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venerdì 23 febbraio 2024

‘Me vergognavo de eser profuga’. Voci dell’esodo da Zara, Cittanova, Rovigno e Pirano, 1943-1960

Stefano Gilardi mi ha raccontato come è stato l’esodo della sua nonna. Si chiamava Redenta Orlich, nata a Zara nel 1919 e deceduta ad Alghero nel 2013. È da premettere che risale all’Ottocento la fondazione della Gilardi & Bettiza di Spalato, la più antica e la più importante di tutte le fabbriche dalmate. L’impresa affronta i sempre più grandi e frequenti ampliamenti e rimodernamenti a cavallo dell’Ottocento e Novecento, per terminare con la vendita alla famiglia croata Ferić, negli anni Venti del Novecento, messa in atto a causa un susseguirsi di circostanze storiche e politiche sfavorevoli. Ci fu un primo esodo dei Gilardi da Spalato a Zara, unico territorio dalmata nel Regno d’Italia, dal 1918 al 1943.

Redenta Orlich, sposata a Lorenzo Gilardi, scappò un’altra volta da Zara, probabilmente nel 1943, in treno, transitando per Trieste e la destinarono al Centro raccolta profughi di Reggio Calabria, poi la famiglia trovò un alloggio a Fertilia, nel Comune di Alghero, provincia di Sassari. Fertilia è una città di fondazione del fascismo, sorta nel 1936, ma non completata per lo scoppio della Seconda guerra mondiale. L’opera di colonizzazione in Sardegna si bloccò e la maggior parte degli edifici rimase di fatto inutilizzata. Nel dopoguerra giunsero gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, diventando un microcosmo linguistico culturale vicino a quello di Alghero, di lingua catalana.

Sentiamo un’altra voce. Carla Pocecco, esule da Cittanova, mi ha detto che “semo vignudi via nel 1955 iera la Zona B appena passada sotto la Jugoslavia col Memorandum de Londra, mentre i fratelli de mia nonna iera stadi spedidi in Italia nel 1947”. È passata da qualche Campo profughi? “Sì, certo ierimo al Centro raccolta profughi de Valmaura a Trieste – ha aggiunto la Pocecco – me ricordo che ierimo tel fango e andavo a giogar al Campo profughi de San Sabba con tutte quelle scritte sui muri, chi ge gaveva dà el permesso de scriver su pei muri?” Poi la signora Pocecco, da grande, scopre che erano graffiti dei prigionieri ebrei, che furono deportati al Campo di sterminio di Auschwitz.

Perché siete fuggiti dall’Istria? “La gente italiana subiva atti di intimidazione e di violenza fisica –  ha proseguito la Pocecco – che non potevano risolversi diversamente che nella scelta dell’esodo, avevo fatto le scuole croate, dopo me vergognavo de essere profuga e domandavo papà cosa xe successo?”. Solo quando compì diciassette anni, il babbo che era carabiniere spiegò alla signora Carla Pocecco i fatti accaduti alla famiglia e la fuga dall’Istria, abbandonando i vari beni economici. “I miei decisero di partire prima che fosse troppo tardi – ha detto – mi dispiace, gò perso la cultura agraria e della pesca dei nonni, quella xe la mia storia”.

Fabbrica Gilardi e Bettiza a Spalato
Daniele De Fazio, mio amico d’infanzia, ha sposato Idanna Veggion, figlia di Antonio, esule da Rovigno, passato dal Centro smistamento profughi di via Pradamano a Udine. “Pensa che verso il 1984-1985 – ha riferito De Fazio – per il prezzo più basso, andavo a fare il pieno di benzina in Jugoslavia, con mia moglie e mio suocero Antonio Veggion, ebbene lui si faceva scaricare in Italia e ci aspettava al confine, da tanta paura che aveva ancora degli jugoslavi titini”.

Andare via da Pirano con il “lasciapassare il 20 maggio 1960”. È capitato a Mario Dugan esule a Marina di Ravenna. Egli ha voluto “ritornare in Istria nel mese di ottobre 1964 – ha concluso – e ho dovuto fare il passaporto italiano e aspettare il visto jugoslavo; non vi dico i controlli alla frontiera, molte volte le persone venivano spogliate, biancheria intima compresa. Buona giornata”.

Fonti orali - Le interviste (int.) sono state condotte a Udine con taccuino, penna e macchina fotografica da Elio Varutti, se non altrimenti indicato.

- Daniele De Fazio, Udine 1956, int. del 24 luglio 2017.

- Mario Dugan, Pirano 1942, vive a Marina di Ravenna (RA), messaggio in FB del 2 luglio 2017.

