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venerdì 5 ottobre 2018

Criminali nazisti alla sbarra, libro presentato a Udine, con IFSML e APO


Colpa o merito dei giornalisti? Quando un interlocutore la dice grossa e viene riportata dai mass-media, è difficile che egli affermi di essersi sbagliato. È meglio dare la colpa ai giornalisti, che hanno riportato la notizia con troppa enfasi.
Udine - Monica Emmanuelli, Paolo Pezzino, Marco De Paolis e Paolo Volpetti alla presentazione del libro sui crimini dei nazisti il 4 ottobre 2018. Fotografia di E. Varutti

Nel caso che segue, invece, i giornalisti si sono presi tanti meriti. A dirlo è stato Marco De Paolis, procuratore generale militare presso la Corte militare di appello di Roma. “Per fare arrestare Erich Priebke, responsabile della strage delle Fosse Ardeatine tutto nacque da un’inchiesta giornalistica – ha detto De Paolis – è così che è stato individuato a San Carlos de Bariloche, in Argentina e poi con i dovuti atti estradato e processato a Roma”.
Il magistrato De Paolis è coautore con Paolo Pezzino del volume intitolato La difficile giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013. Il testo è stato presentato a Udine il 4 ottobre 2018 presso la sala conferenze della Fondazione Friuli di Via Manin, in presenza di varie autorità militari e di un attento pubblico.
Udine, 4 ottobre 2018 - Sala Fondazione Friuli, tra le molte autorevoli autorità militari presenti anche il generale Luigi Federici. Fotografia di E. Varutti

L’occasione per tale interessante incontro è stata fornita a Udine dall’Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione (Ifsml) e dall’Associazione partigiani Osoppo-Friuli (Apo). il volume di De Paolis e Pezzino, uscito nel 2016, è il primo testo della nuova collana I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia. L’originale iniziativa editoriale fa parte delle attività dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri – Rete dei 64 Istituti per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea per il 70° anniversario della Resistenza ed è stata realizzata con il contributo della Regione Toscana.
È stato Roberto Volpetti, presidente facente funzione dell’Apo di Udine, ad aprire l’incontro, ricordando le stragi e gli incendi dei paesi di Nimis, Attimis e Faedis perpetrati dai tedeschi. “Senza l’attività partigiana della Osoppo-Friuli – ha precisato Volpetti – queste terre sarebbero state annesse alla Jugoslavia fino al Tagliamento”. Ha poi preso la parola Monica Emmanuelli, direttrice dell’Ifsml, che ha voluto presentare la nuova collana editoriale, inaugurata dal volume di De Paolis-Pezzino, sottolineando il clima di collaborazione instauratosi tra l’Ifsml e l’Apo. “È molto interessante – ha concluso Emmanuelli – che in questi testi ci sia un approccio alla storia, con altre discipline come la giurisprudenza e l’archivistica, per corroborare il dato storico ed è con le iniziative come questa di oggi che noi intendiamo fare formazione della cittadinanza”.
Udine - Il pubblico in sala alla presentazione del volume La difficile giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013

Il primo coinvolgente relatore è stato Paolo Pezzino, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa. “Fare i processi dall’inizio di questo secolo contro i crimini commessi dai tedeschi – ha detto Pezzino – è un atto di giustizia e questo è un libro generale sul tema cui sono seguiti già il secondo volume sulla strage di Sant’Anna di Stazzema e sul massacro di 4000 militari italiani a Cefalonia, mentre nel secolo scorso tutto è stato insabbiato per ragioni di stato e della guerra fredda”. Ogni volume reca una parte storica e un’altra giuridica. “Fino al 1960 ci furono 700 indagini di polizia e carabinieri sui crimini nazisti – ha detto Pezzino – poi il tutto fu illegittimamente sottoposto ad una archiviazione provvisoria, che non esiste in campo giuridico”.
Nel 1994 fu scoperto il cosiddetto Armadio della Vergogna, che in realtà è l’intero archivio insabbiato nel 1960. Ecco perché il titolo del volume fa riferimento alla Difficile giustizia.
Come ha spiegato il giudice Marco De Paolis, che ha lavorato nei Tribunali di La Spezia, Verona e Roma. “Dal 2003 al 2008 ho attivato undici processi – ha detto De Paolis – e dal 2003 al 2013 ci sono state ben 57 condanne inferte ai criminali tedeschi, oltre alle sentenze di altri tribunali europei come quello tedesco”. Verso il 2001 i politici dicevano al magistrato di lasciar perdere, dato che non c’erano responsabili ancora in vita e poi c’era la prescrizione, ma “25 mila morti per atti criminali dell’esercito tedesco meritavano giustizia – ha spiegato De Paolis – forse è bene ricordare l’articolo 112 della Costituzione riguardo all’azione penale obbligatoria e poi c’è la imperscrittibilità dei fatti gravi, come gli eccessi militari delle Fosse Ardeatine e di altre stragi tedesche contro donne, vecchi e bambini italiani”.
Nel breve dibattito che è seguito all’incontro ha preso la parola il professor Furio Honsell per chiedere notizie ai relatori circa gli eccidi dei tedeschi in Friuli, come la strage di Avasinis. La risposta della Emmanuelli ha fatto riferimento agli atti del tribunale di Padova riguardo a certi eventi accaduti nella zona pordenonese. Tra il pubblico un signore goriziano ha voluto chiedere informazioni sui crimini italiani perpetrati in Slovenia e ciò che ne seguì. Il magistrato ha dovuto rispondere che i tribunali italiani si occupano di militari, perciò non sono di loro competenza certe efferatezze come le uccisioni nelle foibe, effettuate da miliziani. La conclusione della serata è, dunque, che il deficit di giustizia è incolmabile.


