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lunedì 17 dicembre 2018

Gita a Zagabria per i mercatini di Natale


La capitale croata, che conta 809 mila abitanti, è una città con due anime diverse. C’è la Città Alta, in croato Gornji Grad. 
Zagabria, 8 dicembre 2018, il tram di Babbo Natale. Fotografia di Daniela Conighi

Al suo interno c’è il Captol, forse stazione militare romana e capitolo religioso dal 1093, anno di fondazione della diocesi, con le parti più antiche dell’abitato urbano. Qui si trovano le pittoresche stradine avviluppate attorno alla Cattedrale e al Castello. Poi c’è la Città Bassa (Donji Grad), una zona a pianta ortogonale, più vivace con prestigiosi edifici barocchi e palazzi ottocenteschi.
Nel periodo natalizio a Zagabria si respira un’atmosfera incredibile e festosa, grazie ai meravigliosi addobbi nelle vie del centro storico. È il periodo dell’Avvento. Quest’anno ci ha partecipato anche un gruppo di soci del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine e Elio Varutti, vice presidente del sodalizio erano tra di loro.
Zagabria, la Città alta. Fotografia di Elio Varutti

Il 2018 è stato un anno intenso riguardo alle attività turistico istruttive dell’ANVGD di Udine con gite istriane a Antignana per la festa del prosciutto, alla basilica Eufrasiana di Parenzo, a Zagabria (Croazia), a Cilli (Slovenia), a Magdalensberg, vicino a Klagenfurt (Austria) e varie visite di delegazione a Grado (GO) con i dirigenti ANVGD di Gorizia e di Trieste. Poi una delegazione di Udine si è recata a Padova e a Roma per il congresso nazionale. Un’altra delegazione è stata a Laterina per la visita ai resti del locale Campo profughi giuliano dalmati con la delegazione ANVGD aretina, a Montevarchi (AR), Buccari Piccola (vicino a Fiume), Nona e Zara (in Dalmazia) per incontrare la locale Comunità degli italiani.
Per la visita a Zagabria il programma di Julia Viaggi prevedeva i seguenti punti. I gitanti da Udine si sono ritrovati sabato 8 dicembre 2018 alle ore 5 davanti alla Stazione Ferroviaria. Alle ore 05.10 partenza del pullman GT in direzione di Trieste. Fermate a Monfalcone e Palmanova per caricare altri partecipanti. Alle ore 6.15 ritrovo a Trieste, Piazza Oberdan, lato Palazzo della Regione ed arrivo del pullman. Proseguimento quindi  alle ore 6.30 in direzione della Slovenia e della Croazia. Breve sosta in corso di viaggio a Novo Mesto, per far salire un’altra gitante. Ingresso in Croazia e proseguimento per Zagabria. Arrivo a Zagabria alle ore 10.30 circa e incontro con la guida, la signora Maja, per la visita della città.
Zagabria, il Teatro Nazionale. Fotografia di Daniela Conighi

Un po’ di Storia
Nel 1242 il re d’Ungheria e di Croazia Bela IV, sotto la pressione dei mongoli, si rifugia a Zagabria bene accolto. Decide allora di elevarla a città libera. Così rimase, pur tra i continui contrasti tra potere religioso e laico, fino all’incorporazione nell’Impero Austro Ungarico avvenuta nel 1815. C’è da accennare al fatto che le terre venete dell’Istria e della Dalmazia, governate per secoli dalla Repubblica di Venezia, con il Trattato di Campoformio del 1797, vengono cedute da Napoleone all’Austria. Nel 1805, col Trattato di pace di Presburgo, poi detta Bratislava, l’Istria, la Dalmazia e Cattaro sono trasferite dall’Austria al Regno d’Italia, governato dal Vicerè Eugenio di Beauharnais.
L’Austria, nel 1809, attacca in forze il Regno d’Italia filo-napoleonico, lungo il confine dell’Isonzo. Le truppe napoleoniche italo-francesi, riorganizzatesi, sbaragliarono quelle austriache, giungendo alla Pace di Schönbrunn, presso Vienna. Napoleone crea, allora, il nuovo stato delle Provincie Illiriche dell’Impero francese, includendovi l’Istria, la Dalmazia e Ragusa, unendole alla Carinzia (Austria), alla Carniola (Slovenia) e a una parte della Croazia, alla cosiddetta Croazia civile e a quella militare. Le Provincie Illiriche durano dal 1809 al 1814. Viene introdotto il Codice civile napoleonico, l’uguaglianza di tutti i cittadini, la coscrizione militare obbligatoria e la scuola in lingua italiana in Istria e il lingua slovena a Lubiana, capitale delle Provincie Illiriche (Fiorentin 2018).
Col 1815 la Croazia appartiene all’Impero Austro Ungarico fino al suo dissolvimento del 1918 con la Prima guerra mondiale. La scuola in lingua croata, oltre a quella tedesca, è attivata a Zagabria solo dopo i moti del 1848, che infiammano l’Europa. Le truppe croate, agli ordini di ufficiali austriaci, si distinguono in Friuli per la feroce repressione dei moti risorgimentali del 1848, perpetrando saccheggi, stupri e incendi di paesi, come emerge dai racconti di Caterina Percoto.
Zagabria, luminarie per i mercatini di Natale 2018. Fotografia di Elio Varutti

