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domenica 16 novembre 2025

Le stravaganti donne disegnate di Daniela Fattori, con liriche orientate

C’è stato il Finissage delle opere di Daniela Fattori, in arte Dan. Erano in mostra fino al pomeriggio del 15 novembre 2025 alla Libreria Tarantola di Via Vittorio Veneto a Udine. L’apertura della esposizione, il Vernissage, era stata il 15 ottobre scorso. La poliedrica rassegna, per usare e parole di Cristina Carignani, intervenuta all’incontro con tante domande all’artista per un acuto dialogo, ha coinvolto molti visitatori che affollavano la sala.

Daniela Fattori, Donna di quadri, 2025
Vari neuropsichiatri affermano che l’arte pittorica accenda il cervello. Ecco che le donne stravaganti di Daniela Fattori rischiano di farcelo trotterellare il cervello.

Il titolo della mostra era: “I minimi, invisibili dettagli di poesia”, che è pure il titolo di un originale libretto stampato da La Legotecnica (UD), per l'impaginazione di Giulia Rizzi, con le immagini delle donne illustrate dalla pittrice alla sua prima personale. Si sappia che tra i cinque libri pubblicati dall'Autrice questo de "I minimi" è il secondo dedicato alla Poesia. Ogni disegno esposto in sala era infatti accompagnato da un silloge, o da un prosa ideata da Daniela Fattori, sempre lei, con il suo ricco bagaglio culturale di studentessa e poi docente dell’Istituto statale d’Arte “Sello”, dove insegnò Progettazione. 

Non solo arte visiva e letteratura perché c’è stata pure un performance, a completamento della serata poliedrica alla Tarantola, con la partecipazione straordinaria di Mauro Cantarutti, Elisabetta Englaro, Fedra Modesto e Vera Paoletti. D’altronde Dan non si poteva smentire. Fattori ha progettato e coordinato da tredici anni il Teatro Fra Le Nuvole a Sauris (UD). Ha condotto per nove anni Aliante Teatro al Liceo Artistico “G. Sello”, cui si aggiungono numerose altre attività effettuate in campo teatrale e artistico dedicate a tutte le fasce d'età.

Ha operato anche nel settore dell’educazione all’immagine con la scuola primaria nell’hinterland udinese.

Daniela Fattori. Fotografia di Leoleo Lulu
Nel 2023 Dan ha scritto Briciole, un testo teatrale che prende in esame il tema dell’Alzheimer, su cui è stata prodotta una lettura scenica curata assieme ad Andrea Collavino, presso l’Associazione Alzheimer di Udine. Lo stesso testo, nel 2024, è stato messo in scena, in forma di studio per lo spettacolo, presso il Mulino Nicli di Rive d’Arcano (UD), con l’interpretazione di Klaus Martini e Nicoletta Oscuro. Nel 2025 la sperimentazione medesima è stata replicata a “Le(Serre” di Basaldella di Campoformido (UD), all’interno del progetto Care di Klaus Martini, con gli stessi attori e l’aggiunta di Gilberto Innocenti.

È stato detto che i riferimenti culturali di Daniela Fattori sono, in pittura, Amedeo Modigliani e Frida Kahlo, mentre in chiave letteraria sono, tra gli altri, Boris Vian, Giorgio Gaber e Daniel Pennac. Tuttavia su uno dei tre racconti letti, La lingua morta, fa andare la mente, visto il surrealismo, al Signor Gregor Samsa di Franz Kafka ne La metamorfosi.

Oltre alle decine di disegni nella mostra c’erano anche due tele dipinte dall’Artista sullo stesso tema. “Gli Amu-Leti giocosi, nelle due grandi tele – ha scritto Cristina Carignani – augurano la Buona Ventura e la Fortuna di possedere il talento creativo per affrontare i colpi avversi del Destino”.

All’incontro ha portato i saluti anche Luciano Omet, presidente di “ArtèSello”, ossia l’Associazione Docenti, Dirigenti, Personale ATA, Ex Studenti dell'Istituto d'Arte e Liceo Artistico "Giovanni Sello" di Udine.

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Vera Paoletti, Elisabetta Englaro, Dan, Mauro Cantarutti e Fedra Modesto
Testo di Elio Varutti. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettore: Gabriele Anelli Monti. Fotografie di Leoleo Lulu, che si ringrazia per la riproduzione in questo blog.

Daniela Fattori, Amu-Leto del sorriso, 2025


giovedì 6 aprile 2017

Mario Mari, inesplorato poeta di Pola, 1907-1992

Mario Mari è nato a Pola nel 1907 da padre istriano e madre carnica. Si laurea in Lettere classiche presso l’Università di Padova nel 1930. 
Il professor Mario Mari negli anni Sessanta

Riceve per alcuni anni le supplenze e vari incarichi di insegnamento in certi licei dell’Istria e della Dalmazia, allora italiane. Si appassiona alla poesia. Nel 1933-1934 insegna anche al liceo “Paolo Diacono” di Cividale del Friuli. Entra in ruolo a Pola nel 1936 insegnando nel locale liceo.
Nel 1945, costretto a lasciare l’Istria,  ottiene la cattedra di Italiano e Latino nella sezione B del Liceo classico “Jacopo Stellini” di Udine, che ricopre fino alla quiescenza, avvenuta nel 1974. Muore nel 1992 a Udine.
Il suo nome e la sua arte poetica cadono nell’oblio. Nel 2007, grazie alla studiosa Marianna Deganutti, di Cividale del Friuli, riscopre il poeta, dedicandogli un volume nel centenario della sua nascita, col titolo Mario Mari 1907-2007. Il testo contiene ventinove liriche e due brani in prosa.
Mario Mari sposò la cividalese Luigia Zanuttig, che gli diede due figli: Marisa, deceduta a pochi mesi colpita da poliomielite e Luigi (1938-2010), che seguì le orme paterne nell’insegnamento, divenendo uno dei migliori docenti di lettere classiche che il liceo “Stellini” abbia avuto.
Copertina del libro di Marianna Deganutti

