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venerdì 2 giugno 2023

25 aprile 2023: Patrioti o Partigiani. Igino Bertoldi denuncia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera di Igino Bertoldi, nato a Tavagnacco (UD) nel 1926. È stato partigiano, o meglio come scrive lui: patriota. Nomi di battaglia:  Ercole, Bogomiro, o Ragamir. Già Volontario della libertà, verso il 1948 è stato uno dei Volontari Difesa Confini Italiani VIII (VDCI-VIII). Al Bosco Romagno, in Comune di Cividale del Friuli (UD), il 21 giugno 2015, ha ricevuto, assieme ad altri partigiani osovani superstiti, la medaglia appositamente coniata dal Governo a ricordo del settantesimo anniversario della Liberazione. Si ricorda che le Brigate Osoppo-Friuli furono formazioni partigiane autonome fondate presso la sede del Seminario Arcivescovile di Udine, il 24 dicembre 1943, su iniziativa di volontari di ispirazione laica, socialista e cattolica. I partigiani osovani furono spesso contrastati dai partigiani comunisti delle Brigate Garibaldi. Il culmine delle ostilità fu l’ecidio di Porzûs, del 7 febbraio 1945, quando un centinaio di gappisti comunisti filo-titini fucilò, o uccise barbaramente, diciassette partigiani (tra cui una donna, loro ex prigioniera) delle Brigate Osoppo. La redazione del blog riproduce l’intervento scritto di Igino Bertoldi, senza apportare alcuna modifica. In parentesi riquadrate ci sono delle brevi spiegazioni. L’autore polemizza con certi “professori” che scrivono dei fatti di Porzûs a sfondo ideologico, persino in forma romanzata, senza aver vissuto quei tragici momenti ma, soprattutto, tirando l’acqua al proprio mulino. (a cura di Elio Varutti).
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Igino Bertoldi
Sono andato a sfogliare il vocabolario Zingarelli per verificare l’esatto significato dei due termini. Patriota: chi ama la patria e lo dimostra lottando e sacrificandosi per essa. Partigiano: fautore, seguace o difensore di una parte o di un partito.

Nella grande confusione di stampa e manifestazioni, grandi interventi, grandi discorsi per dimenticare la verità dei fatti che noi combattenti osovani abbiamo dovuto sostenere. Non mi rincresce rivangare la storia che ci ha coinvolti.

Bandiere rosse, berretti con la stella rossa (di Tito), camice rosse… viste a Udine! questa la piazza del 25 aprile! Non si parla di foibe, semmai si negano, non si parla di Porzûs, semmai lo si riduce a uno scontro fra fazioni avversarie!

Ma poi quelli “nati dopo” gli eventi e che la storia l’hanno vista sui giornali o sui libri di parte dicono: “Dobbiamo parlare di più con i giovani e raccontare loro i valori della storia”.

Ma di che storia, questi “nati dopo”, possono parlare ai giovani? Possono parlare per sentito dire o per aver letto notizie di una parte, o di partiti sulla carta stampata. Partigiani, secondo il vocabolario Zingarelli!

Noi, invece, testimoni dei fatti, fortunatamente ancora viventi, patrioti, siamo qui a testimoniare ciò che abbiamo vissuto sulla nostra pelle e ci sentiamo preoccupati del fatto che questi “nati dopo” vogliano raccontare ai giovani una storia che noi abbiamo fatto e che loro, senza alcun merito e soprattutto senza alcuna cognizione di causa vogliono tramandare come verità.

Noi non possiamo dimenticare le grida di dolore degli abitanti di Nimis, Faedis, Attimis e Barcis, paesi bruciati per rappresaglia agli atti di qualcuno che aveva gli obiettivi da raggiungere, incurante delle sofferenze della povera gente!

Non possiamo e non vogliamo dimenticare il terrore di quelle persone che si sono trovare nella lista che i “Compagni” dovevano eliminare perché non la pensavano come loro! Il mio nome e quello di mio padre era su quella lista!

Erano tre le dittature nel conflitto: due vennero sconfitte, la terza risultò vincitrice e, in seguito, si persero i territori della Dalmazia e dell’Istria. i comunisti locali si fecero forti della vittoria. A noi non rimanevano che due scelte: o lasciarsi sottomettere o reagire. Con l’aiuto degli alleati abbiamo reagito non accettando la nuova dittatura, mettendo a repentaglio la nostra vita.

Diversi gruppi minacciavano i nostri territori e noi osovani: i fascisti, i “Diavoli Rossi”, il IX Corpus di Tito e i GAP, la Garibaldi e il Partito Comunista: dico a voi che andate sulle piazze alzando la voce come nuovi profeti depositari della verità, ma la realtà era quella.

Chi furono i veri resistenti? Noi Volontari della Libertà che abbiamo penato fino al ’48 quando con elezioni libere vinse la democrazia. Però restava ancora un problema: non c’era esercito italiano in Friuli e noi ragazzi ci siamo offerti come volontari per la difesa dei confini orientali d’Italia. Il comunismo forte si era già impadronito della Slovenia, Dalmazia, Istria e il Friuli era molto appetibile.

Il sangue dei nostri martiri ci spronò e con grande forza abbiamo resistito. Fermi sulla linea del fuoco. Con noi anche ufficiali e alpini della Divisione Julia. Una verità storica che però i “Compagni” hanno cercato di nascondere con ogni mezzo.

Nel ’54 l’esercito italiano era pronto ad entrare a Trieste e gli alleati ci aiutarono a costituire la “Gladio”, sentinella fra i due blocchi. Vorrei rammentare al professore l’incontro di Campoformido: dopo due ore di lezione, per dimostrare le falsità su Porzûs con pochissime parole del mio intervento è fuggito andando a nascondersi in mezzo ai suoi compagni del pubblico.

