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venerdì 28 febbraio 2020

Le Case Penso e Unione dei costruttori Conighi di Fiume, 1908

Che emozione vedere le vecchie fotografie delle case edificate nel 1908 a Fiume. È la signora Marinella Bolzon a mostrarmele, perché un avo di suo marito lavorava a Fiume nei primi anni del Novecento. Fanno parte dell’Archivio Pietro Fabbro, esule da Fiume a Udine. L’impresario edile Pietro Fabbro, originario di Majano (UD), lavora per l’impresa Carlo Conighi di Fiume e Abbazia nel 1908-1909 nei cantieri di Casa Penso e Casa Unione (1^ casa). Il momento dell’archiviazione fotografica da parte della ditta Fabbro deve essere successivo ai tumultuosi momenti della Marcia su Fiume, poiché Casa Penso viene segnata in via G. D’Annunzio, mentre prima del 1919 era via del Municipio.
Fiume, Particolare di Casa Unione (1^ casa), in via Buonarroti, dell'Impresa C. Conighi, 1908. Archivio Pietro Fabbro, di Fiume esule a Udine
In un altro archivio familiare si sono trovati documenti esclusivi riguardo al sodalizio lavorativo tra la ditta Fabbro e i costruttori Conighi di Fiume. In una dichiarazione, datata 30 giugno 1909, dell’ingegnere Carlo Alessandro Conighi di Fiume (Trieste 1853-Udine 1950), ingegnere e presidente della Camera di commercio e industria di Fiume, confermata dal locale Civico Ufficio Tecnico, sezione Pubbliche costruzioni, infatti, risulta che i lavori di “costruzione di una casa del signor Luciano Penso, in via del Municipio” sono iniziati il 1° ottobre 1906. Il direttore dei lavori in cantiere è il figlio, ossia l’architetto Carlo Leopoldo Conighi (Trieste 1884–Udine 1972), architetto ed esponente, col padre ed altri costruttori, della Sezession a Fiume, legionario dannunziano e dirigente, dopo il 1946, dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine (Collez. Famiglia Conighi esule da Fiume, Udine, ms).
La fotografia della Casa Unione (1^ casa) è riferibile al 1908-1909, intendendo così l’apertura del cantiere, mentre lo scatto fotografico, pure in questo caso come per Casa Penso, deve essere degli anni ’20 inoltrati. I costruttori Conighi operano anche negli anni ’20, ma le imprese regnicole sanno farsi sempre più strada, mettendo in crisi l’impresa familiare locale. Nel 1928 i Conighi si iscrivono all’Albo degli Ingegneri provinciale. Col n. d’ordine 14 risulta iscritto “Conighi Carlo comm., di Carlo” come ingegnere civile (Sindacato Provinciale, p. 12-3). Nello stesso Albo, compare nell’Elenco speciale degli Architetti al n. d’ordine 2 “Conighi Carlo jun., di Carlo”, che di professione dichiara “impiegato FF.SS.”, ciò che rese incompatibile la sua ulteriore libera professione (Sindacato Provinciale, p. 28-9).
Fiume, Casa Penso, in via G. D'Annunzio, dell'Impresa C. Conighi, 1908. Archivio Pietro Fabbro, di Fiume esule a Udine

La Banca d’Italia, filiale di Fiume
I costruttori Conighi, verso il 1912, aprono il cantiere per edificare il palazzo che sarà della Banca d’Italia, in via G. Ciotta. Il direttore dei lavori è sempre l’architetto Carlo Leopoldo Conighi, con l’impresa del babbo suo, come emerge dalle carte familiari.
Cito studi recenti in merito, anche se contenenti analisi economiche e territoriali discutibili: “Il 1° dicembre 1921, dopo che il Trattato di Rapallo aveva istituito lo Stato Libero di Fiume, su invito del commissario governativo fu aperta una dipendenza della Banca d’Italia con la formula dell’ordinamento speciale, come “filiale a Fiume”. La filiale assunse anche le operazioni dell’Istituto di Credito del Consiglio Nazionale, che, diretto da Ettore Rosboch, aveva svolto le funzioni di “banca centrale” durante la reggenza dannunziana. Lo stesso Rosboch fu assunto presso la nuova filiale.
A Tolmino il 30.1.1922 è istituita un’agenzia funzionante dal 25.9.1922 e cessata il 1.3.1934. Analogamente a Postumia, un’agenzia, deliberata nel 1923, fu aperta solo nel 1927. Tre delle agenzie chiuse, Bressanone, Tolmino e Postumia, si trovavano nelle “terre redente” dove la Banca era stata sollecita a insediarsi secondo le direttive del governo, e dove era rimasta per “spirito di italianità”, pur sopportando perdite economiche, dal momento che si doveva ammettere l’assoluta inattività di quelle dipendenze poste agli estremi confini del Regno, in zone alpestri dove né agricoltura né commercio avrebbero potuto allignare” (Battilocchi e Melini).
Fiume, sede della Banca d'Italia in via G. Ciotta, opera dell'impresa C. Conighi di Fiume e Abbazia in stile neogotico. Cartolina dal web

