sabato 6 luglio 2019

A Lom, in Slovenia, trova la tomba dello zio bersagliere ucciso nel ‘43

La pietà e lo spirito di umanità non hanno bandiere. Questo è un racconto di forte emozione. È successo a Tolmino, oggi Slovenia, nella frazione di Lom, poche case in un ambiente bucolico presso Cal di Canale. Siamo nella Valle dell’Isonzo, appartenuta, dopo la Grande Guerra, al Regno d’Italia e facente parte della provincia di Gorizia. Dopo la Seconda guerra mondiale divenne Jugoslavia. Nel piccolo cimitero ci sono due tombe senza iscrizione. Un signore del posto Antonio, di 93 anni, assieme alla moglie si reca a rendere omaggio a quei poveri resti umani, per pietà e umanità. Erano due nemici, erano due militari italiani di Verona, fucilati dai titini a fine ottobre del 1943.
Ecco i loro nomi: Stefano Rizzardi, studente universitario di 17 anni, fratello del conte Rizzardo Rizzardi, e Sergio Bragaja, di 19 anni, fratello maggiore di Giorgio, noto esponente del Pci veronese. Nell’Elenco dei Caduti della Repubblica Sociale Italiana sono citati come bersaglieri volontari dei Battaglioni B. Mussolini. Il primo militare è fucilato il 25 ottobre, mentre il secondo è ammazzato il giorno successivo. Il conte Rizzardo Rizzardi desiderava tanto sapere il luogo della sepoltura del fratello, ma non fu mai accontentato fino alla sua morte, avvenuta nel 2010. Stefano Ederle il nipote, avvocato, con grandissima emozione ha trovato invece l’occasione di scoprire dove fosse stato seppellito il caro zio Rizzardi diciassettenne, che fu prima Medaglia d’Oro della RSI.
Alle famiglie dei caduti, come succede, giungevano pochi dettagli sul massacro. Vennero a sapere solo che i due militari vennero fucilati da partigiani titini in un paesino dalle parti di Tolmino, dietro una vecchia scuola e poi gettati in una fossa comune.
Allora il nipote Stefano Ederle, nel 2019, si reca in Slovenia proprio a Lom e a Cal di Canale, alla ricerca di notizie riguardo alla tomba dello zio e del suo commilitone. Parla in lingua inglese con qualche giovane e con alcuni abitanti del posto che, rispondendo in sloveno, nulla sanno di fatti storici così in là nel tempo. Stefano Ederle non demorde e così la cortese giovane traduttrice e la sua famiglia lo portano dal vecchio del villaggio, tale Antonio Baldazzi, di 93 anni, oggi con cognome slavizzato. Gospod Anton, il signor Antonio disse di ricordare bene quella vicenda e rivelò dei nuovi particolari pieni di umanità.
La famiglia Rizzardi di Verona sapeva che i due giovani bersaglieri erano stati catturati dai partigiani, passati per le armi, seppelliti in una fossa comune e mai più ritrovati. In quel villaggio di poche anime, sotto il controllo titino, però qualcuno aveva avuto pietà di quei due giovani ammazzati e li aveva tolti dalla fossa e sepolti cristianamente nel minuscolo cimitero locale, dove oggi le loro tombe anonime sono ancora curate da Antonio, allora giovane, e dalla sua consorte. Come ha scritto Maria Vittoria Adami su «L’Arena» di Verona, del 10 febbraio 2019, dopo aver intervistato Stefano Ederle: “I dettagli combaciano: quei corpi erano di due giovani italiani uccisi dietro l’ex scuola e sono gli unici italiani assassinati qui. Mi hanno detto che ci sono ancora i bunker dove erano stati imprigionati. Ad aprile andrò a vederli, ma porterò anche del vino in dono per ringraziarli non solo di avermi svelato il luogo di sepoltura, ma anche per aver curato quelle due tombe. Mio zio combatteva dalla parte sbagliata, ma era giovane. Fu assassinato. Mio nonno non si diede mai pace. Sapere che lo zio non è stato solo, che qualcuno si è preso cura di lui per tutto questo tempo ci commuove e avrebbe riempito di gioia mio nonno”.
Lom di Canale (Slovenia), le due tombe di Stefano Rizzardi e Sergio Bragaja (in basso a sinistra), massacrati dai titini nel 1943. Fotografia di Stefano Ederle 2019

Stefano Rizzardi era partito da Verona nel mese di ottobre del 1943 col Battaglione Mussolini. Pure il fratello Rizzardo, di 19 anni, e Sergio Bragaja erano di stanza nell’Alta Valle dell’Isonzo. Stefano fu incaricato della difesa della stazione di Auzza, mentre Rizzardo a Santa Lucia d’Isonzo (in sloveno: Most na Soči).
Dopo qualche giorno di servizio, Stefano fu catturato dai titini e messo in galera con Sergio Bragaja a Lom. Il fratello Rizzardo Rizzardi tentò invano un’azione per liberarlo, ma dovette ripiegare lungo le fognature e fu colpito dalle bombe a mano lanciate dai titini. Ebbe una lesione alla gamba che si portò dietro per tutta la vita. Ci furono pure dei patteggiamenti per la liberazione dei due bersaglieri. Si pensò ad uno scambio con dei partigiani. L’operazione fallì e Stefano fu fucilato il 25 ottobre, Bragaja il giorno successivo. A Stefano Rizzardi, prima Medaglia d’Oro della RSI, fu intitolato il 21° Corpo delle Brigate Nere del Partito Fascista Repubblicano, che ebbe decine di caduti nel 1944-1945 soprattutto in Veneto.
I corpi dei due bersaglieri uccisi a Lom finirono nell’oblio, ma la gente del luogo ha avuto pietà e li hanno sepolti degnamente. Così si conclude l’articolo di Maria Vittoria Adami che riporta le parole di Stefano Ederle: “Ho chiesto ad Antonio perché fecero quel gesto: ‘Perché erano giovani’, mi ha risposto. E ci siamo abbracciati”.
Il conte Rizzardo Rizzardi. Coll. Stefano Ederle, Verona