Porzûs era un avamposto di confine tenuto da patrioti osovani, comandato da un ex ufficiale degli alpini del Battaglione Tirano, Francesco De Gregori, con lo scopo di impedire a Tito di impadronirsi del nostro Friuli. Ora ho visto di nuovo il professore, non più con filmati ma con libri romanzati e trattati filosofici per coprire la verità: il sangue e il valore dei nostri martiri non si tocca. A proposito della Turchetti [Elda], splendida ragazza uccisa nell’eccidio di Porzûs, a Povoletto l’hai decantata, professore. In realtà fu usata come una doppia esca. La prima: ai gappisti risultava essere una spia tedesca, “ve la portiamo a giudicare”, così salirono e controllarono il posto. Pochi giorni dopo fecero il colpo. La seconda: “siamo saliti a fare giustizia perché avevate una spia tedesca”. Esecuzione a sangue freddo. 120 gappisti contro 20 osovani. Ecco caro professore come si sono svolti i fatti!

Pasolini [Guido], uno dei martiri di Porzûs, al Bosco Romagno: due giorni sotto i cadaveri dei compagni denudati e uccisi a randellate perché non si dovevano riconoscere i corpi, né sentire i colpi delle armi da fuoco nel vicino abitato. Pensavano di averlo colpito a morte, ma rinvenne e fuggì. Venne ritrovato ai Quattroventi [frazione di Corno di Rosazzo, UD]. In questo luogo una signora lo accompagnò, credendo di fare del bene, proprio in mano ai “Compagni” gappisti che lo uccisero con un colpo di piccone, dopo avergli fatto scavare la fossa!

Ecco professore, la storia che lei vuole romanzare è un racconto non di uomini, ma di belve feroci. Ecco perché non possiamo parlare né di perdono, né di riconciliazione. Se lei avesse letto di Tarcisio Petracco, edito da Ribis e anche “Il ribelle” del professor Nilo D’Osualdo edito da Gaspari, forse non sarebbe ricaduto in simili leggerezze. Tarcisio Petracco e Nilo D’Osualdo erano mei compagni d’arme: la nostra divisa era il cappello alpino e il fazzoletto verde, in battaglia non portavamo bandiere rosse o bandiere con la stella rossa, ma portavamo il tricolore italiano: eravamo patrioti osovani!.

Cavaliere Igino Bertoldi. Nome di battaglia “Ercole”

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Progetto e ricerca di Elio Varutti, Docente di “Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata” – Università della Terza Età (UTE), Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Marco Birin. Copertina: Igino Bertoldi, 2023. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo.

La foiba di Norma Cossetto 1943, collage su cartone, cm 23 x 31, 2015. Gruppo di studio sull'Ultimo Risorgimento, Gruppo creativo interclasse per l’inclusione dei soggetti diversamente abili e classe 4^ C  Enogastronomia, anno scolastico 2014-2015: allievi Gianfranco D.A. ed altri cinque. Coordinamento a cura dei professori Maria Carraria (Italiano e Storia), Elio Varutti (Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva).  Dirigente scolastico:  Anna Maria Zilli. Istituto Statale d'Istruzione Superiore "B. Stringher" Udine.



venerdì 27 aprile 2018

25 aprile a Porzûs con l’Associazione Partigiani Osoppo


I soci dell’APO (Associazione Partigiani Osoppo) si sono ritrovati a Porzûs il 25 aprile 2018, vicino alle celebri malghe, in comune di Faedis, provincia di Udine Hanno passato un momento di riflessione e di convivialità. Qui il 7 febbraio 1945 avvenne l’eccidio di 17 partigiani osovani (i cosiddetti fazzoletti verdi) per mano di partigiani garibaldini comunisti, con l’accusa di intelligenza col nemico.
Porzûs - Roberto Volpetti, con la giacca, e Paride Cargnelutti al convivio dei soci dell'APO

A guidare il gruppo dei soci APO era Roberto Volpetti, vice presidente dell’APO. Erano presenti nel momento conviviale anche Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), assieme a Elio Varutti, vice presidente ANVGD di Udine e altri soci del sodalizio. Tra i presenti c’era anche Paride Cargnelutti, consigliere regionale, che ha voluto salutare il pubblico nel capannone di Mario.
Negli stessi momenti saliva alla malghe di Porzûs per rendere omaggio ai partigiani trucidati anche Silvio Berlusconi, con vari esponenti di Forza Italia. La visita del cavaliere non è stata del tutto gradita, tuttavia, da Paola Del Din, quasi di 95 anni, insegnante e partigiana medaglia d’oro al valor militare, come ha riportato il «Messaggero Veneto» del 27 aprile 2018.

Come avvenne l’eccidio del 1945
Nella strage morì anche Guido Pasolini, fratello del celebre poeta, scrittore e regista Pier Paolo Pasolini. Un reparto di oltre cento garibaldini comandati da Arturo Toffanin (il suo nome di battaglia è “Giacca”) sale alle malghe di Porzûs. Per i più pignoli si ricorda che il toponimo è Topli Uorch, comune di Faedis. Fanno finta di essere sbandati, per non insospettire i dirigenti osovani. Arrivati alle malghe i garibaldini uccidono Francesco De Gregori, Gastone Valente, una donna e un partigiano garibaldino. Quest’ultimo era riuscito a scappare da un treno della deportazione e poi aveva ricevuto l’ordine di raggiungere il comando partigiano più vicino, che era appunto quello di De Gregori. Proprio De Gregori (parente omonimo del celebre cantautore) era stato da poco nominato capo di stato maggiore della formazione.
Aldo Bricco, nuovo comandante della I brigata Osoppo – come si legge nel sito web dei partigiani dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) – si salva per puro caso. Altri quattordici partigiani osovani sono portati a valle e trucidati nei giorni successivi. Il commissario politico delle Garibaldi Friuli, Mario Lizzero, da sempre favorevole al comando unificato con le Osoppo, riesce a rimediare alla frattura, che rischia di spaccare definitivamente la Resistenza nell'area. Nel dopoguerra, Toffanin – che si rifugia in Jugoslavia, dove morirà di vecchiaia – e due dirigenti del PCI di Udine sono condannati per l’eccidio.
Roberto Volpetti. Fotografia di B. Zuccolin
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. V. Fotografie di E. Varutti ove non altrimenti indicato.

