lunedì 6 febbraio 2017

I Bonetti di Zara nell’esodo dalmata

Gina Bonetti fu tra gli ultimi abitanti che nel 1944 lasciarono la città di Zara / Zadar, colpita da 54 incursioni aeree anglo-americane e sotto la pressione dei miliziani di Tito. Il piroscafo Sansego che, nel 1944, la portava in fuga era talmente sovraccarico che dovette lasciare i bagagli a terra, perdendo così per sempre il vestiario, i ricordi e le fotografie della famiglia.
Zara, cartolina del 1898. Si noti che il fotografo o stampatore, tale "A. Gilardi & Figlio, Zara", reca lo stesso cognome di certe famiglie coinvolte nel presente articolo. 
Collezione Giuseppe Bugatto, esule da Zara a Udine

Sono vicende già note a chi ha letto le Memorie di Emilia Calestani, che visse lo stesso disperato esodo sulla nave costretta a viaggiare di notte a luci spente, sotto i raid alleati, in condizioni igieniche penose e con l’ansia per le minacce del presente e le incertezze del futuro.
Nel caso di Gina (Cittavecchia / Starigrad 1885 – Milano 1966), le angosce venivano anche dalla recente morte, il 17 novembre del 1943, del marito Amato Filippi (Obbrovazzo / Obrovac 1884). Preside del liceo di Zara, direttore dell’Aquila del Dinara su cui scriveva D’Annunzio (i fitti carteggi tra i due sono tuttora conservati dalla famiglia) e vicepresidente della Provincia, era morto di malattia contratta a seguito delle notti passate all’addiaccio, dopo che le bombe avevano distrutto la loro casa.
Come ricorda Antonio Cattalini in I bianchi binari del cielo, “i funerali del prof. Filippi furono un plebiscito di compianto e di devozione ad uno dei figli più degni ed onorati della città morente”.
Le vedove dalmate affrontarono l’esodo con grande spirito di intraprendenza, anche se spesso “ospiti in una patria voluta, ma che non le desiderava”. Come tante di loro, nonostante il grande dolore, Gina non amava ricordare quegli eventi. Le nonne parlavano poco di quei fatti, con la motivazione che: “a forza de sbisigar ne le bronze, xe impiza el fogo”.

Cartolina di Spalato, anni Venti. Ripresa da Internet

Come ho già scritto, è stata la signora Elvira Dudech, di Zara, a ripetermi varie volte che: «No se gà de contar cosse brute ai pici». Quindi l’autocensura era motivata dal non far star male le giovani generazioni, oppure dalla vergogna dell’esodo, o anche dalla paura di definirsi esuli giuliano dalmati.
Tuttavia molti «cuccioli dell’esodo istriano», secondo una indovinata dizione di Roberto Zacchigna, cioè i discendenti, sono alla ricerca della memoria familiare e del paese d’origine. Ad esempio Bruno Bonetti, che si è dedicato alla ricerca delle proprie radici con una approfondita indagine genealogica sui Bonetti di Zara, occupandosi poi anche del ramo spalatino della famiglia, di sentimenti croati.

Oltre al grande esodo, per i dalmati ci fu anche il “primo” esodo, 1920-1931
Con Gina furono esuli anche i figli, tra cui Cesia Filippi (il nome fu un vezzo del padre latinista, dalla «gens Caesia», che significa “celeste”), che sposò Giuseppe Gilardi, discendente della casata spalatina proprietaria dell’omonimo cementificio “Gilardi & Bettiza”.
Bruno Bonetti, Signo / Sinj 1879 – Trieste 1933

Il dettaglio è importante perché ci permette di mettere a fuoco un fatto importante per la Dalmazia e ancora poco conosciuto: il “primo esodo”.
Alla fine della prima guerra mondiale, tutta la Dalmazia, tranne Zara, era stata assegnata al Regno serbo croato sloveno. La comunità italiana di Spalato, la più forte e organizzata della regione, era largamente minoritaria e pari al 15% circa della popolazione; ma aveva nelle sue mani le principali attività produttive, industriali e commerciali, della città.
Analogamente con quanto sarebbe successo ad opera del fascismo al di qua del confine, dopo la presa del potere, i croati incominciarono ad accanirsi contro i dalmati italiani. Le vetrine dei loro negozi venivano fracassate e squadre di picchiatori aggredivano chi rivendicava i diritti della minoranza.
Gina Bonetti