Altre notizie, 120 bersaglieri fucilati
Signor Stefano Ederle ha qualche altro ricordo di quei fatti? “Mio nonno Rizzardo, bersagliere combattente a Santa Lucia dell’Isonzo mi raccontava sempre che i partigiani si massacravano tra loro – ha detto Stefano Ederle – basti pensare a quanto è accaduto ai partigiani delle Brigate Osoppo a Porzùs, in Friuli”.
Per quanto tempo suo nonno Rizzardo è stato nella Valle dell’Isonzo? “Mio nonno ha combattuto per due anni – è la risposta – ed è stato poi fatto prigioniero dai titini. Condannato a morte, è fuggito per due volte, l’ultima fuga qualche minuto prima della fucilazione sua e di altri 120 commilitoni bersaglieri. Fu l’unico a salvarsi. Si potrebbe scrivere un libro!”.
Allora il nonno Rizzardo Rizzardi raccontava in famiglia della guerra? “Mio nonno era molto riservato e non parlò mai degli orrori che visse in guerra – conclude Stefano Ederle – Negli ultimi suoi anni di vita, si lasciò andare solo con me e mi raccontò tantissimo dei due anni di guerra, poi la sua prigionia e la fuga. Fu braccato come un cane. C'erano episodi terribili, come quando si trovò circondato dall’intero IX Korpus titino (nel cielo probabilmente si era appena paracadutato il figlio di Churchill) e fu l’unico a salvarsi. Gli morì davanti il suo migliore amico, il conte Carlo Alberto Giusti del Giardino, il 17 dicembre 1943 a Chiapovano (GO). Mi raccontò di quando fu catturato a fine giugno 1945, delle torture e della prigionia, delle fucilazioni e  delle due fughe, durante le quali ebbe dei corpo a corpo”.
Così si conclude il contributo di Stefano Ederle, ancora commosso per aver ritrovato la tomba dello zio Stefano Rizzardi e del suo commilitone accudita con pietà da Gospod Anton e dalla sua signora.
Tragico destino in quelle terre anche per un altro prozio di Stefano Ederle: la nota Medaglia d’Oro Carlo Ederle, cui sono intitolate molte vie, piazze e la caserma USA di Vicenza (Camp Ederle). Pluridecorato ufficiale d’artiglieria del Regio Esercito, Carlo Ederle durante la Prima guerra mondiale cadde in combattimento nel dicembre del 1917, venendo insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

La lettera del Duce alla madre di Stefano Rizzardi
Si riporta qui di seguito il testo della lettera del Duce manoscritta in risposta alla missiva della bisnonna di Stefano Ederle. Nonna Rizzardi non voleva che il Duce intitolasse il nome di un reparto di Camicie nere al giovane fucilato dai titini Stefano Rizzardi (Zio di Stefano Ederle, di cui porta orgogliosamente il nome di battesimo). Pensate un po’ voi, nonna Rizzardi disse che suo “figlio era caduto solo nel compimento del proprio dovere”. (Collezione Stefano Ederle, Verona).

“Repubblica Sociale Italiana (intestazione)
Il Duce (prestampato)
Gentile Signora e Camerata,
la vostra lettera mi ha profondamente / commosso e farò come voi desiderate. / Il vostro eroico figliuolo è entrato / nella Storia gloriosa della Patria / che vuole risorgere e risorgerà. / Il suo sacrificio non deve non / può essere vano. Accogliete i / segni della mia simpatia insieme / coi miei cordiali rispettosi saluti. / 16 marzo XXIII. Mussolini”.
Un lacerto della lettera di Mussolini alla mamma di Stefano Rizzardi ucciso dai titini nel 1943. Collez. Stefano Ederle, Verona

Fucilazioni fra partigiani titini
Mi permetto di riportare un fatto accadutomi durante alcune interviste sull’esodo italiano dall’Istria, dalla Valle dell’Isonzo, da Fiume e dalla Dalmazia. Stefania Bukovec, mia vicina di casa quando ero bambino, in Via delle Fornaci, a Udine, nei pressi del Centro di smistamento profughi istriani di Udine, mi raccontava della sua fuga, nel 1949, da ciò che era diventata Jugoslavia di Tito.
Era il 4 maggio 2007. La signora Bukovec è nata nel 1921 a Cal di Canale, frazione di Canale d’Isonzo, in quella che era provincia di Gorizia, dal 1918 al 1945. Oggi è Slovenia. Non voleva affrontare un certo argomento. Quello delle sparatorie fra partigiani. Me lo accennava e poi si ritraeva, pensando di svelare chissà quale segreto a me, suo dirimpettaio, che lei vide nascere e crescere nelle case di esuli, sfollati e statali. Le raccontai di ciò che avevo ascoltato nelle mie interviste, delle foibe, della pulizia etnica, di partigiani titini arrivati sul litorale istriano dalla Bosnia, dalla Serbia e da altri posti lontani della Jugoslavia che fucilavano i dalmati, accusati di “renitenza alla leva partigiana”.
Allora lei si aprì e mi raccontò di un giovane del suo paese, in divisa partigiana, freddato da un ufficiale titino venuto da distante. “C’era un giovane di Cal, ce lo ricordiamo bene io e i miei familiari, perché lo conoscevamo da bambino – ha detto Stefania Bukovec – si chiamava Valentino Lipicar, era coi partigiani e gli ha sparato un altro che era con lui”. Come, è proprio sicura, un partigiano ucciso da un altro partigiano titino? “Sì è successo così – è la risposta della signora Bukovec – a Valentino avevano ordinato di sparare su un civile, ma lui si rifiutava di uccidere quell’uomo disarmato, allora l’altro partigiano gli ha sparato; in paese tutti dicevano ‘Come si fa ad ammazzare un ragazzo perché si rifiutava di sparare a un uomo’. In paese siamo rimasti tutti male”. Fin qui il ricordo di Stefania Bukovec, scomparsa nel 2015.
Agostino Negro, Plezzo, Panorama di Oltresonzia con il Monte Canin, "Edizione Riservata A. Negro - Tolmino". Coll. E. Varutti