giovedì 26 aprile 2018

Udine, Festa della Liberazione, anche l’ANVGD in piazza


È la prima volta che un sindaco di Udine legge i nomi di persone uccise e gettate nella foiba, o scomparse, o diversamente trucidate. Lo ha fatto Carlo Giacomello – sindaco reggente – in una piazza Libertà gremita di persone, di autorità politiche e di militari durante le celebrazioni del 25 Aprile 2018. Tra il silenzio della folla ha letto ad alta voce prima i nomi dei partigiani fucilati davanti al carcere o al tribunale. Poi ha declamato i nomi dei soldati britannici uccisi dai nazifascisti, i nomi dei caduti nell’eccidio di Porzûs, dove partigiani garibaldini comunisti passarono per le armi 17 partigiani osovani, accusati di “intelligenza col nemico”.
Udine, piazza Libertà, 25 aprile 2018 - Festa della Liberazione, al centro Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine, in giacca bianca accanto al labaro dell'ANVGD 

Col concetto che la storia unisce e non divide, Giacomello ha voluto ricordare anche l’ingegnere Silvio Cattalini, che fu presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) Comitato Provinciale di Udine dal 1973 al 2017. “Ricordo Cattalini – ha detto il sindaco – perché ha evitato che si cancellassero le sofferenze passate dalla gente dell’esodo giuliano dalmata”.
Hanno poi parlato diversi studenti per leggere le motivazioni delle medaglie assegnate ai Comuni friulani, primo fra tutti quello di Udine, tra gli applausi del pubblico, in uno sventolio di bandiere sindacali e di formazioni dell’estrema sinistra.

Gino Dorigo, rappresentante sindacale, ha voluto polemizzare con l’intervento di Carlo Giacomello. A parere del sindacalista “i morti non sono tutti uguali”. Ha poi spiegato che a suo parere non si può mettere sulla stessa onda chi è “morto per la libertà con chi fino all’ultimo è rimasto legato all’odio”.
In piazza c’erano tanti sindaci con la fascia tricolore e numerosi gonfaloni dei Comuni. C’erano naturalmente i rappresentanti dell’Associazione Partigiani Osoppo (APO) e dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), oltre ad altre rappresentanze istituzionali e associative. A trasformare il 25 aprile in una festa di tutti per fortuna ci hanno pensato altre persone, come ad esempio quel giovane afgano che sorreggeva il labaro dell’Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti, Delegazione di Udine (ANED). Oppure i discendenti della Brigata Ebraica, presenti con il loro striscione. Altri ancora hanno dato colore e novità alla Festa della Liberazione di Udine, come ad esempio la Comunità musulmana udinese presente con vari cartelli e bandiere col tricolore italiano. In un angolo qualche manifestante sventolava perfino una bandiera palestinese.

Non mancava il cartello giallo con lo slogan “Verità per Giulio Regeni”. Proprio il caso di Regeni, torturato e ucciso in Egitto, è stato menzionato dal sindaco Giacomello, ricordando che il futuro per tutti si chiama Europa, rifiutando i muri e i facili populismi.
“Mi piacerebbe – ha aggiunto Giacomello – che il 25 aprile diventasse come il 14 luglio per i francesi o il 4 luglio per gli americani, ossia una ricorrenza nazionale di tutti e per tutti”. Un concetto non facile da digerire per qualcuno. Basti vedere cosa è successo in altre località del Paese. A Trieste il sindaco Roberto Dipiazza, esponente del centrodestra è stato fischiato e contestato nel suo intervento dal canto di “Bella ciao”. Perfino il rabbino di Trieste Alexander Meloni alla Risiera di San Sabba, unico lager nazista in Italia, mentre iniziava il rito ebraico è stato contestato da fischi e sventolii di bandiere palestinesi. Tensioni anche a Firenze, Roma e Milano. Che brutta festa…

Nomi di infoibati letti dal sindaco Carlo Giacomello a Udine
1) Stellio  Apollonio, nativo di Orsera, Istria, Carabiniere Ausiliario. Venne catturato dagli slavi a Orsera il 17 maggio 1945 e portato al carcere di Parenzo. Poi non si seppe più nulla.   
    2) Antonio Babudri, nato ai primi del ‘900 a Trieste, colono a Capodistria, nel paese di Bertocchi, scomparso nel 1944 e eliminato in foiba. 
     3) Attilio Benvenuti, nato ad Isola d’Istria (Pola) il 24 maggio 1899. Servitore dello Stato, catturato a Trieste nel maggio 1945. Imprigionato ai Gesuiti e quindi al Coroneo. Condotto alla Casa del Popolo di Isola. Massacrato dai partigiani in agro di Capodistria
   4) Marino Bosdaves, nato a Udine nel 1913. Agente di Pubblica Sicurezza. In servizio presso la Questura di Gorizia, prelevato da partigiani titini il 2 maggio 1945 poi non si seppe nulla
    5) Nazario Cattunar, nato nel 1908 a Villanova di Verteneglio, della Milizia Difesa Territoriale, disperso il 1° maggio 1945, fu ucciso e buttato nella foiba di Vines.
    6) Giusto Chersi, nato nel 1902 a Parenzo, impiegato; infoibato a Vines nel settembre-ottobre 1943. Esumato e riconosciuto dalla moglie Giulia Gripari e dal cognato Giuseppe Gripari. 
     7) Mario Chersi di Francesco, anni 47, nato a Parenzo, panettiere; infoibato a Vines nel settembre-ottobre 1943”. Esumato e riconosciuto dalla cognata Giulia Gripari e dal fratello di lei Giuseppe Gripari.
    8) Martino Chiali, di Martino, nato nel 1887 a Marzana è tra le vittime della foiba di Terli, vicino a Barbana d’Istria. 
      9) Maria Cramer, negoziante a Montona, scomparsa e uccisa nel 1945. La sua lapide è al Parco della Rimembranza di Cava Cise, ma non si sa dove siano i suoi resti umani.
     10) Albina Gobbo, di 31 anni, detta “Zora”, eliminata in foiba nel 1943, probabilmente in quella di Vines, una località vicino ad Albona, suo paese di origine.
      11) Marco Gobbo, nato nel 1882 a Brovigne di Albona, eliminato in foiba nel 1943, probabilmente in quella di Vines, una località vicino ad Albona.
    12) Giovanni Gorlato, nato nel 1900, notaio di Dignano d’Istria, arrestato dai titini il 3 maggio 1945 e poi scomparso; per i compaesani fu gettato in foiba.
  13) Luigi La Micela, nativo di Sicli, in provincia di Ragusa. Maresciallo dell’Esercito Italiano. Arrestato dai soldati jugoslavi a Gorizia il 9 maggio 1945 e portato prima ad Aidussina, poi ad Idria e di nuovo ad Aidussina ove si trovava nel giugno del 1945. Da allora non se ne seppe più nulla.
    14) Francesco Mattini, nato nel 1895 a Pinguente, dipendente dell’acquedotto, imprigionato e messo a morte nell’Abisso Bertarelli, tra il 27 e 30 settembre 1943.
   15) Carlo Alberto Privileggi, di Parenzo, ingegnere, prelevato dai titini locali nel settembre 1943, ucciso e precipitato nella foiba di Vines. Esumato dal maresciallo Harzarich e riconosciuto dal fratello Gino Privileggi.
    16) Giuseppe Rauni, nato a Albona nel 1902, prelevato dai titini il 2 novembre 1943 e vittima della foiba.
   Una parte della delegazione dell'ANVGD di Udine in corteo in via Poscolle: Elio Varutti, vice presidente col labaro, Bruna Zuccolin, presidente, Bruno Bonetti, segretario e Franco Pischiutti, socio

