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venerdì 17 maggio 2024

Il bastone da Passeggio di Italo Svevo a San Lorenzo di Sedegliano, evento dell’ANVGD Udine

Ecco una storia di amicizia dei fiumani e triestini Posser, Dorini e Bolaffio con Italo Svevo e famiglia tra Trieste, Fiume e il Friuli. È stata raccontata il 15 maggio 2024 alle ore 16 in presenza e in diretta streaming nella sede della Società Filologica Friulana di Udine. L’evento era in occasione della XI edizione della “Settimana della cultura friulana-Setemane de culture furlane”, la rassegna di eventi culturali promossa dalla stessa Società Filologica Friulana, con il contributo, tra i tanti, del Ministero della Cultura e della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Dopo il saluto della dottoressa Alessandra Piani, in rappresentanza del professor Federico Vicario, presidente della Società Filologica Friulana, ha parlato il relatore, professore Elio Varutti, portando i saluti di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine.

Elio Varutti e Chiara Dorini. Foto di Fulvio Pregnolato
“È un racconto di gentilezza, di umanità e di accoglienza al confine orientale – ha detto il relatore – Chiara Dorini, esule di Fiume, possiede un anello donatole da Letizia Schmitz-Svevo, figlia di Italo Svevo. Poi lei ha riferito che la nonna Maria Bolaffio di Trieste aveva ricevuto in dono dal grande scrittore il bastone da passeggio. Nonna Bolaffio lo utilizzava per le sue passeggiate a San Lorenzo di Sedegliano (UD), dov’era riparata nella casa avita dei suoceri nel 1944. Anche Cleofe Posser e Lidia Posser, di Fiume, rispettivamente bisnonna e nonna di Chiara Dorini, hanno avuto delle frequentazioni con la famiglia Svevo”.

È stata illustrata poi la figura di Letizia Svevo Fonda Savio, nata a Trieste il 20 settembre 1897 da Ettore Schmitz (noto per lo pseudonimo di Italo Svevo) e da Livia Veneziani. Compiuti gli studi nella sua città, nel 1919 sposò il triestino Antonio Fonda Savio (1895-1973). Dal matrimonio nacquero i figli Piero (1920), Paolo (1921) e Sergio (1924). Tutti e tre studenti universitari quando scoppiò la seconda guerra mondiale; i primi due furono dichiarati dispersi sul fronte russo, nel 1943, mentre il terzo morì a Trieste il 1° maggio 1945, durante l’insurrezione contro i tedeschi.

Antonio Fonda Savio, con il grado di tenente colonnello e comandante partigiano (col nome di battaglia Manfredi) del Corpo Volontari della Libertà triestino, legato al CLNAI, guidò assieme ad Edoardo Marzari l’insurrezione cittadina di Trieste del 30 aprile 1945 contro gli occupanti tedeschi. In quella occasione il figlio Sergio perse la vita, colpito da una granata durante i combattimenti. Volontario irredento e decorato di medaglia d’argento nella Grande Guerra, Antonio Fonda Savio nel 1938 vide l’onta delle Leggi razziali cadere sulla moglie e sulla suocera, poi perse i tre figli nella seconda guerra mondiale (Pupo R 2022 : 159).

Il bastone da passeggio di Italo Svevo in possesso a Chiara Dorini. Foto E. Varutti
Nel dopoguerra Letizia collaborò attivamente con la madre Livia alla diffusione e alla valorizzazione delle opere di Svevo e, dopo la morte della madre (1957) e quella del marito (1973), continuò da sola tale attività. Commendatore al merito della Repubblica italiana, Letizia fu presidente onorario del Consiglio nazionale Donne italiane e presidente del Comitato provinciale dell’Associazione nazionale delle famiglie dei caduti dispersi in guerra. Letizia Schmitz-Svevo Fonda Savio morì il 26 maggio 1993 nella sua bella casa fra i quadri e i libri di famiglia.

Un’altra fonte - Paola Quargnolo - ha detto che: “So che la signora Letizia Svevo Fonda Savio vestiva sempre di viola o con colori di lutto in memoria dei tre figli caduti nella seconda guerra mondiale e in ricordo del marito; era il 1980 ed ero laureanda alla facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste con una tesi sul teatro di Italo Svevo”.

Una ebrea che si salvò dalla deportazione è una componente della famiglia Bolaffio di Trieste. Ha raccontato la signora Chiara Dorini: “Mio papà Arno Dorini e mia mamma Silvana Chiesa si sposarono nel 1944 a San Lorenzo di Sedegliano, in provincia di Udine. Dalla casa della famiglia Chiesa erano appena andati via i tedeschi della Wehrmatch, che dopo l’8 settembre 1943 avevano stabilito lì il loro comando, lasciando 4-5 stanze per la famiglia proprietaria”. Arno Dorini frequentò la prima classe del ginnasio, nell’anno scolastico 1927-1928, secondo l’Annuario del regio Liceo Ginnasio “Dante Alighieri” in Fiume.

