domenica 7 gennaio 2018

Morto Italo Gabrielli, patriota esule da Pirano, di Carlo Montani

Pubblichiamo volentieri un articolo, scritto da Carlo Cesare Montani, in memoria di Italo Gabrielli, un esule da Pirano, scomparso l'altro ieri a Trieste. Ringraziamo il signor Montani, esule da Fiume, per questo accorato intervento e per il corredo fotografico del servizio sottostante, ove non altrimenti indicato. Lo scomparso Italo Gabrielli, già presidente dell'Unione degli Istriani, nell'autunno 1972 dalle pagine de “Il Piccolo” indusse il maresciallo Tito a dichiarare che “oltre 300 mila istriani hanno lasciato l’Istria”. Fu il primo di una serie di articoli, segnalazioni, opinioni, pareri, interventi e volantini, in difesa della verità e dei diritti degli Esuli pubblicati su vari giornali. (a cura di E.V.)
Italo Gabrielli. Foto Montani

Onore a Italo Gabrielli. Pensiero e azione di un patriota esule dall’Istria
Esule da Pirano, patriota intemerato e straordinario protagonista della lunga battaglia contro la stipula e la ratifica del trattato di Osimo che nel 1975 diede alla Jugoslavia l’ultimo lembo dell’Istria italiana, in spregio di etica e diritto, e senza contropartite di sorta, il professor Italo Gabrielli è “andato avanti”. Ha affidato alla storia un messaggio di autentica fede e di indomita speranza, e spunti di riflessione sempre attuali, che costituiscono un forte memento per tutti, ed in primo luogo per coloro che continuano a perseguire obiettivi contingenti all’insegna dell’opportunismo, facendo strame dei valori di un’antica e nobile civiltà.
Nella vicenda istriana, giuliana e dalmata dell’ultimo mezzo secolo Gabrielli, scomparso alla vigilia dei 97 anni, spesi al servizio della Patria e della scienza, ha svolto un ruolo di grande rilievo morale, ancor prima che politico. Senza di lui e senza il suo impegno convinto e tenace, i fautori di Osimo avrebbero trovato ostacoli meno significativi nel loro disegno oggettivamente colpevole. È vero che la “Zona B” venne perduta, col sacrificio di Buie, Cittanova, Isola, Pirano ed Umago, andato ad aggiungersi a quello assai più ampio compiuto sottoscrivendo il “diktat” (10 febbraio 1947), ma se non altro il disegno di creare una Zona franca industriale a cavallo del Carso, in territorio italiano e jugoslavo, che avrebbe ulteriormente pregiudicato l’avvenire di Trieste, venne scongiurato. Lo stesso dicasi per altre ipotesi d’intervento a carico dell’Italia, tra cui la surreale realizzazione di una faraonica idrovia che avrebbe dovuto unire l’Adriatico al bacino del Danubio, scavalcando elevate altitudini, con quali costi è facile immaginare.
Il percorso patriottico di Italo Gabrielli è stato un segno di incrollabile coerenza di tutta la vita, a partire dal lunghissimo impegno in armi iniziato nel 1941, e trovando momenti di massimo impegno civile nel quinquennio successivo ad Osimo. In quel periodo - anche nel ruolo di Presidente dell’Unione degli Istriani - egli seppe porre in luce con encomiabile oggettività le responsabilità degli “osimanti” e le connivenze di cui costoro ebbero a fruire “in alto loco”: fra le tante, persino quella del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, il quale si permise di assicurare a Lino Sardos Albertini, andato a Roma con una folta delegazione triestina a rappresentare l’inopportunità della ratifica, che non avrebbe mai sottoscritto la legge, mentre l’aveva già controfirmata poche ore prima. Erano tempi duri, in cui si rischiava anche di persona, perché l’imperativo, nell’epoca plumbea della “solidarietà nazionale” e della “non sfiducia”, era quello di sopire e quando necessario, di soffocare le sacrosante proteste degli esuli e di tutti i veri italiani; ma Gabrielli, assieme a tanti altri patrioti, non era certo uomo da tirarsi indietro, ed ebbe modo di dimostrarlo tangibilmente.
Pirano, Palazzo Gabrielli. Fotografia Montani

In proposito, non è fuori luogo ricordare come la “Lista per Trieste”, sorta quale spontanea reazione alla nequizia di Osimo, avesse raccolto 65 mila firme per sottolineare il carattere popolare di un’opposizione che ebbe carattere interclassista ed interpartitico, ma sempre all’insegna di un beninteso patriottismo dal volto umano. Del resto, il clamoroso successo elettorale della “Lista” ed i forti ridimensionamenti delle forze politiche governative e della stessa sinistra, avrebbero dimostrato, ben oltre talune approssimative interpretazioni autonomistiche, che l’anima della città di San Giusto era sempre quella del 3 novembre 1918, quando accolse i primi bersaglieri.
Le occasioni perdute furono tante anche in tempi successivi, a cominciare dall’inizio degli anni novanta, quando la Repubblica federativa jugoslava, catafratta da una crisi economica senza precedenti e senza uguali, cadde come un castello di carte. Gabrielli, che nel frattempo aveva fondato il Gruppo “Memorandum 88” in cui convennero le forze migliori del movimento giuliano e dalmata, profuse le forze della sua esperienza e del suo patriottismo, collezionando ripetute “sconfitte” di cui parlava sempre con rammarico, ma nello stesso tempo con la matura consapevolezza di avere compiuto il proprio dovere e di avere gettato un buon seme destinato a germogliare, perché la storia costituisce un perenne divenire, imponendo, come avrebbe detto San Paolo, il dovere di “essere pronti”.
Cattolico di comprovata osservanza, ed in quanto tale sempre pronto ad impegnarsi in favore della giustizia e della verità, Italo sapeva e voleva confrontarsi con la triste realtà “effettuale” dei suoi tempi, ma senza compromessi sul piano dei valori morali e delle “alte non scritte ed inconcusse leggi” che dovrebbero prevalere sul diritto positivo, almeno nel cuore degli uomini liberi. In questa ottica, il Presidente Gabrielli, unitamente a coloro che si impegnarono al suo fianco, non può e non deve essere considerato un “perdente” sia pure a termine: al contrario, esce da una lunga e complessa esperienza come vero vincitore sul piano dell’ethos, diversamente da tutti coloro che affossarono le “speranze d’Italia” nel 1947 a Parigi, nel 1975 ad Osimo, e più tardi, quando riconobbero in modo smaccatamente gratuito l’indipendenza delle nuove Repubbliche di Croazia e Slovenia; o peggio, quando rinnegarono le scelte per cui si erano immolati i Martiri triestini del maggio 1945 (Corso Italia) e quelli del novembre 1953 (Chiesa di Sant’Antonio), senza dire delle migliaia di cittadini inermi ed incolpevoli, infoibati od altrimenti massacrati dai partigiani slavi e dai loro corifei.
Cartolina de Piran. Da Facebook