Le opere edite
Mario Mari scrisse poesie e saggi di critica letteraria. Tra le composizioni poetiche si ricordano: Fiorita, del 1930; La poesia muore (1932); Secca vena (1935); Marisa (1938); Tra sorriso e pianto (1941); Aquileia. Canti delle terre perdute istriane e dalmate (1947); Amore e morte (1948); Frammenti, epigrammi, ribellioni (1951); Canti dell’esilio (1954); Itinerari poetici (1956); Vivere di poesia (1962); Trieste-Tristia (1972); Friuli poetico (1980).
Tra i suoi saggi di critica letteraria spiccano: Carducci romantico (1933); Carducci e Goethe (1934); Riflessi dannunziani in Germania: H. Mann (1937); Amor di Dante, saggi critici sulla Divina Commedia (1965); Dante, Manzoni, Leopardi (1974).
Si riporta qui di seguito la poesia “Arena di Pola”.

Arena di Pola

Arena di Pola, tu miri
con occhi cavi la sorte
dei figli che abbandoni
piangenti, sull’onda amara.

Tu non conosci morte:
gli uomini, il loro destino,
si perdono nel tempo;
non vincono l’azzurro
dell’acqua che ti bagna.

Come possiamo vivere
noi, esuli tuoi figli,
con gli occhi sempre pieni
d’azzurro del tuo mare,
se non per ritornare?

O mare, mare, mare,
tramandati nei figli,
anela ad una sponda
che vibra in ogni vena!

Con i pesanti massi
dell’ampia tua corona
ti incidi, o nostra arena,
nell’anima il ritorno.

Risorgerà quel giorno
in noi, nei nostri figli,
finché sarà una terra
che noi dobbiamo amare;
finché sarai diadema,
o arena, là, sul mare.

Riferimenti bibliografici

Elettra Patti, “Rileggendo l’opera poetica di Mario Mari”, «La Voce degli Stelliniani», XVI, 1, febbraio 2017, pag. 11.

sabato 28 gennaio 2017

Il Ricordo di Esodo e Foibe sprone alla Speranza, di Carlo Montani

Riceviamo da Carlo Cesare Montani, un esule da Fiume, che vive a Trieste, il seguente comunicato che volentieri pubblichiamo nel blog. Ci permettiamo di aggiungere, a corredo dell’interessante ed originale opinione, qualche cartolina della Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Buona lettura.

                                                                 Elio Varutti
Fiume, Via Carlo Goldoni, verso il 1930, a cura del Libero Comune di Fiume in Esilio. 
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«La Legge 30 marzo 2004 n. 92, che ha disposto la celebrazione del 10 febbraio quale data commemorativa del grande Esodo giuliano, istriano e dalmata, e della tragedia delle Foibe, è stata un atto dovuto. Il provvedimento può definirsi “etico” nella sua conformità ad importanti richiami della Costituzione, ed in particolare al secondo comma dell’art. 4, secondo cui ogni cittadino deve “concorrere al progresso materiale e spirituale” dello Stato; ed al primo comma dell’art. 52, per cui “la difesa della Patria è sacro dovere” di tutti.
Venezia Giulia e Dalmazia, al termine della seconda guerra mondiale, vennero trasferite sotto la sovranità della Jugoslavia pur essendo state romane per sette secoli e venete per un millennio: con il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 (assunto a Giorno del Ricordo), l’Italia fu costretta a cedere due regioni, pari al tre per cento del suo territorio, ma la quasi totalità degli istriani, fiumani e dalmati non volle accettare il fatto compiuto e decise per l’Esodo.
 Quella dei 350 mila Esuli fu una scelta di civiltà ed una “tragedia della libertà” (secondo la pertinente definizione di Stefano Zecchi), ma prima ancora fu un imperativo categorico imposto da elementari esigenze di salvezza fisica. Chi fosse rimasto senza appiattirsi sulle posizioni dell’usurpatore, vale a dire sull’ortodossia nazional-comunista, avrebbe rischiato la vita come accadde alle 16.500 Vittime (come da stima di Luigi Papo) uccise nelle voragini carsiche, nelle acque dell’Adriatico, nei campi di detenzione jugoslavi e più generalmente in quello che Italo Gabrielli, con felice sintesi, ha definito “Genocidio programmato”.
Fiume, Molo Adamich, fotografia del 1900, a cura del Libero Comune di Fiume in Esilio.

Emblema tipico della tragedia Giuliana sono le Foibe disseminate sul territorio regionale (nella sola Istria ne sono state catalogate oltre 1700), talvolta profondissime, spesso inesplorate: per gli assassini, agevole mezzo di esecuzioni in massa e di occultamento dei propri delitti. Quasi tutte sono rimaste in territorio jugoslavo, poi croato o sloveno, e quindi più difficilmente accessibili, mentre quelle di Basovizza e Monrupino, dislocate nell’immediato retroterra italiano di Trieste, hanno permesso di erigerle a Sacrari dedicati alla documentazione storica ed alle onoranze in suffragio delle Vittime.
Il Ricordo di maggiore impatto emotivo e simbolico è quello che si vive a Basovizza: non una Foiba in senso stretto, ma il pozzo di una vecchia miniera dalle pareti verticali, la cui profondità all’epoca dei fatti era superiore ai 250 metri. Qui, nel maggio 1945 ebbe luogo un’agghiacciante tragedia collettiva: le forze partigiane di Tito, giunte a Trieste prima degli Alleati, instaurarono il terrore per i plumbei “quaranta giorni” di occupazione. Secondo testimonianze di fonte anglo-americana, le sole Vittime della città di San Giusto furono parecchie migliaia: in parte, uccise proprio nella Foiba di Basovizza, in un clima da tregenda aggravato da surreali angherie fisiche e morali sui morituri, condannati ad una fine raccapricciante senza colpe, senza motivazioni, senza una parvenza di giudizio.
Quadro di G. Milotti. Lascito Andrea Ossoinack, a cura delle Leghe fiumane.

