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venerdì 27 marzo 2020

L’esodo da Rovigno a Laterina di Riccardo per il terrore titino, 1951

La fuga da Rovigno scatta il 18 luglio del 1951 per Riccardo Simoni, di dieci anni e i suoi familiari; ecco il suo racconto. “Da Zara, da Fiume e, nel 1947, da Pola l'esodo è rapido e spesso drammatico così come da molte cittadine  all'interno dell'Istria – spiega Simoni – A Rovigno, prima del 1951 vediamo arrivare  studenti italofoni di Pisino per la chiusura del loro Liceo italiano. Ma Rovigno era ancora una città compattamente italiana, e italiane erano le scuole sino alle superiori. La maggioranza di noi non conosceva il croato. Con le seconde Opzioni del 1951 Rovigno vede rapidamente scomparire la maggioranza della popolazione italofona. Gli amici ‘rimasti’ ci hanno raccontano di una città per molto tempo spettrale, con le case svuotate, con tanti topi e gatti scheletrici che fuggivano spauriti. In pochi anni queste vennero occupate da popolazioni slave, spesso dal sud della Jugoslavia. I capoccia locali invece entravano nelle case più graziose degli esuli partiti.
Rovigno, giugno 1951- classe IV Elementare. Collez. Simoni

Io lascio Rovigno in una sera del 18 luglio del 1951 assieme a mio padre Cesare, la mamma Concetta Viscovich e i fratelli Vincenzo e Tullio, anche nel dolore di dover lasciare l'amata gatta Fiorella. Ricordo che  mio nonno materno Vincenzo Viscovich, con un carretto per i nostri pochi bagagli, ci accompagnò alla Stazione ferroviaria. Il treno dopo un lungo viaggio ci portò finalmente in territorio italiano vicino a Trieste, credo a Opicina, dove fummo accolti dalle dame della Croce Rossa che ci offrirono una tazza di latte e dei fagioli lessi che pare ci piacessero. Nei giorni successivi  fummo ospitati  preso i vari parenti paterni a Trieste e potei rivedere alcuni cari amici partiti durante la prima opzione e potei gironzolare con loro. Ricordo di aver letto, per la prima, volta un fumetto di Tex Willer. Nei pressi di Via Cavana ho gustato una pallina di gelato. Poi siamo partiti per Udine, in un Centro smistamento profughi, buio e triste, dove avrebbero deciso quale Centro raccolta profughi ci avrebbe accolto”.
Perché siete venuti via?
“Fondamentalmente per una mancanza di libertà – replica il dottor Simoni - accentuata negli anni successivi al 1945 e con un aggravamento durante e dopo le vicende fratricide tra comunisti cominformisti, fedeli a Stalin, e con  spirito internazionalista, e comunisti fedeli a Tito sempre più succubi al nazionalismo filo slavo”.
Si deve sapere che Rovigno era considerata zona rossa, con molti partigiani, ma dopo la rottura di Tito con Stalin, del 1948, iniziano in tutta la Jugoslavia le purghe titine contro ogni sorta di dissidente dalla linea del partito.
“Rovigno era una cittadina con componenti nella sua popolazione di idee molto variegate – spiega Simoni – i contadini erano in genere molto attaccati alla religione, mentre pescatori e marinai lo erano meno. C'erano infine oltre un migliaio di operai  nella locale Manifattura Tabacchi [le operaie erano dette: le tabacchine] e in altre aziende con uno spirito molto aperto alle idee libertarie dell'inizio del Novecento. Mia nonna in fabbrica cantava canzoni anarchiche tipo ‘Addio Lugano Bella’. Il Partito comunista nel primo dopoguerra assorbì gran parte dei socialisti ed ebbe le sue vittime al sorgere del fascismo, i suoi carcerati o al confino, o combattenti in Spagna e nella Resistenza Francese. Rovigno ha avuto, infine, oltre un centinaio di morti nei lager nazisti o nella lotta partigiana. Questi comunisti durante il Ventennio in città organizzavano il ‘Soccorso Rosso’ avendo continui contatti con importanti esponenti del PCI nazionale. Tutti avevano una ideologia fortemente internazionalista che si sarebbe scontrata con l'evidente  strategia nazionalista e annessionistica dei comunisti croati. 
I fratelli Simoni al CRP di Laterina, anni '50. Collez. Simoni

La resa dei conti avvenne con la rottura tra Tito e Stalin e così si creò finalmente l'occasione per decapitare in tutta l'Istria e a Rovigno questa generazione di comunisti ormai ‘anomali’. Ricordo che nella casa accanto alla mia, tra Via Daveggia e l'inizio della Carrera, c'era la sede della Polizia popolare. Dalla finestra del 3° piano potevamo sentire le urla dei comunisti cominformisti pestati a sangue. Uno di questi, Quarantotto, Capitano della resistenza francese, per queste sevizie morirà poco dopo a GoliOtok-l'Isola Calva. E noi spesso chiudevamo le finestre e cantavamo ‘Fratelli d'Italia’. Ricordo anche i nostri pianti quando, alla radio, sentimmo nel 1949 della tragedia di Superga, dove morì tutta la squadra di calcio del Torino. In seconda elementare mi pare di aver avuto una ventina di maestri, quasi tutti cominformisti. Vedevo le maestre umiliate a spazzare le strade, mentre i maestri semplicemente sparivano”.
Nella sua famiglia si parlava della vicenda delle foibe?
“Forse ero troppo piccolo e ne sono venuto a conoscenza più tardi – risponde il testimone - mio fratello, del 1937, mi dice che lui ne aveva sentito parlare. A Rovigno ci furono due periodi di infoibamenti, nell'autunno 1943 e dopo il maggio 1945. In entrambi i casi è ora documentato che le esecuzioni avvenivano solo per espliciti ordini della polizia segreta, l'Ozna. Nel 1943 oltre trenta rovignesi vennero consegnati al Tribunale Popolare di Pisino e poi infoibati. Il tutto avvenne sotto il comando di Ivan Motika ‘Franic’, responsabile per l'Istria dell'Ozna da una lista di nomi fatta da un gruppo di giovani esaltati di Rovigno, ‘quelli della Ceka' [la Ceka era il servizio segreto dell’Urss dal 1917 al 1922]. Essi emarginarono da ogni decisione i dirigenti comunisti ‘storici’. Ormai i loro nomi sono quasi tutti conosciuti e sono ora  tutti deceduti con i loro segreti. Uno di loro era Paolo Poduie, divenuto dopo l'ottobre 1943 partigiano nel Veneto e poi Capitano del SOE, futura Intelligence Service inglese. Si possono trovare notizie esaurienti in Internet. Poduie è morto tanti anni dopo, in silenzio, a Milano. Tutti, anche i bambini, sapevano che l'Ozna controllava tutto. Dal maggio 1945 avvenne a Rovigno  un'altra serie di infoibamenti con il carattere peculiare che i cadaveri degli uccisi nella grande maggioranza non vennero mai più trovati e questo atroce segreto permane. Nel 1943 venne infoibato il padre del mio caro amico, recentemente deceduto, Nino Maressi, che ben sapeva il nome di chi l'aveva fatto arrestare, rivisto poi profugo a Monfalcone. Nel 1945 scomparvero il padre e il giovane fratello della mia cara amica Bianca Benussi. Lei ricorda ancora con strazio quella vicenda”.
Nel libro di Flaminio Rocchi non compaiono, tra gli italiani eliminati nelle foibe, né un Maressi, né un Benussi. Ben quattro Benussi di Rovigno compaiono, invece, tra gli eliminati dai titini nel 1943-1945 e un Andrea Maressi, guardia notturna, nato a Rovigno nel 1904 e ammazzato il 30 settembre 1943, in base all’Elenco “Livio Valentini”. Tra l’altro, l’Ozna, secondo un rapporto segreto del Ministero dell’Interno italiano, del 1946, era “già riuscita ad infiltrare molti elementi nelle file dei cetnici [monarchici serbi], specie tra i profughi giuliani che si trovano a Roma nei campi profughi di Forte Aurelio e Cinecittà”. La stessa organizzazione segreta iugoslava, in base al citato rapporto, ha stretti contatti con i sovietici (vedi in: Sitologia).
Riccardo Simoni in un'immagine recente della collezione familiare

