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domenica 19 gennaio 2020

Giorno della Memoria a Udine sud, 23.1.2020, all'Oratorio Zanin in via Montebello

Nel 2016 era un desiderio di don Paolo Scapin, allora parroco di S. Pio X, quello di scoprire qualcosa sugli ebrei a Udine sud. Così è sorto un gruppo di studio su brani di storia sconosciuti, con l’aiuto del maestro Alfredo Orzan, il cantore di Baldasseria. Dici Auschwitz e pensi alla Shoah, ai Campi di sterminio nazisti. Non immagineresti mai che gli ebrei prigionieri nei vagoni piombati passavano sotto casa tua, vicino agli orti (les cumieres) di Baldasseria. Così è stato in Via Monfalcone e nello scalo di Via Buttrio. La cifra complessiva degli internati va oltre le 1.200 persone. Pochi i sopravvissuti.
Giorgio Celiberti, Terezin nel cuore, 1996, tavola, cm 100 x 141,5

Giovedì 23 gennaio 2020 alle ore 20,30 si tiene il Giorno della Memoria a Udine sud presso l’Oratorio “Mons. E. Zanin”, in Via Montebello 3, angolo Via Marsala. Purtroppo il Depliant del Comune di Udine contiene un errore di stampa; il luogo della serata è segnato in via Mistruzzi, ma invece l'evento si terrà presso l’Oratorio “Mons. E. Zanin”, in Via Montebello 3, angolo Via Marsala.
L’incontro si aprirà con il saluto di don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X. Seguirà l’intervento di Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine e il saluto di Marco Balestra, presidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.
Il primo relatore della serata è il dott. Giorgio Linda, presidente dell’Associazione Italia-Israele, di Udine, che tratterà il tema: “Shoah, verità e luoghi comuni”. Poi ci sarà la relazione della dott.ssa Tiziana Menotti, studiosa di slavistica, su: “Terezín, il ghetto dei bambini e degli artisti”. Il professor Elio Varutti parlerà, infine, su “Ebrei di Abbazia salvati a Palmanova”.
L’incontro pubblico, nel quadro delle attività del Comune di Udine, è organizzato dal Gruppo culturale parrocchiale di S. Pio X, con la collaborazione di: ANED di Udine, Parrocchia del Cristo e Alpini di Udine Sud. 
Si ringrazia per la copertina del biglietto di sala il pittore Giorgio Celiberti, che ha messo a disposizione dell’evento la sua tavola, del 1966, intitolata Terezin nel cuore. 

Ecco le tracce degli interventi dei relatori
Gli antidoti contro l’odio. “Se la cultura dell’incontro e della riconciliazione genera vita e produce speranza, la non-cultura dell’odio semina morte e miete disperazione… Non ci sono parole e pensieri adeguati di fronte a simili orrori della crudeltà e del peccato; c’è la preghiera, perché Dio abbia pietà e perché tali tragedie non si ripetano”. Con queste parole, papa Francesco fa eco ad un famoso intervento di uno dei suoi suo predecessori, San Giovanni Paolo II papa. Egli disse con forza e profondo dolore in occasione di una delle giornate della Memoria della Shoah: “dobbiamo abilitare la memoria a svolgere il suo necessario ruolo nel processo di costruzione di un futuro nel quale l’indicibile iniquità della Shoah non sia mai più possibile”. Così si auspica “un futuro di autentico rispetto per la vita e per la dignità di ogni popolo e di ogni essere umano”.
Anche la nostra comunità cristiana, in occasione della Giornata della Memoria 2020, offre un’importante opportunità, con una serata di riflessione sul dramma dell’Olocausto, per fare propria la necessità di continuare a coltivare la giustizia, la concordia e la pace fra i popoli e le religioni, promuovendo la cultura e favorendo la libertà di culto, proteggendo i credenti e le religioni da ogni manifestazione di violenza e strumentalizzazione. Questi, afferma ancora papa Francesco (e noi con lui) “sono i migliori antidoti contro l’insorgere dell’odio”.
Don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X e del Cristo
Via S. Martino, 28 – Pietra d’inciampo per ricordare Leone Jona, detto "Nello", installata il 19.1.2020 per il Giorno della Memoria

La SHOAH: verità e luoghi comuni. Anche il Giorno della Memoria, come tutte le commemorazioni e ricorrenze, corre il rischio della ripetitività e della strumentalizzazione, ma in particolare corre il rischio della banalizzazione e distorsione ad opera di luoghi comuni. Ecco allora che la Shoah diventa un terribile momento storico in cui un gruppo di malvagi, detti Nazisti, per pura cattiveria si accanirono  contro certi altri uomini, che si definivano Ebrei. Dapprima li perseguitarono, in seguito diedero loro la caccia, li catturarono e  li imprigionarono in luoghi chiamati Lager, dove li sterminarono a milioni in speciali camere a gas. Ma, come in ogni western che si rispetti, alla fine arrivarono i buoni, ovvero gli Alleati, che sconfissero i Nazisti cattivi, li processarono e li punirono. Certo, ci furono quelle cataste di cadaveri con cui ogni anno la televisione ci rovina la cena, ma… alla fine è tutto bene quello che finisce bene. Questa vulgata, che ho volutamente riassunto in forma  paradossale e provocatoria, “dimentica” (o forse, freudianamente, “rimuove”) parecchi aspetti della Shoah che vengono invece discussi e documentati nella relazione di oggi. 
Giorgio Linda, Associazione Italia-Israele, Udine

Terezín, il ghetto dei bambini e degli artisti
La storia di Terezin inizia nel 1780, quando l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo decise di costruire una fortezza militare per proteggere Praga e la Boemia dalle incursioni prussiane. La chiamò Theresienstadt, Terezín in ceco, in onore della madre Maria Teresa.
La città è costituita ancora oggi da due siti, la Grande fortezza, circondata da bastioni, e la Piccola fortezza, che in genere veniva usata come prigione. Nel novembre 1941 i nazisti la trasformarono in un ghetto per ebrei che qui venivano raccolti, smistati e poi inviati ad Auschwitz. A Terezín, nota come “la città che Hitler donò agli ebrei”, tra il 1940 e il 1945 furono rinchiuse più di 200 mila persone provenienti da vari Paesi, tra cui numerosi artisti. Essi ebbero un ruolo di primaria importanza all’interno del ghetto perché riuscirono a creare una vita culturale di alto livello e a rendere l’esistenza degli internati un po’ più sopportabile. Tra i prigionieri vi furono anche numerosi bambini, deportati assieme alle loro famiglie e, spesso, alle loro maestre e ospitati nelle ex caserme della città trasformate in Jugendheim, case per bambini. Molti di loro trovarono la morte nelle camere a gas di Auschwitz.
Tiziana Menotti, Circolo culturale della Parrocchia di S. Pio X