Udine, Salone d'onore 'Pelizzo' della Società Filologica Friulana. Pubblico il 15 maggio 2024
“È incredibile che in casa ci fosse pure mia nonna che era ebrea, convertita alla chiesa protestante e poi cattolica – ha detto Chiara Dorini – Quei tedeschi là, tuttavia, non le hanno torto un capello. La nonna era Maria Bolaffio, originaria di Trieste, che morì nel 1995. Aveva sposato Pietro Chiesa, di San Lorenzo di Sedegliano. La famiglia Bolaffio di Trieste ha avuto persone sparite o arrestate dai nazisti e mai più tornate dalla Germania. Mia nonna Maria Bolaffio si salvò, ma non voleva nominare il fatto di essere ebrea, si confidava solo con me. Mi ricordo che chiedevo a mia madre di raccontarmi della nonna Bolaffio, ma mi rispondeva che erano cose vecchie e finiva lì il discorso”.

Ci sono altre vicende su Fiume? “Mio nonno Pasquale Dorini lavorava al macello di Fiume e abitava con la famiglia in una villa – ha concluso la signora Dorini – perciò una parte della famiglia stava nella città portuale del Quarnaro. Dopo l’occupazione jugoslava del 3 maggio 1945, nonno Pasquale fu imprigionato dai miliziani titini e, per fortuna, scarcerato dopo pochi mesi. Ma tanti suoi amici furono prelevati dalla polizia e scomparvero. Alla villa c’era stata una perquisizione e ormai si temeva il peggio. Mio papà Arno, che aveva combattuto contro gli jugoslavi, e mia mamma Silvana riuscirono a raggiungermi in Friuli, da altri parenti”.

La storia delle famiglie Bolaffio, Chiesa e Dorini, tra Trieste, Fiume e le campagne del Codroipese, è stata riportata nel 2004 da Mario Blasoni sul «Messaggero Veneto». Da ultimo si tenga presente che la conoscenza e la frequentazione tra le famiglie triestine degli Svevo e dei Bolaffio è documentata anche da Umberto Saba, come ha scritto nel suo “Scorciatoie e raccontini” (Saba U 1963 : 78, 170).

Elio Varutti e Livio Sessa. Foto di Piero Fabbro
In seguito ha preso la parola la stessa Chiara Dorini, socia dell’ANVGD di Udine, leggendo un toccante intervento sui rapporti familiari della famiglia Svevo con i Dorini e i Bolaffio. Livio Sessa, un altro socio dell’ANVGD, ha aggiunto che: “Da ragazzo ho conosciuto Letizia Svevo Fonda Savio, perché era tra le patronesse del mio collegio, avendo io perso il papà, perché prelevato dai titini a Trieste e poi scomparso, e la signora Letizia era sempre molto gentile con noi orfani che le porgevamo un mazzo di fiori”. Ha concluso gli interventi Lorenzo Zanon che ha voluto ricordare “certi personaggi della cultura nati a Sedegliano, come padre David Maria Turoldo, Gilberto Pressacco, Gianfranco Plenizio e Tiziano Tessitori”. Ha ricordato, infine, la presenza di due famiglie istriane profughe di Parenzo, stabilitesi nello stesso paese della pianura friulana.

Chiara Dorini ha poi mostrato agli interessati presenti nel Salone Pelizzo un album familiare di vecchie fotografie e alcuni cimeli donati dagli Svevo Fonda Savio a lei e ai suoi familiari. Al termine dell’incontro, grazie all’Università Popolare di Trieste, sono state distribuite agli studenti alcune copie del giornale più longevo della Croazia, scritto in lingua italiana, «La Voce del Popolo» stampato a Fiume/Rijeka. Fondato nel 1889, è il quotidiano italiano dell’Istria, di Fiume e del Quarnero, edito dalla casa editrice Edit.

L'intervento di Lorenzo Zanon alla conferenza. Foto di Fulvio Pregnolato
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Fonti orali; interviste di Elio Varutti con taccuino, penna e macchina fotografica del 28 marzo 2022 a San Lorenzo di Sedegliano (UD), se non altrimenti indicato.

 - Chiara Dorini, Fiume 1945.

- Paola Quargnolo, Udine 1958, int. a Udine del 31 marzo 2022.

- Giacomo Urbani, Venezia 1946.

 

Bibliografia e fonti del web

- Annuario del regio Liceo Ginnasio “Dante Alighieri” in Fiume, anno scolastico 1925-1928.

- Mario Blasoni, “Chiara Dorini, ritorno a Fiume dopo 60 anni”, «Messaggero Veneto» del 28 giugno 2004.