Ho letto su «Chiantisette» che suo suocero e suo padre Cesare erano partigiani?
“Mio suocero era partigiano nei boschi attorno a Rovigno – aggiunge Simoni – dove avvenivano continui rastrellamenti. Mio padre, autodidatta plurilingue, durante l'occupazione nazista era interprete del Comune e quindi anche nei rapporti con l'attiguo Comando tedesco, ma facente parte dell'intelligence partigiana  cui comunicava, per sicuri tramiti, le preziose informazioni che riusciva a captare, catturandi, rastrellamenti ed altro. Un giorno vidi mio padre con la faccia tumefatta e piena di sangue. Ci disse che era caduto di bici. Dopo la sua morte nel 1997 abbiamo trovato un suo prezioso memoriale su tutte le sue vicende dall'armistizio del 8 settembre 1943 al 1946, dove racconta di essere stato pestato a sangue dalle Waffen SS che gli comunicarono i sospetti verso di lui ordinando di dire alla famiglia di essere semplicemente caduto. Ma tempo dopo venne smascherato e ricordo la sua cattura in una notte dell'autunno 1944. Il comandante  tedesco lo salvò scrivendo soltanto ‘sospetto partigiano’ nella sua scheda. Da Pola finì al Coroneo di Trieste e quindi con un convoglio deportato nella stazione di Dachau, dove veniva la scelta di ‘arbeiter schiavi’ da parte di vari industriali. Venne inviato in un lager di Sweinfurt, città dove si produceva oltre l'80% dei cuscinetti a sfera della Germania, con bombardamenti a tappeto quasi quotidiani. Tornò magro ma vivo nell'estate del 1945 e, pur non essendo comunista, venne apprezzato come amministratore tanto da divenire, sino alle opzioni, Direttore della Impresa edile locale. Optando, come tanti rovignesi, finì, prima alla miniera dell'Arsia e poi nella costruenda ferrovia Lupogliano-Stallie. Ho recentemente raccontato che in guerra i bimbi crescono alla svelta e quindi ricordo un pomeriggio soleggiato del 10 ottobre 1943. Non avevo ancora 3 anni, accompagnato da mia zia Nina, quando venimmo circondati da soldati tedeschi e obbligati ad assistere alla impiccagione di un giovanissimo partigiano slavo, pieno di bende insanguinate, su un lampione delle rive del porto. Ora c'è il suo ricordo su una pietra accanto al ‘molo piccolo’ che serve solo per sedersi e mangiucchiare un panino. Ma esistono di quegli anni tanti altri ricordi vivissimi. Persone amiche di famiglia aderirono alle formazioni fasciste, un cugino di mio padre, mezzo boemo del Sudeti, finì la guerra nelle Waffen SS, un altro faceva parte del SIM della RSI. Un illustre chirurgo di Rovigno Chiurco, podestà della RSI di Siena e storico della Rivoluzione Fascista  dopo la liberazione di Siena  nell'estate del 1944 ebbe , per qualche merito verso i senesi , solo un blando e provvisorio atto di epurazione. Ricordo, poco prima di essere ucciso, il capo dei fascisti Steno Ravegnani, a casa di nonno addetto alle Pompe Funebri, ordinare una ghirlanda per un milite e dire che sarebbe andato con i partigiani se l'Istria fosse rimasta italiana: mah! [Nell’Elenco “Livio Valentini” c’è uno Stefano Ravegnani di Rovigno, della Milizia Difesa Territoriale. - 2° Rgt. "Istria", eliminato il 13 aprile 1945]. Ho sempre pensato che le nostre terre sarebbero, alla fine della guerra, comunque perdute, chiunque avesse vinto”.
Riccardo Simoni a dieci anni, fotografia dal passaporto, quando arriva al CRP di Laterina. Collez. Simoni

Cosa ricorda del Centro raccolta profughi di Laterina?
Siamo partiti di notte da Udine in treno – dice Simoni – e solo nella mattinata siamo scesi a Laterina Scalo, dove ci attendeva un camion scoperto che ci ha portato al CRP di Laterina, già   Campo di concentramento di prigionieri inglesi, poi lager tedesco e quindi per prigionieri fascisti della RSI trasferiti dal campo di concentramento di Coltano (PI). Dopo le prime opzioni di profughi giuliani, fiumani, dalmati e dalla Grecia. Insomma in questa pianura piena di baracche erano ospitate oltre duemila persone. Una di queste baracche era adibita a scuola elementare, un’altra per una chiesetta, una per la direzione e poi tante baracche in fila per le tante famiglie. Esse erano divise da fili di ferro con appese delle coperte, con piccole stufette e letti a castello militari. L'unico gabinetto alla turca stava ovviamente all'aperto. Ogni famiglia riceveva un sussidio in denaro di circa 100 lire a testa al dì. Eppur durante l'alluvione del Polesine, di mesi dopo, i profughi fecero una gran colletta per i nostri fratelli sfortunati. A Laterina siamo rimasti sino al 1955, nel frattempo io finivo la V elementare e iniziavo poi una lunga storia di Collegi di Stato. Tre anni al Collegio Raffaello di Urbino e cinque a Carrara. Mio padre aveva trovato un lavoro presso il Comando Alleato del Sud Europa a Firenze  e quindi assunto come guida turistica dalla CIT in Svizzera e poi a Firenze. Finalmente, dopo anni di stenti, a Firenze potevamo avere un appartamento INA Casa, con un affitto molto modesto, che ha permesso una ascesa scolastica a tutti i tre fratelli Simoni. Durante la permanenza a Laterina non abbiamo mai manifestato  pentimenti per la scelta fatta optando. La  libertà  faceva la differenza. 
Laterina, squadra di calcio profughi giuliano dalmati, anni ’50. Collez. Ireneo Giorgini

A Laterina c'era una comunità di rovignesi legati dal comune affetto, da vecchie e nuove amicizie e dall'amore per il paese lasciato. Nel 1960 mi iscrissi alla Facoltà di Medicina a Firenze vivendo da protagonista le vicende associative universitarie e anche politiche. Solo nel 1963 sono tornato a Rovigno abbracciando i nonni materni che pochi anni dopo sarebbero scomparsi. Nel 1966 ho conosciuto la mia futura moglie Luisa, rovignese, allora in vacanza. Ogni estate, quando posso, torno a Rovigno, nella vecchia casa dei nonni vedo le foto orgogliose di Vincenzo Viscovich in splendide divise di Ulano di Sua Maestà Imperiale per cui ha combattuto dal 1914 sino al 1918 e di cui nel suo intimo è sempre rimasto fedele. In questa casa d'estate posso dormire nella camera dove sono nato quasi ottanta anni fa e in altre stanze  ci guardano le vecchie foto dei nonni, zii, con quadri di amici, di mio padre Cesare e miei, del fratello Vincenzo, del fratello Tullio recentemente scomparso. Da qualche estate esiste una calda comunanza con ‘amici degli anni Trenta’ quelli ‘rimasti’, scanzonati ‘amici miei’ con aggregati altri leggermente più giovani con qualcuno anche croato dei dintorni che però si appassiona del nostro dialetto e canta nel coro della nostra Comunità degli Italiani di Rovigno. Da qualche anno si sono infittiti i rapporti tra gli esuli della ‘Famìa Ruvignisa’ con la locale Comunità di Rovigno sino a celebrare insieme, nel 2020, il Giorno del Ricordo,  cantando  finalmente anche l'Inno all’Istria”.
Mi pare che lei vada nelle scuole a parlare del Giorno del Ricordo?
“Da oltre dieci anni partecipo come testimone alle cerimonie che il Comune di San Casciano (FI ), dove abito, promuove per il Giorno del Ricordo – conclude Simoni – anche nelle scuole medie di vario grado. Talvolta ho parlato a Firenze in Palazzo Vecchio a delle scolaresche. Tempo fa ho partecipato come docente a due seminari agli insegnanti della Scuola Media locale, con  assegnazione di crediti, offrendo documentazioni scritte di studiosi e anche di mie modeste  ricerche. La passione per la storia contemporanea in me ha origini antiche anche  per il desiderio di capire le cause che hanno portato alla quasi scomparsa della nostra etnia dalle terre ormai perdute. Ho sempre cercato fonti diverse, scartando quelle in palese malafede o di grave ignoranza, ascoltando sempre le sofferenze di chi ha subito, di qualsia etnia si trattasse, le violenze del Novecento, il terribile ‘Secolo breve’ con i suoi variegati totalitarismi”.
Rovigno, nonno Vincenzo Viscovich, ulano di Sua Maestà Imperiale d'Austria, 1914-1918. Collez. Simoni