La fattura dell’esodo
Nel dopoguerra i Conighi si arrabattano tra problemi dell’esodo, qualche lutto e gli indennizzi dei beni persi. Le carte che ho rintracciato nella medesima collezione familiare, infatti, ci fanno fare un salto nel tempo. Si passa al 1945 e al periodo del dopoguerra, quando da Fiume c’è l’esodo di oltre 30 mila italiani. Funziona il Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, con sede a Roma. A maggio del 1948 detto Comitato dà consigli per il diritto d’opzione, previsto dal Trattato di Pace.
Gli esuli cercano di recuperare qualcosa dai danni di guerra e per i beni abbandonati e sequestrati dal governo iugoslavo. Il giorno 11 marzo 1959 in una lettera rivolta al Ministero del Tesoro i tre fratelli Calo Leopoldo, Giorgio e Cesare Augusto Conighi riguardo alla richiesta dei danni di guerra della casa paterna sita in via Tiziano 29 a Fiume, colpita dai bombardamenti angloamericani, menzionano i lavori di ristrutturazione effettuati dal 25 settembre 1945 al 20 agosto 1946 e saldati per una somma di 140 mila lire proprio alla ditta Pietro Fabbro di Fiume. Coincidenza vuole che pure l’impresario Pietro Fabbro sia esule a Udine, come il vecchio commendatore Conighi e il figlio, l’architetto Carlo Leopoldo Conighi, mentre Giorgio è a Trento e Cesare Augusto a Roma. Alla documentazione per il Ministero, oltre alla perizia dell’ingegnere Pietro Bacci, del Comune di Fiume, datata 31 luglio 1946, c’è la fattura dell’Impresa di costruzioni di Pietro Fabbro, con sede a Fiume, in piazza Dante (dicitura annullata con segno dattilografico) e nuova sede a Udine in via Grazzano, 79. È la fattura dell’esodo. Lascio intendere al lettore quanto hanno ricevuto i Conighi per tali danni bellici, considerato che gli indennizzi, come hanno raccontato vari esuli e i loro discendenti, sono stati pari al 7 fino al 14 per cento del valore del bene abbandonato o perso.
La fattura dell'esodo. Prima di abbandonare Fiume Carlo Alessandro Conighi fa riparare casa sua, dopo i bombardamenti angloamericani. Collezione Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine, dattiloscr.

Certi Conighi sono profughi a Trieste, poi Belluno, Forlì, Modena e Ferrara. Alcuni gruppi di loro affini si sparpagliano tra Udine, Trento, Firenze, Roma, Norimberga, Klagenfurt, Zagabria e in Svizzera, mentre certi cari amici di famiglia riparano a Bolzano. La situazione di tale clan familiare è emblematica. Rappresenta il vissuto delle genti di frontiera, nel significato dato dallo scrittore Fulvio Tomizza, letto e apprezzato più volte nelle famiglie stesse. Di recente un altro giovane romanziere ha descritto con grande intensità l’epopea delle famiglie italofone e slavofile al confine orientale tra le due guerre del Novecento; si tratta di Maurizio Mattiuzza.

Documenti originali
- Archivio Pietro Fabbro, esule da Fiume a Udine, fotografie 1908-1909. Collezione privata, Udine.
- Dichiarazione dell’ingegnere Carlo Alessandro Conighi di Fiume sull’attività professionale del figlio Carlo Leopoldo Conighi, 30 giugno 1909, Collez. Famiglia Conighi esule da Fiume, Udine, ms.

