domenica 13 marzo 2022

Ecco Mario Candotto, da Ronchi, sopravvissuto al Campo di concentramento di Dachau

È riuscito a sopravvivere al lager perché lavorava in modo coatto per la BMW, vicino a Monaco di Baviera. Ci sapeva fare col tornio, nonostante le sue conoscenze di meccanica fossero dovute solo alla scuola, come ha raccontato. Solo così è riuscito a portare a casa la ghirba. Si sa che a Flossenbürg i tedeschi realizzano uno stabilimento sotterraneo BMW per la produzione di motori per mezzi corazzati, come ha scritto Maria Chiara Laurenti, nel 2007.

Lo scampato al lager è Mario Candotto, da Ronchi dei Legionari (GO) - foto sopra -, che ha detto di aver lavorato per la BMW a Trostberg, un sotto-campo di Dachau e, per tre mesi, dal 20 luglio 1944 in poi, anche a Markisch, in Bassa Lorena, annessa al Terzo Reich, in francese è: Sainte-Marie-aux-Mine. Ovvero: Santa Maria delle Miniere. La fabbrica là era in un tunnel ferroviario, per sfuggire ai bombardamenti angloamericani. Io dipendevo da un ‘meister’ in fabbrica, che non mi maltrattava, come invece facevano le guardie nel lager con baracche di 500 detenuti, anzi lui mi faceva trovare qualche pezzo di pane. L’ho rivisto nel dopoguerra e faceva finta di niente, ero assieme ad un altro sopravvissuto di Pola, che gli ha gridato: Ehi meister, così ci siamo messi a scambiare qualche parola. Il turno di lavoro in fabbrica era di 12 ore e quello che subentrava al mio posto era un croato del lavoro volontario, un ustascia, guai se avesse saputo che ero stato catturato come sospetto partigiano, perché me gaveria copà”.

Mi vuol parare di Dachau? “Sì, i nazisti in Campo di concentramento volevano cancellare l’essere umano – ha risposto – eravamo più di 32.000 prigionieri, ma per loro eravamo solo dei numeri. Negli appelli estenuanti al freddo io dovevo dire, in tedesco, il n. 69.610. Era tutto un gridare. Nessuna guardia parlava in modo normale. Il problema più grave era la fame. Poi le botte, il terrore, le urla e la divisa a righe, che oggi… digo el pigiama. Nel dopoguerra no te podevi parlar del Campo de concentramento neanche in famiglia. Iera robe che pochi i credeva, sembrava esagerazioni. Me diseva: Basta parlar de guera ”. Foto sotto: cartolina di Ronchi dei Legionari, viaggiata nel 1935 foto G. Peluchetti, Monfalcone.

Quando è stato arrestato a Ronchi dei Legionari e da chi? “Era il 24 maggio del 1944 – ha detto Candotto – all’alba arrivano i camion di tedeschi con i repubblichini per un rastrellamento. Hanno catturato una settantina persone, compresa la mia famiglia. Dopo si sa che 32 ronchesi sono morti nei lager. A casa mia sono entrati i repubblichini e sono andati a cercare in vari posti, compresa la vaschetta del water, dove avevo nascosto una bustina partigiana con la stella rossa [il copricapo è detto: la titovka, NdR]. Ci hanno portati via tutti. Con me c’erano mia mamma Maria Turolo, mie sorelle Ida e Fede, oltre a mio papà Domenico Candotto, detto Muini [in friulano], o Monego [in bisiaco, idioma di Ronchi e Monfalcone, NdR], perché era sagrestano a Porpetto (UD). Ci hanno trasferito al carcere del Coroneo di Trieste. Dopo un po’ di giorni ci hanno caricato sui carri ferroviari, non sapevamo perché, poi abbiamo visto il campo di concentramento. I carri con i prigionieri erano aperti, ma nessuno, per paura, tentava di scappare. Il grande rastrellamento nazista a Ronchi è stato possibile perché due partigiani avevano fatto la spia: erano un certo Florean, detto ‘Cicogna’ e il tale Soranzio, detto ‘Crock’, oppure: ‘Cubo”.

Sono diversi i partigiani doppiogiochisti, anzi troppi. Gli esperti ne parlano poco, forse perché la polvere del salotto è meglio lasciarla sotto il tappeto. È stato Mario Tardivo, presidente dell’ANED di Ronchi a fare i nomi di quelle due spie sulla Cronaca di Gorizia de «Il Piccolo» del 5 maggio 1999; si tratterebbe di Ferruccio Soranzio, nome di battaglia ‘Crock’ ed Umberto Florean ‘Cicogna’. Le cifre degli arresti di Ronchi sono state pubblicate su «Il Piccolo» del 26 maggio 2016. Gli arrestati sono imprigionati dalla “SIPO Triest” (Archivi di Arolsen). La Scherheitspolizei (SIPO) è la polizia di sicurezza tedesca di stanza a Trieste. Per i ronchesi ed altri detenuti il 31 maggio 1944 è il giorno di partenza per i lager nazisti.

Lager di Dachau - Scheda di Candotto Mario, nato nel 1926 a Polpetto (sic, in realtà: Porpetto). Arolsen Archives (D).