Il tricolore italiano e la bandiera dell’Istria erano particolarmente cari alla mente ed al cuore di Italo, quali simboli dei valori di fede e di speranza cui si faceva riferimento, tanto più saldi in un Uomo come lui, che non aveva mai fatto mistero della sua milizia cristiana, e tanto più esemplari in chi aveva perduto, assieme alla propria terra, importanti beni materiali, ceduti per cifre unitarie meno che marginali. Del resto, il vessillo regionale, con la sua celebre capretta, sottintende una paziente ma pervicace attesa: il “grido dell’Istria” dei terribili anni quaranta non può, non deve avere echeggiato invano.
Gabrielli si è battuto con costante coraggio - giova sottolinearlo - anche per le questioni riguardanti l’indennizzo e laddove possibile, la restituzione dei suddetti beni, evidenziando quanto siano state diffuse e ricorrenti le responsabilità e le menzogne istituzionali. Ciò, per un’esigenza elementare di giustizia, essendo a più forte ragione iniquo che gli esuli abbiano dovuto pagare doppiamente: dapprima perché costretti a lasciare i propri focolari ed ancor più dolorosamente le tombe avite, e poi per essersi dovuti fare carico, loro malgrado, di una parte molto significativa dei debiti di guerra. Ciò, ben s’intende, senza pregiudizio veruno per i valori essenziali: del resto, come fu detto, chi ha cura del poco, a più forte ragione avrà cura del molto.
Col trattato di Osimo, ancor prima che una vergogna, come talvolta si sente tuttora ripetere, fu commesso un reato imprescrittibile, quello di alto tradimento: all’epoca, avrebbe potuto e dovuto essere punito con la pena dell’ergastolo, che solo parecchi anni più tardi, grazie ad una sorprendente maggioranza “trasversale”, sarebbe stata ampiamente ridotta, assieme a quella per il reato di oltraggio alla bandiera, declassato a semplice illecito amministrativo. Ebbene, ad Italo Gabrielli si deve dare atto della coerenza con cui si è sempre battuto nel campo dell’onore, contro Osimo ed i suoi artefici, ma più generalmente, per obiettivi di giustizia, onde fossero riconosciuti i gravissimi torti subiti dagli esuli, spesso fino al delitto, e con essi, la verità storica. Eppure, i giuliani, gli istriani e i dalmati, popolo paziente come pochi, erano immuni da colpe, salvo quella, peraltro indelebile, del “reato di Italianità”.
Pirano ai primi del '900. Da Facebook

L’impegno a tutto campo di questo autentico “vir bonus cum mala fortuna compositus” è stato tanto più commendevole, perché ha sempre ignorato i limiti della bassa politica, all’insegna di valori universali, con l’obiettivo di non disperdere l’esempio dei Martiri: da quelli del primo irredentismo, simboleggiati nei grandi Nomi di Guglielmo Oberdan e di Nazario Sauro, a quelli di una tragedia epocale che si tradusse nelle foibe o nella strage di Vergarolla, a guerra abbondantemente finita (18 agosto 1946). Non va trascurato, peraltro, uno scopo di maggiore impatto che il grande patriota istriano, con indiscutibile ed evidente merito, ha inteso perseguire contestualmente: promuovere un’informazione “formativa” a tutto campo per cui la grande massa degli ignari possa finalmente apprendere e comprendere, ed i migliori si apprestino, sull’esempio di Italo, a muovere con rinnovata lena verso “egregie cose”.
“Non omnis moriar”. L’affermazione di Orazio è sempre valida per chi, come il professore, lascia un segno tangibile della sua presenza nel mondo ed affida alle future generazioni un testimone ed un esempio di alto valore spirituale. Italo Gabrielli: presente!