Finisce così l’intervista al signor Riccardo Simoni, geriatra, psichiatra, fisiatra, medico ospedaliero in pensione, docente universitario, ma soprattutto sempre curioso nelle sue letture, nei piccoli disegni, collages, foto, poesiole e nei rapporti con gli amici sempre più radi, allegri, invecchiati, o scomparsi e con  nuovi che spera arrivino ancora. Egli ricorda cose orribili dell’Istria, oppure il buon odore di un pacco giunto da Trieste con delle arance e lui si è tenuto in tasca per due mesi le scorze per il profumo delizioso di agrumi. Alla fine degli anni ’40 la gente mangiava la carne solo una volta. Poi subentrò molta paura e la totale mancanza di libertà. Riccardo Simoni ricorda soddisfatto che a Rovigno, il 95% dei cittadini era italofono e ancora nel 1951 non c’era il bilinguismo italiano-croato. Tutto era in italiano, le scuole e le strade. Gli slavi avevano solo tre classi con elementari, medie e superiori. Poi la snazionalizzazione titina ebbe il sopravvento. L’interno e il contado erano per lo più slavofoni, ma Rovigno no, come molti centri costieri istriani. Nell’intervista ha ripetuto più volte: “Siamo andati via perché non c’era la libertà, avevamo la sensazione di essere continuamente osservati, spiati dalla polizia”.
Come mai diversi ragazzi in Istria, dopo l’8 settembre 1943, si lasciano ammaliare dal movimento partigiano iugoslavo? Forse ci aiuta a capire lo scrittore Fulvio Tomizza. “Nell’indecisione, nella confusione e nell’euforia, alcuni reduci con fazzoletti rossi al collo piegarono la resistenza del loro ex educatore e si cacciarono in scuola. Erano ragazzi sospesi fra un fascismo autocritico e un vago comunismo, in attesa del precipitare degli eventi; si erano procurati un timbro con la stella rossa e la scritta bilingue. Li rifornivano contemporaneamente di cibo e bevanda Ludovico e Gabriele Pavlovich da una parte, il barba Ive Stocavaz e i suoi primi croati dall’altra” (La miglior vita, p. 160).
Il Centro raccolta profughi di Laterina, anni '50. Collez. Giorgini

Il Centro raccolta profughi di Laterina tra dati veri e falsi
Sono 4.693 i nominativi riportati nell’Elenco alfabetico profughi giuliani, custodito nell’Archivio del Comune di Laterina. La lista si apre col nome di Abba Lucia, che reca queste indicazioni: “n° 167 del fascicolo, data di eliminazione [dalla residenza] 4.6.1957; Comune di nuova residenza: Roma”. Si chiude con: “Zonca Silvana, n° 1428 del fascicolo, data di eliminazione non nota, irreperibile”. Certo, è una rubrica con poche indicazioni. Non si sanno, infatti, la data e il luogo di nascita, ma è assai utile a definire il numero di persone transitate per il CRP di Laterina, che per uscirne fornivano il luogo della nuova residenza, anche all’estero (Francia, Svezia, Brasile, Argentina, Australia, USA). Il numero potrebbe essere più alto di 4.693 individui, dato che le ultime registrazioni manuali si riferiscono al 1961, mentre si sa che il CRP chiuse nel 1963. Mancano, quindi, almeno due anni di registrazioni, con le ultime uscite di persone dal Campo.
Di un’inaudita violenza morale è la vicenda riferita da Luisa Pastrovicchio, nata a Valle d’Istria, il 16 maggio 1952. Fu immatricolata al CRP di Laterina il 25 giugno 1958 col n. 5.377, come emerge dalla sua scheda di registrazione. Gli schedati al Campo, dunque, sono più di 5mila. Al confine slavo di Divaccia la famiglia Pastrovicchio subì una indegna perquisizione da guerra fredda. I profughi furono fatti tutti spogliare, rimanendo in mutande, davanti ai Druzi. Col termine di “Druzi” gli italiani d’Istria, di Fiume e Dalmazia indicano i partigiani comunisti iugoslavi. Deriva dallo storpiamento della parola serbo-croata “drug”, che significa “compagno”. Tutti e cinque i Pastrovicchio sono registrati nel suddetto Elenco alfabetico profughi giuliani.
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Mappa del Centro Raccolta Profughi di Laterina. Planimetria riferita a dopo il 1950. Disegno di Tommaso Ricci e Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Riproduzione per gentile concessione di Claudio Ausilio

Allora pare molto sottostimato il numero di profughi giuliano dalmati di Laterina riportato da Laura Benedettelli nel suo pur documentato studio intitolato I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto, del 2017. Scrive la Benedettelli che “Nella provincia di Arezzo i 588 profughi che arrivarono nei vari anni vennero accolti nel CRP di Laterina (…) che poteva contenere fino a 12.000 persone” (p. 48). Dalle schede Pastrovicchio e da altri studi si deduce invece che i profughi giuliani accolti a Laterina sono oltre 5mila; altro che 588.
Racconta il signor Claudio Ausilio, esule da Fiume: “Son venuto via che avevo due anni nel 1950 – dice – e ci trasferimmo a Montevarchi, provincia di Arezzo, perché mio padre lavorava alla 'Voplin' Azienda Cittadina Gas - Acqua di Fiume, chiese in seguito ad opzione di essere riassunto in servizio presso una Azienda similare in Italia e gli diedero un posto al Comune di Montevarchi, provincia di Arezzo. Noi non siamo passati dai campi profughi. Mi sono interessato alle questioni dell’esodo giuliano dalmata solo da quando sono in pensione”.
Nel 1963 la Jugoslavia di Tito introdusse il principio dell’autogestione delle imprese, che fu perfezionato nel 1964-1965 e nel resto degli anni sessanta. Divenne oggetto di studi, addirittura, alla facoltà di Economia e commercio di Trieste, negli anni 1972-1975, poi finì nell'oblio, soprattutto dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) e la crisi delle ideologie. Il fenomeno dell’autogestione, in realtà, provocò l’ennesima spinta all’esodo di altri italiani dell’Istria, espulsi per primi dalle strutture produttive “autogestite”. Come ha raccontato Eda Flego, di Pinguente d’Istria (Buzet, in croato), che riporta i ricordi del babbo Viecoslav Luigi Flego e della mamma Emma Micolausich: “Mio padre era infermiere e fu il primo ad essere licenziato dopo la novità dell’autogestione, così siamo dovuti venire via dall’Istria, per giungere in Friuli da esuli.”.

Cartolina di Rovigno del 1906, con le famose “tabacchine”

Un fuga piena di paura è quella avvenuta nel 1963, come nel caso di Pietro Palaziol, di Valle d’Istria, scappato di notte con altri ragazzi, correndo gravi rischi; infatti, morì un suo amico falciato da una raffica di mitragliatrice “perché i Graniciari meteva le trappole con filo lezero; ti te tiravi per sbaglio el filo, alora sciopava un bengala, che faceva luce e i slavi i te tirava contro coi mitra”. I Graniciari erano guardie confinarie iugoslave, di etnia bosniaca o serba, non sloveni, per evitare che si lasciassero intenerire dagli italiani dell’Istria che se la svignavano. Una compagna di fuga impazzì di dolore per la morte di quel ragazzo istriano. Era il 1963, ma certi storici sentenziano che l’esodo giuliano sia terminato nel 1956 senza spiegare, tuttavia, come mai l’ultimo Centro raccolta profughi di Trieste abbia chiuso i battenti nel 1972. Certi ricercatori hanno notizia di fughe di italiani dalla Jugoslavia pure dopo il Trattato di Osimo, del 1975.
Chiudiamo questo racconto intervista sull’esodo giuliano dalmata con le parole di un esclusivo scrittore, Antonio Zappador, esule istriano a Carpi (MO) pure lui fuggito bambino dai titini. “Ho visto la delusione, le lacrime e la rassegnazione della sconfitta della mia gente d’Istria. Ho subito la persecuzione a privarmi della libertà nelle mie prime stagioni.  Eppure qualcuno mi ha suggerito di non farmi condizionare dalla ragnatela della vita. Superare i timori, qualche volta paga bene” (p. 14).
Scheda di registrazione n. 5.375 del 26 giugno 1958 al Centro raccolta profughi di Laterina, intestata a Gaudenzio Pastrovicchio, di Valle d’Istria, assistito fino al 24 gennaio 1963. Collez. Pastrovicchio, stampato e ms.