Ebrei di Abbazia salvati a Palmanova 1943-1945. Poco noto e misterioso è il salvataggio dalla persecuzione nazista di tre ebrei a Palmanova. È accaduto alla famiglia Parisotto, come ha raccontato Luigi Parisotto. Dal 1932 Giuseppe Parisotto, padre di Luigi, gestiva una cartoleria. “Negli anni ’40 i miei genitori a Palmanova – ha detto Parisotto – nascosero tre ebrei di Abbazia, dove gestivano un albergo”. Si tratta dei signori Willy Rudovitz, della signora Rudovitz e del figlio quarantenne di nome, pure lui, Willy Rudovitz, ospitati in casa Parisotto, dal mese di novembre 1943, fino al 1945. Fa da tramite il signor Berin, fattore degli Hausbrandt, proprietari terrieri a Chiopris Viscone. La signora Maria Osso Parisotto, madre del testimone, cucina anche per i Rudovitz, che mangiano in momenti distinti dalla famiglia ospitante. In particolare, la signora Rudovitz si muove in casa, anche per i pasti, con una “valigetta che posava sempre ai propri piedi”. Conteneva soldi, oggetti preziosi? Poi ci sono dei contatti col tenente tedesco Stolvitz… Il testimone riferisce, comunque, che la famiglia Rudovitz lascia indenne casa Parisotto alla fine di maggio del 1945.
Elio Varutti Circolo culturale della Parrocchia di S. Pio X

Udine, via S. Martino, 28 - Il professor Giampaolo Borghello ricorda lo zio Leone Jona, detto "Nello". 19.1.2020 per il Giorno della Memoria, accanto a Enrico Berti, presidente del Consiglio comunale di Udine
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Rassegna stampa
- Da "Il Friuli" nel web: "Gli ebrei a Udine sud".
- Dal sito di Turismofvg: "Giorno della memoria 2020 - Parliamo di deportazioni e campi di concentramento".
- Dal sito friulionline: "Incontro a Udine per la Giornata della Memoria".
- Dal "Messaggero Veneto" del 18 gennaio 2020.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Elio Varutti, Tulia Hannah Tiervo e Sebastiano Pio Zucchiatti. Fotografie di E. Varutti. 

giovedì 1 febbraio 2018

Ebrei a Tarcento, conferenza di Varutti e Ganis in biblioteca

È stato Mauro Steccati, sindaco di Tarcento, a organizzare il 27 gennaio 2018 il Giorno della Memoria, secondo i dettami della Legge 20 luglio 2000, n. 211 “in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”. Tale  legge ha stabilito l’organizzazione di cerimonie, iniziative e momenti di riflessione in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.
Giorno della Memoria 2018 a Tarcento. Foto di Giorgio Ganis

Nell’affollata sala della biblioteca civica di Tarcento, al cosiddetto Centro Europeo di Arti e Comunicazioni Contemporanee “L. Ceschia”, in via Julia 13, alle ore 17,30, è stata Beatrice Follador, assessore alla Cultura del Comune, ad aprire i lavori della conferenza. “Ciò che ascolteremo questa sera, nella giornata dedicata alla Shoah, è storia nostra, non dobbiamo dimenticarlo ed è una tragedia del territorio – ha detto – poi voglio giustificare l’assenza del sindaco, in quanto influenzato, ma non voglio togliere altro tempo ai relatori e, con piacere, passo a loro la parola”. 
Bruno Bonetti, bibliotecario di Tarcento, è intervenuto per elencare i rastrellamenti di partigiani da parte dei tedeschi. Le Waffen SS rastrellano 22 civili a Flaipano il 13 dicembre 1943 e li rinchiudono, con altre 200 persone, nella caserma della milizia di Oltretorre a Tarcento, oggi sede della Biblioteca. Ci sono 11 arresti a Tarcento il 13 aprile 1944, dei quali 6 sono internati in Germania. Bonetti ha aggiunto che sempre a Tarcento, il 10 luglio 1944, sono citati 12 prigionieri dei tedeschi. Il giorno seguente a Flaibano vengono imprigionate 70 persone, condotte a Tarcento e poi deportate.
Bruno Bonetti, vicino a Beatrice Follador, assessore alla Cultura del Comune di Tarcento (in maglia rossa)