Biografia di Italo Gabrielli
Italo Gabrielli (Pirano 26 gennaio 1921 - Trieste 5 gennaio 2018), discendente da un’antica famiglia istriana di consolidate tradizioni irredentiste, dopo avere ottenuto la maturità classica presso il Liceo “Combi” di Capodistria, si iscrisse alla Facoltà di Fisica presso la Normale di Pisa, dove conseguì la laurea nel 1946, a seguito di un lungo periodo sotto le armi e l’esodo a Trieste. Nominato assistente presso la nuova Facoltà di Ingegneria del capoluogo giuliano, intraprese la carriera dell’insegnamento come professore associato, proseguita fino al 1991, alternandola con ripetute collaborazioni in Italia ed all’estero, fra cui l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, il CERN di Ginevra, il Lawrence Radiation Laboratory di Berkeley (California), i Centri francesi di Grenoble e Saclay e quello polacco di Danzica: durante tali attività, fu Autore di oltre 80 pubblicazioni scientifiche su Riviste internazionali del settore, ed intervenne a Congressi di fisica in numerosi Paesi, quali Italia, Belgio, Francia, Giappone, Gran Bretagna, Jugoslavia ed Unione Sovietica. Il multiforme impegno a livello universitario e nel campo della ricerca non gli precluse l’impegno politico, tradottosi in alcune centinaia di pubblicazioni monografiche e di articoli in difesa di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, ingiustamente sacrificate allo straniero.
Tra le opere  di maggiore impatto specifico firmate da Italo Gabrielli, cfr. “Dove l’Italia non poté tornare” (1954-2004), Associazione Culturale Giuliana, Trieste 2004, pagg. 48 (per il cinquantenario del ripristino della sovranità nazionale sulla città di San Giusto); “La mia vita di Esule”, in AA.VV., Il dovere della memoria, Unione degli Istriani, Trieste 2008, pagg. 73-95 (con altre dieci testimonianze di esuli e patrioti); “Istria Fiume Dalmazia: Diritti negati - Genocidio programmato”, Edizioni Lithos Stampa, Udine 2011, pagg.160 (esaustiva ricostruzione storica e giuridica dell’ultimo secolo di storia locale). Sempre in prima linea nel suo costante impegno patriottico, Gabrielli fu Presidente dell’Unione degli Istriani (1976-1981), Consigliere comunale della “Lista per Trieste” (1982-1988) sorta quale espressione della protesta popolare contro il trattato di Osimo, e fondatore del “Gruppo Memorandum 88” finalizzato a promuovere la tutela delle terre adriatiche nuovamente irredente. Coniugato con Alma Cosulich nel 1964, è padre di quattro figli (tra cui Marco - attuale Presidente del Consiglio comunale di Trieste) che ne continuano l’opera.
Giova rammentare che, in occasione della struggente udienza che il Santo Padre Giovanni Paolo II concesse agli esuli giuliani, istriani e dalmati (26 ottobre 1985), il contributo di Italo Gabrielli alla realizzazione ed all’organizzazione dell’iniziativa fu decisivo.
Carlo Cesare Montani
        
Cartolina di Pirano da Facebook, grazie a Paolo De Luise, de Piran

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Testo e opinioni di Carlo Cesare Montani, esule da Fiume. Ricerche e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e di Elio Varutti     

martedì 26 dicembre 2017

Concerto a Martignacco con la Nuova orchestra “Ferruccio Busoni”, Natale 2017

C’è stato un applaudito concerto a Martignacco lo scorso sabato 16 dicembre 2017 all’Auditorium “Impero”. 
Massimo Torlontano, col Corno delle Alpi e Massimo Belli a Martignacco per il Concerto di Natale

Sul palco si è esibita la Nuova orchestra “Ferruccio Busoni” di Trieste con un programma classico e variegato. È un complesso storico questa orchestra da camera, fondata nel 1965 da Aldo Belli. È uno dei primi gruppi musicali sorti in Italia nel dopoguerra e la più antica orchestra da camera della regione Friuli Venezia Giulia. Naturalmente può vantare al suo attivo numerosi concerti in Italia e all’estero e vari CD pubblicati, con prestigiose recensioni ricevute dal mondo degli esperti.
Introdotto da Gianni Nocent, assessore alla Cultura del Comune di Martignacco, il concerto di Natale per i Comuni di Cultura Nuova è stato organizzato assieme ai Comuni di Pagnacco, Campoformido e Pasian di Prato. Marco Zanor, sindaco di Martignacco, ha portato i saluti e gli auguri natalizi ai presenti, assieme alle autorità dei comuni partecipanti.
Poi si è aperto il concerto sotto la direzione di Massimo Belli, con Massimo Torlontano al corno delle Alpi e Lucio Degani al violino. Come da programma si è ascoltata la “Sinfonia Pastorella per Corno delle Alpi e orchestra”, di Leopold Mozart (1719 – 1787). Il secondo brano è stato “The Great Horn of Helm” del 2003, per Corno delle Alpi e Orchestra, di Giovanni D’Aquila. Si tratta di esibizioni musicali molto particolari e suggestive, in considerazione del lungo e assai timbrico corno delle Alpi.
Poi sono state molto gradite le “Variazioni su motivi de La Traviata”, per violino ed archi, di Antonio Bazzini (1818 – 1897). L’ultimo pezzo previsto è stato un’affascinante suite di sette danze del pioniere dell’etnomusicologia Béla Bartók (1881 – 1945). Con le “Danze popolari rumene” si è ascoltato la “Danza con il bastone” a quella con la “fascia”. Dalla “Danza sul porto” a quella con “corno”, fino alla “Polka rumena” e, per chiudere, alla “Danza veloce I e II”.
Tra i bis concessi si sono ascoltati un raro “Grave in sol maggiore” di Giulio Meneghini, allievo di Giuseppe Tartini e uno “Spiritual” di Marco Sofianopulo (Trieste 1952 – 2014), apprezzato direttore triestino di coro e compositore di fama internazionale. Lo Spiritual è stato dedicato al virtuoso violinista Lucio Degani (qui sotto nella fotografia col direttore Massimo Belli). Molti e meritati applausi in chiusura.

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Servizio giornalistico di Elio Varutti. Ricerche e networking di Gabriele Anelli Monti. Fotografie a cura del Comune di Martignacco

sabato 23 dicembre 2017

Ferrara, visita al Museo Nazionale dell’Ebraismo italiano e della Shoah

Ebrei in Italia? Te li spiega il MEIS di Ferrara per filo e per segno. L’acronimo sta per: Museo Nazionale dell’Ebraismo italiano e della Shoah (MEIS). È nuovo di zecca, anche se l’entrata sfrutta la struttura del vecchio carcere ferrarese, in Via Piangipane. 
Epitaffio di Aster, III-IV sec., marmo, da Roma, Catacombe di Monteverde, Città del Vaticano, Musei Vaticani. Secondo gli esperti, vista la delicatezza dei simboli (gli uccellini) Aster (o Stella) doveva essere una bambina. MEIS Ferrara