- Raoul Pupo, Trieste ’45. Dalla risiera alle foibe (1.a ediz.: Bari-Roma, Laterza, 2010), Milano, RCS MediaGroup, 2022.

- Paola Quargnolo, L' "officina laboriosa" - il teatro di Italo Svevo, tesi di laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, relatore prof. Roberto Damiani, anno accademico 1980-1981.

- Umberto Saba, Scorciatoie e raccontini (1.a ediz.: 1946), Milano, Mondadori, II ediz., 1963.

- Letizia Svevo Fonda Savio, Mio padre, Italo Svevo, a cura di Sergio Falcone, on line dal’11 novembre 2015 su  forumcommunity.net

Inizio della conferenza di Elio Varutti. Foto di Piero Fabbro
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Progetto e ideazione di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine. – Interviste a cura di Elio Varutti, docente di Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata all’Università della Terza Età (UTE) di Udine. Ricerche e Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Chiara Dorini, Fulvio Pregnolato. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private della famiglia Dorini e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/


L'intervento di Chiara Dorini con le fotografie e i cimeli degli Svevo Fonda Savio. Foto di Fulvio Pregnolato
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Ecco il  LINK della registrazione della conferenza dal sito web di   setemane.it  grazie alla Società Filologica Friulana.

domenica 13 febbraio 2022

L’Olocausto degli Ebrei di Bosnia, da una tesi di laurea dell’Università di Udine

La presente ricerca si basa su una tesi di laurea di Marica Dukic, dal titolo Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, discussa all’ateneo friulano nell’anno accademico 2014-2015. Relatrice di tale originale indagine è stata la professoressa Natka Badurina, dell’Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere. La laureanda si è avvalsa della recente letteratura sul campo in lingua bosniaca, come è per l’autore Jakov Danon, col suo: Memoari na holokaust Jevreja Bosanske Krajine, del 2010.

Siamo onorati di pubblicare nel blog, con qualche integrazione, la parte riferita alla Shoah della sua tesi. La pubblicazione in anteprima di queste interessanti pagine è frutto dello studio attento di Marica Dukic, che ringraziamo per averci messo a disposizione generosamente la sua opera per il presente articolo (a cura di Elio Varutti).

                                                                               

Gli ebrei giungono sul territorio della Bosnia ed Erzegovina nel 1541, passando per la Turchia, l’Albania, la Grecia, oppure per l’Italia, o per la Repubblica di Ragusa. I primi documenti scritti sugli ebrei risalgono al 1565, gli scritti di Sidžila, ossia le fonti ufficiali della corte di Sarajevo. I primi monumenti ebraici in Bosnia risalgono al 1551. La maggior parte degli ebrei che arrivano in quel periodo sono sefarditi, espulsi dai Paesi Iberici, ma c’è anche un gruppo di ebrei autoctoni di ascendenza askenazita, originario dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa.

Gli ebrei, dopo esser giunti in Bosnia-Erzegovina e fino ad oggi, a differenza di tutte le altre religioni, non hanno mai come scopo la sottomissione degli altri. Nel passato cercavano di andare d’accordo con tutti i popoli e con tutte le religioni del luogo. I sefarditi usano il ladino come lingua, invece gli askenaziti usano lo yiddish. Si stabiliscono maggiormente nelle città bosniache, concentrandosi intorno a quattro grandi centri urbani: Sarajevo, Travnik, Banja Luka e Bijeljina. Prima arrivano in piccoli gruppi o singoli individui per verificare le condizioni di vita, conoscere meglio il posto e la gente. Quando sono sicuri che non c’è il rischio di essere perseguitati o allontanati, comunicano alle famiglie e ai parenti di raggiungerli. Dalle quattro città più grandi si trasferiscono a Gradiška, Prijedor, Bosanski Novi, Kostajnica, Derventa, Bihać, Sanski Most, Foča, Višegrad, Zenica, Jajce ed altre località (Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, pag. 10).

Vengono accolti bene dal sultano turco Bayezid e ciò è confermato dalla costruzione della sinagoga nel 1581 a Sarajevo. Con il passare degli anni, tuttavia, gli ebrei perdono il loro status di privilegiati a causa dei corrotti detentori del potere ottomano, bramosi di arricchirsi chiedendo imposte e regali. Tale negativa situazione cambia durante la seconda metà del XIX secolo, quando Abdul Medžida, o Abdülmecid I, nel 1840 proclama il decreto per dare a tutti gli ebrei della Bosnia-Erzegovina la piena autonomia, riconoscimento dei diritti civili, la libertà religiosa e il permesso per la costruzione delle sinagoghe.

