Visualizzazione post con etichetta Albania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Albania. Mostra tutti i post

domenica 13 febbraio 2022

L’Olocausto degli Ebrei di Bosnia, da una tesi di laurea dell’Università di Udine

La presente ricerca si basa su una tesi di laurea di Marica Dukic, dal titolo Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, discussa all’ateneo friulano nell’anno accademico 2014-2015. Relatrice di tale originale indagine è stata la professoressa Natka Badurina, dell’Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere. La laureanda si è avvalsa della recente letteratura sul campo in lingua bosniaca, come è per l’autore Jakov Danon, col suo: Memoari na holokaust Jevreja Bosanske Krajine, del 2010.

Siamo onorati di pubblicare nel blog, con qualche integrazione, la parte riferita alla Shoah della sua tesi. La pubblicazione in anteprima di queste interessanti pagine è frutto dello studio attento di Marica Dukic, che ringraziamo per averci messo a disposizione generosamente la sua opera per il presente articolo (a cura di Elio Varutti).

                                                                               

Gli ebrei giungono sul territorio della Bosnia ed Erzegovina nel 1541, passando per la Turchia, l’Albania, la Grecia, oppure per l’Italia, o per la Repubblica di Ragusa. I primi documenti scritti sugli ebrei risalgono al 1565, gli scritti di Sidžila, ossia le fonti ufficiali della corte di Sarajevo. I primi monumenti ebraici in Bosnia risalgono al 1551. La maggior parte degli ebrei che arrivano in quel periodo sono sefarditi, espulsi dai Paesi Iberici, ma c’è anche un gruppo di ebrei autoctoni di ascendenza askenazita, originario dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa.

Gli ebrei, dopo esser giunti in Bosnia-Erzegovina e fino ad oggi, a differenza di tutte le altre religioni, non hanno mai come scopo la sottomissione degli altri. Nel passato cercavano di andare d’accordo con tutti i popoli e con tutte le religioni del luogo. I sefarditi usano il ladino come lingua, invece gli askenaziti usano lo yiddish. Si stabiliscono maggiormente nelle città bosniache, concentrandosi intorno a quattro grandi centri urbani: Sarajevo, Travnik, Banja Luka e Bijeljina. Prima arrivano in piccoli gruppi o singoli individui per verificare le condizioni di vita, conoscere meglio il posto e la gente. Quando sono sicuri che non c’è il rischio di essere perseguitati o allontanati, comunicano alle famiglie e ai parenti di raggiungerli. Dalle quattro città più grandi si trasferiscono a Gradiška, Prijedor, Bosanski Novi, Kostajnica, Derventa, Bihać, Sanski Most, Foča, Višegrad, Zenica, Jajce ed altre località (Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, pag. 10).

Vengono accolti bene dal sultano turco Bayezid e ciò è confermato dalla costruzione della sinagoga nel 1581 a Sarajevo. Con il passare degli anni, tuttavia, gli ebrei perdono il loro status di privilegiati a causa dei corrotti detentori del potere ottomano, bramosi di arricchirsi chiedendo imposte e regali. Tale negativa situazione cambia durante la seconda metà del XIX secolo, quando Abdul Medžida, o Abdülmecid I, nel 1840 proclama il decreto per dare a tutti gli ebrei della Bosnia-Erzegovina la piena autonomia, riconoscimento dei diritti civili, la libertà religiosa e il permesso per la costruzione delle sinagoghe.

L’esercito dell’Impero Austro-ungarico, alla fine di giugno del 1878, invade la Bosnia-Erzegovina, instaurando una nuova amministrazione nella regione fino al 1918, provocando l’esodo di vari musulmani. L’area è pretesa dalle Autorità Austro-ungariche a seguito del Congresso di Berlino del 1878, sebbene continuasse a far parte dell’Impero ottomano. Nel 1908 l’Austria-Ungheria annette la Bosnia-Erzegovina ai propri domini, ponendoli sotto il proprio comando.

In tale periodo si nota un consistente sviluppo demografico della comunità giudaica. Si va dai 3.300 ebrei del 1878, dei quali 3.000 sono sefarditi, agli 11.868 individui del 1910, dei quali i sefarditi sono 8.219 e il resto sono askenaziti. Gli ebrei sono lo 0,62 per cento della popolazione bosniaca nel 1910, che non arriva a sfiorare i 2 milioni di abitanti (Marica Dukic, p. 11).

C’è la creazione di due distinte comunità ebraiche, una sefardita e l’altra askenazita a Sarajevo e Banja Luka. Sono stati scelti due rabbini e si sono diffuse due lingue diverse. Solo il 10 per cento della popolazione di fede ebraica vive in stato di povertà, mentre il resto degli individui è suddiviso egualmente tra chi vive in ottime, medie e modeste condizioni di vita (p. 12).