Chi è De Paolis?
Come si legge da un sito web dell’Apo: “Il dottor Marco De Paolis, ora Procuratore Generale Militare presso la Corte Militare di Appello di Roma all’epoca in servizio presso il piccolo ufficio giudiziario di La Spezia è riuscito ad istruire, in qualità di pubblico ministero, oltre 430 procedimenti di indagine per crimini di guerra. Di questi, 313 definiti tra i 2002 e il 2008 e undici conclusi dal 2003 al 2008, data della soppressione dell’ufficio. Dopo il ritrovamento, nel 1994, del famoso Armadio della Vergogna, con dentro centinaia di fascicoli sui crimini di guerra commessi sulla popolazione italiana tra il 1943 e il 1945, non seguirono interventi normativi per recuperare il tempo perduto e restituire cosi giustizia alle persone colpite. I morti a Sant’Anna di Stazzema, Civitella Val di Chiana, Monte Sole – Marzabotto, Cefalonia (tutti processi dove De Paolis ha svolto il ruolo di pubblico ministero) non bastarono per spingere il Parlamento ad una accelerata in tema normativo: semplicemente ci fu una trasmissione dei fascicoli ritrovati alle procure militari. In particolare, 38 fascicoli furono mandati alle procure di Napoli, Bari e Palermo e gli altri 657 furono divisi nelle cinque procure militari di Roma, Padova, Verona, Torino e La Spezia. Di fatto, quasi un terzo di tutti i 695 fascicoli e quasi la metà di quelli dell’Italia settentrionale furono inviati a La Spezia, la cui giurisdizione  territoriale  comprendeva quattro regioni e ventitré province  “tra cui  - spiega il magistrato - le aree toscane, emiliane e marchigiane nel cui territorio correva la linea Gotica, ossia quella posizione difensiva fortificata ove le truppe tedesche in ritirata avevano attestato le proprie linee di difesa nel tentativo di contrastare l’avanzata alleata L’unico modo possibile per riacquistare fiducia nella giustizia – racconta il magistrato – era dimostrare loro, con i fatti, e cioè con il compimento di indagini approfondite, che sussisteva un reale impegno della magistratura militare ad accertare fatti e responsabilità a prescindere dal decorso del tempo, senza lasciare nulla di intentato e senza trascurare nessuna posizione individuale, nessuna vittima”.  Il secondo pilastro necessario era la costruzione di un rapporto di collaborazione internazionale con le autorità straniere, “in particolar modo con quelle tedesche e austriache, ma anche britanniche e statunitensi nei cui archivi è conservata un’ingente documentazione”, spiega il magistrato, che istituì anche un ufficio investigativo bilingue a La Spezia”.
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Tra il folto pubblico in sala c’era una delegazione del Comitato Provinciale di Udine, dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. Oltre a Elio Varutti, vice presidente del sodalizio, si sono notati Renzo Piccoli, esule da Fiume, Enzo Bertolissi, Luciano Bonifazi e l’architetto Franco Pischiutti, con parenti di Fiume.

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Marco De Paolis, Paolo Pezzino, La difficile giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013, Roma, Viella, 2016.
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Per le scuole
Per gli insegnanti delle scuole è possibile fare delle ricerche storiche con le scolaresche telefonando al numero telefonico 0432.295475, oppure al fax fax 0432.296952, o scrivendo al seguente indirizzo di posta elettronica archivio@ifsml.it
Per alte notizie si può scrivere, in posta cartacea, anche a: Istituto Friulano Storia Movimento Liberazione, Viale Ungheria, 46 - 33100 Udine.


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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Elio Varutti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

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giovedì 12 luglio 2018

Fiume bombardata, diari e testimonianze, 1944 -1945. Il caso Centocelle


Devastanti e sconvolgenti sono stati i bombardamenti anglo-americani su Fiume del 1944-1945. Pure i tedeschi si diedero da fare! In questo blog abbiamo già pubblicato degli articoli sul tema, come ad esempio quello intitolato: “Esuli da Fiume a Udine e Novara. La famiglia Celli in Campo profughi, 1948”, on-line dal 3 luglio 2018, con le osservazioni di un testimone d’eccellenza: Aldo Tardivelli, nato a Fiume nel 1925.
Fiume, 2 maggio 1945 - Rione di Centocelle dopo che i tedeschi fecero esplodere la polveriera. Fotografia pubblicata in Facebook da Elio Celli

Il resoconto di Tardivelli peraltro si accosta, per certi aspetti, al Diario di Carlo Conighi, Fiume aprile-maggio 1945, on-line in questo stesso blog dal 7 giugno 2016. C’è poi questo breve, ma tenero, brano: Arrigo Di Giorgio, morto a Fiume nel 1944 sotto le bombe USA, on-line dal 13 ottobre 2016.
Veniamo ora ad altri contributi e alla citazione di un altro Diario del periodo, scritto in questo caso da un militare della Milizia di Difesa Territoriale (MDT), di stanza a Fiume e dintorni dal 4 ottobre 1944 al 15 maggio 1945. L’autore è Torquato Dalcich, alias di Aldo Quattrocchi e l’ha prodotto in dattiloscritto, a Firenze nel 1987 e, più tardi, è stato messo in rete dall’Istituto di Studi Storici Economici e Sociali di Napoli
Andiamo con ordine. Riguardo ai raid aerei contro Fiume nella seconda guerra mondiale ci sono state due testimonianze scritte su Facebook nel gruppo intitolato “Un Fiume di Fiumani!”, il 4 luglio 2018.
Nereo Ambrosio, il 4 luglio 2018, ha scritto nel citato gruppo: “Sotto uno dei bombardamenti [a Fiume] del novembre 1944 moriva a soli 18 anni mio zio Nereo, del quale porto il nome. Studente dell’ultimo anno dell’istituto nautico. Mio nonno Giovanni era vigile del fuoco e quel giorno era di servizio ambulanze come autista ed interveniva per soccorrere le povere vittime. Nella concitazione di quei momenti caricarono il figlio ferito da sei schegge di bomba ai polmoni sulla sua ambulanza, ma lui lo vide solo dopo essere giunto all'ospedale, ormai deceduto - R.I.P.”.
Perché gli alleati bombardavano Fiume? C’erano il porto, i cantieri navali, il punto franco, la stazione ferroviaria, varie caserme e le fabbriche, come la Manifattura Tabacchi, il silurificio Whitehead, lo stabilimento Rivolta, la Raffineria Oli Minerali Società Anonima (ROMSA), tanto per fare qualche esempio.
Cartolina di Fiume, anni '20. Archivio ANVGD Udine

La distruzione nazista del rione Centocelle 
Elio Celli, nato a Fiume, ha aggiunto queste righe di testimonianza il 6 luglio 2018: “Fiume, Rione Centocelle, settantadue anni fa. Nella notte del 1° e 2 maggio 1945, i tedeschi fanno saltare in aria la polveriera e i depositi di munizioni della galleria di Centocelle. Fu una deflagrazione terrificante che squassò la galleria blindata e scaraventò sulle case pietrame e materiale vario tra vampate di fuoco. Abitavo in Centocelle, terza fila via Pola n° 30, avevo 10 anni e mezzo. Quella notte fummo dirottati nel rifugio di via Valscurigne, a distanza di sicurezza dal luogo dell’esplosione preannunciata dai tedeschi. Dopo una lunga e ansiosa attesa nel rifugio si udì un boato, a quel punto gli uomini dell’Unione nazionale protezione antiaerea (UNPA) ci dissero di rientrare tranquillamente nelle nostre case e così facemmo.
Quando mai? Ci fu un terribile equivoco che poteva costarci la vita. L’esplosione che sentimmo al rifugio riguardava un altro deposito di esplosivi situato più a monte da quello di Centocelle, ma questo purtroppo lo venimmo a sapere il giorno dopo, cioè dopo il patatrac. Io e mio fratello spaventati ci mettemmo nel letto con i nostri genitori, la luce nella camera era ancora accesa quando una terrificante esplosione fece scoppiare tutti i vetri delle finestre, le ante degli armadi si aprirono con violenza, fummo coperti dai calcinacci del soffitto, credetti alla fine del mondo! Nella cameretta a due letti riposava la mia nonna, il letto accanto dove di norma dormiva mio fratello era spezzato a metà, fracassato da un enorme masso piombato attraverso il tetto, fece un tale buco da quale si vedeva il cielo.
A distanza di decenni ci fu una canzone “Il cielo in una stanza”, allora mi venne in mente la cameretta della mia nonna. La dimensione del masso era grossomodo come un vecchio televisore. La distanza della nostra casa dalla polveriera era, in linea d’aria, a non più di cento metri. Uscimmo di casa a fatica superando cumuli di detriti, legnami, infissi delle case distrutte, il vario contenuto all’interno della galleria… sputato fuori. C’erano cumuli di macerie tra le quali ardevano fiammelle di vari colori dal blu al rosso, al giallo, l’aria fumosa e velata da ceneri con un odore acre di polveri da sparo, odore di bruciato, un cimitero notturno, uno scenario dantesco. Oggi sul luogo dove c’era la polveriera passa la strada E61 - Kvarnesk Autocesta”.
Immagine dal Diario di Torquato Dalcich, che si ringrazia per la riproduzione e pubblicazione