Le persecuzioni si intensificarono nel 1928, quando le lotte interetniche sconvolsero il regno serbo croato sloveno, e dopo il colpo di Stato del 1929, quando re Alessandro avocò a sé tutti i poteri per sedare i dissidi e cambiò il nome dello Stato in Jugoslavia, portando avanti un programma di assimilazione forzata di tutte le differenze culturali dei popoli che lo componevano.
Fu così che il cementificio Gilardi & Bettiza di Spalato, la più importante industria della città, fu ceduto il 25 marzo 1929 alla famiglia croata Ferić. Quanto ai Gilardi, lo stesso anno dovettero ritirarsi a Zara, che era terra italiana, ignari che di lì a poco li avrebbe aspettati un nuovo esilio.
Un destino simile attese la cugina del ramo spalatino Nada Bonetti (San Pietro della Brazza / Supetar 1905 – Roma 1998). 
Costei aveva sposato l’ingegnere triestino Giuseppe Pahor, occupato nello stabilimento di carburo di calcio della SUFID di Punta Lunga / Dugi Rat presso Almissa / Omiš. Nel 1929 la proprietà italiana della SUFID (Società per l'usufrutto delle forze idriche della Dalmazia) fu costretta a vendere. I nuovi dirigenti accondiscesero immediatamente alle richieste croate di mortificare l’elemento italiano. Trenta operai con le relative famiglie rinunciarono alla cittadinanza italiana e dal 1931 la cittadinanza iugoslava fu un requisito indispensabile per non essere licenziati. Così si espresse la stampa croata: «Facciamo appello alla coscienza degli industriali affinché allontanino dai lavori gli operai stranieri e occupino i nostri»: gli stranieri erano gli spalatini di cittadinanza italiana. Analoga sorte capitò agli operai del cementificio di Spalato. Nada con il marito Giuseppe dovette quindi riparare in Italia, e finì i suoi giorni a Roma.
Zara, Riva nuova. Cartolina da Internet 

Come Gina, anche la sorella maggiore Evelina Bonetti (Signo / Sign 1878 – Milano 1967) fu profuga da Zara; ma anche per lei le pene dell’esilio furono doppie. Evelina infatti aveva sposato il medico lesignano Vincenzo Fabiani (Cittavecchia / Starigrad 1870 – Milano 1959), vivendo con lui sulla stessa isola.
Fabiani nel 1911 si era presentato candidato per il Partito italiano nelle elezioni politiche per la Dieta della Dalmazia. Il Partito croato, appoggiato dalle autorità austriache, ebbe la meglio, ma Fabiani a Cittavecchia riportò la maggioranza dei voti. Il «Narodni list» pubblicò in quell’occasione un articolo, in cui si rimproveravano i croati, padroni dell’amministrazione comunale, di non essere riusciti ad impedirne l’affermazione, con il pericolo di perdere in futuro il Comune.
A seguito del trattato di Rapallo, che assegnò l’isola di Lesina al regno serbo croato sloveno, nel 1920 la famiglia dovette lasciare tutto e imbarcarsi alla volta di Zara. Nelle elezioni amministrative del 1923 (le prime dopo la redenzione), Fabiani venne eletto sindaco. Direttore dell’ospedale civile, fu affettuoso maestro di un’intera generazione di medici dalmati. Ma, come detto, durante la seconda guerra mondiale, Evelina e Vincenzo dovettero fuggire una seconda volta, a Milano.
Porto di Ancona, idrovolante Ancona-Zara andata e ritorno, 1930-1935. Cartolina da Internet