Alla fine della Grande guerra la Bosnia-Erzegovina fa parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni,  abbreviato in Regno di SHS. È uno Stato dell’Europa, riconosciuto dopo la Conferenza di pace di Parigi del 1919. Tale stato cambia nome alla creazione del Regno di Jugoslavia nel 1929.

Con l'inizio del 1940 pian piano si inizia a sentire che la guerra e il crollo del Regno di Jugoslavia si stanno avvicinando, ma nessuno sospettava che potesse creare danni così grandi e prendere così tante vite. Il periodo di terrore inizia con le leggi antisemite, emanate sotto il governo fascista dello Stato indipendente della Croazia-NDH (Stato indipendente di Croazia-Nezavisna Drzava Hrvatska), comandato da Ante Pavelić, che ha considerato gli ebrei come “elementi indesiderabili”, o “di poco valore”. Queste leggi hanno impedito agli ebrei di lavorare, di studiare, di andare a scuola, all’università, di utilizzare trasporti pubblici, di andare al cinema o a teatro. Tutto questo, giorno dopo giorno, porta alla persecuzione e al genocidio. La propaganda antisemitica, presente su tutto il territorio bosniaco, è stata fatta con tutti i mezzi a disposizione: mediante i giornali, riviste, volantini, radiotrasmissioni, film documentari, mostrando gli avanzamenti del potere tedesco e la liquidazione degli ebrei.

Con la creazione della NDH, che era uno stato satellite della Germania nazista, la Bosnia fu sottomessa al nuovo potere. La politica di Hitler consisteva nel risolvere “la questione ebraica” tramite la loro liquidazione dalla faccia della terra. I fascisti di Bosnia, affermando che il loro scopo era giustificato, cominciano a torturare, rubare, uccidere e rapinare la popolazione ebraica senza alcuna compassione. Il giorno d’inizio dell’Olocausto è il 10 aprile 1941, che è anche la data della creazione del governo NDH. È pure la data nella quale gli ustascia (ustaša) decidono di risolvere la questione ebraica, come avevano fatto i tedeschi. Il 1° agosto 1941 furono fucilati i primi ebrei a Vrace, vicino a Sarajevo. Alcuni ebrei sono riusciti a salvarsi, comprando i documenti falsi, e scappando verso Spalato (3.000 persone) e altri 3.500 ebrei si rifugiano a Ragusa (Marica Dukic, p. 13). Altre centinaia di loro trovano la salvezza essendo internati da Mostar al Campo di concentramento di Arbe, sotto il controllo dell’Esercito Italiano (Menachem Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943), ristampa anastatica della I edizione – Roma 1991, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, 2009).

Si ricorda che il generale del Regio esercito italiano Vittorio Ambrosio, nel mese di aprile 1941, conquista in pochi giorni tutta la costa adriatica della Jugoslavia, entrando a Spalato accolto felicemente dai diversi cittadini di etnia italiana, coinvolti nel 1920 nei sanguinosi incidenti provocati dai nazionalisti croati. Un mese dopo Mussolini annette la nuova provincia al Regno d’Italia, istituendo il Governatorato italiano della Dalmazia. Migliaia di ebrei croati, allora cercano rifugio nel Governatorato stesso, trasferendosi a Spalato, specialmente nel 1942 (vedi: Spencer Tucker, Who's Who in Twentieth Century Warfare, Taylor & Francis, 14 dicembre 2003).

Il fascista croato Ante Pavelić, con i suoi ustascia, fa costruire decine di campi di concentramento, dove raccogliere dissidenti, serbi, ebrei, rom e antifascisti, soggetti a torture e lavori massacranti fino allo sterminio nei forni crematori.

Al Campo di concentramento di Jasenovac – spiega Marica Dukic – sono stati uccisi 20.000 bambini di nazionalità ebrea, serba e rom. Le donne sopravvissute e i loro figli sono stati uccisi il 20 aprile 1945. Per nascondere i loro crimini, gli ustaša hanno deciso di liquidare quelli che erano rimasti ancora in vita, anche se si trattava solo di un piccolo gruppo. Essi hanno provato a fuggire, ma la maggior parte non è riuscita nemmeno a uscire dalla porta, sono stati uccisi subito, e un piccolo numero di sopravvissuti (90 persone) si è avviato verso il fiume Sava. Le truppe partigiane jugoslave sono entrate nel campo Stara Gradiška il 23 aprile 1945 e a Jasenovac il 2 maggio 1945, senza però trovare anima viva, ma solamente cadaveri e rovine dei campi distrutti, le uniche testimonianze del crimine avvenuto. Il numero delle persone uccise non è mai stato stabilito con precisione: si parla all’incirca di 700.000 persone, e tra questi 33.000 ebrei, che rappresentano l'80% di tutta la popolazione ebraica presente sul territorio bosniaco in quel periodo (pp. 15-16).

