, alle ore 20,30.
Elio Varutti, Federico Pirone, Giorgio Ganis e Tiziana Menotti. Fotografia di Leoleo Lulu

Ha aperto i lavori dell’incontro don Paolo Scapin, parroco di San Pio X, per ricordare l’orrore della deportazione degli ebrei nei campi di concentramento nazisti e affermare il principio del dialogo e del gesto di umanità. All’evento erano presenti Antonino Pascolo, presidente dell’Associazione Alpini di Udine sud e Germano Vidussi, presidente dell’Associazione Insieme con Noi. Tali organismi, attivi nella parrocchia, hanno collaborato alla buona riuscita del convegno.
L'intervento di don Paolo Scapin, parroco di San Po X. 
Fotografia di Leoleo Lulu

Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine, ha portato il saluto dell’Amministrazione comunale, per un incontro nato dalle organizzazioni del territorio ed inserito volentieri nel programma delle iniziative del Comune per la Giornata della Memoria 2017, che sono state numerose ed articolate.
Ha portato il suo saluto ufficiale anche Marco Balestra, presidente dell’Associazione Nazionale ex Deportati Politici (ANED) di Udine, che ha voluto presentare e commentare i dati recenti di un’indagine sulla Shoah e sulla persecuzione degli ebrei al numeroso pubblico, composto da oltre 150 presenti.
La prima relazione del convegno, tenuta dall’architetto Giorgio Ganis, ha evidenziato, con molte significative immagini, i luoghi degli ebrei a Udine dal 1300 ad oggi. Si va dal piccolo cimitero di vicolo Agricola, funzionante dal 1405 ai primi anni del Settecento, fino alla località di Chiavris (capre, in friulano). 
Il toponimo stesso deriva dalla famiglia ebraica dei Caprileis, che gestiva in zona una locanda, un banco feneratizio ed un negozio. Il pubblico in sala ha seguito con grande interesse questa parte dell’incontro, che si è concluso con l’elenco delle sinagoghe o stanze di culto ebraico della piccola comunità di Udine, che nell’Ottocento sfiorò i 150 aderenti, mentre nel 1949 erano in 37.
Marco Balestra, Giorgio Ganis e Tiziana Menotti. 
Fotografia di Leoleo Lulu

Molte diapositive sono state mostrate da Elio Varutti, che ha presentato il tema della “Shoah dongje les cumieres di Baldassarie. Deportazione e campi di concentramento. Luoghi e storie 1943-1945”.
“Secondo i dati del 2016 di Mauro Tabor – ha detto Varutti – la deportazione nei lager dalla Risiera di San Sabba a Trieste, fulcro del concentramento nell’Adriatisches Küstenland, avendo colpito anche l’ebreo “misto”, ossia l’assimilato e il discendente da individui di altra fede, rintracciabile dalla sola evidenza del cognome, la cifra complessiva degli internati va oltre le 1200 persone. Considerate che gli ebrei a Trieste, nel 1938, ammontavano a oltre 6000 unità, tra le quali letterati, pittori, scienziati, medici e amministratori d’aziende. Solo 1500 sono i sopravvissuti e rientrati”.
“Nel 1944 – ha concluso Varutti – vengono arrestati quattro ebrei di Udine dalle Waffen SS, come ha riportato Pietro Ioly Zorattini. Tra di essi c’è il barone e senatore Elio Morpurgo (1858-1944), prelevato ultraottantenne e ammalato in ospedale il 26 marzo 1944. Deportato e morto per strada”.
Nella terza relazione, opera della dottoressa Tiziana Menotti, ha illustrato la vicenda del Campo di concentramento fascista di Gonars, attivo dal 1942 all’8 settembre 1943. Vi furono deportati fino a 6.500 prigionieri politici antifascisti della Slovenia e della Croazia. Circa 500 di loro, compresi certi bambini, vi trovarono la morte a causa della fame, del freddo e delle malattie. Anche la Menotti nella illustrazione del suo argomento si è avvalsa di varie immagini, come per altri autori, frutto di una ricerca nel territorio.
Dibattito col pubblico. Tra gli intervenuti: Guerrino Cecotti, di Baldasseria. Foto di Elio Varutti

