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domenica 18 novembre 2018

Opere di Michele Piva in mostra all’Unicredit di Udine, 2018-2019

C’è una piccola, ma interessante mostra di opere di Michele Piva nel centro di Udine. Volendo ricordare i cinque anni dalla morte del pittore, deceduto a ottantadue anni il 12 maggio 2013, è stata inaugurata il 15 novembre 2018 la mostra di una buona selezione di opere sue allo Spazio “Unicredit Città di Udine”, in via Vittorio Veneto numero 20, fino al 29 marzo 2019.

Udine, Spazio “Unicredit Città di Udine”, via Vittorio Veneto – Cristiano Dallavalle, Franca Piva, Enzo Santese e il sindaco Pietro Fontanini alla mostra di Michele Piva il 15 novembre 2018. Fotografia di Elio Varutti

La rassegna è visitabile da lunedì a venerdì dalle ore 8,30 alle 16,00. Sabato e festivi resta chiuso. Già nel 2015 lo Spazio Unicredit di Udine aveva ospitato la mostra “Venezia... amore mio”, in ricordo di Michele Piva. Si trattò di una originale serie di pitture di scorci veneziani allestite dal 27 marzo al 28 aprile 2015.
Le pitture in esposizione nel 2018-2019 si riferiscono ad un incontro avvenuto a Roma, come ha scritto Licio Damiani, dal quale si originò una viva amicizia, col famoso scrittore Riccardo Bacchelli, il quale aveva definito Michele Piva “pittore di ali infrante”.
Ha aperto l’incontro dell’inaugurazione Cristiano Dallavalle, responsabile area manager Unicredit, ringraziando la famiglia Piva che ha concesso le opere per l’esibizione. Pietro Fontanini, sindaco di Udine, ha ricordato la gentilezza del professore Michele Piva, che si è occupato in veste artistica di temi molti impegnativi. Il sindaco ha ringraziato poi la banca che ha messo a disposizione la bella sala per la mostra d’arte. Un saluto e un ringraziamento agli organizzatori della rassegna è giunto dalla vedova di Piva, che all’ingresso della sala aveva omaggiato le signore ospiti con una rosa bianca. Era presente anche Enrico Berti, presidente del Consiglio comunale di Udine.
Michele Piva, Ali, smalti e metallo, 2006. Udine, mostra Michele Piva, segni emblemi pensieri, Spazio “Unicredit Città di Udine”. Fotografia di Elio Varutti

La presentazione critica è stata merito di Enzo Santese, che ha accennato alla grande carica umana che ha contraddistinto i segni e i simboli tracciati sulle tele e sui cartoni da Piva con colori delle terre prevalentemente, fino a tagliare le pagine. “Non è un pittore da salotto il Piva – ha aggiunto Santese – perché è artista sobrio che ama spaziare su vari temi della società, come quelli del contatto con i poeti e gli scrittori italiani”. Santese si è soffermato anche sui Soli, che Michele Piva ha realizzato con parti metalliche e colori rossastri, dando speranza al visitatore che la vita continua, nonostante tutte le oscurità e le malvagità. Quello dei Soli è un tema caro dell’artista, come ha scritto Santese nel cartoncino d’invito alla rassegna. Piva interpreta il Sole metallico “come un varco verso il bene in ogni processo individuale e sociale”.
È appena il caso di ricordare le Impressioni, quadri composti da diversi riquadri astratti, alle quali Eugenio Montale dedicò persino una lirica. Piva incontrò anche Montale e diventarono subito amici.
“A paesaggi antropomorfi – ha scritto Licio Damiani – accennano le melodie sussurrate dei Nudi femminili suggeriti da spezzoni di silhouette dolci come golfi di luce, che ricordano poeticamente la semplicità essenziale, la bellezza lineare, dei nudi di donna anelanti nelle sculture di Henry Moore a farsi idea pura sublimata dall'astrazione. Nelle Prigioni costruite a perpendicolari fasce nere, echi di Hartung e dell’americano Franz Kline si trasformano in sostanza etica”.
Mostra Michele Piva, segni emblemi pensieri, Spazio “Unicredit Città di Udine”. Il pubblico vicino ai Nudi e ai Soli di Michele Piva. Fotografia di Elio Varutti

Altre parole assai incisive sull’artista Piva, nato a Fiume, sono ancora di Licio Damiani, che ha scritto: “Il portamento distinto di signore d’altra epoca, la vena cordiale eppur riservata, rendevano Michele un personaggio atipico. Era autore appartato nel panorama friulano; operava in una posizione di aristocratico isolamento, staccato dai problemi teorici e formali delle avanguardie, con le quali tuttavia interferiva per suggestioni istintive. La sua solitaria ricerca nasceva da una profonda riflessione sulle tragedie e i rivolgimenti della storia con il loro carico di dolore e di speranza: una analisi poetica della contraddittoria condizione umana”.
Michele Piva, pur essendo nato a Fiume, nel Golfo del Quarnaro, sotto il Regno d’Italia, non si sentiva parte dell’esodo fiumano, istriano e dalmata. Me ho ha spiegato con pacatezza varie volte. Altri scrittori, tuttavia, hanno individuato in quel suo rifiuto, una profuganza di riflesso e un desiderio di impegnarsi sul fronte artistico sui temi civili e di grande umanità che hanno afflitto la storia del Novecento: la Shoah, i lager, le prigioni. L’impegno artistico di Piva è sempre stato di alto profilo etico.
Le Ali infrante, come scrisse Riccardo Bacchelli. Mostra Michele Piva, segni emblemi pensieri, Spazio “Unicredit Città di Udine”. Una scultura in ferro e una pitto-scultura. Fotografia di Elio Varutti

