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mercoledì 25 luglio 2018

Militari italiani a Fiume, in Istria, Dalmazia e Erzegovina, 1941-1943


Dai documenti di una collezione familiare è possibile documentare la presenza dei militari italiani in Istria, a Fiume, in Dalmazia e, nell’entroterra occupato durante la seconda guerra mondiale, in Croazia e in Erzegovina, peraltro già presente in letteratura.
Cartolina di Fiume, Viale delle Camicie Nere e Chiesa dei Reverendi Padri Cappuccini a destra, 1940. A sinistra, il palazzo dei ferrovieri e la Piazza Cesare Battisti. Coll. C. Conighi, Udine

Con l’invasione della Jugoslavia, del 6 aprile 1941, da parte delle forze dell’Asse, guidate da Germania e Italia, l’Esercito Italiano si disloca con oltre 350 mila militari sulla fascia costiera jugoslava e pure nell’interno.
Vengono create la provincia italiana di Lubiana, il Governatorato della Dalmazia, allargando la piccola enclave di Zara, già italiana dal 1918, includendo le città con presenze italiane di Spalato, Traù a Sebenico. Da queste città, peraltro, si era già verificato un esodo degli italiani verso Zara e Fiume nel 1921-1929, perché i croati spaccavano le vetrine dei loro negozi, per l’imposizione della lingua e della cittadinanza croata nelle istituzioni pubbliche e nel lavoro e per persecuzioni varie, come raccontato da Bruno Bonetti, nell’articolo I Bonetti di Zara nell’esodo dalmata
Altri hanno confermato la pressione croata sugli italiani di Dalmazia, che si rifugiarono a Zara, in Istria o nell’Isola di Lagosta negli anni ‘20, come riferito da Elvira Dudech, Elisabetta Missoni Foffani, con avi di Sebenico. Lo zaratino Silvio Cattalini, che fu presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) dal 1972 al 2017, ricordava che i suoi avi Cattalinich avevano cantieri navali a Traù poi, volendo restare italiani, furono costretti a trasferirsi a Zara, perché la Dalmazia passò al Regno dei Croati, dei Serbi e degli Sloveni.
Giulio Orgnani alla Scuola Allievi Ufficiali di Complemento di Pinerolo (TO) nel 1934. Fotografia di U. Monti, Pinerolo. Collezione G. Orgnani, Udine

Un altro zaratino, come Segio Brcic, ha spiegato che i contrasti tra italiani e croati sono proseguiti anche dopo il 1947, anno del Trattato di pace, persino sui dati storici. Egli è uno storico della Dalmazia, ma di recente, viene contestato il risultato delle sue ricerche storiche orientate soprattutto ai 54 bombardamenti di Zara, enclave italiana sulla costa dalmata dal 1918 al 1943. La contestazione viene da parte degli storici croati di questi decenni. “La mia Zara non esiste più – afferma in modo stentoreo Sergio Brcic – perché è stata cancellata per volere dei titini con i continui bombardamenti anglo-americani”.
Abbiamo chiesto a Bruno Perissutti, nato a Zara, cosa sapesse dell’esodo italiano degli anni ’20 dalle città dalmate a causa del nazionalismo croato.  “Basti pensare a Ottavio Missoni, il noto stilista nato a Ragusa con la mamma di Sebenico e poi trasferitosi a Zara con la famiglia – ha detto Perissutti – fu un grande amico di Silvio Cattalini”. Ricorda qualcosa del 1943-1944? “Mio padre aveva un negozio di alimentari a Zara - ha aggiunto Perissutti - e non fu richiamato militare perché la sua attività era strategica per la distribuzione degli alimenti con la tessera annonaria, ma al sabato e alla domenica era obbligato dai tedeschi ad un servizio di vigilanza, tipo protezione civile, al lago di Scardona (Skradin), vicino a Sebenico, dove ammaravano gli idrovolanti”. Il nome del lago, in croato, è Prokliansko jezero – Lago di Proklian, alimentato dal fiume Cherca / Krka.
Cartolina di Gorizia viaggiata e timbrata il 9 dicembre 1940. Coll. Lucillo Barbarino, Resia (UD)

Il Montenegro nel 1941 diviene protettorato italiano e l’Albania, già occupata e annessa all'Impero italiano nel 1939, si allarga nel Kossovo di Pristina e per una parte della Macedonia fino al Lago di Ocrida. Gli alloglotti serbo-croati abitanti nel Governatorato della Dalmazia sono oltre 340 mila individui, rispetto agli italiani del litorale dell’Adriatico orientale che vivevano soprattutto nelle città della costa, rappresentando il 10% della popolazione. Ciò contribuì a provocare gravi attriti tra croati e italiani, iniziati sin dall’Ottocento, sotto la guida dell’Austria in funzione anti-italiana. Sono le varie etnie, comunque, a rappresentare un problema in Jugoslavia nel Novecento.
Dopo l’8 settembre 1943, data dell’armistizio italiano con gli alleati, il reale esercito italiano si sfaldò, trovandosi allo sbando, senza ordini precisi se non con qualche dispaccio non interpretabile in forma univoca. È il famoso ribalton: “i tedeschi no ze più nostri aleati”. Si pensi che il generale Mario Robotti, comandante della 2^ Armata con sede a Sussak (Fiume) venne a conoscenza dell’armistizio dalle feste che facevano i suoi militari nel magazzino. Avevano saputo la notizia niente meno che dai partigiani, che l’avevano sentita da una trasmissione di Radio-Cincinnati, subito rilanciata da Radio-Algeri, come ha scritto Oddone Talpo.
Secondo molti la guerra era finita. In piazza, nelle grandi città, la gente faceva festa e tirava giù gli emblemi del fascismo. A parere di certi ufficiali italiani in Dalmazia sarebbero arrivati gli angloamericani e avrebbero portato a casa i militari dispersi verso le coste pugliesi, controllate dagli alleati. Non fu così. Vero è che il generale Emilio Becuzzi, comandante il presidio di Spalato e la Divisione “Bergamo”, il 23 settembre, riuscì a sbarcare a Bari con 3.000 militari, ma i civili e gli altri italiani in divisa restarono in balia dei titini, come ha scritto Antonio Faleschini in suo studio del 1969.
Timbro tondo del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria – Amministrazione, con la firma del sottotenente Alessandro Tomei in una comunicazione del 28 luglio 1941-XIX, dattiloscr. Collezione G. Orgnani, Udine