Il 4 novembre 1944 si verificano 25 arresti a Sammardenchia e quasi tutti vengono deportati. Lo steso giorno ci sono altri 18 catturati a Tarcento, dei quali 11 mandati in Germania, col “trasporto” del 15 novembre successivo. L’incendio nazista di Sedilis è del 28-29 novembre 1944. Bonetti ha spiegato che il 6 gennaio 1945 gli uomini di Partistagno vengono condotti a Tarcento sempre nella caserma della milizia di Oltretorre. Come pure il giorno seguente si verificano ben 72 arresti a Racchiuso che sono portati a Tarcento. La lunga lista di atrocità naziste nella stessa caserma tarcentina si chiude con gli 8 condannati alla fucilazione del 1° febbraio 1945, dei quali uno si salva.
Per Bonetti, la principale, ma non unica fonte della sua ricerca, è la pubblicazione “I deportati politici friulani nei campi di concentramento, 1943-1945”, di Flavio Fabbroni, edita a Udine dall’ANPI nel 2016, nella serie Quaderni della Resistenza, n. 17.
Molte diapositive sono state mostrate dal professor Elio Varutti, che ha presentato il tema della “Shoah dongje les cumieres di Baldassarie. Deportazione e campi di concentramento. Luoghi e storie 1943-1945”. Sono stai fatti anche dei riferimenti alla stazione di Tarcento, luogo di deportazione verso i lager nazisti di Auschwitz e Dachau, passando per Tarvisio.
“Secondo i dati del 2016 di Mauro Tabor – ha detto Varutti – la deportazione nei lager dalla Risiera di San Sabba a Trieste, fulcro del concentramento nell’Adriatisches Küstenland, avendo colpito anche l’ebreo misto, ossia l’assimilato e il discendente da individui di altra fede, rintracciabile dalla sola evidenza del cognome, la cifra complessiva degli internati va oltre le 1200 persone. Considerate che gli ebrei a Trieste, nel 1938, ammontavano a oltre 6000 unità, tra le quali letterati, pittori, scienziati, medici e amministratori d’aziende. Solo 1500 sono i sopravvissuti e rientrati”.
Il relatore ha mostrato vari documenti dell’Archivio di Stato di Udine da cui si evince l’intenso traffico di ebrei, oltre che sui treni della deportazione nazista, anche solo per il trasferimento di masse di ebrei dal Centro Europa e dall’Italia, dopo le Leggi Razziali del 1938, verso la Palestina, gli USA ed altri luoghi, partendo dal porto di Trieste. Anche i sopravvissuti allo sterminio rientrano in Italia da Tarvisio, con gli aiuti della Brigata Ebraica, per raggiungere la Palestina e poi, dopo il 1948, Israele e gli USA.
La conclusione di Varutti è stata che “Nel 1944 vengono arrestati quattro ebrei di Udine dalle Waffen SS, come ha riportato Pietro Ioly Zorattini. Tra di essi c’è il barone e senatore Elio Morpurgo (1858-1944), prelevato ultraottantenne e ammalato in ospedale il 26 marzo 1944. Deportato e morto per strada. Morpurgo, oltre che presidente della Camera di commercio è stato il primo sindaco ebreo del Regno d’Italia e il Gruppo culturale Alfredo Orzan, di Udine, ha chiesto che gli sia dedicata una pietra d’inciampo vicino al Palazzo donato al Comune di Udine in Via Savorgnana”.
Elio Varutti in un'immagine di Leoleo Lulu del 2018

Ci sono alcune figure poco note o del tutto sconosciute riguardo all’aiuto prestato agli ebrei nel 1943-1945, ha aggiunto Varutti. Si tratta dello scultore e incisore Aurelio Mistruzzi e di sua moglie. Mistruzzi è nato a Villaorba di Basiliano il 7 febbraio del 1880 e muore a Roma nel 1960. Sua moglie è Melanie Jaiteles, nata a Vienna nel 1886 e morta a Roma nel 1977. Essi sono compresi tra i Giusti delle Nazioni nel Museo Yad Vashem di Gerusalemme per aver aiutato gli ebrei perseguitati a Roma. A fare questa eccezionale scoperta è stata la professoressa Gabriella Bucco, che ha pubblicato un interessante articolo su «La Vita Cattolica» del 22 gennaio 2015, col titolo “La storia di Aurelio Mistruzzi, l’unico artista friulano tra i Giusti delle Nazioni nel Museo di Gerusalemme”.
Anzi Aurelio Mistruzzi – come ha scritto Gabriella Bucco – è l’unico artista friulano tra i 610 giusti italiani, ricordati nel museo israeliano, istituito nel 1953 per commemorare le vittime dell’Olocausto.
La seconda relazione del convegno di Tarcento, tenuta dall’architetto Giorgio Ganis, ha evidenziato, con molte significative immagini, i luoghi degli ebrei a Udine dal 1300 ad oggi. Si va dal piccolo cimitero di vicolo Agricola, funzionante dal 1405, ai primi anni del Settecento, fino alla località di Chiavris (“capre”, in friulano). Il toponimo stesso deriva dalla famiglia ebraica dei Caprileis, che gestiva in zona nei tempi antichi una locanda, un banco feneratizio (prestiti a usura) ed un negozio.
Giorgio Ganis in un'immagine di Leoleo Lulu del 2018

Il titolo del suo intervento era “Gli ebrei a Udine e in Friuli. Sinagoghe, ghetti e cimiteri”. L’architetto ha poi parlato dei vari cimiteri ebraici esistenti nel passato e di quelli tutt’ora in funzione, come quello di San Daniele del Friuli. Ha poi dedicato una sezione del suo documentato intervento ai luoghi degli ebrei a Tarcento, come il cosiddetto “ghetto”, che pare esistesse in via Angelo Angeli e via Primo maggio, data la presenza di imprenditori serici di fede ebraica, giunti nel Settecento da San Daniele del Friuli.
Il pubblico in sala ha seguito con grande interesse questa parte dell’incontro, scattando molte fotografie con i telefoni cellulari. Si sono notate persone di Gemona, San Daniele del Friuli e di Udine. Giorgio Ganis ha concluso il suo discorso con l’elenco delle sinagoghe o stanze di culto ebraico della piccola comunità di Udine, che nell’Ottocento sfiorò i 150 aderenti, mentre nel 1949 erano ridotti in 37 individui.
Al termine dell’incontro, cui hanno presenziato anche i consiglieri comunali Nadia Dri, Silvia Fina e Luca Paoloni, oltre a Luca Toso, vice sindaco di Tarcento, c’è stato un vivo dibattito, con domande e interventi brevi sul tema tra gli oltre 70 partecipanti, tra i quali si sono notati alcuni giovani. Per il Giorno della Memoria a Tarcento il Gruppo culturale “Alfredo Orzan” ha anche allestito una piccola mostra fotografica sul tema della “Shoah a Udine sud” nell’atrio della biblioteca.