- Stefano Gilardi, Fertilia di Alghero (SS) 1983, int. del 24 novembre 2018.

- Carla Pocecco, Cittanova 1949, int. al telefono del 27 novembre 2018; componente del Consiglio Direttivo dell’Associazione delle Comunità Istriane, Trieste.

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Progetto di Elio Varutti, docente di Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata all’Università della Terza Età (UTE) di Udine. Ricerche e Networking di Tulia Hannah Tiervo, e E. Varutti. Lettori: Sebastiano Pio Zucchiatti e Enrico Modotti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e ANVGD di Arezzo. Fotografie da collezioni private e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

mercoledì 31 ottobre 2018

Presentato a Udine il libro di Francesco Tromba, esule da Rovigno, con l’ANVGD


“È stato un incontro toccante e molto coinvolgente quello con l’esule da Rovigno Francesco Tromba, nato nel 1934” – ha detto così Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).
Udine, sala Baldassi, parrocchia del Cristo, Francesco Tromba, Bruna Zuccolin, Elio Varutti e Giuseppe Capoluongo. Fotografia di Giorgio Gorlato

L’evento, patrocinato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, si è svolto a Udine il 30 ottobre 2018, presso la sala Baldassi, nella Parrocchia del Cristo, in via Montebello 3. Organizzato dal Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD in collaborazione con Confraternita del SS.mo Crocifisso di Udine, ha visto per protagonista Francesco Tromba, esule da Rovigno. Egli perse tragicamente il padre nella foiba di Vines. L’autore ha ripercorso quanto accadde alla sua comunità, con particolare riguardo a quella di Rovigno, suo luogo natale poi, nel 1946, a quella di Pola, suo luogo di successiva residenza, comunque abbandonato per l’esilio a Venezia, mentre il resto della famiglia andava a Bari, in fuga dai titini.
Francesco Tromba, nel 2000, ha pubblicato: “Pola Cara, Istria Terra Nostra. Storia di uno di noi Esuli Istriani”. Il volume, nel 2017, ha raggiunto la settima ristampa e ha ottenuto il Premio Firenze nel 2016.
Udine, 30 ottobre 2018 - Francesco Tromba, Giorgio Gorlato e Bruna Zuccolin. Fotografia di E. Varutti

Ha introdotto la serata la presidente dell’ANVGD di Udine Bruna Zuccolin, portando i saluti del Comitato Provinciale del sodalizio degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia e ringraziando la Parrocchia del Cristo, per la collaborazione all’iniziativa culturale.
Giuseppe Capoluongo, priore della Confraternita del SS.mo Crocifisso, ha ricordato che tale istituzione religiosa risale al Cinquecento e si è sempre occupata di solidarietà. “Rappresento qui la parrocchia del Cristo – ha detto Capoluongo – e vi porto i saluti della nostra comunità, inoltre sono anche un poeta e vi presento due mie composizioni riguardo all’esodo giuliano dalmata”. Nel silenzio della sala, il poeta ha declamato un testo dedicato a Pola, seguito dall’ode intitolata Nostalgia, dedicata a Maria Millia, esule da Rovigno e suocera di Capoluongo.
Poi ha avuto la parola il professor Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, che ha introdotto l’opera di Francesco Tromba. “È un piccolo libro scritto con il cuore dall’autore – ha detto Varutti – cercando di riferire i pensieri di quando era bambino e subì l’oltraggio di vedersi portar via il babbo dai miliziani titini che poi lo uccisero e lo gettarono nella foiba di Vines”.
Udine, sala Baldassi, parrocchia del Cristo, Francesco Tromba legge il suo commovente intervento, vicino a Bruna Zuccolin e Elio Varutti. Fotografia di Giorgio Gorlato

