domenica 5 marzo 2017

Laterina, Campo profughi istriani tra accoglienza, clientele e razzismo

Sin dal maggio del 1945, cominciò a funzionare il Centro Raccolta Profughi (CRP) di Arezzo, che doveva ospitare provvisoriamente sinistrati, ossia coloro che, privi di abitazione per cause belliche, volevano ritornare nel loro luogo di origine. Poi furono accolti anche i profughi giuliano dalmati. Questa azione non fu priva di risvolti razzistici da parte della popolazione locale, che non vedeva di buon occhio l’ospitalità di istriani e dalmati, ritenuti fascisti, o assai compromessi col passato regime dittatoriale di Mussolini.
Davanti alla Chiesa del Centro Raccolta Profughi di Laterina

Il 19 agosto 1948 fu aperto il Campo Profughi giuliano dalmati di Laterina, che operò fino al 1963, per accogliere migliaia di esuli soprattutto d’Istria, Fiume e Dalmazia. I dati principali di questo articolo si rifanno alla tesi di laurea di Francesca Lisi del 1991, di oltre 300 pagine inedite, che si è basata su documenti dell’archivio del CRP stesso e, talvolta, sui giornali dell’epoca. Ogni tanto il lettore troverà, in parentesi, un riferimento alle pagine della suddetta tesi, per sola chiarezza della fonte. Ho potuto consultare anche la tesi di laurea di Sabrina Caneschi, del 1991, che è su un argomento più generale, quello dell'assistenza post-bellica, con accenni ai CRP italiani e, in particolare, a quello di Laterina.


Secondo i dati del Ministero dell’Interno fino al 1946 erano affluiti 53.681 esuli nei 109 CRP sparsi in Italia. Tra il 1947 e il 1952 si è verificato l’afflusso di altri 50 mila profughi giuliani e dalmati. Nel 1953, tuttavia, erano ridotti a 22.288 individui (p. X).
Sul totale di 103.681 persone indicate in questi dati statistici in transito nei CRP dove, peraltro, sono denunciate alcune carenze nell’invio dei dati stessi, si è costruito il Grafico n. 1, intitolato “Incidenza dell’esodo per zona e per anno sul totale dei profughi” e la relativa tabella con i dati numerici in percentuale.
Le zone da cui parte l’esodo sono indicate con la seguente lista: Zara, Fiume, Gorizia, Istria, Pola, Zona B e Trieste. Si noti il picco della fuga da Pola nel 1947 e la forte crescita dell’esodo dalla Zona B nel 1955-’56 quando, secondo certi storici, il flusso di esuli si stava spegnendo.


Tabella n. 1 - Incidenza dell'esodo per zona e per anno sul totale dei profughi. Valori percentuali
Fonte: Nostra elaborazione su dati del Ministero dell’Interno, riportati nelle tesi di laurea di Sabrina Caneschi e Francesca Lisi, Università di Firenze 1991. 

Una fonte orale, riportata nelle tesi di laurea, è quella di Primo Cavaliere, nato a Fiume, fuggito di casa a dodici anni ed accolto al Centro Raccolta Profughi di Trieste. Poi è accolto al collegio di Don Gnocchi a Parma. Dopo che i genitori hanno optato per l’Italia e riescono ad uscire da Fiume, passando per il CRP di Trieste, nel 1948, sono assegnati al CRP di Laterina. Proprio qui, nel 1955, Primo Cavaliere lavora come magazziniere e dipendente del Ministero dell’Interno. Ha raccontato che i profughi dormivano in materassi di foglie di granoturco, le pareti erano costituite da coperte appese a dei fili di ferro, solo più tardi furono create delle camere.
«I servizi igienici erano pessimi – ha spiegato Cavaliere – soprattutto durante il periodo invernale e ciò andava a svantaggio più che altro delle perone anziane che male si adattavano alla situazione. Il cibo veniva ritirato alla mensa, ma non era buono, per cui quando vennero aperti gli spacci all’interno del Centro, i pochi soldi guadagnati nei lavori quindicinali o dati dalla Prefettura, erano spesi per acquistare alimenti. Con la popolazione di Laterina, nonostante noi avessimo una mentalità più aperta ed evoluta, non ci furono grossi problemi.
Forse l’unica cosa per cui potevano portarci rancore era che, finché ci fu il CRP di Laterina, la DC rimase al potere perché sorretta dai voti dei profughi; alla chiusura del Centro invece si affermò una giunta di sinistra. In effetti la quasi totalità dei profughi votava per la Democrazia Cristiana e venivano fatte anche alcune pressioni politiche a favore di questo partito. Posso portare un esempio: a mia madre che era analfabeta e molto religiosa, avevano indicato di votare DC perché nel simbolo era rappresentata una croce» (pagine 256-260). 
È importante fare una premessa. Dalle interviste rivolte tra la fine del Novecento e dopo la legge sul Giorno del Ricordo (2004) agli esuli giuliano dalmati e ai loro discendenti si sa che il Campo Profughi di Laterina non era certo un hotel a cinque stelle, ma il tema del presente elaborato è l’analisi del CRP secondo i dati ministeriali. Si propongono alla fine, nella sitologia, alcuni critici racconti, visti dalla parte dell’esule giuliano dalmata e sulla storia del Campo di prigionieri del Regno Unito.

Il Centro Raccolta Profughi di Arezzo
Dal 1945 al 1948 il CRP di Arezzo dette accoglienza a profughi e anche a molti sfollati e sinistrati. Successivamente con lo spostamento dell’accoglienza al Campo profughi di Laterina, vennero assistiti esclusivamente gli esuli. Il Campo poteva ospitare circa 300 persone, ma nell’immediato dopoguerra si trovò a doverne assistere molte di più. La struttura era gestita dall’Ufficio Provinciale dell’Assistenza Post Bellica (U.P.A.P.B.), che si affiancò a quella svolta dall’Ente Comunale di Assistenza (E.C.A.) di Arezzo, (pagine 29-30).
Ci soffermiamo ancora sul Centro Raccolta Profughi di Arezzo. L’apertura del Campo era stata necessaria per fronteggiare la situazione creatasi in seguito alla liberazione dell’Italia Settentrionale. Arezzo costituiva il punto di passaggio per raggiungere in ferrovia Roma o altre località del sud (p. 117).
CRP di Laterina