Il Diario di Torquato Dalcich
Passiamo al Diario di Torquato Dalcich. Si precisa che tale testo appare datato e non privo di varie imprecisioni ed errori, tuttavia è molto interessante per la situazione di Fiume nel periodo 1944-1945. Nel Diario di Torquato Dalcich sono menzionati i ritrovi mondani, se possiamo dire così, del capoluogo del Quarnero, come il Caffè Centrale in Piazza Dante, la pasticceria Panciera, il teatro “La Fenice” e la trattoria L’Ornitorinco di quei tempi.
In realtà c’era una gran fame e i generi alimentari, ad un certo punto non vengono più distribuiti neanche con la tessera ai civili. C’era tanta borsa nera, con cui si arricchirono diversi loschi individui. C’era il “borsaro nero” Ambrosich, che denunciava ai titini gli italiani… c’erano i bagarini di Sussak, che vendevano clandestinamente qualsiasi cosa. Ci sono una quantità di incredibile di eserciti non tutti in conflitto tra di loro, ma tutti con sospetti, defezioni, tradimenti e scarsa umanità. Era un vero guazzabuglio. C’erano i militari italiani della Repubblica di Salò, i militari italiani badogliani (cobelligeranti degli alleati, che bombardavano Fiume), i tedeschi, le Waffen SS tedesche, la Gestapo, i cetnici (monarchici jugoslavi, poi collaborazionisti dei nazi-fascisti), i belagardisti (Guardie bianche slovene collaborazioniste dei nazi-fascisti), i nediciani (truppe serbe, seguaci di Milan Nedić, collaborazionista dei nazi-fascisti), gli ustascia di Pavelić (nazi-fascisti), i musulmani o volontari bosniaci nelle Waffen SS, i partigiani titini, i gappisti (Gruppi d’azione patriottica, di ispirazione comunista, operavano in città), i druzi (generalmente ogni partigiano jugoslavo), le staffette partigiane e il Comitato di Liberazione Nazionale fiumano (filo-partigiano).
L’esplosione della polveriera di Centocelle a Fiume procurata dai nazisti in fuga è confermata dalle parole del Diario di Torquato Dalcich che, in data 3 maggio 1945, ha scritto: “Oggi Fiume è stata occupata dalle bande titine. Qualche ora prima i nazisti, ponendo in atto l’ultimo inutile vandalico gesto, hanno fatto saltare in aria la polveriera di Centocelle, che ha causato il crollo di numerose case e la morte dei suoi abitanti” (a pag. 44).
Fiume, sede della Banca d'Italia. L'edificio fu costruito dall'Impresa Carlo Conighi, Fiume e Abbazia. Cartolina da Internet

Tra le altre, nel Diario di Dalcich sono menzionati alcuni nomi di trucidati dai titini che non si leggono nel volume bilingue (italiano croato) di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski intitolato Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), edito a Roma nel 2002. Accenno, ad esempio, al capitano marittimo Baveri di Volosca, fucilato dai titini nell’agosto 1945 (pag. 25 del Diario Dalcich).
Altri nomi di militari vengono menzionati da Dalcich pur essendo stati uccisi in Lombardia e non a Fiume o nei suoi dintorni. Ad esempio c’è la Medaglia d’Oro Carlo Borsani, cieco di guerra, che teneva conferenze a Fiume nel 1944 al teatro “La Fenice”. A Milano fu “trascinato fuori dalla sua casa – ha scritto Dalcich con qualche imprecisione – e assassinato il 29 aprile 1945, morì stringendo fra le mani la scarpetta della sua bimba di soli sette mesi”. Stessa sorte capitò al colonnello Balzella, che operò in Albania e poi fu comandante della Guardia Nazionale Repubblicana a Brescia, imprigionato dopo il  25 aprile, fu bastonato fino a fargli perdere la vista e poi fucilato sugli spalti del castello lombardo (p. 8 del Diario Dalcich).


Epilogo
Per la precisione i partigiani di Tito entrarono a Fiume il 3 maggio 1945. Scesero da Drenova e intorno alle ore 10 e mezza pure da Sussak, in fila per due molto guardinghi lungo Via Roma. Malconci, qualcuno era perfino senza scarpe, erano essi preceduti da reparti di sminatori jugoslavi e “da cinque carri armati tipo T-34 Stalin” (Diario Dalcich, p. 41).
Secondo gli storici marxisti quella fu la liberazione dal nazi-fascismo. Secondo altri studiosi fu un’occupazione, perché poi fu perseguitata la maggioranza degli abitanti di sentimenti italiani.
Iniziarono di lì a poco i sequestri di beni e di persone, come quello di Riccardo Gigante, prefetto della Provincia del Carnaro, avvenuto proprio il 4 maggio, “arrestato dagli slavi, venne tradotto a Castua ed ivi subì il martirio”. (Bollettino di Informazioni, Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato).
Proprio a riguardo dell’uccisione del prefetto Gigante si riporta la seguente notizia ANSA di Trieste, del 10 luglio 2018: “Si sono conclusi il 7 luglio scorso gli scavi della fossa di Castua (Kastav), a 12 chilometri da Fiume (Croazia), luogo dove il 4 maggio 1945 avvenne l’uccisione del senatore Riccardo Gigante e di nove suoi compagni per decisione dell’Ozna, la polizia comunista jugoslava.
Lo ha comunicato il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti del Ministero italiano della Difesa (Onorcaduti) alla Società di Studi Fiumani di Roma, che ha ricevuto conferma dal console d'Italia a Fiume, Paolo Palminteri, e da FederEsuli.
Ora i resti umani e gli oggetti ritrovati saranno sottoposti a esame dall’ufficio di medicina legale; le pratiche successive per l’identificazione sono in corso e in settembre si prevede il rimpatrio. L’iniziativa è stata avviata anche in seguito a una segnalazione della Federazione delle Associazioni degli Esuli al precedente governo, in base a uno studio dello storico Amleto Ballarini autore insieme con il croato Mihael Sobolevski del volume "Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)", pubblicato nel 2002 dal Mibact.
A Castua i connazionali furono uccisi senza processo da un reparto di partigiani jugoslavi per decisione dell'Ozna”.
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Bombardiere britannico a Fiume nel 1945. Fotografia diffusa da Samuele Mosconi, nato nel 2000, nel gruppo di Facebook “Le guerre degli italiani” il 12 luglio 2018, che si ringrazia per la pubblicazione in questo blog
Fonti digitali

- Nereo Ambrosio, Vicenza 1956, vive a Senigallia, messaggio in Facebook nel gruppo intitolato “Un Fiume di Fiumani!” del 4 luglio 2018.