La professoressa e scrittrice Annalisa Vucusa, di origine zaratina, ha affermato in un incontro pubblico a Udine, nel 2015, di “ritrovarsi nelle parole di Michele Piva, quando diceva: Come faccio a sentirmi un profugo se la mia famiglia mi portò via che ero bambino e non ho alcun ricordo di Fiume”. La Vucusa, che è socia dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, ha condiviso l’argomento secondo cui: Quello di Piva, forse, fu un esodo vissuto di riflesso. Mi ritrovo pienamente in queste parole: sicuramente un riflesso è il senso di sradicamento da Zara, la terra del mio babbo, che mi porto dentro”.

Biografia di Michele Piva 
Ecco il profilo biografico di un pitto-scultore, come fu definito. Michele Piva è nato nel 1931 a Fiume, allora Regno d’Italia. Ha studiato a Roma, Milano e Venezia. Ha insegnato nelle scuole superiori di Udine. È morto a Udine il 12 maggio 2013. Sue opere si trovano al Museo Revoltella, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Museo de Henriquez, Palazzo del Governo di Toronto, Pinacoteca di Wilson, Museo della Guerra, raccolta Sir Bertrand Russel, Fondazione Guggenheim, Museo “Terra” di Chicago, Accademia dei Concordi e in numerose collezioni private in Italia e all’estero.
Mostre personali: Udine, Milano, Toronto, Venezia, Cremona, Bergamo, Cividale, Grado, Vicenza, Gorizia, Zurigo, Winterthur, Siena, Roma, Trieste, Sesto San Giovanni, Hong Kong, Torino, Rovigo, Padova, Wilson, Ottawa, Genova, Verona, Brescia, San Daniele, Aquileia, Belluno, Lugano, Forni, Vittorio Veneto, Vulcano, Lipari, Londra, Cortina, Montreal, New York, Fiesole, Bologna, Varese, Napoli, Siena, Palermo, Bolzano, Piacenza, Treviso, Monfalcone, Novara, Lignano
Sue sculture pubbliche: a Grado (GO) nei giardini e in mare, presso palazzo Zipser; a Udine presso il Chiostro della Basilica delle Grazie e giardini di piazza Belloni; Tarcento, in piazze e giardini; a San Daniele presso Palazzo Sonvilla; a Cividale del Friuli presso le rive del fiume Natisone.
Le pitture riferite a Montale e ai grandi scrittori. Mostra Michele Piva, segni emblemi pensieri, Spazio “Unicredit Città di Udine”. Fotografia di Elio Varutti

Bibliografia
- Elio Varutti, “Michele Piva: prossima esposizione alla Loggia di Udine”, on-line dal 6 ottobre 2006 su mondocrea.it               http://www.mondocrea.it/itartisti-159/

- Licio Damiani, “Udine rende omaggio a Piva l’artista che dialogava con Bacchelli e Montale”, «Messaggero Veneto», 14 novembre 2018.
Udine, Spazio “Unicredit Città di Udine”, via Vittorio Veneto – Santese, il sindaco Fontanini e il consigliere comunale Berti alla mostra di Michele Piva. Fotografia di Elio Varutti

Michele Piva, Prigioni, disegno su carta, 1968. Udine, Spazio “Unicredit Città di Udine”, via Vittorio Veneto Fotografia di Elio Varutti
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Elio Varutti e Tulia Hannah Tiervo. Fotografie di E. Varutti.

venerdì 16 febbraio 2018

Udine, Giorno del Ricordo 2018 nel palazzo della Provincia


Una trafelata Paola Del Din, medaglia d’oro al valor militare, è stata la prima ad arrivare nel salone di Palazzo Belgrado, sede della Provincia di Udine per il Giorno del Ricordo. “Buongiorno, pensavo di essere in ritardo – ha detto, col fiatone – e invece devo aver sbagliato orario, meglio così”. 
Udine, Salone del Palazzo Belgrado, sede della Provincia per il Giorno del Ricordo 10.2.2018. Fotografia di Giancarlo Martina

L’arzilla rappresentante dei partigiani della Brigata Osoppo viene accolta con molti onori dal personale dell’ente. Anzi viene fatta accomodare vicino alla stanza del presidente della Provincia, onorevole Pietro Fontanini, per farla riposare e per farle sorbire un caldo caffè. Novantacinque anni non sono uno scherzo, ma lei si lamenta solo delle mani che a volte le giocano brutti scherzi.
È il 10 febbraio 2019 e alle ore 10 ha inizio la commemorazione del Giorno del Ricordo, sotto la guida del presidente Fontanini. È anche l’occasione per presentare un libro fresco di stampa del professor Elio Varutti, vice presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). Il titolo del volume è “Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni”, giunto già alla seconda ristampa - mentre si scrive questo articolo.
Oltre a ricordare la grande attività di Silvio Cattalini, il compianto presidente dell’ANVGD, Pietro Fontanini ha citato anche Sara Harzarich, nipote di Arnaldo Harzarich, il maresciallo dei pompieri di Pola, che scoprì il dramma delle foibe d’Istria, riesumando centinaia di cadaveri di italiani uccisi dai titini.
Parla Pietro Fontanini