Per il 2020 si punta ad avere altri cinque edifici. L’attuale esposizione è molto istruttiva, chiara e ben allestita. Le didascalie degli oggetti in mostra e i commenti di sala sono bilingui: italiano e inglese. Gli spazi di movimento nel padiglione moderno sono gradevoli e accessibili alla sedia a rotelle, al carrello deambulatore o al passeggino.
Il MEIS è stato istituito dal Parlamento nel 2003. È chiamato a descrivere gli oltre due millenni di vitale e ininterrotta presenza degli Ebrei in Italia, con le loro tradizioni e i fondamentali contributi alla storia e alla cultura del Paese, nonché all’ebraismo nel suo insieme.
La museologia più attenta qui la fa da padrone sin dal colore generale delle pareti che mira a farti concentrare sugli oggetti esibiti. Poi ci sono dei grandi pannelli con alcune video presentazioni del tema curate dai docenti universitari italiani, europei e di caratura mondiale. Ti sembra di averli lì, in sala, ma tali personaggi registrati, ripetono diligentemente le concise, ma dotte illustrazioni. Ci sono alcune carte geografiche stilizzate per far comprendere la storia degli ebrei dall’antichità sino alle prime migrazioni e deportazioni, ai tempi dell’antica Roma.
L'entrata del MEIS di Ferrara, in Via Piangipane

Si capisce quindi la presenza della componente italiana degli ebrei in Europa, oltre a quella sefardita, della penisola iberica, a quella ashkenazita del mondo tedesco renano e centro-europeo e a quella slava dell’Europa orientale. Così il visitatore comprende appieno il titolo della rassegna temporanea: “Ebrei, una storia italiana, i primi mille anni”. In effetti i pezzi in mostra sono datati dal II secolo a.C., al Medioevo (X secolo d.C.). 
Si possono vedere oltre 200 oggetti provenienti dai musei di tutto il mondo, con qualche riproduzione. Dalla Cambridge University Library al Genizah del Cairo, dal Museo archeologico di Napoli ai Musei Vaticani, dalla Bodleian Library di Oxford al Jewish theological seminary di New York. Tra le altre, ci sono pure dei pezzi del Museo archeologico di Aquileia o della Chiesa di Santa Eufemia di Grado, tanto per citare il Friuli, quando si chiamava “X Regio Venetia et Histria”, sotto l’Impero romano. Lapidi o epigrafi sono presenti a decine, venti sono i manoscritti, 7 gli incunaboli, 18 i documenti medievali. Chiudono la rassegna oltre cento sigilli, monili, monete, le interessanti lucerne e gli originali amuleti.
Una delle prime sale espositive col docente (videoregistrato) che ti spiega i fatti nel pannello al centro. MEIS Ferrara

Il percorso museale è stato ideato da Anna Foa, Giancarlo Lacerenza e Daniele Jalla, con l’allestimento dello studio Tortelli Frassoni. L’itinerario espositivo precisa bene le zone di provenienza e la dispersione del popolo ebraico. Vengono ripercorsi i tragitti lungo il Mar Mediterraneo, in seguito alla distruzione del Tempio, da parte dell’imperatore Tito, nel 70 d.C.. Il suo famoso Arco, a Roma, qui è stato duplicato in gesso col noto fregio degli esuli ebrei che portano la menorah. 
È ben chiarita la presenza degli ebrei nell’Italia meridionale dal mondo pagano a quello cristiano. Essi erano in posizione di schiavitù oppure in fase di integrazione.    
Il nuovo museo è stato inaugurato il 13 dicembre 2017, con tanto di presidente della Repubblica Sergio Mattarella e col ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini. Non è tutto, perché c’erano pure il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, il sindaco Tiziano Tagliani e l’ambasciatore di Israele in Italia Ofer Sachs. 
Dario Disegni è il direttore del MEIS. La mostra, che resterà aperta fino al 16 settembre 2018 è accompagnata da un catalogo dell’editrice Electa. Oltre ai numerosi oggetti della rassegna, in una stanza apposita prima di uscire dal museo, a sinistra, è possibile vedere il documentario (ogni mezzora) intitolato “Con gli occhi degli ebrei italiani”, a cura di Giovanni Carrada e di Simonetta Della Seta, direttrice del MEIS. Il video racconta 2.200 anni di vita ebraica. Il ruolo degli ebrei in Italia nella storia contemporanea, in certi casi, è divenuto strategico, avendo puntato sulla cultura.
Ecco il Giardino delle Domande, che mostra quattro itinerari sulle regole dell'alimentazione ebraica, secondo diverse difficoltà. MEIS Ferrara

Si ricorda che, dal 1889 al 1895, il primo sindaco ebreo eletto in Italia è di Udine e si chiama Elio Morpurgo (1858-1944). Già presidente della Camera di commercio, poi fu sottosegretario alle Poste e all’Industria tra il 1906 e il 1919, fino a divenire senatore del Regno nel 1920. Il barone Elio Morpurgo fu prelevato dai nazisti ultraottantenne e ammalato in ospedale il 26 marzo 1944 e deportato alla Risiera di San Sabba di Trieste, il successivo 29 marzo, per poi finire di vivere in Austria, dove morì di stenti tra i suoi carcerieri.
Pur essendo una minoranza, la comunità ebraica non ha mai superato le 50 mila unità, sono importanti per la vita sociale e culturale del paese. A Trieste gli ebrei iscritti sono 513, nel 2017, unica presenza ufficiale del Friuli Venezia Giulia, mentre nel passato erano sparsi in vari paesi. 
Epitaffio di Claudia Aster, nata a Gerusalemme e morta in Italia al termine del I sec. d.C. MEIS di Ferrara

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Orari 
Il Museo, la mostra e l’installazione saranno aperti fino a domenica 16 settembre 2018 nei seguenti orari: dal martedì al mercoledì e dal venerdì alla domenica dalle 10.00 alle 18.00, e il giovedì dalle 10.00 alle 23.00. Giorni di chiusura: tutti i lunedì, 31 marzo (primo giorno di Pesach), 10 settembre (primo giorno di Rosh Hashanà) e 19 settembre (Kippur).
Lucerna della sinagoga di Ostia, II-III sec., Ostia Parco Archeologico di Ostia Antica. MEIS di Ferrara

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Biglietti 
Biglietto intero € 10,00, ridotto € 8,00 (dai 6 ai 18 anni compresi, studenti universitari, categorie convenzionate); gruppi da 8 a 15 persone € 6,00 (un accompagnatore gratuito ogni 15 paganti); scuole € 5,00 (due accompagnatori gratuiti per ogni classe). Entrano gratuitamente i bambini sotto i 6 anni, i diversamente abili al 100% con un accompagnatore, i giornalisti e le guide turistiche con tesserino, i membri ICOM e i militari in divisa.

