sabato 28 gennaio 2017

Il Ricordo di Esodo e Foibe sprone alla Speranza, di Carlo Montani

Riceviamo da Carlo Cesare Montani, un esule da Fiume, che vive a Trieste, il seguente comunicato che volentieri pubblichiamo nel blog. Ci permettiamo di aggiungere, a corredo dell’interessante ed originale opinione, qualche cartolina della Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Buona lettura.

                                                                 Elio Varutti
Fiume, Via Carlo Goldoni, verso il 1930, a cura del Libero Comune di Fiume in Esilio. 
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«La Legge 30 marzo 2004 n. 92, che ha disposto la celebrazione del 10 febbraio quale data commemorativa del grande Esodo giuliano, istriano e dalmata, e della tragedia delle Foibe, è stata un atto dovuto. Il provvedimento può definirsi “etico” nella sua conformità ad importanti richiami della Costituzione, ed in particolare al secondo comma dell’art. 4, secondo cui ogni cittadino deve “concorrere al progresso materiale e spirituale” dello Stato; ed al primo comma dell’art. 52, per cui “la difesa della Patria è sacro dovere” di tutti.
Venezia Giulia e Dalmazia, al termine della seconda guerra mondiale, vennero trasferite sotto la sovranità della Jugoslavia pur essendo state romane per sette secoli e venete per un millennio: con il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 (assunto a Giorno del Ricordo), l’Italia fu costretta a cedere due regioni, pari al tre per cento del suo territorio, ma la quasi totalità degli istriani, fiumani e dalmati non volle accettare il fatto compiuto e decise per l’Esodo.
 Quella dei 350 mila Esuli fu una scelta di civiltà ed una “tragedia della libertà” (secondo la pertinente definizione di Stefano Zecchi), ma prima ancora fu un imperativo categorico imposto da elementari esigenze di salvezza fisica. Chi fosse rimasto senza appiattirsi sulle posizioni dell’usurpatore, vale a dire sull’ortodossia nazional-comunista, avrebbe rischiato la vita come accadde alle 16.500 Vittime (come da stima di Luigi Papo) uccise nelle voragini carsiche, nelle acque dell’Adriatico, nei campi di detenzione jugoslavi e più generalmente in quello che Italo Gabrielli, con felice sintesi, ha definito “Genocidio programmato”.
Fiume, Molo Adamich, fotografia del 1900, a cura del Libero Comune di Fiume in Esilio.

Emblema tipico della tragedia Giuliana sono le Foibe disseminate sul territorio regionale (nella sola Istria ne sono state catalogate oltre 1700), talvolta profondissime, spesso inesplorate: per gli assassini, agevole mezzo di esecuzioni in massa e di occultamento dei propri delitti. Quasi tutte sono rimaste in territorio jugoslavo, poi croato o sloveno, e quindi più difficilmente accessibili, mentre quelle di Basovizza e Monrupino, dislocate nell’immediato retroterra italiano di Trieste, hanno permesso di erigerle a Sacrari dedicati alla documentazione storica ed alle onoranze in suffragio delle Vittime.
Il Ricordo di maggiore impatto emotivo e simbolico è quello che si vive a Basovizza: non una Foiba in senso stretto, ma il pozzo di una vecchia miniera dalle pareti verticali, la cui profondità all’epoca dei fatti era superiore ai 250 metri. Qui, nel maggio 1945 ebbe luogo un’agghiacciante tragedia collettiva: le forze partigiane di Tito, giunte a Trieste prima degli Alleati, instaurarono il terrore per i plumbei “quaranta giorni” di occupazione. Secondo testimonianze di fonte anglo-americana, le sole Vittime della città di San Giusto furono parecchie migliaia: in parte, uccise proprio nella Foiba di Basovizza, in un clima da tregenda aggravato da surreali angherie fisiche e morali sui morituri, condannati ad una fine raccapricciante senza colpe, senza motivazioni, senza una parvenza di giudizio.
Quadro di G. Milotti. Lascito Andrea Ossoinack, a cura delle Leghe fiumane.