In ogni angolo di strada dalmata il soldato italiano veniva disarmato da gruppi di partigiani armati. Furono assaliti i negozi, i magazzini e le case private degli italiani; circa 800 erano di Spalato e 1.200 della Penisola, dei quali oltre 300 insegnanti. Questurini, guardie carcerarie e carabinieri a piccoli gruppi, dopo il disarmo, furono obbligati dai titini a spogliarsi – ha aggiunto Talpo – poi furono portati nelle campagne e fucilati.
Molti militari di Spalato si consegnarono ai tedeschi e finirono nei campi di concentramento, stipati in 50-60 in un carro bestiame piombato, mentre succedeva che gli ufficiali, imprigionati dai tedeschi e deportati al campo di concentramento di Belgrado, venissero fucilati sul posto, come ha scritto Giacomo Scotti, a pag. 27, del suo libro Il battaglione degli straccioni. Lo stesso autore ricorda che ammontarono a 40 mila i volontari dell’esercito italiano passati a combattere a fianco dei partigiani jugoslavi contro i nazi-fascisti; una cifra che fa riflettere.
A Spalato certi militari scambiavano il fucile per un pezzo di pane. Altri, stanchi della guerra, gettavano l’arma, subito raccolta dai partigiani, che sbucavano da ogni dove. Allo stesso tempo i titini iniziavano le prime fucilazioni di italiani, donne incluse. Ruggero Tommaseo, direttore del «Popolo di Spalato» fu appunto fucilato dai partigiani jugoslavi, come ha evidenziato Antonio Faleschini. Tale autore, inoltre, vide con i suoi occhi due civili, entrati nella sede degli insegnanti italiani, portare via con la forza Giovanni Soglian, il provveditore agli studi. Nessuno avrebbe mai pensato che fosse fucilato pure lui. Stessa sorte per il preside Eros Luginbhul. La città fu tappezzata di manifesti inneggianti a Tito, alla armata liberatrice, alla democrazia popolare, ma tutti avevano una gran fame. 
Tromba del 3° Plotone Reggimento Cavalleggeri di Alessandria. Trombettiere: cavalleggero Giovanni Pinato, Zona di Karlovac, estate 1941, ottone e cordone. Coll. G. Orgnani, Udine

Mancava l’acqua, mancava l’energia elettrica. I magazzini furono presi d’assalto dai titini, perché “rappresentavano gli alleati”. Ai soldati italiani i partigiani, in abiti borghesi con qualche coccarda, dicevano: “Voi avete fatto l’armistizio, perciò lasciateci le armi, i generi alimentari e andate via”.
Sulle prime pareva che 11 persone, tra i maggiorenti di Spalato, potessero essere processate dai titini del generale Koka Popovic poiché contrari all’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia o perché responsabili di particolari crimini – come ha spiegato Talpo – tale accordo, del 17 settembre, rientrava nella resa della Divisione “Bergamo”, in presenza del capitano Deakin della missione inglese e del maggiore Burke di quella americana. Il generale Becuzzi si oppose. Nelle trattative non si parlò più di italiani da giustiziare e, a notte inoltrata, fu firmata la resa. Al mattino seguente sui muri della città c’era l’avviso della eliminazione di 22 persone (non 11). 
Il 27 settembre 1943 la città fu occupata dalle Waffen SS della Divisione “Prinz Eugen”. Obbedendo all’ordine tedesco emanato immediatamente molti soldati italiani si presentarono ai comandi germanici, anche perché la pena era la fucilazione. Furono catturati e trattati “bestialmente e col massimo disprezzo”, ha precisato Antonio Faleschini.
Ricevuta per prestazioni sanitarie dell’Ospedale Civile di S. Spirito di Fiume al ten. Giulio Orgnani, del 18 settembre 1941. Coll. G. Orgnani, Udine

Il calvario dei militari italiani imprigionati e degli “ufficiali di Spalato” iniziò proprio il 27 settembre 1943. Prima vengono trasportati a Signo / Sinj, in Croazia a 30 km da Spalato – continua il racconto di Faleschini, che era tra di loro. Per tre giorni, senza cibo, vengono interrogati, insultati e maltrattati dai nazisti. “La sera del 1° ottobre – ha aggiunto Faleschini – terminato l’interrogatorio, fummo riuniti coi nostri miseri bagagli, svaligiati dai dobromani croati e dai tedeschi nel cortile dove si era svolto l’interrogatorio: furono chiamati una cinquantina di nomi. I chiamati sono stati fatti salire sopra i camion e trasportati in una località vicina, dove furono immediatamente fucilati”. Secondo Talpo la località della fucilazione di 46 ufficiali italiani in quella data da parte nazista è: Treglia / Trilj.
Per quanto riguarda i dobromani croati c’è da dire che si trattava della Hrvatsko domobranstvo (Guardia Interna Croata) faceva parte delle forze armate dello Stato indipendente croato, 1941-1945. I dobromani furono spesso in rivalità con gli ustascia, ma in sostanza erano milizie collaborazioniste dei nazi-fascisti.
Poi in cinque giorni furono incolonnati fino a Mostar e Sarajevo, dove “ci tolsero anche il denaro”. A Mostar entrarono scortati dalle Waffen SS della Divisione “Prinz Eugen”. Dalla Serbia occupata dai nazisti, giunsero poi al campo per prigionieri di Wietzendorf (in Bassa Sassonia, Germania), dove continuarono gli insulti, le perquisizioni e lo scarso cibo. “Tutti dovevano rubarci qualcosa” – è sempre Faleschini a raccontare. Caricati nei vagoni piombati e controllati da soldati kirghisi o calmucchi filo-nazisti fino ai campi di concentramento di Wietzendorf e di Söndbosel (recte: Sandbostel, in Bassa Sassonia).  Il calvario degli ufficiali di Spalato continuò nelle “baracche-porcili” del lager, distesi sulla nuda terra senza nemmeno la paglia. Faleschini si salvò.
Carta annonaria n. 56.273 del Comune di Fiume, Provincia del Carnaro, intestata a Giulio Orgnani, per generi da minestra, zucchero, grassi e sapone, aprile-giugno 1942-XX, stampa. Coll. G. Orgnani, Udine

Intanto a Spalato, dopo l’arrivo dei tedeschi, furono individuate delle fosse comuni nel Cimitero di San Lorenzo dove erano stati sepolti gli italiani fucilati dai titini. In città regnavano livore e fame. Nella fossa comune si pensava di trovare 22 salme, ma ne furono dissepolte ben 39. Dopo alcuni giorni, superata l’opposizione del Comune – ha aggiunto Talpo – fu individuata e aperta una seconda fossa. Al posto di 8 eliminati citati in un secondo avviso partigiano, furono esumati 25 corpi. Addirittura fu scoperta una terza fossa, della quale non c’era notizia ufficiale alcuna. Conteneva 42 cadaveri. Tutti col colpo alla nuca. In tutto furono esumate 106 spoglie e fu dato il nome a quanti potevano essere riconosciuti.
Il tenente Giulio Orgnani, Fiume 1942. Fotografia della Coll. G. Orgnani, Udine