Lo scrittore udinese Lino Leggio, è nato nel 1944 a Santa Lucia d’Isonzo, nella vecchia provincia di Gorizia, divenuta, dopo il 1945, Jugoslavia. Figlio di Giovanni, siciliano salito al Nord per il servizio militare, e di Giuseppina, anch’egli fa parte dell’esodo giuliano. Leggio ha raccontato degli anni Cinquanta, delle bande giovanili, ma anche del gua (arrotino), del gelataio col carretto, della caldarrostaia, dei primi blue jeans e dei dischi di Elvis Presley. Lino Leggio ha detto di essere “sfollato a Udine con la famiglia nel 1945”, quando la Jugoslavia ha allargato le frontiere. Il babbo andò a vedere che aria tirava al Campo profughi, che accoglieva allora soprattutto italiani d’Istria, della Valle dell’Isonzo, di Fiume e della Dalmazia, ma pure qualche individuo dei Balcani, forse buttato fuori dalle galere patrie, per liberarsi della zavorra. “Noi lì non andiamo, perché ho visto dei rumeni con i coltelli”. Così la famiglia Leggio si adattò a vivere in una casa sistemata alla meno peggio dal babbo, con accorgimenti degli anni 1945-1946. Potete solo immaginare! Infatti, nel 1950, uscì il bando per le graduatorie delle Case Fanfani di Via delle Fornaci, vicino al Centro smistamento profughi più grande d’Italia, da dove passarono oltre 100 mila individui, un terzo dell’esodo giuliano dalmata. La famiglia Leggio ebbe il punteggio massimo, per le condizioni miserevoli in cui viveva, così entrò nella casa popolare al n. 5 di Via delle Fornaci. Si veda: Prefettura di Udine, Foglio Annunzi Legali, n. 80, 4 aprile 1951.
I piccoli discendenti di Stefano Rizzardi mettono un fiore accanto al ricordino del loro avo alla foiba di Basovizza (TS). Coll. Stefano Ederle, Verona

Fonti orali e digitali
Per la grande disponibilità dimostrata, desidero ringraziare e ricordare le seguenti persone da me intervistate a Udine con taccuino, penna e macchina fotografica, se non altrimenti indicato.
- Stefania Bukovec, Cal di Canale, frazione di Canale d’Isonzo  (GO) 1921-Pradamano (UD) 2015, int. del 4 maggio 2007.
- Stefano Ederle, Verona 1975, messaggi in Facebook nel gruppo “Essere italofoni TM” del 20-30 giugno ed e-mail del 3-4 luglio 2019.
- Lino Leggio, Santa Lucia d’Isonzo (GO), 1944, dati raccolti in pubblico il 4 luglio 2015 a Palazzo Morpurgo, a Udine, durante un evento col sindaco, con l’assessore al turismo e il giornalista Gian Paolo Polesini, figlio di un esule da Parenzo.

Collezione privata
Coll. Stefano Ederle, Verona.

Bibliografia e sitologia
- Maria Vittoria Adami, “Scopre a Tolmino la tomba dello zio ucciso nel ’43”, «L’Arena», 10 febbraio 2019.
- Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, nel web.
- Li Noleggio, La banda delle cataste: i ragazzi del Friuli anni Cinquanta, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1999.
- E. Varutti, Il campo profughi di via Pradamano e l'associazionismo giuliano dalmata a Udine: ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell'esodo. 1945-2007, Udine,  Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato provinciale di Udine, 2007 (esaurito).
- E. Varutti, Esodo dolce da Tolmino, 1945, on line dal 18 maggio 2016.
- E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017 (esaurito). Seconda edizione nel web (2018).


Approfondimenti
Sulle uccisioni tra partigiani titini si possono vedere le seguenti opere, derivanti dalle ricerche del Laboratorio di Storia del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD:

- Andrea Negro, Josip Bavcon. Storia dell’uomo sopravvissuto alla strage di Cerkno nel 1944, Università degli studi di Udine, Corso di laurea in Lettere, relatore prof. Paolo Ferrari, a.a. 2017-2018, pp. 120.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Lettore: Stefano Ederle. Fotografie di Stefano Ederle, da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
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venerdì 17 maggio 2019

Centopassi, ristorante top a San Daniele del Friuli

È dall’inizio del 2000 che qui si dedicano alla cucina, alla cantina e all’accoglienza. 
Lo facevano in un altro simpatico punto vendita, tuttora attivo: l’Osteria di Tancredi, di via Sabotino. Dal 2016 anche al Centopassi c’è un’alta qualità del servizio e dei prodotti. Il prosciutto crudo di antipasto ha un profumo estasiante. Bella scoperta, dirà qualcuno. Ovvio che a San Daniele del Friuli (UD) ci sia un prosciutto eccezionale. Lo sanno perfino le frotte di austriaci e i tedeschi, che parcheggiano i pullman ai piedi del sagrato del Duomo e poi si infilano nelle mille degustazioni della cittadina collinare con in mano il calice di Tocai (o Friulano che dir si voglia).

La gentilezza al Centopassi si può cogliere dal cameriere che ti viene incontro appena entri, con un sorriso che sprizza simpatia. Sarà l’aria buona, quella che fa stagionare bene i prosciutti? La stessa aria, forse, mette un frizzante feeling nei contatti umani. Un altro antipasto da provare è la tacchinella rosata, peperoni grigliati, con salsa piccante, acciughe sott’olio, capperi e insalatina.
La tacchinella, mmh...