Com’è stata la liberazione a Dachau? “Ci sono arrivato il 2 giugno 1944 e alla fine pesavo circa 40 chili – ha replicato Mario Candotto – un prigioniero russo spilungone pesava solo 28 chili, la mattina del 29 aprile 1945 molte guardie SS erano scappate con i kapò resisi colpevoli di violenze e assassini di detenuti. Prima di quella giornata hanno preso 1.500 prigionieri dal nostro sotto-campo per ammassarli a Dachau, volevano far sparire tutte le tracce della prigionia. Non ci danno la sveglia alle 4,30 come al solito e c’era trambusto da qualche giorno, poco dopo abbiamo visto una jeep coi soldati americani vicino al Campo, era una grande gioia, ci hanno detto di stare calmi, per evitare spargimento di sangue e vendette varie sulle ultime guardie arresesi agli alleati, così abbiamo fatto, poi con i documenti in una decina di italiani ci siamo diretti verso Salisburgo e lì abbiamo trovato un Campo per reduci, dove ci hanno rifocillato e poi via verso Tarvisio e l’Italia. È a Salisburgo che una mia sorella sopravvissuta pure lei ad Auschwitz, ha visto il mio nome scritto sul registro del Campo di reduci, scoprendo che ero ancora vivo”.

Con quale mezzo viaggiavate? “Son tornà a casa a pie in più di dieci giorni! – ha detto Candotto – ma mio papà e mia mamma non sono più tornati, mia mamma Maria Turolo (1890-1945) ha finito di vivere in una Marcia della morte, così mi ha raccontato una certa Brumat, detta Slavica, mio papà Domenico Candotto (1886-1944) stava nella baracca dei preti per almeno due mesi, lavorava in fabbrica ed è morto in una succursale del lager. L’ha sotterrato un altro detenuto di Monfalcone nel piccolo cimitero del paese, mi disse che aveva un anello di ferro al dito, prodotto da un chiodo”.

In effetti negli Archivi di Arolsen (Germania), consultabili in Internet, si è trovato il certificato di morte del padre di Mario Candotto. Il suo babbo Domenico Candotto, di Porpetto (UD), risulta deceduto il: “23 novembre 1944 a Dachau II”.

Lager di Dachau - Documento di Candotto Mario, nato nel 1926 a Polpetto (sic, in realtà: Porpetto). Arolsen Archives (D).

Come mai da Porpetto la sua famiglia è giunta a Ronchi dei Legionari? “Mio papà era caligher – ha aggiunto Mario Candotto – pensi che nel 1911 aveva fabbricato un paio di scarpine per la principessa Iolanda di Savoia, ma non le sono state recapitate, perché qualcuno aveva introdotto un biglietto contro i regnanti, così sono ritornate indietro con i carabinieri in casa. Eravamo sette fratelli e il primogenito Massimo era un seminarista, ma poi ha cambiato idea, così è stato uno scandalo per tutta la famiglia. Venivamo segnati a dito per il paese; è per tale motivo che mio padre ha cercato lavoro nei cantieri, ci siamo stabiliti a Ronchi e ha dovuto iscriversi al fascio per lavorare. Due mie sorelle si sono sposate. Poi arriva la seconda guerra mondiale, un mio fratello è militare in Jugoslavia e ci raccontava le ingiustizie contro la popolazione che vedeva là.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 cosa succede? “In tre fratelli, Lorenzo, Massimo ed io volevamo andare coi partigiani garibaldini – ha spiegato il testimone – ma a Vermegliano, che fa parte del comune di Ronchi dei Legionari, i miei fratelli mi hanno detto: Tu vai a casa, qui siamo già in due. Allora io son tornato a casa, mentre loro sono andati a Doberdò del Lago (GO), dove era in corso l’ammassamento delle reclute partigiane. Loro hanno partecipato alla costituzione della Brigata proletaria. Dopo un comizio ai cantieri navali del 10 settembre, c’è stato l’invito agli operai ad unirsi ai partigiani titini. Oltre 1.000 volontari si incamminano verso il punto di raccolta alle Cave di Selz, frazione di Ronchi, per attaccare poi Gorizia, difesa dai nazifascisti. La battaglia del 28 novembre 1943 segna l’annientamento della Brigata proletaria, dove muore anche un mio fratello. Poi io ho fatto il portaordini dei partigiani”.

Lager di Dachau - Certificato di morte di Domenico Candotto, padre di Mario. Archivi di Arolsen (D)

Conteme la storia delle due monete in Campo di concentramento. “Quando ero prigioniero a Dachau – ha precisato Candotto – mentre si aspettava l’appello in cortile, spostavo la ghiaia con i piedi e ho visto due monete da cinque marchi l’una, allora le ho ricoperte e, dopo la guerra, quando sono tornato a Dachau in un viaggio della memoria con l’ANED, perché sa, io sono iscritto all’ANED di Udine, sono andato a cercare proprio quelle monete tra la meraviglia e la curiosità dei presenti, ma non le ho mica più trovate”.

Nella primavera del 1947, dopo la firma del trattato di pace (10 febbraio) e il ritorno della sovranità italiana nell’Isontino (Gorizia, Ronchi e Monfalcone), più di duemila operai dei Cantieri navali di Monfalcone, uno dei principali del Mediterraneo, lasciano il lavoro, le case e l’Italia per raggiungere i Cantieri di Fiume e Pola e altre località ormai annesse alla Jugoslavia, dove sperano di vivere in una società libera e più giusta. In seguito, la delusione per le condizioni di vita e la scelta di appoggiare Stalin contro Tito dopo la “scomunica” del partito comunista jugoslavo in seguito alla Risoluzione del Cominform del 28 giugno 1948, causarono una sconfitta bruciante che ebbe devastanti ripercussioni sulle vite personali e familiari: dal ritorno a casa alla detenzione nei gulag di Tito, tra i quali “l’inferno” di Goli Otok, l’Isola Calva. (vedi: Chiara Fragiacomo, 2017).