- Elio Celli, Fiume 1934, esule a Brescia, messaggio in Facebook del 6 luglio 2018.

Sitologia sull’esodo da Fiume


- E Varutti, La patria perduta. Profughi da Fiume, 1943-1947, on-line dal 23 febbraio 2016.

- E. Varutti, Scampar da Fiume co la cavra Vava, 1943, on-line dal 2 marzo 2016.

- E. Varutti, Via da Fiume nel 1944, colpa dei partigiani, on-line dal 14 aprile 2016.

- E. Varutti, Memorie italiane dei Lupetich su Fiume, esodo 1947, on-line dal 2 luglio 2016.

- E. Varutti, Arrigo Di Giorgio, morto a Fiume nel 1944 sotto le bombe USA, on-line dal 13 ottobre 2016.

- E. Varutti, Esodo da Fiume al Campo Profughi di Laterina, 1950, on-line dal 30 gennaio 2017.

Fiumani che emigrano in Brasile nel 1951. Scheda di registrazione di Francesco Licheri. Immagine diffusa in Facebook da Paola Dispoto, Bari 1976, che vive a Saarbrücken (D). La si ringrazia per la divulgazione e pubblicazione di questo importante documento familiare del suo prozio


- E. Varutti, Fiume 1938 scocca l’amore. Poi, guerra ed esodo, on-line dal 1° aprile 2017.


- E. Varutti, Esodo da Fiume, i ricordi di Mirella Tainer, emigrata in Illinois, on-line dal 14 maggio 2018.

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Bibliografia
- Amleto Ballarini, Mihael Sobolevski (a cura di / uredili), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero per i Beni e le Attività culturali (Mibact), Direzione generale per gli archivi, 2002.

- Torquato Dalcich, Un diario (1944 – 1945), Larghi stralci tratti da Torquato Dalcich, anagramma di Aldo Quattrocchi, Firenze, 1987, dattiloscritto in formato PDF messo in rete dall’Istituto di Studi Storici Economici e Sociali (I.S.S.E.S.) di Napoli. Si avvisa che il testo appare datato e non privo di varie imprecisioni ed errori.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
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domenica 4 febbraio 2018

Fatti di resistenza a Udine e in Friuli, 1943-1945. Luoghi di detenzione nazista

Certi eventi di microstoria sono resi noti da piccole ricerche del territorio. Se si va a spulciare in alcuni documenti d’archivio o se si ascoltano determinate testimonianze orali, messe a confronto con la letteratura individuata, si possono trovare interessanti novità.
Donne udinesi della Todt sul trincerone di Baldasseria, Udine, con militi tedeschi. Si riconoscono Leony Talotti (1926-2014), seconda da sinistra e Teresa Novelli. Collezione Monica Secco, Udine

Si intende ampliare, in questo senso, uno studio dello scrivente apparso su «Sot la Nape», la rivista della Società Filologica Friulana del 2011, col titolo “Resistenza attiva e passiva a Udine e a Tramonti di Sotto nel 1944”.
Si ripropongono allora due episodi, avvenuti nel 1944: uno è riferito alle località di Udine, Trieste e a Forgaria, mentre il secondo si è svolto a Tramonti di Sotto. Si tratta di accadimenti di resistenza passiva e attiva avvenuti quando il Friuli non era più parte dell’Italia ma era, di fatto, annesso al Terzo Reich. Dal 1943 la Venezia Giulia, con le provincie di Trieste, Pola e Fiume e il Friuli, con Udine e Gorizia, erano divenuti, infatti, la Zona d’operazioni del Litorale adriatico (Operazionszone Adriatische Küstenland), sotto lo svastica di Hitler. Nella stessa area di occupazione tedesca c’era pure la provincia di Lubiana, che nel 1941 era stata occupata e annessa, come altre zone geografiche confinarie, da Mussolini all’Impero.
Nelle famiglie Garlatti, di Forgaria, certi giovani riescono a salvarsi dai rastrellamenti nazisti, con qualche mossa di resistenza passiva all’invasore, mentre altri vengono reclusi, deportati per andare a morire nei lager. Certo, la vita in paese scorreva tra varie difficoltà, dato che, ad esempio, la popolazione doveva affrontare pure un’epidemia di tifo, come si sa dalla corrispondenza intrattenuta dal prefetto locale, in tedesco, con l’autorità centrale. Vedi in merito: Archivio Di Stato Di Udine (d’ora in poi Asud), Prefettura, Gabinetto, Corrispondenza Deutschen Berater, Minuta del prefetto De Beden, busta 49, fasc. 167, ms., 25 novembre 1944.
Eugenio Garlatti, diciottenne di Forgaria, scampato al lager nazista con un atto di resistenza passiva (Collezione Mario Garlatti, Udine)