Fonti orali e del web
Si precisa che le seguenti fonti orali, selezionate da oltre 456 interviste, si sono avvalse, in qualche caso, di dati e notizie riferite da familiari e da conoscenti anziani, ormai scomparsi. Le interviste (int.) sono state condotte a Udine con taccuino, penna e macchina fotografica da Elio Varutti, se non altrimenti indicato. Si è cercato di confrontare le dichiarazioni degli intervistati con i documenti e con gli studi in letteratura. È condiviso da molti ricercatori che la testimonianza di una famiglia sul 1943-1945 e sul dopoguerra, sia prima di tutto atroce, poi singola e senza eguali.

Claudio Ausilio, Fiume 1948, esule a Montevarchi, provincia di Arezzo, int. del 16-17 aprile 2018 a Montevarchi, al telefono del 20 marzo 2020 e messaggi e-mail del 22 marzo 2020.
Eda Flego, Pinguente/Buzet (Jugoslavia) 1950, int. del 31 dicembre 2005 e 19 febbraio 2020.
Pietro Palaziol, 1945, Valle d’Istria, int. del 18 marzo 2008 in collaborazione con Ferruccio Pittia.
Luisa Pastrovicchio, Valle d’Istria, 1952, esule a Pessinetto, città metropolitana di Torino, int. al telefono del 28 febbraio 2017.
Riccardo Simoni, Rovigno 1940, int. telefonica del 23-25 marzo 2020 e messaggi e-mail del 27 marzo 2020.
Antonio Zappador, Verteneglio 1939, int. del 23 febbraio 2020 a Fossoli di Carpi (MO).
Lettera del Prefetto di Arezzo del 5 ottobre 1948 al Ministro dell’Interno con cui si comunica un “aggravio finanziario” in seguito alla costituzione di un Campo profughi giuliani per 5.000 posti nel Comune di Laterina. Notare la carta intestata con clamoroso refuso tipografico (“Aezzzo”). Archivio del Comune di Laterina, dattiloscr.

Ringraziamenti
Per il presente articolo la redazione del blog è riconoscente al signor Claudio Ausilio, esule da Fiume e socio dell’ANVGD di Arezzo, che ha fornito con la solita cortesia i contatti per la ricerca presso il dottor Riccardo Simoni, andando a incrementare una tradizionale e collaudata collaborazione con l’ANVGD di Udine. L’Autore rivolge i più sentiti ringraziamenti al sindaco e gli operatori del Comune di Laterina Pergine Valdarno, per la disponibilità riservata al signor Claudio Ausilio nella ricerca di documenti e registri sul Campo profughi. Si ringraziano, infine, gli esuli intervistati e i collezionisti per i vari materiali messi a disposizione della ricerca, come fotografie, cartoline, memoriali, documenti privati e cimeli dell’esodo.
Stoviglie in alluminio in uso ai profughi giuliani a Bari, dove opera il Centro raccolta profughi delle “Baracche”, chiuso nel 1956. Collez. Sergio Servi

Collezioni familiari
Claudio Ausilio, disegni, relazioni scolastiche e documenti.
Ireneo Giorgini, esule da Fiume a Torino, fotografie.
Luisa Pastrovicchio, esule da Valle d’Istria, vive a Pessinetto, città metropolitana di Torino, documenti stampati, fotografie e memoriale dattiloscr.
Sergio Servi, esule da Parenzo a Bari, stoviglie fotografate.
Riccardo Simoni, esule da Rovigno a San Casciano Val di Pesa (FI), testi videoscritti e fotografie.

Documenti originali
Elenco alfabetico profughi giuliani, Archivio del Comune di Laterina, 1949-1961, ms.
Lettera del Prefetto di Arezzo del 5 ottobre 1948 al Ministro dell’Interno con cui si comunica un “aggravio finanziario” in seguito alla costituzione di un Campo profughi giuliani per 5.000 posti nel Comune di Laterina. Con carta intestata recante un clamoroso refuso tipografico (“Aezzzo”). Archivio del Comune di Laterina, dattiloscr.
Giada Manistu, Visita al Centro Raccolta Profughi di Laterina (AR), Classe 3^ Tecnico Industria Fotografica ISIS “Leonardo da Vinci”, insegnante accompagnatore professor Girolamo Dell’Olio, Firenze, 20 dicembre 2013, dattiloscr.
Mappa del Centro Raccolta Profughi di Laterina. Planimetria riferita a dopo il 1950. Disegno di Tommaso Ricci e Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Riproduzione per gentile concessione di Claudio Ausilio.
Giovanni Nocentini, Quindicimila gavette  nel Campo di concentramento 82, testo videoscritto in WORD, 2007 ca., pp. 1-5.
Luisa Pastrovicchio, Campo profughi di Laterina (Arezzo), testo videoscritto in PDF, 2017, pp. 1-5.

Cenni di bibliografia e sitologia
Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), Il confine italo-sloveno. Analisi e riflessioni, Milano, 2016, nel web.
Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, Gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945, a cura del Comune di Gorizia, Gorizia, 1980.
Laura Benedettelli, I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto, Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea (ISGREC), on-line dal giorno 8 febbraio 2017
Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, disponibile in Internet.
P.C.H., “Laterina, quelle lontane memorie del campo profughi”, «Difesa Adriatica», n. 10, ottobre 2013, pp. 6-7.
S.D., “Sempre peggio a Laterina” «Difesa Adriatica», n. 5, 5 febbraio 1949
Edlira Mamutaj, “Da Rovigno a Laterina. ‘Siamo venuti via per la libertà’. Riccardo Simoni racconta l’esodo, «Chiantisette Val d'Elsasette», 21 febbraio 2020.
O.Z.N.A.: La mano segreta di Tito, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Della P.S. – Divisione S.I.S., Roma, 19 novembre 1946,  consulenza di Aldo Giannuli, Università di Milano; nel sito web storiaveneta.it  
Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.
Fulvio Tomizza, La miglior vita, Milano, Rizzoli, 4.a ediz., 1977.
Elio Varutti, Ricordo di Guerrino Benussi, da Rovigno, con l’ANVGD di Udine, on line dal 2 ottobre 2017.
E. Varutti, Le Tabacchine istriane esuli al Centro Profughi di Firenze, on line dal 24 febbraio 2017.
Fulvio Tomizza, La miglior vita, Milano, Rizzoli, 4.a ediz., 1977.
E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017. La 2.a ediz. è nel web dal mese di aprile 2018 col medesimo titolo.
Antonio Zappador, 29.200 giorni. Una vita piena di tutto… di più, Carpi (MO), stampato in proprio, 2019.
Crp Laterina, anni '50
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Girolamo Jacobson e Elio Varutti. Contatti e ricerche di Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo che si ringraziano per la cortese concessione alla diffusione e pubblicazione nel blog presente e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
Il borgo di Laterina; foto E. Varutti 2018


giovedì 14 aprile 2016

Via da Fiume nel 1944, colpa dei partigiani

Le storie dell’esodo degli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia hanno sempre un fatto scatenante grave o tragico. Talvolta è un insieme di fattori a far fuggire i civili “di sentimenti italiani”. C’era l’azione della pulizia etnica voluta da Tito. C’era la vendetta contro i torti subiti dagli slavi sotto il fascismo. C’era chi si approfittava e, per vecchi rancori, faceva la spia a pagamento mandando in galera o, peggio, a morire persone innocenti. C’era, infine, lo scontro delle classi sociali secondo cui i diseredati volevano tutto ciò che possedevano gli abbienti, come ricorda il professor Umberto Sereni, docente di Storia contemporanea all’Università di Udine. E se lo presero con le armi in pugno, ammazzando l’italiano che si opponeva, chi voleva tenersi l’orologio, il portafoglio, la bicicletta, la casa a Fiume, in Istria e in Dalmazia.
Certamente trovarsi con le spalle al muro davanti a un gruppo di partigiani che stanno puntando i fucili per uccidere fu una spinta terribile alla fuga. È il caso della presente testimonianza. Andar via da Fiume a causa dei partigiani titini.
Fiume, 1930-1940 - Chiesa dei Padri Cappuccini