In tempi successivi, quando il pozzo fu oggetto di prospezioni per quanto consentito dalla struttura e dalle difficoltà di discesa, si ebbe modo di verificare che la profondità era notevolmente diminuita. Non fu possibile procedere al recupero delle Vittime, diversamente da quanto era accaduto altrove, ma alla Foiba di Basovizza venne riconosciuto un ruolo di memento e di esercizio della “pietas” dovuta a tutti i Morti, dapprima con la stele tuttora visibile accanto al Sacrario (dove i congiunti dei Caduti possono apporre un ricordo personalizzato ed un segno di Fede), e nel 1992 con l’elevazione alla dignità di Monumento Nazionale, completato da un Centro di documentazione e dai ricordi lapidei posti in opera a cura delle Associazioni d’Arma.
Quella “pietas” è diventata oggetto di autorevoli riconoscimenti ai più alti livelli. Qui, basti ricordare la cerimonia del Ricordo tenutasi al Senato della Repubblica il 10 febbraio 2014, quando il Maestro Uto Ughi, figlio di Esuli dall’Istria, volle dedicare il suo concerto ai Martiri delle Foibe, caduti “senza conforto”.
Stele alla Foiba di Basovizza, notturno

Oggi, Basovizza si può definire a ragion veduta un luogo di culto in cui lo scorrere del tempo e la logica dell’oblio sono stati finalmente esorcizzati, affidando ad una testimonianza tangibile, nella sua austera sobrietà, la perpetuazione di un Ricordo che non costituisca un semplice atto formale ma consenta la maturazione di una consapevolezza storica dei valori umani, civili e patriottici per cui il popolo giuliano, istriano, fiumano e dalmata volle impegnarsi fino all’estremo sacrificio: esempio di Fede e nello stesso tempo, sprone alla Speranza».
                                            Carlo Cesare Montani, esule da Fiume. Trieste


Arrigo Ricotti, L’Arco roman de Fiume, acquerello su carta, cm 33 x 48, firmato e datato in basso a destra: “A. Ricotti, 1953”. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine


Qui sotto c’è un video (del 2017) di poco più di 3 minuti (con fotografie e musica) prodotto dai giovani della classe III Media “Giovanni Cena” di Latina, sulla loro visita alla Foiba di Basovizza, accompagnati dai rispettivi insegnanti.

Poesia di Arrigo Ricotti

Dopo l’intervento di Carlo Cesare Montani sul tema del Giorno del Ricordo 2017, vorrei proporre al lettore una serie di versi in rima, composta nel 1948.
La seguente poesia è di Arrigo Ricotti, artista di Fiume, che la scrisse in esilio proprio nel 1948. Arrigo Ricotti si fece notare sin dal 1897 nel Circolo letterario di Via Sant’Anna di Fiume.
Questo testo contiene un cenno al Trattato di pace di Parigi del 1947, “infame de condana” e scritto in dialetto, senza doppia consonante! È interessante nella composizione l’uso del dialetto fiumano in mescolanza con la lingua italiana. 
Si riproduce il testo dall’originale dattiloscritto, con correzioni a penna rossa, firmato dall’autore con lo pseudonimo di “Argo”,  ma con l’aggiunta a penna dell’architetto Carlo Conighi riguardo all’autore vero: “Arrigo Ricotti”. Il componimento fa parte della Collezione di Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume; ora in: Coll. Privata Udine.

Nostalgia

Quando mi penso a ti, Fiume diletta
sento una streta al cor, sento un rimpianto
per tempi che ti, ti eri la “Vedetta”
d’Italia e ‘l suo baluardo sacrosanto.
Vedo mi allora le tue case in Riva
della Fiumara fino oltre Cantrida
vedo la Torre in Corso e come viva
sul nostro tricolor l’aquila fida
e vedo el Domo, el Colle de San Vito
le alture de Cosala e de Drenova
el Tempio dei Caduti, bianco e ardito
e Val Scurigna, con la Strada Nova.
Co penso che ‘sta bella cittadina
specciante le sue case sul Carnaro
oggi, de giorno in giorno, più declina
per un destino barbaro ed amaro.
Co penso che le larghe sue contrade
e che le Calli della Cittavecia
al nostro bel parlar solo abituade
a un altro parlottar le presta orecia.
Co penso che al completo i cittadini
de fronte al invasor i ze migradi
e che, nel stesso posto, contadini
in massa dai Balcani i xe caladi.
Co penso che anche ti Fiume italiana
oggi ti ze cussì sacrificada
da un tratato infame de condana…
l’anima mia se sente rivoltada.
Ma el giorno venirà che tutti i
torti portadi alla città sempre italiana
contro el opressor sarà ritorti
in date, che speremo no lontane.
La paze gaveremo sul Carnaro
che dal Monte Maggior al confine
da Dante già segnà, contro el straniero
che tien in schiavitù Terre latine.
Per l’isole che l’Adria ne incanala
per Pola, per Parenzo, Fiume e Zara
tutte città de origine romana
allora cessarà la sorte amara.
Quel giorno vederemo i veci altari
che avemo abbandonà col cor in pianto:
e ritornadi ai nostri posti cari
innegerà all’Italia il nostro canto.

Novembre 1948
                                   Argo

                        (Arrigo Ricotti)

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Cartoline della Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine. 