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Servizio giornalistico, di fotografia e di networking di Elio Varutti

L'entrata del nuovo padiglione del MEIS di Ferrara

Il vecchio carcere di Ferrara, ora MEIS con una parte del Giardino delle Domande

L'ingresso principale del MEIS di Ferrara

mercoledì 20 dicembre 2017

Presentato il biglietto natalizio 2017 di Itineraria, Udine

È stato presentato a Udine il biglietto natalizio 2017 dell’Associazione Itineraria, con la presidente Maria Paola Frattolin
Beppino Govetto, Alberto Frappa Raunceroy e Maria Paola Frattolin

Contiene il programma delle attività del sodalizio per il 2018. L’Associazione Itineraria, sorta nel 1993, opera nell’ambito della ricerca e della divulgazione dei beni culturali e del turismo della regione, di Venezia e del resto d’Italia.
La presentazione è avvenuta giovedì 14 dicembre, alle 11.30, a Palazzo Contarini, sede della Fondazione FRIULI in Via Manin, 15. Da diversi anni Itineraria realizza un biglietto augurale e celebrativo per il Natale e l’anno che verrà, per ricordare donne e uomini che con la loro umanità, impegno e ingegno in ogni campo, nella Letteratura, nell’Arte, nella Scienza come nella Politica e nel Sociale, hanno lasciato un messaggio spirituale e morale di inestimabile grandezza al mondo.


Per il 2018 si prevede di valorizzare alcune eccellenze in campo artistico, scientifico e spirituale. Si va dalla matematica Maria Gaetana Agnesi (1718-1799) al noto pittore Tintoretto (1518-1594). Oppure dallo scultore ed architetto Agostino di Duccio (1418-1481 ca.) al pittore, noto in Friuli per gli affreschi, Giulio Quaglio (1668-1751). Ci sono il filosofo Giambattista Vico (1668-1744), il religioso Thomas Becket (1118- 1170), san Luigi Gonzaga (1568-1591) e la scrittrice Emily Brontë (1818-1848).
Al tavolo della presidenza, oltre a Maria Paola Frattolin, c’erano lo scrittore Alberto Frappa Raunceroy e Beppino Govetto, assessore alle Attività del tempo libero della Provincia di Udine.

All’incontro ha partecipato, tra gli altri, anche Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD).

Il pubblico intervenuto con Bruna Zuccolin, al centro in prima fila

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Servizio giornalistico a cura di Gabriele Anelli Monti. Fotografie di Itineraria. Networking e ricerche di Sebastiano Pio Zucchiatti. Si ringrazia, per la collaborazione, Bruna Zuccolin.

lunedì 18 dicembre 2017

Mauro Tonino col romanzo Rossa terra a S. Quirino di Pordenone e l’ANVGD

È stato un bell’incontro. Ci sono stati vari interventi costruttivi in un locale pieno di ricordi istriani. L’evento si è tenuto venerdì 15 dicembre 2017, alle ore 18,30 presso l’Agriturismo Ristoro da Sferco in Via Umago, 2 a San Quirino di Pordenone. 
Michele Bernardon, Bruna Zuccolin, Mauro Tonino, Elio Varutti e Silvano Varin

Lo scrittore Mauro Tonino ha parlato del suo libro intitolato “Rossa terra”. L’originale racconto ha per sottotitolo: “Viaggio per mare di un esule istriano con il nipote. Tra emozioni, storia, speranze e futuro”. È stato edito a Pasian di Prato (UD), dalla casa editrice L’Orto della Cultura nel 2013, ma desta ancor oggi grande interesse e accesi dibattiti.
L’incontro culturale è stato organizzato dai Comitati Provinciali di Udine e di Pordenone dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD). L’evento si è tenuto anche con il prezioso contributo dell’Associazione EFASCE di Pordenone, in particolare grazie al suo Presidente Michele Bernardon, assieme all’ERAPLE.
«Sono molto contenta di aver inaugurato la collaborazione con altri Comitati Provinciali dell’ANVGD, come questo di Pordenone – ha detto Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine – perché in questo modo ci apriamo a interventi propositivi sul territorio riguardo ai temi dell’esodo giuliano dalmata per approfondire e sviluppare le ricerche sulle tradizioni culturali di quelle terre».
L'introduzione di Elio Varutti al libro di Mauro Tonino "Rossa terra" del 2013

Il romanzo storico sulle foibe e sull’Esodo istriano-dalmata è stato scritto da Tonino in punta di penna, cercando di presentare con pacatezza e serenità un tema così forte e dimenticato della storia.
Oltre ai saluti ufficiali della presidente ANVGD di Udine Bruna Zuccolin e del presidente dell’ANVGD di Pordenone Silvano Varin, ha parlato anche il presidente dell’EFASCE Michele Bernardon, mentre si è giustificato per l’assenza il direttore dell’ERAPLE Cesare Costantini. Varin ha ricordato le due grosse comunità di esuli istriano-dalmati di Villotte San Quirino e quella del Dandolo di Maniago, sempre in provincia di Pordenone, con cinquanta famiglie ciascuna. Bernardon ha detto che non si parla mai abbastanza delle vicende dell’esodo istriano.
Il volume è stato introdotto dal professor Elio Varutti, vicepresidente dell’ANVGD di Udine, alla presenza dell’autore. L’originale incontro culturale si è concluso con un brindisi istriano con Prosecco.
Al centro Daniele Cattunar, figlio di Marino Cattunar con una parte del pubblico