Un’altra testimonianza su Spalato
Un racconto su Spalato è stato riportato, nel 2005, anche da Mario Blasoni, giornalista del «Messaggero Veneto», che l’ha poi pubblicato in un libro. Il testimone raccolto è Rodolfo de Chmielewski, nato a Udine nel 1931, con lontani avi polacchi. Egli è figlio di un funzionario dell’Intendenza di finanza di Spalato, il ragioniere Giorgio de Chmielewski (1885-1966), esule nel 1921 in Friuli e a Trieste.
“Mio padre era di sentimenti italianissimi – ha detto Rodolfo de Chmielewski a Blasoni – un vero irredentista. Nel 1921, quando la Dalmazia è stata assegnata al Regno di Jugoslavia, non ha voluto giurare fedeltà a Re Pietro e ha perso il posto. Ha dovuto optare per l’Italia, andando prima a Trieste e poi a Udine”.
Questo è il primo esodo per molti italiani di Spalato, Ragusa, Sebenico e Traù. Gli slavi in quel periodo se la prendevano solo con le tombe o con i leoni di San Marco, presi a mazzate per far scomparire ogni traccia storica d’italianità.
“Per mio padre era stato doloroso dover lasciare la sua amata Spalato – ha raccontato Rodolfo de Chmielewski a Blasoni –. E nel 1941, quando la Dalmazia venne occupata dagli italiani, volle tornarvi con la famiglia”. Rodolfo frequenta a Spalato la quinta elementare e la prima media, poi succedono cose truci. “Nel 1943 ci fu il 25 luglio – ha detto il testimone – e poi cominciò la caccia agli italiani, identificati coi fascisti da parte dei croati”.
Suo padre, Giorgio de Chmielewski, divenuto ragioniere capo dell’Intendenza di finanza di Spalato fu imprigionato dai titini, ma dopo alcuni giorni lo lasciarono tornare a casa.
“Un suo fratello, invece, fu ucciso in seguito e in Italia da un komando di partigiani rossi assieme alla moglie incinta di sei mesi – ha concluso Rodolfo de Chmeilewski al giornalista Blasoni –. Sono ricordi orribili”.
Carta annonaria n. 57.486 del Comune di Fiume, Provincia del Carnaro, intestata a Giulio Orgnani, per il pane (o farina di grano) e per la farina di granoturco, aprile-giugno 1942-XX, stampa. Coll. G. Orgnani, Udine

Biografia di Giulio Orgnani
Il tenente Giulio Orgnani (Udine 1912-1988) era inquadrato del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria di stanza a Palmanova (UD) nella seconda guerra mondiale. Fu impegnato a Fiume, in zona d’operazioni militari dell’Esercito Italiano. Secondo i suoi album fotografici, in base ai suoi documenti, come rapporti, cartoline e lettere in possesso ai discendenti, il Reggimento Cavalleggeri di Alessandria fu impegnato, nel periodo 1941-1943, nelle seguenti località di occupazione italiana: Barilovic, D. Poloj (dove fu ferito in combattimento il 17 ottobre 1942), Jaškovo, Josipdol (Croazia), Kamensko, Karlovac (Croazia), Perijazica, La Plat Plaski, Ogulin (Croazia), Oshalj e Voinic. Nel 1943 raggiunse la zona d’operazioni di Mostar (Erzegovina), quindi fu a Betina, Kramina, Murter e Stretto (Dalmazia).
Dopo l’8 settembre 1943, essendo in convalescenza in Friuli, Giulio Orgnani, di spirito monarchico, fu ricercato dalle Waffen SS per essere internato in Germania, come accadde a molti militari italiani. Allora egli si mise alla macchia a Colza di Maiaso, in comune di Enemonzo (UD) in Carnia. Col nome di battaglia di “Riccardo” – in base alle ricerche presso l’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli, sito a Udine – collaborò, in zona carnica, con le Brigate partigiane Osoppo, ispirate all’area cattolica e del Partito d’Azione. Nel 1976 a Udine sposò, in seconde nozze, l’esule fiumana Helga Conighi (1923-2000).
Ruolino di marcia del 2° Plotone Reggimento Cavalleggeri di Alessandria. Nell’ultima colonna si leggono i nomi dei cavalli di tre squadre per un totale di 27 elementi, Zona di Karlovac, 13 luglio 1942-XX, ms. Coll. G. Orgnani, Udine

Tolmino, Spalato, Karlovac
Nel luglio 1941 ci sono alcune comunicazioni riguardanti l’Orgnani col comando della Guardia di Frontiera del XI Corpo d’Armata di Tolmino, nell’Alta Valle dell’Isonzo, allora era parte della provincia di Gorizia, oggi Slovenia.
Il giorno 11 giugno 1941 il tenente Orgnani riceve una lettera dal commilitone tenente Carlo Morossi, il quale gli comunica di aver “passato un mese e mezzo al comando nel presidio di Spalato col generale Viale, col.(onnello) Conte e maggiore Morvidi”.
Nel 1942, secondo i documenti della Collezione Orgnani, si manifestano alcune tensioni ed attriti tra le truppe ustascia di Ante Pavelić e l’Esercito Italiano di occupazione. Da un rapporto inviato per posta militare dal tenente Orgnani, comandante del posto di blocco n. 2, nella zona di Karlovac (Croazia), ai suoi superiori si ha un chiaro sentore della conflittualità emergente tra militari italiani e croati.
Ecco cosa dice il rapporto. Il 29 marzo 1942, alle ore 8.30, il carabiniere di servizio Andrea Curcio “fermava un suddito Croato per chiedergli i documenti”. Siccome la tessera d’identità risaliva all’anno precedente, il carabiniere, come da disposizioni impartite, decise di accompagnare il borghese alle autorità italiane per dargli un lasciapassare. Sopraggiungeva in quel mentre il capitano maggiore croato Jvan Baiuk, per dare il cambio al suo collega di servizio.
Il Baiuk fermava il carabiniere Curcio e il civile croato, chiedendo spiegazioni. Dopo alcune parole scambiate col borghese e il carabiniere si faceva consegnare il lasciapassare e lo strappava inveendo contro il Curcio. Baiuk sosteneva che il suddito croato fosse libero. Poi diceva ad alta voce che loro comandavano e che “gli italiani non avevano alcuna autorità”. Alle rimostranze degli italiani aggiungeva che se ne “fregava dell’Esercito Italiano e degli ufficiali italiani”.
Biglietto per il ten. Orgnani dal Comandante della 1^ Brigata Celere “Eugenio di Savoia” degli ultimi mesi del 1942, ms. Coll. G. Orgnani, Udine