Lo sterminio delle comunità ebraiche in Bosnia, dal punto di vista quantitativo, è illustrato nella tabella n. 1, che considera anche i pochi cambiamenti dopo il 1945 e le guerre sorte allo scioglimento della Jugoslavia, avvenuto dal 1991.

Tab. n. 1 – La Shoah in Bosnia-Erzegovina

Città

Ebrei nel 1941

Nel 2009

Banja Luka

480

92

Bihać

168

-

Sanski Most

79

-

Prijedor

47

-

Derventa

136

-

Doboj

105

Morti il 93%

Sarajevo

7.065 circa

1.413 nel 1946

750 nel 2014

Fonte: Nostra elaborazione su dati di Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014-2015.

--

L’opera inedita analizzata - Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014/’15, pp. 106.

--

Cenni bibliografici e sitologici – E. Varutti, “Libro di Menachem Shelah sugli ebrei jugoslavi salvati al Campo di Arbe (Rab)”, on line dal 10 luglio 2018 su   eliovarutti.blogspot.com/

--

Note - Autore di riferimento: Marica Dukic. Altri testi a cura di Elio Varutti, per il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X, Udine. Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Tiziana Menotti, Gregorio Zamò, Marco Balestra e il professor Stefano Meroi. Copertina: cartolina di Sarajevo; collez. privata. Si ringrazia Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici e naturalistici e alla Biblioteca del Comune di Tarcento (UD) che in occasione del Giorno della Memoria 2022 ha messo in contatto Marica Dukic con l’Autore dei testi. Aderiscono: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.


sabato 29 gennaio 2022

Ebrei jugoslavi salvati dall’Esercito Italiano al Campo di Preza, in Albania, conferenza a Tarcento (UD)

“Qualcuno potrà non capire, ma bisogna ricordare”. Con queste parole ha chiuso il suo intervento Mauro Steccati, sindaco di Tarcento (UD), in occasione del Giorno della Memoria 2022. Il sindaco ha sottolineato come la violenza nazista si sia accanita contro i sei milioni di ebrei uccisi nei campi della morte e contro i dissidenti, gli omosessuali e gli zingari. L’evento, dedicato alla Shoah, si è svolto il 28 gennaio 2022, alle ore 18, presso la Biblioteca “Pierluigi Cappello” di Tarcento, coinvolgendo oltre 25 persone, secondo le norme anti-Covid19.

Elio Varutti, Silvia Fina e Mauro Steccati

Dietro la bandiera della Dalmazia, ha aperto i lavori dell’incontro Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici naturalistici e della Biblioteca Comunale di Tarcento. L’assessore Fina ha presentato il relatore della serata e il titolo dell’incontro con diapositive, accennando alle analoghe iniziative svolte negli anni scorsi sul tema delle Leggi Razziali e della persecuzione degli ebrei. Ha riferito inoltre che certi suoi parenti di Servola (TS), nel 1944, vedevano uscire il fumo dalla ciminiera della Risiera di San Sabba, unico Campo di sterminio nazista in Italia.

Ha poi avuto la parola il professor Elio Varutti, coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. Il relatore ha illustrato il tema sconosciuto degli “Ebrei jugoslavi salvati dall’Esercito Italiano al Campo di Preza, in Albania nel 1941-1942”. La ricerca è incentrata sul libro di Vasko Kostić, uscito nel 2014 nella traduzione italiana, che esalta le virtù dei soldati italiani durante l’occupazione del Montenegro. Il testo riferisce degli internati jugoslavi a Preza, in Albania, in un Campo di concentramento gestito dagli italiani. A Preza sono imprigionati impiegati della pubblica amministrazione, maestri, professori, intellettuali, medici, impiegati bancari e altri il cui libero pensiero non comunista non accettava l’annessione italiana delle Bocche del Cattaro (Vasko Kostić, pag. 67). Le condizioni di vita in tale campo di concentramento sono definite “sostenibili”.

C’è anche un dato numerico assai interessante. “Nell’aprile 1942, da Pristina a Preza furono portati 79 ebrei” (p. 145). Essi preferivano stare con gli Italiani, anziché finire arrestati dagli ustascia croati, alleati di Hitler, che li avrebbero spediti ai campi di sterminio.