È pieno come un uovo il salone del Quaglio, cosiddetto per via dei vivaci affreschi seicenteschi di Giulio Quaglio. Addirittura sono state predisposte anche alcune sale laterali con monitor per le immagini e l’audio in diretta. Ci sono anche quattro classi dell’Istituto “B. Stringher” con i rispettivi professori, ma le sedie non bastano. Ci saranno oltre 200 persone.
In primo piano si notano, tra le autorità militari, il generale di Corpo d’Armata Luigi Federici, il generale di Divisione Nedo Lavaggi, il colonnello dei Carabinieri Marco Zearo, il colonnello dei Carabinieri Ivano Fraticelli, il colonnello della Guardia di Finanza Sergio Schena, il capitano dei Carabinieri Lorenzo Pella e il capitano dell’Esercito Nicola Caldieri.
Una infilata di alte autorità militari per il 10 febbraio 2018 a Udine a Palazzo Belgrado

Fontanini dà la parola a Carlo Giacomello, sindaco di Udine. “Non sapevo questi fatti, a scuola non si studiava l’esodo istriano – ha detto il sindaco – sino a che l’ingegnere Cattalini, con la sua grande volontà d’animo, mi ha fatto conoscere la questione delle morti in foiba e il Centro di smistamento profughi di Via Pradamano, sempre con serenità e pacatezza, senza rancore”.
Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, è intervenuta per ricordare la tenacia di Cattalini di cui lei, nel 2017, ha raccolto il testimone, impostando “un lavoro di squadra che sta dando ottimi frutti, in considerazione delle decine di eventi per il Giorno del Ricordo cui siamo stati chiamati a partecipare in varie scuole superiori (ad esempio: Stringher e Stellini), nei comuni della provincia, della regione e, perfino, fuori regione, fatto mai accaduto in questi ultimi decenni”.
Gli studenti dell'Istituto Stringher di Udine nella prima sala aggiuntiva, visto il pienone di presenze. Foto di Germano Vidussi

Il professor Giancarlo Martina, dell’Istituto “B. Stringher”, portando il saluto della dirigente scolastica Anna Maria Zilli, impegnata al Ministero, ha comunicato i risultati di un’originale ricerca della scuola. Sono stati raccolti 350 questionari in provincia di Udine, di persone tra i 18 e i 72 anni. “Emerge che – come ha detto il professor Martina, referente del progetto assieme a Monica Secco e alla preside – il 77% degli intervistati conosce la tragedia delle foibe, l’85% sa cos’è l’esodo, mentre il 65% di essi quantifica le vittime del massacro nelle foibe e il numero degli esuli istriano, fiumano dalmati”.
Parla Elio Varutti, citando le testimonianze raccolte in anni di ricerche sull'esodo giuliano dalmata. Foto di Germano Vidussi

La professoressa Renata Capria D’Aronco, presidente del Club UNESCO di Udine, ha auspicato una traduzione in inglese dell’interessante volume di Varutti, mentre Maria Letizia Burtulo, presidente dell’Università della Terza Età, ha ricordato quanto fosse importante Cattalini tra i suoi docenti e quanto fosse tenace nel battersi per divulgare le vicende di Zara e un brano di storia sconosciuto.
Pure il giornalista Paolo Medeossi, ha ricordato la figura di Cattalini. “È stato per me un vero maestro – dice Medeossi – e ci raccontava le vicende della sua Zara, dell’esodo giuliano dalmata e delle eliminazioni degli italiani nelle foibe con dolore, ma senza rancori, anzi con pacatezza.
L’ultima relazione ufficiale è stata quella del professor Andrea Tilatti, storico dell’Università di Udine. “Questo libro è denso di testimonianze – ha detto Tilatti – perciò e la sua ricchezza sta nell’insieme di vicende descritte dai protagonisti o dai loro discendenti, poi è molto interessante il dato sull’esodo degli italiani del 1920, quando la Dalmazia, esclusa la città di Zara, venne assegnata al nascente Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, poi è descritto l’esodo del 1943, durato fino al 1956 e oltre”.
La parola al professor Andrea Tilatti, dell'Università di Udine. Foto di Giancarlo Martina

Il professor Varutti ha svolto la sua relazione mostrando una serie inedita di fotografie e di documenti d’epoca. “Vorrei menzionare come è stato portato via dai titini – ha detto Varutti – il padre dei fratelli Mattini che sono presenti qui in sala”. Ecco il racconto: Frane, vien un momento via con noi, i gà dito. È iniziato così il triste ricordo del padre infoibato per Onorina Mattini, nata a Pinguente nel 1924. Era il 15 settembre 1943. Hanno usato il diminutivo, vezzeggiativo in lingua croata “Frane”, per “Francesco”. Egli era un addetto dell’impianto pompe dell’acquedotto militare di Pinguente. Francesco Mattini, classe 1895, non era una camicia nera. Non era un militare. Era un impiegato civile. Lo hanno ammassato nella scuola del paese, divenuta per l’occasione prigione titina, assieme a tanti altri italiani del posto da eliminare. 
Nel libro ci sono altre storie di infoibati, raccontate dai discendenti, come l’ingegnere Carlo Alberto Privileggi di Parenzo, oppure Maria Cramer di Montona,  Giusto e Mario Chersi, di Parenzo, ovvero della fucilazione dei tre fratelli Mrak, di Cerò di Sotto (oggi in Slovenia, Dolnje Cerovo).
Pubblico in piedi perfino nell'atrio di ingresso. Fotografia di Giancarlo Martina

Nel dibattito che si è aperto ha parlato Paola Del Din, accennando anche lei al fatto che Cattalini fosse pacato e disponibile al dialogo fra le sponde dell’Adriatico, mentre la situazione per certi storici croati non è ancora stata ben chiarita, lasciando ancora dei lati oscuri. “Come può crescere una democrazia – ha tuonato la Del Din – se vengono dette delle bugie?”. A quel punto è partito un lungo ed intenso applauso.