Il Campo di transito poteva ospitare al massimo 300 persone. In media ne venivano ospitate 450 o 500 (p. 122). I servizi igienici erano pessimi. All’inizio i profughi dormivano a terra. In seguito l’Alto Commissariato per i profughi inviò molti pagliericci. Per quanto riguarda l’alimentazione veniva seguita la tabella alimentare prevista per i C.R.P. Il vitto era preparato dalla mensa che l’E.C.A. aveva attivato per assistere i poveri, già dal 1944. I viveri necessari per ‘assistenza alimentare erano invece fomiti dalla locale Sezione Provinciale dell’Alimentazione, sorta come in tutta Italia nel 1939 (SE.PR.AL.) La gestione del Campo avvenne in collaborazione con l’E.C.A. C’era, inoltre, un ambulatorio provvisto di due camere per assistere feriti o chi aveva bisogno di particolari cure (p. 118).
Nel 1945 il C.R.P. aveva assistito 7.979 ospiti fra profughi, sfollati e sinistrati. Il numero totale degli assistiti nel 1946 era stato di 4.530 individui (p. 125).
Nel 1946 gli operatori dell’U.P.A.P.B. avevano distribuito circa 40 mila capi d’abbigliamento, successivamente erano state stanziate ulteriori somme di denaro per l’acquisto di vestiti e stoffe. Quando sorse il Laboratorio di Maglieria e Sartoria l’U.P.A.P.B. preferì acquistare stoffe per confezionare abiti da dare come sussidi straordinari agli assistiti e ai profughi del C.R.P. di Laterina.
In generale le distribuzioni erano molto più frequenti nel periodo natalizio e per l’Epifania: i cosiddetti pacchi natalizi e pacchi Befana. Possiamo portare un esempio: per il Natale 1947 venne offerto un pacco viveri del valore di lire 1.000 a ciascun capo-famiglia, contenente Kg. 2 di pasta, Kg. 1 di zucchero, Kg. 1,5 di pane, un vasetto di marmellata e gr. 350 di formaggio (p. 42).
Nella provincia di Arezzo, nel 1951, vennero organizzati quattro Centri Raccolta per profughi alluvionati del Polesine: a Cortona, Camaldoli, Castiglion Fiorentino ed Arezzo. Si cercò di sistemare gli altri presso le case private, elargendo gli alimenti e altri aiuti. Esisteva un diretto contatto fra questi Centri alluvionati e quello per profughi situato a Laterina, che era stato aperto fin dall’agosto 1948. Molto materiale indispensabile per allestire i nuovi Centri alluvionati provenne da Laterina e, nello stesso tempo, quando questi vennero chiusi, le cose che erano state offerte per gli alluvionati vennero cedute ai profughi giuliani di Laterina (p. 64).


Planimetria del CRP di Laterina, 1948

Il problema della disoccupazione dei profughi era molto più difficile da risolvere rispetto a quello delle altre categorie. Certi profughi erano analfabeti, oppure non erano iscritti nelle liste di collocamento, o avevano difficoltà ad inserirsi in un ambiente molto differente da quello di provenienza. La maggioranza di essi proveniva da zone di mare, dove esercitava professioni relative alla navigazione e quindi non trovava attività corrispondenti nella provincia aretina (p. 86).
I profughi giunti nei C.R.P. dovevano compilare due questionari necessari per ottenere l’iscrizione nei registri della popolazione del comune ed anche l’iscrizione nelle liste di disoccupazione. Per facilitarli nella ricerca di un impiego, il Ministero dell’Interno aveva concesso ai profughi, che erano in cerca di una occupazione, di poter ottenere dei permessi per potersi allontanare dai C.R.P.
Il problema principale dei C.R.P. era che i profughi, aiutati con sussidi e razioni-viveri, spesso non sentivano la necessità di reinserirsi nella vita civile. Per non incrementare l’ozio, i profughi erano impiegati nei lavori di manutenzione e amministrazione dei Centri di Raccolta stessi. Per esempio, nel 1950, nel C.R.P. di Laterina, la direzione cercava profughi da inserire nell’ambulatorio del Centro, come infermieri retribuiti (p. 87). 
Inoltre all’interno del Centro profughi di Laterina funzionava un laboratorio di calzoleria che dava possibilità a molti profughi disoccupati di essere indirizzati ad una attività lavorativa. Infatti un gran numero di profughi addestrati nel predetto laboratorio si erano dimessi dal Centro e avevano iniziato attività proprie. Per le donne ricoverate nel Centro c’era la possibilità di trovare impiego nel Laboratorio Scuola di Maglieria e Sartoria di Arezzo, dove le profughe lavoratrici ricevevano dei compensi proporzionati alle loro qualifiche (p. 89).
La Prefettura di Arezzo aveva invitato il Direttore del C.R.P. di Laterina ad avviare tutti i profughi bisognosi di ricovero sanitario presso l’ospedale della Misericordia di Montevarchi (p. 93), che richiedeva rette di ricovero più basse rispetto agli Spedali Riuniti di S. Maria sopra i Ponti di Arezzo (p. 94). È proprio un settore a parte quello dell’assistenza sanitaria ai profughi giuliani, raccolti dapprima nel Centro di Arezzo e poi, dall’agosto 1948, in quello di Laterina. Si pensi che nel C.R.P. di Arezzo non esisteva un servizio medico permanente e l’infermeria interna non era in buono stato a causa della mancanza di lavabi (p. 99).