Mauro Tonino e la sua Rossa terra, secondo Varutti
È un testo pacato e sereno. Racconto di fantasia con riferimenti documentari e a fatti veri. Descrive un bel rapporto tra il nonno Marino Cattunar, classe 1934 e il nipote Filippo durante un viaggio in barca sulla costa istriana, così ha riferito Varutti. Si va alla scoperta delle radici e della foiba di Vines dove è stato gettato dai titini il corpo di Nazario Cattunar il 5 maggio 1945, a guerra finita. Notizia riferita dallo zio Virginio e dalla zia Giorgina “Nadàla” (pag. 131).
“Ho letto che le atrocità di un popolo prima o poi generano un senso di colpa – ha detto Varutti – che deve essere espiato da qualcuno. È tempo di parlare, col senso di pacificazione in una dimensione europea”.
Per il nipote Filippo è come un viaggio di iniziazione su fatti mai raccontati dal nonno. C’era la Cortina di ferro delle autorità, per consentire a Tito di sganciarsi dalla sfera sovietica e andare verso i Paesi non allineati (p. 98). C’era poi il Muro del silenzio eretto dentro le famiglie, per vergogna, per non riprovare il dolore patito. Mi chiedo se il fatto di non parlare di un evento tragico come le foibe sia un motivo per stare meglio e non soffrire. Talvolta si accendono gli animi. Succede che il dibattito storico si faccia esacerbato.
Tonino spezza una lancia a favore del dialogo e dell’ascolto con rispetto. In un certo senso insegna a dialogare, con queste sue parole, senza dover sopportare il Calvario delle sofferenze del truce fatto. Il ricordo è allora un sollievo. Diventa voglia di condividere il peso del dolore. Si distribuisce nella comunità di ascolto. Il dolore si annacqua, si allevia.
Una stanza dell'Agriturismo Ristoro da Sferco, con bandiere di Fiume, dell'Istria e Dalmazia

La guerra per Marino e Nazario Cattunar, con la matrigna, dato che la mamma è morta di tetano, comincia dopo l’8 settembre 1943, quando i partigiani di Tito “prendono possesso della nostra terra”. Siamo alla mercé di ustascia, cetnici, tedeschi e titini, racconta il testimone. Aggiunge: “Ci difesero quelli che passarono alla storia per cattivi, cioè i tedeschi e la X Mas”.
Che cosa sono gli infoibamenti? Cavità carsica e sepolcro di molti italiani. Papà Nazario getta la divisa e torna a casa. Il figlio è contento. Poi uno delle SS italiane gli ordina di riemettersi la divisa accusandolo di tradimento e di ammazzarlo davanti al figlio. Nazario, allora si rimette la divisa.
C’è un certo Toni che gli dice “No sta preoccuparte che te iudo”, salvo poi a far finta di niente. C’è la donna partigiana colta da Nazario con le armi addosso e le bombe, che viene lasciata libera per gesto di umanità, che invece non trovò Nazario. (p 91-2). C’è la musica di Antonio Smareglia (p. 95). Ci sono Prefazione e Postfazione dell’Autore. C’è il rastrellamento nazista e la fucilazione di 19 paesani scelti dal fascista del paese, poi scappato poco dopo il fatto (p 104). C’è il passaggio dal Campo profughi di Trieste (p. 103). C’è infine una storia sconvolgente. “Svi u iama” “Tutti gli italiani in foiba” si dicevano i partigiani alla fine del conflitto (p 132).
Agriturismo Ristoro da Sferco, San Quirino, un angolo dedicato a Fulvio Tomizza

Il dibattito e l’intervento di Mauro Tonino
L’autore di “Rossa terra” ha voluto rimarcare la grande dignità del popolo istriano. Poi ha aggiunto: “Gli esuli hanno pagato per tutti con le loro terre, i loro patrimoni e le loro vite, la storia vera dei Cattunar mi è stata suggerita da amici, poi a Vines ci hanno detto che anche nel mese di giugno 1945 girava un camion pieno di altri sventurati da uccidere nella foiba”.
Nel dibattito, che la presidente Zuccolin, ha aperto tra la ventina di interventi dopo l’intervento di Tonino, ha parlato per primo Daniele Cattunar: "Confermo tutto ciò che ha scritto Mauro Tonino riguardo alla vicenda dell'uccisione di Nazario Cattunar, di Villanova di Verteneglio".  
Poi è intervenuto Francesco Tromba, da Rovigno, esule a San Michele al Tagliamento, provincia di Venezia. “Sono di Rovigno del 1934 e il 16 settembre 1943 i titini hanno preso mio papà Giuseppe Tromba, del 1899, che era artigiano – ha detto Francesco Tromba – due di guardia stavano in strada e altri cinque sono entrati in casa… e solo nel 2003 ho saputo da donne del posto, dove era la foiba di Vines, perché lì fu buttato; uno dei partigiani responsabili era il tale Abbà, oggi io sono esule qui vicino, in provincia di Venezia”.
Anche Maura Pontoni, editrice del volume di Mauro Tonino ha voluto sottolineare l’impegno degli editori a pubblicare notizie e testimonianze sull’esodo istriano. «Ricordo inoltre che una mia insegnante delle scuole medie – ha aggiunto Maura Pontoni – che si chiamava Maria Rada, ha avuto ambedue i genitori uccisi e gettati nella foiba, come per Cattunar, come per Tromba».
L’ultimo partecipato intervento è stato del signor Veniero Venier, nato a Pola nel 1932. «Non posso dimenticare ciò che mi ha raccontato Francesco Tromba – ha concluso Venier – di quando il postino di Rovigno, tale Giorgio Abbà, fu infoibato, poi lo stesso accadde alla moglie che chiedeva notizie su di lui e pure la figlia Alice Abbà, di dodici anni».
Pure il registratore di cassa è imbandierato all’Agriturismo Ristoro da Sferco in Via Umago, 2 a San Quirino di Pordenone

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Riferimenti bibliografici ragionati
L’uccisione della famiglia di Giorgio Abbà, di Rovigno, è descritta anche nel seguente documento: Comune di Civitanova Marche, Provincia di Macerata, Verbale del Consiglio Comunale di data 26 febbraio 2011, p. 9.
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Servizio giornalistico a cura di Gabriele Anelli Monti. Fotografie di Daniela Conighi. Networking e ricerche di Sebastiano Pio Zucchiatti. Lettrice Bruna Zuccolin.