Vista la sceneggiata, giungevano il sergente Armando Ercole, sottufficiale del posto di blocco, ed il caporalmaggiore di fazione Gino Munerato per cercare di porre fine alla questione. Il Baiuk inveì contro tutti, bestemmiando e mostrando la baionetta ai militari italiani in segno di minaccia. Fra le altre disse che: “gli italiani non sanno fare nulla e non hanno nessuna autorità di comando, sono tutti contro il capo Pavelić”.
Più tardi, chiamato a rapporto dal tenete Orgnani, il Baiuk disse di non riconoscere gli italiani come superiori. L’Orgnani fu costretto ad andare a cercarselo. Sempre più arrogante, solo alle intimazioni di fare silenzio e di portare rispetto, il croato Baiuk esibì i documenti, borbottando fra i denti.
Il rapporto sul fatto increscioso fu stilato dal tenente Orgnani ed inviato alla 1^ Divisione Celere “Eugenio di Savoia”. In rapporti analoghi si menzionano altri casi di scarso contengo militare delle milizie ustascia nei confronti degli italiani o, peggio, vengono esplicitamente citate “azioni di intralcio al servizio”.
In un altro rendiconto, datato 5 aprile 1942, è menzionato un attacco di oltre 50 cetnici (milizie monarchiche serbe, prima alleate dei partigiani poi, in quanto anticomuniste, coalizzate agli italiani, contro i titini). L’assalto, con moschetti e tre fucili mitragliatori, si verifica al presidio di Kamensko, nella zona di Karlovac. L’incursione provocò due morti: un ustascia di sentinella e un altro militare croato ucciso nei locali della scuola adibita a dormitorio.
Licenza per l’esercizio del commercio ambulante rilasciata dal Comune di Resia (UD) a Luigi Barbarino per le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Treviso, Venezia, Belluno per il 1941, rinnovata nel 1942. Nell’Alta Valle dell’Isonzo, allora provincia di Gorizia, i partigiani titini nel 1943 fermarono l’ambulante, con le armi spianate, con l’accusa di essere una spia fascista; poi fu rilasciato, stampa. Coll. Lucillo Barbarino, Resia (UD)

I cetnici fanno bottino di un moschetto, 2.500 cartucce e 50 bombe a mano poi, ad un segnale di tromba, rientrano a sud – sud-ovest da dove erano penetrati. La popolazione dei villaggi è terrorizzata e teme rappresaglie da varie parti. “I ribelli hanno ramificazioni tra gli stessi abitanti dei villaggi” – precisa il tenente Orgnani. Altri suoi rapporti ai superiori sono zeppi di segnalazioni di spari e lanci di bombe a mano che incrinano il morale della popolazione e dei militari.
Nei rapporti dell’Orgnani vengono rilevati, tra i militari italiani di basso grado, anche fenomeni di alcolismo e di gioco d’azzardo, con grave indebitamento dei giocatori perdenti, causa di tensioni varie. Ad esempio c’è Giuseppe T., un sergente, che il 24 febbraio 1943, con altri tre cavalleggeri, se ne va Kramina “in passeggiata”. Il tenente Orgnani segna nel rapporto per posta militare che i quattro soldati italiani con i cavalli di servizio “erano fuori dal presidio di Betina e privi di scorta”. Il presidio era sull’Isola di Murter, vicino a Sebenico. Per giunta, la passeggiata ha avuto lo scopo di fare visita al vice brigadiere del paese comandante la brigata di finanza, con una robusta bevuta di vino.
Fronte di Mostar (Erzegovina), 1942. Il carabiniere Alfonso Zamparo, in piedi. Nel 1943 fu deportato nei campi di concentramento nazisti. Fotografia della Collezione famiglia Zamparo, Scorzè, provincia di Venezia pubblicata in Alfonso Zamparo. Siamo tornati uomini. Scritture di una deportazione, a cura di Chiara Fragiacomo e Daniele D’Arrigo

Rientrati al presidio, il sergente Giuseppe T. ordina al caporale Vincenzo G. di sellare altri cavalli per un’altra passeggiata. A quel punto il caporale Vincenzo G., già ammonito in precedenza circa la scarsa pulizia degli equini domandò, invece, a chi toccasse di pulire i quattro cavalli rientrati sudati e stanchi. In quelle circostanze dal semplice diverbio si può passare agli atti di indisciplina tra commilitoni. Il sergente, brillo, capita l’antifona, minaccia il caporale di morte. Allora altri cavalleggeri si buttano su di lui per togliergli la pistola, creando un disdicevole parapiglia e, per fortuna, nessun ferito.
Tali fatti di nervosismo e di insubordinazione, assieme ai furti di vivande nei magazzini o durante i trasporti, non è che siamo all’ordine del giorno, ma non sono nemmeno casi isolati nelle poche carte custodite dall’Orgnani. Tutti gli atti indegni sono stati debitamente segnalati ai rispettivi comandanti di Squadrone Cavalleggeri.
Incarico di comandante del presidio di Betina (Dalmazia) affidato al ten. Giulio Orgnani il 5 febbraio 1943, con firma autografa del colonnello Guido Da Zara, comandante del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, datt. Coll. G. Orgnani, Udine

Dopo el ribalton del 1943 c’è il rientro a casa dei militari
In una lettera di Antonio Guan dell’8 novembre 1943 indirizzata al tenente Giulio Orgnani di Udine, viene descritta la fuga dal fronte verso casa a Sorrento, nel Meridione d’Italia. Ci sono alcuni errori di ortografia, segnalati qui di seguito con le parentesi tonde, tranne che per i numerosi accenti che sono stati corretti per un’agevole lettura. Nelle parentesi tonde vi sono pure alcune precisazioni redazionali.
Il cavalleggero Antonio Guan, ad un certo punto del suo convulso ritorno a casa, si trova a Loreo, in provincia di Rovigo, allora il 17 ottobre 1943 scrive una cartolina postale al suo tenente per chiedere rispettosamente sue notizie. In queste corrispondenze ci sono molte notizie sui cavalli del Reggimento, segno che i cavalleggeri erano, in un certo senso, affezionati all’animale, loro compagno di sventura balcanica.
Nella seconda parte dell’affettuosa lettera dell’8 novembre, recante un timbro tondo col n. 39, forse di un ufficio di censura, si può leggere: “Ed ora vi sarà qualche piccola spiegazione su come (h)o fatto a recarmi a casa. Quando al nostro bel tempo che si stava tutti riuniti col nostro Regg.to (Reggimento di Cavalleria Alessandria in Zona d’operazioni tra Karlovac e Mostar) si diceva di essere stufi della Cavalleria, erano tutte id(d)ee sbagliate, perché ancora non si aveva provato la Fanteria (allude al fatto che il rientro si svolge per lo più a piedi). Ma io che ora per recarmi a casa a Sor(r)ento (ho dovuto) cam(m)inare la bel(l)ezza di 14 giorni e sempre in mezzo a montagna e bosco vi giuro che avrei preferito aver fatto altri 3 anni di Cavall.(e)ria.
Ordine permanente n. 47 del 10 febbraio 1943 del Comando del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria firmato dal comandante Guido Da Zara e dal colonnello addetto R. Posentino, datt. Coll. G. Orgnani, Udine