Nel 1944, come ha ricordato Mario Garlatti “mio padre finì prigioniero a Udine in un comando delle Waffen SS”. Come noto è l’arma delle Schutz-Staffeln, ovvero Reparto di difesa, particolare milizia nazista. Detto ufficio si trovava precisamente nel palazzo di Via Crispi, al civico numero 4, in un complesso scolastico che accoglie prima e durante il periodo bellico l’Istituto Tecnico Commerciale “Antonio Zanon”. Nel dopoguerra qui c’è la sede della scuola di avviamento “Pacifico Valussi” e, nel 1959, sorge l’Istituto di Stato per i Servizi Commerciali “Bonaldo Stringher”, col preside Adelchi Nuciforo.
Ecco il racconto del testimone: “Ricordo che mio padre Eugenio Garlatti, nato a Forgaria nel 1926, fu preso prigioniero dai nazisti; era un ragazzo e lo portarono a Trieste in un ufficio vicino a Via Ghega; assieme ad altri prigionieri doveva fare dei lavori a Barcola”. I lavori forzati con la Todt erano svolti per il ripristino delle infrastrutture bombardate e per la fortificazione dei presidi militari. L’Organizzazione Todt prese nome dall’ingegnere tedesco Friedrich Todt, che ne fu il primo artefice.
“Durante un bombardamento alleato a Barcola – prosegue la testimonianza di Garlatti – scappano tutti. Mio padre viene ripreso dai nazisti e lo portano a Udine nel palazzo dove oggi c’è lo Stringher, in Via Crispi [dal 2011 l'edificio passa al Liceo "Uccellis"], lì c’era un comando delle Waffen SS e, mentre lui si trovava da solo in un ufficio pieno di schedari, non essendo osservato, prova a cercare la sua scheda personale e, trovatala, la strappa, portandosela via, così non viene più ricercato, né imprigionato. Ricordo, invece, che suo cugino Carlo Garlatti Costa viene catturato a Forgaria, mentre i familiari gli dicevano di non uscire di casa e di non farsi notare dai Tedeschi e dai Cosacchi, loro alleati. Anni più tardi i miei parenti ricevettero una comunicazione riferita alla sua morte avvenuta ad Auschwitz. Ricordo, infine, la vicenda di una ragazza di Forgaria, innamoratasi di un ufficiale cosacco, alleato dei nazisti, che se la portò via con sé. In paese, per decenni, aspettarono notizie di lei, che sparì per sempre”. Forgaria fu un presidio cosacco di un certo rilievo nella repressione antipartigiana e, allo stesso tempo, obiettivo di attacchi sferrati dalla resistenza attiva della Brigata “Garibaldi”. Ho consultato atti in: Archivio Della Curia Arcivescovile Udinese, Lettera di Mons. Nogara al Comandante delle SS di Spilimbergo, Carteggio Nogara, fascicolo Allo, documenti, sez. 2, 12-13, Udine 17 aprile 1945.
Cosacco con la sua famiglia (moglie e bimbo), 9 marzo 1945. Occupavano, a Mena di Cavazzo Carnico (UD), le stanze requisite alla famiglia di Guglielmo Barazzutti e Cecilia Cossio. Collezione Nevio Candolini, Interneppo di Bordano (UD)

Il più grande rastrellamento antipartigiano effettuato dai nazisti, coadiuvati dai fascisti e dai caucasici, nelle montagne dell’Alta Val Tagliamento, inizia il 15 ottobre 1944, come scrisse nel suo diario la maestra di Forni di Sotto, Ines Polo Grillenzoni, come ha scritto Erminio Polo, a p. 35, di un suo studio sulla vita scolastica del paese. Atti di resistenza passiva devono essere stati messi in atto, proprio in quei giorni, anche dai ragazzi di Forni di Sotto, costretti dai Cosacchi a portare le munizioni fino ad Ampezzo. Come riporta  il Diario della Pieve “I più grandicelli saranno condotti a Tramonti… e adibiti a lavori militari”. Il parroco fornese si sofferma sulle svariate ruberie perpetrate da quelli che descrive, con amara ironia, come: “Regalo sorpresa di Hitler! Una delle sue armi segrete! I Cosacchi!” (Idem, 31 dicembre 1944, ms.).
Anonimo, Cosacco a cavallo, 2015

Nel caos della guerra tra sfollati ed esuli
Nel caos della guerra, si assisteva al rimpatrio di varie persone dall’estero, c’erano i profughi della Venezia Giulia e gli sfollati delle città, che sfuggivano ai bombardamenti alleati. C’era l’assistenza per loro? E come funzionava? Era solo sulla carta e senza alcun esito, dato che il signor Zattiboni, commissario prefettizio del Comune di Tramonti di Sopra, il 2 marzo 1945, comunicò alla Prefettura di Udine che “sono stati collocati al lavoro durante il mese di febbraio 1945 NEGATIVO”. Vedi: Asud, Prefettura, Gabinetto, Lettera del Commissario prefettizio Zattiboni del Comune di Tramonti di Sopra al prefetto, b 51, f 169, dattiloscr., 2 marzo 1945.
Nessun profugo o sfollato fu aiutato, dunque, da quel commissario prefettizio. La comunicazione, secondo il prefetto De Beden, è di così poco conto che, data la scarsità di carta, il foglio venne riciclato, sul retro, quale minuta di altri messaggi, sempre in lingua tedesca.
In altre località del Friuli i profughi giuliano dalmati e gli sfollati ci sono eccome. Secondo Mirella Del Negro, di Martignacco, esistono “alcune decine di schede di profughi giuliano dalmati nell’Archivio storico del Comune di Martignacco”. Si tratta di esuli e sfollati da Pola e da Fiume, che nel 1944 sono sottoposte a intensi bombardamenti degli alleati. I profughi, su ordinanza del podestà, vanno accolti nelle case dei compaesani che, nei primi momenti, sono poco favorevoli ad ospitare gli sfollati giuliano dalmati.
Cosacchi a Mauthen (Austria) nel maggio 1945, pittura murale. Fotografia del 2015

Dalla memorialistica in lingua friulana si sa che: “Alore [a Fontanebuine, tal 1944] o vin scomençât a viodi tantis feminis zovinis e mancul zovinis... A jerin lis sfoladis di Pola che a vivevin tes barachis a Felet” (Allora [a Fontanabona di Pagnacco, nel 1944] abbiamo iniziato a vedere tante donne giovani e meno giovani… Erano le sfollate di Pola che vivevano nelle baracche a Feletto Umberto). È la testimonianza di Danila Braidotti, Nila, riportata in “Fontanebuine”, edito nel 2016.
È nella Baraccopoli di San Rocco, a Udine, che furono portati i primi esuli dall’Istria. Lo ha scritto Maria Maracich, a p. 19, di un suo memoriale del 2013, intitolato “Il Viaggio di Meri”. Le baracche erano situate dietro la chiesa di San Rocco, tra via San Rocco e via Vincenzo Joppi. Costruita dopo la Grande guerra in seguito al 1917, quando ci fu l’esplosione della polveriera di Sant’Osvaldo, la baraccopoli di 29 grandi capanni, ospitava all’inizio gli sfollati e i senzatetto a causa dello scoppio e, poi, le famiglie poco abbienti. Nel 1944 ospitò i primi profughi istriani dell’esodo giuliano dalmata. Fu abbattuta durante gli anni 1960-1965, mano a mano che venivano edificate le case popolari.
Dal libro di Giorgio Stella “Ti racconto San Rocco” si sa che alla fine degli anni ’50 la famiglia istriana Clauti, composta dai genitori e i quattro figli, aprì con successo in via San Rocco il bar ‘Allegria’ a Udine. La laboriosa famiglia Clauti in seguito rinnovò il locale, aprendo nelle vicinanze la merceria ‘Da Nucci’, con una delle figlie. Nello stesso quartiere abitava Livio Marsich, detto il fiuman, originario dell’Isola di Veglia. Varie donne istriane, ospiti del Centro smistamento profughi di via Pradamano, suonavano alle porte delle case di borgo San Rocco tentando di vendere biancheria ricamata del corredo da sposa in cambio di poche lire, ma la miseria era troppo diffusa in tutto il Friuli.
Il professor Stefano Perini in un incontro pubblico a Fauglis di Gonars, il 24 febbraio 2017, ha comunicato “alcuni dati sul Comune di Aiello del Friuli riguardo ai profughi italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia; nel 1945, c’erano 110 profughi italiani di Zara e molti altri dell’Istria più tardi, nel 1946”.
S.P. Zucchiatti e S.M., Baracca di profughi a Udine, pastelli su carta, cm 16 x 8,5, 2018