Ho saputo che è stato uno dei ‘cantierini’ andati a rinforzare il cosiddetto paradiso socialista di Tito. “Sì, sono partito anch’io come tanti qui di Ronchi e lavoravo in una autorimessa – ha concluso Mario Candotto – ma sono ritornato in Italia quattro mesi prima della Risoluzione del Cominform del 1948, così non mi hanno recluso nel campo di concentramento titino. Che delusione un guerrigliero come Tito, che poi pensa solo al potere, così ho gettato la tessera del partito comunista e mi sono avvicinato al movimento anarchico”.

Sul "Piccolo", del 30 luglio 2025, e sul sito web della RAI, TGR del Friuli Venezia Giulia, si legge che Mario Candotto è morto a Ronchi dei Legionari (GO).

Fonte orale – Mario Candotto - foto sopra -, Porpetto (UD), 2 giugno 1926, intervista di Elio Varutti del giorno 11 marzo 2022 a Ronchi dei Legionari (GO), in presenza di Paolo Boscarol, Franco Pischiutti e di Zorzin.

Cenni bibliografici e del web (consultazione del 12.3.2022)

- Arolsen Archives, Archiv zu den Opfern und Überlebenden des Nationalsozialismus, Bad Arolsen, Deutschland, personen Candotto Mario, geburtsdatum 06.02.1926, prisoner 69.610.

Chiara Fragiacomo, Fuga dall’utopia. la tragedia dei“monfalconesi”. 1947-1949, Novecento.org, n. 8, agosto 2017.

- Maria Chiara Laurenti, L’economia tedesca e il lavoro dei deportati, Pinerolo (TO), aprile 2007.

Giovanni Melodia, La liberazione di Dachau nelle parole degli americani, Archivio storico dell’Associazione Nazionale Ex Deportati (ANED).

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Note – Progetto e attività di ricerca di: Elio Varutti, docente di Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata all’Università della Terza Età (UTE) di Udine. Networking di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Mario Candotto, Paolo Boscarol e il professor Stefano Meroi. Grazie all’architetto Franco Pischiutti (ANVGD di Udine) per la collaborazione riservata alla ricerca. Copertina: Mario Candotto. Fotografie di Elio Varutti.

Ricerche per il blog presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/


mercoledì 23 febbraio 2022

Presentato ‘La patria perduta’ e assegnato a Elio Varutti il sigillo della città di Udine

È stato Pietro Fontanini, sindaco di Udine, a consegnare il sigillo della città nelle mani di Elio Varutti. L’evento si è svolto nel pomeriggio in sala Ajace il giorno 11 febbraio 2022 nell’ambito delle cerimonie per il Giorno del Ricordo, organizzate dall’Assessorato alla cultura con l’assessore Fabrizio Cigolot, con la collaborazione del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD). Cigolot ha aperto l’incontro, accennando all’importanza di parlare del Giorno del Ricordo e delle pubblicazioni come quella che si presenta sulla vita quotidiana nel Centro raccolta profughi di Laterina, in provincia di Arezzo, dopo la seconda guerra mondiale per gli esuli Istriani, Fiumani e Dalmati.

La professoressa Elisabetta Marioni, assessore comunale all’Istruzione e socia dell’ANVGD, dopo aver partecipato all’intitolazione del piazzale Norma Cossetto al mattino, nella stessa serata ha detto che: “con l’amico e collega Elio Varutti per molti anni ho collaborato in studi e ricerche sulla cultura materiale e immateriale del Friuli, nonché sugli eccidi delle foibe e sul dramma dell’esodo giuliano dalmata all’Istituto ‘B. Stringher’. Il sigillo della città conferitogli è un’onorificenza meritatissima anche perché il professor Varutti ha coinvolto il mondo della scuola nella divulgazione e nell’approfondimento di queste tematiche ancor prima dell’istituzione del Giorno del Ricordo”. La Marioni ha voluto citare i libri sul tema dell’esodo giuliano dalmata da Varutti, come Il campo profughi di via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, edito dal Comitato di Udine dell’ANVGD nel 2007. Poi c’è il volume scritto con Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, edito nel 2015 dall’Istituto Stringher di Udine col titolo: Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960. Infine c’è il testo edito dalla Provincia di Udine / Provincie di Udin nel 2017: Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, disponibile anche nel web dal 2018.

Elisabetta Marioni, Pietro Fontanini e Elio Varutti. Foto di Leoleo Lulu

Ecco la motivazione ufficiale del riconoscimento letta dal sindaco Fontanini: “per la costante e proficua opera di studio, ricerca e diffusione delle vicende storiche di Udine e del Friuli e, in particolare delle tragedie legate all’esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati nel secondo dopoguerra”.

Ha poi avuto la parola Elio Varutti. “Per questo libro – ha detto l’autore - devo ringraziare Claudio Ausilio, esule di Fiume e delegato provinciale dell’ANVGD di Arezzo, per le articolate e pazienti ricerche da lui svolte sul territorio; le fotografie che vedete sono state reperite da lui con una serie attenta di contatti con centinaia di profughi e loro discendenti in Italia e all’estero, come Australia, Canada, USA, Brasile, Francia”.

È così che si è venuti a sapere che il Campo profughi di Laterina (AR), dal 1946 al 1963, per ben diciassette anni, funziona come Campo profughi per italiani in fuga dall’Istria, Fiume e Dalmazia (per oltre 10mila persone), terre assegnate alla Jugoslavia col trattato di pace del 10 febbraio 1947. Sono italiani della patria perduta. Nelle baracche patiscono il freddo e la fame. Tra i più anziani di loro ci fu un alto tasso di suicidi. A Laterina giungono pure alcuni sfollati dalle ex colonie italiane. “Con questo libro – ha concluso Varutti – si è analizzata la vita quotidiana degli esuli e l’incontro-scontro con la popolazione locale, fino alla completa integrazione sociale, mediante qualche matrimonio misto (toscani e giuliano dalmati) e, soprattutto, col lavoro, la scuola e con l’assegnazione delle case popolari ai profughi. Quasi tutti gli esuli destinati al Crp di Laterina sono transitati per Trieste e per il Centro smistamento profughi di Udine di via Pradamano, che ospitò oltre 100mila persone”.