Nel 1918 nasce, ricco di gravi tensioni etniche, il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, chiamato Regno di Jugoslavia nel 1929. Le forze dell’Asse, guidate da Germania e Italia, invadono la Jugoslavia nel 1941 smembrandola. Lubiana è annessa al Regno d’Italia e sorge il Governatorato della Dalmazia italiana, con Zara, Sebenico, Spalato e Cattaro. La Croazia indipendente, con capitale Zagabria, è autoproclamata e condotta, dal 1941 al 1945, dal sanguinario dittatore filo-nazista Ante Pavelić, fondatore delle milizie nazionaliste anti-serbe ustascia. Al termine della Seconda guerra mondiale sorge la Federativa Repubblica Socialista di Jugoslavia, con a capo Tito. Alla sua morte, avvenuta nel 1980, rincomincia la disgregazione dei popoli slavi del sud, con le guerre iugoslave fratricide degli anni 1991-2001.
La Croazia ha aderito alla NATO il 1º aprile 2009 e col 1º luglio 2013 è il ventottesimo Stato membro dell’Unione europea. La moneta in corso è la kuna.
Zagabria, capitale della repubblica croata indipendente dal 1991, si estende nella pianura del fiume Sava ed è oggi il centro politico, economico e culturale del paese. Nelle sue eleganti architetture, nei grandi monumenti e nell’impianto urbanistico si possono intravvedere le vicende storiche della città. Sviluppatasi nel medioevo come importante centro commerciale ed artigianale, una vocazione che ancor oggi si conferma, la città è ricca di numerosi negozi e dalla celebre Fiera internazionale.
Zagabria, panorama con la Cattedrale. Fotografia di Daniela Conighi

Al termine della visita con guida turistica, c’è stato il pranzo con piatti tipici nel ristorante/trattoria Kaptol, vicino al Duomo. Nel pomeriggio c’era il tempo a disposizione dei partecipanti per la visita libera dei mercatini di Natale, con la curiosità del tram di Natale, addobbato per l’occasione.
I mercatini si trovano lungo la via Bogoviceva e in alcuni giardini, con la fontana e l’albero di Natale in Piazza del Bano Jelacic. Alle ore 17.30 c’è stata la partenza da Zagabria per il rientro nelle località di provenienza, con una breve sosta in corso di viaggio. Dopo le fermate a Novo Mesto, Trieste, Monfalcone e Palmanova, si è arrivati a Udine, davanti alla Stazione Ferroviaria alle ore 23 circa, al termine della gita.
Zagabria, visita guidata verso il Duomo. Fotografia di Daniela Conighi

Riferimenti bibliografici
- Flavio Fiorentin, L’eredità del Leone dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima guerra mondiale (1918), Udine, Aviani, 2018.
- Caterina Percoto, Scritti friulani, con uno studio di Bindo Chiurlo, Udine-Tolmezzo, Libreria Aquileia, 1929.
- Caterina Percoto, Novelle, Udine, Biblioteca del Messaggero Veneto, 2003.
- Marco Tamborini, Iugoslavia, Guida d’Europa, Milano, Touring Club Italiano, 2^ ediz., 1982.
 Zagabria, il mercatino di Natale. Fotografia di Daniela Conighi

Zagabria, la zona del Captol. Fotografia di E. Varutti

Zagabria, strada del centro storico. Fotografia di E. Varutti


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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Daniela Conighi e E. Varutti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

mercoledì 7 novembre 2018

Udine, Presentato il libro di Fiorentin sulle terre istriane e dalmate da Napoleone al 1918


Si intitola "L'eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918)". 
Udine, sala Aiace, 6.11.2018 – Fiorentin, Salimbeni, Zuccolin, Cigolot e Aviani. Fotografia di Elio Varutti