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Servizio giornalistico, di ricerca e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E.V. Fotografie di Daniela Conighi, Giancarlo Martina e Germano Vidussi che si ringraziano per la collaborazione prestata.
L'intervento seguitissimo e applauditissimo di Paola Del Din, medaglia d'oro al valor militare
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Ringraziamenti. Per alcuni informazioni ricevute sono grato alla cortese signora Patrizia Pauletig, della Segreteria di Presidenza della Provincia di Udine.
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Sitologia e cenni bibliografici
- E. Varutti, La campana di Harzarich. Intervista sull'esodo istriano, 1943, on-line dal 28 ottobre 2014.

- E. Varutti, Parla Sara, nipote di Arnaldo Harzarich, che scoprì le foibe d’Istria, on-line dal 2 marzo 2015.

- E. Varutti, La Giornata del Ricordo. L’orrore di quella mattanza: parlano i testimoni delle foibe, «Messaggero Veneto», 7 febbraio 2018, p. 48.

-Lucia Bellaspiga, Udine. Io, a 97 anni ultimo testimone oculare delle stragi delle foibe, «L’Avvenire», 6 gennaio 2018.

- Giorno del Ricordo. Da Porzûs alle foibe, passando per l’esodo istriano. La riflessione dello storico Raoul Pupo. Profughi, 100 mila per Udine. Testimonianza, Sara: È stato mio zio a scoprire le foibe, «La Vita Cattolica», 7 febbraio 2018, p. 9.

- Marina Corradi, Lettere. Foibe, il coraggio di chi denunciò i crimini e il bacio che salvò la memoria, «L’Avvenire» del 10 febbraio 2018.

- David Zanirato, Esuli istriani e dalmati in città, un libro e una ricerca. Foibe, le storie degli esuli Centomila a Udine, «Il Gazzettino», Cronaca del Friuli, 11 febbraio 2018, pp. I-II.












giovedì 8 febbraio 2018

Istituto Stringher nel Giorno del Ricordo 2018, ein plein di autorità a Udine

Non ci sono molti presidi che nella loro scuola commemorano il Giorno del Ricordo. Ce ne saranno ancor meno di quelli che riescono a fare il pieno delle massime autorità istituzionali del loro territorio per quell’evento svolto in collaborazione con l’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). È stato un vero ein plein di personaggi dello stato e delle istituzioni. Un successo per la scuola!
Anna Maria Zilli e Vittorio Zappalorto, prefetto di Udine al Giorno del Ricordo 2018 dell'Istituto Stringher

È accaduto così ad Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dell’Istituto “Bonaldo Stringher” di Udine il 7 febbraio 2018 mattina, nell’Auditorium scolastico. È dal 1996 che la scuola alberghiera, commerciale e turistica ha iniziato ad occuparsi di esodo giuliano dalmata. Il presidente del Comitato Provinciale ANVGD di allora, l’ingegnere Silvio Cattalini, per una gita in Dalmazia chiese una collaborazione all’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Stringher”. Così dal 18 al 22 settembre 1996 due allieve della sezione turistica della rinomata scuola udinese, accompagnate dalla professoressa Nadia Tacus, docente di Economia turistica, parteciparono in veste di ciceroni a quel viaggio.
Dopo la istituzione della Legge sul Giorno del Ricordo, nel 2004, le attività didattiche sull’esodo istriano nella scuola si moltiplicarono anno dopo anno con ricerche, conferenze, filmati e mostre fotografiche, con l’intervento periodico di Cattalini, del vice presidente Sergio Satti, esule da Pola e di altri esuli dell’ANVGD.
Udine, 7.2.2018 Auditorium Istituto Stringher al Giorno del Ricordo. Fotografia di Giancarlo Martina

È stato Vittorio Zappalorto, prefetto di Udine, il 7 febbraio 2018, ad accennare come “nei libri di storia non ci sia molto spazio per l’esodo giuliano dalmata”. Il prefetto ha aggiunto che “per anni non si è mai parlato dei 350 mila italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia costretti ad abbandonare la loro terra con le loro carrette in fretta e furia, allora penso che sia giusto parlare di questi fatti, per conoscere meglio la storia e tutelare il nostro passato”.
La preside Zilli ha fatto un apprezzato discorso sulla conoscenza, valorizzando il fatto che lo Stringher fa parte della rete di scuole UNESCO. “È importante far conoscere e trasmettere alle nuove generazioni – ha detto la Zilli – il sapere di questi drammi a volte celati per pudore e dignità, lasciati silenti e rimossi per troppi anni, una simile azione conferisce un valore ed un significato autentico alla nostra opera di docenti e di educatori”.
Giorgio Gorlato, Bruna Zuccolin, Elisabetta Marioni e Pietro Fontanini al Giorno del Ricordo presso lo Stringher di Udine