Fonte orale
- Marinella Bolzon, intervista di E. Varutti del 20 gennaio 2020, Udine.

Cenni bibliografici
- Angelo Battilocchi e Marco Melini, “La banca centrale e il territorio. Le strutture periferiche della Banca d’Italia”, «Quaderni dell’Archivio storico», n. 3, 2017. Anche nel web.
- G.P., “Chiudiamo la partita dei profughi”, «Tempo», 8 giugno 1958.
- Maurizio Mattiuzza, Malaluna, Milano, Solferino, 2020.
- Sindacato Provinciale Fascista Ingegneri di Fiume, Albo degli Ingegneri della provincia di Fiume, Arti Grafiche Ad. Kirchhofer, Fiume, 1932, X.
- Fulvio Tomizza, La miglior vita, Milano, Rizzoli, 1977.
Lettera del giorno 11 marzo 1959 al Ministero del Tesoro dei tre fratelli Calo Leopoldo, Giorgio e Cesare Augusto Conighi riguardo alla richiesta dei danni di guerra della casa paterna sita in via Tiziano 29 a Fiume. Collezione Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine, dattiloscr.
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Servizio giornalistico di Elio Varutti; ricerche storiche e Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine.– orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
Modello del Comitato per Venezia Giulia e Zara, sede di Roma per il Diritto d'opzione dei profughi giuliano dalmati. Collezione Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine, stampato

Intestazione dell'Impresa Conighi, da una carpetta della ditta. Collezione Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine, stampato

Fiume, Casa Unione (1^ casa), in via Buonarroti, dell'Impresa C. Conighi, 1908. Archivio Pietro Fabbro, di Fiume esule a Udine

Carlo Alessandro Conighi, foto da un disegno di Gino Leoni, del 1926, firmato a sinistra. Collezione Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine

Pola, giugno 1916, Carlo Leopoldo Conighi in divisa da artigliere austriaco. Collezione Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine

venerdì 8 giugno 2018

Pranzo istriano fiumano dalmata con l’ANVGD di Udine al Ristorante Abbazia


Grande successo ha registrato il pranzo istriano fiumano dalmata, organizzato dal Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). L’incontro conviviale si è tenuto a Udine presso il ristorante Abbazia, in Via Daniele Manin, vicino a piazza Libertà ricca di ben tre leoni marciani.
Daria Gorlato parla delle tradizioni eno-gastronomiche dell'Istria. Fotografia di Elio Varutti

Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, ha salutato festosamente i 25 partecipanti al pranzo. Ha portato i suoi saluti anche l’ingegnere Sergio Satti, esule da Pola e decano dell’ANVGD. “Questo è un momento felice che abbiamo voluto dedicare ai soci – ha detto Satti – perché chi ha vissuto la condizione di profugo istriano dalmata come me sa cosa ha voluto dire in termini di patimenti e di privazioni”. La Zuccolin ha poi presentato una ospite speciale. Si tratta di Cecilia Brumat, nata in Argentina, già presidente dell’Associazione Lavoratori Emigrati del Friuli Venezia Giulia (ALEF), che ha salutato con piacere la comitiva di soci ANVGD, composta da esuli, familiari, discendenti e amici degli esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia.
Tra le varie portate del pranzo sociale Daniela Conighi, con genitori di Fiume e di Pola, ha parlato di alcuni piatti preparati dalla mamma, Miranda Brussich, come gli gnocchi con i susini, il koch di riso, le sarme, le patate in tecia, el Schmarm, la torta Dobos e le palacinke. Questi piatti, con le ricette e una piccola introduzione storica possono essere rintracciati nel web nel profili in Google e in Facebook di ANVGD di Udine, attivi dal 2017 e già con decine di follower (seguaci) e centinaia di visualizzazioni, commenti e condivisioni. Tra i commenti più ridicoli riguardo alle sarme, c’è quello di una signora fiumana che ha scritto più o meno così: “Me ricordo che zia Maria la fazeva le sarme, tanto che dopo per tre zorni tuta la casa spuzava de verza”.
Sergio Satti e Bruna Zuccolin, dirigenti dell'ANVGD di Udine al pranzo istriano dalmata dell'8 giugno 2018. Fotografia di E. Varutti