È stato presentato ufficialmente il 6 novembre 2018 insieme all'editore Giovanni Aviani alle ore 18:00 presso la Sala Aiace a Udine. È  l’opera prima di Flavio Fiorentin, nato a Verteneglio, in Istria, nel 1935, da famiglia paterna originaria di Veglia, in Dalmazia. Nel settembre 1945, all’età di nove anni egli deve affrontare l’esodo da Fiume verso il resto della patria.
Fiorentin, oltre che socio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), è pure revisore dei conti dello stesso organismo. “È un grande onore per noi dell’associazionismo degli esuli giuliano dalmati e simpatizzanti – ha detto Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD – presentare in prima assoluta questo volume ricco di storia, con una particolare angolo visuale, che punta all’unità della nazione”. 
Il nuovo e intenso libro di Flavio Fiorentin è dedicato ai temi delle terre istriane, fiumane e dalmate da Napoleone al 1918, con alcune brevi concessioni temporali. In seguito la Zuccolin ha elogiato il Comune di Udine per la grande disponibilità manifestata sui temi dell’esodo giuliano dalmata da molto tempo fino ad oggi. “Mi auguro – ha concluso Zuccolin – che tale proficua collaborazione con la nostra Associazione possa continuare anche nel futuro, perché abbiamo in cantiere numerose iniziative culturali e patriottiche sui temi del confine orientale italiano”.
Udine, sala Aiace, 6.11.2018 – Fiorentin, Salimbeni, Zuccolin, e Cigolot. Fotografia di Leoleo Lulu

Dopo l’intervento di Zuccolin, ha avuto la parola Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, che ha portato il saluto della Civica amministrazione e del sindaco Pietro Fontanini. “Si tratta di un libro tempestivo – ha detto Cigolot – nel senso che stiamo ricordando il centenario della fine della prima guerra mondiale del 1918 e lo scritto di Fiorentin fino a tale periodo si ferma, poi vorrei dire che è bravo l’autore a darci la sua visione interpretativa, ma è bravo pure l’editore che si è esposto con una pubblicazione di tale natura”.
La presidente Zuccolin ha poi ringraziato Renata Capria D’Aronco, presidente del Club UNESCO di Udine, che è sempre molto vicino “alle nostre iniziative e ci infonde coraggio a continuare nel ricordare ciò che accadde agli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia al termine della seconda guerra mondiale”.
Udine, sala Aiace, 6.11.2018 – Il pubblico in sala. Fotografia di Elio Varutti

Ha parlato in seguito il professor Fulvio Salimbeni, docente di storia contemporanea all’Università di Udine. “Di fronte alla grande ignoranza di alcuni studenti universitari in campo storico che mi ha toccato di verificare – ha dichiarato Salimbeni – questo volume di onesta e seria divulgazione potrebbe contribuire a modificare la situazione”. Certo, Fiorentin non è uno storico. Laureatosi in giurisprudenza a Trieste, ha avuto incarichi ministeriali, negli enti locali e, infine, alla Regione Friuli Venezia Giulia. Ha pubblicato vari articoli su riviste nazionali e locali su tematiche di diritto amministrativo e di legislazione urbanistica. Da due ani si è cimentato con “un periodo storico poco trattato e considerato”, come ha spiegato Salimbeni. “Bisogna pensare che il Mare Adriatico non è uno specchio d’acqua diviso nelle due sponde orientale e occidentale – ha concluso Salimbeni – ma è un elemento che unisce gli uomini, le culture e i mercati da secoli”. Tra le ultime originali osservazioni di Salimbeni al volume di Fiorentin, fresco di stampa, c’è una particolare attenzione al Risorgimento, collocato nel contesto internazionale, alla “questione adriatica” e alla cosiddetta “vittoria mutilata”.
Ha portato il suo saluto alla presentazione pubblica anche l’editore Aviani. Poi si è passati al firmacopie e alla bicchierata di saluto, con “quatro ciacole in dialeto”.
Udine, sala Aiace, 6.11.2018 – Fiorentin, Salimbeni, Zuccolin, Cigolot e Aviani. Fotografia di Elio Varutti
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Il libro presentato
Flavio Fiorentin, L'eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918), Udine, Aviani & Aviani, 2018, pp. 366, euro 20.
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Udine, sala Aiace, 6.11.2018 – Flavio Fiorentin pensieroso e emozionato alla sua prima con il libro "L'eredità del leone". Fotografia di Leoleo Lulu


Udine, sala Aiace, 6.11.2018 – Flavio Fiorentin commenta il suo libro "L'eredità del leone". Fotografia di Giorgio Gorlato

