mercoledì 17 giugno 2026

Il centenario di attività dell’Osteria “Fusâr” a Udine. Festa il 4 luglio 2026

Fu attivata nel 1926 da Attilio Roiatti (Udine 1898-1989), l’osteria da “Fusâr” di Udine. Dal 1994 ad oggi a gestire l’azienda è, infatti, Giorgio Romanello, orgoglioso nipote del fondatore. Fino al 2000 l’attività è stata condotta assieme alla zia Elsa Roiatti e, per un po’ di tempo, col figlio Alberto Romanello, classe 1988.

Il punto vendita è situato in Via Pradamano al civico numero 25, vicino alla scuola “E. Fermi”. Per esempio, se un nuovo cliente entra in negozio e l’oste o barista è nel retro bottega al lavoro, senti i vecchi clienti in coro a chiamare: “Giorgiooo”. Poi continuano col grande impegno della briscola, della scopa o del tressette. Per il 4 luglio 2026 è prevista una piccola festa per il centenario dell’osteria.

Giorgio Romanello
Lis Sedonariis e i fusârs

Alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni dl Novecento c’erano le venditrici ambulanti di fusi per filare. Erano dette “fusanis”, da “fûs”, che in lingua friulana significa “fuso”. Esse vendevano anche mestoli, venivano allora chiamate “sedonariis” (singolare: “Sedonarie”), dal termine friulano “sedon” che significa appunto “cucchiaio o mestolo”.

Il “fusâr”, in friulano, è il “fusaio”, ossia il fabbricatore di fusi. Furono gli stessi avventori dell’osteria, negli anni ’20 del Novecento, a dare quel nome ad Attilio Roiatti, figlio di Giovanni, perché aiutava le fusaie e i loro uomini: i fusai. Questo genere di accoglienza era una tradizione di famiglia, dato che era praticata tempo addietro pure Giovanni Roiatti, il padre di Attilio.

In particolare esse chiedevano di poter dormire nel fienile del Roiatti, che acconsentiva con benevolenza. «In quel tempo – ha spiegato il signor Giorgio Romanello – mio nonno Attilio Roiatti aveva anche campagna, tre mucche, il cavallo, galline da governare e il fienile, insomma era oste, dopo aver lavorato sodo come contadino e ha gestito l’osteria per 61 anni, fino al 1987. Da quell’anno fino al 1993 la ditta è passata alla signora Franca e poi a me».

Quelle donne, le “fusanis” con la gerla in spalla piena di mercanzia andavano a vendere per città di porta in porta.

«A vignivin di Claut, cul om che al vuidave il cjar – raccontò il signor Gino Nonino – e a lavin a durmî tal toglât dai Roiats, lì di Fusâr» (Venivano da Claut, in provincia di Pordenone, col marito che guidava il carro e andavano a dormire nel fienile dei Roiatti, da Fusâr).

Da un’altra intervista si è saputo che «me nono Zuanin Roiatti, nassût tal 1863 e muart tal 1941 – riferì Elsa Roiatti – al faseve l’ustîr e al dave di durmî ai fusârs e a lis sôs feminis e alore ducj lu clamavin fusâr» (Mio nonno Giovanni Roiatti, nato nel 1863 e morto nel 1941 faceva l’oste e dava da dormire ai fusai e alle loro donne e allora tutti lo chiamavano fusaio). Le fusaie, dette pure “lis sedonariis” erano anche di altri paesi come Cimolais e Claut, in provincia di Pordenone, oppure della Carnia. C’era una tale Letizia Sottocorona, da Collina di Forni Avoltri, con cui i Roiatti restarono in contatto per lettera per vario tempo.

Un ritrovo udinese per “Sedonariis” di Claut e di Collina era «il cortile e sottoportico di Casa Giacomelli, in borgo Grazzano, oggi sede del Museo Etnografico del Friuli, dove nel 1920-1930 – come disse Rina Bernardinis – aveva inizio il mercato delle venditrici ambulanti di mestoli, nel senso che si accordavano sul prezzo da proporre al cliente in ambito cittadino».