Sono arrivato alla mia casa – aggiunge il cavalleggero Antonio Guan – che nessuno più mi conosceva, ero ridotto peg(g)io di un zinghero (zingaro). Tutto stracciat(t)o scalzo e con tutti i piedi rotti (a) forza di cam(m)inare. Per riprendere il cam(m)ino (h)o fatto 12 giorni di riposo. Vorrei es(s)ervi vicino per rac(c)ontarvi tutte le mie venture, vi gi(u)ro che si potrebbe descrivere un romanzo, ma speriamo di rimanere in corrispondenza e così in seguito vi darò mi(g)liori spiegazioni da quell’ultima volta che ci siamo lasciati ad Abbazia, mi sembrava di sentirmi che suc(c)edesse (q)ualcosa non ci ero molto allora come le prime volte. E poi è stat(t)o vero che non ci siamo più visti ed ora vi chiedo scusa del mio mal scritto. Vi ringrazio di vero cuore della gentilezza di rispondermi, se vi farà piacere non mancherò mai di darvi mie notizie. Molti cari saluti a parte degli Amici e così pure della mia Famiglia. Da me distinti saluti. Affez(z).mo Antonio Guan”.
È il caso di ricordare – in conclusione – che dopo l’8 settembre 1943 iniziò in Istria, a Fiume e in Dalmazia l’esodo degli italiani per la paura di finire uccisi nelle foibe, o annegati o fucilati dai titini. La città di Udine accolse oltre cento mila profughi italiani al Centro di smistamento di via Pradamano, vicino alla stazione ferroviaria, per sventagliarli negli oltre cento Centri di raccolta profughi di tutta Italia. L’esodo coinvolse oltre 350 mila persone fino agli inizi degli anni ’60 sotto la pressione jugoslava, in piena guerra fredda. Oltre 65 mila di loro si fermarono in Friuli Venezia Giulia, in base al Piano abitativo dell’Opera Profughi di Roma. Poi ci sono tutti quelli che non hanno fatto domanda per avere la casa e che si sono arrangiati da soli, lavorando sodo e patendo molto.
Ordine del giorno n. 1 del 17 febbraio 1943-XXI del generale C. Lomaglio contenente il necrologio del colonnello Guido Da Zara, 33° Comandante del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, caduto in combattimento il 16 febbraio, contro i ribelli, “in terra di Balcania”, ciclostil. Coll. G. Orgnani, Udine

Fonti archivistiche e collezioni familiari
- Archivio del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
- Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli, Udine.
- Collezione Lucillo Barbarino, Resia (UD).
- Collezione famiglia Conighi, Udine.
- Collezione famiglia Riccato, Udine.
- Collezione famiglia Zamparo, Scorzè (VE).
- Della collezione Giulio Orgnani, Udine, oltre a quelli qui riprodotti in immagine, sono stati citati i seguenti documenti nel presente articolo:
Lettera del tenente Carlo Morossi al ten. Orgnani dell’11 giugno 1941, dattiloscritto.
Rapporto del ten. Orgnani al Comando della 1^ Divisione Celere “Eugenio di Savoia”, Karlovac, del 29 marzo 1942, XX, datt.
Rapporto del ten. Orgnani, Comandante del 3° Squadrone Reggimento Cavalleggeri di Alessandria al Comando della 1^ Divisione Celere “Eugenio di Savoia”, Karlovac, del 5 aprile 1942, XX, datt., cc 2. 
Rapporto del ten. Orgnani, Comandante del 2° Plotone del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, al Comandante del 3° Squadrone Regg.to Cavalleggeri di Alessandria, Stretto / Tisno, del 24 febbraio 1943, XXI, datt., cc 2.
Lettera del cavalleggero Antonio Guan al ten. Organi dell’8 novembre 1943, ms.
Busta affrancata per una lettera espresso al capitano Ferdinando Comotti, spedita per posta militare, timbrata a Udine il 4 settembre 1943-XXI e restituita al mittente, essendo molto ravvicinata la data dell’armistizio del’8 settembre 1943 e la conseguente confusione, datt. Coll. G. Orgnani, Udine

Fonti orali
Si ringraziano e si ricordano le seguenti persone, intervistate a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica, a cura di Elio Varutti, ove non altrimenti indicato:
- Lucillo Barbarino, Matiònawa, Resia (UD), 1941, intervista del 7 luglio 2015.
- Bruno Bonetti, Gorizia 1968, int. del 18 dicembre 2016.
- Sergio Brcic, Zara 1930, int. del 10 febbraio 2016, storico della Dalmazia.
- Silvio Cattalini (Zara 1927 – Udine 2017), int. del 10 febbraio 2016.
- Elvira Dudech (Zara 1930 – Udine 2008), int. del 28 gennaio 2004.
- Elisabetta Missoni Foffani, Roma 1949, int. a Clauiano di Trivignano Udinese del 6 marzo 2016.
- Bruno Perissutti, Zara 1936, int. del 23 luglio 2018.
Cartolina postale inviata dal commilitone Antonio Guan al ten. G. Orgnani il 17 ottobre 1943 da Loreo (RO), ms. Coll. G. Orgnani, Udine

Riferimenti bibliografici
- Mario Blasoni, “De Chmielewski, autore di teatro e chansonnier”, in M. Blasoni, Cento udinesi raccontano, Udine, La Nuova Base, volume III, 2007, pp. 36-38.
- Emilia Calestani, Memorie. Zara, 1937-1944 (1.a edizione Libero Comune di Zara in esilio e Associazione Nazionale Dalmazia, Modena, 1979), 2.a edizione a cura di Sergio Brcic e Silvio Cattalini, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, 2013.
- Antonio Cattalini, La mia città. Zara oggi (ediz. originale: Trieste, L’Arena di Pola, 1975), ristampa Udine, ANVGD, 1995.
- Antonio Cattalini, I bianchi binari del cielo (ediz. originale: Trieste, L’Arena di Pola, 1990), 3^ ediz. a cura di S. Cattalini, Udine, ANVGD, 2005.
- Diego Degan "I taccuini di Mario il soldato" «Il Gazzettino», 5 dicembre 2018, p. 18.
- Antonio Faleschini, “Italiani a Spalato (Insegnanti e militari)”, «Rivista Dalmatica», XL, fasc. I, 1969, pp. 79-82.
- Chiara Fragiacomo, Daniele D’Arrigo (a cura di), Alfonso Zamparo. Siamo tornati uomini. Scritture di una deportazione, Udine, Associazione Nazionale ex Deportati (ANED), 2015.
- Giuseppina Mellace, Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, Roma, Newton Compton, 2014.
- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Edizioni Difesa Adriatica, Roma, 1990.
- Giacomo Scotti, Il battaglione degli “straccioni”. I militari italiani nelle brigate jugoslave: 1943-1945, Milano, Mursia, 1974.
- Oddone Talpo, “Le terre adriatiche nel dramma delle due guerre mondiali”, in Alessia Rosolen, (coordinamento), I dalmati per Trieste. Storia del ‘900 nell’area dell’Adriatico orientale, Dalmati italiani nel mondo, Libero Comune di Zara in esilio, Delegazione di Trieste, Trieste, 2001, pp. 23-47.
- Lucio Toth, Storia di Zara. Dalle origini ai giorni nostri, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2016.
- Elio Varutti, Il Campo profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Edizioni ANVGD Comitato provinciale di Udine, 2007.
- E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017 (disponibile anche nel web: 2^ edizione, Udine, 2018).
Marcello Tomadini, Donne polacche a Sandbostel 1944, in Marcello Tomadini, Venti mesi fra i reticolati, LX tavole con prefazioni di don Pasa e Guglielmo Cappelletti, Vicenza, Editrice Società Anonima Tipografica, 1946. Si ringrazia per tali materiali di ricerca la famiglia Riccato di Udine

Sitologia
- E. Varutti, Donne fucilate a Spalato 1943, on-line dal 25 febbraio 2016.