Vasko Kostić scrive liberamente dopo il 2010-2011. Fino a qualche anno prima la censura jugoslava gli bloccava ogni suo articolo sulla stampa locale. Egli è un serbo delle Bocche del Cattaro, nato nel 1930, pilota militare e controllore di volo, ingegnere con tre lauree, storico, pubblicista e scrittore, membro dell’Associazione montenegrina degli storici. Ha al suo attivo più di quaranta libri e oltre 800 pubblicazioni. Kostić riporta anche i cambi di casacca nelle Bocche del Cattaro, provincia annessa al Regno d’Italia fino all’arrivo dei partigiani titini. Chi dal 1941 veste divise fasciste, coi figli balilla o della GIL, dopo la guerra diventa niente meno che un quadro del Partito comunista (p. 74). L’autore del memoriale scrive che diversi “bocchesi”, ossia gli abitanti delle Bocche del Cattaro, dal 1941 si sentono italiani. Sarà per i vecchi ricordi della dominazione veneziana, sta di fatto che i militari italiani li trattano come cittadini dello stesso stato. Molti bocchesi non sono comunisti (Vasko Kostić, pag. 112), anche se a guerra finita il regime di Tito ed i suoi storiografi, li fanno appartenere al comunismo per comodità politica. Perasto, anni ’40. Cittadina del Montenegro, di origine veneziana, è famosa per il giuramento alla caduta di Venezia nel 1797: «Ti con nu, nu con ti».

Nel dibattito che è seguito Donatella Prando, assessore alle Finanze e patrimonio del Comune di Tarcento ha rivolto una domanda riguardo al Campo di concentramento di Gonars (UD). Il relatore ha risposto spiegando che là, dal 1941 al 1943, sono stati internati civili sloveni e croati, con le famiglie, dopo che l’Italia con gli alleati aveva invaso la Jugoslavia. Le vittime furono oltre 400, oggi ricordate in un monumento del 1973 presso il locale cimitero.

Tra i il pubblico si è notato Edoardo Di Giorgio, del gruppo ANA di Collalto, oltre ai soci ANVGD Giuseppe Capoluongo e Rosalba Meneghini, la quale ha presenziato quale delegata di Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio.

Suggerimenti bibliografici e di sitologia - Sul trattamento degli ebrei di Pristina, in Kosovo, nella seconda guerra mondiale, si possono vedere:

- Vasko Kostić, Storia di un prigioniero degli italiani durante la guerra in Montenegro (1941-1943), Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2014. Titolo originale in lingua serba: Preza koncentracioni logor (Preza, campo di concentramento), 2011, traduzione italiana di Mila Mihajlović, cura delle bozze di Elio Carlo. Opera pubblicata col contributo del Comitato Provinciale di Padova dell’ANVGD.

- Michele Sarfatti, “Tra uccisione e protezione. I rifugiati ebrei in Kosovo nel marzo 1942 e le autorità tedesche, italiane e albanesi”, «La Rassegna Mensile di Israel», vol. 76, n. 3, settembre-dicembre 2010, pp. 223-242.

Sui montenegrini deportati vedi: Drago V. Ivanović, Memorie di un internato montenegrino. Colfiorito 1943, ISUC [traduzione parziale di Ivanović 1989, con saggio introduttivo di Dino Renato Nardelli - traduzione di Olga Simčić], Foligno (PG), Editoriale Umbra, 2004.

- E. Varutti, Cattaro, meglio prigioniero degli italiani che dei tedeschi in Montenegro 1941-1943, on line dal giorno 8 ottobre 2018 su  eliovarutti.blogspot.com

Testi e Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti, Docente di "Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata" – Università della Terza Età, Udine. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie della Biblioteca di Tarcento (UD), che si ringrazia per la cortese concessione alla diffusione e pubblicazione.

lunedì 8 ottobre 2018

Cattaro, meglio prigioniero degli italiani che dei tedeschi in Montenegro 1941-1943

Riguardo alla seconda guerra mondiale, fino agli anni 1960-1970, c’era il modo di dire: Italiani, brava gente, che fu pure il titolo di un film del 1965