È intervenuta poi, come da programma, Daria Gorlato, esule da Dignano d’Istria, che ha raccontato di alcuni piatti tipici dell’Istria. Ha voluto innanzitutto ricordare alcuni genuini prodotti della gastronomia istriana, come il prosciutto, l’olio, il vino, il pesce, il tartufo e i piatti della cucina povera. 
Dalle ricerche effettuate la Gorlato ha esposto i nomi in dialetto di alcuni piatti o prodotti istriani chiedendo ai convenuti se ne sapessero il contenuto o la traduzione. Ad esempio le sarme sono dette anche bracci o abracci. Si è sviluppata così una piccola gara, vinta dalla signora Egle Tomissich, esule da Fiume e da un’altra signora fiumana: Elena Paladini. Le due Miss "So tuto mi" hanno ricevuto in premio un libro donato dall'ANVGD. La gara gastronomica ha incuriosito persino i camerieri e i titolari del locale, originari di Abbazia
Arrivati al caffè e al digestivo Elio Varutti, vice presidente del sodalizio ha presentato il poeta Giuseppe Capoluongo, che ha letto una poesia, intitolata “Sole d’Italia”, dedicata alla suocera Maria Millia, esule da Rovigno, oltre a una composizione creata all’istante sul cibo e sull’incontro.
Udine, pranzo istriano dalmata - Egle Tomissich, esule da Fiume a capotavola, l'architetto Franco Pischiutti e signora, a sinistra. Fotografia di E. Varutti

Prossimo appuntamento dell’ANVGD di Udine sarà la messa all’aperto presso il Villaggio giuliano di Via Casarsa, che si terrà venerdì 22 giugno 2018, alle ore 19. Poi c’è la gita sociale a Cilli (Celje), programmata per domenica 24 giugno prossimo in collaborazione con l’Associazione Allergie e Pneumopatie Infantili (ALPI). Celje è la terza città della Slovenia, nella cosiddetta Bassa Stiria. I soci ANVGD di Udine saranno accompagnati da Mario Canciani, nato a San Canzian d’Isonzo (GO), con avi di Dignano d’Istria.
Udine, pranzo istriano dalmata, brindisi iniziale. In piedi Sergio Satti, Bruna Zuccolin e Elio Varutti. Fotografia di Daniela Conighi
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Il ricco menu
Antipasto freddo: insalata di mare. Primo: linguine alla busara. Secondo: grigliata mista di pesce con contorno di bieta dalmata e patate. Dolce: palacinka al mascarpone e frutti di bosco. Caffè e un bicerin de Pelinkovac.

Note a margine
Abbiamo ricevuto un paio di messaggi nel profilo di Facebook intitolato “ANVGD Udine” riguardo all’originaria intitolazione del presente articolo, che era “Pranzo istriano dalmata”, dimenticando l’aggettivo riferibile a Fiume. Lungi da noi voler escludere i piatti liburnici e mitteleuropei, peraltro ben menzionati nel menu e nell’articolo stesso, come “i scampi a la busara”. L’articolo riprendeva la locandina stilata dalla segreteria dell’ANVGD di Udine che, forse, per velocità di lettura aveva citato in ciaro solo due cucine: istriana e dalmata. Abbiamo così provveduto a correggere il tiro con le parole: “Pranzo istriano, fiumano, dalmata”. Ringraziamo quindi le signore Annamaria Mihalich, di Fiume che vive a Venezia e Maria Cacciola, di Dignano che vive a Messina della cortese segnalazione che farà contenti tutti i fiumani patochi.
Registriamo volentieri, sempre a margine, la grande soddisfazione espressa dai soci presenti al pranzo istriano, fiumano, dalmata di Udine, con varie telefonate successive all’evento e altri messaggi di positiva approvazione. Ci fa piacere sottolineare che tra i 25 partecipanti c’erano una persona sulla sedia a ruote a causa di una frattura al piede e due altre persone che, per problemi di mobilità personale, devono usare il carrello deambulatore. Dunque la scelta del ristorante Abbazia di Udine, sito in pieno centro cittadino, ha favorito alla grande la partecipazione delle persone con disabilità fisiche. L'ANVGD di Udine è per l'inclusione dei portatori di handicap.
Riguardo al pranzo istriano fiumano dalmata riceviamo e volentieri pubblichiamo il commento di Fabiola Modesto Paulon, nata a Fiume nel 1928 e decana dell'ANVGD di Udine. "Incontro simpatico e piacevole, pranzo goloso e abbondante".