Attilio Roiatti
Biografia di Attilio Roiatti, il Fusâr

È sempre stato un gran lavoratore. Poco loquace, ma molto intelligente. Attilio Roiatti nacque a Udine il 19 luglio 1898 e morì nel 1989. Caporale alpino nella Grande Guerra, si meritò la nomina di Cavaliere di Vittorio Veneto. Componente di una famiglia numerosa «saranno stati 8-9 fratelli – ha detto Giorgio Romanello», aiutò tutti i fratelli a costruirsi la casa tra la zona di Via Pradamano e Baldasseria. Uno col carro andava a raccogliere pietre nel Torre e poi tutti assieme a lavorare nel cantiere. Si fecero muri grossi, tanto che ogni casa ha retto alle scosse del terremoto del 1976. La solidarietà in famiglia era d’obbligo, ma è una forza del rione intero, con la nascita delle prime cooperative nel Novecento. La Cooperativa di Consumo fra Ferrovieri nasce nel 1921, ma, essendo osteggiata dal fascismo, viene soppressa e rinasce il 7 ottobre 1945 con il nome di “Società Cooperativa fra Ferrovieri”; nel 1954 si apre lo spaccio di Via Pradamano (odierno Piazzale Cavalcaselle), tuttora in funzione sotto il marchio Coop.

Attilio Roiatti fondò il 1° gennaio 1926 l’osteria da “Fusâr” e la gestì fino al 1987. L’iscrizione alla Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura di Udine reca il n° 14748 del 25 gennaio 1927. Si alzava alle 4 del mattino per lavorare sia nella stalla, nel gallinaio e poi in osteria. Per scegliere il vino del suo punto vendita si faceva accompagnare nelle aziende vinicole del Sacilese, a lui note, da un suo amico. Era Romualdo Lazzaro, maresciallo della polizia, a fargli gentilmente da autista da Via Pradamano a Udine fino nelle case contadine del sacilese. Scelto e ordinato il prodotto, arrivava con un camion a botti. Chi le scaricava? Attilio e suo fratello le facevano scendere dal camion e le rotolavano fino nel retro bottega. Per 61 anni.

«Mi ricordo che il nonno Attilio – ha aggiunto Giorgio Romanello – andava col carro trainato dal cavallo a portare le vinacce alla distilleria di Primo Badini di Vergnacco, in cambio gli offrivano della grappa, assaggi di nocino o bicchierini di liquore alla prugna».

Attilio Roiatti sposò Linda Carlini che gli ha dato tre figlie.

L’osteria Fusâr dopo il 1945

L’osteria da “Fusâr” in Via Pradamano a Udine è situata vicino alla scuola "Enrico Fermi", che fu Centro di Smistamento Profughi dell'esodo giuliano dalmata dal 1947 al 1960. Molti profughi dell’esodo d’Istria, di Fiume e Dalmazia frequentano l’osteria di Attilio Roiatti, dopo il 1945, perché si trova vicino al Centro di Smistamento dei profughi istriani a Udine. Oggi lì c’è la scuola media.


Fonti orali

Le interviste sono state effettuate a Udine da Elio Varutti con penna, taccuino e macchina fotografica. Ringrazio per la collaborazione, la cortesia e per la messa a disposizione di alcune fotografie storiche, i seguenti signori:

- Caterina Eleonora Bernardinis Rina (Castiglione delle Stiviere, provincia di Mantova 1908 – Udine 2010), int. del 24 ottobre 1995.

- Gino Nonino, Udine (1944 - †), int. del 7 maggio 2005.

- Elisa Roiatti, Udine (†), int. del 9 maggio 2005.

- Giorgio Romanello, Udine 1952, int. del 3 agosto 2016.

 

lunedì 6 aprile 2026

Uno sconosciuto aiuto ai profughi giuliani. L’Oratorio dei Vanchetoni a Firenze, di Susanna Bino, 1947

Interessante e molto originale è questo studio di Susanna Bino sul sito d’accoglienza profughi dei Vanchetoni a Firenze nel secondo dopoguerra. Poco o nulla si sapeva su tale luogo allestito, nel 1947, in fretta e furia in un oratorio barocco seicentesco del capoluogo toscano. A Firenze, in quei frangenti, sempre più esuli affluivano dall’Istria, Fiume e Dalmazia e da altre località. La difficoltosa accoglienza ai Vanchetoni, durata un anno, si concluse col trasferimento dei 70 ospiti, tra i quali molti bambini, in un altro sito per profughi. Ce n’erano vari in città fino all’assegnazione delle case popolari in via delle Gore, nella zona di Careggi, a metà degli anni ’50.