Ha partecipato all’incontro l’onorevole Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine. “Mi viene in mente che partecipai anch’io alla votazione favorevole alla istituzione del Giorno del Ricordo – ha detto Fontanini – e penso che la questione delle foibe e dei campi profughi giuliano dalmati siano un dramma ancora vivo, causato dalle ideologie. Infatti ritengo che quei tristi fatti siano accaduti a causa del comunismo jugoslavo che ha voluto uccidere quelle persone perché italiane e i loro familiari fuggiti di qua del confine hanno trovato gravi difficoltà a farsi accettare”.
Ha poi parlato l’architetto Enrico D’Este, per il Comune di Udine, ribadendo “l’accettazione del diverso, del profugo, non come avvenne per la gente dell’Istria, Fiume e Dalmazia, puntando al senso di umanità”.


Come da programma della mattinata è intervenuta Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, puntando sulle “emozioni, perché ricordare gli istriani, i fiumani e i dalmati cacciati via dagli slavi è un modo per capire che il fatto violento e l’espulsione dalle proprie terre non dovrà accadere più, per tale motivo dobbiamo sentirci europei, un modo di essere che tra voi giovani è diffuso e quasi scontato”.
Ha rivolto le sue parole sul sentimento di pacificazione e di dialogo tra i popoli Renata Capria D’Aronco, presidente del Club UNESCO di Udine, ringraziando i professori del Laboratorio di Storia dello Stringher per l’intensa attività didattica svolta nei recenti anni sull’esodo istriano, sotto la guida della preside Zilli, che è pure presidente nazionale Rete Nazionale Istituti Alberghieri (RENAIA).
L’intervento più atteso e richiesto dagli insegnanti del Laboratorio di Storia della scuola, è stato quello di Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria, figlio di uno scomparso. Con la tensione salita alle stelle, Gorlato ha raccontato come i titini in divisa, alla sera del 3 maggio 1945, a guerra finita, portarono via suo padre, notaio di Dignano, assieme ad altri maggiorenti del paese, tutti italiani. Ha riferito di come la zia cercasse di fermare quel sopruso, ma si beccò un colpo in testa col calcio del fucile da uno dei miliziani con la stella rossa sul berretto. Da quella cattura non si seppe più nulla di quella gente italiana, finita in una foiba, come dissero i compaesani.
Le attente assistenti congressuali dell'Istituto Stringher al Giorno del Ricordo 2018

Ha introdotto i lavori dell’incontro didattico la professoressa Elisabetta Marioni, docente di Storia, che ha presentato i relatori della giornata di studio, oltre al filmato “Esodo, la memoria tradita”, pubblicato dall’ANVGD, che ha molto appassionato gli studenti.
Uno spazio iniziale è stato dedicato anche al professor Giancarlo Martina, referente del Laboratorio di Storia dello Stringher. “Abbiamo di recente condotto delle indagini statistiche interne – ha detto il professor Martina – trovando una valida collaborazione con gli insegnanti di Matematica, volevamo sapere se l’esodo giuliano dalmata e l’ANVGD sono conosciuti tra i nostri studenti e in quale misura, allora il risultato è stato confortante, perché nelle centinaia di questionari raccolti emerge un certa conoscenza del fenomeno, meno nota invece è l’ANVGD, ma continuiamo a far conoscere questa parte di storia dell’Italia nord-orientale”.
L’ultima relazione, intitolata “Insegnare il Giorno del Ricordo” è stata tenuta dal professor Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, commentando una serie di diapositive con documenti e fotografie dell’epoca sull’esodo, sul Centro di smistamento profughi di Udine e sui luoghi di accoglienza per gli esuli giuliano dalmati in Friuli.

Tra i professori dell’Istituto presenti in sala si sono notati, tra gli altri, Gianni Nocent, sindaco di Martignacco (UD), Anna Ghersani Durini, con avi di Fiume, Michele Galliussi, Roberto Orsaria ed alcuni insegnanti di sostegno.
All’ingresso della scuola e in auditorium faceva la sua bella mostra la squadra di assistenti congressuali in divisa, tutti allievi della scuola. Coordinati e preparati dai professori di Laboratorio di ricevimento Sonia Bortolussi e Luca Martini ecco qui di seguito i loro nomi: Massimo Codarin (della classe 3^B accoglienza turistica), Martina Castenetto, Sonia De Clara, Nikolina Gjergjeska, Chiara Mendoza, Nicole David e Federica Tortora, della classe 4^ C accoglienza turistica.
Alla fine dell’incontro le autorità e gli intervenuti sono stati accompagnati in Laboratorio di Sala bar, dove gli allievi di quel settore e i loro insegnanti Antonio Germani e Biagio Nappi, hanno offerto agli ospiti un brindisi, cui hanno collaborato professori del settore alberghiero e dolciario con il solito spirito di squadra di questa grande scuola.
Al microfono il professor Giancarlo Martina, del Laboratorio di Storia dello Stringher al Giorno del Ricordo 2018
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Servizio giornalistico e di networking di Sebastiano Pio Zucchiatti in collaborazione con E.V. Fotografie di E. Varutti e di Giancarlo Martina, che si ringrazia per la fattiva collaborazione.

Auditorium dell'Istituto Stringher di Udine il 7.2.2018 mattina per il Giorno del Ricordo, molta attenzione e poche manine a ravanare sugli smartphone...