Tra i primi piatti, sono proprio ottimi gli agnolotti al Merlot ripieni di carni brasate col proprio sugo e pecorino. Se volete stare sul classico allora ci sono i gustosi tagliolini al prosciutto di San Daniele. 
Gli agnolotti al Merlot

Un piatto classico: tagliolini col prosciutto S. Daniele. Risponde bene al quesito in lingua friulana: "Bocje ce vûstu?" - Che cosa vuoi di buono?

Tra i secondi, oltre alle carni, sfizioso è lo spiedino di gamberi e coda di rospo alla crema di ortiche e crumble destrutturato di pomodori secchi. Il tutto innaffiato con ottimi vini friulani.
 Spiedino di gamberi e coda di rospo 

Per dolce non perdetevi la scodellina di cioccolato alla crema Chantilly e briciole di amaretto, alchechengi e caramello. Il posto è adatto pure ai vegetariani. Presenta opzioni vegane, opzioni senza glutine e seggiolone per bimbi. Prezzi in linea con la qualità. Parcheggio multipiano a 10 minuti dal ristorante.
Scodellina di cioccolato alla crema Chantilly...
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Ristorante Centopassi, di Silvia Clochiatti. Via Garibaldi 41, 33038, San Daniele Del Friuli (UD). Telefono 0432.942199. Recensione riferita al 2019. Passata la pandemia, nella primavera del 2023 il ristorante ha aperto con una nuova gestione. 
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Cenno bibliografico
La spagoguida del 2011. La prima guida ai ristoranti fatta dagli utenti, Milano, Morellini, 2010, p. 114.
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Recensione di Elio Varutti. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti. Fotografie di Daniela Conighi, che si ringrazia per la cortese concessione alla diffusione.

mercoledì 1 maggio 2019

Piccolo omaggio a Norma Cossetto, dall’ANVGD di Udine

A quasi 99 anni dalla sua nascita, noi la ricordiamo con queste parole. Dalle fotografie del cimitero di Santa Domenica di Visinada, oggi Croazia, si vede che la sua tomba reca solo il nome e la dicitura della “medaglia d’oro”. 

Le fu conferita nel 2005 dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Sulla lastra di marmo nulla si legge riguardo al motivo della morte. Norma Cossetto era nata a Visinada il 17 maggio 1920 e fu uccisa e gettata nella foiba di Villa Surani, Comune di Antignana, il 4 o 5 ottobre 1943. Sedici partigiani di Tito l’avevano violentata e torturata prima di buttarla nella foiba ancor moribonda con altre persone tra le quali alcune donne, pure stuprate.
Ecco la motivazione della medaglia d’oro al valor civile: “Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”.
Il cimitero di Santa Domenica di Visinada. Fotografia di Giovanni Doronzo

Segniamo qui di seguito le parole di una intervistata del 2014. Si tratta di Marisa Roman di Parenzo nel 1929, che ebbe alcuni parenti infoibati o massacrati dai titini. “Io ero adolescente – ha detto la Roman – e frequentavo la scuola magistrale di Parenzo e la mia insegnante di italiano era Norma Cossetto, che fu stuprata da 16 aguzzini, gettata nella foiba di Villa Surani e recuperata dai pompieri di Arnaldo Harzarich. Noi compagne di classe restammo sconvolte da quel fatto atroce. Come si fa a fare quelle cose?”.
La tomba della famiglia Cossetto. Fotografia di Giovanni Doronzo

Chi è il maresciallo Harzarich? È colui che dal 21 ottobre 1943 andò a riportare alla luce ben 84 salme nella foiba di Vines, presso Albona, in Istria, secondo «Il Piccolo» del 22 ottobre 1943. Dopo l’8 settembre 1943, con l’esercito italiano allo sfascio, i partigiani titini occuparono l’Istria. In quel frangente, per vendetta contro i soprusi patiti sotto il fascismo, effettuarono le uccisioni nelle foibe. “Mio zio Carlo Alberto Privileggi, fratello di mia madre – aggiunge la signora Roman – fu fatto prigioniero con altri ‘per accertamenti’, dissero e dalla caserma dei carabinieri di Parenzo i titini lo portarono al castello di Pisino”. Poi finì ucciso nella foiba di Vines, durante la pulizia etnica. 
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Girolamo Jacobson e E. Varutti. Fotografie di Giovanni Doronzo, che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia 29 – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

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venerdì 26 aprile 2019

Visita d’istruzione a Gonars sul sito del Campo di concentramento fascista


La Parrocchia di S. Pio X di Udine, col suo Gruppo culturale, ha voluto questo viaggio della memoria. Così il 25 aprile 2019 una dozzina di persone ha effettuato una visita d’istruzione al luogo dove esisteva il Campo di concentramento fascista di Gonars. Guidati da Tiziana Menotti, i visitatori hanno potuto constatare come non ci sia nemmeno un cartello sulla strada che indichi il campo. Se uno non sa che quello è il sito del campo, ci passa davanti indifferente.

C’è all’interno dei prati un monumento costituito da quattro mosaici (che riprendono 4 disegni degli internati pittori) inseriti su 4 supporti a forma di colonnina. Poi c’è un rotolo di filo spinato, oltre a 4 pennoni senza bandiere. C’è anche una tabella esplicativa con poche righe e una foto. Tutto qui. Al cimitero si ragiona un po’ di più. A memoria del campo di concentramento di Gonars, per iniziativa delle autorità jugoslave nel 1973, lo scultore Miodrag Živković realizzò un sacrario nel cimitero cittadino, dove in due cripte furono trasferiti i resti di 453 cittadini sloveni e croati internati e morti nel campo di concentramento.
La comitiva di gitanti di Udine sud ha poi fatto una visita anche alla stupenda chiesetta di Gris, nel vicino comune di Bicinicco.
Il Gruppo culturale di S. Pio X, sorto nel 2016 sulla spinta di don Paolo Scapin, parroco di S. Pio X si dedica ai temi della Shoah, dell’esodo giuliano dalmata e della detenzione nei campi di concentramento. Si voleva ricordare il parrocchiano e beneamato maestro elementare Alfredo Orzan (1930-2017), cantore di Baldasseria. Il Gruppo culturale anche con don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X dal 24 luglio 2018, si è occupato di organizzare conferenze e mostre di fotografia, d’arte nonché spettacoli teatrali con particolare riferimento alla Parrocchia di San Pio X di Udine. Sono appartenenti al gruppo: Tiziana Menotti, Elio Varutti, Germano Vidussi, Anna Del Fabbro e Gregorio Zamò. Il Gruppo culturale collabora con l’Associazione Insieme con Noi, con gli Alpini di Udine sud, con l’ANED di Udine, con l’ANVGD di Udine e con altri organismi del territorio.