«La mia famiglia ed io siamo scappati da Fiume alla fine del 1944 per la paura dei partigiani di Tito che hanno preso mio padre a Tersatto, dove era andato a insegnare alla scuola elementare per prendere le famose Mille lire al mese». Esordisce così Fabiola Laura Modesto Paulon, nata a Fiume nel 1928, nella sua testimonianza che è una parte della storia d’Italia. I partigiani titini combattono per la libertà e contro i soprusi del fascismo. Perché se la prendono con la sua famiglia? Forse suo padre era militare?
«No mio padre, che si chiamava Sante, nato nel 1890, era maestro elementare – risponde la signora Fabiola Modesto – abitavamo a Fiume, ma lui dal 1942 lavorava a Tersatto, poco sopra la città e lassù i partigiani lo presero e lo misero al muro per fucilarlo, ma fu salvato dal papà di un suo alunno».
Attestato di nascita di Fabiola Laura Modesto, nata nel 1928, rilasciato nel 1934. Collezione Fabiola Laura Modesto, Udine

Quanti eravate in famiglia a Fiume e dove vi ha portato il vostro esodo?
«Si scappò in sei. La mia famiglia era composta da quattro figli, oltre ai genitori. Mia madre era Teresa Zuccari, della provincia di Macerata, trasferitasi a Fiume nel 1922 per lavoro, con la sorella gemella, entrambe insegnanti. Pure mio padre, originario di Majano, in provincia di Udine, dopo aver fatto la guerra di Libia e la Prima guerra mondiale, era stato chiamato ad insegnare nel 1922 nella città del Carnaro. Nel 1923 Sante Modesto si sposa con Teresa Zuccari e, a Fiume nel 1924, nasce mio fratello Vito, divenuto cancelliere del Consolato italiano a Sidney, mancato nel 2009, nel 1928 arrivo io, poi mie sorelle, Lucilla che è del 1930 e Fides del 1936, che oggi vivono con le rispettive famiglie in Lombardia. Allora l’esodo ci ha sparpagliati in Australia, a Varese, a Milano e a Majano, dove avevamo parenti».
Ricorda qualche cosa della vita a Fiume?
«Fiume era una città ricca, multietnica e tollerante fino all’inizio della guerra – dice Fabiola Modesto – pensi che l’80 per cento dei commercianti era di religione ebraica, le mie compagne di scuola erano cattoliche, turche, ebree e protestanti, ma la nostra educazione si basava sulla convivenza e il rispetto reciproco. Fiume era una città europea e d’estate durante le vacanze per fare i bagni andavamo in vaporetto a Laurana, Abbazia, dove la famiglia affittava un appartamento. Mio padre prima della guerra, oltre che alle scuole elementari, insegnava nelle carceri e ai carabinieri, tanto che è stato nominato cavaliere».
Lo stemma di Fiume incorniciato ed appeso nella casa dell'esilio; è così per molti fiumani. Collezione Fabiola Laura Modesto, Udine

La guerra fascista sconvolse tutto?
«La guerra portò a sfollamenti, bombardamenti, sparizioni, uccisioni, tragedie ed esodo, io ho abitato a Fiume in Via Trieste, vicino ai salesiani e dal 1934 in Via Milano, vicino all’Arcivescovado e alla Chiesa dei Cappuccini – continua la testimonianza – ricordo che a Fiume una mia compagna di ginnasio aveva il padre autista di ambulanze, siccome i partigiani titini volevano sequestragli il veicolo lui si rifiutò e lo uccisero, poi un nostro vicino di casa era ufficiale di Marina e sparì, la famiglia andò a cercare in ogni dove, ma non si è saputo nulla di lui».
Gianni Paulon, a destra, con un commilitone a Bolzano nel 1927. Collezione Fabiola Laura Modesto, Udine

Ha qualche altro ricordo curioso della Fiume degli anni Trenta?
«Sì, per San Nicolò – aggiunge Fabiola Modesto – ogni bambino delle classi prima, seconda e terza elementare aveva un regalino sul banco, poi arrivava proprio lui San Nicolò, con la lunga barba bianca, il bastone, la tiara, attorniato di diavoletti e angioletti. San Nicolò diceva certe frasi ad ogni bimbo, per essere buoni. Mi ricordo che lui sapeva certi fatti miei e non capivo chi glieli avesse raccontati, poi da grande ho scoperto che era proprio mio padre a travestirsi da San Nicolò».
Ha altri fatti sulla guerra e sull’esodo fiumano da riferire?
«A Fiume eravamo abituati agli sfollamenti – continua la testimone – dato che nel 1941 ci hanno sfollato e noi siamo andati da parenti a Luino e Varese per due mesi, inoltre altri due mesi li abbiamo passati a Como presso amici, in aggiunta Fiume aveva cantieri navali e il silurificio, così nel 1943 e 1944 iniziarono dei forti bombardamenti anglo-americani e mia mamma ed io siamo stati evacuati a Como, presso amici e una parte della famiglia si rifugiò a Majano da parenti, anche per la pressione dei partigiani».
Podgorac 1930 - Gianni Paulon emigrato in Serbia per lavorare nel settore edile. Collezione Fabiola Laura Modesto, Udine

Ricorda qualche cosa della sua permanenza da sfollata a Majano nel 1945 fino al termine del conflitto?
«Ricordo che mio fratello Vito era stato richiamato in Marina, nella X MAS a Trieste – conclude Fabiola Laura Modesto – e un giorno, siccome era in licenza, venne in treno fino a Udine, in tram fino a San Daniele e in corriera fino a Majano, dove mi trovavo io con i parenti. Lo zio fu avvertito dai partigiani friulani che se Vito non se ne fosse andato via entro due ore lo avrebbero ucciso. Non abbiamo mai saputo come i partigiani avessero saputo che arrivava mio fratello da Trieste. Allora l’abbiamo messo su un carretto, nascosto con dei teli e erba sopra e l’abbiamo portato fino a Fagagna dove si prese il tram fino a Udine e ritornò a Trieste in treno. In quei mesi andavo a scuola al liceo “Marinelli” di Udine, dove insegnava il professor Guerrino Brussich di Fiume. Nel 1945 conobbi Gianni Paulon, titolare di un negozio di tessuti e mercerie a Majano. Ci siamo innamorati. Ho fatto l’esame di maestra, per avere un ‘pezzo di carta’, dato che col liceo non c’era speranza di lavoro. Poi ci siamo sposati il 16 dicembre 1946. Abbiamo avuto due figli e io mi sono sempre impegnata nell’attività del negozio e nel settore del commercio, anche dopo il terremoto del 1976, quando abbiamo perso tutto».
Fabiola Modesto, Fiume 1938. Collezione Fabiola Laura Modesto, Udine

Scommetto che ci sono altri fatti da raccontare…
«Eh, sì – aggiunge Fabiola Laura Modesto – tra il 1943 e il 1944 a Fiume giungevano tanti soldati italiani di rientro dai Balcani, con la paura di essere imprigionati e spediti ai campi di concentramento dei tedeschi. Suonavano alle case, anche a casa mia e chiedevano di avere dei vestiti civili per non essere individuati. Ricordo un giovane tenente con un cucciolo di cane lupo si presentò a mia madre che lo aiutò con del vecchi abiti e lui ci regalò il lupetto, chiamato Dichi, ma mio padre non volle farcelo tenere per via degli alimenti scarsi che avevamo con la tessera e cosa poteva mangiare quel povero cucciolo, così lo portò in certi posti dove lo potevano tenere, ma lui dopo due giorni si presentò a casa nostra».
E degli amici del borgo che cosa ricorda?
«Il vescovo di Fiume – racconta ancora la testimone –monsignor Ugo Camozzo aveva organizzato per le giovani in vescovado il gruppo delle “Agnesine”, da Santa Agnese e per i maschi c’era il gruppo dei “Tarcisiani”, da San Tarcisio. Oltre alle preghiere, facevamo teatro e abbiamo tanto giocato nel giardino del vescovo. Mi ricordo poi che in casa avevamo una Tata istriana che dopo aver dato la cera sui pavimenti lucidava con uno spazzolone e mio fratello ed io salivamo sullo spazzolone e lei ci tirava per la casa, ci divertivamo con cose semplici una volta… era così».

Una versione ridotta della storia raccontata da Fabiola Laura Modesto è apparsa su info.fvg.it col titolo: “Via da Fiume, causa partigiani, 1944” il 14 aprile 2016.