Durante l’incontro sono state proiettate e commentate alcune immagini del filmato documentario “Cercando le parole” di Paolo Comuzzi e Andrea Trangoni, del 2013. Il cortometraggio è sugli aiuti dati dalle donne friulane ai deportati che transitavano nei vagoni piombati sui treni diretti verso i lager nazisti.
Nel dibattito che è seguito sono intervenuti Alessandra Kersevan, autrice della prima indagine sul Campo di concentramento di Gonars. Poi ha parlato Guerrino Cecotti, di Baldasseria, per ringraziare gli organizzatori dell’evento e ricordare il valore della conoscenza per evitare gli errori del passato. Ha voluto portare la sua solidarietà Mohamed Hajib, imam di Udine.
Nell’atrio della sala parrocchiale, dove si è tenuta la riunione, era esposta una piccola mostra fotografica sui temi sviluppati dai tre relatori: Giorgio Ganis, Elio Varutti e Tiziana Menotti.
L’incontro si è concluso con un minuto di silenzio per ricordare le vittime della Shoah, come ha richiesto il parroco don Paolo Scapin.
Fotografia di Elio Varutti

Commenti nel web
Il signor Claudio Romano, di Udine ha scritto questo messaggio in Facebook il 27 gennaio 2017: “Caro Elio, complimenti per la serata "Ebrei a Udine" arricchita dalle vostre ricerche e dalla documentazione raccolta: veramente di alta qualità. Serata doverosa verso chi ha sofferto e verso chi non si è voltato dall'altra parte. Serve a non dimenticare le abiezioni dell'uomo, ma anche a ricordare la generosità di tanta parte di umanità, semplice e altruista, che a proprio rischio ha testimoniato fratellanza e condivisione”.

Riferimenti nel web

Cercando le parole / trailer, di Paolo Comuzzi e Andrea Trangoni, 2013.

Il pubblico in sala. Fotografia di Elio Varutti

Fotografia di Leoleo Lulu, che si ringrazia per la concessone alla diffusione delle immagini 


martedì 22 novembre 2016

La vita di Carlo IV di Lussemburgo, libro presentato a Udine

Nel salone di Palazzo Belgrado, sede della Provincia di Udine, il 21 novembre 2016 è stato presentato il volume intitolato “Vita Caroli”, autobiografia dell’imperatore del Sacro Romano Impero. La traduzione in italiano del testo è dovuta a ad Arianna Marchiol e Tiziana Menotti, che ha curato anche l’intera pubblicazione, fresca di stampa.
Pietro Fontanini apre l'incontro di presentazione del libro "Vita Caroli". Da sinistra: Arianna Marchiol, Bruno Figliuolo, mons. Sandro Piussi e, sulla destra, Michaela Krčmová e Tiziana Menotti.

Ha aperto l’incontro l’onorevole Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine. «Questo libro è dedicato ad un grande imperatore che fu grande amico del Friuli». Ha preso la parola poi Tiziana Menotti, curatrice e traduttrice del volume edito da Medusa di Milano. La curatrice ha tratteggiato gli aspetti biografici di Carlo IV di Lussemburgo (1316-1378), re di Boemia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Nella Repubblica Ceca è considerato un “padre della patria”. Egli nacque a Praga il 14 maggio 1316 – quest’anno cade dunque il 700° anniversario della sua nascita – dal matrimonio della principessa Elisabetta, dell’antica casata reale dei Přemyslidi, e Giovanni, conte di Lussemburgo, che divenne così re di Boemia. Carlo fu battezzato col nome di Venceslao e trascorse l’infanzia alla corte dello zio, il re di Francia Carlo IV.
Il secondo relatore è stato monsignor Sandro Piussi, direttore degli Archivi storici e Biblioteche dell’Arcidiocesi di Udine, che ha voluto soffermarsi sulla figura di “Due boemi divenuti Patriarchi di Aquileia”. Si tratta di Nicolò di Lussemburgo, che governò dal 1350 al 1358 e, tra l’altro, era fratello minore di Carlo IV, e su Giovanni Sobieslaw di Moravia, che resse il titolo dal 1387 al 1393.
Michaela Krčmová, giornalista della radio nazionale ceca Český rozhlas, ha parlato (in lingua italiana) del viaggio di Carlo IV in Italia, per l’incoronazione a imperatore. «Carlo IV passa per Udine – ha detto la Krčmová – il giorno 14 ottobre 1354 e in compagnia del fratello Nicolò di Lussemburgo, patriarca di Aquileia, arrivò a Milano, dove il 6 gennaio 1355 cinse la corona ferrea di re d’Italia nella basilica di Sant’Ambrogio e, infine, il 5 aprile successivo, fu incoronato a Roma nella basilica di San Pietro, imperatore del Sacro Romano Impero, mentre il Papa risiedeva ad Avignone».