Si voleva intendere che si erano comportati bene in guerra i soldati italiani fino all’armistizio del 1943. Poi, a cominciare da Indro Montanelli, si svelava l’uso dei gas nell’occupazione dell’Etiopia. Si sviluppa allora una certa letteratura tendente a svelare certe malefatte dei militi, soprattutto quelli in camicia nera. Col nuovo secolo vengono a galla documenti nei quali generali italiani scrivono e firmano che in Jugoslavia “si ammazza troppo poco”. Nel 1942 ammonisce così il generale Mario Robotti, comandante del XI Corpo d’Armata italiano in Slovenia e Croazia. Il suo diretto superiore generale Mario Roatta rincara la dose: “Non dente per dente, ma testa per dente”.
Oppure viene scoperto il principio espresso, il 15 dicembre 1942, dal generale Gastone Gambara, da poco insediato comandante del XI Corpo d’Armata italiano nei Balcani. Egli scrive che il “campo di concentramento non è un campo di ingrassamento”. Si scopre che gli italiani amanti del mandolino e della pastasciutta hanno aperto campi di concentramento per internare elementi sloveni e croati, donne e bambini inclusi.
Cartolina dei primi del Novecento. Portatore d’acqua cieco e Casa turca a Buccari (didascalia originale). Immagine dal web

Succede così al Campo di concentramento dell’Isola di Arbe, nel Golfo del Quarnaro e in quello di Gonars (UD). Certi ufficiali italiani, nel dopo guerra, si ricoprono del sospetto di essere dei criminali di guerra, reclamati dalla Jugoslavia. Si veda: The Central Registry of War Criminals and Security Suspects, supplementary Wanted List No. 2, Part 2 - Non Germans (September 1947), Uckfield 2005, Naval & University Press.
Allo stesso tempo dagli anni 1990-2010 compaiono in libreria altri testi che rivalutano per così dire lo slogan Italiani brava gente. Mi riferisco al salvataggio degli ebrei nel Campo di concentramento di Arbe, oppure a tutti quelli salvati dalle grinfie naziste dai militari italiani nella Francia meridionale.
Ora desidero recensire un libro di Vasko Kostić, uscito nel 2014 nella traduzione italiana, che esalta le virtù dei soldati italiani durante l’occupazione del Montenegro rispetto ai tedeschi. Il testo riferisce degli internati iugoslavi a Presa, o Preza, in Albania, in un Campo di concentramento gestito dagli italiani, di cui poco si sa. A Presa sono imprigionati impiegati della pubblica amministrazione, maestri, professori, intellettuali, medici, impiegati bancari e altri il cui libero pensiero non comunista poteva influire che non voleva accettare l’annessione italiana delle Bocche del Cattaro (Vasko Kostić, pag. 67). Le condizioni di vita in tale campo di concentramento sono definite “sostenibili”.
1941 – Navi catturate dagli Italiani alla Marina iugoslava nella Baia di Cattaro. L’incrociatore “Dalmacija”, già “Niobe” tedesco, usato poi dagli Italiani come “Cattaro” fino al 1943. Vicino a due posamine “Mljet” e “Meljine”, a sinistra. Fonte: Archivio federale tedesco, Coblenza, Germania / Bundesarchiv

Il libro integra e completa i precedenti saggi redatti sull’occupazione italiana della Dalmazia, affidando ai ricordi di un adolescente di Cattaro la descrizione della occupazione della Jugoslavia; testimonianza integrata, ove necessario, dalle memorie e dai diari storici custoditi presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Nel libro si rivelano le esperienze del giovane, le sue impressioni sia sull’occupazione italiana sia sulle azioni svolte dai soldati italiani, dando un quadro completo e chiarificatore di moltissimi avvenimenti militari occorsi in quello scacchiere e tuttora poco noti.
Prima di tutto c’è da ribadire che Cattaro, nel 1941, è una provincia annessa al Regno d’Italia, fino al 1943. L’autore del memoriale scrive che diversi “bocchesi”, ossia gli abitanti delle Bocche del Cattaro, si sentono italiani. Sarà per i vecchi ricordi della dominazione veneziana, sta di fatto che i militari italiani li trattano come cittadini dello stesso stato. Ciò desta stupore, meraviglia e invidia da parte dei montenegrini dell’interno. Molti bocchesi non sono comunisti (vedi: Vasko Kostić a pag. 112), anche se a guerra finita il regime di Tito ed i suoi storiografi, li fanno appartenere al comunismo per comodità politica.
Cattaro, 1930. Due isole, due chiese. Immagine dal web