Gianni Paulon nel 1940. Collezione Fabiola Laura Modesto, Udine

  1. Scappare da Pisino d’Istria
Quando si avvicina il 10 febbraio per il mondo degli esuli istriani e dei loro discendenti scatta qualche cosa dentro il cuore. Il 10 febbraio per Legge n. 92 del 30 marzo 2004 è stabilito come Giorno del Ricordo. La data è quella della firma del Trattato di pace a Parigi il 10 febbraio 1947. Con la legge del 2004 si vuole diffondere la conoscenza dei tragici eventi, che nel secondo dopoguerra colpirono gli italiani vittime delle foibe e gli esuli istriani, fiumani e dalmati, preservando le tradizioni delle comunità istriano-dalmate.
I discendenti degli esuli e loro stessi, anche se molto anziani e, talvolta, un po’ malandati, desiderano parlare e raccontare la propria storia. Quella taciuta fino ad ora, per paura di non essere creduti, di essere tacciati di fascismo o per altre “cattiverie contro de noi”.
Majano 1946, Fabiola Modesto nella foto per il "moroso". Collezione Fabiola Laura Modesto, Udine

«Mio papà era l’ingegnere Camillo Maracchi – racconta il signor Costantino Maracchi – lavorava in Municipio e poi fu comandante dei pompieri di Pisino d’Istria, che aiutarono quelli di Pola, comandati dal maresciallo Arnaldo Harzarich, a esumare le salme degli uccisi nelle foibe dal 1943».
Quando siete fuggiti?
«Siamo venuti via nel 1947 – risponde il signor Maracchi – siamo passati per il Centro di Smistamento Profughi (CSP) di Udine, quello in Via Pradamano e poi siamo andati a Belluno».
Un’altra vicenda da Pisino, dove l’imposizione della sola lingua croata nelle istituzioni scolastiche diventa motivo di esodo degli italiani rimasti nel dopo guerra.
«Siamo scappati da Pisino nel 1948 – dice Maria Cliselli – quando i croati ci chiudono le scuole italiane di Pisino. Come si faceva senza scuole di lingua italiana? Ci hanno detto: ‘O il croato, o andate dove volete!’».
Allora scappano molti italiani?
«No, per alcuni di noi ci furono le scuole italiane di Rovignoconclude la signora Cliselli – e pensare che dal liceo di Pisino è uscito un personaggio come il professor Dalla Piccola, nato a Pisino e famoso per la musica dodecafonica. Suo padre era stato preside del liceo di Pisino. Erano di origine trentina e andarono profughi a Firenze, dove il professore morì».
 Majano 3 agosto 1946, braida con vigne dove oggi c'è la fabbrica Snaidero, Fabiola Modesto e Gianni Paulon appena fidanzati. 
Collezione Fabiola Laura Modesto, Udine

2.         Udine accoglie i profughi istriani e dalmati
A Udine ci sono stati per i profughi istriani e dalmati vari punti di accoglienza. Sin dal 1944 poco fuori della città, nella zona nord ovest, come scrive in un memoriale Danila Bardotti, nata a Fontanabona di Pagnacco nel 1928: «A jerin lis sfoladis di Pola che a vivevin tes barachis a Felet di Tavagnà (c’erano le sfollate di Pola che vivevano nelle baracche di Feletto Umberto, frazione di Tavagnacco)».  
Un altro insediamento in baracche per i primi sfollati dell’Istria nel 1944-1945 si trova a Udine nel borgo di San Rocco, secondo gli appunti di Giorgio Stella, nella zona sud ovest.
Il 3 settembre 1945 monsignore Giuseppe Nogara, arcivescovo di Udine, nominò in qualità di presidente della Pontificia Commissione Assistenza, sezione di Udine, don Abramo Freschi. Dagli atti e comunicazioni arcivescovili del 1946, si sa che il sostegno ai profughi giuliano dalmati è di competenza della Pontificia Commissione Assistenza. Vedi: «Rivista Diocesana Udinese», settembre – ottobre, 1946, p. 105.
 Baraccopoli di San Rocco a Udine. Era dietro la chiesa di San Rocco, tra via San Rocco e Via Vincenzo Joppi. Costruita dopo la Grande guerra in seguito al 1917 quando ci fu l'esplosione della polveriera di Sant'Osvaldo. Nel 1944 ospitò i primi profughi istriani dell'esodo giuliano dalmata. Udine, Istituto Geografico Visceglia, Roma Milano, verso il 1948-9. Proprietà della mappa: Tipografia Marioni, Udine. Fotografie di Elio Varutti

La prima grossa forma di accoglienza riservata agli esuli istriani dalle competenti autorità di Udine, dal 9 maggio 1945 al 1947, fu allestita presso la vecchia scuola “Dante Alighieri” di via Gorizia, più precisamente in via Monte Sei Busi, nelle vicinanze di un vecchio camposanto, nella zona a nordest della città, come scrive don Pietro Damiani Calvino. Questa area venne definita come Centro di Raccolta Profughi di via Gorizia; la struttura era al comando del tenente Previato. Erano pochi spazi in stanze diroccate e riattate alla meglio, oltre a qualche tenda.
In una lettera, del mese di maggio 1945, di don Abramo Freschi a monsignore Giuseppe Nogara, arcivescovo di Udine, secondo l’Archivio della Curia Udinese (Acau), è scritto che i rimpatriati furono sistemati al cinema Rex, all’ex- Gil maschile (di via Pradamano) e in quella femminile (di via Asquini), oltre che nei collegi Toppo, Tomadini, Renati e Paolini (situati in varie parti della città). Per una notte fu utilizzato anche al Tempio Ossario nella cui cripta vennero accolti esuli sino al 1959, quando non c’era più spazio nel Campo Profughi. Nel 1959, appunto, erano ancora accolte alcune persone dell’esodo nella stessa chiesa. “Una famiglia è ospitata nella cripta del Tempio Ossario – riporta «L’Arena di Pola» del 28 aprile 1959 – chi all’asilo notturno e altri nelle case diroccate di Via Bertaldia, ora demolite”. Si pensi alla coincidenza: proprio nell’area di Via Bertaldia fu inaugurato, il 26 giugno 2010, il Parco Vittime delle foibe.
Fabiola e Gianni Paulon in viaggio di nozze a Venezia nel 1946.
 Collezione Fabiola Laura Modesto, Udine

Per i primi profughi arrivati a Udine, nel 1945, venivano preparati circa duemila pasti al giorno. Il maggiore Henry Hudson, comandante americano dei Campi Profughi locali, ebbe modo di elogiare l’organizzazione del Campo Profughi di via Gorizia, nelle vecchie scuole (Acau).
Nelle vicinanze di via Gorizia c’era un acquartieramento di truppe inglesi distribuito in una quarantina di prefabbricati metallici, tipo bidonville, con torri di guardia, come mi ha riferito Leonardo Cesaratto. Quando gli inglesi lasciarono Udine, nel 1946-1947, quegli spazi, divenuti di proprietà dell’esercito italiano (caserma Spaccamela), dopo regolare richiesta, furono occupati dagli istriani e da altri sfollati. Fu subito chiamato il Villaggio Metallico, o dagli istriani “el Vilagjo de Fero”. È la seconda localizzazione di un sito per profughi a Udine. Oggi lì ci sono le roulotte degli zingari.
Nel 1947 è ricordata un’altra bidonville per i profughi istriani nella frazione di S. Gottardo, nella periferia est della città sia dalla signora Giuliana Sgobino, che dal signor Bruno De Faccio.
Il quarto grande luogo di accoglienza è senz’altro il Centro di Smistamento Profughi di via Pradamano, che operò dal 1947 al 1960, nella parte meridionale del capoluogo friulano, vicino alla stazione. La struttura d’accoglienza (oggi scuola media “E. Fermi”) chiuse i battenti dopo che erano state costruite le case per i profughi e per gli sfollati. Proprio vicino al Centro di Smistamento furono edificati vari condomini di case popolari dal 1950 in poi, secondo la documentazione dell’Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale (Ater); si vedano pure le ricerche di Ferruccio Luppi e Paolo Nicoloso sul piano Fanfani.
In data 8 dicembre 1950 anche il Libro storico della parrocchia della Beata Vergine del Carmine, a pag. 223, riporta che: “In Via delle Fornaci, in base al piano Fanfani, sono sorte 70 nuove abitazioni, occupate nel mese di novembre da nuovi inquilini”. Diversi profughi istriani trovarono lavoro a Udine e si stabilirono nelle nuove case costruite dall’Ina, dal Comune o da altri enti, vicino al Campo Profughi, in Via Amalteo.
Direttore del Campo Profughi di Via Pradamano, il 19 agosto 1948, era un certo Luciano Guaita. Dal signor Remo Leonarduzzi, che ne fu il custode dal 1953, si sa che “raggiunse fino a duemila presenze giornaliere”. Meglio conosciuto come complesso ex Gil, è stato il più grosso Centro Smistamento Profughi d’Italia, secondo Silvio Cattalini, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd). Pure il signor Leonardo Cesaratto, impiegato dello stesso Centro Smistamento Profughi, mi ha fornito importanti notizie e rara documentazione su di esso.
Sante Modesto, Majano, pittura a olio su tela, 1960. Collezione Fabiola Laura Modesto, Udine