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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Giorgio Gorlato, di Leoleo Lulu, di E. Varutti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Udine, sala Aiace, 6.11.2018 – Prima dell'inizio dela presentazione de "L'eredità del leone". Fotografia di Elio Varutti
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Rassegna stampa



lunedì 7 agosto 2017

Il Palazzo del Centenario a Breslavia

Compreso dal 2006 tra i Patrimoni dell’Umanità secondo l’UNESCO, il Palazzo fu costruito tra il 1911 e il 1913 a Breslavia. L’architetto che lo progettò, Max Berg, si è ispirato direttamente al Pantheon di Roma. La cupola della costruzione ha un diametro interno di 65 metri. È alta 43 metri.
Il Palazzo del Centenario a Breslavia

È un posto simbolico della partecipazione della gente comune. Imperversavano gli ideali positivisti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, perciò l’alleanza interclassista spinge alla costruzione di questo edificio per il divertimento cittadino. Ha tutti i 4.310 posti a sedere uguali, quasi come un simulacro della piena democrazia. Sorge sulla sponda destra dell’Odra e fu inaugurato durante le celebrazioni del centenario della battaglia di Lipsia, una delle sconfitte più sonore di Napoleone Bonaparte.
Siamo arrivati qui in pullman col gruppo di Boscolo Tours, con una guida polacca che ci spiega in italiano le bellezze della sua terra e risponde gentilmente anche a molte domande di attualità.
La struttura, per il tempo di edificazione, è avveniristica. Eretta in mezzo ad un parco, tutta in cemento armato, ha una superficie di 3.200 metri quadrati. Le feste popolari si avvicendarono qui solo fino all’epoca della Repubblica di Weimar, dato che col nazismo fu sede di adunate politiche, gagliardetti e svastiche. Subì gravi danneggiamenti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. La città si arrese ai Russi solo il 6 maggio 1945. Cacciati i numerosi tedeschi che l’abitavano, fu ripopolata coi polacchi espulsi dalla zona ucraina di Leopoli, annessa all’URRS.

Oggi il Palazzo del Centenario ospita concerti, eventi di carattere sportivo ed altre manifestazioni varie. Lì in zona si trovano alcuni edifici in stile funzionalista, quasi come quello del Palazzo della Regione, edificato negli anni Trenta, con Hitler al potere. 
In particolare si nota il “Pawilon Czterech Kopuł”, originale edificio delle quattro cupole dei primi del Novecento, opera dell’architetto Hans Poelzig. Già studio di produzione cinematografica, oggi ospita un museo di arte contemporanea.
L’area è arricchita da un propileo, che con le sue ordinate colonne concede al Palazzo del Centenario una ulteriore monumentalità. Non si può evitare un’alta guglia in acciaio di 96 metri, costruita nel 1948, ai tempi del comunismo polacco. È detta “Iglica”, che in polacco vuol dire: ago.

Nota plurilingue: Breslavia in polacco è: Wrocław. In slesiano: Wrocłow. In tedesco: Breslau e in ceco: Vratislav.
Il propileo con, al centro, la guglia del 1948 e, sullo sfondo, il Palazzo del Centenario. Fotografie di Elio Varutti

Architettura funzionalista a Breslavia

Una delle quattro cupole del Pawilon Czterech Kopuł

Notturno per il Palazzo della Regione, degli anni Trenta, in stile funzionalista tedesco

Tanti saluti dallo gnomo tipografo, alto come un gingerino. Breslavia è piena di queste buffe sculture, che ricordano quando gli universitari, ai tempi del comunismo, si davano appuntamento stile "flash-mob", vestiti da nani, come metodo di resistenza passiva alla dittatura 
Sitologia

E. Varutti, Viaggio a Breslavia, 2017.

giovedì 11 maggio 2017

Gita a Bratislava

Il gruppo di Boscolo Tours arriva a Bratislava (Slovacchia) domenica 16 aprile 2017. Si chiamava Pressburg, in lingua tedesca, o Presburgo, in italiano. Fortuna che al Danubio (Dunaj, in slovacco), qui già maestoso, non hanno cambiato nome i vari padroni che si sono succeduti. Oggi è nell’Unione Europea e come moneta ha l’euro. Questa è una bella città.
Bratislava - Teatro Nazionale Slovacco, col trenino elettrico rosso per i turisti

La città è menzionata negli Annali di Fulda come Bratslaburgum, nel 907, come insediamento presso la confluenza della Morava col Danubio. Pare che qui un principe moravo venne sconfitto da un suo omonimo ungherese. Tuttavia a rifondare Bratislava, verso l’anno Mille, fu proprio il re d’Ungheria Stefano I il Santo, poi arrivarono le migrazioni bavaresi, da cui pure il nome in tedesco di Pressburg, oltre a quello magiaro Pozsony.
La città assunse il nome di Bratislava (pronuncia slovacca: ˈbracɪslava) il 6 marzo 1919, da un concorso pubblico indetto per individuare un nome, slovacco, alternativo a Prešporok, derivato da Pressburg, nome tedesco della città, che oggi conta oltre 400 mila abitanti. Essi sono prevalentemente di madrelingua slovacca (oltre il 90%), ma convivono altri gruppi linguistici, come quello ungherese (3,8%), quello ceco (1,9%) e, perfino, uno tedesco (0,3%) non senza contrasti politici e, persino, a livello istituzionale.
Torre - porta di San Michele, nel centro città