Planimetria del CRP di Laterina, successiva al 1950

Costituzione del CRP di Laterina
Da una ricerca pubblicata nel web quale “Centro di documentazione on line sull’internamento e la prigionia”, si rileva che fra il settembre 1942 e il marzo 1943, nel Campo di concentramento di Laterina, inizialmente concepito come un attendamento per sottufficiali e truppa con una capacità 6.000 posti, erano reclusi dal minimo di 2.375 prigionieri inglesi iniziali, alla punta massima di 2.771 del novembre 1942, ma mai al di sotto del dato minimo.
Nel mese di agosto 1948 veniva costituito il C.R.P. di Laterina nel quale, in via provvisoria, fu attrezzata un’infermeria con mezzi di fortuna e materiali usati. All’inizio l’infermeria si trovava in condizioni molto precarie e non offriva sufficienti garanzie di igiene e funzionalità, ma ben presto assunse una struttura più adeguata alle esigenze del Centro. La baracca adibita ai servizi sanitari era formata da otto vani ed era dotata di un ambulatorio medico-chirurgico, di una sala per medicazioni e iniezioni e di una sala ostetrica, dove le pazienti erano ricoverate per circa 7-8 giorni dopo il parto (p.102).
I profughi giuliani, al loro arrivo erano condotti dall’addetto alla sorveglianza dell’igiene o dall’addetto alla sistemazione dei profughi nelle baracche. Poi passavano all’infermeria per essere sottoposti ad una serie di accertamenti sulle loro condizioni di salute (p. 103).
Nonostante le difficili condizioni in cui operava il Centro (affollamento, locali non del tutto attrezzati, riscaldamento ancora insufficiente, etc.), lo stato sanitario dei profughi poteva considerarsi abbastanza soddisfacente. Si erano verificate soprattutto affezioni leggere e mai a carattere epidemico. Nel Centro non c’erano state malattie connesse con stati di avitaminosi o causate da carenze alimentari. I parti avvenuti nel C.R.P. avevano avuto tutti esito positivo (p. 104). Le madri con i loro figli usufruivano del servizio offerto dal Consultorio Pediatrico e Materno, che forniva anche l’alimentazione necessaria alle madri più povere. L’ambulatorio dell’infermeria del Centro funzionava sia di mattina che di pomeriggio, mentre i turni notturni erano svolti da un solo infermiere (p.105).
Fino all’ottobre del 1948 i due Centri (Arezzo e Laterina) continuarono ad accogliere contemporaneamente i profughi. Alla chiusura del C.R.P. di Arezzo, coloro che necessitavano ancora di assistenza vennero trasferiti nel nuovo Centro, gli altri furono liquidati con un apposito sussidio (p. 133).

Centro Raccolta Profughi di Laterina, pianta, prospetto e sezioni della Baracca n.1. Agosto 1948

Il 19 agosto 1948 veniva aperto il Centro Profughi di Laterina, nelle vicinanze di Arezzo. Questo Centro, che dipendeva dal Ministero dell’Interno, a differenza di quello di Arezzo, era in grado di ospitare un numero maggiore di profughi ed aveva un’organizzazione molto più efficiente.
Infatti il Ministero dell’Interno aveva dato disposizioni per la chiusura dei Centri più piccoli in modo da raggruppare in quelli più importanti e con maggiore capienza, coloro ai quali non era stato ancora possibile trovare una sistemazione (p. 138). Il Centro di Laterina era in collegamento con quello di Smistamento di Udine, per i profughi provenienti dalla Venezia Giulia e Dalmazia e con quello di Napoli per coloro che provenivano dall’Africa. Mentre nei primi anni di vita del Centro i profughi affluivano da diversi paesi (Egeo, Romania, Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia, Albania, Croazia, Bosnia, Venezia Giulia, Francia, Eritrea, Tunisia, Libia), ma in prevalenza dalla Venezia Giulia, a partire dalla seconda metà degli anni ‘50 fu più consistente il flusso dall’Africa.
Il Centro Profughi di Laterina, che sorgeva a Km. 18 dalla città di Arezzo. Era situato in aperta campagna, non distante dal fiume Arno, in una zona raggiungibile sia in treno che in autocorriera. Il Centro non era di nuova costruzione, ma era sorto durante la guerra come campo di concentramento per prigionieri. Prima furono imprigionati gli inglesi e poi, dopo la liberazione, tedeschi e repubblichini.
Tutti i 193 C.R.P. costituitisi in Italia erano sorti in ex campi di prigionia o nelle caserme lasciate libere dai soldati. Il campo di concentramento di Laterina fu allestito in modo da potere contenere nelle baracche circa 3.500-4.000 prigionieri. Le baracche del campo di concentramento, al momento della sua chiusura, erano state lasciate completamente vuote, prive di qualsiasi oggetto di arredamento, tranne i letti (p. 140). 
Il dato dei 193 C.R.P. non concorda con quello rilevabile in letteratura. Ci sono dati discordanti coi 109 C.R.P. menzionati da padre Flaminio Rocchi e con i 140 C.R.P. rilevati da Guido Rumici.

Centro Raccolta Profughi di Laterina, pianta, prospetto e sezioni della Baracca n. 1, modificata dopo il 1950 con la suddivisione in varie stanze

Le prime 19 baracche
All’inizio del 1949 nel C.R.P. di Laterina erano in funzione solo 19 baracche adibite ad alloggio per i profughi e altre baracche che servivano rispettivamente come cinema, scuola, barbiere, centralina elettrica, infermeria, alloggio per gli addetti al Centro, asilo, chiesa e magazzini vari (p. 143).
Gli alloggi del Centro erano suddivisi in piccole stanze di quattro metri quadrati. All’inizio i box erano delimitati da tende sospese a fili ed in seguito da pareti di legno in modo da garantire un minimo di vita privata alle famiglie accolte nel Centro che potevano sistemare la parte a loro assegnata come ritenevano (p. 145). Nel 1954 ancora 40 famiglie vivevano in promiscuità non essendo state divise tutte le camerate (p. 146).
Nel 1949 le baracche del Centro furono dotate di stufe a legna, per la cui costruzione fu indetta una gara di appalto tra le varie ditte della zona. Se inizialmente c’era una sola stufa per baracca, successivamente il loro numero venne aumentato. Inoltre nelle baracche i profughi potevano servirsi di angoli cottura per riscaldare o cuocere il cibo assegnato. Per la confezione dei pasti e per il riscaldamento veniva concessa una razione giornaliera di legna di Kg. 1,500 a persona nei mesi invernali (in seguito aumentati a Kg. 2), mentre nei periodi più caldi la razione era di Kg. 1 al giorno (p. 148).