Secoli or sono l’appellativo di “Vanchetoni” fu assegnato a un’antica arciconfraternita religiosa di culto cattolico, tutt’oggi in piena attività, per il modo di camminare cheti e silenziosi (“Vanno cheti”) e per il termine di “bacchettoni”, in riferimento alla bacchetta usata per battersi a scopo penitenziale.

L’Autrice, figlia di esuli istriani, si concentra soprattutto su tale sito di sistemazione profughi nel dopoguerra per motivi familiari. Non a caso, in appendice, c’è una esclusiva testimonianza scritta dal suo papà, messa debitamente a confronto con le esclusive documentazioni d’archivio sui Vanchetoni. Proprio la ricca e scrupolosa citazione e riproduzione archivistica è il grande merito dell’opera che presenta, inoltre, un’equilibrata introduzione storica alla complessa questione del confine orientale.

L’importanza dello studio della Bino è data dalla documentazione e dalle cifre secondo gli archivi e i giornali locali. Nel paragrafo intitolato “Il problema dei sussidi e dell’assistenza economica” del 2° capitolo sono citati 2.700 profughi presenti a Firenze in vari centri nel 1948, provenienti da vari territori, inclusa la Venezia Giulia.

Anche Firenze, dunque, può offrire un nuovo sito alla letteratura dell’esodo giuliano dalmata. Già sono stati studiati e documentati, anche nel web, il Campo profughi del Sant’Orsola (Crp), o siti analoghi come quello di Via della Pergola, quello di Via della Scala, o quello della stazione. È dal 2023 che Beatrice Raveggi e Daniela Velli hanno pubblicato per la realtà toscana: “In tempo di pace. Ispirato alla storia vera di Claudio Bronzin esule istriano”, Treviso, Edizioni la nave dei sogni, 2023.

Dall’approfondita ricerca storica della professoressa Bino, corredata di immagini e con lo spoglio orientato dei giornali del periodo, il sito d’accoglienza profughi dell’Oratorio dei Vanchetoni è una realtà sociale analizzata sotto varie forme e in modo particolare. I vari documenti sono stati scovati nell’Archivio di Stato di Firenze e in altri luoghi di conservazione dei beni culturali. Molto interessanti sono le corrispondenze menzionate e riprodotte nel libro, di celebri personaggi come il ministro Scelba, il cardinale Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, Giorgio La Pira, Mons. Guido Anichini o Giulio Andreotti, intenti ad aiutare il mondo degli esuli.

È un libro esemplare quello della Bino poiché contiene i tipici casi della “mal accoglienza” riservata ai profughi giuliano dalmati dall’Italia matrigna. Ci sono le lettere delle autorità laiche e religiose che si danno da fare, compatibilmente con il periodo storico, per rendere decente l’arrivo e la permanenza dei profughi. Già il 19 gennaio 1947 furono 580 i profughi dichiarati in arrivo, dipendenti della Manifattura Tabacchi di Pola e trasferiti in quella di Firenze. Sono menzionate le famose pareti di cartone intelaiato nei box del Campo profughi del Sant’Orsola, dove vivevano le tabacchine.

È citata una certa propaganda politica di area comunista che “spingeva l’opinione comune a considerare tutti i profughi giuliani come ‘fascisti’ fuggiti da un ideale e idealizzato regime comunista”. È riportato il caso in cui le istituzioni volevano addirittura far pagare l’alta bolletta della luce ai profughi, che ricevevano un meschino sussidio dall’Ente Comunale di Assistenza per gli alimenti. Così, aizzati dalla stampa di partito “alla sera si è raccolta davanti alla chiesa una folla di ‘compagni’ a battere dei colpi contro il portone chiuso, urlando ‘Fascisti! Fascisti!’.

