giovedì 25 febbraio 2016

Donne fucilate a Spalato, 1943

«Mia mamma si chiama Margherita Covacich ed  è nata a Spalato nel 1939 – esordisce così Antonella Mereu nel raccontare una storia dell’esodo dalmata della sua famiglia – sono venuti via nel 1943, era il 28 agosto, c’erano lo zio, mia madre, un cugino, poi c’era la sorella di mia madre, Maddalena e sua madre, ovvero mia nonna, Antonietta Aviani, nata nel 1908 a Milna, sull’Isola di Brazza».
Domanda: Come mai sono fuggiti da Spalato?


Risposta: «Sono venuti via perché sparivano le persone – prosegue la testimonianza di Antonella Mereu – e i partigiani di Tito facevano la fucilazione degli italiani. Due donne della mia famiglia sono rimaste lì. “Cosa vuoi che ci facciano?” – dicevano. Hanno fucilato pure una di loro: Romana Covacich. Le donne rimaste erano la mamma e la sorella di mio nonno Antonio».
D.: Qual è la prima tappa dell’esodo dalla Dalmazia della sua famiglia italiana di Spalato?
R.: «Arrivarono a Trieste – ha detto la Mereu – e furono alloggiati in un albergo, poi furono destinati ad Arta Terme, in provincia di Udine, presso un albergo locale. Poi si spostarono in Veneto, nel Trevigiano».
D.: Ricorda altri familiari in fuga da Spalato?
R.: «Nel 1944 è riuscito a scappare anche il nonno, Antonio Covacich, che era impiegato al Credito Italiano. Era nato a Spalato nel 1908. È salito su una nave della Croce Rossa; c'erano due navi, quella davanti alla sua è stata affondata, subito dopo la partenza».
D.: Altri ricordi riguardo alla partenza?
R.: «I miei familiari si ricordano che sono partiti – conclude la testimonianza della Mereu – con una valigia, un materasso e la carrozzina da bimbo».
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Da una fonte in Internet si legge la notizia su Romana Covacich, da Spalato, uccisa dopo l'8 settembre 1943; la notizia dell'esecuzione fu data il 28-1-1944.

 

Immagini da Internet 
Un'altra testimonianza su Spalato
Un racconto su Spalato è stato riportato, nel 2005, anche da Mario Blasoni, giornalista del «Messaggero Veneto», che l'ha poi pubblicato in un libro. Il testimone raccolto è Rodolfo de Chmielewski, nato a Udine nel 1931, con lontani avi polacchi. Egli è figlio di un funzionario dell'Intendenza di finanza di Spalato, il ragioniere Giorgio de Chmielewski (1885-1966), esule nel 1921 in Friuli e a Trieste.
«Mio padre era di sentimenti italianissimi – ha detto Rodolfo de Chmielewski a Blasoni – un vero irredentista. Nel 1921, quando la Dalmazia è stata assegnata al Regno di Jugoslavia, non ha voluto giurare fedeltà a Re Pietro e ha perso il posto. Ha dovuto optare per l’Italia, andando prima a Trieste e poi a Udine».
Questo è il primo esodo per molti italiani di Spalato, Ragusa, Sebenico e Traù. Gli slavi in quel periodo se la prendevano solo con le tombe o coi leoni di San Marco, presi a mazzate per far scomparire ogni traccia storica di italianità.
«Per mio padre era stato doloroso dover lasciare la sua amata Spalato – ha raccontato Rodolfo de Chmielewski a Blasoni –. E nel 1941, quando la Dalmazia venne occupata dagli italiani, volle tornarvi con la famiglia».
Rodolfo frequenta a Spalato la quinta elementare e la prima media, poi succedono cose truci.
«Nel 1943 ci fu il 25 luglio – ha detto il testimone – e poi cominciò la caccia agli italiani, identificati coi fascisti da parte dei croati».
Suo padre, Giorgio de Chmielewski, divenuto ragioniere capo dell’Intendenza di finanza di Spalato fu imprigionato dai titini, ma dopo alcuni giorni lo lasciarono tornare a casa.
«Un suo fratello, invece, fu ucciso in seguito e in Italia da un komando di partigiani rossi assieme alla moglie incinta di sei mesi – ha concluso Rodolfo de Chmeilewski al giornalista Blasoni –. Sono ricordi orribili».