Bibliografia suggerita
Bruno Bonetti, Manlio Tamburlini e l’albergo nazionale di Udine, Pasian di Prato (UD), L’Orto della Cultura, 2017.
Gabriella Bucco, “La storia di Aurelio Mistruzzi, l’unico artista friulano tra i Giusti delle Nazioni nel Museo di Gerusalemme”, «La Vita Cattolica», 22 gennaio 2015.
P.C., “L’orrore dei treni dei deportati in biblioteca Ebrei a Udine”, «Messaggero Veneto», 27 gennaio 2018, Cronaca di Tarcento.
Miriam Davide, Pietro Ioly Zorattini (a cura di), Gli ebrei nella storia del Friuli Venezia Giulia. una vicenda di lunga durata, Atti della Fondazione Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, IV, Firenze, Giuntina, 2016.
Flavio Fabbroni, I deportati politici friulani nei campi di concentramento, 1943-1945, «Quaderni della Resistenza», n. 17, Udine, ANPI, 2016.
Giorgio Ganis, “La sinagoga di Porta Manin”, «La Vita Cattolica», Cultura, 11 gennaio 2017, p. 3.
Giorgio Ganis (a cura di), Ebrei a Udine. Luoghi e storie fra deportazioni e campi di concentramento, Udine, Parrocchia di San Pio X, 2017.
Mauro Tabor, “Lo strappo della Shoah, la chiusura e a lenta riapertura all’esterno in un’ottica di continuità”, in Miriam Davide, Pietro Ioly Zorattini (a cura di), Gli ebrei nella storia del Friuli Venezia Giulia. Una vicenda di lunga durata, op. cit., (p. 331-338).
Elio Varutti, “La Shoah dongje les cumieres di Baldassarie”, in Giorgio Ganis (a cura di), Ebrei a Udine. Luoghi e storie fra deportazioni e campi di concentramento, Udine, Parrocchia di San Pio X, 2017.
Elio Varutti. Foto di Giorgio Ganis

Sitologia
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Servizio giornalistico di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E.V. Fotografie di Giorgio Ganis, E. Varutti e Leoleo Lulu. Networking e ricerche a cura di Gabriele Anelli Monti.

domenica 28 gennaio 2018

Ebrei a Udine sud, conferenza e trailer 2018

Il Giorno della Memoria nella sala parrocchiale di San Pio X a Udine si è svolto il 26 gennaio 2018 alle ore 20,30 con grande partecipazione di pubblico. L’attività è stata curata dal Gruppo culturale “Alfredo Orzan” della parrocchia stessa ed era inserita nel calendario ufficiale delle iniziative del Comune di Udine per ricordare la Shoah.
Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine nel suo intervento in sala parrocchiale di S. Pio X per il Giorno della Memoria, vicino a Daniela Rosa, Tiziana Menotti e Elio Varutti. Foto di Leoleo Lulu

Hanno collaborato alla buona riuscita dell’evento l’Associazione Insieme con Noi e il Gruppo Alpini di Udine sud. La sala parrocchiale, in Via Aurelio Mistruzzi, era affollata di oltre 70 partecipanti quando il dottor Guglielmo Coco, direttore del Consiglio pastorale di S. Pio X, ha aperto i lavori. “Sono qui a rappresentare don Paolo Scapin, parroco di San Pio X – ha detto Coco – che è assente per convalescenza e porta i suoi saluti a tutte le autorità presenti e alle associazioni che hanno reso possibile questo importante incontro che ci vede riuniti in chiave evangelica per essere vicino ai nostri fratelli maggiori”.
Poi ha avuto la parola Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine, che ha elogiato la parrocchia di S. Pio X per l’attività di ricerca sulla Shoah della zona iniziata nel 2016, sotto la guida di don Paolo Scapin. “Saluto con affetto don Scapin – ha detto Pirone – perché gli siamo molto vicini in questo momento e gli auguriamo un pronto ristabilimento, poi desidero affermare che la memoria è un patrimonio collettivo e le azioni dal basso come quella di stasera costituiscono un tessuto di vita civile e democratica”. L’assessore Pirone ha poi aggiunto che l’attività del Gruppo culturale “Alfredo Orzan” con le sue iniziative sulla tematica della Shoah sta “dando forza a tutta la città per recuperare l’ascolto, il rispetto e la tolleranza nei confronti degli altri”.

Marco Balestra, presidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine, oltre a fare gli auguri a don Paolo Scapin, ha accennato al “Gruppo della Rosa Bianca che in Germania si è battuto per la libertà e contro il nazismo, mentre oggi stiamo vivendo un momento pericoloso con certi rigurgiti filo nazisti, come il concerto nazi-metal di Azzano Decimo, indetto proprio nel Giorno della Memoria, con grande offesa per gli ebrei”.
Ha poi preso la parola Tiziana Menotti, in nome del Gruppo “Orzan”, spiegando che i ricercatori della parrocchia di S. Pio X si sono dati quel nome nel novembre 2017 per ricordare il maestro Alfredo Orzan, definito dalla stampa locale come “il cantore di Baldasseria”, per la sua passione a raccogliere testimonianze sui piccoli fatti storici della realtà locale, che fu da lui raccontata inoltre sotto gli aspetti religiosi, naturalistici, ecologici, antropologici, linguistici e di vita sociale.
È intervenuta in seguito la professoressa Daniela Rosa, presidente dell’Associazione “le Donne resistenti” di Udine, spiegando il titolo della sua relazione che era: “Memoria storica versus nativi digitali: missione impossibile?”. In effetti il problema di fondo in simili commemorazioni è quello di coinvolgere i giovani, abituati a comunicare solo col telefono cellulare. La professoressa Rosa ha inoltre indicato in sala la presenza di due bambine del 1945 che diedero conforto e aiuto ai prigionieri dei tedeschi. Si tratta di Fernanda Revelant, novantenne di Udine sud, e di Iris Bolzicco, sedute in prima fila all’incontro, socie onorarie delle Donne resistenti.
Guglielmo Coco. Foto di Leoleo Lulu

È seguito il trailer, di una ventina di minuti, del documentario “Cercando le parole. La disubbidienza civile delle donne friulane di fronte all’8 settembre 1943” per la regia di Paolo Comuzzi e Andrea Trangoni, opera del 2013. L’ultimo intervento dello scrivente aveva per titolo: “I luoghi e i segni della Shoah a Udine sud”, basato sulle più recenti scoperte delle ricerche svolte in merito. Vedi in rete l’articolo nel blog “Shoah, ebrei di Fiume salvatisi in Friuli e il ruolo dei Mistruzzi”. Nel dibattito che è seguito è intervenuto l’ingegnere Sergio Satti, che ha voluto ringraziare gli organizzatori per aver fatto luce su una parte di storia minore sconosciuta.
Marco Balestra. Foto di Leoleo Lulu
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Servizio giornalistico e fotografico di Elio Varutti, se non altrimenti indicato per le fotografie. Ricerche e Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti. Si ringraziano per le fotografie: Leoleo Lulu e Germano Vidussi.
Foto di Leoleo Lulu