Il testo gode del patrocinio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea, oltre che del Comitato provinciale di Udine dell’ANVGD. Contiene una “Introduzione” del professore Gianni Silei, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Siena, una “Prefazione” di Stefano Cecconi, Guardiano-Presidente della Congregazione dei Vanchetoni e una “Postfazione”  di Elio Varutti.

Con questo volume, allora, si sa molto, se non tutto, del sito per profughi dei Vanchetoni a Firenze. L’opera rientra nel quadro di indagini conoscitive svolto di recente anche in altre località italiane. Si pensi a Giovanni Spinelli, con il suo “Dopo l’esodo: da profughi a cittadini. Il processo di integrazione di giuliani e dalmati nell’Italia del secondo Novecento attraverso le vicende di Brescia”, del 2024.

Altro Crp oggetto di studi era situato a Novara in una ex caserma, addirittura oggi oggetto di visite guidate. Il libro in questione si intitola: “Da caserma a campus universitario. Le vicende della Perrone nella storia d’Italia”, edito nel 2025, dalla Società Storica Novarese in collaborazione con il Dipartimento di Studi per l’economia e l’impresa. Un recentissimo studio sul Crp di Taranto, con adeguate indagini archivistiche è, infine, quello del professor Vito Fumarola, intitolato: “L’esodo giuliano dalmata in provincia di Taranto” (ANVGD, Trieste 2025).

È una prolifica stagione di ricerche e di studi molto importante per la storia dell’esodo giuliano dalmata, senza rancori, senza preventivi approcci ideologici, ma con un senso del dialogo, del rispetto e della pace in dimensione europea. E il libro sui Vanchetoni ci sta dentro a pieno titolo.

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Il libro recensito -  Susanna Bino, Profughi dalla Venezia Giulia a Firenze: La vicenda dei Vanchetoni (1947-1948), Firenze, Aska, 2026.

ISBN  978 88 7542 426 8

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Recensione di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking e studi a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio (esule di Fiume a Montevarchi, AR), Bruna Zuccolin, Sergio Satti, Annalisa Vucusa (ANVGD di Udine) e i professori Daniela Conighi e Enrico Modotti. Copertina: il libro dei Vanchetoni di Susanna Bino. Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin, che fa parte pure del Consiglio nazionale del sodalizio e, dal 2024, è Coordinatore dell’ANVGD in Friuli Venezia Giulia.  Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi.   Sito web:  https://anvgdud.it/

 

sabato 14 febbraio 2026

La patria cercata, di Elio Varutti, libro presentato alla UTE di Portogruaro con l’ANVGD

È stato Alessio Alessandrini, presidente dell’Università della Terza Età di Portogruaro (VE), ad aprire i lavori dell’affollato incontro culturale del 9 febbraio 2026 nella Sala delle Colonne del Collegio Marconi, in via Seminario 34.

In occasione del Giorno del Ricordo è stata presentata un’opera con molte testimonianze, alcune delle quali veramente emozionanti, che descrive la storia degli esuli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia accasatisi in Toscana negli anni ‘50. Il testo è: “La patria cercata. Ricordi di italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia in Toscana”, edito a Firenze da Aska nel 2025 e giunto già alla seconda edizione.

Varutti e Alessandrini alla UTE di Portogruaro per presentare "La patria cercata". Foto di Daniela Conighi
Attraverso 176 pagine, 100 fotografie e documenti inediti, l’Autore ha perlustrato la vita nei campi profughi, nei villaggi per i rifugiati, o nelle case di Arezzo, Firenze, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Pisa e Siena. Molti di loro transitarono per il Centro smistamento profughi di Udine. Nel libro è descritto il difficile cammino verso l’integrazione sociale per passare da profughi a cittadini mediante l’abitazione, la religione, il lavoro e gli affetti familiari, anche con matrimoni con gli autoctoni. Avevano perso la patria i profughi giuliano dalmati, a causa delle annessioni jugoslave del 1947. Con grande volontà la cercarono in altre località italiane, ritrovandola in vari luoghi toscani con grande umanità.