L’intervento di Bruno Figliuolo, docente di Storia Medievale all’Università di Udine, ha elogiato l’articolazione del volume per un personaggio della storia che non ebbe alti significati, se non quello di aver scritto per primo una autobiografia e di essere stato un imperatore pio e capace di spiegare le Sacre Scritture al popolo. «È raro trovare un’opera così – ha detto Figliuolo – è una vera novità, un fatto irrituale nel panorama del tempo, per un imperatore che dovette impegnarsi in una defatigante corsa per l’Europa per cercare di placare le ribellioni, le congiure e i colpi di mano».
Arianna Marchiol, infine, ha spiegato le difficoltà incontrate nella traduzione dal latino medievale, che era una lingua per dotti e intellettuali. Non era una lingua viva, né morta. Era una lingua con scarso rigore grammaticale rispetto alla lingua latina classica.
Prima di chiudere l’incontro i relatori hanno risposto ad una serie di domande poste dal pubblico.

La struttura del libro
Il testo è composto dall’originale latino medievale scritto da Carlo IV stesso, con traduzione italiana a fronte. La Prefazione è di Eva Doležalová, direttrice del Dipartimento di Storia medievale dell’Istituto di Storia dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca. A seguire c’è una breve biografia di Carlo IV, scritta da Tiziana Menotti, che ha seguito l’abbondante apparato di note al testo latino. Si trova, infine, una Postfazione di Michaela Krčmová, già pubblicata in lingua ceca e, qui, tradotta da Tiziana Menotti.

Quattro parole con Tiziana Menotti, curatrice e traduttrice del volume
Domanda: Questo imperatore si chiamava Carlo oppure Venceslao?
Risposta: «Al battesimo gli fu imposto il nome Venceslao – spiega la Menotti – poi lo zio, il re di Francia, al momento della Cresima gli impose il proprio nome: Carlo.»
D.: C’erano delle sue mire sull’Italia? 
R.: «Nel 1331, all’età di quindici anni, quando secondo il diritto medievale una persona poteva dirsi adulta, Carlo fu chiamato in Italia dal padre Giovanni, che intendeva estendere la signoria dei Lussemburgo nella penisola. Per ben due anni Carlo rimase in Italia, dove imparò l’arte della politica e della diplomazia pur tra intrighi e pericoli di ogni genere. Nel 1334 il padre lo nominò margravio di Moravia e, nonostante i dissapori dovuti alla dispartità di carattere, intrapresero insieme numerose imprese diplomatiche e militari, sia in patria che al di là dei confini del regno boemo. Nel 1346 i principi elettori lo elessero all’unanimità re dei Romani  al posto dell’imperatore Ludovico il Bavaro e l’anno seguente, dopo la morte del padre, divenne re di Boemia».

D.: Cosa successe nel 1354-1355?
«Con l’elezione a re dei Romani Carlo ottenne in pratica la corona imperiale e infatti nell’autunno del 1354 intraprese il lungo viaggio che dalla Boemia lo portò dapprima a Milano, dove il 6 gennaio 1355 cinse la corona ferrea di re d’Italia, quindi a Roma, dove il 5 aprile, giorno di Pasqua, fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. I grandi umanisti e intellettuali dell’epoca, tra cui Francesco Petrarca, anelavano alla restaurazione dell’antica tradizione dell’impero romano e alla restituzione della centralità dell’impero alla sua città di origine, Roma. Le loro speranze, però, rimasero disattese. Carlo, infatti, in totale ubbidienza al papa, si intrattenne a Roma un solo giorno e Praga rimase per trentadue anni la capitale indiscussa dell’impero».
D.: Carlo IV di Lussemburgo, re di Boemia e il Friuli. È vero che può dirsi amico del Friuli?
R.: «La storia di Carlo si intrecciò fortemente con la storia dell’Italia e del Friuli, in particolare con quella del patriarcato di Aquileia. Il primo contatto che egli ebbe con lo stato patriarcale fu nel 1337, quando, sfuggito alla cattura da parte della flotta veneziana nelle acque dell’Adriatico nei pressi di Grado, fu accolto con grandi onori dal patriarca Bertrando di San Genesio, che lo ospitò a Udine e con il quale strinse un rapporto di solida amicizia. Bertrando descrive così il suo primo incontro con Carlo: “Restituita la pace al Friuli (dopo la guerra di Venzone) Carlo, che divenne poi re dei Romani, sbarcò in Aquileia (aprile-giugno 1337) e lo accogliemmo come si conveniva a tanto signore; ed egli condusse seco Bartolomeo (conte di Segna e di Veglia) e rimase con noi a Udine a nostre spese per un mese e più”. Qualche anno più tardi, nel dicembre del 1340, Bertrando fu attaccato dal conte di Gorizia e dai duchi d’Austria, che si erano accampati nei pressi di Venzone. Trovandosi in grave difficoltà, chiamò in aiuto l’allora margravio di Moravia, che accorse prontamente e insieme assediarono la città di Gorizia dopo aver devastato la contea. B. M. De Rubeis riporta nei suoi Monumenta Ecclesiae Aquileiensis questo brano tratto dall’autobiografia di Carlo IV Vita Caroli, contribuendo tra l’altro a chiarire l’etimologia del toponimo Veronium, che egli identifica per l’appunto con il borgo di Venzone».