Gorizia, presentati Gli appunti di Stipe di Fornasaro, con Maria Grazia Ziberna

È stata Maria Grazia Ziberna a presentare il romanzo documentario “Gli appunti di Stipe” di Franco Fornasaro. La Ziberna, che è presidente del Comitato Provinciale di Gorizia dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), ha illustrato con alcune originali diapositive la storia dei popoli slavi nei Balcani, giunti colà nel VI secolo d.C., nonché della presenza romana e veneziana in Istria, a Fiume e sulla costa dalmata. All’esclusiva presentazione, che ha visto una quindicina di partecipanti, ha partecipato anche Rodolfo Ziberna, sindaco di Gorizia, molto addentro a tali temi dato che, come alcuni sapranno, è stato presidente dell’ANVGD goriziana.
Sergio Satti, Bruna Zuccolin, Franco Fornasaro, Rodolfo Ziberna, Didi Pasquali, Maria Grazia Ziberna e Silvia Paoletti

L’evento si è tenuto il 14 dicembre 2017, dalle ore 17,30 presso la locale sede dell’ANVGD, a Palazzo Alvarez, in Passaggio Alvarez numero 8 a Gorizia.
Ha portato il saluto del suo sodalizio, Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, che ha organizzato l’incontro in collaborazione con l’ANVGD di Gorizia, assieme alle ACLI provinciali goriziane.
La Zuccolin ha voluto ricordare il beneamato presidente Silvio Cattalini, da Zara, scomparso a Udine il 28 febbraio 2017, tra i primi molto impegnato nelle attività di dialogo e di pacificazione tra le due sponde del Mare Adriatico, secondo un’ottica di fratellanza europea. «Sono molto orgogliosa di aver intrapreso questa collaborazione con altri Comitati Provinciali dell’ANVGD, come questo di Gorizia – ha detto la Zuccolin – perché in questo modo ci apriamo a interventi costruttivi sul territorio si temi dell’esodo giuliano dalmata nel rispetto delle tradizioni culturali di quelle terre ed è la prima volta che si presenta lo scrittore Franco Fornasaro a Gorizia».
Una parte del pubblico presente in sala

Ha parlato anche la presidente provinciale delle ACLI Silvia Paoletti, svelando in pubblico alcuni tragici particolari della sua famiglia. «Mia mamma è del 1925 – ha detto Silvia Paoletti – e ricordo che una sua zia Emilia Maras Cocianni è stata deportata dai partigiani titini da Gorizia il 3 maggio 1945, che tristezza, l’hanno presa di sera e portata via con una camionetta, poi è sparita… il suo nome sta ora sulla lapide degli oltre 650 sequestrati e uccisi dai partigiani qui a Gorizia nel parco della Rimembranza».
Ha parlato in seguito pure Franco Fornasaro, autore del romanzo “Gli appunti di Stipe”, in versione italiana e croata, dal 2017, col titolo “Stipove bilješke”. La traduzione croata è della giornalista di Fiume Helena Labus Bačić e della lettrice Martina Crnolatec. La prima edizione del testo, a cura dell’ANVGD di Udine, è del 2015. Per la seconda edizione ha collaborato l’ERAPLE.
Fornasaro ha presentato i protagonisti del romanzo, come Matteo, giovane ricercatore universitario, e Giuliano Giuliani, vecchio docente in pensione, grande esperto e dotato di “un corredo mastodontico di ricerche” sui temi della questione adriatica e dell’esodo giuliano dalmata. “Stipe è un acronimo vezzeggiativo – ha detto Franco Fornasaro – del nome Stephan (Stefano in serbo croato). Nato su ispirazione di Silvio Cattalini, che gli disse: “Scrivi! Ti racconterò della mia Zara e di tante altre cose, della mia vita, della famiglia, di fatti successi in questa nostra difficile vicenda di esuli, di gente che vorrebbe ritornare in vario modo, che si porta sulle spalle la storia”.
Così Fornasaro, cui il babbo aveva chiesto di non parlare mai dell’esodo per evitare di rimestare nel dolore familiare, si è aperto e ha scritto questo interessante ed originale romanzo documentario, presentato in varie località del Friuli, in Istria e a Fiume.
Silvia Paoletti, Franco Fornasaro, Bruna Zuccolin e Maria Grazia Ziberna

Cenno bibliografico ragionato sugli scomparsi di Gorizia
È citato così, a pag. 82, tra i 651 deportati italiani, il nome di Emilia Cocianni “fu Antonio e fu Teresa Ussai, nata a Gorizia il 31.8.1902, arrestata a Gorizia il 3.5.1945 e tradotta nelle carceri. Il 12 maggio deportata. Ufficio anagrafico del Comune” nella seguente pubblicazione: Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, Gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945, a cura del Comune di Gorizia, 1980.
Zia Emilia viene citata, a pag. 328, anche da padre Flaminio Rocchi, nel suo L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.
In certi elenchi la zia Emilia compare così: “Cocianni Emilia (Kocijancic Emilija)”.
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Servizio giornalistico e di fotografia di Elio Varutti, ove non altrimenti indicato. Networking e ricerche a cura di Gabriele Anelli Monti