Varutti, dopo aver portato i saluti di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, ha mostrato una serie di diapositive riprese dal volume stesso, con qualche immagine riferita anche ai campi profughi di Venezia.

Come mai quel titolo: La patria cercata? Verso la fine e in seguito alla seconda guerra mondiale i profughi italiani usciti dall’Istria, Fiume e Dalmazia a causa della violenza dei seguaci di Tito, provarono il senso della patria perduta. “Ce ne siamo andati, perché sospinti a partire – dicono – e per mezzo del diritto di opzione riconosciuto dal trattato di pace”. C’è chi, tuttavia, è fuggito da clandestino in barca, o per i sentieri del confine orientale inseguito dalle guardie armate jugoslave. Quegli italiani persero la bottega, la fattoria, lo squero, il torchio, l’asino, gli ulivi e la casa che, per molti di loro, era l’antica abitazione da tanti secoli e generazioni. Tutti i loro averi servirono all’Italia sconfitta, dopo la guerra del 1941 voluta dal duce e dal re, alleati di Hitler, mentre la monarchia serbo-croata era in confusione, per pagare i danni del conflitto alla vincente Jugoslavia. Così fu firmato il trattato di pace il 10 febbraio 1947 che assegnò alla Jugoslavia: Istria, Fiume, Zara e gran parte delle provincie di Trieste e Gorizia. Erano del Regno d’Italia dalla fine della Grande guerra. Nel secondo dopoguerra, quindi, gli esuli istriani, fiumani e dalmati si ritrovarono a cercare la patria. Alcune migliaia di loro la ritrovarono proprio in Toscana, che utilizzò all’uopo oltre 20 Centri raccolta profughi. Altri si fermarono in Veneto, Piemonte, Lombardia, dove c’era il lavoro.

Portogruaro, 9.2.2026, Sala delle Colonne Collegio Marconi pubblico per "La patria cercata" di Varutti
Determinante è stata la collaborazione alle ricerche sul campo di Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR), nonché di Francesco Ostrogovich, soprattutto per quanto concerne l’indagine iconografica sull’esilio a Massa Carrara, entrambi soci dell’ANVGD.

Come mai Udine, Laterina (AR) e il Veneto sono entità territoriali così associate in questa parte di storia d’Italia per tanto tempo oscurata? È già stato scritto nel libro La patria perduta del 2021, sempre di Varutti, giunto alla terza edizione. Dai passaporti dei profughi italiani in fuga dalle loro terre, Istria, Fiume e Dalmazia annesse alla Jugoslavia di Tito, si può notare che l’itinerario dell’esilio è sempre lo stesso. Giunti a Trieste, in vari modi, con il carro, o il treno, camion, piroscafo ed altro, vengono essi destinati al Centro smistamento profughi (Csp) di Udine e poi, in treno, via Venezia, molti finiscono a Laterina, altri a Firenze, Marina di Carrara, Vicenza, Cremona, Torino, Alessandria, Brescia, Roma, Napoli, Bari, Servigliano nelle Marche e così via in oltre 100 strutture per lo più fatiscenti del Ministero dell’Assistenza Post-bellica, sparpagliate per l’intero Paese.

Parla Alessio Alessandrini, presidente della UTE di Portogruaro. Foto di Daniela Conighi
 Con un ricco apparato fotografico e documentario, come già scritto, qui ci sono le storie delle famiglie Andretti, Badini, Baici, Barbieri, Benvegnù, Bracchitta, Cattonar, Daddi, Daici, Danielis, Dobri, Manzin, Manzoni, Marchionne, Mladossich, Pacori, Paoli, Prete, Radolovich, Rauni, Rocchi, Sestan, Spogliarich, Sponza, Stipcevich, Tomissich, Travaglia, Tropea, Varesco, Vellenich ed altri ancora.