“Voglio infine ringraziare l’editore che ha creduto in questa tematica – ha concluso Varutti – oltre a Guido Giacometti, dell’ANVGD della Toscana, a Bruna Zuccolin, dell’ANVGD di Udine e Renzo Codarin, presidente nazionale dello stesso sodalizio degli esuli, oltre a Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo”.

Parla il sindaco Pietro Fontanini

Ha chiuso l’incontro Bruno Bonetti, vicepresidente dell’ANVGD di Udine, portando il saluto di Bruna Zuccolin, presidente assente per infortunio. Bonetti ha ricordato la grande accoglienza del volume ‘La patria perduta’ tra il pubblico e le autorità registratasi sia nelle presentazioni pubbliche di Trieste, il 26 settembre 2021, che in quella di Laterina del 2 ottobre 2021 e all’Università della Terza Età di Udine il 20 gennaio 2022”.

Il libro presentato – Elio Varutti, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Aska edizioni, Firenze, 2021.

Parla Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine

Note – Progetto e attività di ricerca di: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Con la collaborazione di: Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio Bruno Bonetti, Rosalba Meneghini. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie di Daniela Conighi, Leoleo Lulu, Giorgio Gorlato  e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Elio Varutti. Foto di Leoleo Lulu


Dal "Messaggero Veneto", Cronaca di Udine, del 16 febbraio 2022

Il diploma che accompagna il sigillo in bronzo della città

martedì 15 febbraio 2022

La bambina con la valigia, Egea Haffner. Una vicenda umana nella tragedia dell’Istria (1943-1947)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo nel blog un articolo di Laura Brussi, esule di Pola. La ringraziamo per le significative parole dedicate all’esodo giuliano dalmata e all’icona di quel fatto storico: Egea, la bambina con la valigia. La congiura del silenzio si sta sfaldando e dalla legge istitutiva del Giorno del Ricordo del 2004 sempre più esuli e loro discendenti  hanno il coraggio di raccontare in pubblico la propria struggente testimonianza. Siamo convinti che così si recupera un pezzo di storia d’Italia negata per troppo tempo. Ecco il commovente testo di Laura Brussi. 

(a cura di Elio Varutti)

La grande storia non è fatta soltanto dal pensiero umano e dagli eventi che ne sono scaturiti, né tanto meno dalle ideologie susseguitesi nel corso dei tempi. Al contrario, si compone anche di un’immensa cifra delle storie personali che, alla fine, hanno contribuito a determinare lo svolgimento di quella generale, e con essa, dei grandi valori umani e civili, in lotta perenne con ricorrenti iniquità.

In queste storie personali s’inserisce a buon diritto quella di Egea Haffner, la discreta “Esule Giuliana 30001” che è diventata un simbolo della tragedia di Pola, trovando spazio anche in un volume di  riferimento che la stessa Egea ha scritto assieme a Gigliola Alvisi, con il decisivo supporto di “un importante Maestro”, il marito Gianni (La Bambina con la valigia: il mio viaggio tra i ricordi di esule al tempo delle foibe, Edizioni Piemme, Milano 2022, pagg. 206) e che si legge davvero di getto, a conferma di interesse e partecipazione coinvolgenti.

Nel tenebroso maggio del 1945, mentre altrove trionfava la pace, una Pola atterrita assisteva con  sgomento alle violenze indiscriminate del nuovo padrone, a cominciare da quelle che ebbero per involontarie protagoniste le tante foibe del territorio circostante. In una di queste voragini scomparve anche l’amato buon padre di Egea, persona integerrima di soli ventisei anni, ucciso proditoriamente dai partigiani slavi, come tanti altri, per la “sola colpa di essere italiano”.

Papà Kurt fu catturato a tre giorni dalla “conquista” titina del capoluogo istriano, presenti i familiari, con la consueta scusa di un semplice “controllo”. Purtroppo non sarebbe più tornato, e la prova del suo infame destino sarebbe giunta dopo qualche giorno, quando uno degli aguzzini fu visto in città con la sciarpa che papà aveva indossato al momento dell’arresto. Per Egea, che aveva appena tre anni, quella fu una tragedia tanto improvvisa quanto traumatica, seguita a breve dal dramma dell’esodo, dapprima per la Sardegna e poi per l’Alto Adige.

Nonostante l’età infantile, la “bambina con la valigia” comprese subito che avrebbe dovuto “abbandonare la riva sicura dell’amore per un mare ignoto” incontrando tutto lo strazio di “quel dolore segreto che solo i bambini sanno provare”. Il resto diventa un corollario: le incomprensioni di un popolo che usciva dalla grande tragedia collettiva della guerra, delle distruzioni e della morte; il trattamento non troppo cristiano ricevuto da qualche Suora del Collegio alto-atesino dove avrebbe frequentato i primi due anni di scuola elementare, prima che la zia Ilse la trasferisse in quella pubblica; i disagi rivenienti dalle abitazioni precarie e dalle pesanti ristrettezze economiche.