Cartolina intitolata al Centro Raccolta Profughi di Laterina

Dopo circa un mese dalla sua apertura, il Centro ospitava già 1.000 profughi. Questo fatto dimostra che era uno dei più importanti tra quelli esistenti in Italia. Già nell’ottobre 1948 la condizione degli alloggi era molto migliorata grazie ai lavori effettuati e rispetto alla situazione di molti altri Centri compreso quello di Arezzo, poteva essere ritenuta soddisfacente anche dal punto di vista dell’igiene e delle comodità (p. 149).
La mancanza di lavoro costringeva i profughi a vivere dei soli sussidi governativi e ciò influiva negativamente sulla loro condizione psicologica, soprattutto su quella dei giuliani-dalmati che erano una popolazione tradizionalmente laboriosa (p. 151).
Controlli particolari dovevano essere fatti presso uffici, magazzini e ai confini del C.R.P.; quest’ultimo, infatti, nel 1949 non era ancora recintato e nella campagna circostante si trovavano mine inesplose (p. 161).
Per esempio un articolo de1 2 luglio 1954 de "La Nazione" descriveva il Centro profughi di Laterina come un tranquillo villaggio di 760 persone di provenienze differenti. Questo era composto di 36 stabili comprendenti una chiesa, una scuola elementare, un asilo nido, 2 spacci ben forniti, un efficiente infermeria, magazzini vare, un garage (p. 170).
Il Campo Profughi aveva le scuole. Nel 1956 erano 140 i bambini iscritti nelle scuole elementari, nel 1958 erano invece 170 (p. 199). Nel 1959, oltre ai 2 Kg giornalieri di legna consegnali a tutti i profughi del C.R.P., venivano impiegati per il riscaldamento delle aule scolastiche, per la refezione dei bambini delle scuole e dell’asilo gestito dal Centro Italiano Femminile e l00 gr. giornalieri pro-capite per il funzionamento di docce e lavanderia (p. XXXIII dell’Appendice).
Verso il 1960 venne descritta la cattiva organizzazione della struttura. Tale relazione è in parte giustificata dal fatto che, nel 1960, il Centro di Laterina si avviava ormai alla fase finale del suo funzionamento e per questo motivo si evitava di spendere cifre consistenti per le riparazioni (p. 172).
Laterina, Centro Raccolta Profughi, processione 1949. Fotografia ISTORETO, Torino

Il pacco della Befana e le clientele
Possiamo portare un esempio relativo alla composizione del pacco dono per la festa della Befana del 1954. Il pacco dono per i bambini di età compresa tra 0 e 2 anni, che erano 24, conteneva: 1 giocattolo, 1 busta di talco, 1 paio di scarpette, 1 pacchetto di caramelle, 1 torrone, una mela e un mandarino, un Kg. di zucchero.
Quello per i bambini di età compresa tra 3 e 12 anni, che erano 116 conteneva: un Kg. di zucchero, due Kg. di pasta, un Kg. di riso, un panettone, un bicchiere di marmellata, due mele e due mandarini, un pacchetto di caramelle, un torrone, un giocattolo (pp. 203-204).
La Democrazia Cristiana, in pratica, è l’unico partito politico che si interessò alla vita e ai problemi dei C.R.P. Una testimonianza di questo interessamento è data dalla visita che l’onorevole Amintore Fanfani fece al Centro Profughi di Laterina nella primavera del 1960. Detto interesse era anche giustificato dal fatto che quasi tutti i profughi votavano per la D.C., e durante tutto il periodo in cui il Centro rimase in vita, nel comune di Laterina ci fu una giunta democristiana. Poi di sinistra (p. 179).
Scheda di registrazione di Giorgio Pastrovicchio, nato a Valle d'Istria nel 1884 e finito esule a CRP di Laterina (fronte e retro). Si noti il transito dal Centro di Smistamento Profughi di Udine. Collezione famiglia Pastrovicchio, Pessinetto, città metropolitana di Torino.



La chiusura del Campo Profughi di Laterina
La chiusura di tutti i C.R.P. italiani era fissata per il 31 dicembre 1963 ed in vista di questa data il Ministero dell’Interno aveva intensificato l’azione intesa a convincere profughi a lasciare spontaneamente i Centri, sia maggiorando le indennità previste, sia con altri incentivi, come la preparazione degli alloggi per profughi e la concessione delle stoviglie, letti ed altre suppellettili (p. 216).
La data di chiusura dei Centri profughi era stabilita dalla legge del 14/10/1960 n° 1219. La chiusura del Centro di Laterina doveva avvenire nel giugno del 1963; nel maggio erano ancora ricoverati in questo Centro 82 famiglie di profughi, di queste  una parte fu trasferita ad altri centri, altri furono dimessi, mentre altri rimasero a Laterina fino al luglio seguente. 
Il 30 giugno 1963 furono fatti partire profughi diretti ad altri C.R.P.; il movimento dei profughi trasferiti era il seguente: al Centro profughi di Tortona n° 4 persone; al Centro profughi di Pigna n° 16 persone; al Centro profughi di Gargnano n° 6 persone; al Centro profughi "Le Fraschette" (Alatri) n° 44 persone; al Centro profughi di Brindisi N° 3 persone. Le masserizie appartenenti a queste persone furono spedite solo in un secondo tempo (p. 218).
Secondo padre Flaminio Rocchi, nel suo L'esodo dei giuliani. fiumani dalmati (edito a Roma 1970, vedi p. 195), negli anni ‘70 c’erano ancora dodici C.R.P. funzionanti in Italia: Alatri, Aversa, Bari, Gargnano, Marina di Carrara, Napoli, Pigna, Tortona e Trieste, che ne aveva ben quattro. Questi campi ospitavano 3.842 profughi.
Il Centro profughi di Laterina, nei momenti di massima affluenza, arrivò ad ospitare fino a 2 mila persone, accogliendo oltre ai profughi della Venezia Giulia, anche quelli provenienti dall’Africa (p. 230).
Tra le curiosità si note che l’automobile Fiat 508, Balilla, messa a disposizione dall’U.P.A.P.B.,  serviva principalmente agli impiegati che dovevano recarsi ad Arezzo per questioni inerenti al loro lavoro, mentre l’autocarro era utilizzato per gli spostamenti dei profughi. Il treno non era un mezzo molto comodo per i profughi del Centro, in quanto la stazione ferroviaria era distante e quindi scomoda da raggiungere (p. XXXVII Appendice).
Bambini al CRP di Laterina

Iconografia  e ringraziamenti
Le fotografie sono della Collezione Aldo Tardivelli di Genova, se non altrimenti precisato. Per la collaborazione alla ricerca sono riconoscente a Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Arezzo, perché cortesemente mi ha trasmesso il testo della tesi di laurea, copia dei progetti di ristrutturazione delle baracche del CRP di Laterina ed altro materiale di studio.

Collezioni private
- Collezione Giuliana Filipovich, esule a Torino. 
- Collezione famiglia Pastrovicchio, Pessinetto, città metropolitana di Torino, fotografie, documenti e memoriale dattiloscritto.