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Fotografie di Francesco Saverio Comisso, che si ringrazia per la gentile concessione alla diffusione e pubblicazione. Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti su informazioni di Tiziana Menotti.

martedì 9 aprile 2019

Omaggio a Arturo Zardini in Castello a Udine, grande successo


Quando il maestro Tammelleo ha iniziato a suonare all’oboe Stelutis alpinis, il pubblico nel Salone del Parlamento a Udine è rimasto a bocca aperta. Che serata meravigliosa! 
Udine 6.4.2019, autorità, artisti, relatori e cori alla serata in omaggio a Zardini in Castello. Fotografia di Daniela Conighi

Anche la bellezza dei canti del soprano Carol Hoefken ha toccato vette altissime. Accompagnata al pianoforte da Alessandro Tammelleo, la maestra Hoefken, incantando tutti, ha eseguito per prima Serenade. Non sono state da meno le serenate successive, opera di Arturo Zardini, di cui si celebrava il 150° anniversario della nascita. La soprano peruviana, accompagnata sempre al pianoforte, ha interpretato Lusignutis (Lucciole) e La gnot d’Avrîl. Poi ha completato il suo esemplare concerto con L’Ave (L’antenata) e con Primevere.
Come mai un Omaggio ad Arturo Zardini nel Castello di Udine gremito di persone? “Per onorare il grande compositore friulano, autore di Stelutis alpinis – ha detto Pietro Fontanini, sindaco di Udine – volevamo questo salone, dove si tenevano le riunioni del parlamento della Patria del Friuli”. Arturo Zardini era nato a Pontebba il 9 novembre 1869 e morì a Udine il  4 gennaio 1923. Ivan Buzzi, sindaco di Pontebba, ha fatto eco a Fontanini, ringraziando gli organizzatori per la straordinaria serata e ricordando il valore del suo illustre compaesano che scrisse Stelutis alpinis a Firenze, in esilio durante la Grande Guerra.
Udine, Salone del Parlamento del Friuli, il pubblico per l'Omaggio a Zardini. Fotografie di E. Varutti

L’originale evento è stato organizzato il 6 aprile 2019 dall’Associazione Musicologi di Gemona del Friuli, in collaborazione con il Comune di Udine e con quello di Pontebba, con l’appoggio della Società Filologica Friulana e dell’Agjenzie Regjonâl pe Lenghe Furlane (Arlef). La replica del concerto si tiene a Pontebba il 13 aprile 2019, alle ore 20,30 nella sala consiliare.
L’incontro si era aperto con l’esibizione del coro Arturo Zardini di Pontebba, diretto da Patrizia Taddio, presentati da Tammelleo.  Sono stati eseguiti in modo magistrale Il salût e La roseane. Poi c’è stata una Serenade , sottotitolata A racuei, visto l’alto numero di serenate di Zardini, vicine assai alle composizioni dei grandi della musica, come Puccini o Beethoven. Spettacolare è stato Il Cjant de Filologiche interpretato dal coro Zardini al termine della prima parte. A seguire c’è stato un intervento di carattere biografico con diapositive su Zardini a cura del professor Elio Varutti, del Consiglio generale della Società Filologica Friulana, oltre ad un altro momento per un’intervista a Giuliano Rui, nipote di Arturo Zardini.

Per chiudere la serata musicale c’è stato il coro Primavera di Udine, sorto negli ambiti dell’Istituto commerciale “A. Zanon”. È stata eseguita Autùn con soprano, pianoforte e coro Primavera. A seguire si è potuto ascoltare il Cjant a Gurizze dagli stessi esecutori, tanto per celebrare il 100° anniversario di nascita della Società Filologica Friulana, avvenuta a Gorizia nel 1919. Poi c’è stata La Staiare. Il gran finale non poteva che essere dedicato a Stelutis alpinis, cantata dal coro Zardini, col coro Primavera e con la soprano. Grande emozione in sala e convinti applausi.
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Alessandro Tammelleo presenta la splendida serata al pubblico. Foto di Leoleo Lulu

Sitologia
Omaggio ad Arturo Zardini, cantore del Friuli. Un prodotto in Power Point sulla vita del grande compositore italiano.

Bibliografia

- Giuliano Rui e Mario Faleschini, Turo Zardini, soldât, musicist e poete, Comune di Pontebba, Arti Grafiche Friulane, Tavagnacco (UD), 2003.

- Sergio Piovesan, Canti friulani musicati da Arturo Zardini. 37 testi di Zardini, di altri autori e popolari con commenti e brevi note biografiche, Comune di Pontebba, Associazione Coro Marmolada di Venezia, 2018.