Monumento alla Foiba di Basovizza, notturno
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Riferimenti bibliografici nel web
Conferenza tenuta a Udine il 16 settembre 1955, col titolo: “Entrata di D’Annunzio a Fiume”. Relatore fu l’architetto Carlo Leopoldo Conighi (Trieste 04.07.1884-Udine 05.01.1972), legionario fiumano e, al tempo, presidente della Lega Fiumana, aderente all’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia – ANVGD, Comitato provinciale di Udine. Rielaborazione a cura di Elio Varutti, Udine 10 febbraio 2014, per la conferenza di Martignacco, provincia di Udine, 15 marzo 2014, sul tema di D’Annunzio.

lunedì 5 dicembre 2016

Le poesie di Annalisa Vucusa presentate a Udine

Il 3 dicembre 2016, presso la sala San Cristoforo in Vicolo Sillio numero civico 4/B, a Udine è stato presentato il nuovo libro di poesie di Annalisa Vucusa. Il titolo è: Intrecci di luce. Dialogo tra parole e forma. Opere dell’artista Jolanda Comar.
Silvio Cattalini, Annalisa Vucusa e Alessandra Spizzo

Ha aperto l’incontro l’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara nonché storico presidente del Comitato di Udine dell’Associazione Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). «L’autrice Vucusa, col papà che era di Zara – ha detto Cattalini – è già al suo terzo libro di poesie e poi ha scritto anche altri tre libri sul tema del viaggio e dell’esodo giuliano dalmata»
All’evento, organizzato dal Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, erano presenti anche l’autrice e Alessandra Spizzo, artista con una tesi di laurea all’Università di Udine sugli scritti d’arte di Niccolò Tommaseo. La Spizzo ha letto magistralmente alcune delle 70 poesie della raccolta e ha dialogato con la Vucusa tra l’attenzione e la partecipazione del non folto pubblico. 
La Vucusa ha sottolineato l’importanza delle riproduzioni delle opere dell’artista Jolanda Comar contenute nel volume stesso, nel tentativo di collegare i componimenti scritti con i quadri “neolucisti” della Comar. Alcuni critici d’arte hanno definito “neolucista” il prodotto culturale della Comar in quanto si basa su taluni effetti e su particolari giochi di luce creati dalle particolari superfici riflettenti delle sue opere. Queste produzioni stimolano la mente a nuove cognizioni per una proiezione in spazi universali. Il collegamento culturale è da farsi con Mikhail Lariònov che, nel 1913, inventò il «lucismo» («лучизм») e pubblicò un libro omonimo che era praticamente il primo manifesto dell'arte astratta in Russia.
Ritornando alla poetessa, la Vucusa ha detto di essersi “illusa di trovare le radici nella scrittura e in me stessa, perché mi sento soggetta ad uno sradicamento riguardo all’appartenenza territoriale”. Allora l’artista Spizzo ha incalzato la poetessa con la seguente domanda: “I ricordi sono radici?”. E la Vucusa ha risposto affermativamente, anche se “non riesco a vedere radici nelle case, mi ricordo che mia madre mi diceva: Sembra che la casa ti caschi addosso, perché ero sempre in giro e mai a casa”. 
Il pubblico in sala

Alcune poesie fanno apparire un sottofondo di malinconia, come afferma la stessa autrice. Ciò che emerge più di tutto, tuttavia, sono i valori della famiglia, delle persone vicine e dei luoghi della memoria e del cosmo: Zara, il mare, le isole dalmate, il nonno in esilio, i tramonti rossi sul Mare Adriatico ed altro ancora.
È sconvolgente la ricerca delle radici per l’Annalisa figlia di uno zaratino. Cito, a titolo di esempio, la poesia intitolata “Radici”. «Sicura certezza della mia vita / Solida roccia di un magma antico / che ha i profumi della terra. / La tua terra. / Alla ricerca delle mie radici» (p. 53).
 Sarà pure una “sradicata”, come si autodefinisce la Vucusa, autrice appunto di “Sradicamenti” nel 2001, però quando decide di scrivere dei versi mette in mostra un grande spirito creativo ed un potente desiderio di comunicare.
Annalisa Vucusa è una “cucciola dell’esodo”. Il riferimento va, è chiaro, all’esodo giuliano dalmata. È cresciuta in un clima familiare con continui riferimenti all’esilio del suo babbo da Zara e, allo stesso tempo, con non molte informazioni sulla famiglia dalmata. Le sue poesie ci comunicano anche questo stato d’animo. L’essere italiani di Dalmazia cacciati dalla propria terra e accolti nell’italico stivale, diciamo così messosi in una posizione piuttosto di matrigna arcigna, anziché di una patria in senso stretto.

Dobbiamo la affettuosa definizione di “cuccioli dell’esodo”, per riferirsi alla prima generazione nata in varie città d’Italia, dopo la fuga dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia degli anni 1943-1960, a un altro scrittore veramente interessante. Si tratta di Michele Zacchigna, nato a Umago d’Istria, nel 1953 e morto a Gemona del Friuli nel 2008. Di lui è stato pubblicato a Trieste, per Nonostante Edizioni nel 2013 il Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, con una Postfazione di Paolo Cammarosano.
A questo punto mi permetto di ricordare un altro esule di Zara, che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere. Mi colpisce che pure lui abbia usato le parole che si riferiscono all’aspetto, diciamo così, del lavoro contadino: sradicare, estirpare, spezzare, rompere, stroncare, togliere una pianta di mezzo, fare in modo che non cresca più lì. Le piante, nel 1943-1944, a Zara erano gli italiani. È il professor Giuseppe Bugatto, (Zara 1924 - Majano 2014), con il suo pamphlet di poesie nell’affascinante dialetto zaratino ha scritto El ramo scavezzà, edito dall’ANVGD di Udine, nel 1990. Un altro bel libro da meditare.
Silvio Cattalini, presidente del Comitato di Udine dell'ANVGD dal 1972; è un "vecchio leone dalmata" che non perde mai lo smalto!