L’esercito dell’Impero Austro-ungarico, alla fine di giugno del 1878, invade la Bosnia-Erzegovina, instaurando una nuova amministrazione nella regione fino al 1918, provocando l’esodo di vari musulmani. L’area è pretesa dalle Autorità Austro-ungariche a seguito del Congresso di Berlino del 1878, sebbene continuasse a far parte dell’Impero ottomano. Nel 1908 l’Austria-Ungheria annette la Bosnia-Erzegovina ai propri domini, ponendoli sotto il proprio comando.

In tale periodo si nota un consistente sviluppo demografico della comunità giudaica. Si va dai 3.300 ebrei del 1878, dei quali 3.000 sono sefarditi, agli 11.868 individui del 1910, dei quali i sefarditi sono 8.219 e il resto sono askenaziti. Gli ebrei sono lo 0,62 per cento della popolazione bosniaca nel 1910, che non arriva a sfiorare i 2 milioni di abitanti (Marica Dukic, p. 11).

C’è la creazione di due distinte comunità ebraiche, una sefardita e l’altra askenazita a Sarajevo e Banja Luka. Sono stati scelti due rabbini e si sono diffuse due lingue diverse. Solo il 10 per cento della popolazione di fede ebraica vive in stato di povertà, mentre il resto degli individui è suddiviso egualmente tra chi vive in ottime, medie e modeste condizioni di vita (p. 12).

Alla fine della Grande guerra la Bosnia-Erzegovina fa parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni,  abbreviato in Regno di SHS. È uno Stato dell’Europa, riconosciuto dopo la Conferenza di pace di Parigi del 1919. Tale stato cambia nome alla creazione del Regno di Jugoslavia nel 1929.

Con l'inizio del 1940 pian piano si inizia a sentire che la guerra e il crollo del Regno di Jugoslavia si stanno avvicinando, ma nessuno sospettava che potesse creare danni così grandi e prendere così tante vite. Il periodo di terrore inizia con le leggi antisemite, emanate sotto il governo fascista dello Stato indipendente della Croazia-NDH (Stato indipendente di Croazia-Nezavisna Drzava Hrvatska), comandato da Ante Pavelić, che ha considerato gli ebrei come “elementi indesiderabili”, o “di poco valore”. Queste leggi hanno impedito agli ebrei di lavorare, di studiare, di andare a scuola, all’università, di utilizzare trasporti pubblici, di andare al cinema o a teatro. Tutto questo, giorno dopo giorno, porta alla persecuzione e al genocidio. La propaganda antisemitica, presente su tutto il territorio bosniaco, è stata fatta con tutti i mezzi a disposizione: mediante i giornali, riviste, volantini, radiotrasmissioni, film documentari, mostrando gli avanzamenti del potere tedesco e la liquidazione degli ebrei.

Con la creazione della NDH, che era uno stato satellite della Germania nazista, la Bosnia fu sottomessa al nuovo potere. La politica di Hitler consisteva nel risolvere “la questione ebraica” tramite la loro liquidazione dalla faccia della terra. I fascisti di Bosnia, affermando che il loro scopo era giustificato, cominciano a torturare, rubare, uccidere e rapinare la popolazione ebraica senza alcuna compassione. Il giorno d’inizio dell’Olocausto è il 10 aprile 1941, che è anche la data della creazione del governo NDH. È pure la data nella quale gli ustascia (ustaša) decidono di risolvere la questione ebraica, come avevano fatto i tedeschi. Il 1° agosto 1941 furono fucilati i primi ebrei a Vrace, vicino a Sarajevo. Alcuni ebrei sono riusciti a salvarsi, comprando i documenti falsi, e scappando verso Spalato (3.000 persone) e altri 3.500 ebrei si rifugiano a Ragusa (Marica Dukic, p. 13). Altre centinaia di loro trovano la salvezza essendo internati da Mostar al Campo di concentramento di Arbe, sotto il controllo dell’Esercito Italiano (Menachem Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943), ristampa anastatica della I edizione – Roma 1991, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, 2009).

Si ricorda che il generale del Regio esercito italiano Vittorio Ambrosio, nel mese di aprile 1941, conquista in pochi giorni tutta la costa adriatica della Jugoslavia, entrando a Spalato accolto felicemente dai diversi cittadini di etnia italiana, coinvolti nel 1920 nei sanguinosi incidenti provocati dai nazionalisti croati. Un mese dopo Mussolini annette la nuova provincia al Regno d’Italia, istituendo il Governatorato italiano della Dalmazia. Migliaia di ebrei croati, allora cercano rifugio nel Governatorato stesso, trasferendosi a Spalato, specialmente nel 1942 (vedi: Spencer Tucker, Who's Who in Twentieth Century Warfare, Taylor & Francis, 14 dicembre 2003).