I discendenti delle persone dei n. 1, n. 4 e n. 13 sono state insigniti dalla Prefettura di Udine nel 2017 nel Giorno del Ricordo, con la motivazione ufficiale scritta accanto. L’elenco soprastante è stato stilato dai dirigenti dell’associazionismo giuliano dalmata locale con Bruna Zuccolin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) Comitato Provinciale di Udine dal 2017, quando mancò l’ingegnere Silvio Cattalini, presidente dello stesso sodalizio per 45 anni. I discendenti delle succitate persone scomparse, massacrate o infoibate sono esuli a Udine e sono soci dell’ANVGD, o sono esuli in Friuli Venezia Giulia, o sono in contatto con l’ANVGD di Udine per le cerimonie patriottiche e religiose regionali del caso.
Tali nomi sono citati nel libro di E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017.
Udine piazzale 26 Luglio 1866, la delegazione dell'ANVGD di Udine vicino a Enrico Pizza, assessore del Comune di Udine, col garofano rosso in mano

A rigor di notizia il numero totale degli scomparsi, dei prelevati dai titini e uccisi nella foiba o nella fossa comune ammonta a 665 persone per i nati nella provincia di Udine. Da tale elenco sono esclusi i nomi afferenti alla provincia di Pordenone che sono riportati in un elenco a parte. I dati sono stati raccolti sulla base della letteratura dell’esodo (Padre Flaminio Rocchi, in primis), su dati ministeriali e sulle ricerche dei discendenti degli assassinati comunicate all’associazionismo giuliano dalmata. La lista in possesso dell’ANVGD di Udine, aggiornata al 21 aprile 2018, è stata gentilmente comunicata dai signori Laura Brussi, esule da Pola e da Carlo Cesare Montani, esule da Fiume.
L’elenco delle 665 persone della provincia di Udine arrestate dai titini, uccise, o sparite nel nulla si apre con il seguente nominativo: “Addeo Giovanni, nato a Udine il 24 agosto 1924, militare della Guardia Nazionale Repubblicana, Milizia di Difesa Territoriale - 5^ Reggimento, 1^ Compagnia; egli risulta disperso dal giorno 8 febbraio 1945 sul fronte orientale, nella zona di Montespino, provincia di Gorizia, essendo stato catturato dopo combattimento”.
La sequela di nominativi si chiude con “Zulli Mario, nato ad Aquileia il 21 marzo 1924, militare, caporale dell’Esercito Repubblicano, 14^ Battaglione Costiero, disperso dal 5 maggio 1945 nella zona di Monte Santo - Sella, Gorizia, foibe”.
Udine, piazzale 26 Luglio 1866, Monumento alla Resistenza, bambini, autorità politiche e pubblico alla Festa della Liberazione. A sinistra lo striscione della Brigata Ebraica e al centro il labaro dell'ANVGD, oltre a bandiere varie

Commenti dal web sul 25 aprile a Udine
Riportiamo alcuni commenti dal web sulla partecipazione dell’ANVGD di Udine alla festa della Liberazione del 2018 e degli anni precedenti.
Sergio Satti, esule da Pola e decano dell’ANVGD di Udine, ha scritto in una e-mail: “mi dispiace di non essere stato presente alla manifestazione. Ricordo ancora quando partecipavo con Silvio Cattalini che sollecitato dal sindaco Honsell, dopo tanti anni di assenza da questa manifestazione, decise di essere presente con il nostro labaro listato a lutto per evidenziare il dramma delle nostre genti. Sono grato dell’attenzione  riservataci  dal Comune di Udine”.
Un’altra esule da Pola, la signora Laura Brussi, ha manifestato per e-mail il suo pensiero in merito: “Gentile Professore, il coinvolgente svolgimento della cerimonia di Udine torna a Vostro onore: a noi, il compito di ringraziare sentitamente. Non ci risulta che in occasione del 25 Aprile fossero mai stati scanditi, a pubblica memoria e riflessione, i Nomi dei nostri infelici quanto innocenti Caduti. Spiritualmente, la Vostra iniziativa rammenta ai nostri cuori la Campana del Sacrario di Rovereto (TN), ed i suoi cento rintocchi di ogni sera; al pari di Santa Maria del Valle de los Caidos (El Escorial) dove vinti e vincitori sono stati accolti in un solo abbraccio.
In questa ottica, il nostro ringraziamento intende trascendere ogni limite formale, estendendosi a tutti coloro che hanno impiegato decenni, all’insegna della fede e della perseveranza, nella ricerca dei Nomi e delle storie dei Caduti, molti dei quali giacciono per sempre negli abissi della nostra triste terra, ma vivono nelle preghiere dei familiari e di tutti noi. Non possiamo portare un fiore sui luoghi di tanti sacrifici talvolta eroici, e di tanti orrendi delitti contro l’umanità, ma dobbiamo essere fedeli all’invocazione di Mons. Santin in suffragio delle Vittime, nella certezza che “le vie dell’iniquità non possono essere eterne. Nessuno muore del tutto finché ne sia conservato il ricordo (Jorge Luis Borges). Grazie a tutti.
Laura Brussi - Esule da Pola. Volontariato per non dimenticare. Associazione Nazionale Congiunti dei Deportati dispersi in Jugoslavia (ANCDJ) – Trieste. Delegazione per il Lazio”.