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Cenni storici, servizio redazionale e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e di E. Varutti. Fotografie di E. Varutti, Bruna Zuccolin e Daniela Conighi.
Daniela Conighi racconta i piatti di famiglia, secondo la tradizione di Fiume e di Pola. Fotografia di Elio Varutti

Udine, pranzo istriano dalmata - Fabiola Modesto Paulon, a sinistra, Eda Flego, esule da Pinguente, Cecilia Brumat, Donatella Modeo e Bruna Zuccolin all'attacco dell'antipasto. Fotografia di E. Varutti

Altri ospiti al pranzo istriano dalmata di Udine, 8 giugno 2018. Foto sotto e sopra di E. Varutti



Qui sotto da sinistra: Bruna Zuccolin, Daniela Conighi, Egle Tomissich (fiumana), Daria Gorlato e Elena Paladini (fiumana) la seconda vincitrice della gara Miss "So tuto mi". Fotografia di E. Varutti


Un altro scorcio della bella giornata passata dall'ANVGD di Udine al ristorante Abbazia. Fotografia di E. Varutti


Qui sotto: Elio Varutti comunica il traffico di messaggi nei social media intestati alla ANVGD di Udine riguardo alla cucina d'Istria, Fiume e Dalmazia, prima di dare la parola a Daniela Conighi. Fotografia di Bruna Zuccolin

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sabato 27 maggio 2017

Il rosario al Villaggio Giuliano di Udine

È stato recitato il Santo rosario in ricordo di tutti gli istriani vivi e defunti al Villaggio Giuliano di Udine in via Casarsa. 

L’evento religioso si è tenuto il 26 maggio 2017 con la partecipazione dei discendenti degli esuli istriani, fiumani e dalmati. La devota recitazione è stata animata dal nuovo sacerdote colombiano padre Juan Carlos Cerquera.
Tra i presenti c’erano le famiglie Pacco, Battistella e il signor Alberto Nadbath, di Udine, ma col papà di Abbazia. Lui, con la varechina ha spazzolato la pietra, perché era tutta scura, poi ha sistemato i mattoni alla base del cippo, trasformando l’ancona in un gioiellino di preghiere popolari. Si sono unite al rito anche alcune famiglie di Viale Venezia, dove è stato fabbricato il Villaggio Giuliano, una quindicina di case costruite nel 1951-1952 «coi schei dei americani».


Proprio in quel luogo, sin dal 1952-1953, le donne giuliane e dalmate si riunivano a maggio per recitare il rosario, attirando altre donne e uomini del quartiere. Gli udinesi così si mescolavano con i profughi giuliani, fiumani e dalmati nel rito religioso spontaneo, meravigliando il clero locale.


L’evento si è ripetuto nel 2017. «È stata una serata molto bella – ha detto Eugenia Pacco – e la preghiera ha unito la terra e il cielo, su molti visi dei presenti ho visto scendere una lacrima».

Il parroco ha poi proposto di celebrare una messa davanti alla Madonnina della Rinascita in futuro. Ha incoraggiato tutti a continuare e a invitare anche le nuove generazioni. Bisogna trasmettere a loro questi sani valori. Bisogna ricordare la storia del popolo istriano, fiumano e dalmata per condividere con i giovani e con gli stranieri come padre Cerquera questa preghiera. Così la storia potrà portare pace e unità tra i popoli.