Ecco altri casi di profughi. Francesco Gripari nel 1950 fugge da Parenzo per raggiungere il Centro Smistamento Profughi (CSP) di Udine, dove si ferma per un anno. Poi si trasferisce a Milano, dove oggi vivono alcuni suoi discendenti, come mi ha raccontato Mariagioia Chersi, nata a Parenzo nel 1942, che oltre al padre ebbe infoibato pure uno zio. Sono Giusto e Mario Chersi, lavoravano in panetteria.
Su «Baldasseria Festa Insieme» del 1996 Mario Visentin ha scritto del suo esilio iniziato nel 1958. Arrivato al CSP di Udine si trovò in camerate da 15-20 persone ciascuna, con dei teloni per dividere lo spazio. Non passarono per il CSP, perché era pieno, Maria Millia e i suoi genitori Anna Sciolis e Domenico Millia, detto Mimi, fabbro di Rovigno. Scappati da Pola nel 1947, per la paura dopo l’attentato di Vergarolla, avvenuto il 18 agosto 1946, che provocò 64 morti, tra i quali bambini, donne ed anziani. Oggi i discendenti di Maria Millia stanno in Via Marsala e sono tra le persone più attive nella parrocchia del Cristo nella città di Udine.

3. Il tour dei Campi profughi istriani
Fino a quando durò l’esodo giuliano dalmata? Gli storici ci assicurano che la data certa è il 1956, forse perché le autorità jugoslave non prorogano più il diritto d’opzione per l’Italia, sperando che si esaurisse la fuga di persone verso l’Occidente. Non è così. Molti sono i fuoriusciti clandestini, sia prima del 1956 che dopo. L’unica differenza è che contro gli italiani sparano con più convinzione i “graniciari”, soldati serbi piazzati ai confini dell’Italia per evitare che il soldato sloveno fraternizzasse coi profughi italiani in fuga.
Molti esuli giuliano dalmati hanno dovuto passare per vari Campi profughi italiani, si tratta di un vero e proprio “tour” dei disagi, della tristezza, dell’indigenza e della promiscuità. I suoceri di Marino Cattunar, da Villanova di Verteneglio, scappano nel 1958 con il passeur, per essere messi nel Campo Profughi di Opicina, a Trieste, per quattro anni. L’accoglienza in Italia era così. Il padre di Marino Cattunar si chiamava Nazario; era un milite della difesa territoriale. Era nato il 18 giugno 1908 a Villanova di Verteneglio; fu dichiarato disperso il giorno 1 maggio 1945, poi si seppe che fu ucciso ed infoibato a Vines. Su tali fatti lo scrittore Mauro Tonino ha scritto un romanzo storico molto interessante, condividendo le vicende della famiglia Cattunar e dei suoi discendenti.
Si diceva dell’accoglienza nei Campi profughi da parte dell’Italia matrigna. Myriam Andreatini Sfilli, di Pola, restò nel Campo profughi di Firenze dal 1947 al 1955. Era alla ex Manifattura Tabacchi. Avevano messo dei cartoni per creare un po’ di intimità tra i vari gruppi familiari.
Alida Gasperini, nata a Parenzo nel 1948 lascia l’Istria con la famiglia il 10 aprile 1949, che ha un  dolore straziante di aver perso tre congiunti nella foiba. Dopo una piccola sosta al Centro di Smistamento Profughi di Udine, vivono per due anni nel Campo profughi di Mantova, in sei in una stanza, e altri cinque anni in quello di Tortona in provincia di Alessandria, in una ex caserma. Come si legge su «Il Secolo d’Italia» la famiglia Gasperini riporta le stesse frasi della gente istriana, di Fiume e della Dalmazia: «Ricordo persone che sparivano nel nulla… E poi violenze non solo fisiche: nessuno ricorda che la propaganda slava era fatta di slogan come: ‘Abbasso Dio, patria e famiglia’». C’erano battesimi di nascosto, matrimoni all’alba, per evitare dileggi, processi popolari farsa e violenze titine in piazza davanti a tutti i paesani, bambini inclusi.
Le famiglie degli esuli sanno bene quanti anni hanno dovuto passare nei Campi Profughi in attesa di una casa nel Villaggio Giuliano della città d’esilio. Anche Marco Brecevich di Roma ricorda la sua famiglia fuggita da Fiume nel 1948, che transita al Silos di Trieste, poi al Centro di Smistamento Profughi di Udine «uno dei sei Campo profughi visitati in dieci anni».
Perfino qualche decennio dopo l’esodo certi profughi hanno ancora paura delle autorità jugoslave e non si recano a pregare sulle tombe di famiglia in Istria. Capita nel 1977 a Giovanni Maisani «essendo stato condannato dal Giudizio Distrettuale di Pisino alla confisca dei beni nel 1948». Questo fatto viene ricordato da Nirvana Maisani, nata a Montona d’Istria nel 1936. «Siamo venuti via il 2 luglio 1947, col papà con mia madre Erica Petronio, nata a Visinada nel 1908, poi c’erano sei sorelle e fratelli, abbiamo passato cinque anni nei Campi profughi de L’Aquila e di Torino».
Portafortuna lavorato a uncinetto da Fabiola Modesto, 2016. Diceva un’altra fiumana: “Mai star con le man in man, bisogna far sempre lavoretto”. E lavorava incessantemente all’uncinetto. Era la signora Rudan Maria, “Zia Minne”, vedova di prime nozze Mohovic, poi vedova Lehmann (Fiume, Impero d'Austria Ungheria 1906 - Bolzano 2008). Fotografia di Elio Varutti

  1. L’esodo giuliano dalmata nel web
Molte notizie, diverse testimonianze e svariate interviste sull’esodo giuliano dalmata e sui discendenti degli esuli sono ormai a disposizione in Internet. Le testate dei quotidiani a stampa hanno ormai un sito web, dove trovare i dati nella sezione di archivio. Sono parecchi i siti giornalistici presenti solo nella rete che trattano fatti storici, come quelli dell’esodo giuliano dalmata, non solo attorno al 10 febbraio, ma tutto l’anno. Poi ci sono moltissimi blog, come quello presente. Molte notizie girano  in modo riservato anche nelle caselle di posta elettronica.
Proprio da una corrispondenza via e-mail la signora Rossana Horsley, nata a Londra nel 1952, essendo alla ricerca di documenti sulla storia della propria famiglia, mi ha scritto che: «Mia madre, Evelina Margherita Pavinich, detta “Lina” è nata a Pola nel 1920 e con sua madre Genoveffa Pavinich, detta “Genny”, nata nel 1900, ha fatto parte dell’esodo nel 1947. La nonna lavorava alla Manifattura Tabacchi e fu trasferita a Firenze, mia madre faceva la sarta ed hanno vissuto nelle baracche del Campo Profughi di Via Guelfa. Poi mia madre si sposò nel 1951 con mio padre inglese e fu naturalizzata britannica nel 1956».
Mi pare di concludere che la voglia di raccontare per gli esuli giuliano dalmati e per i loro discendenti, dopo la legge sul Giorno del Ricordo, non si spegnerà più.