Esodo da Pola 1947, ecco le carrette di cui parlava il prefetto di Udine in conferenza allo Stringher di Udine per il Giorno del Ricordo 2018, commemorato


martedì 24 ottobre 2017

Gianfranco Ellero presenta le sue memorie di storiografo a Udine

L’ultimo libro di Gianfranco Ellero è stato presentato il 23 ottobre 2017 nella splendida cornice di Palazzo Belgrado a Udine, sede della Provincia. 
Lorenzo Zanon, Pietro Fontanini, in piedi, Gianfranco Ellero e William Cisilino. Fotografia di Elio Varutti

Si tratta di un libro intervista in cui lo storico racconta se stesso in rapporto ai fatti e agli accadimenti del territorio e dell’Europa. William Cisilino, direttore dell’Agjenzie Regjonâl pe Lenghe Furlane (Arlef), riveste il ruolo di intervistatore. «Al è come Ellero che, tal 1988 – ha detto William Cisilino in marilenghe – al intervistave il professôr Carlo Guido Mor e cumò jo o intervisti Gianfranco Ellero sui fats storics, su l’art, la gjeografie, la politiche e i rapuarts cun l’Europe».
L’incontro era iniziato con le parole, in friulano, di Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine. « Ellero – ha detto Fontanini – nus à judât a cirî lis nestris lidrîs e a cognossi la storie dal Friûl che no nas cun Rome ma plui di prime. Dopo o vin di fâ i augûrs a Ellero par i siei otante agns».
Lorenzo Zanon, presidente dell’Istitût Ladin Furlan “Pre Checo Placerean”, ha dichiarato che: «chest libri al reste te storie e o soi agrât a Ellero, parcè che al è stât cun nô par dânus ideis pe storie dal Friûl e dopo il libri al è un patrimoni fondamentâl par inmaneâ un programe di studi pe nestre scuele».
Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine, consegna una medaglia d'oro a Gianfranco Ellero. Fotografia di Elio Varutti

Giuseppe Bergamini, storico dell’arte, in lingua italiana ha paragonato Ellero agli umanisti, per il notevole numero di saggi, di libri e di articoli scritti da lui. William Cisilino ha poi ricordato la collana di studi sull’autonomismo edita dall’Istitût Ladin Furlan “Pre Checo Placerean”, giunta al 26° volume. Tale collana, ideata da Geremia Gomboso, è veicolata anche in Internet.
Nel volume appena stampato si parla anche dell’Università di Udine, voluta dalla gente dopo il terremoto del 1976. È intervenuto, infine, Gianfranco Ellero, in lingua italiana, con qualche frase in friulano. Certi libri di storia raccontavano “fufignis” (bugie), a suo parere, soprattutto quelli su cui ha iniziato a studiare da bambino e da ragazzo. Poi ha conosciuto in loco i maestri di fatto, come Carlo Guido Mor, Luigi De Biasio, Carlo Sgorlon, Tito Maniacco, Luciano Morandini e così via, fino ai grandi pensatori come Bertrand Russel, Fernand Braudel e Jacques Le Goff.

Una parte del folto pubblico presente alla presentazione del libro di Gianfranco Ellero. Fotografia di Elio Varutti

La chiave per capire i fenomeni regionali sta, secondo Ellero, nei fenomeni generali. Il Friuli va compreso allargando gli studi al contesto europeo, perché a detta di Ellero: «il Friuli è la più europea delle regioni».
Nel dibattito che è seguito c’è stato solo l’intervento di Silvana Schiavi Fachin che, in marilenghe, si è detta meravigliata della mancanza di una versione in lingua friulana nello steso volume.

Un enfatico atteggiamento di Gianfranco Ellero durante il suo intervento a Palazzo Belgrado. Fotografia di Elio Varutti
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Gianfranco Ellero, William Cisilino, Il Friuli in Europa. L’Europa in Friuli. Memorie di uno storiografo, Istitût Ladin Furlan “Pre Checo Placerean”, Provincia di Udine, 2017, pp. 112.

William Cisilino al fevele par furlan dal libri interviste fat cun Ellero. Dongje di lui: Gianfranco Ellero, Pietro Fontanini, Giuseppe Bergamini e Lorenzo Zanon. Fotografie di Elio Varutti

La copertina del libro

martedì 22 novembre 2016

La vita di Carlo IV di Lussemburgo, libro presentato a Udine

Nel salone di Palazzo Belgrado, sede della Provincia di Udine, il 21 novembre 2016 è stato presentato il volume intitolato “Vita Caroli”, autobiografia dell’imperatore del Sacro Romano Impero. La traduzione in italiano del testo è dovuta a ad Arianna Marchiol e Tiziana Menotti, che ha curato anche l’intera pubblicazione, fresca di stampa.
Pietro Fontanini apre l'incontro di presentazione del libro "Vita Caroli". Da sinistra: Arianna Marchiol, Bruno Figliuolo, mons. Sandro Piussi e, sulla destra, Michaela Krčmová e Tiziana Menotti.