C’è poi un dato sconvolgente. L’uccisione di partigiani iugoslavi da parte di partigiani titini. Già denunciata in Slovenia, tale pratica si rileva anche nel sud della Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale. Lo ha raccontato, quando poteva parlare liberamente dopo il 2010-2011, Vasko Kostić in questo libro riguardante gli italiani della provincia di Cattaro, annessa al Regno d’Italia dal 1941 al 1943. Lo stesso Vasko Kostić cita un altro autore che è Nedjeljko Zorić, il quale riferisce un diktat dei partigiani titini del Montenegro: “Comunisti che non eseguono l’ordine – pallottola in testa!” (Vasko Kostić, pagg. 40, 121, 126). L’enunciato nella sua crudezza criminale è cinicamente assai convincente. Viene eseguito, infatti, con zelante precisione in tutta la Jugoslavia.
Poi ci sono i partigiani comunisti montenegrini che non riuscendo a fare molti adepti nelle Bocche del Cattaro trovarono la morte in strane circostanze. Il tale Božo Barbić, attivista locale, non voleva “andare in brigata” (ovvero partigiano titino). Anzi scappa nella foresta di Lustizza, per evitare l’impiccagione promessagli. Tale sgarbo rivolti ai titini gli costa assai caro. Muore, poco dopo, come si viene a sapere colpito da un… fulmine! Oppure altri patrioti non comunisti periscono per un colpo di fucile partito “per caso” dall’arma di un titino (pp. 106-107).
Perasto, anni ’40. La cittadina del Montenegro, di origine veneziana, è famosa per il giuramento alla caduta di Venezia nel 1797. Immagine dal web

Vasko Kostić scrive liberamente dopo il 2010-2011. Fino a qualche anno prima la censura iugoslava gli bloccava ogni suo articolo sulla stampa locale. Egli è un serbo delle Bocche del Cattaro, nato nel 1930, pilota militare e controllore di volo, ingegnere con tre lauree, storico, pubblicista e scrittore, membro dell’Associazione montenegrina degli storici. Ha al suo attivo più di quaranta libri e oltre 800 pubblicazioni. 
Naturalmente riporta anche dei cambi di casacca nelle Bocche del Cattaro. Chi dal 1941 veste divise fasciste, coi figli balilla o della GIL, dopo la guerra diventa niente meno che un quadro del Partito comunista locale (p. 74).
Anche in questo interessante volume ci sono storie riferite agli ebrei. Essi nel 1941 vengono concentrati nel Campo di Kavaja, in Albania, ricevendo “un significativo aiuto e protezione da parte della Croce rossa. Si trattava di gente molto abbiente che, al momento della disfatta della Jugoslavia, riuscì a raggiungere le Bocche del Cattaro, cercando sostengo e protezione. Sapevano che arrivando nelle Bocche avrebbero avuto salva la vita e infatti trovarono rifugio nei campi italiani. È chiaro cosa sarebbe loro successo se fossero rimasti nel territorio occupato dai tedeschi  o nello stato indipendente croato” (p. 67).
C’è anche un dato numerico assai interessante. “Nell’aprile 1942, da Pristina a Presa furono portati 79 ebrei” (p. 145).
Risano, Bocche di Cattaro. Cartolina degli anni ’40 ripresa dal web

Insomma è un libro da leggere e rileggere per capire che gli italiani nel secondo conflitto mondiale non sono tutti come Robotti, Roatta e Gambara. C’è chi si è fatto molto onore. Alcuni reparti, dopo l’8 settembre 1943, addirittura si schierano con i partigiani iugoslavi per combattere i nazisti. Molti altri sono imprigionati dai tedeschi che li deportano nei lager di Dachau, Auschwitz e Birkenau.
Secondo fonti iugoslave, come ha scritto Federico Vincenti in suo libro a pag. 80, furono 40 mila i soldati italiani presenti nelle file del Narodnooslobodilačka vojska i partizanski odredi JugoslavijeNovj (Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia).
La copertina del volume tradotto in italiano