Riferimenti bibliografici

- Elenco degli infoibati, uccisi o trucidati nativi della provincia di Udine, aggiornato al 21 aprile 2018, a cura di L. Brussi e C.C. Montani esuli a Latina, dattiloscritto, formato Excel.

- Giacomina Pellizzari, “Partigiani e infoibati, è di nuovo polemica”, «Messaggero Veneto» del 26 aprile 2018, Cronaca di Udine, p. 22.

- Alessia Pilotto, “La storia ci fa capire chi era nel giusto. La verità è una sola e va tramandata”, «Il Gazzettino», del 26 aprile 2018, Cronaca del Friuli, p. III.

- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.

- E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017

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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie di Daniela Conighi ove non altrimenti indicato.
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Udine, piazzale 26 luglio 1866 - Monumento alla Resistenza, festa del 25 aprile 2018
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Sede dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD)
Comitato Provinciale di Udine:
Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine
telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 10-12
e-mail: anvgd.udine@gmail.com

sabato 13 dicembre 2014

Guerra civile a casa. Storie di scampati all’eccidio di Porzus, 1945

Durante la Seconda guerra mondiale, come avvenuto in altri conflitti, accadde che all’interno di una stessa famiglia vi fossero delle nette divisioni ideologiche tra fratelli: chi era fascista e chi divenne partigiano. Successe così anche nella famiglia di Giovanni Secco, nato a Faedis nel 1871 e morto a Udine nel 1955. Il suo primogenito, di nome Luca Pio, classe 1908 era fervente fascista. Fu impegnato in combattimenti in Etiopia e in Somalia, finché nel febbraio 1942 fu preso prigioniero dagli inglesi e portato a Mombasa, in Kenia, ove rimase fin oltre la fine del secondo conflitto mondiale. Egli fu a Gondar, Lago Tana (Etiopia) Mogadiscio (Somalia), prigioniero degli inglesi a Mombasa (Kenya), Sella Culqualber (luogo di eroici combattimenti) e Amba Alagi, secondo notizie della famiglia.

Luca Pio Secco, in giacca chiara, a Dancaz (Etiopia) nel 1939. 
Collezione Giorgio Secco, Udine

In una cartolina, spedita alla madre Italia Tomat di Faedis, tramite la Croce Rossa e in una lettera del 6 aprile 1943 alla sorella Lisetta (Collezione Giorgio Secco, Udine), chiese notizie del fratello Arrigo, che nel frattempo era divenuto partigiano osovano, nelle malghe di Porzus, sopra Attimis. Al termine della guerra i due fratelli abitarono nella stessa casa, nonostante le divergenze politiche, perché tra di loro c’era un legame familiare fortissimo. Luca Pio Secco morì nel 1971. 

Cartolina di Luca Pio Secco, prigioniero degli inglesi
 nel 1942 a Mombasa (Kenya). Collezione Giorgio Secco, Udine


Proprio Arrigo Secco, nato a Faedis nel 1916, nome di battaglia SECONDO, è uno di quelli che riuscì a salvarsi dall’eccidio di Porzus, messo in atto dai partigiani garibaldini il 7 febbraio 1945. A raccontare l’episodio, tramandato nelle vicende familiari è una sua discendente: Monica Secco, insegnante di matematica a Udine. “Zio Arrigo era sposato con la partigiana Vania – ha detto la professoressa Monica Secco – e scampò ai fatti di Porzus, poiché incaricato di recarsi in paese in missione, così mi hanno raccontato i famiglia”. Arrigo Secco morì a Udine nel 1968 e, per la sua attività nella Resistenza, fu insignito della medaglia di bronzo. Fin qui i ricordi familiari. 

Arrigo Secco in bicicletta assieme al nipotino Giorgio, nato nel 1936, 
a Feletto Umberto (Tavagnacco) nel 1939 Collezione Giorgio Secco, Udine

L’attività partigiana di Arrigo Secco, detto SECONDO, è documentata pure in un libro di Giampaolo Gallo sulla Resistenza in Friuli. Prima ancora che nascessero le Brigate Osoppo Friuli (BOF), egli combatté dalla metà di settembre 1943 nel battaglione “Rosselli”, composto da un numero variabile di uomini che andava da 40 a 70 elementi. Fu il primo distaccamento “Giustizia e Libertà”, sorto ad opera del Partito d’Azione al comando di Carlo Comessatti, nome di battaglia SPARTACO. Il vice-comandante era Alberto Cosattini, detto COSIMO, mentre il commissario politico era Fermo Solari, SOMMA.

Arrigo Secco negli anni 1960 a Udine. Collezione Giorgio Secco, Udine

Nella stessa famiglia c’era poi il nonno Eustachio Talotti, nato a Campoformido il 19 ottobre 1900, convinto comunista, che verso il 1925 dovette emigrare con la moglie Luigia Zugolo e la figlia Wilma in Francia, dato che Luigi Zugolo, suo cognato nonché fratello della moglie, lo avvisò dell’imminente arresto per le sue idee politiche. I figli nacquero in Francia, come Talotti Leony Maria a Périgueux 21 luglio 1926, oppure come Talotti Robert Alfred, nato a Guéret il 14 gennaio 1928 e Talotti Odile, nata a Nouziers il 15 gennaio 1932. Negli anni Venti diversi friulani andarono il esilio in Francia, per sfuggire alla repressione politica fascista.
C’è da dire che molti adolescenti furono attratti dall’attività partigiana. Tali simpatie crebbero all’interno dei ricreatori, come fu per E.V., residente a Ciconicco, che realizzò una artigianale agenda tascabile col disegno delle “BOF” (Collezione privata, Udine).
Agenda tascabile autoprodotta da un simpatizzante tredicenne 
delle Brigate Osoppo Friuli, la cui famiglia abitò in Via delle Fornaci. 
Collezione privata, Udine