D.: Ci dice qualcosa sugli ultimi anni di vita dell’Imperatore, quando la sua vita pubblica si incontrò con quella di suo fratello Nicolò di Lussemburgo?
R.: «Nel 1350 Bertrando fu assassinato in un’imboscata da alcuni nobili friulani. Il suo successore fu Nicolò di Lussemburgo (1350-1358), fratellastro di Carlo e suo uomo di fiducia. Nell’autunno del 1354 Carlo passò i valichi alpini del Friuli e il 14 ottobre entrò a Udine per ricongiungersi con il fratello Nicolò, che fu il suo fedele compagno durante il lungo e non sempre facile viaggio verso l’incoronazione imperiale».
D.: Carlo IV tornò altre volte a Udine e in Friuli?
R.: «Sì. La città di Udine ebbe l’onore di accogliere il grande sovrano ancora una volta. Nel 1368, infatti, in occasione del suo secondo viaggio in Italia per l’incoronazione a imperatrice della sua quarta moglie, Carlo IV sostò nuovamente a Udine, dove incontrò per la terza volta Francesco Petrarca, con il quale aveva mantenuto per anni un vivace carteggio. Nella prima lettera inviata dal Petrarca al sovrano boemo e che risale al 1351, il grande poeta invita Carlo ad assumere il governo dell’impero e a scegliere Roma come sua capitale, perché, come egli scrive: “Noi, o Cesare, già tel diceva, qualunque nato altrove per italiano ti abbiamo”. Anche se poi le cose andarono diversamente, il rapporto tra i due intellettuali, basato sulla stima e sull’ammirazione reciproche, crebbe nel tempo, rendendo possibili anche alcuni incontri. Il primo a Mantova nel 1355, durante il viaggio per l’incoronazione di Carlo, il secondo a Praga l’anno seguente e, finalmente, a Udine nel 1368».

D.: L’Imperatore Carlo IV era devoto? 
R.: «Carlo IV era un sovrano estremamente colto. Conosceva cinque lingue, amava l’arte, si dilettava di letteratura e di esegesi biblica. Era molto devoto alla Vergine, a san Venceslao e a santa Caterina d’Alessandria, che riteneva lo avesse protetto durante la difficile battaglia sostenuta contro una coalizione formata da illustri famiglie italiane presso il castello San Felice il 25 novembre 1332».
D.: In conclusione, che tipo di libro è Vita Caroli?

R.: «Poco dopo l’elezione a re dei Romani, Carlo iniziò a scrivere la propria autobiografia dal titolo Vita Caroli, un’opera appartenente a quel genere letterario di tipo educativo molto diffuso durante il Medioevo noto come specula principis e la cui traduzione dal latino viene oggi proposta dalla casa editrice milanese Medusa. L’opera fu terminata pochi giorni prima dell’elezione imperiale e probabilmente Carlo avrebbe voluto proseguirne la stesura ben oltre i suoi primi trent’anni di vita. Probabilmente i numerosi impegni glielo impedirono. Anche se con la stesura dell’opera Carlo intendeva soprattutto ammaestrare i propri successori, in particolare il figlio Venceslao IV che gli sarebbe succeduto su entrambi i troni, Vita Caroli è una preziosa fonte di informazioni riguardanti la figura del giovane principe, le sue gesta e i principi cristiani su cui fondò tutta la sua vita. Carlo IV morì a Praga il 29 novembre 1378».  
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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti.   
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Carlo IV, Vita Caroli. Autobiografia, a cura di Tiziana Menotti, titolo originale: Karoli IV imperatoris Romanorum Vita Ab Eo Ipso Conscripta, traduzione di Tiziana Menotti e Arianna Marchiol, Milano, Medusa, 2016, pagg. 201, 21 fotografie a colori e b/n.

ISBN 978-88-7698-359-7