Sergio Satti, Franco Fornasaro, Bruna Zuccolin, Rodolfo Ziberna, Didi Pasquali, Maria Grazia Ziberna, Silvia Paoletti e Elio Varutti. Fotografia di Mariarita Cosliani

domenica 17 dicembre 2017

Presentata la traduzione del libro del ceco Mucha, a Udine

Mercoledì 13 dicembre 2017, alle ore 17, in sala Florio, a Palazzo Florio, in vicolo Florio a Udine si è tenuta la presentazione del volume “Alfons Mucha. L’artista e il suo tempo” di Jiří Mucha. Il volume è appena stato pubblicato da Schena editore, di Fasano, provincia di Brindisi, con l’attenta traduzione dal ceco di Tiziana Menotti.
Paolo Petiziol, Tiziana Menotti, Gabriella Bucco e Anna Maria Perissutti in sala Florio per la presentazione del libro su Mucha

L’evento è stato organizzato dal Dipartimento di Lingue e Letterature, Comunicazione, Formazione e Società dell’Università di Udine, con il patrocinio del Consolato onorario della Repubblica Ceca in Udine e in collaborazione con l’Associazione culturale “Mitteleuropa”. Il pomeriggio culturale è stato aperto da Anna Maria Perissutti, docente di Lingua ceca all’Università di Udine.
Ha poi preso la parola Paolo Petiziol, console onorario della Repubblica Ceca. “È un personaggio artistico impressionante questo Mucha – ha detto Petiziol – e anche molto misterioso, del resto era un massone e allora legato al concetto novecentesco di patria e di nazione”.
Tiziana Menotti, con l’aiuto di alcune diapositive, ha mostrato ai presenti gli aspetti biografici del grande artista, nato nel 1860 a Ivančice, in Moravia, con studi a Monaco e Parigi. “Quando nel 1969 in Cecoslovacchia uscì la prima edizione di questo libro, scritto dal figlio – ha detto la Menotti – recava il titolo ‘Can can con l’aureola’, per rimarcare il segno grafico del cerchio che si nota in molti profili femminili nelle forme di Art Nouveau, o meglio di Jugendstil del mondo ceco e slovacco".
Si può rimarcare che l’aureola è un segno grafico tipico di Mucha, forse la si ritrova altrove, ma in grafica è sua tale idea.
È stato, infine, accennato al grande sogno panslavista di Mucha, realizzato su venti tele di grandi dimensioni dal 1911 al 1931.
Poi, si può aggiungere, ed è un motivo di orgoglio friulano, che al museo di Praga è possibile trovare il libro in questione, unico volume sull’artista scritto in italiano che un turista può comprare. Si accenna al fatto che, a parte i cataloghi delle mostre e qualche monografia soprattutto iconografica, su Mucha in Italia non c'è nulla, a parte ora questa biografia. In questi mesi, si sa che l’Epopea slava, si trova esposta in Oriente.

Poi c’è stato il partecipato intervento di Gabriella Bucco, storica dell’Arte. “Questo è un volume a metà tra letteratura e storia dell’arte – ha detto – perché il talentuoso Alfons Mucha era nato in Moravia, che ha dato numerosi esperti nelle arti applicate, come la grafica o la lavorazione del metallo e la fabbricazione del gioiello, allora si potrebbe dire che egli era molto diligente, costante e assai contraddittorio”. Anche la professoressa Bucco si è avvalsa di interessanti diapositive per la sua dotta esposizione, seguita con estrema attenzione e piacere dai presenti.


Il museo di Mucha a Praga
C’è un museo a Praga dedicato alla vita e alle opere di Alfons Mucha (1860-1939). Secondo il sito web di tale museo Mucha è un rappresentante di fama mondiale dello stile Liberty. Le sale espositive si trovano nel palazzo barocco di Kaunitz, nel centro di Praga. La selezione di circa 100 opere, che include pitture ad olio, disegni, pastelli, sculture, fotografie e oggetti personali, offre una visione unica del mondo dell’autore di manifesti per Sarah Bernhardt. Fanno parte del museo una caffetteria ed un negozio di souvenir ispirati ai motivi di Mucha.
Questa esposizione offre una panoramica completa dell'opera artistica globale di Alfons Mucha (1860-1939), ad eccezione dell’Epopea Slava. Così si legge nell'Introduzione al Museo di Mucha, in lingua italiana. L’attenzione è rivolta soprattutto all’epoca parigina (1887-1904), durante la quale realizzò le sue opere più celebri. Qui viene presentata una serie di manifesti, i più importanti dei quali sono quelli realizzati per Sarah Bernhardt, una serie di pannelli decorativi caratteristici e un ampio campione di "Documents décoratifs" (1902), ovvero modelli tratti dai suoi schizzi parigini. Altri oggetti decorativi, sculture ed esempi di progetti letterari sono conservati nelle vetrine. 
Alcune sezioni speciali sono dedicate ai manifesti creati successivamente in Boemia (1910-1939), ai disegni e ai dipinti ad olio. Qui non viene trascurato nemmeno il rapporto tra Mucha e Praga. Alla fine dell’esposizione c’è un abbozzo dello studio di Mucha con i mobili originali, le fotografie della sua famiglia e un gruppo di fotografie da studio scattate da Mucha a Parigi. Fa parte dell’esposizione anche un documentario di mezzora sulla vita e sulle opere di Mucha.

Indirizzo: Museo Alfons Mucha (Muchovo muzeum), Panská 7, Praha 1 - Nové Město, 11000
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Servizio giornalistico e di fotografia di Elio Varutti. Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti.

Gli stupendi manifesti di Mucha dal sito web del Museo dedicato a lui a Praga

Epica slava di Mucha, nel palazzo Veletržní, Galleria Nazionale di Praga – / Mucha’s Slav Epic in Veletržní Palace. Si ringrazia per la gentile concessione alla riproduzione il seguente sito webhttp://www.czechtourism.com/it/e/muchas-slav-epic/