In una ricerca per l’esame di stato Cristian N., diplomatosi Tecnico dei servizi turistici nel 2008 all’Istituto Stringher di Udine, ha raccontato la vicenda di un suo zio materno, imparentato pure con un allievo dell’Istituto Malignani. Silvio Noacco, detto CEPOT, di Taipana fu partigiano prima coi garibaldini e poi passò con gli osovani delle BOF. Durante un rastrellamento tedesco in paese fu ferito in più parti del corpo e, quindi, fu ricoverato in ospedale. Siccome fu catturato vicino ad un covone di fieno dov’erano state nascoste armi per tre combattenti, rischiò la fucilazione. Aveva 21 anni. Per sua fortuna, mentre era a letto con le ferite ancora aperte, venne il giorno della Liberazione, così si salvò. Come ha confermato Federico Vincenti, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), Silvio Noacco, nome di battaglia BOSCO, di Taipana è riconosciuto partigiano dal 14 agosto 1944 al 24 giugno 1945. Appartenne al Battaglione guastatori della Osoppo, il cui comando era situato a Salandri, frazione di Attimis. La sua storia è contenuta pure in un libro di memorie paesane di Sandrino Coos. Federico Vincenti, secondo ricerche d’archivio degli anni 2008-2009, ha riferito che un capo partigiano, il comandante ISONZO, di Ragogna, si prese il suo gruppo di partigiani e se li portò in Val d’Arzino, lasciando una “relazione negativa sui comportamenti del comandante BOLLA alle malghe di Porzus”. Così pure ISONZO e i suoi ragazzi scamparono all’eccidio di Porzus.

1.    Wolf, ragazzo partigiano delle BOF

A questo punto racconto la storia, in prima persona, di Antonio Friz, studente di Udine Sud. Il paragrafo presente è stato già pubblicato, in una prima versione, nel Numero Unico «Festa Insieme Baldasseria» del 2010.
Abitavo in Via delle Fornaci a Udine. Me la ricordo, la signora Maria Friz, da quando ero bambino, verso il 1958-1959. Assieme a mia madre si andava verso il centro della città, per qualche spesa, lasciandoci alle spalle i platani del Viale Palmanova. 

Antonio Friz WOLF, a sinistra, e Bepi Tomat BOCJATE. Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (AORF), giovani partigiani osovani (Cartella Z – Fototeca, foto n. 71)

Camminando lungo il cavalcavia, che da Viale Palmanova conduce in Porta Aquileia, si giunge al piazzale antistante, intitolato a Gabriele d’Annunzio. Sui marciapiedi del cavalcavia, fiancheggiati da alberi bagolari, ci capitava spesso di incontrare la signora Friz, che scendeva per andare a fare la spesa nel negozio di coloniali di Kratcki e al panificio De Luisa, in Viale Palmanova. La bottega di cereali e farine di Antonio Kratcki, dove oggi c’è il bar Manhattan, era attiva anche nel 1910; vendeva all’ingrosso vino e oli. La Friz abitava nelle case dei Ferrovieri. Quelle che si vedono dal cavalcavia, precisamente al civico numero 15 di Via Pradamano, in parrocchia di San Pio X, dunque.
“È la mamma di Tonino, un povero giovane ammazzato dai tedescacci” – mi diceva mia madre, dopo aver salutato la signora. Per mia madre l’unico “col viso de bon”, oltre a Tonino Friz, era don Adelindo Fachin, parroco fresco di nomina nella neonata parrocchia di San Pio X. Con la signora Friz erano sempre le stesse identiche parole. Lei faceva sempre le stesse identiche meste espressioni del volto non solo con me, con mia madre, ma anche con le altre signore del quartiere. Era come un rito collettivo.
La signora Friz si prendeva tutti i complimenti possibili ed immaginabili per quel povero ragazzo che le avevano ucciso in quella maniera e a quell’età. Qualche volta la signora Friz piangeva. Le altre donne, compresa mia madre, la consolavano con parole di circostanza e con carezze sulle spalle, raramente con qualche abbraccio. Poi, crescendo, ho scoperto che scene di questo genere vengono anche riprodotte a teatro. La morte, la vita e l’elaborazione del lutto sono fatti umani, così fondamentali da rappresentare artisticamente.
Da bambino, ho visto le donne oranti e piangenti in qualche funerale di paese, anche qui in Friuli. Quando mi stupii perché esse venivano pagate, mi dissero che era giusto compensarle, dato che avevano pianto “proprio bene”.
Chi fosse interessato alle vicende di Antonio Friz, può leggere l’articolo di: DON LINO (Aldo Moretti), “Il diciottenne Tonino Friz sacrificatosi «per una nobile causa»”, pubblicato sul numero unico Baldasseria ’84.

Lapide posta in Via Verdi n. 30, dove aveva sede il carcere del Tribunale di Udine
 e dove il partigiano osovano Antonio Friz WOLF fu fucilato il 10 dicembre 1944, 
assieme ad altri tre patrioti. (Foto E. Varutti)