Militari italiani in Montenegro da altri libri
Tra i vari militari italiani impegnati in Montenegro si sono trovati alcuni nomi di friulani nel libro di Mauro Romanello, del 2016. Ad esempio c’è il carabiniere, del 1918, Giovanni Candussi, detto Marcello e anche Berico, figlio di Tobia Marcellino di Bressa di Campoformido (UD). Arruolato volontario dei Reali Carabinieri e promosso vice brigadiere, prima di essere trasferito in Jugoslavia, prende servizio a Bolzano, Venezia, Bovolenta di Este (PD). Nel settembre del 1941 è trasferito a Piastre di Cattaro e quindi a Risano. Dichiarato disperso dopo gli eventi dell’armistizio dell’8 settembre 1943 nella zona di Risano di Cattaro, riesce tuttavia a rimpatriare e si unisce nel 1944 nelle file della resistenza. È nella Divisione Garibaldi, Gruppo M. Foschiani, col nome di battaglia “Foglia”, come riporta Romanello a pag. 80 del suo volume.
Ecco le notizie sull’alpino Mario Zuliani, figlio di Enrico Dree-Manzan, nato nel 1920 a Bressa di Campoformido (UD). Nel maggio del 1941, con la sua batteria di artiglieria n. 38 del 2° Gruppo Valle Isonzo, si trova in Montenegro, provenendo dai combattimenti del confine greco-albanese. Sin dal maggio del 1941 in Montenegro “sono scoppiati moti di ribellione”. Col suo reparto effettua “continui rastrellamenti anti-partigiani”. Anche nel 1942 l’artiglieria alpina è in Montenegro. “Nel marzo del 1942 il 2° Gruppo Valle Isonzo confluisce nella 6^ Divisione Alpi Graie, passando alle dipendenze del 6° Reggimento Artiglieria. Numerosi sono i combattimenti fino a maggio, quando i ribelli si ritirano nella vicina Erzegovina. A luglio la 38^ batteria raggiunge la vetta del Bobotov Kuk”. Poi il reparto è spostato di nuovo in Grecia e Albania. Alla data dell’armistizio sono catturati dai tedeschi e deportati in Germania. L’alpino Mario Zuliani rientra a casa in Friuli il 20 marzo 1946, come riferisce Romanello a pag. 238 del suo testo.
La traduttrice dei volumi storici Mila Mihajlović, a destra, con Anna Maria Zilli, dirigente scolastico dell’Istituto Stringher di Udine, in un’immagine del 2015. Fotografia di E. Varutti.

Il libro di Vasko Kostić è stato tradotto dal serbo da Mila Mihajlović, giornalista, scrittrice e storica italiana di origine serba, che lavora alla Rai di Roma dal 1985. La stessa Mihajlović è nota in Friuli dato che nel 2015, ha presentato a Martignacco  (UD) un volume da lei tradotto sul salvataggio dell’esercito serbo effettuato dalla Marina italiana nel 1915.

Il libro recensito qui
Vasko Kostić, Storia di un prigioniero degli italiani durante la guerra in Montenegro (1941-1943), Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2014. Titolo originale in lingua serba: Preza koncentracioni logor (Presa, campo di concentramento), 2011, traduzione italiana di Mila Mihajlović, cura delle bozze di Elio Carlo. Opera pubblicata col contributo del Comitato Provinciale di Padova dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).
--

Bibliografia, sitologia di approfondimento
- Mauro Romanello, Gli oranti di Bressa. Lettere dai fronti di guerra 1941-1943, Udine, Aviani & Aviani, 2016.

- Sul trattamento degli ebrei di Pristina, in Kosovo, nella seconda guerra mondiale, si può vedere:

Michele Sarfatti, “Tra uccisione e protezione. I rifugiati ebrei in Kosovo nel marzo 1942 e le autorità tedesche, italiane e albanesi”, «La Rassegna Mensile di Israel», vol. 76, n. 3, settembre-dicembre 2010, pp. 223-242.


- Per approfondire il tema degli ebrei salvati dall’esercito italiano a Arbe si può vedere:

- Maggiori informazioni sulle fucilazioni di partigiani iugoslavi effettuate dai titini si trovano nel seguente articolo: E. Varutti,  Giuseppe Baucon, di Gradisca, salvatosi dalla fucilazione titina edalla foiba a Circhina nel 1944, on-line dal 20 settembre 2018.

- Riguardo alle forze militari italiane aderenti alle formazioni partigiane iugoslave vedi:
Federico Vincenti, Partigiani friulani e giuliani all’estero, Udine, Anpi, 1980.
Cattaro in una cartolina, da Internet, ai primi del Novecento con didascalia in tedesco e toponimo in italiano
--

Recensione di Elio Varutti. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie dal web, da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

sabato 23 maggio 2015

1915, serbi salvati dalle navi italiane, un libro a Martignacco

All’interno della rassegna “1915-2015. Pagine di grande storia a Villa Italia” si è svolta la presentazione del libro di Mila Mihajlović, intitolato “Per l’esercito serbo. Una storia dimenticata”. Si tratta di un libro uscito nel 2014 e già presentato in varie località come: Roma e Belgrado. È una riedizione e revisione dell’originale stampato nel 1917. La prima presentazione friulana del libro è avvenuta a Martignacco, in provincia di Udine, domenica 17 maggio 2015, nella Villa Italia, che fu residenza di re Vittorio Emanuele III di Savoia, dal 1915 al 1917.
Anna Maria Zilli, dirigente scolastico dello Stringher e l'autrice del volume storico Mila Mihajlović
 