È intervenuto quindi lo stesso Tromba. “Ricordo quel 16 settembre 1943 – ha detto – quando arrivarono in sette titini coi fucili, erano di Rovigno, due restarono di guardia sotto casa, mentre gli altri salirono al secondo piano e col calcio dei fucili abbatterono la porta d’ingresso, poi iniziarono a cercare mio padre per tutta la casa, riuscirono a trovarlo nascosto sotto il lavabo della cucina e lo portano via”. La famiglia non ha mai saputo cosa gli fosse successo. Era un tipografo, Giuseppe Tromba, classe 1899, solo nel 2006 il figlio è venuto a sapere da una signora di Rovigno che il suo babbo fu una delle prime vittime gettate nella foiba di Vines, vicino ad Albona. Nell’ottobre 1943 i tedeschi occuparono Rovigno, scacciando i partigiani jugoslavi. Per i rovignesi fu una sorta di liberazione dalle violenze titine. Il maresciallo dei pompieri di Pola, Arnaldo Harzarich, iniziò a recuperare le salme dalle foibe, scortato dai militari tedeschi e italiani, ma quella di Giuseppe Tromba non fu esumata, in quanto inarrivabile e ormai decomposta.
Non è tutto, perché la madre di Francesco Tromba fu imprigionata il 5 maggio 1945 dai druzi in divisa con le armi spianate e portata nelle carceri di Fiume. Drug, in serbo, significa "compagno", perciò gli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia chiamavano druzi i partigiani comunisti. Fu accusata di essere nemica del popolo, perché aveva riferito ai tedeschi il nome di uno di coloro che gli avevano catturato e fatto sparire il marito nel 1943. Lavorava alla Manifattura Tabacchi. Francesco Tromba, a dieci anni, restò senza genitori, assieme alle sorelle Luciana, di sedici anni e Eliodora di sette. La mamma dei fratelli Tromba fu liberata dai druzi nel giugno 1946 e, per paura dei carcerieri, fuggì a Trieste, da dove, come dipendente statale, fu inviata alla Manifattura Tabacchi di Bari.
Nel frattempo Francesco Tromba fu ospite dell’Orfanotrofio di Sant’Antonio di Pola, da dove il 12 febbraio 1947 con la motonave Pola assieme ai frati e a tutti gli orfanelli partì per Trieste, per essere alloggiati al Campo profughi del Silos. L’ultima tappa dell’esodo di Francesco Tromba, ormai diviso dalla sua famiglia, fu l’Orfanotrofio dei frati di S. Nicolò al Lido di Venezia, dove imparò il mestiere di tipografo. Per qualche anno visse poi a Milano, dove si posò nel 1960 ed ebbe due figlie. Aprì una sua tipografia a Portogruaro (VE), città della moglie, dove lavorò fino alla fine del secolo.
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Udine, sala Baldassi, parrocchia del Cristo, Francesco Tromba tra Bruna Zuccolin e Rosalba Meneghini durante il brindisi di commiato. Fotografia di Giorgio Gorlato
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Nonostante il pubblico limitato, in considerazione dell’imperversante nubifragio, dalla quindicina di partecipanti sono iniziate una serie di domande e di interventi di grande interesse. Tra gli altri, hanno parlato la professoressa Marina Belllina, di famiglia originaria di Fiume, Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria e Rosalba Meneghini, la cui mamma era di Rovigno. Ad esempio è stato ricordato come i titini uccisero per affogamento la baronessa Hütterott e sua figlia. Chiusa in una rete da pesca ed appesantita con dei massi, la nobildonna latifondista di Rovigno fu gettata in mare dai comunisti titini al largo dell’Isola di Sant’Andrea. La baronessa, dal popolino, era detta anche Catarot, o Chitarot. Tra l’altro, Chittaro è anche un cognome friulano, di derivazione tedesca (Costantini 2002).
Al termine della presentazione una signora ha riferito allo scrivente di essere stata molto colpita dai versi poetici letti da Capoluongo, segno che la poesia dell’esodo apre i cuori, coinvolge i sentimenti e fa riflettere nello spirito della legge del 2004, istitutiva del Giorno del Ricordo.

Notizie di altri scrittori su Rovigno
Raul Marsetič, del Centro di ricerche storiche di Rovigno, ha pubblicato nel 2016 il seguente brano sulla Manifattura Tabacchi di Pola, dove andavano a lavorare molte ragazze di Rovigno col treno delle tabacchine, come ha scritto un altro autore Armando Delzotto nel suo I miei ricordi di Dignano d’Istria (dalla nascita all’esodo), Udine, Edizioni del Sale, 2012.
“L’industria del tabacco a Pola – ha scritto Raul Marsetič – fu ufficialmente fondata il 30 maggio 1920 con l’intento di alleviare la crisi in cui sprofondò il capoluogo istriano dopo la Prima guerra mondiale. La cerimonia solenne d’inaugurazione fu celebrata tre anni più tardi, il 3 luglio 1923, solo dopo l’ultimazione di tutti i lavori di sistemazione intrapresi. La manifattura fu collocata nell’imponente immobile dell’ex caserma di fanteria dell’esercito austriaco (Infanteriecaserme) sulla Riva a cui fu, un decennio dopo, affiancato anche un nuovo edificio eretto sull’area dell’ex autoparco militare. Si trattò di un’attività produttiva di grande rilevanza per la città dato l’elevato numero di maestranze impiegate, in gran parte femminili. Le attività produttive continuarono, con delle interruzioni per danni di guerra in seguito ai bombardamenti del 1944, fino all’inverno del 1947, e lo stabilimento fu definitivamente chiuso dalla nuova amministrazione jugoslava il 16 settembre dello stesso anno”.
Udine, sala Baldassi, parrocchia del Cristo, una parte del pubblico prima del brindisi di commiato. Fotografia di Giorgio Gorlato