Ecco una testimonianza sullo sfollamento da Milano, dato che molti spostamenti imposti dal regime erano dai centri urbani alle periferie. “Nel 1943 a causa dei bombardamenti eravamo sfollati a Udine in Via Castellana a casa della nonna Ines – ha raccontato Carmen Burelli – poi mia sorella soffriva per gli scoppi anche a Udine, così la mia famiglia è sfollata a Ciconicco, nella casa di una vedova che ci affittava la camera e l’uso cucina”. Come vi siete trovati? “Quelli del paese non ci volevano – è la risposta – a scuola non potevamo portare il legno per la stufa, come faceva ogni bambino, ma loro erano figli di contadini e avevano la legna, noi no, così i compagni di classe ci prendevano in giro”.
Avete visto i Tedeschi, i partigiani e i Cosacchi? “Sì, tutti – ha aggiunto la signora Burelli – poi i miei zii sono andati a Milano per trovare i nostri mobili caricati su un carro ferroviario che non arrivava mai, finalmente è arrivato a Udine, allora lo zio Angelo col carro e il cavallo ci porta un trumò e la nonna aveva messo delle patate nel cassetto, ma ad un posto di blocco i Tedeschi fermano il carro e imprigionano lo zio per deportarlo in Germania, ma i ferrovieri spiavano ai prigionieri come passare da un buco e scappare. Lo zio Angelo è fuggito dal treno e la mitragliatrice tedesca gli sparava dietro. Noi sfollati dormivamo su certe brande militari con le lenzuola col timbro dei militari”.
Ricorda qualcosa d’altro? “Nel 1946 eravamo di nuovo in cerca di una casa – ha concluso la testimone – ci viene assegnato un appartamento in un cortile in Via Mantica. Eravamo felici, la mamma è andata a pulirlo, prima che ce lo assegnassero, ma nella notte un gruppo di altri senzatetto si è approfittato e lo ha occupato. Verso il 1950 ci viene assegnato un appartamento nelle Case Fanfani, ma pure lì si infila una famiglia approfittona di sinistrati. Allora l’ente preposto ci diede una bicamere, eravamo una famiglia di sei persone, con un’altra in arrivo”.
Udine, edificio dell'Istituto "B. Stringher" in Via Crispi 4. Fotografia del 2009

Fucilazione di dieci partigiani a Tramonti di Sotto
Ritorniamo ai fatti di resistenza in Friuli. Nel 1944 proseguivano i rastrellamenti nazisti, coadiuvati da Cosacchi e Camice Nere. Il fatto di resistenza attiva, descritto ora, si riferisce ad uno scontro armato, culminato con la fucilazione per rappresaglia di dieci partigiani a Tramonti di Sotto, il 13 dicembre 1944, da parte di militi della X MAS, alleati dei nazisti. Vedi in merito: Istituto Friulano Per La Storia Del Movimento Di Liberazione del Friuli Venezia Giulia (d’ora in poi Ifsml), Udine, Fondo Rappresaglie Eccidi Arresti in Friuli, b 1, f 8, cc 1-3 (fotocopie di dattiloscritti e manoscritti). Nelle parentesi riquadrate vi sono alcune precisazioni dell’Autore. Si è consultato pure il volume di Pieri Stefanutti intitolato, Novocerkassk e dintorni. L’occupazione cosacca della Valle del Lago (ottobre 1944 – aprile 1945), Udine, IFSML,1995.
Erano i momenti nei quali, col beneplacito della Intelligence inglese, certe formazioni di partigiani, come quelli delle Brigate Osoppo Friuli, cercavano un contatto coi militi fascisti, in funzione anticomunista, per preservare il territorio nazionale dalle mire espansioniste titine. Le autorità tedesche d’occupazione erano a conoscenza della diversità politica tra le formazioni partigiane. Oltre ai servizi segreti, funzionava l’attività di censura postale, che inviava le informazioni raccolte tradotte al Präfekt De Beden. Egli, il 2 settembre 1944, ricevette il testo del “Blatt der Patrioten der Brigade Osoppo Friuli”. Il Foglio notizie dei partigiani osovani era stato inviato da Tricesimo al signor Marino Nenini, parrucchiere di Buttrio. Vedi: Asud, Prefettura, Gabinetto, Lettera del presidente della Provinziale Kommission der Zensur von Udine al prefetto De Beden, b 51, f 169, ms., 2 settembre 1944.
Come richiede ogni sporca guerra civile talvolta c’erano dei morti passati per le armi senza un regolare processo. Nel dicembre 1944 i Tedeschi, con reparti della X MAS e Cosacchi, effettuarono un rastrellamento nel settore tra l’Arzino e il Meduna. “Le formazioni partigiane della Osoppo e della Garibaldi ivi appostate – aggiunge il documento dell’Ifsml –, sotto la forte pressione, ripiegarono disperdendosi in posizioni di fortuna sulle alture”.
A questo punto è opportuno spiegare che il documento in questione altro non è che un verbale di interrogatorio, del 6 agosto 1952, con cui il giudice istruttore del Tribunale di Pordenone interrogò il partigiano osovano Luigi Olivieri Ginepro, residente a Cividale, sui fatti di resistenza a Tramonti. Dalla letteratura si sa che Luigi Olivieri “Ginepro”, fece parte del Comando unificato “Garibaldi-Osoppo”, che il 30 aprile 1945 diede l’ordine di insurrezione ai partigiani, liberando Udine dall’occupazione nazista, con attacco finale fissato per le ore 6 del 1° maggio. Gli alleati entrarono in Udine alle ore 15,30. Vedi: G. Gallo, La resistenza in Friuli 1943-1945, Udine, Ifsml, 1989, p. 260.
A Tramonti, come in altri paesi di montagna, i rifornimenti alimentari venivano portati, con la gerla, dalle ragazze di Tramonti  fino alle case di Palcoda; anche queste sono forme di ausilio ai partigiani sono atti di resistenza passiva.
“Il mattino del 12 dicembre [1944] – prosegue il testo del documento citato e custodito in Ifsml – un reparto della predetta unità nemica [la X MAS], mosse da Tramonti di Sotto sulla località Palcoda ove erano rifugiati alcuni partigiani. Seguì un impari scontro: pochi poterono scampare alla cattura; il comandante Battisti (medaglia d’oro) alla cattura preferì la morte. E si uccise. Un discreto numero di partigiani catturati venne condotto a Tramonti di Sotto. Il mattino del 13 dicembre nei pressi del Cimitero di Tramonti di Sotto, un plotone del predetto Battaglione Valanga [della X MAS, comandato dal capitano Manlio Maria Morelli] eseguì la fucilazione di dieci partigiani presi a caso tra i catturati e senza processo”. In paese resta una lapide (con alcune imprecisioni nei nomi) per ricordare quel tragico evento, ma è una lastra di cui alcuni si sono dimenticati.
Nell’interrogatorio l’osovano Luigi Olivieri precisa che: “Da notizie raccolte dopo il fatto risulta che l’esecuzione fu decisa da ufficiali della predetta unità senza processo. Dettagli sulla esecuzione potranno essere richiesti all’allora cappellano di Tramonti di Sotto. Il Battaglione Valanga era comandato dal Capitano Morelli. Degli altri ufficiali ho annotato il capitano Barbesino (veramente nei miei appunti leggo: Capitano Baresini, responsabile dei fucilati di Tramonti di Sotto = Piemontese); il ten. Bertozzi e il S.ten. medico Truci Giulio di Criside, nato a Firenze il 30.12.1914, laureato all’Università di Firenze il 12.7.1939 che ha presenziato alla esecuzione dei dieci partigiani”.