Ha aperto l’incontro l’onorevole Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine. «Questo libro è dedicato ad un grande imperatore che fu grande amico del Friuli». Ha preso la parola poi Tiziana Menotti, curatrice e traduttrice del volume edito da Medusa di Milano. La curatrice ha tratteggiato gli aspetti biografici di Carlo IV di Lussemburgo (1316-1378), re di Boemia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Nella Repubblica Ceca è considerato un “padre della patria”. Egli nacque a Praga il 14 maggio 1316 – quest’anno cade dunque il 700° anniversario della sua nascita – dal matrimonio della principessa Elisabetta, dell’antica casata reale dei Přemyslidi, e Giovanni, conte di Lussemburgo, che divenne così re di Boemia. Carlo fu battezzato col nome di Venceslao e trascorse l’infanzia alla corte dello zio, il re di Francia Carlo IV.
Il secondo relatore è stato monsignor Sandro Piussi, direttore degli Archivi storici e Biblioteche dell’Arcidiocesi di Udine, che ha voluto soffermarsi sulla figura di “Due boemi divenuti Patriarchi di Aquileia”. Si tratta di Nicolò di Lussemburgo, che governò dal 1350 al 1358 e, tra l’altro, era fratello minore di Carlo IV, e su Giovanni Sobieslaw di Moravia, che resse il titolo dal 1387 al 1393.
Michaela Krčmová, giornalista della radio nazionale ceca Český rozhlas, ha parlato (in lingua italiana) del viaggio di Carlo IV in Italia, per l’incoronazione a imperatore. «Carlo IV passa per Udine – ha detto la Krčmová – il giorno 14 ottobre 1354 e in compagnia del fratello Nicolò di Lussemburgo, patriarca di Aquileia, arrivò a Milano, dove il 6 gennaio 1355 cinse la corona ferrea di re d’Italia nella basilica di Sant’Ambrogio e, infine, il 5 aprile successivo, fu incoronato a Roma nella basilica di San Pietro, imperatore del Sacro Romano Impero, mentre il Papa risiedeva ad Avignone».

L’intervento di Bruno Figliuolo, docente di Storia Medievale all’Università di Udine, ha elogiato l’articolazione del volume per un personaggio della storia che non ebbe alti significati, se non quello di aver scritto per primo una autobiografia e di essere stato un imperatore pio e capace di spiegare le Sacre Scritture al popolo. «È raro trovare un’opera così – ha detto Figliuolo – è una vera novità, un fatto irrituale nel panorama del tempo, per un imperatore che dovette impegnarsi in una defatigante corsa per l’Europa per cercare di placare le ribellioni, le congiure e i colpi di mano».
Arianna Marchiol, infine, ha spiegato le difficoltà incontrate nella traduzione dal latino medievale, che era una lingua per dotti e intellettuali. Non era una lingua viva, né morta. Era una lingua con scarso rigore grammaticale rispetto alla lingua latina classica.
Prima di chiudere l’incontro i relatori hanno risposto ad una serie di domande poste dal pubblico.

La struttura del libro
Il testo è composto dall’originale latino medievale scritto da Carlo IV stesso, con traduzione italiana a fronte. La Prefazione è di Eva Doležalová, direttrice del Dipartimento di Storia medievale dell’Istituto di Storia dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca. A seguire c’è una breve biografia di Carlo IV, scritta da Tiziana Menotti, che ha seguito l’abbondante apparato di note al testo latino. Si trova, infine, una Postfazione di Michaela Krčmová, già pubblicata in lingua ceca e, qui, tradotta da Tiziana Menotti.

Quattro parole con Tiziana Menotti, curatrice e traduttrice del volume
Domanda: Questo imperatore si chiamava Carlo oppure Venceslao?
Risposta: «Al battesimo gli fu imposto il nome Venceslao – spiega la Menotti – poi lo zio, il re di Francia, al momento della Cresima gli impose il proprio nome: Carlo.»
D.: C’erano delle sue mire sull’Italia? 
R.: «Nel 1331, all’età di quindici anni, quando secondo il diritto medievale una persona poteva dirsi adulta, Carlo fu chiamato in Italia dal padre Giovanni, che intendeva estendere la signoria dei Lussemburgo nella penisola. Per ben due anni Carlo rimase in Italia, dove imparò l’arte della politica e della diplomazia pur tra intrighi e pericoli di ogni genere. Nel 1334 il padre lo nominò margravio di Moravia e, nonostante i dissapori dovuti alla dispartità di carattere, intrapresero insieme numerose imprese diplomatiche e militari, sia in patria che al di là dei confini del regno boemo. Nel 1346 i principi elettori lo elessero all’unanimità re dei Romani  al posto dell’imperatore Ludovico il Bavaro e l’anno seguente, dopo la morte del padre, divenne re di Boemia».