Eppure, la vita doveva continuare. Egea, diventata improvvisamente ben più matura della sua età anagrafica, fu capace di reagire in maniera costruttiva alla sventura da cui era stata colpita, al pari del “vir bonus” di Seneca posto davanti alla “mala fortuna”. Di qui, la sua capacità di apprezzare quanto poteva esserle offerto, come le limpide acque di un mare che ricordava tanto quello della sua Istria; la “fortuna” di avere evitato i disagi e le promiscuità dei tristissimi campi profughi; e più tardi, la scoperta di valide e serie attitudini professionali, come accadde con la prima vendita “senza sconto” di un piccolo gioiello nel negozio dello zio.  Egea avrebbe progredito bene anche nello studio, e non appena giunta in età idonea, fu subito assunta dall’Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli Statali. Mantenne un buon rapporto con la mamma che era rimasta a Cagliari dove, in seguito, aveva costruito una nuova famiglia, ma volle rimanere a Bolzano con lo zio Alfonso e con Ilse, che ebbe il dolore di perdere quando la zia era in età ancora giovane.

Poi, ci fu l’incontro con Gianni, che sarebbe diventato l’uomo della sua vita e padre delle sue figlie Roberta e Ilse, e che dopo la laurea in Ingegneria avrebbe assunto posizioni di crescente rilievo professionale, fissando la residenza familiare nella bella casa di Rovereto, non lontano dalla Campana dei Caduti. L’Ing. Giovanni Tomazzoni, uomo giusto, coniuge e padre esemplare, è appena scomparso, ma Egea ha affrontato il dolore nella consapevolezza che, al pari del papà, è sempre accanto a lei, con una sommessa, costante, protettiva Presenza.

Oggi, Egea dedica molto tempo al Ricordo, compreso quello istituzionale di cui alla Legge 30 marzo 2004 n. 92, che ha voluto onorare i venti mila Martiri delle foibe o altrimenti massacrati dai partigiani di Tito, e con essi, i 350 mila Esuli da Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, facendo contestualmente conoscere le “complesse vicende del confine orientale”. In questa prospettiva si deve inquadrare, fra l’altro, l’attività di Egea - con il cuore italiano sempre a Pola - nell’ambito delle più recenti iniziative per onorare la memoria delle Vittime e il dramma degli Esuli.

In tale ambito, una realizzazione di alto spessore mediatico e simbolico è costituita dal Museo “Egea” sorto a Fertilia dei Giuliani (Sassari) proprio nel suo Nome, e in omaggio ai tanti profughi che costituirono il primo nucleo di un nuovo aggregato comunitario programmato all’insegna della speranza e della fede nei valori “non negoziabili”: per l’appunto, quelli della Bambina con la valigia.

Un contributo fondamentale all’iniziativa sarda è stato conferito da Egea e da Gianni Tomazzoni. Il Museo, voluto dalla Giunta Regionale nel complesso delle ex Officine EGAS  per onorare gli Esuli, a cominciare dai pescatori dalmati che approdarono in Sardegna dopo avere circumnavigato l’Italia, vide la  posa della prima pietra il 1° febbraio 2020 con l’intervento dell’Assessore Quirico Sanna e della stessa Egea col marito,  mentre l’inaugurazione ha fatto seguito nel breve volgere di un anno, e più precisamente nella primavera del 2021, grazie al solerte impegno dei promotori.

Il Museo, dovuto al progetto degli Architetti Govoni, Polese e Masala, è diventato realtà nel corso di una concorde dimostrazione di patriottismo, con l’intervento del Presidente della Giunta regionale Christian Solinas,  dello stesso Assessore Sanna e del Sindaco di Alghero Mario Conoci, insieme al Presidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia Piero Mauro Zanin, testimoni di una comune volontà politica e morale. Ciò, come da elette parole dello stesso Assessore Sanna, secondo cui il Museo “restituisce dignità e memoria a un popolo involontario protagonista di una vicenda che lo ha costretto a dividersi in tutto il mondo nell’indifferenza dei governanti” e rimuove “un velo di omertà” non più accettabile nella realtà contemporanea.

In tutta sintesi, Egea, anche attraverso il “suo” Museo, è diventata testimone perenne di una storia finalmente conosciuta, e nello stesso tempo, di “egregie cose” finalizzate a tradurla in impegni di  fede, e di umana civiltà. Conviene aggiungere che durante le interviste concesse alla RAI-TV e alla stampa in occasione del “Giorno del Ricordo” (10 febbraio 2022) Egea ha ulteriormente testimoniato il suo dramma di orfana e di esule, con qualche aggiunta eticamente ragguardevole: ad esempio raccontando che quando tornò a Pola per visitare il luogo in cui era stata scattata la celebre fotografia, e per rivedere la casa dell’infanzia, venne ad aprire una donna, alla quale disse che sarebbe stata lieta di dare uno sguardo alla sua cameretta di quel tempo lontano. Per tutta risposta fu cacciata via, in omaggio al verbo collettivista della nuova Jugoslavia!

Nell’epoca plumbea delle foibe, il grande Vescovo di Trieste e Capodistria, Mons. Antonio Santin, esortava a non disperare perché “le vie dell’iniquità non possono essere eterne”. Purtroppo, il cammino è ancora lungo, ma la “linea del possibile” di cui al pensiero di Benedetto Croce potrà avvicinarsi tangibilmente grazie a chi, come Egea, onora un grande impegno di memoria civile, e con esso, un’indomita speranza.

Laura Brussi, Esule da Pola

Fotografia dal sito web di federesuli.org  che si ringrazia per la diffusione nel blog 

Note – Autrice principale: Laura Brussi. Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti. Lettori: Laura Brussi e Sebastiano Pio Zucchiatti. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

domenica 13 febbraio 2022

L’Olocausto degli Ebrei di Bosnia, da una tesi di laurea dell’Università di Udine

La presente ricerca si basa su una tesi di laurea di Marica Dukic, dal titolo Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, discussa all’ateneo friulano nell’anno accademico 2014-2015. Relatrice di tale originale indagine è stata la professoressa Natka Badurina, dell’Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere. La laureanda si è avvalsa della recente letteratura sul campo in lingua bosniaca, come è per l’autore Jakov Danon, col suo: Memoari na holokaust Jevreja Bosanske Krajine, del 2010.