Alla fine della presentazione è seguito un intenso dibattito, mentre i relatori hanno ricordato la tradizionale collaborazione tra l’UTE di Portogruaro e l’ANVGD di Udine. Tra i presenti c’era la professoressa Daniela Conighi, dell’ANVGD di Udine. Il tutto si è concluso con un firma-copie e l’annuncio dell’appuntamento del giorno successivo riguardante l’unico infoibato di Portogruaro. Risponde al nome di Aldo Giomo, un giovane meccanico. Prelevato dai partigiani jugoslavi il 15 maggio 1945 a Trieste, fu imprigionato e deportato nei gulag titini fino a scomparire per sempre. Su YouTube c’è la sua storia, raccontata dal figlio Giuseppe. Alla presentazione del filmato, tenutasi il 10 febbraio, ha partecipato anche lo scrittore Mauro Tonino, del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, sul tema: “Trieste e le foibe”.

Firma copie con dedica a Giuseppe Giomo, figlio di Aldo Giomo, meccanico, prelevato dai partigiani jugoslavi a Trieste il 15 maggio 1945. Unico infoibato di Portogruaro, fu deportato nei gulag titini, poi scomparve. Foto di Daniela Conighi
Le presentazioni

Fino al 9.2.2026 il libro “La patria cercata” è stato presentato, in Italia e all’estero, con successo di pubblico a circoli culturali, biblioteche, scuole e associazioni, con le rispettive autorità istituzionali come nel museo di Muggia (TS), in presenza pure di Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste e di Renzo Codarin, presidente dell’ANVGD nazionale. Poi è stato presentato in Consiglio regionale a Firenze, in Consiglio comunale a Laterina Pergine Valdarno (AR), a Palazzo ducale di Massa (MS), al vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Il 18 maggio 2025 è stato presentato al Salone del Libro di Torino, nel padiglione della Regione Toscana, con Bruna Zuccolin, Bruno Bonetti (presidente e vice dell’ANVGD di Udine) e Aldo Ferrucci (editore). Ad Abbazia, il 23 agosto 2025, è stato presentato a Sonja Kalafatovic, presidente della Comunità degli Italiani di Abbazia/Opatija (HR) e pure alla professoressa Rina Brumini, ricercatrice e vicepresidente della Comunità ebraica di Fiume, oltre che vicepresidente della Comunità degli Italiani di Fiume/Rijeka (HR). Il 19 novembre 2025 il volume è stato presentato a Daniela Velli, presidente dell’ANVGD di Firenze e al generale Edi Turco, comandante dell’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche di Firenze “Giulio Douhet”.

In Friuli è stato presentato a Udine (al Liceo Classico “J. Stellini”, all’Istituto Tecnico Economico “A. Zanon”, all’Isis “C. Deganutti”), alla Biblioteca Civica “V. Joppi” e all’ Università della Terza Età (UTE). Poi a Tarcento (UD), a Tavagnacco (UD), a Attimis (UD) e a Zoppola (PN). Oltre che sul «Corriere di Arezzo», su «L’Arena di Pola», «La Nazione», «Diari Toscani», «Teletruria», «Rete Valdarno», «Arezzo TV», «La Gazzetta di Massa e Carrara», «Valdarnopost.it», «Amaranto Channel», «anvgd.it», «Arcipelago Adriatico», «kepown.com» e «anvgdud.it» il volume è stato presentato a Radio RAI Friuli Venezia Giulia, nella trasmissione di “Sconfinamenti”, di Massimo Gobessi, con replica da Radio Capodistria (SLO) e su raiplaysound.it/ in podcast. Commenti sono apparsi su «La Voce del Popolo», di Fiume/Rijeka (HR).

Per il Giorno del Ricordo a Portogruaro, 9.2.2026, introduce Alessio Alessandrini
Il libro recensito

-  Elio Varutti, La patria cercata. Ricordi di italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia in Toscana, Firenze, Aska, 2025 (Seconda edizione del 2026).          

ISBN 978-88-7542-413-8

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Note – Testo a cura di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Bruna Zuccolin, Daniela Conighi e Bruno Bonetti. Fotografie di Daniela Conighi, Alessio Alessandrini e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin, che fa parte pure del Consiglio nazionale del sodalizio e, dal 2024, è Coordinatore dell’ANVGD in Friuli Venezia Giulia. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi.  Sito web:   https://anvgdud.it/

 

Il volantino sull'unico infoibato di Portogruaro, Aldo Giomo, la cui vicenda è raccontata su YouTube