Sotto gli Asburgo, dal 1536 al 1784, questa città fu capitale, niente meno che, del regno d’Ungheria. Naturalmente gli affibbiarono il nome ungherese di Pozsony. Nei libri si storia viene ricordata col suo nome tedesco (Pressburg), dato che fu il sito della stesura del trattato di pace tra Napoleone e Francesco I d’Austria, dopo la battaglia di Austerlitz, il 26 dicembre 1805.
Si alloggia al hotel Radisson Blu, molto comodo, bello e confortevole. Poi si scopre che nel 1908-1912 era il Carlton, unito al ristorante Savoy. È stato ristrutturato nel 2001, trasformandolo in un hotel a quattro stelle. Questo sito, importante poiché vicino al porto sul Danubio, sin dal XIII secolo poteva vantare un luogo di accoglienza e di ristorazione che andava sotto il nome di Locanda del Cigno, per mercadanti e venditori vari.
Hotel Radisson Blu, già Carlton dei primi del Novecento

Vicino all’hotel si può visitare: Monumentálne súsošie štúrovcov, scultura monumentale dedicata a Ľudovít Štúr, linguista, poeta e giornalista slovacco dell’Ottocento. L’opera è del 1973 in granito e bronzo.
La guida turistica, signora Zuzana (pronuncia come da noi: Susanna), è pronta per scarrozzarci con un trenino elettrico, rosso pomodoro, su fino al Castello, edificato sin dal Medioevo. Mezzo di locomozione indovinato, perché va lento e consente alla brava guida di descrivere alcune bellezze della città. È un po’ ridicolo, questo trenino, ma molto ecologico, checché se ne dica.
Palazzo della Filarmonica, del 1911-1915, detto della "Reduta"

Vediamo il Teatro Nazionale Slovacco, poi il palazzo della Filarmonica, con un gustoso ingresso ad arco adornato in stile eclettico di ambiente Liberty o Sezessionstil, come si dovrebbe dire qui, essendo a pochi passi da Vienna, dove appunto la Wiener Sezession nacque nel 1896.
Al Castello si scende e si procede a piedi. Zuzana parla al radiomicrofono e noi ascoltiamo alle cuffie, mentre possiamo fare con calma qualche fotografia, oppure staccarci un po’ dal gruppo. Non molto, però, altrimenti si perde l’audio.
Il Castello è stato bombardato e distrutto durante la seconda guerra mondiale. Ricostruito in periodo di dominazione sovietica, ci spiega Zuzana, l’avevano tinteggiato, apposta per svalutare l’importanza dei regnanti del passato, con un inquietante colorino marrone.
Il Vecchio Municipio, del Trecento, rimaneggiato nei secoli seguenti

Crollato il Muro di Berlino, nel 1989, e dissoltasi la vecchia Unione sovietica, con tutto il suo apparato di stati satellite, tra i quali c’era la Cecoslovacchia, anche il Castello ha potuto riacquistare la sua dignità edilizia, soprattutto dopo il restauro del 2003-2006 e un ulteriore abbellimento a partire dal 2008.
La sua forma a quadrilatero con le torri puntute l’ha fatto soprannominare dal popolo come il “Tavolo rovesciato”. È stato residenza della famiglia reale ungherese, tenendo ben lontane le orde assassine durante le invasioni turche. Dal 1572 al 1784 ha custodito il tesoro della corona. Tra Settecento e Ottocento fu seminario, caserma e, dopo un grave incendio del 1811, fu lasciato tra cumuli di ruderi, fino alle ristrutturazioni novecentesche.
Il Vecchio Arcivescovado

Il giro turistico prosegue verso il centro storico, scendendo dal Castello. Dall’alto abbiamo visto i confini della vicina Austria, pieni zeppi di pale eoliche e quelli della altrettanto vicina Ungheria, dietro i moderni palazzi della Bratislava del Duemila. Quella zona è come una metropoli americana o europea dell’Ovest, tanto per citare le vecchie geografie.
Zuzana ci ricorda, con un sorrisetto garbato, che i suoi genitori, verso il 1990-1991, quando fu aperto il confine con l’Austria, non credendo ai loro occhi, varcarono quella soglia cinque o sei volte. Zuzana dice che andavano avanti e indietro, come tanti altri slovacchi della città che si apriva all’Occidente. Era crollata la Cortina di Ferro
Era dal 1945 che quel confine era invalicabile, pieno di mezzi militari. Nessuno passava. Forse, di notte, solo per uno scambio di spie della guerra fredda. Ti credo che i veciotti, nati a Pressburg, andavano avanti e indietro, finalmente liberi, almeno in quel semplice atto di passare un confine statale coi documenti.
La torre del municipio vecchio, del 1734, con una palla di cannone conficcata a sinistra delle finestre gotiche