La soprano Carol Hoefken nella Serenade. Foto di Leoleo Lulu
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Leoleo Lulu, Elio Varutti e di Daniela Conighi.
Elio Varutti commenta la vita del grande compositore Arturo Zardini. Foto di Leoleo Lulu

Castello di Udine - Apre l'incontro il sindaco Pietro Fontanini. Foto di E. Varutti

Castello di Udine, Giuliano Rui, nipote di Zardini, mostra con orgoglio il manoscritto originale di Stelutis alpinis. Foto di Leoleo Lulu


Rassegna Stampa dal "Gazzettino" e "La Vita Cattolica"


Dal Messaggero Veneto, col curioso esempio di... disgrafia nella parola "nascista".

venerdì 1 febbraio 2019

Tarcento, Giorno della Memoria parlando del Ghetto di Varsavia e del Campo di Arbe


Non pare neanche vero che un Campo di concentramento possa salvare delle vite. Bisogna dire che l’Italia fascista, con la Germania, invade la Jugoslavia nel 1941. Nelle zone di occupazione italiana e in altre parti vengono relegati nei campi di concentramento (come a Gonars e a Arbe) gli allogeni, come vengono chiamati gli sloveni o i croati dissidenti o ribelli.
Tarcento, Giorno della Memoria. Fotografia di Bruno Bonetti

Succede altresì che, dal 1941 al 1943, al Campo di concentramento dell’Isola di Arbe, in Dalmazia, l’Esercito Italiano sottrae 2.180 ebrei iugoslavi dalle grinfie del nazisti e degli ustascia croati.  Per i piani di Hitler dovevano finire essi ad Auschwitz, noto Campo di sterminio. È una storia poco nota. Certi storici sono stai troppo impegnati a glorificare ogni forma di resistenza antifascista, oscurando la figura dell’italiano-brava gente.
Le cose cambiano dopo il 1989, con la Caduta del Muro di Berlino e il venir meno delle ideologie. Con la Legge italiana del 20 luglio 2000, n. 211, istitutiva del Giorno della Memoria e dalla analoga risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, c’è più consapevolezza sul tema della Shoah. Così si fa chiarezza e si rende giustizia a quegli ufficiali italiani che, rischiando la vita, si sono prodigati per evitare la deportazione di migliaia di ebrei. Di queste notizie ha parlato il professor Elio Varutti nella Biblioteca di Tarcento il 30 gennaio 2019, in occasione del Giorno della Memoria.
Ha aperto i lavori dell’incontro Luca Toso, vice sindaco di Tarcento, portando i saluti della Civica Amministrazione, presente in sala con altri consiglieri comunali, come Luca Paolone e  Luisa Fossati. In seguito è intervenuta la seconda relatrice della riunione, la studiosa Tiziana Menotti sul “Ghetto di Varsavia”.
Tarcento, Tiziana Menotti relatrice al Giorno della Memoria. Fotografia di E. Varutti

Tra i grattacieli di Varsavia. Ciò che resta del ghetto più grande d'Europa
“Prima del 1939, a Varsavia viveva la comunità ebraica più grande d'Europa con circa 400.000 unità – ha detto Tiziana Menotti – Nel marzo 1940 i nazisti ordinarono di recintare la zona abitata tradizionalmente dagli ebrei. L'operazione terminò il 16 novembre 1940, quando il ghetto, indicato ufficialmente come quartiere residenziale ebraico, fu chiuso definitivamente”.
Il ghetto di Varsavia era il più grande d'Europa anche per superficie (4 km²). Il muro che lo delimitava era alto 3 metri e lungo 18 chilometri. Nel ghetto vennero inglobate 73 delle 1800 vie della città comprendenti 27.000 appartamenti, un cimitero, un campo sportivo, 14 orfanotrofi, alcuni teatri, negozi e ristoranti di lusso per gli ebrei facoltosi. L'estensione del ghetto subì vari ridimensionamenti. Nel 1941 furono creati il ghetto piccolo (100.000 ebrei) e il ghetto grande (300.000 ebrei).
Tarcento, Giorno della Memoria, parte del pubblico in sala. Fotografia di E. Varutti

Nel ghetto imperversavano la fame, le malattie e la morte. Nel 1941 vi morirono circa 100.000 persone. Il 22 luglio 1942 iniziò la “Grande Operazione“, la deportazione, durata quasi 2 mesi, di circa 265.000 ebrei nel vicino campo di sterminio di Treblinka, attivo dal 23 luglio 1942. Ogni giorno venivano deportate dalle 2000 alle 13.500 persone che morivano subito dopo l'arrivo nel lager. Tra il 18 e il 22 gennaio 1943, in occasione dell'ennesimo tentativo di deportazione, gli ebrei si difesero per la prima volta con le armi. La rivolta culminò con l'eroica insurrezione del ghetto di Varsavia (19 aprile -16 maggio 1943), che costò la vita ai circa 60.000 ebrei sopravvissuti alla deportazione. Il ghetto di Varsavia è andato completamente distrutto.
“Al suo posto, oltre a un  frammento di muro e ad alcune tracce dei suoi vecchi confini sparse tra i grattacieli della città – ha concluso la Menotti – si snoda un commovente percorso della Memoria che accompagna il visitatore fino alla Umschlagplatz, nella parte più a nord del grande ghetto, da dove partivano ogni giorno i convogli diretti a Treblinka con il loro carico umano destinato alle camere a gas”.
Tiziana Menotti (Udine 1954) è medico e slavista, appassionata di lingua e cultura ceca. Fotografia di Leoleo Lulu
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

giovedì 31 gennaio 2019

Ariel Haddad, rabbino della Slovenia, parla della Shoah. Giorno della Memoria a Udine sud


È stato Guglielmo Cocco, delegato pastorale della parrocchia di S. Pio X, a Udine, ad aprire l’originale Giorno della Memoria il 29 gennaio 2019. “La Shoah ci tocca proprio da vicino e voglio ricordare che mio nonno ospitò una famiglia di ebrei – ha detto Cocco – evitando loro la deportazione nazista”. Poi ha accennato all’assenza di don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X, sostituito in sala da don Pietro Giassi, vice parroco. L’invito in sala riportava comunque il contributo di don Maurizio Michelutti, riportato alla fine di questo articolo del blog.
Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine porta il saluto all’incontro sul Giorno della Memoria in S. Pio X del 29.1.2019, vicino a don Pietro Giassi, vice parroco, Ariel Haddad, rabbino della Slovenia e direttore del Museo della Comunità Ebraica di Trieste "Carlo e Vera Wagner", Tiziana Menotti e Elio Varutti. Fotografia di Leoleo Lulu