Il fascista croato Ante Pavelić, con i suoi ustascia, fa costruire decine di campi di concentramento, dove raccogliere dissidenti, serbi, ebrei, rom e antifascisti, soggetti a torture e lavori massacranti fino allo sterminio nei forni crematori.

Al Campo di concentramento di Jasenovac – spiega Marica Dukic – sono stati uccisi 20.000 bambini di nazionalità ebrea, serba e rom. Le donne sopravvissute e i loro figli sono stati uccisi il 20 aprile 1945. Per nascondere i loro crimini, gli ustaša hanno deciso di liquidare quelli che erano rimasti ancora in vita, anche se si trattava solo di un piccolo gruppo. Essi hanno provato a fuggire, ma la maggior parte non è riuscita nemmeno a uscire dalla porta, sono stati uccisi subito, e un piccolo numero di sopravvissuti (90 persone) si è avviato verso il fiume Sava. Le truppe partigiane jugoslave sono entrate nel campo Stara Gradiška il 23 aprile 1945 e a Jasenovac il 2 maggio 1945, senza però trovare anima viva, ma solamente cadaveri e rovine dei campi distrutti, le uniche testimonianze del crimine avvenuto. Il numero delle persone uccise non è mai stato stabilito con precisione: si parla all’incirca di 700.000 persone, e tra questi 33.000 ebrei, che rappresentano l'80% di tutta la popolazione ebraica presente sul territorio bosniaco in quel periodo (pp. 15-16).

Lo sterminio delle comunità ebraiche in Bosnia, dal punto di vista quantitativo, è illustrato nella tabella n. 1, che considera anche i pochi cambiamenti dopo il 1945 e le guerre sorte allo scioglimento della Jugoslavia, avvenuto dal 1991.

Tab. n. 1 – La Shoah in Bosnia-Erzegovina

Città

Ebrei nel 1941

Nel 2009

Banja Luka

480

92

Bihać

168

-

Sanski Most

79

-

Prijedor

47

-

Derventa

136

-

Doboj

105

Morti il 93%

Sarajevo

7.065 circa

1.413 nel 1946

750 nel 2014

Fonte: Nostra elaborazione su dati di Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014-2015.

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L’opera inedita analizzata - Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014/’15, pp. 106.

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Cenni bibliografici e sitologici – E. Varutti, “Libro di Menachem Shelah sugli ebrei jugoslavi salvati al Campo di Arbe (Rab)”, on line dal 10 luglio 2018 su   eliovarutti.blogspot.com/

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Note - Autore di riferimento: Marica Dukic. Altri testi a cura di Elio Varutti, per il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X, Udine. Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Tiziana Menotti, Gregorio Zamò, Marco Balestra e il professor Stefano Meroi. Copertina: cartolina di Sarajevo; collez. privata. Si ringrazia Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici e naturalistici e alla Biblioteca del Comune di Tarcento (UD) che in occasione del Giorno della Memoria 2022 ha messo in contatto Marica Dukic con l’Autore dei testi. Aderiscono: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.


sabato 29 gennaio 2022

Ebrei jugoslavi salvati dall’Esercito Italiano al Campo di Preza, in Albania, conferenza a Tarcento (UD)

“Qualcuno potrà non capire, ma bisogna ricordare”. Con queste parole ha chiuso il suo intervento Mauro Steccati, sindaco di Tarcento (UD), in occasione del Giorno della Memoria 2022. Il sindaco ha sottolineato come la violenza nazista si sia accanita contro i sei milioni di ebrei uccisi nei campi della morte e contro i dissidenti, gli omosessuali e gli zingari. L’evento, dedicato alla Shoah, si è svolto il 28 gennaio 2022, alle ore 18, presso la Biblioteca “Pierluigi Cappello” di Tarcento, coinvolgendo oltre 25 persone, secondo le norme anti-Covid19.

Elio Varutti, Silvia Fina e Mauro Steccati

Dietro la bandiera della Dalmazia, ha aperto i lavori dell’incontro Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici naturalistici e della Biblioteca Comunale di Tarcento. L’assessore Fina ha presentato il relatore della serata e il titolo dell’incontro con diapositive, accennando alle analoghe iniziative svolte negli anni scorsi sul tema delle Leggi Razziali e della persecuzione degli ebrei. Ha riferito inoltre che certi suoi parenti di Servola (TS), nel 1944, vedevano uscire il fumo dalla ciminiera della Risiera di San Sabba, unico Campo di sterminio nazista in Italia.