Si entra nel quartiere di San Michele, con relativa Torre-porta a forma quadrata del Trecento. Si cammina nel pittoresco Korzo, la stretta strada piena di negozi e ristoranti tradizionali o alla moda. Più che un Corso, sembra un intrico di vetrine e di palazzi. Si passa vicino alla trecentesca farmacia del Gambero Rosso, con l’insegna che fa dubitare non poco, dato che pare più un’aragosta che un gambero. Altri edifici e case imponenti sono del Sei-Settecento.
L'entrata al Castello

Poi si gira in piazza Maggiore per vedere il Municipio Vecchio, costruzione trecentesca rimaneggiata tra il ‘400 e il ‘500 e rivisitata nel Novecento. La torre è del 1734.

Avrò tralasciato molte altre bellezze di questa città, ma è uno dei motivi per cui ritornare a visitarla. Anche perché le persone qui sono accoglienti e simpatiche.
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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti

Il lungo Danubio col Monumentálne súsošie štúrovcov, scultura monumentale dedicata a Ľudovít Štúr, linguista, poeta e giornalista slovacco dell’Ottocento. L’opera è del 1973 in granito e bronzo

Panorama dal Castello, con la città moderna del Duemila e, in fondo, l'Ungheria

Panorama dal Castello con l'Austria sulla destra, piena di pale eoliche

Torre Ufo e Ponte Nuovo

Piazza Maggiore con la statua di Orlando

Il Duomo di San Martino in notturna

Il gruppo di Boscolo Tours, aprile 2017, sul Castello
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Altri link di miei articoli nel web:

- E. Varutti, Visitare Varsavia, 2017.

-  E. Varutti, Gita a Cracovia, 2017.


- E. Varutti, Auschwitz, luogo della Shoah, 2017.

- E. Varutti, Gita a Bratislava, 2017.

martedì 19 aprile 2016

Itinerario storico di Baldasseria, Udine

Appunti del professor Elio Varutti
Passeggiata culturale a piedi, 17 aprile 2016, ore 10,00-12,00, partecipanti 120.
Ritrovo presso la Chiesa di S. Maria degli Angeli, Via Baldasseria Media, 49-51, Udine
Organizzazione:  Associazione Insieme con noi, di Udine Sud. Poi Genitori in onda, Flavio Moratto dei soci coop ed altri hanno dato una mano a divulgare e contribuire al ristoro.


1)    (Fuori itinerario) In Via Pradamano 21 (oggi Scuola E. Fermi) c’era il Centro di Smistamento Profughi di Udine, 1947-1960. Verso la fine della seconda guerra mondiale accolse oltre 100 mila italiani durante l’esodo da Zara, Fiume, Pola, Istria e Dalmazia in fuga dalle violenze dei miliziani jugoslavi di Tito.
2)      Chiesa di S. Maria degli Angeli. Conserva ancora tutto il fascino della romita chiesetta di campagna, umile e semplice come la fede degli abitanti che l’innalzarono nel lontano 1831 per assistere alla Messa, distanti com’erano dalla parrocchiale della Beata Vergine del Carmine, in Via Aquileia. Il campanile è del 1883. La sagra di Baldasseria, parte religiosa, è collegata ai voti per le scampate epidemie di colera, 1873.
3)      Lapide dei Caduti di guerra, 1915-1918. Indicazioni certe sulla vita del borgo le abbiamo solo dal ‘900. Carlo Rizzi, di anni 76, ha raccontato a Orzan nel 1984: «I Rizzi hanno sempre abitato qui da generazioni. Mio nonno era chiamato “Agnul cuardarûl”. I tre vialetti paralleli, che ora sono le entrate delle case di levante, una volta erano il laboratorio del mio avo. Lunghi quanto le corde che fabbricava, qui armeggiata tra balle di canapa e il cigolare di torcitrici, verricelli e arcolai. Quando ero ragazzo nella casa dei Marano (civico 126) c’era l’osteria con il tabacchino gestita da sior Ugo che faceva il postino. Le vecchiette venivano a comperare qualche soldo di macube o di cinzilio (tabacco da fiuto). La domenica si giocava a bocce. Nell’area contigua, dove ora ci sono l’orto e l’entrata delle villette del Messaggero si teneva il 24 agosto o lo domenica dopo, lo sagra detta di S. Bartolomeo. Si ballava sul breâr (tavolato) al suono delle fisarmoniche e alle luci dei ferai a carburo (fanali). L’attuale sagra che si teneva in via Baldasseria Media ed ora si fa nel cortile della Parrocchia, è nata qui».
La Chiesa di S. Maria degli Angeli in Baldasseria, Udine. Fotografia di Elio Varutti