Il “primo” esodo a Veglia, 1920
Bruno Bonetti ci ha raccontato anche di sua zia Ottilia (Zara 1918 – Trieste 1989), che sposò in seconde nozze il veglioto Livio Benevenia.
Alla fine del primo conflitto mondiale, Veglia / Krk, città a maggioranza italiana, capoluogo dell’omonima isola, non venne ricompresa all’interno dei nostri confini. Qui, il nuovo governo serbo croato sloveno rese la vita difficile agli italiani. Il Comune fu commissariato e venne occupata con la forza la scuola italiana. Chiunque ricopriva una professione, optando per la cittadinanza italiana, non vedeva riconosciuti i suoi titoli e fu costretto a emigrare. 
Tra gli esuli, il dottor Livio Benevenia (Veglia 1911 – Trieste 1977), futuro ragioniere capo dell’ospedale di Trieste, che dovette lasciare l’isola nel 1920 con il padre, il medico Aldo Benevenia. La gran parte degli italiani, tuttavia, per lo più pescatori, agricoltori ed artigiani, non avendo interessi economici da tutelare, restò, tanto che alla vigilia della seconda guerra mondiale la metà degli abitanti di Veglia era ancora italiana.
Lesina 18 novembre 1918. Accoglienza alle truppe italiane. Cartolina a cura del Circolo Dalmatico Jadera di Trieste nel decennio della sua costituzione 1960-1970. 
Collezione Giuseppe Bugatto, esule da Zara a Udine

Chi nel 1920 dovette andarsene per lavoro…
Infine, non può essere dimenticato come la fine della comunità italiana della Dalmazia sia dovuta anche ai trasferimenti dei molti dipendenti della pubblica amministrazione di Zara dopo il trattato di Rapallo. È il caso di Bruno Bonetti (Signo / Sinj 1879 – Trieste 1933), fratello di Gina ed Evelina, e nonno dell’omonimo nostro odierno testimone. Bruno, alla fine della Grande guerra, era dirigente postale a Zara, città che lasciò per sempre, comandato a Trieste il 16 luglio 1921.
La nuova amministrazione serbo croato slovena, infatti, cercò il più possibile di tagliare fuori dalle linee postali e telegrafiche Zara, che fino ad allora era, oltre che la capitale, il centro delle comunicazioni della Dalmazia. Con l’annessione all’Italia, la città divenne una piccolissima enclave slegata dal suo territorio. Dal 1921 al 1922 passò da 17.000 a 11.000 abitanti perché i numerosi funzionari vennero trasferiti con nuove posizioni in seno all’amministrazione italiana.

…e chi preferì restare assimilandosi
Dopo il Trattato di Rapallo, a Spalato quasi tutti gli italiani, per lo più appartenenti alla borghesia, posti di fronte all’opzione per la cittadinanza prevista dal trattato, rifiutarono questa scelta, che avrebbe impedito loro l’accesso agli uffici pubblici, lo svolgimento delle professioni di medico, ingegnere, avvocato, notaio, e avrebbe ostacolato la loro attività industriale.
Spalato, 1930. Cartolina da Internet

Così si spiega come dalmati dai nomi di origine inequivocabile, e che in casa parlavano dialetto veneto (come il deputato Bianchini o il sindaco Tartaglia) si siano professati jugoslavi. Ivo Tartaglia, compagno di ginnasio di Bruno Bonetti, fu il primo sindaco del regno serbo croato sloveno di Spalato, dal 1918 al 1928, anno in cui gli successe il cugino di Bruno, Pietro.
Pietro Bonetti (Spalato / Split 1888 – Zagabria / Zagreb 1967) merita un cenno biografico a sé. Calciatore dilettante, giocò nello storico derby dell’11 giugno 1911 tra Hajduk e Calcio Spalato (la squadra della minoranza italiana), davanti a un pubblico allora eccezionale di tremila spettatori, e vinta per 9-0. Partita che fu un simbolo della fine della comunità italiana in Dalmazia. Pietro fu anche uno dei primi presidenti dell’Hajduk, tra il 1912 e il 1913.
Alla fine della Grande guerra, si schierò politicamente con il partito unionista slavo. Magistrato e consigliere di banovina, nel dicembre 1924 fu nominato regio commissario del Comune di Dernis / Drniš. Si trattava di un incarico difficile, che esercitò con equilibrio, essendo la località teatro di aspri scontri fra serbi e croati, che impedivano di eleggere un’amministrazione. Si guadagnò così la fiducia di entrambe le parti e soprattutto del re.
Pietro Bonetti