D.: Cosa successe nel 1354-1355?
«Con l’elezione a re dei Romani Carlo ottenne in pratica la corona imperiale e infatti nell’autunno del 1354 intraprese il lungo viaggio che dalla Boemia lo portò dapprima a Milano, dove il 6 gennaio 1355 cinse la corona ferrea di re d’Italia, quindi a Roma, dove il 5 aprile, giorno di Pasqua, fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. I grandi umanisti e intellettuali dell’epoca, tra cui Francesco Petrarca, anelavano alla restaurazione dell’antica tradizione dell’impero romano e alla restituzione della centralità dell’impero alla sua città di origine, Roma. Le loro speranze, però, rimasero disattese. Carlo, infatti, in totale ubbidienza al papa, si intrattenne a Roma un solo giorno e Praga rimase per trentadue anni la capitale indiscussa dell’impero».
D.: Carlo IV di Lussemburgo, re di Boemia e il Friuli. È vero che può dirsi amico del Friuli?
R.: «La storia di Carlo si intrecciò fortemente con la storia dell’Italia e del Friuli, in particolare con quella del patriarcato di Aquileia. Il primo contatto che egli ebbe con lo stato patriarcale fu nel 1337, quando, sfuggito alla cattura da parte della flotta veneziana nelle acque dell’Adriatico nei pressi di Grado, fu accolto con grandi onori dal patriarca Bertrando di San Genesio, che lo ospitò a Udine e con il quale strinse un rapporto di solida amicizia. Bertrando descrive così il suo primo incontro con Carlo: “Restituita la pace al Friuli (dopo la guerra di Venzone) Carlo, che divenne poi re dei Romani, sbarcò in Aquileia (aprile-giugno 1337) e lo accogliemmo come si conveniva a tanto signore; ed egli condusse seco Bartolomeo (conte di Segna e di Veglia) e rimase con noi a Udine a nostre spese per un mese e più”. Qualche anno più tardi, nel dicembre del 1340, Bertrando fu attaccato dal conte di Gorizia e dai duchi d’Austria, che si erano accampati nei pressi di Venzone. Trovandosi in grave difficoltà, chiamò in aiuto l’allora margravio di Moravia, che accorse prontamente e insieme assediarono la città di Gorizia dopo aver devastato la contea. B. M. De Rubeis riporta nei suoi Monumenta Ecclesiae Aquileiensis questo brano tratto dall’autobiografia di Carlo IV Vita Caroli, contribuendo tra l’altro a chiarire l’etimologia del toponimo Veronium, che egli identifica per l’appunto con il borgo di Venzone».

D.: Ci dice qualcosa sugli ultimi anni di vita dell’Imperatore, quando la sua vita pubblica si incontrò con quella di suo fratello Nicolò di Lussemburgo?
R.: «Nel 1350 Bertrando fu assassinato in un’imboscata da alcuni nobili friulani. Il suo successore fu Nicolò di Lussemburgo (1350-1358), fratellastro di Carlo e suo uomo di fiducia. Nell’autunno del 1354 Carlo passò i valichi alpini del Friuli e il 14 ottobre entrò a Udine per ricongiungersi con il fratello Nicolò, che fu il suo fedele compagno durante il lungo e non sempre facile viaggio verso l’incoronazione imperiale».
D.: Carlo IV tornò altre volte a Udine e in Friuli?
R.: «Sì. La città di Udine ebbe l’onore di accogliere il grande sovrano ancora una volta. Nel 1368, infatti, in occasione del suo secondo viaggio in Italia per l’incoronazione a imperatrice della sua quarta moglie, Carlo IV sostò nuovamente a Udine, dove incontrò per la terza volta Francesco Petrarca, con il quale aveva mantenuto per anni un vivace carteggio. Nella prima lettera inviata dal Petrarca al sovrano boemo e che risale al 1351, il grande poeta invita Carlo ad assumere il governo dell’impero e a scegliere Roma come sua capitale, perché, come egli scrive: “Noi, o Cesare, già tel diceva, qualunque nato altrove per italiano ti abbiamo”. Anche se poi le cose andarono diversamente, il rapporto tra i due intellettuali, basato sulla stima e sull’ammirazione reciproche, crebbe nel tempo, rendendo possibili anche alcuni incontri. Il primo a Mantova nel 1355, durante il viaggio per l’incoronazione di Carlo, il secondo a Praga l’anno seguente e, finalmente, a Udine nel 1368».

D.: L’Imperatore Carlo IV era devoto? 
R.: «Carlo IV era un sovrano estremamente colto. Conosceva cinque lingue, amava l’arte, si dilettava di letteratura e di esegesi biblica. Era molto devoto alla Vergine, a san Venceslao e a santa Caterina d’Alessandria, che riteneva lo avesse protetto durante la difficile battaglia sostenuta contro una coalizione formata da illustri famiglie italiane presso il castello San Felice il 25 novembre 1332».
D.: In conclusione, che tipo di libro è Vita Caroli?

R.: «Poco dopo l’elezione a re dei Romani, Carlo iniziò a scrivere la propria autobiografia dal titolo Vita Caroli, un’opera appartenente a quel genere letterario di tipo educativo molto diffuso durante il Medioevo noto come specula principis e la cui traduzione dal latino viene oggi proposta dalla casa editrice milanese Medusa. L’opera fu terminata pochi giorni prima dell’elezione imperiale e probabilmente Carlo avrebbe voluto proseguirne la stesura ben oltre i suoi primi trent’anni di vita. Probabilmente i numerosi impegni glielo impedirono. Anche se con la stesura dell’opera Carlo intendeva soprattutto ammaestrare i propri successori, in particolare il figlio Venceslao IV che gli sarebbe succeduto su entrambi i troni, Vita Caroli è una preziosa fonte di informazioni riguardanti la figura del giovane principe, le sue gesta e i principi cristiani su cui fondò tutta la sua vita. Carlo IV morì a Praga il 29 novembre 1378».  
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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti.   
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Carlo IV, Vita Caroli. Autobiografia, a cura di Tiziana Menotti, titolo originale: Karoli IV imperatoris Romanorum Vita Ab Eo Ipso Conscripta, traduzione di Tiziana Menotti e Arianna Marchiol, Milano, Medusa, 2016, pagg. 201, 21 fotografie a colori e b/n.

ISBN 978-88-7698-359-7