Sergio Satti. Foto di Leoleo Lulu

In prima fila, con Pirone e Balestra, Iris Bolzicco, cappotto chiaro e Fernanda Revelant, col basco bianco, le bambine del 1945

mercoledì 27 settembre 2017

Da Pirano al Villaggio San Marco di Fossoli di Carpi, 1953-1970

Si riporta ora una ricerca sugli esuli giuliano dalmati al Villaggio San Marco di Fossoli di Carpi, nella provincia di Modena, che fu attivo dal 1953 al 1970.
Villaggio San Marco a Fossoli, ingresso. Immagine tratta dal sito web del Comune di Modena

L’area di Fossoli di Carpi dal 1942 fu dapprima un Campo di prigionia durante la seconda guerra mondiale. Dal mese di maggio 1942 all’8 settembre 1943 è il Campo per prigionieri di guerra del Regno Unito (PG 73). Dal 5 dicembre 1943 al 15 marzo 1944 diviene un Campo concentramento per ebrei della Repubblica Sociale Italiana e quindi direttamente delle Waffen SS . Tra coloro che vi transitarono, prima di arrivare al Campo di sterminio di Auschwitz, ci fu anche Primo Levi. Nel Campo di detenzione c’era perfino una sinagoga.
Si pensi a come si incrociano incredibilmente a Fossoli i fatti cruciali della storia italiana: la Shoah e l’esodo giuliano dalmata.
In un convegno tenutosi il 4 maggio 2013 a Carpi sono state rivissute le vicende dei profughi provenienti dall’Istria e dalla Dalmazia ed è stato presentato il progetto di restauro della chiesetta. Opera poi effettuata.
Dal 1953 il Villaggio San Marco ospitò 250 famiglie italiane dell’Istria e della Dalmazia, alcune delle quali vi rimasero per 17 anni. Nel sessantesimo anniversario del Villaggio San Marco di Fossoli, nel 2013, è stata dedicata un’iniziativa culturale promossa dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), in collaborazione con il Comune e la Provincia di Modena e la città di Carpi. L’evento è culminato sabato 4 maggio nel convegno storico, con la presentazione del progetto di restauro della chiesetta del Villaggio.
Bimbi con le maestre al Villaggio San Marco di Fossoli

Intitolato “I 60 anni del Villaggio San Marco a Fossoli: storia, presenza, prospettive”, il convegno si è tenuto dalle ore 9 presso la sala congressi di piazzale Allende 7, a Carpi. Era sotto l’Alto patronato del Presidente della Repubblica. È stato presentato a Modena venerdì 26 aprile, in una conferenza stampa, alla quale hanno partecipato il sindaco di Modena Giorgio Pighi, il sindaco di Carpi Enrico Campedelli, il presidente della Provincia di Modena Emilio Sabattini e il presidente del Consiglio comunale di Carpi Giovanni Taurasi. Per il Comitato Provinciale di Modena dell’ANVGD hanno partecipato il presidente Giampaolo Pani e il segretario Luigi Vallini.
Nella mattinata del 4 maggio si sono alternati numerosi interventi dedicati alla storia del campo, allo scenario storico e politico dell’epoca, al ricordo delle personalità, modenesi e no, che hanno svolto un ruolo importante per il villaggio San Marco. Non sono mancate alcune testimonianze di tre cittadini carpigiani, all’epoca bambini, che vissero nel campo. Infine, sono stati presentati i progetti di restauro, in particolare dell’edificio della chiesetta, per il quale l’ANVGD si è impegnata in una raccolta di fondi. L’opera è stata poi realizzata.
Nel dopoguerra la struttura fu assegnata all’opera dei Piccoli apostoli di Don Zeno Saltini e ospitò la comunità di Nomadelfia.
La Chiesetta del Villaggio San Marco a Fossoli

Dal 1953 fino alla fine degli anni Sessanta divenne invece, con il nome di Villaggio San Marco, un campo destinato ai cittadini italiani originari delle zone dell’Istria e della Dalmazia. Arrivarono a Fossoli 250 famiglie, in tutto quasi 2.500 persone, che avevano abbandonato le proprie case dopo gli accordi internazionali. Il Trattato di Pace di Parigi del 1947 ridefinisce il confine orientale italiano, assegnando quei territori alla Federativa Repubblica di Jugoslavia. Le famiglie arrivate nel modenese furono una parte delle circa 250-350 mila persone, appartenenti alle comunità italiane dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, che lasciarono case e proprietà tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta, dirette in 90 città italiane, ma anche oltreoceano, dal Canada, Australia, USA, al Venezuela. È il cosiddetto esodo giuliano dalmata.
Al Villaggio San Marco è stata organizzata una Mostra fotografica di carattere storico, nel 2014.
Immagine del Campo di Fossoli tratta dalla ricerca "Ricordi fiumani" di Giulio Scala, del 2015
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Proposta a monumento nazionale per l’ex Campo profughi di Fossoli
Nel Giorno del Ricordo del 2013 l’onorevole Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera, ha presentato il progetto di legge per dichiarare monumento nazionale l’ex Campo Fossoli e sostenere l’attività di ricerca della Fondazione relativa. Ecco il messaggio di Manuela Ghizzoni.
«Oggi celebriamo il Giorno del ricordo, istituito con la legge 92 del 2004, per conoscere, coltivare e rinnovare la memoria della tragedia delle vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati.
Un tornante della storia recente, troppo a lungo rimosso, al quale dobbiamo riferirci per rafforzare la nostra identità nazionale e per costruire con lungimiranza il nostro futuro.
La diaspora condusse numerose famiglie anche nella nostra provincia: dal giugno 1954 al marzo 1970, molti profughi giuliani vissero presso l’ex campo di Fossoli, in quello che poi fu noto come il Villaggio San Marco.
Ho depositato come prima firmataria in questi giorni – volutamente nel periodo compreso tra il 27 gennaio Giorno della memoria e il 10 febbraio Giorno del Ricordo – un proposta di legge per sostenere la Fondazione ex Campo Fossoli, al fine di valorizzare il sito e sostenere l’attività di ricerca e di documentazione, necessaria per dare voce a chi è transitato nel Campo durante le diverse fasi della sua storia. La proposta di legge è stata sottoscritta da deputati di diverso orientamento (tra gli altri Nirenstein, Castagnetti, Bachelet, Perina e Granata) e colleghi modenesi di centrodestra e centrosinistra (Bertolini, Miglioli, Levi e Santagata): credo sia il modo migliore per ricordare quelle drammatiche vicende che hanno toccato anche la nostra comunità e per far sí che la memoria si trasformi in vera coscienza critica, in un codice etico che orienta ogni nostra scelta per il futuro. Confido, anche per la condivisione da parte di maggioranza e opposizione, che questa iniziativa si trasformi presto in Legge dello Stato». (Fonte dal web: sassuolo2000.it)
Pirano nei primi decenni del Novecento