Biografia di una poetessa “sradicata”
Annalisa Vucusa, nata a Vimodrone, in provincia di Milano, nel 1949 dal padre di Zara, è stata un’insegnante. Dopo una raccolta di poesie intitolata “Sprazzi di luce”, del 1999, si è presentata al pubblico friulano e nazionale con “Sradicamenti”, nel 2001. Tale volume è stato molto apprezzato per gli squarci di famiglia raccolti nella casa di Zara dai nonni e nelle case dell’esodo. Metteva subito in luce quello che pare il futuro della letteratura dell’esodo. Esaltava cioè le figure speciali di dalmati e di istriani, come la cantante lirica Maria Sala, apprezzata in Argentina, figlia di costruttori zaratini.
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Annalisa Vucusa, Intrecci di luce. Dialogo tra parole e forma. Opere dell’artista Jolanda Comar, Pasian di Prato (UD), L’Orto della Cultura, 2016, pagg. 88, 12 fotografie a colori, euro 13.
ISBN   9788899588175
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Suggerimento bibliografico sull’esodo giuliano dalmata

Per il lettore curioso, propongo un lavoro di ricerca collettivo, pubblicato nel web, cui ho partecipato nel 2015: Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960.

Sui cuccioli dell’esodo si veda: Michele Zacchigna, Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante Edizioni, con una Postfazione di Paolo Cammarosano, 2013, pagg. 68, euro 10.

domenica 3 aprile 2016

La poesie di Galliano Zof, Udin Palaç de Provincie

Il libri antologjic di poesie di Galliano Zof al è stât presentât ai 1di Avrîl dal 2016. Al è sucedût tal Palaç Belgrât, la sede de Provincie di Udin, cul salût uficiâl dal sô president, Pietro Fontanini. Culì a si pues viodi lu invît de Provincie di Udin e presentazion.

Pietro Fontanini al presente il libri di Galliano Zof. Dongje di lui Donatella Urban, assessôr ae Culture dal Comun di Sante Marie la Lungje e, plui in la, Manuela Quaglia, curadore dal volum. E ancje Luigi Geromet, president dal Istitût “Achille Tellini” e Odorico Serena, amì dal poete

Mai la fieste de Patrie dal Friûl, che si celebre a ogni 3 di Avrîl, stant che tal 1077 al è stât screât tant che Patrie dal Friûl, e podeve scomençâ cussì ben tal Salon dal Consei provinciâl di Udin. Il gnûf libri al à par titul: “Il gno jessi tal mont. Il mio stare al mondo. Poesiis. Poesie (1966-2009)”, par cure / a cura di Manuela Quaglia, Istitût “Achille Tellini”, Manzan (UD) / Istituto “Achille Tellini”, Manzano (UD), 2015, di 434 pagjinis. 
L’autôr al è nassût a Sante Marie la Lungje tal 1933 e muart tal 2012. Al è stât un om di scuele, ancje preside e de culture furlane.
Te sô presentazion l’onorevul Fontanini, dopo di vê fat i compliments pe jessude de opare, nol à mancjât di lagnâsi pe sielte grafiche doprade tal libri improntade su dôs grafiis: chê origjinâl di Zof e chê de koinè. «Chest libri al è impuartant pe culture furlane, ma o vin di lâ indevant cuntune grafie uniche – al à dit Pietro Fontanini – propit la Provincie di Udin e à sburtât dai agns otante dal Nûfcent par cjatâ un mût di scrivi che al vadi ben a ducj i furlans, no vin di spaventâ chei che si metin a lei un libri in marilenghe, chei che a si svicinin pe prime volte ae marilenghe mostrantju dôs manieris di scrivi, che a son diferentis di chel uficiâl aromai dal 1996 e ricognossût dai ent publics par dâ un finanziament aes iniziativis di caratar culturâl».
Il public tal Salon di Palaç Belgrât a Udin ai 1n  di Avrîl dal 2016

Oltri a Fontanini al à fevelât Luigi Geromet, president dal Istitût “Achille Tellini”, nassût tal 1992 par meti adun la culture de int e lis tradizions dal popul.  Al è rivât a stampâ nuie mancul che 17 volums sui mîts, su lis liendis dal Friûl storic. Geromet al à dit che: «Zof al è un protagonist de culture e de lenghe furlane e dentri a chest libri a si cjatin plui di 40 agns di impegn leterari e culturâl dal poete». Il president Geromet si à cjapât la colpe de sielte di publicâ il libri di Zof in dôs grafiis diferentis ma al al à dit che è plui impuartant «che si fâsi la presentazion des poesiis di Zof inte suaze de fieste de Patrie dal Friûl».
E à cjapât la peraule dopo Donatella Urban, assessôr ae Culture dal Comun di Sante Marie la Lungje, paîs natîf di Galliano Zof. E à fevelât benissim in marilenghe, ancje se e jere un tic spauride tal principi (e à dit), par vie che i vignive di fâ un intervent istituzionâl in lenghe taliane, par memorâ ben il grant poete Zof. Al è stât miôr cussì. Dome ae fin dal discors  e je passade plancut a cjacarâ par talian, cussì a capivin ducj chei che a jerin in sale. Ma il public al jere di furlans e vonde! «Chestis poesiis – e à concludût la Urban – a son stadis presentadis ancje in paîs tal 2013, cuntune vore di sucès, al è stât un moment di incressite par dute la int di Sante Marie la Lungje». Dopo la assessore e à comunicât che il Comun al à decidût si scrivi la poesie “Jessi” suntun mûr di une cjase dal paîs, parcè che ducj a vegnin a cognossi la impuartance dal poete paisan Zof.