In tempi successivi, quando il pozzo fu oggetto di prospezioni per quanto consentito dalla struttura e dalle difficoltà di discesa, si ebbe modo di verificare che la profondità era notevolmente diminuita. Non fu possibile procedere al recupero delle Vittime, diversamente da quanto era accaduto altrove, ma alla Foiba di Basovizza venne riconosciuto un ruolo di memento e di esercizio della “pietas” dovuta a tutti i Morti, dapprima con la stele tuttora visibile accanto al Sacrario (dove i congiunti dei Caduti possono apporre un ricordo personalizzato ed un segno di Fede), e nel 1992 con l’elevazione alla dignità di Monumento Nazionale, completato da un Centro di documentazione e dai ricordi lapidei posti in opera a cura delle Associazioni d’Arma.
Quella “pietas” è diventata oggetto di autorevoli riconoscimenti ai più alti livelli. Qui, basti ricordare la cerimonia del Ricordo tenutasi al Senato della Repubblica il 10 febbraio 2014, quando il Maestro Uto Ughi, figlio di Esuli dall’Istria, volle dedicare il suo concerto ai Martiri delle Foibe, caduti “senza conforto”.
Stele alla Foiba di Basovizza, notturno

Oggi, Basovizza si può definire a ragion veduta un luogo di culto in cui lo scorrere del tempo e la logica dell’oblio sono stati finalmente esorcizzati, affidando ad una testimonianza tangibile, nella sua austera sobrietà, la perpetuazione di un Ricordo che non costituisca un semplice atto formale ma consenta la maturazione di una consapevolezza storica dei valori umani, civili e patriottici per cui il popolo giuliano, istriano, fiumano e dalmata volle impegnarsi fino all’estremo sacrificio: esempio di Fede e nello stesso tempo, sprone alla Speranza».
                                            Carlo Cesare Montani, esule da Fiume. Trieste


Arrigo Ricotti, L’Arco roman de Fiume, acquerello su carta, cm 33 x 48, firmato e datato in basso a destra: “A. Ricotti, 1953”. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine


Qui sotto c’è un video (del 2017) di poco più di 3 minuti (con fotografie e musica) prodotto dai giovani della classe III Media “Giovanni Cena” di Latina, sulla loro visita alla Foiba di Basovizza, accompagnati dai rispettivi insegnanti.

Poesia di Arrigo Ricotti

Dopo l’intervento di Carlo Cesare Montani sul tema del Giorno del Ricordo 2017, vorrei proporre al lettore una serie di versi in rima, composta nel 1948.
La seguente poesia è di Arrigo Ricotti, artista di Fiume, che la scrisse in esilio proprio nel 1948. Arrigo Ricotti si fece notare sin dal 1897 nel Circolo letterario di Via Sant’Anna di Fiume.
Questo testo contiene un cenno al Trattato di pace di Parigi del 1947, “infame de condana” e scritto in dialetto, senza doppia consonante! È interessante nella composizione l’uso del dialetto fiumano in mescolanza con la lingua italiana. 
Si riproduce il testo dall’originale dattiloscritto, con correzioni a penna rossa, firmato dall’autore con lo pseudonimo di “Argo”,  ma con l’aggiunta a penna dell’architetto Carlo Conighi riguardo all’autore vero: “Arrigo Ricotti”. Il componimento fa parte della Collezione di Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume; ora in: Coll. Privata Udine.

Nostalgia

Quando mi penso a ti, Fiume diletta
sento una streta al cor, sento un rimpianto
per tempi che ti, ti eri la “Vedetta”
d’Italia e ‘l suo baluardo sacrosanto.
Vedo mi allora le tue case in Riva
della Fiumara fino oltre Cantrida
vedo la Torre in Corso e come viva
sul nostro tricolor l’aquila fida
e vedo el Domo, el Colle de San Vito
le alture de Cosala e de Drenova
el Tempio dei Caduti, bianco e ardito
e Val Scurigna, con la Strada Nova.
Co penso che ‘sta bella cittadina
specciante le sue case sul Carnaro
oggi, de giorno in giorno, più declina
per un destino barbaro ed amaro.
Co penso che le larghe sue contrade
e che le Calli della Cittavecia
al nostro bel parlar solo abituade
a un altro parlottar le presta orecia.
Co penso che al completo i cittadini
de fronte al invasor i ze migradi
e che, nel stesso posto, contadini
in massa dai Balcani i xe caladi.
Co penso che anche ti Fiume italiana
oggi ti ze cussì sacrificada
da un tratato infame de condana…
l’anima mia se sente rivoltada.
Ma el giorno venirà che tutti i
torti portadi alla città sempre italiana
contro el opressor sarà ritorti
in date, che speremo no lontane.
La paze gaveremo sul Carnaro
che dal Monte Maggior al confine
da Dante già segnà, contro el straniero
che tien in schiavitù Terre latine.
Per l’isole che l’Adria ne incanala
per Pola, per Parenzo, Fiume e Zara
tutte città de origine romana
allora cessarà la sorte amara.
Quel giorno vederemo i veci altari
che avemo abbandonà col cor in pianto:
e ritornadi ai nostri posti cari
innegerà all’Italia il nostro canto.