Ultime novità sul “Fossoli Camp”
Il 21 settembre 2017 la stessa Manuela Ghizzoni nel suo sito web pubblica questa notizia: «Arrivano i fondi attesi per proseguire con buona lena la conservazione e la valorizzazione del Campo di Fossoli. Oggi pomeriggio, la Conferenza unificata (stamane analogo passo era stato compiuto in Conferenza delle Regioni) ha approvato il piano strategico “Grandi progetti per i beni culturali”. Con questo piano, dal Ministero arriveranno a Comuni e Regioni ben 65 milioni di euro, 3 milioni e mezzo dei quali sono destinati al Campo di Fossoli. Questo finanziamento, unitamente al milione di euro stanziato dalla Regione Emilia-Romagna e ai 500mila euro dalla Presidenza del Consiglio, rappresenta un punto di svolta nella tutela e nella valorizzazione del Campo di Fossoli. A questo luogo della Memoria sono stati destinati 3 milioni e mezzo di euro, di cui una piccola parte, 240mila euro, per la progettazione, e la gran parte per la realizzazione pratica delle opere. Ci saranno le condizioni economiche per poter, finalmente, mettere mano a specifici interventi di tutela e salvaguardia (tra i quali illuminazione della struttura, approvvigionamento idrico e sistemazione della pavimentazione). I “Grandi progetti per i beni culturali” sono una innovazione strategica nelle politiche culturali, introdotta nel 2014 e le cui risorse sono state aumentate con la Legge di stabilità 2016, che aveva stanziato ulteriori 30 milioni per la tutela del patrimonio culturale. A questo piano il ministro Dario Franceschini, in questi anni, ha lavorato con determinazione, in raccordo con le Regioni e gli Enti locali, per selezionare i 17 interventi da finanziare con priorità. Come carpigiana e come componente della Commissione Cultura non posso che esprimere soddisfazione perché, finalmente, il Campo di Fossoli, luogo simbolo della Memoria del ‘900 italiano ed europeo, potrà essere valorizzato come avevo da tempo auspicato.
Don zeno sfida il governo e con i suoi ragazzi demoliscono la recinzione del Campo di Fossoli

Nel 2013, infatti, ho presentato un progetto di legge per la “Dichiarazione di monumento nazionale del Campo di concentramento di Fossoli e misure di sostegno per le attività della Fondazione ex campo di Fossoli”. Ora quel progetto trova, di fatto, realizzazione attraverso il canale innovativo del piano strategico. Come istituzioni locali e come carpigiani siamo sempre stati consapevoli della responsabilità storica e morale di avere sul nostro territorio un luogo della Memoria di così alto valore e vi abbiamo sempre fatto fronte; altresì siamo sempre stati convinti che il Campo Fossoli non costituisca un monumento solo carpigiano, ma rappresenti un pezzo significativo della storia nazionale».
Alcuni profughi istriani e i loro discendenti si domandano come verranno spesi tali finanziamenti.
Maestra e scolari al Villaggio San Marco di Fossoli, Carpi, Modena
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Una testimonianza su Pirano e su Gorizia
«A Gorizia si passava il confine solo con il passaporto – racconta Mario Dugan, fino all’adesione della Slovenia all’Unione Europea, avvenuta nel 2004 –.  L’ultima volta che sono andato a Gorizia – aggiunge – è stato l’11 giugno 2017. Sulla stele, vicino al vecchio confine tra Italia e Jugoslavia, è scritto: “Dal 1947 al 2004”. In effetti dal 1947 al 2004 lì c’erano la sbarra e il filo spinato. Io sono nato e abitavo a Pirano, che era chiamata “Zona B”. Dal 1945 eravamo sotto protettorato alleato. Per andare a Trieste, sul confine di Rabuiese, tra la “Zona A” e la “Zona B” bastava avere la carta d’identità. Dal 10 ottobre 1952 al 5 ottobre 1954, siamo stati chiusi completamente, diciamo come in tempi moderni a Gaza. Con il Memorandun di Londra del 5 ottobre 1954 potevamo andare a Trieste con un lasciapassare. Si poteva andare nella “Zona A” per quattro volte al mese. Potevamo rimanerci all’inizio per 48 ore e, dopo qualche anno, per 72 ore.
Sono andato via da Pirano il con il lasciapassare il 20 maggio 1960. Ci sono ritornato nel mese di ottobre del 1964. Ho dovuto fare il passaporto italiano e avere il visto. Non vi dico i controlli che facevano gli slavi alla frontiera. Molte volte le persone venivano spogliate, biancheria intima compresa. Buona giornata».
Paolo De Luise con una fotografia dei suoi cari, vicino ai resti del Villaggio San Marco, di Fossoli, nel 2017 
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Fonti delle testimonianze dirette
Si è grati, per le informazioni su Pirano e Gorizia a: Mario Dugan, nato a Pirano nel 1942. Vive a Marina di Ravenna, provincia di Ravenna. Messaggio in Facebook del 2 luglio 2017.

Si ringrazia, per i dati e le fotografie sul Villaggio San Marco di Fossoli di Carpi: Paolo De Luise, nato a Pirano nel 1949. Vive a Carpi, provincia di Modena. Messaggi in Facebook e telefonate del 13-14 luglio e del 22 settembre 2017.
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Servizio giornalistico e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e di E. Varutti.

mercoledì 3 maggio 2017

Birkenau, visita al campo di sterminio

I nazisti in fuga alla fine della guerra si preoccupano di far saltare con l’esplosivo i quattro forni crematori di Birkenau, per non lasciare tracce dell’orrendo crimine di guerra.