Ha avuto la parola in seguito Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, che ha patrocinato l’iniziativa. “Abbiamo coordinato volentieri vari incontri per il Giorno della Memoria – ha detto Cigolot – in collegamento alla mostra “Aurelio e Melania Mistruzzi Giusti tra le Nazioni” visitabile, fino al 17 febbraio 2019 e proprio all’inaugurazione di tale mostra abbiamo conosciuto la signora Lea Polgar, che quando aveva dieci anni, fu salvata dalle retate naziste a Roma dai coniugi Mistruzzi, dichiarati poi Giusti tra le Nazioni”.
Cigolot, che ha portato il saluto del sindaco Pietro Fontanini, ha concluso con una riflessione incentrata sul fatto che “è proprio vero che non possiamo nascondere l’umanità”. 
Marco Balestra, presidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine, si è complimentato con gli organizzatori della serata, divenuta una ormai tradizione, primo fra tutti il gruppo culturale parrocchiale di S. Pio X. Poi Balestra ha ricordato di “lanciare tanti messaggi per scuotere le cosciente assopite, puntando sui giovani che danno molte risposte positive sul tema della Shoah”.
Marco Balestra, presidente dell’ANED di Udine. Fotografia di Leoleo Lulu

Un intervento molto seguito e con una impostazione teologica è stato quello di don Pietro Giassi, vice parroco di S. Pio X. “Mi sono chiesto che cos’è il Giorno della Memoria per me – ha detto don Giassi – allora sono andato a cercare le parole del profeta Isaia per capire che dobbiamo guardare qual è la strada buona da seguire”.
Ariel Haddad, rabbino della Slovenia e direttore del Museo della Comunità Ebraica di Trieste "Carlo e Vera Wagner", ha effettuato l’intervento più atteso. Si è domandato se ci sia dell’antisemitismo in Europa. La sua risposta è che “l’antisemitismo non è stato sradicato, anzi resta nei pregiudizi e nelle equazioni dell’ebreo ricco, intelligente e di successo, fino ad arrivare a ripescare il falso documento dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion sugli ebrei che desideravano dominare il mondo, oppure sul concetto di razza e di creazione del nemico”.
Sono solo alcuni cenni all’articolato e complesso discorso del rabbino, che ha concluso il suo intervento citando Primo Levi sull’indifferenza provata dalle persone circa i primi atti di persecuzione razziale avvenuti in Italia, dopo le Leggi razziali del 1938.
Sono seguiti gli interventi con diapositive in Power Point della studiosa Tiziana Menotti sul “Ghetto di Varsavia” e di Elio Varutti su “Ebrei iugoslavi salvati dall’Esercito italiano al Campo di concentramento di Arbe, Dalmazia”, cui si rinvia ai brani tratti dal depliant di sala pubblicati poco sotto.
Don Pietro Giassi, Ariel Haddad, rabbino della Slovenia e Tiziana Menotti. Fotografia di Leoleo Lulu
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Si riportano qui di seguito, a cura della redazione del blog, gli interventi dei quattro relatori al Giorno della Memoria, svoltosi la sera del 29 gennaio 2019, nella parrocchia di S. Pio X a Udine, predisposti per il biglietto col programma di sala.

Saluto del Parroco don Michelutti nel Giorno della Memoria 2019
Carissimi, la comunità parrocchiale di S. Pio X in Udine, con grande disponibilità accoglie la proposta di ospitare l’incontro in occasione del Giorno della Memoria 2019.
Parlare di Memoria riguardo ad un evento difficile e drammatico che ha toccato persone e luoghi non è un semplice “ricordare” qualcosa che è avvenuto nel passato ma, come esprime in modo più significativo e vivo il concetto biblico del “memoriale”, è ripresentare, rinnovare, rendere nuovo ed effettivamente presente nell’oggi quell’evento accaduto tanto tempo fa.
Un pesachim  ebraico della notte di Pasqua, parte del racconto che il padre di famiglia fa ai figli circa l’evento della liberazione dalla schiavitù d’Egitto, afferma che “in ogni generazione, ognuno deve considerare se stesso come se egli in persona fosse uscito, quella notte, dall’Egitto”.
Penso e mi auguro che questa giornata davvero speciale sia una giornata “memoriale”, l’opportunità di riflettere e soprattutto rivivere in prima persona quegli eventi del passato, per riprendere in mano la nostra umanità e renderla più umana, nuova e aperta ad orizzonti di pace che soli producono, nel cuore dell’uomo, quella speranza che desidera fortemente e giustamente che eventi così tristi e tragici non succedano mai più.
Buon lavoro a tutti coloro che con passione e competenza ci offrono questo importante evento e un grazie di cuore a tutti coloro che, a qualsiasi livello, rendono possibile questo incontro-esperienza di profonda umanità.
Don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X, Udine.

Guglielmo Cocco, delegato pastorale di S. Pio X di Udine. Fotografia di Leoleo Lulu