A chel pont la curadore de publicazion, Manuela Quaglia, e à tacât a fevelâ inte sô bielissime variante cjargnele di Neariis di Sudri. E à fevelât di cheste racuelte di poesiis di Galliano Zof dal 1966 a 2009. «O ai cognossût Galliano Zof tal 2002 – e à dit Quaglia – e jere une persone di grant culture, fevelâ cun lui e jere come lâ a scuele, si imparave tant. Alore mi àn dât a mi il compit di meti adun la sô opare poetiche e o ai lavorâ par plui di un an e mieç cu la colaborazion di Paola, la femine dal poete, che e à savût cjatâ las peraulas justas par voltâ lis poesiis che a jerin par talian. La sielte di doprâ dôs version di grafie no è stade lizere, o vin operât cussì par vie che i materiâi a jerin tancj e in dôs versions, taliane e furlane, cu la grafie di Zof. Lui al veve preparât ancje un menabò, o progjet di stampe, dal libri prime di murî e cussì o vin lavorâ ancje cun chel imprest».
Par Odorico Serena, amì di Galliano, oltri che om di scuele e di culture, sierâ lis relazions de incuintri al è stât un onôr e un impegn. «Pensait – al à dit Serena – che par Gianfranco D’Aronco chest libri al è un regâl pai furlans, tant al è impuartant e dentri o cjatarès lis fotografiis di Carlo Innocenti, un fotograf di sest, come che al voleve Galliano Zof. Dopo al à ilustrât i temis dal libri, come la religjositât, la identitât, la tradizion contadine, la linguistiche, la famee e i afiets. Cheste è je une poesie sociâl».
Ancje il filosof Sergio Sarti al veve esprimût valutazions positivis su la poesie di Zof, che al è stât autôr ancje di didatiche, di architeture spontanie e di teatri. Tal 1988 Zof al è stât tra i fondadôrs dal moviment leterari di “Cjarande”, cun Domenico Zanier e Mario Argante. Al è un fat impuartant memoreâsi di lui tal 939m de nassite de Patrie dal Friûl burint fûr un libri cun dute la sô produzion poetiche.
Par sierâ la biele riunion la Associazion “I Viandants” di Basilian e à fat un zîr di leturis senichis ispiradis ae opare poetiche di Galliano Zof.
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BIOGRAFIE - Galliano Zof, nassût ai 26 di Avost dal 1933, indotorâts in Letaris modernis e dopo in Filosofie, al à simpri vivût a  Sante Marie la Lungje. Al è stât insegnant di materiis leterariis e preside di scuele mezane. Cuant che al jere preside a Manzan al à dât un grues jutori aes iniziativis promovudis de aministrazion comunâl e al è stât te zurie dal premi leterari "Caterina Percoto".

Passionât di storie e des tradizions dal Friûl al è stât un dai fondadôrs dal Istitût pe Ricercje e la Promozion de civiltât furlane “Achille Tellini". Tal 1967 al à fat cun Mario Argante e Domenico Zannier il moviment leterari "La Cjarande". Al à scrit, tra lis altris "De bande dai Siôrs" e "Contadinance", dulà che al denunzie lis cundizions di miserie, la fadie e i dolôrs dal popul contadin. Zof al è stât un sclet poete in marilenghe, nol à mai neât lis sô origjins semplicis, anzit a ‘nd à esaltât i siei valôrs. Al è muart ai 9 di Avost dal 2012.
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Servizi gjornalistic e des fotografiis di Elio Varutti

La Associazion “I Viandants” di Basilian e à fat un zîr di leturis senichis ispiradis ae opare poetiche di Galliano Zof.

giovedì 8 gennaio 2015

Alter mundus, di Lucia Gazzino, poete furlane su lis olmis di Pasolini

Udin. No è plui une robe strane il fat di presentâ libris intun laboratori di mosaic. Al è chel che al fâs il mestri Giulio Menossi di dîs agns in ca. Ai 29 di Dicembar dal 2014 al à presentât l’ultin libri di poesiis di Lucia Gazzino a Udin in vie Zoletti, in mieç dai siei mosaics. La premetidure ae poete e je stade fate di cui che al scrîf. O ài fevelât, tal plan estetic, de edizion americane di Alter mundus. Cheste e je la  prime volte in Italie che si mostre il libri che la Gazzino e à scrit par talian tal 2004 e il professôr Michael Daley lu à voltât par inglês american, tal 2013, par une cjase editorie di New York.
Par cui che al è interessât si pues viodi l’articul in marilenghe che o ài fat, cul sorenon di Gabriele Anelli Monti, su Il Diari, gjornâl tal web, publicât ai 8 di Zenâr dal 2015, cul titul: Il libri di une furlane burît fûr a New York. Lis poesiis di Lucia Gazzino, par talian e par inglês, presentadis a Udin li dal laboratori di mosaic di Giulio Menossi. O ài scrit, par talian, simpri sul libri Alter mundus de Lucia Gazzino, ancje su www. infofvg.it, baste clicà culì, par lei la recension artistiche cul titul: Alter mundus, poesie di Lucia Gazzino, tradotte a New York.  Ducj i doi articui a son stâts doprâts par cheste recension tal mê blog.