Novembre 1948
                                   Argo

                        (Arrigo Ricotti)

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Cartoline della Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine. 


Monumento alla Foiba di Basovizza, notturno
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Riferimenti bibliografici nel web
Conferenza tenuta a Udine il 16 settembre 1955, col titolo: “Entrata di D’Annunzio a Fiume”. Relatore fu l’architetto Carlo Leopoldo Conighi (Trieste 04.07.1884-Udine 05.01.1972), legionario fiumano e, al tempo, presidente della Lega Fiumana, aderente all’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia – ANVGD, Comitato provinciale di Udine. Rielaborazione a cura di Elio Varutti, Udine 10 febbraio 2014, per la conferenza di Martignacco, provincia di Udine, 15 marzo 2014, sul tema di D’Annunzio.

venerdì 27 gennaio 2017

Giornata della Memoria 2017 a Udine sud

Si è svolta il 26 gennaio 2017 la manifestazione per la Giornata della Memoria organizzata dalla Parrocchia di San Pio X a Udine, alle ore 20,30.
Elio Varutti, Federico Pirone, Giorgio Ganis e Tiziana Menotti. Fotografia di Leoleo Lulu

Ha aperto i lavori dell’incontro don Paolo Scapin, parroco di San Pio X, per ricordare l’orrore della deportazione degli ebrei nei campi di concentramento nazisti e affermare il principio del dialogo e del gesto di umanità. All’evento erano presenti Antonino Pascolo, presidente dell’Associazione Alpini di Udine sud e Germano Vidussi, presidente dell’Associazione Insieme con Noi. Tali organismi, attivi nella parrocchia, hanno collaborato alla buona riuscita del convegno.
L'intervento di don Paolo Scapin, parroco di San Po X. 
Fotografia di Leoleo Lulu

Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine, ha portato il saluto dell’Amministrazione comunale, per un incontro nato dalle organizzazioni del territorio ed inserito volentieri nel programma delle iniziative del Comune per la Giornata della Memoria 2017, che sono state numerose ed articolate.
Ha portato il suo saluto ufficiale anche Marco Balestra, presidente dell’Associazione Nazionale ex Deportati Politici (ANED) di Udine, che ha voluto presentare e commentare i dati recenti di un’indagine sulla Shoah e sulla persecuzione degli ebrei al numeroso pubblico, composto da oltre 150 presenti.
La prima relazione del convegno, tenuta dall’architetto Giorgio Ganis, ha evidenziato, con molte significative immagini, i luoghi degli ebrei a Udine dal 1300 ad oggi. Si va dal piccolo cimitero di vicolo Agricola, funzionante dal 1405 ai primi anni del Settecento, fino alla località di Chiavris (capre, in friulano). 
Il toponimo stesso deriva dalla famiglia ebraica dei Caprileis, che gestiva in zona una locanda, un banco feneratizio ed un negozio. Il pubblico in sala ha seguito con grande interesse questa parte dell’incontro, che si è concluso con l’elenco delle sinagoghe o stanze di culto ebraico della piccola comunità di Udine, che nell’Ottocento sfiorò i 150 aderenti, mentre nel 1949 erano in 37.
Marco Balestra, Giorgio Ganis e Tiziana Menotti. 
Fotografia di Leoleo Lulu