Le Leggi Razziste del 1938
Qualche settimana dopo il giro di boa del nuovo anno, il 2019, ci si volta indietro e si pensa ai significati di quello passato.
Dal punto di vista storico si può dire che due eventi di rilevanza fondamentale per l’Italia hanno visto nel 2018 un anniversario fondamentale. Il primo, dal punto di vista cronologico, è il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale. Il secondo è l’Ottantesimo Anno dalla promulgazione delle Leggi Razziste (o razziali che dir si voglia).
Non c’è dubbio che per quanto riguarda la Comunità Ebraica italiana le Leggi Razziste promulgate dal governo di Mussolini sanciscono una frattura insanabile tra l’ebraismo italiano e la sua patria. Gli ebrei italiani, negli anni del Risorgimento e dell’Italia liberale avevano partecipato con ardore alla costruzione di uno stato liberale e moderno. Negli anni del Fascismo, invece, vedono le loro esistenze prima minacciate, poi limitate, sopraffatte, derubate, umiliate e annientate.
Coloro che contribuirono con speranza alla costruzione della Nazione, si videro da essa stessa respinti e obliterati.
La genesi di queste Leggi affonda le sue radici filosofiche e storiche in un coagulo di motivazioni che, sorprendentemente, si fanno beffe delle idee di modernità democrazia e uguaglianza che il mondo moderno sembrava aver fatto definitivamente proprie, scagliando gli ebrei d’Europa nell’incubo del genocidio di massa oramai conosciuto come Shoah. Non si può non pensare a quanto siamo vicini all’oblio di quegli anni.
Ariel Haddad, rabbino della Slovenia e direttore del Museo della Comunità Ebraica di Trieste "Carlo e Vera Wagner".
 Il pubblico in sala. Fotografia di E. Varutti


Tra i grattacieli di Varsavia. Ciò che resta del ghetto più grande d'Europa
Prima del 1939, a Varsavia viveva la comunità ebraica più grande d'Europa con circa 400.000 unità. Nel marzo 1940 i nazisti ordinarono di recintare la zona abitata tradizionalmente dagli ebrei. L'operazione terminò il 16 novembre 1940, quando il ghetto, indicato ufficialmente come quartiere residenziale ebraico, fu chiuso definitivamente. Il ghetto di Varsavia era il più grande d'Europa anche per superficie (4 km²). Il muro che lo delimitava era alto 3 metri e lungo 18 chilometri. Nel ghetto vennero inglobate 73 delle 1800 vie della città comprendenti 27.000 appartamenti, un cimitero, un campo sportivo, 14 orfanotrofi, alcuni teatri, negozi e ristoranti di lusso per gli ebrei facoltosi. L'estensione del ghetto subì vari ridimensionamenti. Nel 1941 furono creati il ghetto piccolo (100.000 ebrei) e il ghetto grande (300.000 ebrei).
Nel ghetto imperversavano la fame, le malattie e la morte. Nel 1941 vi morirono circa 100.000 persone. Il 22 luglio 1942 iniziò la “Grande Operazione“, la deportazione, durata quasi 2 mesi, di circa 265.000 ebrei nel vicino campo di sterminio di Treblinka, attivo dal 23 luglio 1942. Ogni giorno venivano deportate dalle 2000 alle 13.500 persone che morivano subito dopo l'arrivo nel lager. Tra il 18 e il 22 gennaio 1943, in occasione dell'ennesimo tentativo di deportazione, gli ebrei si difesero per la prima volta con le armi. La rivolta culminò con l'eroica insurrezione del ghetto di Varsavia (19 aprile -16 maggio 1943), che costò la vita ai circa 60.000 ebrei sopravvissuti alla deportazione. Il ghetto di Varsavia è andato completamente distrutto. Al suo posto, oltre a un  frammento di muro e ad alcune tracce dei suoi vecchi confini sparse tra i grattacieli della città, si snoda un commovente percorso della Memoria che accompagna il visitatore fino alla Umschlagplatz, nella parte più a nord del grande ghetto, da dove partivano ogni giorno i convogli diretti a Treblinka con il loro carico umano destinato alle camere a gas. Tiziana Menotti.
 L'intervento di Tiziana Menotti. Fotografia di Germano Vidussi
Ebrei iugoslavi salvati dall’Esercito italiano al Campo di concentramento di Arbe, Dalmazia


Non pare neanche vero che un lager possa salvare delle vite. Bisogna dire che l’Italia fascista, con la Germania, invade la Jugoslavia nel 1941. Nelle zone di occupazione italiana e in altre parti vengono relegati nei campi di concentramento gli allogeni, come vengono chiamati gli sloveni o i croati dissidenti o ribelli.
Succede altresì che, dal 1941 al 1943, al Campo di concentramento dell’Isola di Arbe, in Dalmazia, l’Esercito Italiano sottrae 2.180 ebrei iugoslavi dalle grinfie del nazisti e degli ustascia croati.  Per i piani di Hitler dovevano finire essi ad Auschwitz, noto Campo di sterminio. È una storia poco nota. Certi storici sono stai troppo impegnati a glorificare i vincitori, oscurando la figura dell’italiano-brava gente.
Le cose cambiano dopo il 1989, con la Caduta del Muro di Berlino e il venir meno delle ideologie. Con la Legge italiana del 20 luglio 2000, n. 211, istitutiva del Giorno della Memoria e dalla analoga risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, c’è più consapevolezza sul tema della Shoah. Così si fa chiarezza e si rende giustizia a quegli ufficiali italiani che, rischiando la vita, si sono prodigati per evitare la deportazione di migliaia di ebrei balcanici. Elio Varutti.
Il pubblico in sala poco prima dell'inizio. Fotografia di E. Varutti
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Il Giorno della Memoria a Udine sud è stato organizzato dal gruppo culturale della Parrocchia di S. Pio X di Udine, in collaborazione con l'Associazione Insieme con Noi, il Gruppo Alpini Udine Sud e il patrocinio del Comune di Udine col titolo generale: La Shoah a Udine sud. Luoghi e storie fra deportazioni e campi di concentramento. Impaginazione e grafica del biglietto di sala a cura di Anna Del Fabbro.

Si ricorda che la mostra “Aurelio e Melania Mistruzzi Giusti tra le Nazioni” è visitabile, fino al 17 febbraio 2019, il venerdì a ingresso libero dalle ore 14,30 alle 17,30, oltre al sabato e domenica dalle ore 10 alle 13 e dalle 14 alle 17,30 a Palazzo Morpurgo, in Via Savorgnana a Udine.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Grazie a Anna Del Fabbro per la grafica del volantino. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo, come quella di Leoleo Lulu, di Germano Vidussi e di E. Varutti