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1.      
Le bombe su Zara
Andiamo ora a sentire un testimone dalmata vivente. Si tratta di Sergio Brcic, nato a Zara nel 1930. Egli è uno storico della Dalmazia, ma di recente, viene contestato il risultato delle sue ricerche storiche orientate soprattutto ai 54 bombardamenti di Zara, enclave italiana sulla costa dalmata dal 1918 al 1943. La contestazione viene da parte degli storici croati di questi decenni.
Elio Migliorini nella voce Zara del secondo volume di appendice dell'Enciclopedia Treccani, pubblicato nel 1949, scrive: «oltre l'85% degli edifici fu distrutto o danneggiato; 4000 cittadini ci lasciarono la vita».
«La mia Zara non esiste più – afferma in modo stentoreo Sergio Brcic – perché è stata cancellata per volere dei titini con i continui bombardamenti anglo-americani».
Domanda: A che punto è il contrasto con gli storici croati sui bombardamenti di Zara italiana?
Risposta: «Per i croati di questi anni i morti negli attacchi aerei del 1943-1944 sono stati circa 400 – risponde Brcic – mentre ne abbiamo avuti oltre 2000, si tenga presente poi che le bombe hanno ucciso gli italiani sì, ma hanno perso la vita anche vari croati».
D.: Sembra che non ci sia concordanza nemmeno sul numero totale dei bombardamenti. È vero?
R.: «Loro hanno scritto che sono stati sei in tutto – spiega Brcic – poi hanno cambiato idea e sono arrivati a conteggiare 30 azioni aeree sulla città di Zara, ma in verità gli attacchi sono stai 54 in tutto e sono stati devastanti, Zara è stata rasa al suolo, non come a Pola che era dotata di tanti rifugi antiaerei nelle cavità naturali».
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Un altro zaratino, Antonio Nicolich, ha detto: «Son vegnù via nel 1948, dopo le opzioni, ma non i dava tanti permessi, dopo son andà a Milano e no son mai più tornà a Zara, perché della mia città cossa sarà restà, dopo 54 bombardamenti e coi cambiamenti fatti da quei che xe vegnui dopo».
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Anche Bruno Perisutti ricorda la fuga da Zara della sua famiglia: «Siamo scappati da Zara nel 1943 – dice Perisutti – e siamo andati ad Aiello del Friuli da certi parenti, poi dal 1950 si abitò a Udine, in Via delle Fornaci, nelle case Fanfani, vicino al Centro di Smistamento Profughi».
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La signora Elvira Dudech, da Zara, andò, con nave, al Centro Raccolta Profughi di Ancona, poi per quattro anni e mezzo al Campo Profughi di Laterina (provincia di Arezzo), in quello di Chiari (provincia di Brescia, e infine a Roma coi familiari. Invece certi suoi cugini, che lei andò a visitare, erano sistemati al Centro di Smistamento Profughi di Udine, in Via Pradamano, verso il 1955. «Gò visto brande e mia cugina che dormiva in campo – ha raccontato la Dudech – jera fioi che i piangeva, i voleva la casa, le mame diseva: no gavemo più casa».

Un’altra figura notevole tra gli zaratini di Udine fu padre Cesario da Rovigo. Egli fu vicino ai profughi del Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano, poiché era un esule “di spirito” essendo stato in servizio a Zara dal 1935 al 1939. Come ha scritto Natale Zaccuri su «La Vita Cattolica» del 2 luglio 2015, a pag. 19: “Fu cappellano a San Servolo di Venezia, al Cimitero di Udine, «Guardiano» a Gorizia (dal 1928 al 1931), a Padova (1932), a Zara (1935) e «Padre spirituale» in Dalmazia”.
Dalle mie ricerche personali emerge che Padre Cesario dei Cappuccini fu rettore della Chiesa del Cimitero nel 1954, come risulta dal Libro Storico della Parrocchia della Beata Vergine del Carmine, a p. 267. Dopo l’esodo fu in servizio nella chiesa di Baldasseria, come riportato dal Bollettino Parrocchiale della Beata Vergine del Carmine del 1954. Celebrava la santa Messa pure nel Villaggio Metallico. Cesario Giacomo Finotti, detto Padre Cesario da Rovigo, nacque a Rovigo il 4 luglio 1893 e morì a Udine il 1° luglio 1983.
Duomo di Udine, 18 febbraio 1949 (oppure 1950). S. Messa con gli esuli zaratini in ricordo di S. Simeone, patrono di Zara. Si riconoscono: il celebrante padre Cesario da Rovigo, già in servizio a Zara e don Giovanni Budinich (col breviario). Tra di loro: Rita Bugatto e il signor Bognolo. Da sinistra: le signore Galessi e Cassani. Davanti a lei c’è: Antonio Bugatto (coi calzoncini). Dietro di lui: il signor Giadrini ed Elda Alesani (vicino al frate), con suo figlio Plinio (dietro al prete), accanto a Nina Nagy e sua sorella Emilia (in prima fila, col cappellino). Tra le sorelle Nagy c’è Licia Bulat, zia dei giovani Bugatto. Da destra: la signora Biasutti (volto tagliato) e il dott. Giacinto Bugatto (col lutto), direttore delle Poste di Zara, padre dei tre Bugatto. Dietro di lui: il dott. Hoffmann, vice prefetto di Udine, con sua moglie Raffaella. Dietro ad Hoffmann ci sono: Antonio Usmiani (di tre quarti), i signori Marsan, Boezio e Giuseppe Bugatto (in fondo a tutti). Collezione Giuseppe Bugatto, Udine.

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Molto interessante è pure la biografia di Silvio CattaliniNato il 2 giugno 1927 a Zara, quando apparteneva al Regno d’Italia, Silvio Cattalini è figlio di Antonio e di Gisella Vucusa. È presidente dal 1972 del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD.
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Le interviste ai testimoni citati sono a cura di Elio Varutti, che ha operato con taccuino e penna. Si sono svolte a Udine nelle giornate sotto riportate.
1)      Sergio Brcic, Zara (1930), int. del 10 febbraio 2016, storico della Dalmazia.
2)      Elvira Dudech (Zara 1930 – Udine 2008), int. del 15 febbraio 2007.
3)    professoressa Antonella Mereu, Treviso (1966), intervista del 12 febbraio 2016.
4)      Antonio Nicolich, Zara (1927), int. del 20 aprile 2007.
5)      Bruno Perisutti, Zara (1936), int. del 11 gennaio 2004.

Bibliografia

- Mario Blasoni, “De Chmielewski, autore di teatro e chansonnier”, in M. Blasoni, Cento udinesi raccontano, Udine, La Nuova Base, 2007, volume III, pp. 36-38.
- Oddone Talpo – Sergio Brcic, ...Vennero dal cielo : 185 fotografie di Zara distrutta 1943-1944 (1.a edizione: Trieste, Libero comune di Zara in esilio, Delegazione di Trieste, stampa 2000). Associazione Dalmati italiani nel mondo, Campobasso, Palladino, 2.a ediz., 2006.
- Natale Zaccuri, Si ricorda padre Cesario, «La Vita Cattolica» del 2 luglio 2015, Udine, pag. 19.

La bandiera dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.