Qui i soldati di Hitler hanno sterminato circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, principalmente ebrei. Non si ricordano però di smaltire i barattoli di insetticida “Zyklon B” (acido cianidrico), usato per lo sterminio di massa mediante il gas. Così quando arrivano i Russi, il 27 gennaio 1945 – che diverrà la Giorno della Memoria – trovano i pochi sopravvissuti e tutti gli oggetti sequestrati agli ebrei e ai prigionieri, compresi i barattoli di Zyklon B. I Russi vedono tanti barattoli con quella sigla.
Oggi quelle scatole metalliche, tutte uguali, sono esposte in una vetrina dell’allestimento museale del campo di sterminio di Auschwitz. Poi c'è Birkenau, detto “Auschwitz II” dal regime di Hitler.

La fine del binario dentro il campo di Birkenau

Il sito è spettrale e molto ampio. Denutrizione, freddo, malattie e lavori forzati sono usati dai nazisti come strumenti di decimazione. Birkenau è un gigantesco campo di detenzione e di eliminazione fisica, a tre chilometri da Auschwitz, ossia Oświęcim, in lingua polacca. 
È stato costruito molto alla svelta. I nazisti prima hanno sloggiato da diciotto fattorie le rispettive famiglie polacche, che vi abitavano (in quanto slavi, secondo Hitler, erano essi dei “subumani”, da eliminare, castrare o schiavizzare). Poi hanno demolito le loro case e con i mattoni recuperati hanno fatto costruire in fretta e furia le baracche per contenere gli ebrei da eliminare. Ecco perché le costruzioni sono fatiscenti e sono già state restaurate.
Questo enorme luogo di prigionia e di patimenti, come tutta l’area del campo di sterminio di Auschwitz, è stato dichiarato museo polacco sin dal 1947, perciò è durato tutto allo stato originale. Le costruzioni e gli interni sono rimasti come li hanno trovati i Russi nel 1945, nel giorno della liberazione. Qualcosa è crollato, allora è stato demolito. 
Oggi sono state conservate le baracche delle donne e, sulla area di sinistra, si possono vedere quelle della quarantena. Queste ultime costruzioni erano utilizzate dal personale medico militare. In considerazione delle squallide condizioni di vita nei campi di concentramento si sviluppavano, infatti, varie malattie contagiose tra i detenuti, con esiti letali.
Birkenau, i dormitori

Ad esempio, i dormitori del campo di Birkenau non sono altro che dei miseri spazi a pagliericcio, grandi quanto una bara e sistemati a castello, uno sull’altro; nulla di più anti-igienico, oltre che scomodo. 
I gabinetti sono collettivi, nel senso che i deportati dovevano sedersi uno accanto all’altro, per l’evacuazione, sotto l’ordine del Kapò. Gli addetti alla pulizia delle latrine erano alcuni degli stessi reclusi, inquadrati nell’apposito Kommando. I lavabi sono delle lunghe vasche comuni, che ricordano l’abbeveratoio di una stalla sociale per bovini, anziché un lavandino per l’igiene quotidiana personale.
Alla fine del campo c’era la cosiddetta “rampa della morte”. Da quest’area i detenuti venivano sospinti in quelle stanze che potevano considerare come bagni o spogliatoi delle docce. Venivano fatti spogliare dei miseri abiti che indossavano e stipati come sardine in stanze che si trasformavano in vere e proprie camere a gas. L’esecuzione avveniva col lancio di grumi o granuli di Ziklon B, che a contatto con l’aria e, alla temperatura di 26 gradi, si trasformavano nel potente gas mortale.
Essi morivano fra urla atroci, perché molti si accorgevano della fine raccapricciante che stavano per fare. Allora i gerarchi nazisti diedero ordine di portare dei camion presso le camere a gas e di lasciare accesi i motori, così facevano rumore, confondendo le urla degli ebrei morenti. Gli altri detenuti e, soprattutto, i soldati tedeschi, secondo i gerarchi, non dovevano ascoltare le disperate urla della morte.
Birkenau - I ruderi contorti dei forni crematori fatti saltare dai nazisti con le cariche di esplosivo, nel tentativo di cancellare le tracce dello sterminio

I cadaveri venivano tolti dalle camere a gas da un Kommando formato dagli stessi reclusi, guidati dal Kapò, e condotti al forno crematorio, ammonticchiati su un carro. Periodicamente, sempre per non lasciare tracce, venivano uccisi gli stessi componenti del Kommando addetto alla cremazione dei cadaveri nei quattro forni crematori (oggi semidistrutti).

Il Monumento alle Vittime di Auschwitz
Oggi la zona dei forni crematori esplosi è lì con le pareti contorte. È zona museale. C’è anche il Monumento alle Vittime di Auschwitz, del 1967, opera di scultori italiani e polacchi. L’ampia area monumentale è corredata di molte lapidi pavimentali in varie lingue, tra le quali pure l’italiano.
Birkenau - Monumento alle Vittime di Auschwitz, del 1967

Il testo delle lapidi recita così: «Grido di disperazione / ed ammonimento all’umanità / sia per sempre questo luogo / dove i nazisti uccisero / circa un milione e mezzo di / uomini, donne e bambini / principalmente ebrei / da vari paesi d’Europa. / Auschwitz – Birkenau 1940-1945».
I soldati Russi diedero subito da mangiare ai sopravvissuti, ma la zuppa ricca di grassi dell’esercito russo portò a morire molti degli ex-prigionieri, perché erano molto debilitati e la sostanziosa zuppa del soldato russo era poco adatta agli stomaci devastati dal campo di concentramento di Hitler. I sopravvissuti necessitavano di medici e di un’alimentazione graduale per la ripresa dell’organismo.
Gli edifici sono com’erano, si diceva, al massimo hanno aggiustato qualche tegola, o rinforzato la parte edile, ma lo stile dell’orrore è quello voluto dai criminali nazisti.
Birkenau - Lapide in ebraico; chi lascia un fiore, chi una piccola pietra