Ecco un cenno alla baronessa Hütterott e a sua figlia in una parte del racconto tratto da «L’Arena di Pola» del 10 maggio 1997, pag. 6 col titolo “Con il peso delle memorie. Accanto a Rovigno”, a firma di Ruggero Botterini.
“Nel maggio '45 mi trovavo ancora a Rovigno, sfollato da Pola, assieme a mia madre ed a mio fratello. Seppi subito che i partigiani avevano ammazzato la Kitarot, come si usava chiamare la baronessa. La guerra era finita 30 aprile con la partenza degli ultimi reparti tedeschi ed il conseguente ingresso in città dei partigiani titini. La baronessa Barbara Elisabetta Hütterott, nata a Trieste nel 1897, e la madre Maria Enrichetta Keyl, nata a Bordeaux nel 1860, attendevano fiduciose i nuovi amministratori usciti dal «bosco». Non avevano nulla da temere avendo avuto rispettivamente, per padre e marito, un onesto e benemerito cittadino rovignese, ed avendo fatto solamente del bene. Nell'ottobre 1943 la baronessa Hütterott salvò tre pescatori rovignesi interponendo i suoi buoni uffici presto il Comando tedesco. Successivamente, nel marzo 1944, consegnò alcuni binocoli a tre aspiranti partigiani decisi a darsi alla Resistenza. Ma nonostante tutte queste benemerenze la «rivoluzione» bussò alla porta del suo castello vestita dell'uniforme degli agenti della famigerata Ozna. Fu uccisa da quegli elementi locali che poi incautamente misero ad asciugare le lenzuola con lo stemma del nobile casato? Molti protagonisti di quel periodo sono tutt'ora vivi, ma la loro testimonianza si ferma alla confessione intima. In quei tristissimi giorni pare che in città fosse presente un agente dell'Ozna per cui si può ipotizzare che l'eliminazione fisica delle due nobildonne fosse stata decisa motto in alto e non a Rovigno. I loro corpi, comunque, non sono mai stati trovati: facile la scelta tra mare e foiba. Si trattò di un omicidio politico visto che, successivamente alla morte, la povera baronessa, subì un processo e giudicata «nemica del popolo», lei che non aveva fatto del male ad alcuno. Esiste, pure, la farsa-favola della confisca dei beni. Dal 21 novembre al 4 dicembre una commissione dell’Ufficio distrettuale dei «Beni popolari» effettuò un inventario in 45 cartelle dattiloscritte in cui venivano elencati gli oggetti trovati nel Castello: mobili, pezzi di antiquariato, opere d'arte, gioielli. Ma quando si trattò, con atto del Tribunale di Rovigno del 1948, di confermare l'avvenuta confisca, venne investita, il 29 settembre 1948, una nuova commissione per un nuovo inventario. Perché? Perché qualcosa era sparito. II nuovo elenco comprendeva appena sette cartelle dattiloscritte. Dove finì il 70 per cento del patrimonio compreso un baule sigillato del 1945 contenente 56 oggetti d'argento?”.
Udine, sala Baldassi, parrocchia del Cristo, Francesco Tromba e Giorgio Gorlato, due esuli istriani intenti a ciacolar. Fotografia di Elio Varutti
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I dati del libro di Tromba
Francesco Tromba, Pola cara, Istria terra nostra. Storia di uno di noi esuli istriani (1.a edizione a cura dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Gorizia 2000), Bibione (VE) - Trieste, Europa Tourist Group, 7.a ristampa, 2017, pp. 84.

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Riferimenti bibliografici e sitologici
- Costantini Enos, Dizionario dei cognomi del Friuli, Udine, Editoriale FVG, 2002.

Varutti Elio, Premio Firenze a Francesco Tromba, esule istriano, on-line dal 17 dicembre 2016.
http://eliovarutti.blogspot.com/2016/12/premio-firenze-francesco-tromba-esule.html

 http://eliovarutti.blogspot.com/2018/09/armando-delzotto-e-i-suoi-ricordi-di.html