Bibliografia
- Ivo Biagianti (a cura di), Al di là del filo spinato. Prigionieri di guerra e profughi a Laterina (1940-1960), Comune di Laterina, Stampa Centro editoriale toscano, pagg. 163 ; ill., s.d. [ma, 1999-2000?].
- Sabrina Caneschi, L’Assistenza post-bellica in Italia. Organizzazione e settori d’intervento, Tesi di Laurea, Università di Firenze, Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Relatore prof. Sandro Rogari, Anno Accademico 1990-1991, pp. 263+LXXIV. 
- Francesca Lisi, L’Assistenza post-bellica ad Arezzo. Il Centro Raccolta Profughi di Laterina, Tesi di Laurea, Università di Firenze, Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Relatore prof. Sandro Rogari, Anno Accademico 1990-1991, pp. 268+XC. 
- Presidenza del Consiglio dei Ministri (a cura di), L’assistenza in Italia, 1953. 
- Flaminio Rocchi, L'esodo dei 350 mila Giuliani Fiumani e Dalmati, Roma, Edizioni Difesa Adriatica, 1990.
- Guido Rumici, Infoibati, 1943-1945: i nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Milano, Mursia, 2002.
Aldo Tardivelli, “Un filo spinato… non ancora rimosso”, testo videoscritto in formato Word, s.d., p. 1-7.

Sitologia
- E. Varutti, Esodo da Fiume al Campo Profughi di Laterina, 1950, articolo nel blog del 2017.


- E. Varutti, Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948, articolo del 2017.

Interessante documento d'identità dell'International Refugees Organization (IRO)di Fiorito Filipovich, nato a Udine e registrato a Laterina il 20 settembre 1949. Ringrazio la figlia Giuliana Filipovich, di Torino che, in un messaggio in Facebook del 1° marzo 2017, mostrando questo documento, ha spiegato l'esodo del babbo così: "Da Fiume a Laterina".

Per approfondimenti si veda una serie di articoli sul sito www.informarezzo.com sul Campo di prigionia e poi un Campo profughi in provincia di Arezzo, con fotografie originali e mappe.

venerdì 3 marzo 2017

Funerale di Silvio Cattalini a Udine

C’erano il vice sindaco Carlo Giacomello, il presidente della Provincia di Udine, onorevole Pietro Fontanini, molte altre autorità e tanta gente al funerale di Silvio Cattalini, esule da Zara. Le esequie sono state celebrate a Udine da monsignor Giancarlo Brianti, nella Chiesa della Beata Vergine del Carmine, in Via Aquileia, opera del 1503.
Monsignor Giancarlo Brianti celebrando il funerale di Cattalini ha usato parole gentili ed affettuose con dei colti riferimenti alle Sacre scritture, tra quelli che stanno di qua e di là del mare 

Famoso perché custodisce il sarcofago di Beato Odorico da Pordenone, eseguito da Filippo De Santi tra il 1331 e il 1332, questo stesso luogo di culto, nel 1953-1958 vide la celebrazione di decine di matrimoni di giovani profughi istriani e dalmati, alloggiati al Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano.
Il feretro di Cattalini, ricoperto dalla bandiera dalmata con le teste dei tre leopardi in campo azzurro, è stato portato vicino all’altare maggiore con la scorta dei labari dell’Associazione “Giuliani nel mondo”, di Trieste e dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, di cui un alfiere portava pure una bandiera.
Tra le autorità si sono notati il senatore Mario Pittoni, la professoressa Letizia Burtulo e Paolo Braida dell’Università della Terza Età di Udine. Poi c'erano Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di UdineRenzo Pravisano, consigliere comunale a Udine, Silvano Varin, presidente dell’ANVGD di Pordenone, lo scrittore Mauro Tonino, il direttore della Biblioteca civica di Udine, Romano Vecchiet, l’ingegnere Sergio Satti da Pola, per decenni vice presidente dell’ANVGD di Udine, la segretaria Savina Fabiani e i consiglieri Fulvio Pregnolato e Franco Fornasaro.
Tra gli insegnanti presenti, si è notata la professoressa Elisabetta Marioni dell’Istituto Stringher di Udine. Tra i presenti c’era Agostino Maio, capo di gabinetto della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.

In prima fila c’erano i familiari, come il figlio di Fulvio e le figlie Daniela e Sandra, con i nipotini. Tutti, orgogliosamente, col fazzoletto azzurro coi tre leoni stretto al collo.

Il saluto partecipe di Carlo Giacomello, vice sindaco di Udine

Tra gli esuli c’erano Onorina Mattini e Eda Flego da Pinguente, Flavio Fiorentin e Celso Giuriceo da Veglia, Franco Fornasaro da Pirano, Giancarlo Randich, Chiara Dorini, Egle e Odette Tomissich da Fiume, Bruno Bonetti, con avi di Zara e Spalato, Giorgio Gorlato e Armando Delzotto da Dignano d’Istria, Giorgina Vatta da Pola, i fratelli Gabriele e Licio Damiani, da Lussino, Bruno Rossi con parenti da Sebenico, Angelo Viscovich da San Lorenzo di Albona. Mi scuso sin d’ora se ho dimenticato qualche altro nome, ma la chiesa era gremita di persone.
Al termine della cerimonia Carlo Giacomello ha portato i saluti di Furio Honsell, sindaco di Udine, assente perché impegnato all'estero. Giacomello ha ricordato quanto «Silvio Cattalini si sia speso per realizzare il Parco Vittime delle Foibe, inaugurato il 25 giugno 2010, per fare i convegni sull’esodo istriano sul Giorno del Ricordo e i libri su Zara e sul Centro Smistamento Profughi, da dove sono transitati oltre centomila persone in fuga dall’Istria, Fiume e Dalmazia». 
Gli ha fatto eco Pietro Fontanini. «Bisogna ricordare la grande attività di Cattalini – ha detto Fontanini – per dare dignità al popolo giuliano dalmata in fuga dalle violenze della fine della guerra e del dopoguerra, incontri pubblici, presentazioni di libri, conferenze di storici, interventi nelle scuole, come all’Istituto Stringher e allo Zanon, era una persona instancabile».
Poi ha parlato Bruna Zuccolin, vice presidente dell’ANVGD di Udine. «Il comandante degli esuli se ne è andato – ha esordito la Zuccolin, che ha parenti istriani – è volato sopra la sua Zara, che tanto amava e che tanto ci ha insegnato ad amare. Riprendiamo le parole della famiglia e del quotidiano che gli ha dedicato un articolo bellissimo per ricordarlo. Mentre leggevamo quelle parole, ci sembrava che Silvio fosse ancora accanto a noi e che stessimo leggendo e commentando insieme, come eravamo soliti fare».
In prima fila Carlo Giacomello, vice sindaco di Udine e Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine, con le fasce delle istituzioni pubbliche

Poi la Zuccolin ha aggiunto: «Il Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD vuole ricordare il proprio presidente, il creatore, l’anima, la guida, la figura caratterizzante dell’associazione stessa. Silvio ha percorso il tragitto del profugo, dell’esule. Nel proseguo della vita, la passione, la nostalgia, la volontà di tornare a Zara gli hanno fatto accettare la nuova realtà, con cui si è sempre confrontato serenamente, divenendo il fondatore della politica del disgelo tra le opposte rive dell’Adriatico. Silvio è stato un grande uomo, di grandi passioni e di grandi imprese, ma anche umile, come lo sono i grandi. Amava raccontare, amava scherzare e sorridere, amava la vita. Ci ha dato e ci ha insegnato tanto. Noi abbiamo il dovere di raccogliere la sua eredità morale e di portare avanti con altrettanta passione e impegno quello che ha costruito. Grazie Silvio!».