Il campo di sterminio era articolato in tre strutture principali e, addirittura, in una quarantina di campi satellite. Il campo di Auschwitz era detto: Auschwitz I. A tre chilometri dalla cittadina polacca di Oświęcim (annessa, in pratica, al Terzo Reich), è sorto il grandissimo campo di sterminio di Birkenau / Brzezinka (in polacco, si pensi che vuol dire: “Boschetto di betulle”), con sette camere a gas ed ampi forni crematori.
L’organizzazione nazista fa arrivare persino i binari dentro il campo della morte di Birkenau, di modo che gli internati potessero arrivare direttamente nel luogo dell’uccisione, scendendo dai vagoni bestiame piombati. Se qualcuno moriva durante il viaggio, i più deboli, i malati, i bambini, gli altri viaggiatori detenuti dovevano tenersi la salma fino al campo di concentramento. Ogni carro bestiame conteneva 60-80 persone stipate come sardine. Durante il viaggio potevano morire il 10% degli internati.
Birkenau, spettrale ingresso delle rotaie al campo di sterminio

Collegamenti tra la Risiera di San Sabba e Auschwitz-Birkenau
C’è un legame tra Auschwitz e la Risiera di San Sabba, a Trieste, l’unico campo di sterminio nazista allestito in Italia. Il primo convoglio in partenza dalla Risiera di San Sabba, diretto al campo di sterminio di Auschwitz, è del 9 ottobre 1943. Arriva a destino nel dicembre del 1943. I viaggi per Auschwitz dei prigionieri erano così. Dalla Risiera sono stati deportati oltre 5 mila prigionieri.
I convogli carichi di ebrei sono stati 22. Tra di essi c’erano anche quattro ebrei udinesi arrestati in città. Tutti morti. Uno di loro si chiamava Elio Morpurgo (1858-1944). Anzi, era il barone e senatore del Regno Elio Morpurgo, già presidente della Camera di commercio e addirittura, nel 1889, primo sindaco ebreo di una città del Regno d’Italia. Fu prelevato ultraottantenne e ammalato in ospedale il 26 marzo 1944. Deportato, morì per strada. I suoi resti umani non furono più ritrovati.
Birkenau - I lavabi per umani, simili alle mangiatoie per bovini d'allevamento

Altri trenta convogli hanno trasportato i cosiddetti schiavi di Hitler, i lavoratori coatti e gratuiti italiani per il Terzo Reich. Tali convogli ferroviari sono transitati per Gorizia, Udine, Tarvisio, l’Austria, la Moravia e poi Auschwitz, che è situato vicino a Cracovia, stupenda città polacca, con venature asburgiche.
Molti altri “trasporti”, come vengono definiti dai nazisti, giungono da altre località dell’Europa. 
È singolare notare che il capo dell’Einsatzkommando SS “Reinhard” (Ekr), il capitano Gottlieb Hering sia stato in servizio nel campo di Bełżec e poi alla Risiera di San Sabba, dal forno crematorio della quale sono stati eliminati i corpi di circa 5 mila detenuti.
Il supervisore della Risiera di San Sabba è l’ufficiale delle Waffen SS Odilo Globočnik, nato a Trieste, in precedenza stretto collaboratore di Reinhard Heydrich e responsabile dei campi di sterminio attivati nel Governatorato Generale (Polonia annessa Al Terzo Reich), nel quadro dell’Operazione Reinhard, in cui vengono sterminati oltre un milione e 200 mila ebrei.
Birkenau - Ingresso ai bagni

Sin dal 1941 il campo di Bełżec fa parte delle eliminazioni rientranti nell’Operazione Reinhard, lo stadio primordiale della Shoah, ossia dell’uccisone degli ebrei polacchi, utilizzando il gas di scarico, soprattutto monossido di carbonio, dei motori accesi di vecchi carri armati russi, catturati al nemico.
Con l’avanzata dei Russi, Hering nel 1943, assiste alla chiusura del campo di sterminio di Bełżec, noto poiché le sue fosse comuni “straripavano di cadaveri”. Hering allora viene nominato comandante del campo di concentramento di Poniatowa, che appartiene ai sotto-campi collegati a Majdanek, campo di concentramento noto pure come il “Konzentrationslager” di Lublino. Poniatowa era un campo di lavoro per lo sfruttamento intensivo degli internati ebrei e polacchi a favore dello sforzo bellico tedesco. Essi erano occupati soprattutto nella società di comodo Ostindustrie GmbH (OSTI, «Industria dell'Est») di proprietà delle stesse Waffen SS.
Il capitano Gottlieb Hering, dopo la seconda guerra mondiale, per breve tempo, viene assunto niente meno che come comandante della polizia criminale di Heilbronn, vicino a Stoccarda, ma muore nell’autunno del 1945 in ospedale, dopo certe misteriose complicazioni.
Birkenau - Dimensioni gigantesche del campo di sterminio

Bibliografia
- Michele Lauro, Polonia. Varsavia, Lublino, Cracovia, Breslavia, Toruʼn, Danzica, La Masuria e i grandi Parchi, Milano, Touring, 2014.
- Valerio Marchi, “Verso Auschwitz: la tragica fine del senatore Elio Morpurgo”, «Messaggero Veneto», 26 gennaio 2011, p. 15.
- Tristano Matta, Il lager di San Sabba dall’occupazione nazista al processo di Trieste, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste, Beit, 2012.

Birkenau - Uno dei forni crematori semidistrutto
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Sitologia
Per chi fosse interessato, ecco il sito web del museo di Auschwitz: CLICCA QUI.

C’è anche il sito web della Risiera di San Sabba, a Trieste: CLICCA QUI.

Per i lettori curiosi, ecco alcuni approfondimenti dello scrivente:
- E. Varutti, Ebrei a Udine sud e dintorni, 1939-1948. Deportazione in Germania e rientri, 2016-2017.

- E. Varutti, Auschwitz, luogo della Shoah, 2017.

- E. Varutti, Camminata-pellegrinaggio sui luoghi della Shoah a Udine sud, 2017.

- E. Varutti, Visitare Varsavia, 2017.

-  E. Varutti, Gita a Cracovia, 2017.



- E. Varutti, Gita a Bratislava, 2017.

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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti
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Birkenau - Particolare del muro malfatto di una baracca del campo di sterminio