- E. Varutti, I Bonetti di Zara nell’esodo dalmata, on-line dal 6 febbraio 2017.


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Servizio giornalistico e fotografico di Elio Varutti. Ricerche storiche e Networking a cura di Gerolamo Jacobson e E. Varutti. Siamo grati per la collaborazione artistica a Sebastiano Pio Zucchiatti.
Per le fotografie dei documenti e dei cimeli storici si è riconoscenti ai familiari di Giulio Orgnani di Udine, che si ringraziano per la gentile partecipazione e per la concessione alla diffusione e pubblicazione nel blog presente.


Zara sotto i bombardamenti 1943-1944, opera del professor Giampiero Bertolini, 2005. La riproduzione su carta (Archivio ANVGD di Udine) è diventata il manifesto della Giornata del ricordo 2008



lunedì 22 giugno 2015

Mario S., trovato in foiba. Arruolamenti partigiani forzati, 1943

La tematica delle foibe a Trieste è come un nervo scoperto. Lo è in tutto il Friuli Venezia Giulia, dove il ricordo di quei fatti storici è ancora vivo e può generare ancor oggi del dolore nei discendenti delle vittime delle uccisioni nelle voragini del Carso.
Ciò che si è scoperto con la seguente intervista è che nella foiba furono gettati un gruppo di nove partigiani titini del Carso, legati fra di loro col filo spinato. Al momento della riesumazione dei corpi si scoprì che uno solo presentava un colpo di arma da fuoco alla nuca, gli altri furono gettati nell’abisso vivi. E non fu un caso isolato. Incredibilmente uno degli infoibati, Mario Sedmak, fu estratto dalla buca ancora vivo, seppur in gravi condizioni di salute. Condotto all'ospedale partigiano di Bolnica Franja, morì nell’anno successivo. Al figlio di tale partigiano fu detto, alla sua morte, nel 1944, che avrebbe dovuto prendere il suo posto, pur essendo un minorenne.
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Alle pagine 111 e 112 del romanzo Rossa terra di Mauro Tonino, del 2013, c’è il riferimento al minacciato arruolamento di un giovane tra i partigiani titini, giunti in paese con dei cavalli rubati ai tedeschi.
È Marino Cattunar, figlio di Nazario, l’informatore di Tonino, a ricordare il fatto accadutogli nel suo paese natale, a Villanova di Verteneglio, in Istria, tra il 1943 e il 1944. Marino faceva la questua per il parroco. Prima di tutto i partigiani armati gli sequestrano i soldi, minacciandolo di non rilevare la rapina al parroco: “Se te vol esser vivo stasera”. Poi arrivò l’ultima frase. “Dopo pochi passi fermò il cavallo – racconta l’autore – e volgendosi verso di me, ancora immobile in mezzo alla strada, con un’aria sarcastica pronunciò ‘Te ga undici anni, se te avevi due di più, te ieri a cavallo con noi’, poi si volse di nuovo e ripartì”.
Si conclude questo articolo analizzando la tematica degli arruolamenti forzati nelle file partigiane della Divisione Garibaldi e del IX Corpus titino.


 Partizanska bolnica Franja / L'Ospedale Partigiano di Bolnica Franja, in Slovenia. Ringrazio per la diffusione, la fotografia è ripresa da:  www.slovenia-trips.com


Tale argomento desta oggi un certo interesse da parte degli studiosi, perché in contrasto con quella che si può definire l’epica della resistenza, che cominciò a crescere nel primo dopoguerra e in tutti gli anni 1950-1989. Solo dal 1990-2000 si iniziò a dubitare di certi fatti della lotta partigiana, soprattutto delle eliminazioni eseguite nel primo dopoguerra in Emilia nel cosiddetto Triangolo Rosso. Con ciò si vuole solo sostenere – come ha scritto Giampaolo Pansa, nel suo I gendarmi della memoria , Sperling & Kupfer, Milano, 2007– che non si può ignorare le pagine brutte della resistenza, glorificando soltanto quelle belle. 

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1.    Intervista su Mario «tirà su vivo dela foiba»

Domanda: Sai di qualcuno ucciso nella foiba?
Risposta: So che mio bisnonno è stato trovato in una foiba, nella località di Santa Croce, in Comune di Trieste. Era ancora vivo, era il 1943.
D.: Come si chiamava?
R.: Mario Sedmak, nato a Santa Croce nel 1884 e morto nel 1944 all’ospedale partigiano di Bolnica Franja, vicino a Postumia (dal 1947, Slovenia). Oggi i suoi resti riposano nel monumento dei caduti partigiani.
D.: Chi ti ha raccontato questi fatti?
R.: È stato mio nonno I. S., nato nel 1934 a Santa Croce; ho avuto queste notizie con difficoltà e, in lingua slovena, perché nonno Ivan dice sempre di non voler parlare dei fatti della guerra, per il grande dolore che gli tocca di riprovare.
D.: Chi l’ha gettato nella foiba?
R.: Non si è mai saputo.
D.: Forse una rappresaglia nazifascista? O di altre formazioni militari, come i belagardisti (Unità slovene volontarie in funzione anti partigiana, collaborazionisti dei fascisti italiani)?
R.: Non si sa. Le uccisioni in foiba avvenivano di notte e su di lui si sa solo ciò che hanno trovato.
D.: Cosa vuole dire?
R.: Vuol dire che altri partigiani e certi parenti degli scomparsi hanno cercato ed hanno estratto i corpi dalla foiba. Mario era l’unico ancora vivo, così è stato portato all’ospedale partigiano, dove è stato in coma fino al 1944, quando morì.
D.: Come l’hanno riconosciuto e quante persone erano nella foiba?
R.: L’ha riconosciuto il cane. Era con altri nove disgraziati legati assieme col filo de trinca (“filo spinato”, dialetto triestino). Ogni corpo era avvolto, anche le mani, di filo spinato. Uno solo aveva un colpo di arma da fuoco alla testa, perciò gli altri sono stati trascinati giù dal peso del primo della fila. So di altri casi simili, tutti compaesani. Sono tutti menzionati nel monumento ai caduti di Santa Croce.