- Testimonianza di Francesco Tromba in televisione del 2016, Video estratto da TV 2000 "LE FOIBE e GLI ITALIANI DIMENTICATI". Si ringrazia per la collaborazione il Comitato Provinciale di Arezzo dell’ANVGD.
https://www.facebook.com/anvgd.arezzo/videos/1884877528391269/


la copertina del libro
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

lunedì 2 ottobre 2017

Ricordo di Guerrino Benussi, da Rovigno, con l’ANVGD di Udine

Questa è una storia istriana. Sono stati trovati dei documenti originali nell’Archivio del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), in fase di riordino. I materiali sono del 2006 e ci permettono di costruire una vicenda istriana, una delle tante dell'esodo giuliano dalmata. È possibile presentare qui due biografie complete di esuli da Rovigno: il colonnello del genio militare italiano Guerrino Benussi e la sua consorte maestra Marcella Dallamotta.
Il colonnello Guerrino Benussi nel 1974

Si effettua volentieri la presente operazione della memoria, per non dimenticare le figure semplici e schive dell’esodo giuliano dalmata. È lo stesso Giorgio Benussi, figlio di Guerrino, a scriverlo dopo il funerale del babbo nel 2006 nella lettera all’ingegnere Silvio Cattalini, allora presidente dell’ANVGD di Udine. «Ora il papà e la mamma sono di nuovo insieme, forse stanno meglio – scrive Giorgio Benussi –. Li ricordi, per favore, alla messa dell’Esule».

Una biografia istriana, Guerrino Benussi
Nacque a Rovigno d’Istria il 24 luglio 1914, sotto l’Austria-Ungheria. Frequentate le scuole a Pisino, Capodistria e – secondo il figlio – anche a Pola, Guerrino Benussi si è laureato in Lettere all’Università di Padova, con una tesi sulle saline istriane, che tanta ricchezza portarono alla zona. Nel 2000, grazie alla sensibilità e professionalità del caro cugino Marino Budicin, la sua tesi di laurea venne pubblicata negli Atti del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno. In famiglia ricordano che, svolgendosi la presentazione della pubblicazione a Capodistria, l’autore fu portato dai familiari esuli a Udine, anche se il Guerrino era molto riluttante a mostrarsi in pubblico.
Nel 1940 Guerrino parte volontario per la colonia di Libia. È fatto prigioniero dagli inglesi e australiani nella battaglia di Bardia, verso i primi di gennaio 1941. Risulta, tuttavia, quale vincitore di concorso per subalterni in servizio permanente effettivo nel regio esercito, secondo la Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 230, del 29 settembre 1941, pag. 3.870, in una lista dell’Arma del Genio, al n. 233, come “Tenente Benussi Guerrino, di Giorgio”.
Cartolina da Internet 

Deportato in un Campo di prigionia dell’India, trascorse un periodo “pesante”, potendo rientrare in Italia soltanto nel 1946. Al suo ritorno in Istria, scoprì che la sua terra italiana era stata annessa dai titini alla Jugoslavia. Così intraprese la via dell’esodo. Sposò Marcella Dallamotta, la “fidanzata dell’anteguerra”, nel mese di aprile del 1947 a Trieste, nella Chiesa del Rosario. Pure lei di Rovigno, classe 1919, dunque già italiana. Dopo il matrimonio, nel 1947, la coppia Benussi Dallamotta si spostò a Udine.
Guerrino fece carriera militare, nell’arma del Genio, occupandosi della costruzione di caserme, “impegno alquanto alacre vista la vicinanza del confine” e della Cortina di Ferro. È stato iscritto all’ANVGD di Udine e ha partecipato ad alcune iniziative per gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. Guerrino Benussi è venuto a mancare il 3 marzo 2006 a Udine. I figli avrebbero tanto gradito al suo funerale lo “stendardo dell’ANVGD”, ma i contatti ricercati non portarono ad alcun esito. In compenso parteciparono alla cerimonia funebre con calore alcuni rovignesi dell’esodo. La lettera di cordoglio di Silvio Cattalini al figlio Giorgio Benussi, del 13 giugno 2006, fece parziale, ma affettuosa ammenda. Con il presente articolo nel web si immagina che l’ammenda dell’ANVGD sia totale e il ricordo dei Benussi rinforzato.
Lettera di Giorgio Benussi a Silvio Cattalini, dell'ANVGD di Udine, prima facciata

Marcella Dallamatta in Benussi
Era nata a Rovigno il 30 novembre 1919. Ha frequentato l’Istituto Magistrale di Parenzo, ospite delle suore. Già a diciotto anni, ha iniziato ad insegnare, spesso con allievi di pochi anni più giovani di lei. A differenza del futuro marito, Guerrino Benussi che durante la seconda guerra mondiale è prigioniero degli inglesi in India, Marcella ha vissuto le tragiche vicende del fronte istriano, col risveglio del nazionalismo croato, insegnando nei paesini dell’entroterra. 
Poi, in seguito alla vincita di un concorso, che la qualificò come più giovane maestra di ruolo di Trieste, si trasferì nella città portuale giuliana. Con la chiusura dei confini, la maestra Marcella si trovò dalla parte giusta in quello che fu detto Territorio Libero di Trieste (TLT). Insegnò a Udine dal 1947 e nei paesi vicini. Andava al lavoro sempre in bicicletta, senza farsi intimorire dalle intemperie.
Marcella mancò ai vivi a Udine il 13 gennaio 2003, lasciando Guerrino vedovo con due figli: Giorgio (1948) e Marina (1950). Al suo funerale parteciparono alcuni dei suoi allievi e qualche rovignese dell’esodo.