In seconda fila i figli e i nipoti del compianto Silvio Cattalini
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Le belle parole di Lucio Toth
Pubblichiamo volentieri l’intervento di Lucio Toth, datato 3 marzo 2017 col titolo: “Se ne è andato un dalmata vero. Uomo forte e schietto, Silvio Cattalini resterà una figura indimenticabile della diaspora giuliano-dalmata”.
“Ora è volato nella sua Zara…” Così mi ha annunciato la morte di Silvio Cattalini l’amico Rudi Ziberna nella notte fra il 28 febbraio e il 1° marzo. Un colpo per tutti noi, “veci” dell’ultima generazione di esuli nati nelle nostre città ancora italiane.
Ma ci ha lasciato Silvio un esempio di serena e combattiva tenacia, una fiaccola accesa da portare con orgoglio nel buio di una memoria che ci veniva disconosciuta.
Una memoria al cui recupero Cattalini ha dato un contributo decisivo. Sulle orme del padre Toto, barcagnusso patocco (di Barcagno schietto; la riviera di Barcagno è nella parte di Zara dove c’era la fabbrica dei Luxardo e il villino Calestani), costruttore di maone e brazzere (imbarcazioni tipiche), di armi da regata, di barche da diporto per solcare le onde delle nostre isole, Silvio ne ereditò l’amore per la ricerca storica su eventi che aveva vissuto in diretta nei giorni più tragici della nostra vicenda di istriani, fiumani e dalmati.
Questa immagine è stata composta appositamente in memoria di Silvio Cattalini da Claudio Ausilio, delegato provinciale dell'ANVGD di Arezzo, dopo aver letto il toccante intervento di Lucio Toth

I convegni di studio da lui organizzati con il comitato provinciale di Udine dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e altri comitati in tutta Italia nei decenni fra il 1990 e il 2010 - e ancora dopo quando la sua fibra cominciava a denunciare i primi cedimenti dell’età - instancabile sempre e inventore di tematiche che spaziavano su tutta la storia degli italiani dell’Adriatico orientale, sono stati decisivi, con gli atti che con umile pazienza ricostruiva, per far conoscere e diffondere la realtà umana di una gente che ha dato all’Italia nei secoli artisti e scienziati, letterati e uomini d’azione che ne hanno definito l’identità nazionale, dai due Laurana all’Orsini, a Francesco Patrizi, al Tommaseo.
Era forte di carattere come le rocce della sua Dalmazia e schietto di linguaggio, quando voleva denunciare, senza arroganza, quelle che lui riteneva debolezze e contraddizioni delle nostre associazioni di esuli.
E tra quelle isole, quelle scogliere, quei valloni avvolti da boschi di  pini, tornava ogni estate per pescare spari e branzini e nuotare nel suo mare, quasi gli comunicasse ogni volta il ritmo vitale dell’infanzia e dell’adolescenza, come tutti noi sentiamo quando ci immergiamo in quelle acque limpide e sincere che ci hanno insegnato il coraggio e l’orgoglio di dalmati, la sicurezza nell’affrontare le avversità, la poesia ritrovata di un tramonto tra gli scogli del Quarnaro e l’arcipelago di Zara. Addio, Silvio".
Lucio Toth, Presidente onorario Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Trieste.

La bandiera coi tre leopardi dalmati sulla bara
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Altri piccoli messaggi dal web
Sono state segnate le condoglianze dall’ANVGD di Grosseto, di Arezzo e di altre località, anche dall’estero, come per i dalmati di Toronto, Canada, o per quelli dagli USA.
Daniela Dotta, dal Veneto, riferendosi al nostro Cattalini, il 28 febbraio 2017 ha scritto in Facebook: «Un grande simpatico Leone sempre senza fazzoletto ai raduni… Ci mancherai al banchetto, ma un fazzoletto te lo metteremo comunque da parte».
Oreste Pocorni, nato a Zara nel 1939, esule a Ravenna su Facebook il 1° marzo 2017 ha scritto «Ho dei bei ricordi di alcuni viaggi a Zara in cui era un appassionato e competente guida».
Mauro Tonino, il 3 marzo 2017, ha scritto in Facebook: « Ci ha lasciati l'ingegner Cattalini, anima e Presidente dell'A.N.V.G.D. Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Udine, esule di Zara e ponte tra chi ha dovuto andar via e chi è rimasto. Un uomo fermo nelle sue convinzioni e costante nell'opera di divulgazione storica sui tragici fatti che toccarono Istria e Dalmazia, sempre espressi con pacatezza e saggezza. Mi piace ricordarlo così, mentre presentavo il mio romanzo ROSSA TERRA proprio presso la sede dell'Associazione, sorridente, come ogni volta che si parlava di quella splendida terra che sta di là dell'Adriatico. Buon vento Silvio!».


Il cordoglio di Carlo Montani, esule da Fiume e di Giorgio Gorlato, da Dignano d'Istria
Riporto qui di seguito un commosso intervento sulla scomparsa di Cattalini inviatomi da un esule da Fiume. Si tratta di Carlo Cesare Montani, ora a Trieste.