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Si ringrazia Eugenia Pacco per le fotografie


Ricordo di Mario Della Savia, di madre istriana

Nella riunione del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine dello scorso 27 maggio 2017 è stato ricordato Mario Della Savia, di madre istriana.
Mario Della Savia

«È con vero piacere – ha detto Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Esecutivo dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Udine – che do la parola all’ingegner Sergio Satti che intende ricordare un’importante figura di dirigente del nostro associazionismo come è stato il dottor Mario Della Savia».
Sergio Satti

Allora è intervenuto Sergio Satti, membro del Comitato Esecutivo stesso e per alcuni decenni vice presidente al tempo della presidenza dell’ingegner Silvio Cattalini. «Oggi sono state celebrate le esequie di Mario Della Savia, morto all’età di 96 anni – ha detto Satti – un appassionato conoscitore e frequentatore dell’Istria, da dove proveniva sua madre».
Mario Della Savia era nato a Udine il 6 aprile 1921, nelle immediate vicinanze del vecchio convento dei Cappuccini, in una famiglia dal forte sentire cristiano. Fin da ragazzo coltivò l’interesse per la liturgia, la musica sacra e la storia. Conclusi gli studi al Liceo “Stellini” di Udine, si iscrisse alla Facoltà di Veterinaria di Milano e poi a quella di Parma, dove si laureò nel 1947.
Nel 1955 si sposò ad Abbazia, nella ex Jugoslavia, con Mira Ambrozic. Lo sposalizio fu celebrato in chiesa, destando un grande scalpore tra le autorità titine, notoriamente di stampo ateo. I titini a malapena tolleravano i matrimoni religiosi effettuati dai rimasti alle sei del mattino, per sfuggire alle spie dell'OZNA.
Della Savia ha fatto parte del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine verso gli anni 2000. Era convinto che il futuro governo europeo, pur serbando memoria delle passate tragedie, avrebbe determinato un’autentica generale pacificazione, con l’eliminazione dei confini e col venir meno dei nazionalismi del secolo breve.
Dopo aver prestato servizio in varie condotte di montagna e di pianura, al di là e al qua del Tagliamento, verso il 1970 vinse la condotta veterinaria del Comune di Udine. Fu un professionista stimato e ricoprì numerose cariche: dirigente dell’Usl dell’Udinese, consigliere dell’Ordine della Provincia di Pordenone, consigliere del sindacato dei veterinari di Medicina pubblica e componente della Commissione esaminatrice della Camera di commercio di Udine per gli Alimenti di origine animale. Nel 1986 giunse ad un’onorevole e meritata quiescenza.

Tra gli ultimi suoi impegni religiosi si aggregò all’Associazione “Una Voce Italia”, per la salvaguardia e la promozione della liturgia latino gregoriana. Il suo scopo principale fu di dar vita alla locale sezione dell’associazione medesima “Una Voca Udine”, in pieno accordo con la locale Curia Arcivescovile. Di tale sezione Della Savia ricoprì ininterrottamente la carica di presidente fino alla morte, mente per diversi ani fu pure consigliere dello stesso organismo a livello nazionale. Tale suo impegno servì a garantire la Santa Messa di rito antico, dapprima nella chiesa dell’Istituto “Renati”, presso le suore Rosarie, poi nella chiesa di S. Spirito, presso le suore Ancelle della Carità.
Bruna Zuccolin

Mario Della Savia si è spento il 22 maggio 2017 nella sua abitazione di Via San Martino a Udine.

Si ricorda che il 18 febbraio 2005 a Udine aveva perso la moglie, Mira Ambrozic, che era nata nel 1928 ad Abbazia, nel Golfo del Quarnaro. Mira aveva frequentato le scuole elementari preso il collegio "Uccellis" di Udine, proseguendo gli studi al liceo di Fiume. Studiò lingue all’Università e, nel 1955, sposò ad Abbazia Mario Della Savia. Nel 1956 fu in Friuli e nel 1971 si trasferì definitivamente a Udine. Mira Ambrozic fu pure impegnata nell’associazionismo adriatico, essendo revisore dei conti del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD intorno al 2000.