Siamo onorati di pubblicare nel blog, con qualche integrazione, la parte riferita alla Shoah della sua tesi. La pubblicazione in anteprima di queste interessanti pagine è frutto dello studio attento di Marica Dukic, che ringraziamo per averci messo a disposizione generosamente la sua opera per il presente articolo (a cura di Elio Varutti).

                                                                               

Gli ebrei giungono sul territorio della Bosnia ed Erzegovina nel 1541, passando per la Turchia, l’Albania, la Grecia, oppure per l’Italia, o per la Repubblica di Ragusa. I primi documenti scritti sugli ebrei risalgono al 1565, gli scritti di Sidžila, ossia le fonti ufficiali della corte di Sarajevo. I primi monumenti ebraici in Bosnia risalgono al 1551. La maggior parte degli ebrei che arrivano in quel periodo sono sefarditi, espulsi dai Paesi Iberici, ma c’è anche un gruppo di ebrei autoctoni di ascendenza askenazita, originario dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa.

Gli ebrei, dopo esser giunti in Bosnia-Erzegovina e fino ad oggi, a differenza di tutte le altre religioni, non hanno mai come scopo la sottomissione degli altri. Nel passato cercavano di andare d’accordo con tutti i popoli e con tutte le religioni del luogo. I sefarditi usano il ladino come lingua, invece gli askenaziti usano lo yiddish. Si stabiliscono maggiormente nelle città bosniache, concentrandosi intorno a quattro grandi centri urbani: Sarajevo, Travnik, Banja Luka e Bijeljina. Prima arrivano in piccoli gruppi o singoli individui per verificare le condizioni di vita, conoscere meglio il posto e la gente. Quando sono sicuri che non c’è il rischio di essere perseguitati o allontanati, comunicano alle famiglie e ai parenti di raggiungerli. Dalle quattro città più grandi si trasferiscono a Gradiška, Prijedor, Bosanski Novi, Kostajnica, Derventa, Bihać, Sanski Most, Foča, Višegrad, Zenica, Jajce ed altre località (Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, pag. 10).

Vengono accolti bene dal sultano turco Bayezid e ciò è confermato dalla costruzione della sinagoga nel 1581 a Sarajevo. Con il passare degli anni, tuttavia, gli ebrei perdono il loro status di privilegiati a causa dei corrotti detentori del potere ottomano, bramosi di arricchirsi chiedendo imposte e regali. Tale negativa situazione cambia durante la seconda metà del XIX secolo, quando Abdul Medžida, o Abdülmecid I, nel 1840 proclama il decreto per dare a tutti gli ebrei della Bosnia-Erzegovina la piena autonomia, riconoscimento dei diritti civili, la libertà religiosa e il permesso per la costruzione delle sinagoghe.

L’esercito dell’Impero Austro-ungarico, alla fine di giugno del 1878, invade la Bosnia-Erzegovina, instaurando una nuova amministrazione nella regione fino al 1918, provocando l’esodo di vari musulmani. L’area è pretesa dalle Autorità Austro-ungariche a seguito del Congresso di Berlino del 1878, sebbene continuasse a far parte dell’Impero ottomano. Nel 1908 l’Austria-Ungheria annette la Bosnia-Erzegovina ai propri domini, ponendoli sotto il proprio comando.

In tale periodo si nota un consistente sviluppo demografico della comunità giudaica. Si va dai 3.300 ebrei del 1878, dei quali 3.000 sono sefarditi, agli 11.868 individui del 1910, dei quali i sefarditi sono 8.219 e il resto sono askenaziti. Gli ebrei sono lo 0,62 per cento della popolazione bosniaca nel 1910, che non arriva a sfiorare i 2 milioni di abitanti (Marica Dukic, p. 11).

C’è la creazione di due distinte comunità ebraiche, una sefardita e l’altra askenazita a Sarajevo e Banja Luka. Sono stati scelti due rabbini e si sono diffuse due lingue diverse. Solo il 10 per cento della popolazione di fede ebraica vive in stato di povertà, mentre il resto degli individui è suddiviso egualmente tra chi vive in ottime, medie e modeste condizioni di vita (p. 12).

Alla fine della Grande guerra la Bosnia-Erzegovina fa parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni,  abbreviato in Regno di SHS. È uno Stato dell’Europa, riconosciuto dopo la Conferenza di pace di Parigi del 1919. Tale stato cambia nome alla creazione del Regno di Jugoslavia nel 1929.

Con l'inizio del 1940 pian piano si inizia a sentire che la guerra e il crollo del Regno di Jugoslavia si stanno avvicinando, ma nessuno sospettava che potesse creare danni così grandi e prendere così tante vite. Il periodo di terrore inizia con le leggi antisemite, emanate sotto il governo fascista dello Stato indipendente della Croazia-NDH (Stato indipendente di Croazia-Nezavisna Drzava Hrvatska), comandato da Ante Pavelić, che ha considerato gli ebrei come “elementi indesiderabili”, o “di poco valore”. Queste leggi hanno impedito agli ebrei di lavorare, di studiare, di andare a scuola, all’università, di utilizzare trasporti pubblici, di andare al cinema o a teatro. Tutto questo, giorno dopo giorno, porta alla persecuzione e al genocidio. La propaganda antisemitica, presente su tutto il territorio bosniaco, è stata fatta con tutti i mezzi a disposizione: mediante i giornali, riviste, volantini, radiotrasmissioni, film documentari, mostrando gli avanzamenti del potere tedesco e la liquidazione degli ebrei.