Ha poi avuto la parola il professor Elio Varutti, coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. Il relatore ha illustrato il tema sconosciuto degli “Ebrei jugoslavi salvati dall’Esercito Italiano al Campo di Preza, in Albania nel 1941-1942”. La ricerca è incentrata sul libro di Vasko Kostić, uscito nel 2014 nella traduzione italiana, che esalta le virtù dei soldati italiani durante l’occupazione del Montenegro. Il testo riferisce degli internati jugoslavi a Preza, in Albania, in un Campo di concentramento gestito dagli italiani. A Preza sono imprigionati impiegati della pubblica amministrazione, maestri, professori, intellettuali, medici, impiegati bancari e altri il cui libero pensiero non comunista non accettava l’annessione italiana delle Bocche del Cattaro (Vasko Kostić, pag. 67). Le condizioni di vita in tale campo di concentramento sono definite “sostenibili”.

C’è anche un dato numerico assai interessante. “Nell’aprile 1942, da Pristina a Preza furono portati 79 ebrei” (p. 145). Essi preferivano stare con gli Italiani, anziché finire arrestati dagli ustascia croati, alleati di Hitler, che li avrebbero spediti ai campi di sterminio.

Vasko Kostić scrive liberamente dopo il 2010-2011. Fino a qualche anno prima la censura jugoslava gli bloccava ogni suo articolo sulla stampa locale. Egli è un serbo delle Bocche del Cattaro, nato nel 1930, pilota militare e controllore di volo, ingegnere con tre lauree, storico, pubblicista e scrittore, membro dell’Associazione montenegrina degli storici. Ha al suo attivo più di quaranta libri e oltre 800 pubblicazioni. Kostić riporta anche i cambi di casacca nelle Bocche del Cattaro, provincia annessa al Regno d’Italia fino all’arrivo dei partigiani titini. Chi dal 1941 veste divise fasciste, coi figli balilla o della GIL, dopo la guerra diventa niente meno che un quadro del Partito comunista (p. 74). L’autore del memoriale scrive che diversi “bocchesi”, ossia gli abitanti delle Bocche del Cattaro, dal 1941 si sentono italiani. Sarà per i vecchi ricordi della dominazione veneziana, sta di fatto che i militari italiani li trattano come cittadini dello stesso stato. Molti bocchesi non sono comunisti (Vasko Kostić, pag. 112), anche se a guerra finita il regime di Tito ed i suoi storiografi, li fanno appartenere al comunismo per comodità politica. Perasto, anni ’40. Cittadina del Montenegro, di origine veneziana, è famosa per il giuramento alla caduta di Venezia nel 1797: «Ti con nu, nu con ti».

Nel dibattito che è seguito Donatella Prando, assessore alle Finanze e patrimonio del Comune di Tarcento ha rivolto una domanda riguardo al Campo di concentramento di Gonars (UD). Il relatore ha risposto spiegando che là, dal 1941 al 1943, sono stati internati civili sloveni e croati, con le famiglie, dopo che l’Italia con gli alleati aveva invaso la Jugoslavia. Le vittime furono oltre 400, oggi ricordate in un monumento del 1973 presso il locale cimitero.

Tra i il pubblico si è notato Edoardo Di Giorgio, del gruppo ANA di Collalto, oltre ai soci ANVGD Giuseppe Capoluongo e Rosalba Meneghini, la quale ha presenziato quale delegata di Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio.

Suggerimenti bibliografici e di sitologia - Sul trattamento degli ebrei di Pristina, in Kosovo, nella seconda guerra mondiale, si possono vedere:

- Vasko Kostić, Storia di un prigioniero degli italiani durante la guerra in Montenegro (1941-1943), Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2014. Titolo originale in lingua serba: Preza koncentracioni logor (Preza, campo di concentramento), 2011, traduzione italiana di Mila Mihajlović, cura delle bozze di Elio Carlo. Opera pubblicata col contributo del Comitato Provinciale di Padova dell’ANVGD.

- Michele Sarfatti, “Tra uccisione e protezione. I rifugiati ebrei in Kosovo nel marzo 1942 e le autorità tedesche, italiane e albanesi”, «La Rassegna Mensile di Israel», vol. 76, n. 3, settembre-dicembre 2010, pp. 223-242.

Sui montenegrini deportati vedi: Drago V. Ivanović, Memorie di un internato montenegrino. Colfiorito 1943, ISUC [traduzione parziale di Ivanović 1989, con saggio introduttivo di Dino Renato Nardelli - traduzione di Olga Simčić], Foligno (PG), Editoriale Umbra, 2004.