2.    I bombardamenti aerei americani, 1944-1945

Andiamo un po’ indietro nel tempo. Seguirò i racconti dei vicini di casa e della gente della zona tra Via delle Fornaci e il Viale Palmanova, come il signor Giovanni Comuzzi (Montemurlo, Prato 1918-Udine 2011) oppure la signora Iole Croatto vedova Falzone (Attimis 1917-Udine 2013), autentiche biblioteche parlanti! Per non parlare di Adelia Mariuz vedova Larice, nata a Cordenons nel 1914, catechista per decenni nella parrocchia di San Pio X a Udine, abitando in Via delle Fornaci. Queste persone raccontavano i fatti vissuti e ti facevano venire i brividi, per il modo con cui riuscivano a rappresentare la bellezza della vita.
Nei primi anni della Seconda guerra mondiale la vita nel quartiere meridionale di Udine fu abbastanza tranquilla. A turbarla, facendola piombare nel terrore e nella disperazione, furono i bombardamenti angloamericani del 1944 e 1945, mirati alla distruzione degli impianti ferroviari, ma spesso fuori bersaglio e causa di morte tra la popolazione inerme. C’era un terno blindato dei nazisti da mettere fuori gioco, perché bombardava gli stavoli delle colline dove si rifugiavano i partigiani.
Anche il Collegio della Gioventù Italiana Littorio (GIL) di Via Pradamano venne bombardato, poiché era diventato una caserma nazista. Dal 1947 al 1960 fu Centro di Smistamento Profughi per i rifugiati dall’Istria, Fiume e Dalmazia.
La nostra zona apparteneva alla parrocchia del Carmine, infatti, la parrocchia di San Pio X sorse nel 1958. Ho consultato il Libro Storico della Parrocchia della Beata Vergine del Carmine, scoprendo che il parroco del tempo annotò accuratamente gli eventi luttuosi dell’epoca. La prima incursione aerea, il 3 agosto 1944, rase al suolo sei case del Borgo Aquileia. Il 28 dicembre dello stesso anno, alle 12 e 30, gli aerei americani portarono morte e distruzione in Via del Vascello, Via della Cernaia, Via Medici, Via Roma e nel Viale della Stazione con 18 vittime della parrocchia del Carmine. Il giorno successivo un nuovo bombardamento provocò soprattutto danni materiali.
Il 20 gennaio 1945 fu colpito lo scalo ferroviario di Via Buttrio e il 20 febbraio fu attaccata la Caserma Valvason, a fianco del Carmine, causando sette vittime civili. Gli aerei alleati sganciarono bombe su Via Aquileia anche il 21 e il 23 febbraio successivi. Il 24 dello stesso mese fu lesionata la Chiesa di Baldasseria e alcune case vicine, provocando il panico in una zona considerata sicura e nella quale si era rifugiato anche il cappellano del Carmine, don Felice Spagnolo, facente funzioni di parroco al posto del titolare che si era messo al riparo fuori Udine, presso la casa di famiglia.
Tra le altre, don Spagnolo fu un grande amico di mio padre, Giacomo Varutti. Forse perché organizzarono nel chiuso della canonica della parrocchia del Carmine, sin dal 1943, le prime riunioni della Resistenza, con gli opuscoli della Osoppo, come ha lasciato scritto mio padre. Ad esempio nel 1943 Emilio Lussu pubblicò “La ricostruzione dello Stato”, ristampato più volte dal Partito d’Azione a Udine. C’era poi una pubblicazione di un radiomessaggio del Papa del 1° settembre 1944, stampata dalle Arti Grafiche Friulane, col titolo “S.S. Pio XII nel 5° anniversario della guerra traccia alti orientamenti per la rinascita della vita civile”.
Non fu irrilevante l’approvvigionamento e il materiale di meccanica fornito, nel 1944-1945, alle Brigate Osoppo Friuli da simpatizzanti attivi nelle parrocchie della Beata Vergine del Carmine, del Tempio Ossario e del Santissimo Redentore a Udine. Dal 1931 era parroco del Redentore Monsignore Luigi Pilosio. Fu egli una figura di prete collegata alla profuganza e alla solidarietà. Durante la Prima guerra mondiale, infatti, fu nominato cappellano dei profughi che avevano abbandonato il Friuli, invaso dalle truppe austro-tedesche, ed erano stati sparpagliati in varie regioni italiane. Dal 1943 Monsignore Pilosio si occupò di tenere delle riunioni segrete e veramente “sotto chiave” nello scrittorio della sua canonica, dove venivano respirati i primi aneliti di democrazia tra i simpatizzanti delle Brigate Osoppo Friuli, chiamatesi così in onore dei moti risorgimentali del 1848 alla fortezza di Osoppo, nella collina friulana. Molti giovani simpatizzarono per quel movimento che lottò contro l’invasore nazista, anche a Udine Sud, “ancje fûr di Puarte Aquilee”.