Con la creazione della NDH, che era uno stato satellite della Germania nazista, la Bosnia fu sottomessa al nuovo potere. La politica di Hitler consisteva nel risolvere “la questione ebraica” tramite la loro liquidazione dalla faccia della terra. I fascisti di Bosnia, affermando che il loro scopo era giustificato, cominciano a torturare, rubare, uccidere e rapinare la popolazione ebraica senza alcuna compassione. Il giorno d’inizio dell’Olocausto è il 10 aprile 1941, che è anche la data della creazione del governo NDH. È pure la data nella quale gli ustascia (ustaša) decidono di risolvere la questione ebraica, come avevano fatto i tedeschi. Il 1° agosto 1941 furono fucilati i primi ebrei a Vrace, vicino a Sarajevo. Alcuni ebrei sono riusciti a salvarsi, comprando i documenti falsi, e scappando verso Spalato (3.000 persone) e altri 3.500 ebrei si rifugiano a Ragusa (Marica Dukic, p. 13). Altre centinaia di loro trovano la salvezza essendo internati da Mostar al Campo di concentramento di Arbe, sotto il controllo dell’Esercito Italiano (Menachem Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943), ristampa anastatica della I edizione – Roma 1991, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, 2009).

Si ricorda che il generale del Regio esercito italiano Vittorio Ambrosio, nel mese di aprile 1941, conquista in pochi giorni tutta la costa adriatica della Jugoslavia, entrando a Spalato accolto felicemente dai diversi cittadini di etnia italiana, coinvolti nel 1920 nei sanguinosi incidenti provocati dai nazionalisti croati. Un mese dopo Mussolini annette la nuova provincia al Regno d’Italia, istituendo il Governatorato italiano della Dalmazia. Migliaia di ebrei croati, allora cercano rifugio nel Governatorato stesso, trasferendosi a Spalato, specialmente nel 1942 (vedi: Spencer Tucker, Who's Who in Twentieth Century Warfare, Taylor & Francis, 14 dicembre 2003).

Il fascista croato Ante Pavelić, con i suoi ustascia, fa costruire decine di campi di concentramento, dove raccogliere dissidenti, serbi, ebrei, rom e antifascisti, soggetti a torture e lavori massacranti fino allo sterminio nei forni crematori.

Al Campo di concentramento di Jasenovac – spiega Marica Dukic – sono stati uccisi 20.000 bambini di nazionalità ebrea, serba e rom. Le donne sopravvissute e i loro figli sono stati uccisi il 20 aprile 1945. Per nascondere i loro crimini, gli ustaša hanno deciso di liquidare quelli che erano rimasti ancora in vita, anche se si trattava solo di un piccolo gruppo. Essi hanno provato a fuggire, ma la maggior parte non è riuscita nemmeno a uscire dalla porta, sono stati uccisi subito, e un piccolo numero di sopravvissuti (90 persone) si è avviato verso il fiume Sava. Le truppe partigiane jugoslave sono entrate nel campo Stara Gradiška il 23 aprile 1945 e a Jasenovac il 2 maggio 1945, senza però trovare anima viva, ma solamente cadaveri e rovine dei campi distrutti, le uniche testimonianze del crimine avvenuto. Il numero delle persone uccise non è mai stato stabilito con precisione: si parla all’incirca di 700.000 persone, e tra questi 33.000 ebrei, che rappresentano l'80% di tutta la popolazione ebraica presente sul territorio bosniaco in quel periodo (pp. 15-16).

Lo sterminio delle comunità ebraiche in Bosnia, dal punto di vista quantitativo, è illustrato nella tabella n. 1, che considera anche i pochi cambiamenti dopo il 1945 e le guerre sorte allo scioglimento della Jugoslavia, avvenuto dal 1991.

Tab. n. 1 – La Shoah in Bosnia-Erzegovina

Città

Ebrei nel 1941

Nel 2009

Banja Luka

480

92

Bihać

168

-

Sanski Most

79

-

Prijedor

47

-

Derventa

136

-

Doboj

105

Morti il 93%

Sarajevo

7.065 circa

1.413 nel 1946

750 nel 2014

Fonte: Nostra elaborazione su dati di Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014-2015.

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L’opera inedita analizzata - Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014/’15, pp. 106.

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Cenni bibliografici e sitologici – E. Varutti, “Libro di Menachem Shelah sugli ebrei jugoslavi salvati al Campo di Arbe (Rab)”, on line dal 10 luglio 2018 su   eliovarutti.blogspot.com/

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Note - Autore di riferimento: Marica Dukic. Altri testi a cura di Elio Varutti, per il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X, Udine. Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Tiziana Menotti, Gregorio Zamò, Marco Balestra e il professor Stefano Meroi. Copertina: cartolina di Sarajevo; collez. privata. Si ringrazia Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici e naturalistici e alla Biblioteca del Comune di Tarcento (UD) che in occasione del Giorno della Memoria 2022 ha messo in contatto Marica Dukic con l’Autore dei testi. Aderiscono: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.


sabato 29 gennaio 2022

Ebrei jugoslavi salvati dall’Esercito Italiano al Campo di Preza, in Albania, conferenza a Tarcento (UD)

“Qualcuno potrà non capire, ma bisogna ricordare”. Con queste parole ha chiuso il suo intervento Mauro Steccati, sindaco di Tarcento (UD), in occasione del Giorno della Memoria 2022. Il sindaco ha sottolineato come la violenza nazista si sia accanita contro i sei milioni di ebrei uccisi nei campi della morte e contro i dissidenti, gli omosessuali e gli zingari. L’evento, dedicato alla Shoah, si è svolto il 28 gennaio 2022, alle ore 18, presso la Biblioteca “Pierluigi Cappello” di Tarcento, coinvolgendo oltre 25 persone, secondo le norme anti-Covid19.