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Intervistato: allievo Christian Ciacchi, Trieste 1995. Intervista effettuata a Udine il 12 gennaio 2015, a cura del professor Elio Varutti, Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva, con la collaborazione di Elisa Dal Bello e Nicolò Salvemini, classe 5^ D Dolciaria. Coordinamento didattico: professoressa Carla M., Italiano e Storia, dottoressa Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dell’Istituto “B. Stringher” di Udine.
Cimeli militari della Seconda guerra mondiale e della guerra fredda. Elmetto italiano 1939-1945. Tascapane militare, periodo successivo al 1945, guerra fredda. Borraccia USA 1939-1954, forse appartenuta a un bacolo nero. “I bacoli neri, jera poliziotti vestidi de scuro, solo col manganel”. Fonte orale: signora Luciana Luciani, nata a Pola nel 1936, intervista di E. Varutti del 15 dicembre 2014, Udine. Si trattava di personale di polizia reclutato su scala locale (Trieste, Pola e l’Istria), oltre che nei paesi e colonie del Regno Unito, alle dipendenze degli alleati angloamericani, attivi a Pola, 1945-1947, e nel Territorio Libero di Trieste, 1945-1954. Gavetta di un alpino di Codroipo 1939-1945, con coperchio antecedente. È il contenitore in alluminio più grande. Gavetta del fante italiano G.G. di Percoto, 1939-1945. Il fante, con una punta metallica ha inciso il suo itinerario di guerra: “Perocotto, Udine, Ivrea, Bari, Durazzo, Scutari, Podgoriza, Nichsic, Slavnich, Lubiana, Carlovach, Finito”. Collezione privata Udine. Bustina partigiana, detta "titovka" di un appartenente al IX Corpus di Tito dell’Osvobodilna Fronta - Fronte di Liberazione della Jugoslavia, Collezione Gemma Valente, Bastajànawa, vedova Barbarino, Resia (Resia 1915-Udine 2008). Gruppo di studio sull’Ultimo Risorgimento, classe 4 ^ C Enogastronomia, anno scolastico 2014-2015. Coordinamento a cura dei professori Maria Carraria (Italiano e Storia), Elio Varutti (Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Istituto “B. Stringher”, Viale Monsignore Giuseppe Nogara, 33100 Udine, Italia.
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2.    Arruolamenti partigiani forzati

L’eccidio di Porzùs – in sloveno: “Topli Uork”, in comune di Faedis, provincia di Udine – provocò  l’uccisione, fra il 7 e il 18 febbraio 1945, di diciassette partigiani (tra cui una donna, loro ex prigioniera) della Brigata Osoppo, di orientamento cattolico, monarchico e laico-socialista, da parte di un gruppo di partigiani – in prevalenza gappisti (Gruppi di Azione Patriottica) – appartenenti al Partito Comunista Italiano.
Dopo di quel tragico fatto di guerra civile, nella zona del Collio e dintorni ci fu l’arruolamento forzato di giovani locali da parte dei partigiani comunisti della Garibaldi. Siamo nella zona tra Manzano, San Giovanni al Natisone e Cormòns. È il signor B.L. a riportarmi tali notizie, il 22 giugno 2015. Si riferiscono a suo padre Antonio (nome di fantasia, per riservatezza).
Piuttosto che i ragazzi sotto leva finissero nella Todt (a lavorare per i nazisti), o nella Milizia Difesa Territoriale dei fascisti, peggio, nelle Waffen SS italiane, i partigiani se li portano dietro in bosco. Il racconto fatto da Antonio, il requisito dai partigiani, continua così: “Si sapeva che Giacca voleva fare pulizia , allora, si veve plui pôre di lui che dai todescs (si aveva più paura di lui che dei tedeschi)”.
Giacca è il nome di battaglia di Mario Toffanin (Padova 1912 – Sesana 1999), il comandante partigiano che, su mandato del Comando del IX Korpus sloveno e dei dirigenti della Federazione del PCI di Udine, effettuò le uccisioni a Porzùs.
Tra i casi di eliminazione per il rifiuto di arruolarsi tra i partigiani titini c’è il fatto, scoperto nel 2015, dei giovani fratelli Mrak (Andrej, 30 anni, Alojz, 23 anni e Alojza, 17 anni), dei quali una minorenne, vengono catturati dalla polizia politica titina, portati in un bosco e fucilati.
I ricatti dei militi titini sul reclutamento dei giovani per il movimento partigiano gettano una cattiva luce su tutta la Resistenza. Certi giovani si rifiutano di passare coi titini e furono uccisi. “A Sarezzo di Pisino il 26 giugno 1943 – ha scritto Luigi Papo de Montona nel suo L’Istria e le sue foibe. Storia e tragedia senza la parola fine, Roma, Edizioni Settimo Sigillo, 1999, pag. 44 – fu ucciso l’agricoltore Giuseppe Ghersetti di Giuseppe, nato nel 1892, non iscritto al P.N.F. (Partito Nazionale Fascista), reo di essersi rifiutato di entrare a far parte del movimento partigiano slavo”.
Lo stesso Luigi Papo de Montona, alle pagg. 120-121, racconta anche di “Mario Braico, anni 26, di Villanova di Parenzo, Sottobrigadiere Mare (3971-CREM) della Brigata di Civitavecchia della Guardia di Finanza. Dalla relazione ufficiale del Comando Circolo R.(eale) G.(uardia) Finanza di Pola: Durante l’occupazione partigiana di Villanova di Parenzo (circa 7 km da Parenzo), il nostro sottufficiale, perché nativo del posto, venne invitato a prendere parte al movimento slavo-comunista, ma egli ha rifiutato decisamente di aderire. Il giorno 26 settembre 1943, alle ore 22,30, venne portato via dai partigiani e non si ebbero sue notizie sino al giorno 10 dicembre 1943, data in cui venne trovato e riconosciuto dai propri familiari, assassinato nella foiba di Surani (Antignana)”.
Vediamo altri casi ancora sugli arruolamenti forzosi nei partigiani titini. Non volontari, né liberi. Tali arruolati finiscono sempre male: eliminati. Seguiamo sempre le parole di Luigi Papo de Montona, nel suo L’Istria e le sue foibe, del 1999, alle pagine 211 e 212: «In località Sovischine (Montona) il 24 dicembre 1943 i partigiani decisero di arruolare un giovane contadino, Romano Corti – originariamente Chert – il ragazzo rispose che non ne aveva nessuna voglia e la madre, Maria Corti, si schierò dalla parte del figlio, quasi a proteggerlo. I partigiani uccisero tutti e due (…).
Giuseppe Iurincich, di Giuseppe, da Boste (Maresego) fu arruolato forzatamente, una notte tra il 1943-1944; si seppe che era deceduto in bosco.
Francesco Chermaz da Centora Valle (Maresego) fu arruolato forzatamente nel marzo 1944, di notte. Fu ucciso poco lontano dal suo paese; dissero “perché non riusciva a mantenere il passo con la colonna”.
Saulo Dobrigna di Giuseppe, da Sabadini (Maresego) fu del pari arruolato forzatamente e ucciso poco dopo mentre cercava di disertare».
Poi c’erano gli arruolamenti partigiani di requisiti della Todt, ai quali veniva chiesto di effettuare lo spionaggio. Era necessario “restare nell’organizzazione di lavoro tedesca e passare le informazioni alla resistenza”. Successe così a Emilio Biasioli (Ponte di Piave 1920 – Padova 2003), nome di battaglia “Kindeli”. Durante un’azione partigiana a Udine, il 28 aprile 1945, un nazista gli tirò una bomba a mano in faccia. Restò gravemente ferito, deturpato, ma vivo. Con un gruppo di partigiani in Via Volturno aveva fatto 14 prigionieri tedeschi, poi arrivarono centinaia di Waffen SS e lì fu ferito, secondo il racconto del 22 giugno 2015 da parte del nipote Antonio Toffoletti, di Udine. Nel giardino di una casa, lì vicino, durante la guerra ci fu un gran frastuono. "Che cosa è successo?" - chiese una vicina di casa. "Ah, niente, niente: è solo caduto un aereo tedesco qui in giardino" - rispose l'amica. Poi arrivarono un sacco di tedeschi coi camion e portarono via ogni pezzo del rottame.