Succede che i piccoli comuni organizzino grandi eventi. Il folto pubblico presente ha apprezzato con commozione e lunghi applausi. Dopo il canto dell’inno d’Italia, guidato dal soprano Ester Pagnutti, ha aperto i lavori della riunione Gianni Nocent, assessore alla Cultura del Comune di Martignacco, per ricordare gli altri organizzatori dell’iniziativa, come Assoarma e l’Istituto Stringher di Udine. Marco Zanor, sindaco di Martignacco, ha introdotto l’argomento che si riferisce al salvataggio, effettuato dalla Marina italiana, dell’esercito serbo, in ritirata sotto l’attacco austroungarico con l’alleato bulgaro nel mese di dicembre 1915, sulle coste dell’Albania.
Si trattò di un grande “ponte umanitario”. Fu un vero e proprio atto di eroismo collettivo di tutta la nostra Marina militare. Il salvataggio eroico di decine di migliaia di soldati e profughi serbi avvenne tra il mese di dicembre 1915 e febbraio 1916, durante il primo conflitto mondiale. È considerata la prima operazione umanitaria internazionale da parte di un esercito in pieno periodo bellico.
“È stata un’operazione umanitaria di importanza straordinaria – ha detto Alberto Ficuciello, di Assoarma – che ha affratellato italiani e serbi”. La bravura dei militari impegnati in questo brano di storia dimenticata è stata evidenziata da Marco Quai, assessore provinciale alla Protezione civile, alla Assistenza e finanziamento ai Comuni. 
Gianni Nocent e il sindaco di Martignacco Marco Zanor

Poi ha parlato Anna Maria Zilli, dirigente scolastico dell’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Bonaldo Stringher” di Udine, dove dal 2011 è operativo il progetto “Umanità dentro la guerra”, che ben si inquadra con gli importanti eventi di quel 1915, per l’Italia e la Serbia. La voce narrante di Stefano Dalan ha consentito al numeroso pubblico accorso di ascoltare anche qualche testo del periodo, mentre la voce di Ester Pagnutti ha allietato i presenti con brani in italiano e in lingua friulana.
Ha infine preso la parola l’autrice del volume: Mila Mihajlović. Ha ricordato la ritirata dei serbi, iniziata a ottobre 1915 fino a  Valona e Durazzo, sulle coste albanesi. “Oltre 250 piroscafi furono impegnati dagli italiani per salvare i 115 mila soldati serbi – ha detto l’autrice – pure 24 mila prigionieri, 68 cannoni e molti profughi, per un totale di oltre 260 mila persone; solo grazie all’Italia l’esercito serbo si ricompose per arrivare fino alla vittoria del 1918”. 


Sotto: Marco Quai, assessore della Provincia di Udine alla Protezione civile, alla Assistenza e finanziamento ai Comuni.

Gianni Nocent e Anna Maria Zilli
  

 Stefano Dalan, fine dicitore

Come ha scritto M. Stamatovic nel sito web dell’Ambasciata d’Italia a Belgrado… tutto iniziò nel 1917, quando l’ufficio speciale del Ministero della Regia marina italiana diede alle stampe, a Milano, una raccolta di documenti intitolata “Per l’Esercito serbo”. Da quel tempo, la pubblicazione sparì senza lasciare traccia. Poi ricomparve, per un caso fortuito, ad opera della giornalista RAI e scrittrice Mila Mihajlović, nata a Zrenjanin, città della Voivodina, nella Serbia del nord.  Ella scoprì il testo nella biblioteca personale, da molti anni usata come magazzino per vari archivi storici e libri. Detto documento è composto da alcuni testi ed oltre settanta fotografie, l’unico di cui si sappia l’esistenza sull’evacuazione dei militari e civili serbi dall’Albania, prima in Italia, poi a Corfù, a Biserta e in altre località messe a disposizione degli alleati (francesi, inglesi e greci).
La giornalista ha ritenuto che tale rarità non poteva più essere lasciata giacere nel buio e, aiutata dall’Esercito italiano e dall’erede al trono Aleksandar Karadjordjevic, è riuscita a pubblicare il libro, scritto in italiano e in serbo, con il titolo “Per l’Esercito serbo – una storia dimenticata”.
Ritornando A Martignacco, c’è da registrare, ha concluso Nocent, che “la visita di Alessandro I, principe di Serbia al re Vittorio Emanuele III di Savoia, si svolse nel mese di marzo del 1916  proprio a Villa Italia di Torreano di Martignacco”. Come a dire che la “grande storia” è passata anche a Torreano.
---
Una versione di questo articolo è stata pubblicata il 22 maggio 2015 su infofvg.it con il titolo: "Martignacco. Un libro sui serbi salvati dalla Marina italiana nel 1915".
---
L’amministrazione comunale di Martignacco ha voluto ringraziare la famiglia Zanuttini, attuale proprietaria di Villa Italia per la disponibilità e l’ospitalità prestate.