Nella conclusione, Olivieri, cita altre fonti: “Ritengo che su questo doloroso fatto possa fornire utili informazioni anche il ten. paracadutista Cino Boccazzi, medico a Treviso, che fu catturato in quel rastrellamento ed ebbe colloqui col Morelli e l’ex Comandante della Osoppo Candido Grassi Verdi”. Colpisce la frase “… ebbe colloqui col Morelli…”. Il prigioniero di un nemico subisce interrogatori, forse torture. I colloqui, invece, sono tipici proprio di chi ha contatti col nemico.

I Dieci partigiani fucilati dai fascisti a Tramonti di Sotto il 13 dicembre 1944
Nome cognome
Luogo e data di nascita
Residenza o note
Divisione partigiana e nome di battaglia
Carlo Sclavi
Buenos Aires, 19.11.1917
Casteggio di Pavia
Garibaldi “Cicco” [o Chico]
Adalgerio Ceccone
Colloredo di Montalbano (UD), 16.11.1923
Fagagna (UD)
Garibaldi “Moschetti”
Gino Minin, di Giuseppe e Maria Crovato
Tramonti di Sotto, 24.9.1925
Tramonti di Sotto (UD)
Garibaldi “Carnera”
Salvatore Villani
S. Teresa di Gallura (CA), 6.12.1914
Brigadiere dei CC.RR. [Carabinieri Reali]
Osoppo “Cossu”, medaglia d’argento al valore militare alla memoria
Gino De Filippo
Claut, 20.12.1926
Claut (UD)
Garibaldi “Nerone”
Ottavio Cominotto
Pinzano (UD), 29.6.1920
Valeriano (UD)
Garibaldi “Romeo”
Cosimo Moccia
Manduria (TA), 1.1.1922
Carabiniere
Osoppo “Aldo”, medaglia d’argento alla memoria
Osvaldo Rigo
Chiusaforte (UD),  13.7.1926
Pontebba (UD
Garibaldi “Davide”
Vittorio Flamini
Assisi, 21.1.1919
Assisi
Garibaldi “Fracassa”
Ulderico Rondini
Vienna, 6.7.1924
Roma
Osoppo “Romano”, medaglia d’argento alla memoria
Fonte: Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia, Udine

Anna Rita Morleo, nel mese di aprile 2017, ci ha scritto il seguente messaggio in Google, di cui si prende atto: “Per l’eccidio riportato come il 13 dicembre, la data credo debba essere corretta al 10 dicembre. Inoltre ancora oggi sto cercando di fare chiarezza sul valore delle medaglie attribuite ai ragazzi della Osoppo. A noi risulta che al Moccia fu attribuita la medaglia d’oro, poi rettificata con un decreto due mesi dopo… sembrerebbe per un errore di scritturazione, invece con quella correzione declassarono altre 9 medaglie. La storia, è vero, può scriversi solo quando si è lontani dall’accaduto. Per ogni curiosità vedere l’articolo on-line su «Patria Indipendente» Anna Rita Morleo - Sulle orme di una medaglia”.
Peraltro, nel 2014, è uscito un libro con titolo simile della stessa Anna Rita Morleo. Fonti friulane, tuttavia, insistono a dire che la data della lapide (10 dicembre 1944) non sia corretta. Ciò parrebbe confermato dagli scontri armati dei partigiani con la X MAS del 12 dicembre 1944, citati nel documento dell’IFSML  di Udine.
Udine - Via Crispi n. 4, queste immagini mostrano i sotterranei dell'edifico scolastico che fu dell'Istituto Stringher dal 1959 fino al 2010. Si notano certi spazi adattati a celle. Che sia in queste prigioni che erano trattenuti i rastrellati di Forgaria, di Attimis e di Pinzano dai nazisti e dai Cosacchi nel 1944-1945? (fotografie del 2010 di Giancarlo Martina)



Le prigioni naziste a Udine
Tra i luoghi di detenzione nazista a Udine, come ha raccontato Eugenio Garlatti al figlio Mario, c’era anche la scuola “A. Manzoni” in piazza Garibaldi, il cui corpo di fabbrica si allunga fino in via Crispi e Largo Ospedale Vecchio. Era proprio una caserma delle Waffen SS, dato che si sono fatti costruire il rifugio antiaereo sito al Giardino Del Torso, divenuto luogo di visita d’istruzione dal 2012. Altri luoghi di prigionia in città erano il carcere di Via Spalato, le celle del tribunale, sito in Vicolo Porta e Via Treppo e la caserma dell’8° Alpini, in Via S. Agostino.
Anche un’altra testimonianza e una fonte scritta vanno a corroborare il fatto che il complesso Manzoni-Stringher sia stato un luogo di incarcerazione nazista. Nel saggio di Enzo Cecconelli, intitolato “Musei di Storia Naturale ieri e oggi, Udine”, del 1972, a p. 29, si legge che: “Nel settembre del 1944, durante l’occupazione tedesca, l’Istituto tecnico ‘A. Zanon’ venne adibito a campo di concentramento dei rastrellati nelle operazioni antipartigiane”. Si ricorda che lo Zanon di allora occupava gli edifici di Piazza Garibaldi fino a Via Crispi, detti negli anni 1960-1970 “complesso Manzoni-Stringher”. La notizia di Cecconelli, anche se confutata da una fonte orale anonima è stata ripresa nel seguente volume: Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e  il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, Udine, Istituto “B. Stringher”, 2015, alle pp. 63-64-65.
Udine, Caserma dell’8° Alpini negli anni 1930-1935. Ente Regionale Patrimonio Culturale Friuli Venezia Giulia, foto Liso Manlio