Altre notizie sui Benussi dalla letteratura
Il 18 dicembre 1983 si svolse il tradizionale incontro di soci dell’ANVGD per il Natale dell’esule. La Santa messa fu celebrata nella Chiesa della Purità a cura dei sacerdoti istriani don Giulio Vidulich e don Giovanni Nicolich, con l’accompagnamento corale delle Voci bianche di San Daniele del Friuli. Il pranzo sociale si tenne all’Astoria Hotel Italia. In concomitanza con le celebrazioni per il millenario di Udine e di alcune città dell’Istria furono invitati Angelo Candolini, sindaco di Udine, assieme ai rappresentanti delle Famiglie istriane di Pisino, Rovigno e Montona. Fu proprio il colonnello Guerrino Benussi a rappresentare la “Famia Ruvignisa” (Varutti 2007, p. 192).
È «L’Arena di Pola» del 12 dicembre 1951 a menzionare il ragioniere istriano Angelo Benussi, quale tesoriere del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, sotto la guida del presidente di allora architetto Carlo Leopoldo Conighi, di Fiume.
Poi si sa dalla stessa testata che Eva Benussi, di Rovigno è la moglie di dell’avvocato Angelo Culot, presidente della Provincia di Gorizia e, per oltre dieci anni consigliere comunale DC del capoluogo isontino, come scrive «L’Arena di Pola» del 28 febbraio dicembre 1961.
Un altro Benussi, tale Vlado, è descritto quale maestro del coro “Marco Garbin” di Rovigno, attivo nella città istriana in seno alla locale Comunità degli italiani. La società artistico culturale “Marco Garbin” presieduta da Ricardo Sugar, si è esibita il 7 dicembre 2002 a Villa Romano, a Case di Manzano, in provincia di Udine, per l’organizzazione della “Famia Ruvignisa” di Trieste, col suo presidente Francesco Zuliani e dell’ANVGD di Udine. Al festoso incontro ha portato i saluti, tra gli altri, anche Tullio Svettini, della “Famia Ruvignisa” di Grado, in provincia di Gorizia (Varutti 2007, p. 284).
Risposta di Silvio Cattalini, presidente ANVGD, a Giorgio Benussi, del 13 giugno 2006

Fonti inedite
Fanno parte dell’Epistolario Cattalini, custodito presso l’Archivio dell’ANVGD di Udine, i seguenti documenti manoscritti o dattiloscritti:
- Giorgio Benussi, Lettera all’ingegnere Silvio Cattalini, presidente ANVGD di Udine, 19 maggio 2006, ms.
- Silvio Cattalini, Lettera a Giorgio Benussi di Udine, 13 giugno 2006, datt.

Bibliografia
- Guerrino Benussi, a cura di Marino Budicin e Giorgio Benussi, “Monopolio veneto del sale in Istria”, Atti del Centro di Ricerche Storiche – Rovigno, vol. XXX, Unione Italiana, Università Popolare Trieste. Trieste-Rovigno, 2000.
- Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 230, del 29 settembre 1941, Arma del genio, pag. 3.870.
- Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007.


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Sitologia

Un altro articolo di questo blog descrive la prigionia in India di militari italiani. Si tratta di Ignazio Candiloro, che conosciuto l’amore e il matrimonio a Fiume, affrontò la guerra in Libia e il campo di prigionieri italiani di Yol in India. È raccontato tutto nel romanzo storico scritto dalle sue figlie Elettra e Maria Serenella Candiloro nell’articolo: E. Varutti, Presentato “Voci dal silenzio”, libro delle Candiloro sull’esodo dal Quarnaro, nel web dal 17 giugno 2017.

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Note dal web
Alcuni amici di Facebook del gruppo “Essere italofoni TM” hanno commentato il presente articolo C’è chi ha aggiunto notizie, in particolare sulla prigionia dei militari italiani in India, come ha fatto, ad esempio, Nadia Marinaz Barcello, di Pinguente (che vive a Trieste), che il 5 ottobre 2017, ha scritto: «Mio padre nato nel 1920, fu fatto prigioniero in Libia e poi mandato in India; anche lui tornò a casa a Pinguente nel 1946... e trovò quello che tutti conosciamo».