Mi plasin une vore i scritôrs che a fevelin ben dai autôrs in marilenghe. Mi plasin chei che a declarin cuant che al sei biel scrivi in dialet. Jo lu dîs, biel savint che il furlan e je une lenghe. Lu à dimostrât un studiôs di lenghistiche dai secui passâts. Si trate di Graziadio Isaia Ascoli, che al à fat, tal 1873, i Saggi ladini, publicâts dentri dal «Archivio Glottologico Italiano». Pol stai che, stant che il saç al à 556 pagjinis, cualchidun nol rive a leilu fin insom… Dut câs aromai dal 1999 la lenghe furlane, cu la leç n. 482, e à vût un ricognossiment juridic dal stât talian, ma no ducj lu san.
Mi plasin chei recensôrs che a misclicin dialet e lenghe, cun dute une confusion sientifiche, parcè che cussì a pandin il segn de lôr sinceritât su la part estetiche de poesie. Lenghe o dialet no impuarte: i plâs ce che al è scrit par furlan. Il gust di lei par furlan al è plui impuartant dal dibatit steril – tantis voltis – tra lenghe e dialet.
Clâr che l’autôr, o le autore, al à di jessi un di sest. Alore, discorin di Lucia Gazzino (Udin 1959), poete in marilenghe e tradutore di plui lenghis: inglês, inglês american, sloven, talian e furlan. Tant par fâle curte, us disarai che jê e à contribuît cu lis sôs traduzions par inglês a fâ congnossi Pier Paolo Pasolini in Americhe dal Nord. E à voltât une selezion de La nuova gioventù di Pasolini che e je deventade: The  New Youth, by Pier Paolo Pasolini, CC Marimbo, Berkeley (California USA), 2005. Dopo e à voltât simpri par inglês american: In Danger: a Pasolini Anthology, rincurade dal poete laureât Jack Hirschman, publicade de City Lights di Lawrence, Ferlinghetti, tal 2009.
Dal 1988 Lucia Gazzino e à burît fûr cinc libris di poesiis, par talian, par inglês american e in marilenghe. L’ultin al è Alter mundus chel voltât, tal 2013, par inglês american, pe traduzion di Michael Daley, Pleasure Boat Studio, A literary Press, Publisher,  New York, cu la introduzion dal poete laureât Jack Hirschman. Bisugne dî che Alter Mundus al è za saltât fûr tal 2004 cu la Lietocolle Editore di Parè, provincie di Como.
Propite intune recension dai libris di poesie di Lucia Gazzino, cul titul Babel e di Ida Vallerugo, cul titul Stanza di confine, tal gjornâl «Il Sole 24 Ore», dai 10 di Novembar dal 2013, il grant Franco Loi al à scrit par talian: “Non importa in che lingua si dice, ma ciò che si dice e come si dice”. Duncje la poesie e à di jessi dite, contade o cjantade. Al è pal chel che la Gazzino, dal 2002, si è butade ancje a fâ i reading, o sei lis leturis publichis des sôs poesiis, culì in Friûl, ma ancje tal rest de Italie, in Slovenie e vie pal mont, in Americhe e in Canada. Si visaiso di Pasolini, cul so “viers Pordenon e vie pal mont…”?    

Lucia Gazzino, dongje dai mosaics di Giulio Menossi
La poesie di Lucia Gazzino e je plene di musicalitât. In plui di cualchi sô toc si capìs che dentri dai viers e je une anime, un costrut, une fonde, un spirt. Cheste anime de poesie nus fâs capî indulà che al si cjate il cûr estetic dai siei scrits. Al è un cûr che al insiore dute la serie di viers.

Fin de sô prime racuelte, Fiori di papiro, dal 1988, dute par talian, la Gazzino nus à mostrât la passion sclete pe vite contadine e pe nature: la ploie, il vint, il nûl, i cjamps, i arbui, i salams, il formadi, la vidiele nassude di pôc sul stran bagnât dal part de vacje… Duncje e meteve in poesie la vite cuotidiane de periferie di Udin, cuant che ogni famee e veve la sô armente, che e jere tant che la economie de famee. E meteve in poesie lis tradizions de vite dal popul. Parfin il çoc cu la manarie e devente il fîl di un componiment dal titul significatîf: “Ricordi del passato”. Si fevele di poesie civîl, o nuie mancul, di poesie di gust etnografic.
La lenghe furlane e ven doprade di jê tal 2002 cu la ricuelte La casa delle carte / La cjase des cjartis. Culì e si mostre la prime poesie plurilengâl dai siei lavôrs (talian, furlan e inglês). Dentri dal poemut Pari o pai, si puedin viodi i viers: “Compra, comprami! / E no ài comprât / fierce soul / on a fierc land…”. Un voli tal passât e l’altri voli vie pal mont.
E je cun Babel. Oms, feminis e cantonîrs, opare del 2012, che la Gazzino e bute il so cuarp inte bataie – cemût che al scriveve Pasolini – par vie che la sielte lenghistiche e devente une sielte di part. Dut il libri al è bilengâl: talian / furlan. E al è chel che al met adun la Gazzino istesse cui altris poetis dal Friûl, di stamp pasolinian, oms o feminis che a sedin.

Alter mundus al è un lavôr poetic di alt valôr civîl e di une fuarte potence di leture interiôr. Culì la vite di ogni dì, il fat sociâl chel politic a deventin bielece estetiche. Ciertis robis garbis e mûts sclets di viodi la realtât la metin dongje di un altri poete furlan cu la peraule che ti taie e cul cûr grandonon, che al è Leonardo Zannier: cheste e je la mê opinion.
Cheste racuelte e je plene di passion poetiche – cemût che al à scrit Samuel Taylor Coleridge, tal 1817 – cuntune fuarce che ti slambre i materiâi, tant che lis imagjinis, i pinsîrs, lis struturis sintatichis, di ritmiche e di metriche, par rivâ a un lengaç autonom, chel poetic, juste apont.   


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versione italiana

Alter mundus, di Lucia Gazzino, poetessa friulana sulle tracce di Pasolini

Udine. Non è più una cosa strana il fatto di presentare libri in un laboratorio di mosaico. È ciò che fa il maestro Giulio Menossi da dieci anni. Il 29 dicembre 2014 ha presentato l’ultimo libro di poesie di Lucia Gazzino a Udine in via Zoletti, in mezzo ai suoi mosaici. La premessa alla poetessa è stata curata dallo scrivente. Ho parlato, sul piano estetico, dell’edizione americana di Alter mundus. Questa è la prima volta in Italia che si mostra il libro che la Gazzino ha scritto in italiano nel 2004 e il professore Michael Daley ha tradotto in inglese americano nel 2013, per una casa editrice di New York.
Per chi è interessato si può vedere l’articolo in friulano che ho scritto, con uno pseudonimo, su Il Diari, giornale nel web, pubblicato il 2 di gennaio 2015, col titolo: Il libri di une furlane burît fûr a New York. Lis poesiis di Lucia Gazzino, par talian e par inglês, presentadis a Udin li dal laboratori di mosaic di Giulio Menossi. Ho scritto, in italiano, sempre sul libro Alter mundus della Lucia Gazzino, anche su www. infofvg.it, basta clicare qui, per leggere la recensione artistica col titolo: Alter mundus, poesie di Lucia Gazzino, tradotte a New York.  Ambedue gli articoli sono stati qui ripresi ed ampliati per quest’altra recensione sul mio blog.