3. I caduti di Udine Sud nella Seconda guerra mondiale

Al termine del conflitto, il bilancio dei caduti residenti nel territorio dell’attuale parrocchia di San Pio X fu molto pesante: 48 morti su circa 800 abitanti. Tra di loro c’era un giovane partigiano di 18 anni, Tonino Friz, chiamato WOLF. È il figlio di quella signora, amica di mia madre, che io conobbi da bambino come “La mamma di Tonino, che el xe sta copà dai tedescacci”.
Il 10 dicembre 1944 egli fu fucilato, assieme ad altri tre partigiani nel cortile del Palazzo di giustizia, in Via Treppo, più precisamente “in Vie de Roe”, ossia al civico n. 30 di Via Verdi, dove scorre la roggia. Sul muro del tribunale fu posta una lapide, che ricorda i quattro partigiani lì fucilati. Come già detto Antonio Friz, nome di battaglia WOLF, aveva 18 anni, essendo nato a Pontebba il 6 febbraio 1926, da Roberto Friz e Maria Rizzi. Aveva sei fratelli: Costantino, Enrico, Anna, Giuseppe, Beniamino e Rita. Era uno studente, aveva frequentato la seconda liceo scientifico al “Marinelli” e subito dopo l’8 settembre del 1943 partecipò al cosiddetto Battaglione studenti, che stampava un suo giornale clandestino «La libertà», diffuso nelle scuole. Poi nell’estate Tonino era salito in montagna a fare il partigiano col fazzoletto verde. Nel 1944 la sua famiglia risiedeva al numero 16 di Via Medici, lungo Viale Palmanova.
La sera del 9 dicembre 1944 lui e altri suoi compagni erano scesi in città per compiere un’azione militare molto complessa, d’intesa anche con gli angloamericani che avrebbero bombardato la periferia per creare confusione tra i tedeschi e i fascisti. L’obiettivo dei partigiani guastatori era la stazione. Si trattava di far saltare il deposito delle locomotive e la piattaforma girevole, indispensabile per le manovre dei treni, poiché era stato segnalato il treno blindato con cui i nazisti colpivano gli stavoli dei partigiani sulle colline a cannonate. Contemporaneamente i partigiani volevano liberare i prigionieri politici nel carcere di via Spalato. Purtroppo qualcuno aveva fatto la spia e i tedeschi stavano attendendo i guastatori partigiani, come fa il gatto col topo. WOLF fu catturato, condotto in tribunale e condannato a morte insieme agli altri tre che si trovavano lì da prima e che quindi non avevano partecipato a quell’azione. Il giorno dopo furono tutti fucilati.
L’ultima lettera di Antonio Friz alla famiglia dice così: “Carissimi genitori e fratelli, quando riceverete questa io sarò morto. Non piangete, ma siate forti e pregate. Perdonate tutti i dispiaceri che vi ho recato ma ricordatevi di vostro figlio che sempre vi ha amato. Ricevete tutti l’ultimo forte abbraccio. Vostro per sempre. Toni”.
L’elenco completo delle 49 vittime di Udine Sud cadute nella Seconda guerra mondiale, con qualche cenno biografico, ce l’ha proposto Monsignor Aldo Moretti nel 1985, proprio sul Numero Unico stampato per la sagra di Baldasseria. Vedi: Aldo Moretti, “I caduti dell’oltre – cavalcavia e di Baldasseria nella guerra 1940 – 1945”, in Baldasseria ’85. Qui se ne riporta solo il nominativo: Baldan Sergio, Battistutti Beniamino, Barazzutti Umberto, Bellina Adolfo, Boldarino Severino, Boratto Remo, Bortolossi Elda, Brezil Giuseppe, Buziol Umberto, Calligaris Giacinto, Candotti Giovanni, Chiarparini Bruno, Cignolini Maria, Clocchiatti Marino, Comuzzi Antonio, Crapiz Luigi, Danieli Valeria, De Marchi Lino, Disnan Dino, Durli Giovanni, Francescato Ettore, Franzolini Adelchi, Franzolini Virgilio, Friz Antonio, Gargiulo Antonio, Garofalo Umberto, Germi Gerolamo, Giuffrida Giovanni, Gremese Bruno, Gremese Giuseppe, Maestrutti Bruno, Marquardi Luigi, Merlino Alberto, Michelutti Lino, Moretti Ezio, Muratori Renato, Paladin Giovanni, Paoloni Olimpio, Patussi Sante, Pavan Anna, Plaino Giobatta, Polonio Giuseppe, Provvisionato Giuseppe, Roiatti Gino, Savorgnani Ermes, Taddeo Bernardo, Tavano Giovanni, Tavano Marco e Zorzetti Bruno.
C’è un altro fatto riguardo a Tonino Friz, di cui sono venuto a conoscenza il 24 marzo 2010, da parte del professor Michele Piva, già insegnante della scuola media di avviamento “P. Valussi” di Via Crispi a Udine. Nel 1959 nacque in città, nell’ambito della scuola “Valussi”, un nuovo Istituto Professionale di Stato per il Commercio, che fu intitolato a Stringher. Dovendo attribuire il nome alla nuova scuola il preside, Adelchi Nuciforo, chiese ai vari professori di suggerirgli qualche nome valido. Oltre a quello di Bonaldo Stringher, primo governatore della Banca d’Italia, gli fu fatto pure il nome di Antonio Friz, giovane partigiano udinese, nome di battaglia WOLF. Un’ultima coincidenza da notare è che proprio nel sito Internet dello Stringher si trovano notizie sul partigiano Friz.

Via delle Fornaci nel 1950. (Archivio IACP, Udine)

Ringraziamenti

Oltre le persone intervistate, i prestatori delle immagini, e le famiglie della parrocchia di San Pio X che mi hanno messo a disposizione dei documenti ringrazio, per la collaborazione alla ricerca il parroco della parrocchia della Beata Vergine del Carmine, gli operatori dello sportello Certificati storici dell’anagrafe del Comune di Udine, gli operatori dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di Udine e anche don Sandro Piussi, direttore della Biblioteca del Seminario di Udine, dove ho consultato l’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (AORF), curato da Monsignore Aldo Moretti, da cui proviene la fotografia dei giovani partigiani osovani qui pubblicata (Cartella Z – Fototeca, foto n. 71).

Bibliografia

Archivi, Biblioteche e Istituti storici
Archivio dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), Udine.
Archivio Istituto Autonomo Case Popolari, Udine.
Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (AORF), presso Biblioteca del Seminario, Udine.
Archivio della Parrocchia di San Pio X, Udine.
Biblioteca Civica di Udine.
Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione (IFSML), Udine.
Libro Storico, Parrocchia della Beata Vergine del Carmine, Udine.

Collezioni private
Collezione Giorgio Secco, Udine
Collezione privata, Udine

Fonti edite
Sandrino Coos, Un’osteria, un borgo, un paese: ricordi di una microstoria locale, Grafiche Toffoletti, Tarcento (UD), 2005.
Giampaolo Gallo, La Resistenza in Friuli 1943-1945, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine, 1988.
E. Varutti, Wolf, ragazzo partigiano : la storia di Antonio Friz, studente di Udine Sud, «Festa Insieme Baldasseria», pp 15-17, 2010.

Fonti iconografiche
Le fotografie sono di Elio Varutti, ove non altrimenti indicato.

Fonti orali
Le interviste (int.) sono state condotte da Elio Varutti a Udine, con taccuino ed e-mail.
Federico Vincenti (Udine 1922-2013), int. del giorno 8 luglio 2009.
Monica Secco (Udine, 1963), int. del 31 maggio 2009 e 19 novembre 2014.

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In una sua lettera del 6 aprile 1943, da prigioniero degli inglesi, Luca Pio Secco 
chiede notizie alla sorella Lisetta di suo fratello Arrigo, che era partigiano osovano.   
Collezione Giorgio Secco, Udine




Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher” Udine. Laboratorio di Storia, Progetto «Il Secolo breve in Friuli Venezia Giulia», sostenuto dalla Fondazione CRUP. Ha collaborato alla elaborazione di questo prodotto la classe 5 ^ D ristorazione. Anno scolastico 2013-2014. Coordinamento didattico: professoressa Carla Maffeo (Italiano e Storia). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Networking: prof. Elio Varutti, Discipline Economiche Aziendali; dicembre 2014.