Poi c’è stato Gualtiero Manzin, nato a Pola nel 1930, (che vive ad Assisi) che, sempre il 5 ottobre 2017, ha aggiunto: «Bella storia questa di Benussi. Chissà se avrà conosciuto mio zio, Sebastiano Albanese, ufficiale del Genio Marina, catturato dagli Inglesi in Eritrea subito nel 1940 e tenuto poi prigioniero in India. Non volle collaborare con gli Inglesi dopo il 1943 e tornò a Trieste a fine del 1946».
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Ricerca storica e servizio di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, Girolamo Jacobson e di Elio Varutti. Fotografie dall’Epistolario Cattalini, ove non altrimenti indicato.


sabato 17 dicembre 2016

Premio Firenze a Francesco Tromba, esule istriano

Figlio di un infoibato di Rovigno d’Istria, ha scritto la sua storia “da adulto, ma le considerazioni e i sentimenti che vengono dal cuore sono quelli dell’adolescente” (p.77).
Francesco Tromba

Lo scorso 3 dicembre 2016, per il suo libro, Francesco Tromba, classe 1934, ha ricevuto un prestigioso riconoscimento istituzionale e culturale a Firenze, a Palazzo della Signoria, alla presenza di autorità e di un folto pubblico. La pagina della citazione suddetta si riferisce alla quinta edizione del volume: Francesco Tromba, Pola cara, Istria terra nostra. Storia di uno di noi Esuli Istriani, Trieste, Libero Comune di Pola in esilio, 2013.
Si tratta di un evento eccezionale per il mondo degli esuli e dei loro discendenti. Accade che il racconto della morte di un italiano nella foiba diventi letteratura. È un fatto che fa riflettere. L’Autore usa toni pacati, senza recriminazioni. Chiede rispetto e preghiera per i morti.
La madre dell’Autore viene imprigionata dai miliziani titini nel giugno 1945, assieme ad altri italiani. Il padre era Giuseppe Antonio Tromba, nato a Rovigno d’Istria il 26 giugno 1899. Fu prelevato dai partigiani di Tito il 16 settembre 1943; erano in sette “tutti rovignesi”. Non fece più ritorno.
L’utilizzo del dialetto istro-veneto in alcune parti del volume premiato è assai espressivo. Il dialetto, usato per il racconto della madre imprigionata e disperata, assume qui una forza estetica particolare, oltre a rappresentare in modo precipuo il pathos. Certi brani del volume di Francesco Tromba vanno a sfiorare i canoni dell’epica. Forse anche per tale motivo il libro, che ha raggiunto la settima ristampa, ha ottenuto il Premio Firenze 2016.

A questo punto, avendo ricevuto, volentieri pubblichiamo l’originale articolo scritto da un’esule di Pola – Laura Brussi – sulla premiazione a Firenze del signor Francesco Tromba, del 3 dicembre passato.
(Elio Varutti)


XXXIV PREMIO LETTERARIO FIRENZE
Palazzo della Signoria, 3 dicembre 2016
Significativo riconoscimento ad un Esule istriano: Francesco Tromba, figlio di un Infoibato

Nel mondo contemporaneo, preda della globalizzazione e del consumismo “usa e getta” anche in campo culturale, non capita spesso che un’opera letteraria possa fruire di sette edizioni nel giro di quindici anni; a più forte ragione, nell’ambito della pubblicistica sul grande esodo giuliano, istriano e dalmata, la dolorosa diaspora dei 350 mila e la tragedia delle foibe: una produzione quasi infinita, ma circoscritta, nella maggior parte dei casi, a circolazioni episodiche, se non anche filiformi. 
Non è il caso di “Pola cara: Istria terra nostra” di Francesco Tromba, la cui prima edizione vide la luce nell’anno 2000, a cura dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, e che poi è stata seguita da altre sei uscite, tra cui quelle promosse dalla Famiglia di Rovigno (Unione degli Istriani) e dal Libero Comune di Pola in Esilio, e l’ultima, ad iniziativa del Lions Club, opportunamente ampliata ed aggiornata (Art Group, Trieste 2016, con prefazione di Silvio Mazzaroli).
Ora, l’opera di Tromba ha ottenuto un nuovo riconoscimento di grande spessore e di forte condivisione con il conferimento del Premio letterario Firenze, promosso ed organizzato dal Centro Culturale “Marco Conti” col patrocinio - fra gli altri – del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, del Consiglio Nazionale delle Ricerche e del Comune di Firenze. Con l’iniziativa del 3 dicembre 2016 il Premio è giunto alla XXXIV edizione nella prestigiosa e suggestiva cornice del Salone dei Cinquecento, presenti il Sindaco di Firenze, onorevole Dario Nardella, con il Gonfalone municipale, ed il Presidente del Centro “Marco Conti”, onorevole Marco Cellai, al cospetto di un pubblico assai attento e numeroso.