- E. Varutti, Cattaro, meglio prigioniero degli italiani che dei tedeschi in Montenegro 1941-1943, on line dal giorno 8 ottobre 2018 su  eliovarutti.blogspot.com

Testi e Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti, Docente di "Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata" – Università della Terza Età, Udine. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie della Biblioteca di Tarcento (UD), che si ringrazia per la cortese concessione alla diffusione e pubblicazione.

mercoledì 30 dicembre 2020

Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti, mio fratello caduto sotto i ferri di Menghele, di Mario De Simone

Il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X di Udine dal 2016 si occupa di commemorare la Giornata della Memoria. Negli ultimi anni le iniziative sono rientrate nel calendario delle attività del Comune di Udine. Quest’anno iniziamo le attività con la pubblicazione di un interessante ed originale contributo di Mario De Simone, di Napoli, fratello di Sergio De Simone, un bambino deportato vittima dell’Olocausto. Gli è stato detto: "Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti". Dal lager di Auschwitz, fu l’unico italiano tra i 20 bambini di varia nazionalità lì selezionati da Menghele come cavie umane per esperimenti medici compiuti dal dottor Kurt Heissmeyer nel campo di concentramento di Neuengamme, presso Amburgo. Proprio la città di Amburgo, di recente, ha dedicato un toponimo al bambino Sergio De Simone, vicino al Wassermann Park. L’intitolazione è: “Sergio-De-Simone Stieg”.  Per l'appoggio ricevuto siamo riconoscenti a don Maurizio Michelutti, coordinatore della Collaborazione pastorale di Udine sud.                             (A cura di Tiziana Menotti e Elio Varutti)

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I fatti della seconda guerra mondiale che riguardano le sofferenze e le persecuzioni subite da grandi parti delle popolazioni europee per motivi politici, religiosi o di appartenenza ad una “razza” sono stati per molto tempo sottaciuti o evitati con un senso di imbarazzato fastidio.

L’appartenenza ad etnie o, come si diceva allora, a ‘razze’ diverse da una fantomatica ‘razza’ ariana mai esistita sulla terra è stata utilizzata dal nazionalsocialismo per indicare una ‘razza’ superiore da contrapporre alle razze inferiori costituite da ebrei (indicati come responsabili di tutti i guai che erano piombati sulla Germania dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale) e zingari (che davano fastidio con quel loro modo di vivere fuori dagli schemi di una ordinata società borghese e disciplinata). Oltre, naturalmente ad alcuni tipologie di ‘sottouomini’ quali comunisti, omosessuali, persone con problemi psichici o fisici, neri o di altro colore tutti soggetti che turbavano il quieto vivere della società nazista.

Com'è noto queste scelte odiose furono adottate anche dal fascismo e, nonostante la sostanziale indifferenza per il problema da parte del popolo italiano, furono fatte proprie anche da esponenti del mondo della cultura che speravano in questo modo di fare carriera e di avere i loro vantaggi accademici, culturali, giornalistici e patrimoniali.

Le leggi razziali del 1938 costituiscono un’imperdonabile scelta politica del governo fascista e della casa reale del nostro sfortunato paese, che adottandole si contrassegnarono con maggiore evidenza per quello che rappresentavano: un governo razzista, usurpatore, violento e contrario agli interessi degli italiani che dicevano invece di tutelare.

Tutto questo è stato fino a oggi, a contrario di quello che molti pensano, troppo poco indagato dagli storici. Del dolore arrecato alle persone moltissimi hanno cominciato ad avere conoscenza solo dopo l’entrata in vigore della legge 20 luglio 2000 n° 211 che istituisce il Giorno della Memoria, che si commemora in Italia il 27 gennaio di ogni anno nella data di liberazione del campo di Auschwitz da parte dei soldati dell’Armata Rossa.

È in questo contesto che si inquadra la vicenda della mia famiglia materna e del mio povero fratello Sergio. Nel marzo del 1944 le SS, accompagnate dai fascisti locali e da un delatore si presentarono presso la casa della mia famiglia, di origine ebraica, a Fiume [vicino all’Istria, NdR], che allora era italiana. Lì trovarono e deportarono mia nonna Rosa, mio zio Jossi con la moglie, mia Zia Sonia che viveva con la sua mamma anziana, mia zia Mira con le mie due cuginette Andra a Tatiana e mia madre Gisella con mio fratello Sergio.

Sergio De Simone e cugine Tatiana e Alessandra; foto dal web

Io sono qui a scrivere queste righe perché sono nato dopo la guerra quando mia madre, tornata da Auschwitz insieme alla sorella Mira, rientrò a Napoli e lì rincontrò mio padre anch’egli rientrato dalla prigionia come militare in Germania dove era stato condotto prigioniero per difendere la ‘Patria’ che nel frattempo gli distruggeva la famiglia. Nella terribile storia della mia famiglia materna, di cui sono tornate solo quattro persone su tredici deportate in vari momenti, la storia di mio fratello riveste un particolare significato per la sua drammaticità e crudeltà.