Il complesso Manzoni-Stringher fu proprio un lager nazista nel 1944? Di certo furono concentrati qui pure gli sfollati di Attimis, Faedis e Nimis, paesi incendiati dai nazisti, per rappresaglia antipartigiana. L’Istituto “Zanon” cambiò sede nel 1955, quando fu spostato nell’attuale di piazzale Cavedalis. Nell’edificio di piazza Garibaldi fu poi sistemata la scuola media “A. Manzoni”. Dagli anni ’60 il gruppo di edifici viene definito “complesso scolastico Manzoni Stringher”, con aule fino in via Crispi.
Una testimonianza davvero straordinaria è quella sulla vicenda di Maruska Sabornaia, una ucraina sposata a un emigrante friulano esperto in edilizia. Lei, nel 1918, a Kiev diede alla luce Sofia Bosari, detta Sonia, una nostra importante fonte orale. Sui cosacchi in Friuli esiste già un prodotto video dell’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher” di Udine, pubblicato il 18 aprile 2012 su Youtube. Si tratta di un’intervista, condotta dallo scrivente e dai suoi allievi, alla signora Sofia Bosari (Kiev 1918), registrata in casa sua, a Udine il 25 gennaio 2012, in presenza di familiari ed amici.
Parte della famiglia Bosari, come accennato, coi ragazzi, si era rifugiata negli stavoli sui monti (fienili montani con dormitorio). Quando alle cinque del mattino entrarono nelle camere i cosacchi, gridando “partizani”, ci fu una grande confusione. I rastrellati furono portati a piedi fino a Udine e imprigionati nelle scuole di Largo Ospedale Vecchio e nell’Oratorio del Cristo, come accadde per i rastrellati di Forgaria del 21 maggio 1944. Tali spazi fungevano da Campo di concentramento, per deportare i malcapitati, poi, in Germania. Tra i prigionieri c’era pure Giuseppe Bosari, detto Beppino, che riuscì a scappare gettandosi da un balcone, eludendo la guardia dei repubblichini. È noto l’uso militare degli edifici scolastici da parte dei nazisti a Udine, come ha scritto Cecconelli. Alcuni insegnanti dell’Istituto “Stringher” hanno cercato i sotterranei dell’atrio della scuola, scoprendo che ci sono molti vani piccoli e stretti, come fossero tante celle. Hanno fotografato tali spazi che potrebbero essere stati dei luoghi di prigionia e di tortura dei rastrellati.
“I cosacchi – ha aggiunto Sofia Bosari – avevano le dita piene di anelli d’oro, cercavano i partizani, ma anche le donne giovani e il fieno per i cavalli, noi pregavamo loro di lasciarci in pace, allora un cosacco medico anziano ha detto ai più sfegatati: Qui non siamo in Polonia! così hanno lasciato tutto il fieno per le nostre mucche”.     
La testimonianza di Sofia Bosari è già stata pubblicata nel 2015 in Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e  il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, alle pp. 63-65.
Documento d’identità del brigadiere Sante Rassati, 1944. Notare il testo bilingue (italiano – tedesco), perché il Friuli era, in sostanza, annesso al Terzo Reich. Collezione Franco Rassati, nato a Ugovizza (UD)

Testimonianze orali
Interviste effettuate a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica, a cura dello scrivente ai sottoelencati signori, ove non altrimenti indicato. Per la disponibilità dimostrata, l’Autore ringrazia le fonti orali, i prestatori delle fotografie, le direzioni e gli operatori delle biblioteche e degli archivi visitati per il presente contributo di ricerca. Ove non altrimenti scritto, le fotografie sono dell'Autore.
- Sofia Bosari, detta "Sonia" (Kiev 1918-Udine 2016), int. del 25 e del 30 gennaio 2012, con la collaborazione degli allievi Simone Martinis e Ioan Rares Chirca, delle professoresse Tiziana Mancini e Maria Pacelli, di Paolo Fabbro e di Franca Daboni.
- Carmen Burelli, Udine, 1938, int. del 20 gennaio 2018.
- Mirella Del Negro, Martignacco 1949?, intervista (= int.) del 16 dicembre 2017 a Martignacco (UD).
- Mario Garlatti, Udine 1957, int. del 24 ottobre 2010.
- Stefano Perini, Trieste 1950, int. a Gonars (UD) del 24 febbraio 2017.

Bibliografia, fonti d’archivio
- Archivio Parrocchiale Di Forni Di Sotto (UD), Libro storico, 15 ottobre 1944, ms.
- Archivio Di Stato Di Udine (d’ora in poi ASUD), Prefettura, Gabinetto, Corrispondenza Deutschen Berater, Minuta del prefetto De Beden, busta 49, fasc. 167, ms., 25 novembre 1944.

Bibliografia, fonti edite
- Danila Braidotti, “Nila”, Fontanebuine, Udine, Fuoricatalogo, 2016.
- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e  il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, Udine, Istituto “B. Stringher”, 2015.
- Enzo Cecconelli, Musei di Storia Naturale ieri e oggi, Udine, Udine, Orto Botanico dell’Istituto Tecnico per Geometri “G. G. Marinoni”, 1972.
- Roberta Corbellini, Laura Cerno, Luisa Villotta, Rifugio antiaereo Giardino Del Torso, Udine, Comune di Udine, 2012.
- G. Gallo, La resistenza in Friuli 1943-1945, Udine, IFSML, 1989.
- Maria Maracich, Il Viaggio di Meri, Codroipo (UD), Edizioni Beltramini, 2013.
Anna Rita Morleo, Sulle orme di una medaglia. Storia minima di un partigiano manduriano, Manduria (TA), Barbieri Selvaggi, 2014.
- Erminio Polo, Cronaca di vita scolastica 1939-1951, Forni di Sotto (Ud), Centro di Cultura Popolare Fornese, Coordinamento Circoli Culturali della Carnia, 1994.
- Pieri Stefanutti, Novocerkassk e dintorni. L’occupazione cosacca della Valle del Lago (ottobre 1944 – aprile 1945), Udine, IFSML,1995.
- Giorgio Stella, Ti racconto San Rocco. Storia di un suburbio tra luoghi e identità, Udine, in fase di stampa.
- E. Varutti, “Resistenza attiva e passiva a Udine e a Tramonti di Sotto nel 1944”, «Sot la Nape», LXIII, 2, 2011, pp. 64-68.

Filmografia
Chirca Rares Ioan, Simone Martinis e Elio Varutti, Cosacchi in Friuli, Youtube, 2012.

Sitologia
- E. Varutti, Resistenza attiva e passiva a Udine e a Tramonti di Sotto, 1944, on-line dal 3 novembre 2014.
E. Varutti, Udine, la Todt in Baldasseria e i Cosacchi in Porta Aquileia, on-line dal 16 novembre 2014.
Profughi di Pola in Friuli negli anni 1950-1955. Lidia Illusigh con la figlia. Collezione Sergio D’Ecclesiis, Pasian di Prato (UD)