«Caro Professore,
trovandomi fuori sede, apprendo soltanto ora la tristissima notizia della scomparsa di Silvio Cattalini, che mi colpisce dolorosamente, avendo avuto la ventura di conoscere da lunga data il versatile patriottismo e la viva umanità di un Uomo che, come tutti noi, era molto legato ai valori della tradizione, pur essendo sempre disponibile ad ascoltare anche le ragioni degli altri. Silvio era una roccia, tanto da far pensare a tutti noi che il suo fosse un messaggio perenne di forza e di continuità.
L’ingegner Cattalini era stato anche un importante Dirigente d'Azienda, e quindi avevo potuto apprezzare, a più forte ragione, le doti di pragmatismo e di realismo del Collega, sempre pronto ad impegnarsi, tra l'altro, a favore di una categoria troppo spesso bistrattata, ma di fondamentale importanza nella vita economica. Erano doti che, direi naturalmente, aveva trasferito anche nell'associazionismo giuliano-dalmata.
Amava la vita, come è stato giustamente ricordato, ma partecipava alle iniziative della nostra memorialistica più impegnata in modo assai sentito, talvolta commosso: come mi accadde di constatare, ad esempio, in occasione della scopertura del Cippo di Pagnacco in memoria dell'eroico Maresciallo Arnaldo Harzarich, protagonista dei recuperi di non poche Vittime delle Foibe dopo la "prima ondata" del 1943.
Sono ricordi molteplici, che si estendono alla presenza di Cattalini, quale Vice Presidente Nazionale dell'ANVGD, a diverse iniziative del Comitato di Firenze, tra cui la presentazione del mio libro dedicato a Don Luigi Stefani, Concittadino di Silvio, Cappellano degli Alpini e grande patriota; o la scopertura del Cippo di Trespiano in onore di tutte le nostre Vittime.
Non era alieno dal capire le ragioni degli altri: giova ripeterlo, per aggiungere che le discuteva, anche in occasione di valutazioni dissenzienti, in un'ottica di dialogo, di confronto e di approfondimento, ed in ogni caso di amicizia, che mai avrebbe rinnegato, al pari degli affetti familiari, cui era legatissimo, al pari dei cavalieri senza macchia del buon tempo antico. In questo senso, resta un esempio ed un punto di riferimento per tutti, suffragando la continuità delle Presenze davvero egregiamente meritevoli : "non omnis moriar"!

Carlo Cesare Montani
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Anche Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria a Udine, ha voluto esprimere i suoi sentimenti riguardo alla scomparsa di Silvio Cattalini.

"Caro prof. Elio Varutti,
come al solito sei stato molto puntuale, attento, sensibile e circostanziato nel descrivere e fare memoria del momento particolarmente doloroso e commovente dell'ultimo saluto che, in una Chiesa del Carmine affollata di Autorità, esuli e cittadini udinesi. È stato dato al nostro "mitico", insostituibile presidente ingegnere Silvio Cattalini. Con la sua instancabile energia, con la sua voglia incrollabile di tenere sempre accesi il ricordo e la memoria della sua Zara e delle nostre terre perdute, Silvio Cattalini è già entrato, a buon diritto, nella storia del nostro drammatico esodo e, più in generale, del triste dopoguerra dell’Italia tutta. È stato un personaggio di grande valore, figura carismatica e trascinante, schietto, simpatico a tutti. Per tanti anni è stato un punto di riferimento ineguagliabile dell’ANVGD di Udine e non solo, avendo ricoperto incarichi importanti in seno all’Associazione anche a livello nazionale. Tutta la mia stima ed il mio affetto vadano all’ingegnere Silvio Cattalini al quale volevo, anzi, voglio molto bene. Egli occuperà per sempre un grosso spazio nella mia memoria e nel mio cuore. “A Dio” indomabile leone di Zara! Grazie Elio per il tuo prezioso ricordo del nostro amato Presidente".

Giorgio Gorlato

Una poesia di Giuseppe Bugatto
Di un altro zaratino, nato nel 1924, si propone ora una poesia in quel dialetto che risuona da secoli nelle calli e nelle strade di Zara. È una lirica di Giuseppe Bugatto, deceduto esule a Udine nel 2014, tratta dal suo piccolo libro intitolato “El ramo scavezzà”, pubblicato dall’ANVGD di Udine nel 1990, con disegni di Melisenda de Michieli Vitturi. Ricordo che il professore Giuseppe Bugatto era detto "Juniore", per non confonderlo con l'omonimo, pure lui di nome Giuseppe Bugatto (Zara 1873-Grado 1948), che fu deputato al parlamento di Vienna . 
Tramonto in riva è la poesia di Bugatto che ho scelto per ricordare Silvio Cattalini.  

Tramonto in riva
El mar xe una lastra de luse,
i veri
infogai dal tramonto
par stizzi che brusa.
Un caicio
xe fermo in Canal
nel cor
de sta luse difusa
la riva
la par de coral
e nel grando silenzio
incantado
se senti svolar el cocal.

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Riferimenti  bibliografici
- Mario Blasoni, Fu il primo a proporre la politica del disgelo, «Messaggero Veneto», 1 marzo 2017, p. 19.
- Emilia Calestani, Memorie. Zara, 1937-1944, (1.a edizione: Sanremo, provincia di Imperia 1978), a cura di Sergio Brcic e Silvio Cattalini,  Udine, Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, 2013.
- Antonio Cattalini, I bianchi binari del cielo, Trieste, L’Arena di Pola, 1990.

- Paolo Medeossi, Addio a Cattalini, bandiera degli esuli, «Messaggero Veneto», 1 marzo 2017, p. 19.
- Giacomina Pellizzari, L'addio a Cattalini: "Grazie all’ingegnere che portò Zara tra noi", «Messaggero Veneto», 4 marzo 2017, p. 23.
- Rosanna Turcinovich Giuricin, Addio al fautore della politica del disgelo, «La Voce del Popolo», 2 marzo 2017.
Rosanna Turcinovich Giuricin, Gli appunti di Stipe in italiano e in croato perché i giovani conoscano le radici della storia, «La Voce del Popolo», 31 dicembre 2016.

- Elio Varutti, Il Campo profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Edizioni ANVGD Comitato provinciale di Udine, 2007.
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Le fotografie sono di Fulvio Pregnolato, che ringrazio per la cortese collaborazione.
Redactional e networking di Elio Varutti.