In guerra potevi morire per futili motivi, per le spie, come poteva succedere che qualcuno ti salvasse la vita. Accadeva e persino i romanzieri riportano casi specifici non lontani dalla realtà, come fa Claudio Magris, col suo protagonista maniacale alla ricerca di reperti bellici.  «Ma andate a chiedere a quegli sloveni di San Pietro del Carso affiliati all’Osvobodilna Fronta, ve l’ho già raccontato, e vi diranno come, facendo l’interprete per i tedeschi che li rastrellavano, ho salvato la pelle a tanti di loro, convincendo i nazi che erano brava gente che non si impicciava di politica» (Claudio Magris, Non luogo a procedere, Milano, Garzanti, 2016, pp. 103-104). L’Osvobodilna Fronta è il raggruppamento partigiano jugoslavo, attivo dal 1941 al 1953.

Fonti orali
Ringrazio e ricordo con piacere le seguenti fonti orali per la disponibilità riservata. Le interviste sono state raccolte da Elio Varutti a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica nelle date citate, se non altrimenti riportato. Per gli aiuti nelle traduzioni dall’inglese ringrazio la professoressa Francesca Passerelli. Ringrazio pure la professoressa Elisabetta Marioni per le interviste condotte con i suoi allievi all'Istituto "B. Stringher" di Udine. Sono riconoscente alla professoressa Patrizia Pireni per i contatti intrattenuti con esuli e discendenti di esuli di Fiume.

-     Myriam Andreatini Sfilli, Pola 1930, testimonianza di Silvio Cattalini del 12 dicembre 2015.
-          Marco Brecevich, Roma 1966, messaggi in Facebook del 14 gennaio 2016.
-          Silvio Cattalini, Zara 1927, int. del 22 gennaio 2004 e del 10 febbraio 2016.
-          Marino Cattunar, Villanova di Verteneglio 1933, int. del 15 febbraio 2013 a Martignacco.
-   Leonardo Cesaratto (Bucarest 1926 - Udine 2011), impiegato del Centro Smistamento Profughi di Udine, int. del 26 gennaio e del giorno 11 febbraio 2004.
-          Mariagioia Chersi, Parenzo 1942, int. del 23 marzo 2015.
-         Maria Cliselli, Pisino 1930, intervista dei giorni 8 ottobre 2015 e 29 febbraio 2016.
-         Bruno De Faccio, Udine 1933, int. a cura di Elisabetta Marioni del 12 ottobre 2011.
-        Remo Leonarduzzi (Ragogna 1926-2005), custode del Centro Smistamento Profughi di Udine, int. del 16 febbraio 2004.
-        Nirvana Maisani, Montona d’Istria 1936, messaggio sul gruppo di Facebook “Esodo istriano, per non dimenticare”, 28 febbraio 2016.
-        Maria Millia, vedova Meneghini (Rovigno 1920 – Udine 2009) int. del giorno 11 maggio 2004 e 10 febbraio 2008.
-         Fabiola Laura Modesto Paulon, Fiume 1928, int. del 5 e del 13 aprile 2016.
-         Giuliana Sgobino, Ancona 1940, poi vissuta a Udine, int. del 10 febbraio 2013. 

Fonte digitale
-   Rossana Horsley, Londra 1952, e-mail del 10 e 11 marzo 2016.

Bibliografia ragionata
Sull’esodo giuliano dalmata
-          Myriam Andreatini Sfilli, Flash di una giovinezza vissuta tra i cartoni, Firenze, Alcione, 2000.
-        “Fabiola Modesto, energica signora dei commercianti”, in Mario Blasoni, Vite di friulani, Udine, Aviani & Aviani, 2009, pp. 161-164.
-          Danila Braidotti “Nila”, Fontanebuine, manoscritto in lingua friulana, 2015.
-     Simone Cristicchi, con Jan Bernas, Magazzino 18. Storie di italiani esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, Milano, Mondadori, 2014.
-        Armando Delzotto, I miei ricordi di Dignano d’Istria (dalla nascita all’esodo), Edizioni del Sale, Udine, 2013.
-          William Klinger, La strage di Vergarolla, Trieste, Libero Comune di Pola in Esilio, 2014.
-        Gianni Oliva, Esuli. Dalle foibe ai campi profughi: la tragedia degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia, Milano, Mondatori, 2011.
-         Gloria Sabatini, Foibe, il racconto dell’esule istriana Alida: “Ho lasciato Parenzo a sei mesi per amore dell’Italia”, «Il Secolo d’Italia», 13 febbraio 2014.
-          Mauro Tonino, Rossa terra, Pasian di Prato (UD), editore L’Orto della Cultura, 2013.
-          Annalisa Vukusa, Sradicamenti, Fagagna (UD), Tipografia Graphis, 2001.

Sul Centro di Smistamento Profughi di Udine
-           Archivio della Curia Udinese (Acau), f. Pontificia / Commissione / Colonie, c. 1. Ringrazio don Maurizio Volpe, responsabile dell’Acau, per la cortese collaborazione.
-           Archivio di Stato di Udine (Asud), Prefettura, Appendice, busta 125, carta dal Registro spedizione masserizie profughi. Documenti vari su carta intestata del Csp di Udine.
-           Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, Istituto Stringher, Udine, 2015.
-           Pietro Damiani Calvino, Relazione sull’attività del Campo N. 4 AMG-DP Centre Udine, 1 febbraio 1946, Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (Aorf), cartella T 1, f 7, c 11. La esplicazione e traduzione per N. 4 AMG-DP Centre Udine è: “N. 4 Allied Military Government – Displaced Persons Centre Udine” (Centro n. 4 per Persone Senza Patria del Governo Militare Alleato di Udine). L’attribuzione internazionale di “rifugiato” è stabilita a Ginevra il 28 luglio 1951. L’Aorf ha sede presso la Biblioteca “Pietro Bertolla” del Seminario di Udine.
-           «Il Gazzettino» del 27 febbraio 1960, Cronaca di Udine, p. 4, contiene la notizia della chiusura del Centro di Smistamento Profughi di Udine, nell’articolo della cronaca di Udine, infatti, si viene a sapere che «col 1° marzo avrà inizio il trasferimento a Cremona del primo scaglione di profughi, dovuto allo scioglimento del centro di Udine, disposto dal Ministero degli Interni. Il Centro Raccolta Profughi di Cremona, sorto nel 1945, è molto bene attrezzato».
-           Remo Leonarduzzi, La ex-Gil di via Pradamano, «Baldasseria 78», Udine, 1978, pp. 6-7.
-           Ferruccio Luppi, Paolo Nicoloso (a cura di), Il Piano Fanfani in Friuli. Storia e architettura dell’Ina-Casa, Provincia di Udine, Edit. Leonardo, Pasian di Prato (UD), 2001.
-           Dori Maraggi, Borgo S. Lazzaro, Udine, 1986, p. 13, dattiloscritto.
-           Nelle tre Baldasserie si contano dodici osterie e tre stanze per cinque classi, «Il Gazzettino», 9 gennaio 1959, p. 5, articolo sull’integrazione degli istriani a Udine Sud.
-           Franco Sguerzi, E. Varutti, La nostra parrocchia di San Pio X a Udine 1958-2008. Cinquanta anni di memorie condivise, Udine, Academie dal Friûl, 2008.
-        Giorgio Stella, Vi racconto San Rocco. Storia di un suburbio tra luoghi e identità, dattiloscritto, 2016.
-           Elio Varutti, Il Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano accolse oltre centomila persone dell’esodo dal 1947 al 1960, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2004, pp. 18-20.
-           E. Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
-           E. Varutti, Cara maestra, le scrivo dal Campo Profughi. Bambini di Zara e dell’Istria scolari a Udine, 1948-1963, «Sot la Nape», 4, 2008. pp. 73-86.
-           E. Varutti, Rifugi antiaerei a Udine. Profughi istriani, preti e parrocchiani, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2013, pp. 34-35.
-           E. Varutti, La Cappella dei profughi istriani, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2014, pp. 34-35.
-           E. Varutti, Voci dal Centro di Smistamento Profughi di Udine, 1947-1960, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2015.
-           Mario Visintin, Accoglienza, «Baldasseria Festa Insieme 1996», Udine, 1996, pp. 30-31.


Udine 2016 - La targa ricordo sfregiata e graffiata da mani losche al Parco Vittime delle Foibe, in Via Bertaldia – Via Manzini, inaugurato il 25 giugno 2010. Fotografia di Elio Varutti
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di:Provincia di UdineComune di UdineClub UNESCO di UdineSocietà Filologica FriulanaANEDANVGD di Udine.