Molte diapositive sono state mostrate da Elio Varutti, che ha presentato il tema della “Shoah dongje les cumieres di Baldassarie. Deportazione e campi di concentramento. Luoghi e storie 1943-1945”.
“Secondo i dati del 2016 di Mauro Tabor – ha detto Varutti – la deportazione nei lager dalla Risiera di San Sabba a Trieste, fulcro del concentramento nell’Adriatisches Küstenland, avendo colpito anche l’ebreo “misto”, ossia l’assimilato e il discendente da individui di altra fede, rintracciabile dalla sola evidenza del cognome, la cifra complessiva degli internati va oltre le 1200 persone. Considerate che gli ebrei a Trieste, nel 1938, ammontavano a oltre 6000 unità, tra le quali letterati, pittori, scienziati, medici e amministratori d’aziende. Solo 1500 sono i sopravvissuti e rientrati”.
“Nel 1944 – ha concluso Varutti – vengono arrestati quattro ebrei di Udine dalle Waffen SS, come ha riportato Pietro Ioly Zorattini. Tra di essi c’è il barone e senatore Elio Morpurgo (1858-1944), prelevato ultraottantenne e ammalato in ospedale il 26 marzo 1944. Deportato e morto per strada”.
Nella terza relazione, opera della dottoressa Tiziana Menotti, ha illustrato la vicenda del Campo di concentramento fascista di Gonars, attivo dal 1942 all’8 settembre 1943. Vi furono deportati fino a 6.500 prigionieri politici antifascisti della Slovenia e della Croazia. Circa 500 di loro, compresi certi bambini, vi trovarono la morte a causa della fame, del freddo e delle malattie. Anche la Menotti nella illustrazione del suo argomento si è avvalsa di varie immagini, come per altri autori, frutto di una ricerca nel territorio.
Dibattito col pubblico. Tra gli intervenuti: Guerrino Cecotti, di Baldasseria. Foto di Elio Varutti

Durante l’incontro sono state proiettate e commentate alcune immagini del filmato documentario “Cercando le parole” di Paolo Comuzzi e Andrea Trangoni, del 2013. Il cortometraggio è sugli aiuti dati dalle donne friulane ai deportati che transitavano nei vagoni piombati sui treni diretti verso i lager nazisti.
Nel dibattito che è seguito sono intervenuti Alessandra Kersevan, autrice della prima indagine sul Campo di concentramento di Gonars. Poi ha parlato Guerrino Cecotti, di Baldasseria, per ringraziare gli organizzatori dell’evento e ricordare il valore della conoscenza per evitare gli errori del passato. Ha voluto portare la sua solidarietà Mohamed Hajib, imam di Udine.
Nell’atrio della sala parrocchiale, dove si è tenuta la riunione, era esposta una piccola mostra fotografica sui temi sviluppati dai tre relatori: Giorgio Ganis, Elio Varutti e Tiziana Menotti.
L’incontro si è concluso con un minuto di silenzio per ricordare le vittime della Shoah, come ha richiesto il parroco don Paolo Scapin.
Fotografia di Elio Varutti

Commenti nel web
Il signor Claudio Romano, di Udine ha scritto questo messaggio in Facebook il 27 gennaio 2017: “Caro Elio, complimenti per la serata "Ebrei a Udine" arricchita dalle vostre ricerche e dalla documentazione raccolta: veramente di alta qualità. Serata doverosa verso chi ha sofferto e verso chi non si è voltato dall'altra parte. Serve a non dimenticare le abiezioni dell'uomo, ma anche a ricordare la generosità di tanta parte di umanità, semplice e altruista, che a proprio rischio ha testimoniato fratellanza e condivisione”.

Riferimenti nel web

Cercando le parole / trailer, di Paolo Comuzzi e Andrea Trangoni, 2013.

Il pubblico in sala. Fotografia di Elio Varutti

Fotografia di Leoleo Lulu, che si ringrazia per la concessone alla diffusione delle immagini 


domenica 22 gennaio 2017

Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948

Ne ha viste di tutti i colori il protagonista di questa vicenda. Con i suoi 91 anni suonati ha ancora una voglia disperata di raccontare la sua esperienza di italiano di Fiume, sottrattosi alle sgrinfie dei titini. Il suo nome è Aldo Tardivelli, con il papà Tulio, ferroviere a Fiume, morto nel 1943. Suo nonno era Napoleone Tardivelli, legionario di D’Annunzio. Aldo Tardivelli, classe 1925, era amico del senatore Riccardo Gigante, l’autonomista fucilato dai miliziani di Tito nel 1945.
 