Rassegna stampa



L'ultimo atto

mercoledì 1 marzo 2017

Esuli giuliano dalmati nella Bassa friulana, conferenza a Gonars

C’era vento e pioggia, eppure una trentina di abitanti di Gonars e di Aiello del Friuli erano lì, in sala, per sentire il racconto sugli esuli istriani.
Fauglis, Centro civico - Scambio di doni tra Elio Varutti e Marino Del Frate, sindaco di Gonars, vicino a Marco Sicuro, presidente dell'Associazione Stradalta di Gonars. Fotografia di Maria Cristina Stradolini

Il 24 febbraio 2017, alle ore 20,45 presso il Centro Civico di Fauglis, in via IV Novembre, 88 a Gonars il professore Elio Varutti, componente del Consiglio Direttivo dell’ANVGD Comitato Provinciale di Udine, ha illustrato la conferenza intitolata: “Esuli nella Bassa friulana. L’esodo d’Istria, Fiume e Dalmazia e il Campo Profughi di Udine”. L’evento è stato organizzato dall’Associazione Stradalta di Gonars, presieduta da Marco Sicuro, in collaborazione con il Comune di Gonars.
C’è stato il saluto di Marino Del Frate, sindaco di Gonars, che ha voluto accennare a qualche ricordo personale: «Mi viene in mente che quando ero giovane – ha detto il sindaco - e gli adulti parlavano di profughi istriani e di foibe era tutto un bisbiglio, un parlare sottovoce, non ho mai capito se fosse per pudore o per altri motivi». Sull’importanza del Giorno del Ricordo si è trattenuta Maria Cristina Stradolini, assessore comunale alla Cultura di Gonars «anche se ne parliamo il 24 di febbraio, anziché il giorno 10 per noi è importante questo ricordo, come è stato fatto nelle nostre scuole, parlando poi di vari temi storici del Novecento, come la Shoah».
Diciamo che dopo tale evento l’icona degli esuli giuliano dalmati nella Bassa friulana è la fotografia del 1948 del maestro Renato Lupetich con una classe di scolare di Latisana, mostrata ai presenti con le dovute spiegazioni.
Il maestro Renato Lupetich con le sue scolare a Latisana, dove insegnò tra il 1948 e il 1958. Finì la sua carriera scolastica con la qualifica di direttore didattico di Palazzolo dello Stella. Collezione privata Belluno.

Renato Lupetich era nato a Fiume il 3 marzo 1900 e morì nel 1960, quando era direttore didattico a Palazzolo dello Stella, in provincia di Udine. È il racconto del figlio, Giovanni Lupetich, a precisare i fatti, come ha ricordato Varutti. Il testimone ha proseguito: «Mio padre si è laureato in Pedagogia a Urbino il 16 giugno 1955, col rettore Carlo Bo. Renato Lupetich era un “ufficiale postale”, poi legionario di D’Annunzio, come pure mio zio Nereo Lupetti. Essi sono citati in un libro di Amleto Ballarini, intitolato: Diedero Fiume alla patria. Mio padre era perito contabile e lavorava a Fiume alla Raffineria di Olii Minerali Società Anonima, costruita tra il 1882 e il 1883 (ROMSA), dopo l’esodo mio padre fece il maestro a Pertegada, a Latisana e a Gorgo di Latisana, in provincia di Udine». Varutti ha ringraziato pubblicamente il signor Giovanni Lupetich, di Belluno, che ha fornito vari documenti originali sull’esodo del babbo, il maestro Renato Lupetich.
Prima di questo racconto Varutti ha portato i saluti ai presenti dei dirigenti dell’ANVGD di Udine. Dal presidente ingegnere Silvo Cattalini, esule da Zara, molto ammalato e di Bruna Zuccolin, vice presidente dello stesso sodalizio.
Una ricerca del 2014 ha individuato gli esuli istriani ricordati dai friulani. I professori del Laboratorio di Storia dell’Istituto “B. Stringher” di Udine dal 2009 hanno iniziato un progetto dal titolo “Vivere in tempo di guerra”. L’obiettivo era di analizzare la vita nella Seconda guerra mondiale in Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con l’Archivio di Stato di Udine (Asud), con varie ricadute nel web. Una parte del progetto si sviluppò attraverso un questionario cartaceo che gli studenti sottoposero a testimoni diretti degli eventi.
Elio Varutti, Marino Del Frate e Marco Sicuro a Fauglis. Fotografia di Maria Cristina Stradolini

Una parte del questionario riguarda i profughi dell’esodo giuliano dalmata, così si è raccolto vario materiale, intitolandolo “I Profughi istriano dalmati nel ricordo dei friulani”.
In tutta l’indagine, fino al mese di febbraio 2014, sono state raccolte 59 testimonianze, delle quali 40 della provincia di Udine, 14 della città di Udine e 5 di altre realtà dell’Italia.
Col coordinamento del professor Giancarlo Martina, le allieve Irene Campagna e Agnese De Giorgi, della classe 3^ A Turistico sono state incaricate di analizzare, con l’ausilio di strumenti informatici di laboratorio, i dati raccolti per le seguenti domande: Finita la guerra sono arrivati profughi nel suo paese? Da dove venivano i profughi? Quanti erano?
Su 40 intervistati della provincia di Udine, 13 di essi hanno risposto affermativamente: hanno conosciuto gli esuli. Si ricordavano di qualche nucleo famigliare proveniente dall’Istria, Zara e Fiume o più genericamente dalle “zone di confine”. A Flambro ci si rammenta di due famiglie di Cherso. Più numerosi i profughi arrivati tra Flambro e Castions di Strada; da 50 a 100 individui. A Cervignano ci sono le case degli esuli. A San Giorgio di Nogaro c’è il Villaggio Giuliano di 30 appartamenti, con qualche loro discendente. Altre forti comunità di esuli sono presenti a Grado (GO) e a Bibione (VE).
Rassegna stampa

Dopo qualche domanda di Marco Sicuro, presidente dell’Associazione Stradalta di Gonars, è intervenuto il professor Stefano Perini per «comunicare alcuni dati sul Comune di Aiello del Friuli riguardo ai profughi italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia nel 1945, c’erano 110 profughi italiani di Zara e molti altri dell’Istria nel 1946». Si è svolto, infine, un piccolo dibattito col pubblico interessato.
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RINGRAZIAMENTI 
Ringrazio sentitamente il signor Giovanni Lupetich, con padre di Fiume. Egli è nato a Udine nel 1953 ed è residente a Belluno; è stato da me intervistato al telefono il 10-14 giugno, il 7 agosto 2016, oltre ad un contatto faccia a faccia del 1° settembre 2016, verificatosi a Udine assieme a sua figlia Marianne Lupetich.

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Riferimenti sitologici
E. Varutti, Memorie italiane su Fiume, esodo 1947, articolo nel web del 2016 sul maestro Renato Lupetich di Fiume.

E. Varutti, L’esodo giuliano dalmata a Udine visto da Gli Stelliniani, articolo nel blog di Varutti sull’incontro svoltosi al liceo classico “J. Stellini” di Udine nel 2016.