Elio Varutti, Silvia Fina e Mauro Steccati

Dietro la bandiera della Dalmazia, ha aperto i lavori dell’incontro Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici naturalistici e della Biblioteca Comunale di Tarcento. L’assessore Fina ha presentato il relatore della serata e il titolo dell’incontro con diapositive, accennando alle analoghe iniziative svolte negli anni scorsi sul tema delle Leggi Razziali e della persecuzione degli ebrei. Ha riferito inoltre che certi suoi parenti di Servola (TS), nel 1944, vedevano uscire il fumo dalla ciminiera della Risiera di San Sabba, unico Campo di sterminio nazista in Italia.

Ha poi avuto la parola il professor Elio Varutti, coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. Il relatore ha illustrato il tema sconosciuto degli “Ebrei jugoslavi salvati dall’Esercito Italiano al Campo di Preza, in Albania nel 1941-1942”. La ricerca è incentrata sul libro di Vasko Kostić, uscito nel 2014 nella traduzione italiana, che esalta le virtù dei soldati italiani durante l’occupazione del Montenegro. Il testo riferisce degli internati jugoslavi a Preza, in Albania, in un Campo di concentramento gestito dagli italiani. A Preza sono imprigionati impiegati della pubblica amministrazione, maestri, professori, intellettuali, medici, impiegati bancari e altri il cui libero pensiero non comunista non accettava l’annessione italiana delle Bocche del Cattaro (Vasko Kostić, pag. 67). Le condizioni di vita in tale campo di concentramento sono definite “sostenibili”.

C’è anche un dato numerico assai interessante. “Nell’aprile 1942, da Pristina a Preza furono portati 79 ebrei” (p. 145). Essi preferivano stare con gli Italiani, anziché finire arrestati dagli ustascia croati, alleati di Hitler, che li avrebbero spediti ai campi di sterminio.

Vasko Kostić scrive liberamente dopo il 2010-2011. Fino a qualche anno prima la censura jugoslava gli bloccava ogni suo articolo sulla stampa locale. Egli è un serbo delle Bocche del Cattaro, nato nel 1930, pilota militare e controllore di volo, ingegnere con tre lauree, storico, pubblicista e scrittore, membro dell’Associazione montenegrina degli storici. Ha al suo attivo più di quaranta libri e oltre 800 pubblicazioni. Kostić riporta anche i cambi di casacca nelle Bocche del Cattaro, provincia annessa al Regno d’Italia fino all’arrivo dei partigiani titini. Chi dal 1941 veste divise fasciste, coi figli balilla o della GIL, dopo la guerra diventa niente meno che un quadro del Partito comunista (p. 74). L’autore del memoriale scrive che diversi “bocchesi”, ossia gli abitanti delle Bocche del Cattaro, dal 1941 si sentono italiani. Sarà per i vecchi ricordi della dominazione veneziana, sta di fatto che i militari italiani li trattano come cittadini dello stesso stato. Molti bocchesi non sono comunisti (Vasko Kostić, pag. 112), anche se a guerra finita il regime di Tito ed i suoi storiografi, li fanno appartenere al comunismo per comodità politica. Perasto, anni ’40. Cittadina del Montenegro, di origine veneziana, è famosa per il giuramento alla caduta di Venezia nel 1797: «Ti con nu, nu con ti».

Nel dibattito che è seguito Donatella Prando, assessore alle Finanze e patrimonio del Comune di Tarcento ha rivolto una domanda riguardo al Campo di concentramento di Gonars (UD). Il relatore ha risposto spiegando che là, dal 1941 al 1943, sono stati internati civili sloveni e croati, con le famiglie, dopo che l’Italia con gli alleati aveva invaso la Jugoslavia. Le vittime furono oltre 400, oggi ricordate in un monumento del 1973 presso il locale cimitero.

Tra i il pubblico si è notato Edoardo Di Giorgio, del gruppo ANA di Collalto, oltre ai soci ANVGD Giuseppe Capoluongo e Rosalba Meneghini, la quale ha presenziato quale delegata di Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio.

Suggerimenti bibliografici e di sitologia - Sul trattamento degli ebrei di Pristina, in Kosovo, nella seconda guerra mondiale, si possono vedere:

- Vasko Kostić, Storia di un prigioniero degli italiani durante la guerra in Montenegro (1941-1943), Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2014. Titolo originale in lingua serba: Preza koncentracioni logor (Preza, campo di concentramento), 2011, traduzione italiana di Mila Mihajlović, cura delle bozze di Elio Carlo. Opera pubblicata col contributo del Comitato Provinciale di Padova dell’ANVGD.

- Michele Sarfatti, “Tra uccisione e protezione. I rifugiati ebrei in Kosovo nel marzo 1942 e le autorità tedesche, italiane e albanesi”, «La Rassegna Mensile di Israel», vol. 76, n. 3, settembre-dicembre 2010, pp. 223-242.

Sui montenegrini deportati vedi: Drago V. Ivanović, Memorie di un internato montenegrino. Colfiorito 1943, ISUC [traduzione parziale di Ivanović 1989, con saggio introduttivo di Dino Renato Nardelli - traduzione di Olga Simčić], Foligno (PG), Editoriale Umbra, 2004.

- E. Varutti, Cattaro, meglio prigioniero degli italiani che dei tedeschi in Montenegro 1941-1943, on line dal giorno 8 ottobre 2018 su  eliovarutti.blogspot.com

Testi e Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti, Docente di "Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata" – Università della Terza Età, Udine. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie della Biblioteca di Tarcento (UD), che si ringrazia per la cortese concessione alla diffusione e pubblicazione.