3.         L’arrotino partigiano

In Val Resia, in provincia di Udine, il mestiere più diffuso, nel passato, era quello dell’arrotino. Si tratta di un mestiere ambulante. L’arrotino (“il gua”, in lingua friulana) girava di casa in casa, domandando se ci fossero forbici, coltelli o altre lame da arrotare. Luigi Barbarino Matiònow (Resia 1914 – Flossembürg 1945) faceva questa vita, tanto che negli anni 1930-1940 aveva la residenza a Gorizia, come altri suoi parenti, perché il mercato di riferimento era la Valle dell’Isonzo, annessa al Regno d’Italia, nel 1918, fino a Lubiana, in Slovenia, nel Regno di Jugoslavia (in questo caso la denominazione cambia, secondo i decenni).
Nel 1943, durante i suoi spostamenti per lavoro – come ha riferito Lucillo Barbarino, Matiònawa (Resia, 1941), da me intervistato il 7 luglio 2015 a Udine – fu intercettato dai partigiani titini del IX Corpus, guidati da un capo slavo dell’interno. Iniziarono a dileggiarlo, dicendogli che “era una spia dei fascisti”. Si creò molta tensione. Egli ribatté che non era vero e che nei paesi lo conoscevano per ciò era: un arrotino ambulante tra Gorizia, Udine e Lubiana (che nel 1941 era stata invasa dalle truppe del fascismo ed annessa al Regno d’Italia). Allora il capo partigiano, tenendo bene il mitra in evidenza, gli disse: “Vai pure!”. L’arrotino non si mosse. “Avevo paura che mi sparasse alle spalle!” – raccontò poi ai familiari Luigi Barbarino. Così ad andarsene furono i partigiani titini e lui si salvò.

Il colmo è che quell’arrotino aveva simpatie antifasciste, tanto che divenne partigiano pure lui. Durante una retata nazista nell’inverno 1944 in Val Resia fu imprigionato e portato a Udine in Via Spalato. I tedeschi avevano ricevuto una spiata, perché risalirono la stretta valle lungo il fiume ed avevano l’elenco degli individui da imprigionare. Fucilarono sul posto un capo partigiano slavo dell’interno. Poi il 10 gennaio 1945, con l’ultima tradotta in partenza per i campi di concentramento nazisti, Luigi Barbarino fu deportato a Flossembürg, per morire a Hersbruk, campo satellite. “In camerata fu colpito alla schiena col calcio del fucile da una sentinella, secondo un compaesano testimone salvatosi dal campo, mentre riporta deceduto ‘per malattia’ il referto medico pervenuto dalla Germania alla famiglia e al Comune di Resia negli anni Sessanta”. 

4.    Tra miseria e autogestione

In Friuli, negli anni della guerra fredda, circolava una barzelletta. Nel 1960-1970 certi negozi di Fiume avevano ancora l’insegna “Frisoir” (dal francese: “arricciacapelli”) per intendere il parrucchiere. In Slovenia altri negozi, dalle vetrine semivuote, per la carenza nei rifornimenti di generi di prima necessità, ma zeppe di ritratti di Tito e di bandiere rosse, recavano l’insegna “Chemiserie” (ancora dal francese, la lingua internazionale della moda femminile: “camiceria”). La storiella, a questo punto, racconta di due amici friulani, di ritorno da un viaggio di là della Cortina di ferro, che si dicono: “Âstu viodût, Toni, che di tante miserie che a àn, lu scrivin nuie mancul che tai negozis, cun la peraule “Che-miserie”, che al vûl dì: ce miserie!” (Hai visto, Toni, che da tanta miseria che hanno, lo scrivono perfino sui negozi, con la parola “Che-miserie”, che vuole dire: che miseria!).
Per la cosiddetta “miseria” patita dal 1947 al 1960, quando l’economia iugoslava mostrò un cenno di ripresa, altri italiani se ne vennero via di filato. È il caso dei Socolich di Lussino, che gestivano un forno. C’erano così pochi affari, persino nella vendita del pane, che si rifugiarono a Trieste, lasciando là la nonna che non voleva abbandonare la sua casa. Ancor oggi i discendenti delle famiglie degli esuli di Lussino, riparate a Ravenna e Rimini negli anni cinquanta, si recano sull’isola per le vacanze. Hanno ereditato una casa dai vecchi che erano rimasti a tutti i costi là. La fonte del racconto sui Socolich è: Alessandro Burelli (Udine, 1962), intervistato a Udine il 7 marzo 2015, che ha riferito le notizie di Alfio Socolich (Trieste, 1957).
Nel 1963 la Jugoslavia di Tito introdusse il principio dell’autogestione delle imprese, che fu perfezionato nel 1964-1965 e nel resto degli anni sessanta. Divenne oggetto di studi, addirittura, alla facoltà di Economia e commercio di Trieste, negli anni 1972-1975, poi finì nell'oblio, soprattutto dopo la Caduta del Muro di Berlino e la crisi delle ideologie.
Il fenomeno dell’autogestione, in realtà, provocò l’ennesima spinta all’esodo di altri italiani dell’Istria, espulsi per primi dalle strutture produttive “autogestite”. Come ha raccontato Eda Flego, di Pinguente d’Istria (Buzet, in croato), che riporta i ricordi del babbo Viecoslav Luigi Flego e della mamma Emma Nicolausich: “Mio padre era infermiere e fu il primo ad essere licenziato dopo la novità dell’autogestione, così siamo dovuti venire via dall’Istria, per giungere in Friuli da esuli. Le foibe furono usate prima dai fascisti per gettarci dentro i corpi degli antifascisti croati e sloveni, poi arrivò la vendetta dei titini che in quelle voragini buttarono i corpi degli italiani”.  Eda Flego, nata a Pinguente (Jugoslavia) nel 1950 è stata intervistata a Udine il 31 dicembre 2005.


Sitologia

Per Biasioli Emilio “Kindeli”, vedi:
http://ricerca.gelocal.it/messaggeroveneto/archivio/messaggeroveneto/2010/04/25/UD_05_UDE1.html

Bibliografia
Mauro Tonino, Rossa terra. Viaggio per mare di un esule istriano con il nipote. Tra emozioni, storia, speranze e futuro, Pasian di Prato (UD), L’Orto della Cultura, 2013.
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Il secolo Breve in Friuli Venezia Giulia”, che  ha ottenuto il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD e del Comune di Martignacco, nel cui ambito territoriale sorge Villa Italia, che fu residenza del re Vittorio Emanuele III dal 1915 al 1917.