Come sopra ricordato, a Spalato, nel 1928 si riaccesero le persecuzioni contro gli italiani. Alla fine del decennale mandato del carismatico Ivo Tartaglia, il nuovo consiglio comunale non riusciva ad eleggere un sindaco. Re Alessandro pensò bene di nominare komesar Pietro Bonetti. Pochi mesi, da luglio a novembre 1928, e la città ritornò pacificamente all’ordine. Il commissario da un lato garantì fedeltà al re serbo, che stava instaurando una dittatura centralista (e per questo sarebbe stato assassinato a Marsiglia nel 1934); dall’altro, tutelò l’autonomia della città e della sua popolazione croata, oltre che il rispetto della minoranza italiana.
Sebbene tenesse contatti con la resistenza jugoslava, mantenne importanti funzioni amministrative durante l’occupazione italiana di Spalato, diventando dall’aprile 1941 al settembre 1943 il braccio destro dell’amico viceprefetto Oscar Benussi (poi prefetto della Repubblica sociale a Treviso e, sotto il governo De Gasperi, di Cremona e di Firenze, per concludere la carriera come consigliere di Stato).
Pietro Bonetti, altrettanto abile e capace, continuò a fare carriera a Zagabria, che concluse (mai iscritto al partito) come capo ufficio legale del governo croato jugoslavo comunista.

Fonti orali e ringraziamenti
Si precisa che è stato indicato il bilinguismo (italiano / croato) nei toponimi, per comodità di lettura e di individuazione delle località sugli atlanti e sulle carte geografiche. Si ringraziano e si ricordano le seguenti persone, intervistate a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica, a cura di Elio Varutti, se non altrimenti specificato:
Bruno Bonetti (Gorizia 1968), intervista del 18 dicembre 2016.
Elvira Dudech (Zara 1930 – Udine 2008), intervista del 28 gennaio 2004.

Elvira Dudech, al centro, in passeggiata con amiche nel corso di Laterina (Arezzo), sede di un Centro Raccolta Profughi, 1949. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio 

Archivi parrocchiali e comunali
Sono stati consultati da Bruno Bonetti per le sue ricerche genealogiche i seguenti archivi:
- Archivio arcivescovile di Zara
- Archivio di Stato di Zara
- Archivio di Stato di Spalato

Collezioni private
- Collezione Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD di Arezzo
- Collezione famiglia Bonetti, Udine
Collezione professor  Giuseppe Bugatto  (1924 - 2014), esule da Zara a Udine
- Collezione famiglia Gilardi, Venezia
Collezione Antonie Aloisia Mosettig, Abbazia, ora in collezione privata, Udine


Zara con architetture in stile razionalista, 1925-1935. 
Collezione Giuseppe Bugatto, esule da Zara a Udine

Bibliografia
- Bruno Bonetti, I Bonetti di Dalmazia negli ultimi duecento anni, Udine, 2013, videoscritto in formato PDF, con immagini in b/n e a colori.
- Emilia Calestani, Memorie. Zara, 1937-1944, Udine, Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, 2013.
- Antonio Cattalini, I bianchi binari del cielo, Trieste, L’Arena di Pola, 1990.
- Michele Zacchigna, Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante Edizioni, con una postfazione di Paolo Cammarosano, 2013.
- Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia, Firenze, Le Lettere, 2007.
- Marzio Scaglioni, La presenza italiana in Dalmazia, 1866-1943, Università di Milano, Facoltà di scienze politiche, a.a. 1995-96. Tesi di laurea, relatore prof. Edoardo Bressan, correlatore prof. Maurizio Antonioli.

Abbazia, passeggiata lungo mare, 1913, cartolina viaggiata. Collezione Antonie Aloisia Mosettig, Abbazia, ora in collezione privata, Udine

Sitologia
- Petar Bonetti (Split, 3. listopada 1888. - Zagreb 14. listopada 1967)

Ombrellino parasole femminile da passeggio, Paglia, velluto nero, legno, metallo, filo. Anni 1910-1912. Collezione Antonie Aloisia Mosettig, Abbazia, ora in collezione privata, Udine