Articoli nel web

Laura Pigani, “L’Ordine dei veterinari piange il suo decano, Mario Della Savia”, «Messaggero Veneto», Cronaca di Udine, 23 maggio 2017.

lunedì 25 luglio 2016

Abbazia di Montmajour, Arles – Francia

È un incrocio di cultura, religione e di arte. La nascita dell’abbazia di Montmajour, molto bella, risale al tempo di Carlo Magno. Misticismo e fervore religioso stanno alla base della fondazione di questo originalissimo luogo di culto. È luogo d’incontro di cristiani per sfuggire ai saccheggi dei Saraceni e alle incursioni dei Normanni, sbarcati in Camargue, tra IX e X secolo.
L'ingresso all'abbazia di Montmajour, con sculture moderne. Fotografia di Elio Varutti, 2015

Teucinde, una donna pia dell’aristocrazia franca, ne acquista la proprietà il 7 ottobre 949, per donarla ai religiosi di una comunità di monaci della regola di San Benedetto da Norcia nel 977. Il culto della reliquia di un frammento di legno della Vera Croce, venerata il 3 maggio, è istituito nel 1030 dall’arcivescovo di Arles. Ciò segna un aumento di pellegrini all’area religiosa e una straordinaria prosperità materiale.
Nel XII secolo viene costruita la Cappella della Santa Croce per accogliere meglio i pellegrini. La decadenza dell’abbazia inizia con l’imperversare della Grandi Compagnie di Ventura. Tali mercenari, assoldati per la Guerra dei Cento Anni, dopo la sconfitta di Poitiers del 1356, non avendo ricevuto la paga, si organizzarono in bande di saccheggio per tutto il territorio della ricca Provenza.
La rinascita seicentesca è dovuta ai monaci della congregazione di San Mauro, nota per altri riusciti rinnovamenti spirituali e materiali di monasteri. Il 18 agosto 1726 un grosso incendio provoca il crollo parziale di due piani dei dormitori. La ricostruzione si arena allo scoppio della Rivoluzione francese.
Uno scatto fotografico dal chiostro. 
Fotografia di Elio Varutti, 2015

Nei primi anni dell’Ottocento gli edifici dell’impianto abbaziale sono acquistati da vari privati, per donarli alla città di Arles, finché nel 1840 la struttura è posta tra i beni protetti. Col 1862 iniziano varie campagne di restauro. C’è il crollo del refettorio nel 1941. Un altro incendio della chiesa dell’abbazia avviene nell’agosto 1944, poiché i nazisti (furboni...) vi avevano sistemato un deposito d’armi.
Nel 1981 l’UNESCO classifica l’abbazia di Montmajour tra il patrimonio mondiale dell’umanità, insieme ai monumenti romani e romanici di Arles. Col 1993, per mezzo di un orientato progetto culturale, inizia una fase di rinascita con vari restauri di questa importante struttura religiosa, testimone di otto secoli di vita monastica o della violenza della Rivoluzione francese.
Oggi si accede all’area monumentale attraverso una collina che porta al monastero maurino. Il visitatore è portato a riconoscere la successione cronologica delle costruzioni. Si va dalla zona che un tempo dominava le paludi, alla torre abbaziale, alle cappelle, alla cripta, al chiostro, fino alle necropoli del Medio Evo.
Gotico, romanico ed altri stili nel chiostro dell'abbazia di Montmajour. Fotografia di Elio Varutti, 2015

Alla fine della visita resterete colpiti dalla bellezza del sito, dalle strutture artistiche, dal paesaggio selvaggio e dalla magnificenza dell’insieme, che spinge alla meditazione e che ispirò anche pittori e fotografi. Uno fra tutti Vincent Van Gogh che va, nel 1888, all'abbazia di Montmajour e la disegna (l'opera si trova al Van Gogh Museum di Amsterdam).

Bibliografia

Jean-Maurice Roquette, Aldo Bastié, L’abbazia di Montmajour, Éditions du patrimoine, Centre des monuments nationaux, Paris, 2000.
Capitello con scultura felina. Fotografia di Elio Varutti, 2015

Splendido panorama dalla torre Pons de l'Orme. Abbazia di Montmajour. Fotografia di Elio Varutti, 2015

Resti del monastero maurino. Fotografia di Elio Varutti, 2015

Necropoli rupestre con colatoi e tombe scavate nella roccia a sagoma antropomorfa. Fotografia di Elio Varutti, 2015

Torre di Pons de l'Orme, sec. XIV. Fotografia di Elio Varutti, 2015

Il monastero di San Mauro visto da sud-est. Palazzo, arcone e scala. Fotografia di Elio Varutti, 2015