Lucia Tardivelli e Graziella Superina, foto dal lasciapassare, 1948

Nella Fiume occupata dai titini il 3 maggio 1945 e poi annessa alla Jugoslavia con il Trattato di pace del 1947, il signor Aldo, disegnatore provetto, pur di restare nella sua città natale aveva “accettato di fare il pompiere nella Manifattura Tabacchi”.
Le sue disgrazie, però, iniziano nel settembre 1948 quando opta per l’Italia, nel rispetto delle leggi jugoslave. Lo chiama il capo reparto e, circondandolo con altri titini, gli grida: “Ha optato per l’Italia, buttate fuori questo disgraziato!” Così ha inizio l’odissea di Aldo, ormai senza lavoro.
“Dal giorno che eravamo stati licenziati dalla Manifattura – racconta Aldo Tardivelli – dovevo cercare di percorrere un altro via, per assicurare alla mia famiglia un pasto giornaliero, e così giravo in lungo e largo per la città in cerca di possibili fonti di guadagno poiché ormai avevamo venduto tutto quello che era stato possibile”.
Campo Profughi di Laterina, Aldo Tardivelli, Graziella Superina e la piccola Lucia, Settembre 1948

C’erano dei problemi a Fiume nel 1948? “Bisognava evitare incontri sospetti nel cercare un amico che ci poteva aiutare, e fare in modo di non essere fermato con il pretesto di vagabondaggio dalla Milizia Popolare – risponde Aldo – le vie cittadine erano percorse da gruppi di persone che trasportavano sulla schiena, o su dei carretti a mano, pezzi di mobilio ed altri oggetti voluminosi che erano stati venduti o barattati dai nostri connazionali con i nuovi abitanti, come d’altronde avevano fatto tutti quelli che si trovavano nelle nostre condizioni. Per la nostra famiglia si avvicinava il giorno fortunato lungo le strade che percorrevo, faticosamente, tutti i giorni, avevo incontrato per caso l’amico Molaroni che era stato licenziato dalla stessa Manifattura Tabacchi dove aveva lavorato in coppia con uno sfortunato elettricista Lanza, arrestato innocentemente per sabotaggio intervenendo nell’assemblea dei lavoratori contro l’Ufficio del Personale, nell’attesa di ricevere i documenti per andare in Italia”.
 
Aldo Tardivelli

E poi? “Ebbe così l’inizio di un piano di collaborazione e sopravvivenza – dice Aldo – che consisteva in un commercio clandestino. Bisognava cercare di acquistare dai nostri più fortunati concittadini, che erano già in possesso dei documenti necessari per affrontare l’esilio, degli apparecchi radio prima che questi articoli, vietati ad essere esportati, fossero sequestrati al momento del carico delle masserizie sui carri ferroviari”.
L'amico Molaroni, essendo un esperto elettricista, provvedeva ad un’accurata restaurazione degli apparecchi applicando tutte le strategie, con vernici d’alluminio, lucido da scarpe ed altri accorgimenti per farli apparire presentabili agli acquirenti. Appena eseguito il restauro delle radio provvedevamo alla loro vendita ai nuovi abitanti che arrivavano a frotte dai paesi circostanti”.
Molti italiani hanno dovuto aspettare i permessi di uscita per svariati mesi, se non anni. Aldo riesce a partire in treno alla una e mezza di notte nel 1948. Gli optanti per l’Italia dovevano partire in piena notte, altrimenti la gente avrebbe visto quanti se ne andavano via da Fiume.


Mappa del Centro Raccolta Profughi di Laterina. Planimetria dopo il 1950. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD di Arezzo

Dal Campo Profughi del Silos di Trieste a Udine

La prima tappa dell’esodo disgraziato è il Centro Raccolta Profughi (CRP) del Silos a Trieste. “Era pieno di rifugiati italiani – ha detto Aldo Tardivelli – non c’era più posto, non c’erano letti, in certi posti non c’era neanche la luce, ho dormito per terra, mia moglie Graziella Superina con la bambina, per fortuna, ha trovato posto da una sua zia: Francesca Morsi”. Il racconto si fa convulso e rotto dall’emozione. Il ricordo di quei momenti è come una tenaglia nel petto. È la pinza dell’umiliazione, dello scoramento e della vergogna.
Laterina, Centro Raccolta Profughi, Baracca n. 1-1948, particolare del progetto. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD di Arezzo