Non potevamo festeggiarla il 15 agosto giorno dell’Assunzione di Maria, perché lo gente se ne andava tutta in Giardino Grande alla tombola tradizionale. E anche per non confondere il sacro col profano. Dopo la Grande guerra l’osteria venne rilevata da Pieri e Pina Mandoline (Castronini) che spostarono l’esercizio sotto il portico (galleria), abitazione dei Macor. Vendevano vino sfuso e a fiaschi. Era il posto prediletto degli anziani che giocavano per ore a briscola e tressette, mentre le mogli rassegnate li attendevano invano a cena. La messa si teneva nella chiesetta di S. Maria degli Angeli e la scuola nel vecchio edificio di via Piutti. Si frequentava fino alla terza; poi si doveva andare alla Dante. Ricordo anche il nome delle maestre: Costanza Cozzi e Raffaella Gioconda.
Ogni tanto dal Castello suonava l’allarme per le incursioni degli aerei e dei dirigibili tedeschi che bombardavano lo stazione ferroviaria. Le maestre spaventate si rifugiavano sotto i banchi e noi sciamavamo per i campi. Quando nella scuola si stabilì un comando militare le lezioni si tenevano nella casa dei Vuattolo.
Durante la guerra 1915-1918 nella vecchia cava d’argilla delle fornaci Rizzani (area su cui ora sorgono l’Istituto Ceron e il supermercato) c’erano trincee, protette da filo spinato attraversato dalla corrente elettrica, scavate in previsione di un ripiegamento del fronte dell’lsonzo.
Dai Clocchiatti, invece, i militari addestravano i S. Bernardo a trainare, perché meno vulnerabili al bersaglio, i biroccini per portare vettovaglie e munizioni in prima linea. Dopo lo guerra, appena rientrato dall’esodo di Caporetto in Toscana, nei prati dei Carlini c’era un campo di concentramento di prigionieri austro-ungarici trasferiti, in seguito, altrove.

Vicino a un "Puarte fûr di nape" in Via Baldasseria Media, manufatto che fuoriesce dalla struttura dell'antica casa friulana, conteneva il focolare (fogolâr), veniva emarginato dalla casa per paura degli incendi


4)      Lavatoio restaurato nel 2016, come monumento. Inaugurato col sindaco Honsell. Costruito verso il 1920-1930 al centro della piazzetta della chiesa, poi spostato alla fine degli anni Cinquanta. Dismesso nel 1965, per la intombatura del roiello che lo alimentava.
5)      All’angolo tra via Baldasseria Media e via Lauzacco si erge la bella ancona, con lo statua dell’Immacolata Concezione Rifugio dei Peccatori fatta erigere da Don Gerardo Della Longa nel 1954 a ricordo dell’anno mariano.
6)      In un altro angolo, posto tra via Baldasseria Bassa e via Lauzacco (località Piccola Parigi) campeggia una Madonna attorniata da pargoli e figure di santi. Si tratta di un dipinto su tavola di compensato che copre, a mo’ di palinsesto, quello originale e quasi irriconoscibile sull’intonaco (che risale alla metà dell’800). É opera del pittore Santo Sant di Cassacco ed è stato collocato da don Tarcisio Bordignon nel 1968. Un’edicola recente si trova, invece, in fondo a via Baldasseria Bassa sulla casa De Faccio.
7)      Nella carta topografica “Le Frioul” degli ingegneri Maieroni e Cappellaris, edita nel 1778, ed in quella della “Provincia del Friuli” del Malvolti nel 1819, è segnata una località detta Lisbona a nord-est di Cussignacco, in Baldasseria. Gli anziani del luogo, però, non l’hanno mai sentita nominare, in base alle interviste di Alfredo Orzan del 1992. Secondo il Corgnali può darsi che questo nome derivi dall’insegna di un’osteria (o da quello primigenio della stazione di posta, n.d.r.) a ricordo del catastrofico terremoto di Lisbona del 1775. In questa località, ora conosciuta come “Piccola Parigi”, la sera del 10 dicembre 1807 sostò per qualche ora Napoleone invitato dal sindaco a visitare ufficialmente la nostra città, allora facente parte del Regno Italico. Può darsi anche che qui si siano accasati dei disertori francesi, come avvenne in Carnia con i cosacchi nell’ultima guerra. L’osteria «Al Francese» sorta nell’ultimo dopoguerra, non ha nessuna relazione con le ipotesi avanzate. La intitolò lo scomparso Gino Colle, padre dell’attuale gestore, emigrato in Francia per tanti anni. A così intitolarla furono gli avventori: «Anin a bevi un tai là dal Francês».