Mi piacciono molto gli scrittori che dicono bene degli autori in friulano. Mi piacciono quelli che sostengono quanto sia bello scrivere in dialetto. Io lo dico, ben sapendo che il friulano è una lingua. Lo ha dimostrato uno studioso di linguistica dei secoli passati. Si tratta di Graziadio Isaia Ascoli, che nel 1873, diede alle stampe i Saggi ladini, pubblicati in «Archivio Glottologico Italiano». Può succedere che, siccome tale saggio è di 556 pagine, qualcuno non riesca a leggerselo tutto… In ogni caso ormai dal 1999 la lingua friulana, con la legge n. 482, ha avuto un riconoscimento giuridico dallo stato italiano, ma non tutti lo sanno.
Mi piacciono quei recensori che mescolano i concetti di dialetto e lingua, con grande confusione scientifica, perchè così diffondono il segno della loro sincerità su la parte estetica della poesia. Lingua o dialetto non importa: questo è il nodo della questione. A loro piace ciò che è scritto in friulano. Il gusto di leggere in friulano è più importante del dibattito sterile – tante volte impostato in maniera sgangherata – tra lingua e dialetto.
È chiaro che l’autore, o l’autrice, deve essere di buon livello. Allora, discorriamo di Lucia Gazzino (Udine 1959), poetessa in madrelingua e traduttrice plurilinguistica: inglese, inglese americano, sloveno, italiano e friulano. Tanto per farla corta, vi dirò che ella ha contribuito con le sue traduzioni in inglese americano a far conoscere Pier Paolo Pasolini in America del Nord. Ha tradotto una selezione de La nuova gioventù di Pasolini che e è diventata: The  New Youth, by Pier Paolo Pasolini, CC Marimbo, Berkeley (California USA), 2005. Dopo ha tradotto sempre in inglese americano: In danger: a Pasolini Anthology, a cura del poeta laureato Jack Hirschman, pubblicata da City Lights di Lawrence, Ferlinghetti, 2009.
Dal 1988 Lucia Gazzino ha prodotto cinque libri di poesie, in lingua italiana, inglese americana e in friulano. L’ultimo, del 2013, è Alter mundus in italiano e inglese americano, con la traduzione di Michael Daley, Pleasure Boat Studio, A Literary Press Publisher,  New York, con l’introduzione del poeta Jack Hirschman. Bisogna dire che Alter Mundus era uscito già nel 2004 con Lietocolle Editore di Parè, provincia di Como.
Proprio in una recensione dei libri di poesia di Lucia Gazzino, col titolo Babel e di Ida Vallerugo, col titolo Stanza di confine, nel giornale «Il Sole 24 Ore», del 10 di novembre 2013, il grande Franco Loi ha scritto: “Non importa in che lingua si dice, ma ciò che si dice e come si dice”. Dunque la poesia va detta, raccontata o cantata. Per questo motivo la Gazzino, dal 2002, si è messa a fare i reading, ossia le letture pubbliche delle sue poesie, qui in Friuli, ma anche nel resto d’Italia, in Slovenia e per le vie pel mondo, in America e in Canada. Ricordate Pasolini, col suo “viers Pordenon e vie pal mont…”.     
La poesia di Lucia Gazzino è piena di musicalità. In più di qualche sua parte si capisce che dentro i versi c’è un’anima, un costrutto, una fondamenta, uno spirito. Questa anima della poesia ci fa capire dove si trova il cuore estetico dei suoi scritti. È un cuore che arricchisce tutta la serie dei versi.

Fin dalla sua prima raccolta, Fiori di papiro, del 1988, tutta in italiano, la Gazzino ci ha mostrato la schietta passione per la vita contadina e per la natura: la pioggia, il vento, la nuvola, i campi, gli alberi, i salami, il formaggio, la vitella appena nata sullo strame bagnato dal parto della vacca… Dunque metteva in poesia la vita quotidiana della periferia di Udine, quando ogni famiglia aveva la sua bovina, che era come un’economia della famiglia. Metteva in poesia le tradizioni popolari. Perfino il ceppo con la scure diventa il filo conduttore di un componimento dal titolo significativo: “Ricordi del passato”. Si parla di poesia civile, o addirittura, di poesie di gusto etnografico.
La lingua friulana viene utilizzata da lei nel 2002 con la raccolta La casa delle carte / La cjase des cjartis. Qui si mostra la prima poesia plurilingue dei suoi lavori (italiano, friulano e inglese). Nel poemetto Pari o pai, si possono vedere i versi: “Compra, comprami! / E no ài comprât / fierce soul / on a fierc land…”. Un occhio al passato e l’altro pel mondo.
È con Babel. Oms, feminis e cantonîrs, opera del 2012, che la Gazzino getta il suo copro nella lotta – come scriveva Pasolini – per il fatto che la scelta linguistica diventa una scelta di campo. Tutto il libro è bilingue: italiano / friulano. È ciò che accomuna la Gazzino stessa con altri poeti del Friuli, di stampo pasoliniano, maschi o femmine che siano.

 Giulio Menossi, al centro, nel suo laboratorio a Udine, durante la presentazione di Alter mundus


Alter mundus è un lavoro poetico di alto valore civile e di una forte potenza di lettura interiore. Qui la quotidianità della vita, il fatto sociale e quello politico si fanno bellezza estetica. Alcune crudezze e osservazioni della realtà la avvicinano ad un altro poeta friulano dalla parola tagliente e dal cuore grande che è Leonardo Zannier, a mio modesto parere. Alter mundus è una raccolta piena di passione poetica – come ha scritto Samuel Taylor Coleridge, nel 1817 – con una forza che deforma i materiali, come le immagini, i pensieri, le strutture sintattiche, di ritmica e di metrica, per giungere ad un linguaggio autonomo, quello poetico, appunto.   

Rassegna stampa:

Una recensione in Lingua friulana su "Sot la Nape",1, 2015, p. 60 - Rivista della Società Filologica Friulana