“Ho dormito su un pezzo di non so che cosa buttato lì per terra al buio – spiega il signor Aldo – la mattina dopo mi sono accorto che ero finito a dormire, come tanti altri profughi italiani, vicino a degli escrementi, ma era buio, non si vedeva niente… Confesso che ho pianto per la disperazione e mi chiedevo che ci stavo io a fare in quel brutto posto lì”.
La destinazione successiva è il Centro di Smistamento Profughi (CSP) di Udine, che non era un hotel a cinque stelle. È un altro momento disgraziato per il nostro testimone. Il CSP è pieno come un uovo. Nel capoluogo friulano i bambini e i giovani profughi italiani vengono ospitati nei collegi religiosi, ma per gli uomini e per i vecchi c’è posto solo per terra. A Udine, in Via Pradamano, per sua fortuna, Aldo si ferma per pochi giorni.
“Ho tanto detto e spiegato che avevo delle zie a Genova in grado di ospitarmi – aggiunge Aldo Tardivelli – che speravo mi mandassero in treno fino là, invece guardo il biglietto ferroviario e il foglio di via, destinazione: Centro Raccolta Profughi di Laterina. Non sapevo neanche cosa fosse!”.
Graziella Superina e Lucia Tardivelli, CRP di Laterina

Il Campo Profughi di Laterina
A Laterina, in provincia di Arezzo, in mezzo ai prati, fu costruito nel 1941 un campo di concentramento per prigionieri inglesi e americani in numerose baracche, dopo il 1945 vi furono rinchiusi per poco tempo i fascisti repubblichini. Dopo il 1947 furono accolti i profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia.
“Le disgrazie e le delusioni non sono finite a Udine, quando non mi mandarono dai miei parenti genovesi – continua il testimone – perché il treno quando arriva a Bologna non può nemmeno fermarsi per dare un po’ di latte ai bambini, con le crocerossine pronte al servizio, perché i ferrovieri comunisti ci spediscono dritti in Toscana”.
Pure la cartolina... del Campo Profughi

Com’era la vita al CRP di Laterina? “Il Campo profughi è distante dalla stazione otto chilometri – precisa il signor Aldo, un po’ alterato – e ce li siamo dovuti fare tutti a piedi tra il polverone della strada bianca. Il Campo profughi di Laterina era una disgrazia! Cosa siete venuti a fare qui? – ci dicevano gli abitanti del luogo. Solo baracche. Alle finestre c'erano delle coperte, perché mancavano i vetri. Sono rimasto lì per un mese, poi ho raggiunto le zie a Genova che mi hanno aiutato a trovare un lavoro e una casa, così ho portato anche mia moglie e mia figlia a Genova”.
Cosa ci dice della tragedia delle foibe?
“Sono morti che meritavano un po’ più di pietà – conclude Aldo Tardivelli – poiché anche una sola tomba può lasciare dietro di sé solo dolori a tutte le persone che li subirono, senza trattenere l’angoscia e le lacrime come perenne ricordo, e fra questi ci sono i resti mortali del giovane cugino di mia moglie Rodolfo Jannuale”.

 
Aprile 2003 - visita della memoria della famiglia Tardivelli al CRP di Laterina, provincia di Arezzo

Altre interviste su Laterina

Un altro profugo ricorda il Campo profughi di Laterina, perché lì gli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia tra quelle baracche subiscono l’avvelenamento da cibo da parte di persone locali. “I ne gà avelenado – afferma il signor Giuseppe Marsich, scappato da Veglia nel 1949 e pure lui per tre giorni ospite al CSP di Udine – e se doveva corer tuti ai bagni, dopo me ricordo che a Laterina jera una baraca ciesa, el campo sportivo e la riva dell’Arno, dove noi gente de mar se podeva far qualche nodadina; gli abitanti dei paesi vicini i faseva manifestazioni contro de noi profughi; eh, nel 1949 no se podeva andar in ciesa in Jugoslavia, perché te ieri indicado a dito e acusado in publico de clericalismo, i faseva come un processo davanti a tuti; un mio conoscente che jera ufizial de la marina de Tito, gà dovuto sposarse in ciesa de note, per no farse veder dai titini, se no perdeva el posto”.
Alfio Mandich, di Fiume, ha riferito che “i profughi di Laterina si sentivano come pellerossa in una riserva con tanto di quel filo spinato che circondava il campo profughi”. Il suo itinerario? Ovvio: il Campo Profughi del Silos a Trieste, poi il Centro di Smistamento di Udine, il CRP di Ancona e, infine, Laterina.
Centro Raccolta Profughi di Laterina, Elvira Dudech (al centro in camicia bianca) davanti alla propria baracca con le amiche, 1949. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio

La signora Dudech, esule da Zara, ospite al Campo di Laterina, ha raccontato che i toscani dicevano ai loro figli che “se non sarà boni ve faremo magnar dai profughi”. 
Un’amica di Elvira Dudech ha scritto queste parole sulla facciata posteriore delle fotografie qui pubblicate in suo ricordo. “Elvira Dudech era nata a Zara il 22 luglio 1930. Fu esule da Zara dal 15 giugno 1948, nel CRP di Laterina per quattro anni. È ripartita per Udine nell’anno 1952.
Un incontro breve, ma intenso; una persona di cui fino a quel giorno ignoravo l’esistenza; una esperienza di vita che mi ha portato…”.
Elvira Dudech, al centro, in passeggiata nel corso di Laterina, 1949. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio

Pure le sorelle Egle e Odette Tomissich, di Fiume, ricordano di aver dormito sul pavimento al Campo del Silos a Trieste. “Fu un’esperienza traumatica il Silos di Trieste nel 1948 – hanno raccontato le sorelle Tomissich – non c’era neanche la corrente elettrica, tutto occupato, mancavano le brande e dovevamo dormire sul pavimento”.
21 gennaio 1944 - Bombardamento inglese su Fiume. Foto da Facebook

Il signor Luciano Pick, inoltre, ci ha comunicato che: “La mia nonna materna e mio zio Bepi Svob hanno soggiornato a lungo preso il Campo Profughi di Laterina e, quando hanno raggiunto Padova, dove noi eravamo esuli, non ricordo che abbiano esaltato il loro soggiorno forzato”.

Fonti orali, iconografia e ringraziamenti
Ringrazio per la disponibilità dimostrata nella raccolta delle informazioni il signor Aldo Tardivelli, esule a Genova. Le interviste sono state effettuate a Udine da Elio Varutti, con penna, taccuino e macchina fotografica, se non altrimenti indicato. Si ringraziano gli altri intervistati sotto riportati per la collaborazione all’indagine.  Le fotografie sono della Collezione Aldo Tardivelli di Genova, se non altrimenti precisato.
Per la collaborazione alla ricerca sono riconoscente a Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Arezzo, perché mi ha messo gentilmente in contatto col signor Tardivelli, preparando il momento dell’intervista.

- Elvira Dudech, Zara 1930 – Udine 2008, int. del 28 gennaio 2004.
- Giuseppe Marsich, Veglia 1928, “italiano all’estero”, Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, int. del’11 febbraio 2004.
- Luciano Pick, Fiume 1940, esule a Pertegada di Latisana, in provincia di Udine, messaggio in Google del 24 gennaio 2017.
- Aldo Tardivelli, Fiume il 20 settembre 1925, esule a Genova, int. telefonica e per e-mail nel periodo 20-24 gennaio 2017, con la preziosa collaborazione di Claudio Ausilio.
- Egle Tomissich, Fiume 1931, int. del 3 febbraio 2011 e del 18 dicembre 2016.
- Odette Tomissich, Fiume 1932, int. del 3 febbraio 2011.
Centro Raccolta Profughi di Laterina 1949, processione. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio

Riferimenti bibliografici e nel web
- Alfio Mandich, “Ricordi dell’esodo. Quando se partiva senza saver dove se andava”, «La Voce di Fiume», 30 aprile 1997.


- Elio Varutti, Il campo profughi di via Pradamano e l'associazionismo giuliano dalmata a Udine : ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell'esodo : 1945-2007,- Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Comitato provinciale di Udine, 2007. - 393 p. : ill.; 30 cm

- E. Varutti, Il Campo Profughi del Silos a Trieste, 2015.

- Ospiti di gente varia : cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di smistamento profughi di Udine, 1943-1960 / Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti. - Udine : Istituto statale d'istruzione superiore "Bonaldo Stringher", 2015. - 127 p. : ill. ; 24 cm
Centro Raccolta Profughi di Laterina 1949, processione. Sopra: dietro la statua della Madonna Missionaria, ragazze e donne di Zara. Sotto la banda musicale in una curva del campo profughi. Fotografie per gentile concessione di Claudio Ausilio