8)      Carletto Domenico nell’agosto del 1971 (allora aveva 79 anni) in occasione della sagra, intervistato, dichiarava al periodico della comunità, in quegli anni intitolato «Parrocchia di S. Pio X»: «I Casali di Baldasseria Bassa vennero denominati “Piccola Parigi” all’inizio del 1800, quando anche la Baldasseria Bassa era un covo di contrabbandieri ... il centro della borgata era costituito dallo stallone o stazione dei cavalli, fabbricato adibito ad abitazione». Evidentemente (e su questo punto le testimonianze orali tramandate sono concordi) nel borgo (Via Baldasseria Bassa al civico 171 e nei cortili interni) esisteva una stazione di posta per il cambio dei cavalli alle diligenze che provenivano da Trieste e Gorizia ed erano dirette a Vienna. Questa sosta favoriva il contrabbando di merci facilmente reperibili nel porto giuliano, ma attirava anche donne compiacenti in cerca di zerbinotti denarosi. Forse il toponimo nacque allora per definire, come dice Carletto, il luogo poco raccomandabile e malfamato simile a certi quartieri della capitale francese. Dopo l’avvento della ferrovia, questa stazione rimase inattiva e si trasformò in rimessa per carrozze, probabilmente, di privati e facoltosi cittadini che avevano in affitto anche qualche stanza per le loro scappatelle».
9)      La capitolazione dei risorgimentali friulani agli austriaci, comandati da Nugent. Fu firmata il pomeriggio del 22 aprile 1848 nei casali Serafini della nostra Baldasseria. A parlamentare giunsero in carrozza, oltre all’arcivescovo, il conte Caimo Dragoni, Presidente del Governo Provvisorio, il facente funzioni del Podestà Paolo Centa ed altre autorità.
10)  La corsa del palio ebbe origine a Udine addirittura agli inizi del XIV secolo. Essa era regolata da appositi statuti ed aveva la sua brava giuria. La manifestazione aveva luogo il 23 aprile, festa di San Giorgio e dal 1420 si aggiunse un’altra corsa del palio il 6 giugno, festa del Beato Beltrando di San Genesio (Saint Geniès). Nel giorno precedente le corse “i premi suddescritti venivano portati in giro per la Terra con accompagnamento di suonatori e di popolo festante” (Vincenzo Joppi – Udine prima del 1425 pag. 18). La partenza o mossa veniva data “nel sito detto la madonetta fuori la Porta d’Aquileja” (Gian Domenico Ciconi – Udine e la sua Provincia, pag. 63). Chiaro quindi che la partenza delle due corse del palio aveva luogo a Baldasseria, precisamente dallo spiazzo della Madonnetta, che è la “via del palio” doveva condurre di lì a porta Aquileia.
11)  All’altezza della palestra di Ceron, nel 1945 i nazisti e i cosacchi fecero scavare ai requisiti il “trincerone anticarro”.  Gravissimo danno causò tale fossato anticarro, che cinse tutta la città e passava nei pressi del Bowling, continuando il «fosso» del Ledra ma qui la TODT tedesca, temendo l’avanzata da sud, aveva prestato maggior cura. Le strade furono tutte interrotte: il viale Palmanova era bloccato da muraglioni di cemento armato, le strade di campagna chiuse, le altre, come via Baldasseria Media, erano transitabili solamente attraverso una passerella, consistente in una tavola che faceva da ponte tra le due sponde rialzate del fossato.
12)  Ritorno verso la Chiesa di S. Maria degli Angeli. Si è finito il giro nei locali dell'Orto Felice vicino alla Pizzeria "Da Mario", con un breve rinfresco per tutti, grandi e piccini.


Bibliografia


Un mio articolo in questo stesso blog: Baldasseria vista dal maestro Orzan, luglio 2015.
Poi ci sono anche: I platani del Vial di Palma, Udine 1960-1965, marzo 2015.
La storia Antonio Friz, studente di Udine Sud, il ragazzo partigiano "Wolf" delle Brigate Osoppo Friuli (BOF) è nell'articolo intitolato "Guerra civile a casa. Storie di scampati all’eccidio di Porzus, 1945", dicembre 2014.