Ebbene, quando il professor Enrico Nistri, nella sua qualità di Presidente della Giuria, ha dato lettura delle motivazioni per cui l’opera di Francesco Tromba è stata ritenuta meritevole del conferimento, riassumibili nella lucida evocazione del suo dramma personale, parte integrante di quello vissuto da un intero popolo, e nella capacità di offrire alle meditazioni del lettore un valido contributo di commendevole oggettività, l’applauso del Salone è stato particolarmente affettuoso e cordiale. Nistri, nello stringere la mano a Tromba, ha soggiunto di sentirsi onorato per la sua presenza e per la sua testimonianza, al pari della Giuria.
Nel mondo dell’esodo, l’opera premiata - come si diceva - era stata oggetto da tempo di ampie attenzioni, oltre che di altri riconoscimenti, con particolare riguardo alle ultime due edizioni, in cui il generale Silvio Mazzaroli, già Sindaco del Comune di Pola in Esilio, ha dato atto a Tromba di avere espresso in modo encomiabile la sua “istrianità” e la sua italianità, mentre l’Autore, nella premessa, aveva sottolineato come il suo messaggio (anche a seguito del suggerimento venutogli dal professor Augusto Sinagra, dell’Università “La Sapienza” di Roma) non fosse finalizzato soltanto al pur commosso ricordo, ma nello stesso tempo, anche a contenuti cristiani e patriottici di impegno e di speranza: una sintesi davvero felice di prassi e di pensiero, che non è azzardato presumere di rilievo importante nelle valutazioni di una Giuria competente e consapevole come quella del Premio Firenze. In questo senso, si può ben dire che, grazie a Francesco Tromba, la pubblicistica circa esodo e foibe abbia fatto un ulteriore salto di qualità, ponendosi all’attenzione generale con una sintesi non certo facile di storia e di ethos.
In questa ottica, è sempre fonte di emozione e di partecipazione il rileggere pagine angoscianti come quelle in cui Francesco descrive la cattura del papà Giuseppe Antonio da parte di una banda di partigiani, la sua successiva scomparsa, quasi certamente nella foiba di Vines (Albona), il calvario della mamma nella vana ricerca del consorte ed in un’altrettanto allucinante prigionia, la grande tragedia del 18 agosto 1946 in cui si consumò la strage di Vergarolla, la durezza dell’esilio e le difficoltà familiari nella difficile ricostruzione di vite spezzate; ma nello stesso tempo, è motivo di sicuro apprezzamento ed a tratti di stupore, constatare come Tromba sia uomo di fede adamantina e di metodo storiografico tanto chiaro quanto oggettivo, nella misura in cui riesce a sublimare un immenso dolore, elevandosi a spazi che, se confrontati con quelli degli assassini infoibatori, esprimono una distanza per lo meno siderale, sia sul piano etico che su quello civile.

È cosa buona e giusta che quest’opera rimanga negli annali di un’iniziativa di forte impegno culturale come il Premio Firenze e nelle biblioteche pubbliche, a testimonianza, anche nel lungo termine, della grande tragedia istriana, giuliana e dalmata del Novecento, e dell’impegno di tanti Esuli che, senza indulgere alla tentazione di piangersi addosso, così frequente e gettonata nel mondo contemporaneo, seppero confrontarsi attivamente con la sventura e diventare un grande esempio, come nel caso di Francesco Tromba, di valori professionali, di alto memento storico e di straordinaria forza morale.

Laura Brussi – Esule da Pola

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Riferimenti bibliografici e sitologici

-          Laura Brussi, “POLA CARA – ISTRIA TERRA NOSTRA. Storia di uno di noi Esuli istriani. Un libro di Francesco Tromba”, «Il Giornale del Friuli», 23 luglio 2013.


-          Incontro a Bibione “L’esodo degli istriani e dalmatidopo la II guerra mondiale e la tragedia delle foibe”, «Il Giornale del Friuli», 28 ottobre 2013.

-          R. P., “Un libro su Rovigno: “Premio Firenze” al tipografo Tromba”, «Messaggero Veneto», Cronaca di San Michele al Tagliamento, 11 dicembre 2016


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Servizio giornalistico di Laura Brussi.
Ipertesto di Sebastiano Pio Zucchiatti.
Premessa, cenni bibliografici e networking di Elio Varutti.
Servizio fotografico di “New Press Photo – Firenze”.