Infatti, come è ormai noto, il destino di mio fratello Sergio prende una strada diversa da quella delle mie cugine. Drammaticamente diversa. Egli, infatti, fu scelto dai nazisti con un vile trucco, ‘chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti’, insieme ad altri 19 bambini ebrei o presunti tali prelevati dal lager di Auschwitz, trasportati a Neuengamme per essere sottoposti ad esperimenti medici sulla TBC da uno pseudo medico di Amburgo. Qui in un contesto surreale, in cui non vi erano blokove compiacenti ma solo adulti malvagi e crudeli, furono usati come cavie. [Nei lager femminili la funzione del Kapo veniva svolta dalla Blokove, NdR]. Pensate, usati come cavie: oggi abbiamo remore anche ad usare i topi o altri animali grazie alle associazioni animaliste che giustamente li tutelano.

Furono tutti uccisi nella scuola di Bullenhuser Damm ad Amburgo. In quella città, il 20 aprile del 1945, Sergio, gli altri 19 bambini, i medici e gli infermieri prigionieri che furono costretti a collaborare con Heissmayer e che per quello che potevano, tentarono di mitigare gli effetti della folle sperimentazione, i prigionieri russi utilizzati come inservienti, furono tutti eliminati ed i loro corpi inceneriti e dispersi per distruggere, insieme alle prove cartacee delle malefatte, anche le vittime, perché tanto “nessuno avrebbe mai creduto alla narrazione di quello che è accaduto realmente”, come diceva Himmler sperando nell'impunità dopo la guerra.

La storia di mio fratello e degli altri 19 bambini rappresenta la parte non a lieto fine delle storie legate alle persecuzioni razziali nazifasciste e per questo io ritengo che non debba essere mai taciuta o solo accennata ma narrata e conosciuta nel pieno dei suoi particolari aberranti per mettere tutti, moderni razzisti e non, davanti alle proprie responsabilità in particolare in relazione alle scelte politiche attuali spesso superficialmente adottate.

Voglio infine chiarire le motivazioni che mi hanno condotto a divulgare questa storia da quando ne sono venuto a conoscenza nel lontano 1995. In quell’anno fui chiamato ad Amburgo dalla Associazione dei venti bambini di Bullenhuser Damm in quanto il giornalista tedesco Gunter Schwarberg, che con fatica era riuscito a ricostruire la storia dei bambini e dei prigionieri ed a far condannare i responsabili. Nella cerimonia di commemorazione Gunter mi rivelò la storia della fine del mio povero fratello. La storia mi sconvolse e mi indignò profondamente e già sull’aereo del ritorno d’accordo con mia moglie decidemmo che non poteva rimanere chiusa nella mia famiglia ma doveva essere portata a conoscenza del maggior numero di persone possibile.

Arrivati a Napoli prendemmo contatto con la giornalista Titti Marrone del quotidiano “Il Mattino” di Napoli la quale scrisse degli articoli molto belli e poi decise di scrivere un libro su questa storia “Meglio non sapere” coinvolgendo anche le mie due cugine Tatiana e Andra Bucci. Questo è il primo dei tanti altri che successivamente sono stati pubblicati.

Questo è il motivo, infine, per cui io, come le mie cugine, non ci risparmiamo a divulgare, specie nelle scuole e nei luoghi della conoscenza, la narrazione delle nostre vicende.

Mario De Simone

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Fotografie qui accanto e poco sopra - Luneburgo (Germania), edificio adattato a Campo di concentramento nel 1943, sottocampo di Neuengamme per deportati utilizzati come forza lavoro nello sgombero di macerie in seguito ai devastanti bombardamenti alleati su Amburgo. Fotografie di Daniela Conighi, 2019.

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Cenni bibliografici e del web

Maria Pia Bernicchia (a cura di), Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti. I 20 bambini di Bullenhuser Damm una carezza per la memoria, Milano, Proedi, 2005-2006.

Elio Varutti, Ebrei di Fiume in transito a Udine per Auschwitz 1944-1945. Riflessioni, on line dal 16 gennaio 2019 su eliovarutti.blogspot.com

E. Varutti, Shoah dietro l’angolo. Carceri naziste nelle case di Udine, 1943-1945, on line dal 31 dicembre 2020 su evarutti.wixsite.com

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Autore principale: Mario De Simone. Testo a cura di Tiziana Menotti e Elio Varutti, per il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X, Udine. Servizio redazionale e di Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Tiziana Menotti, e Sebastiano Pio Zucchiatti. Copertina: Fiume 1943, Sergio De Simone con le cugine Andra e Tatiana Bucci, dietro, la mamma Gisella Perlow De Simone (al centro) e le zie Mira Perlow Bucci e Paula Perlow; Collez. privata. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo. Aderiscono: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.



domenica 19 gennaio 2020

Giorno della Memoria a Udine sud, 23.1.2020, all'Oratorio Zanin in via Montebello

Nel 2016 era un desiderio di don Paolo Scapin, allora parroco di S. Pio X, quello di scoprire qualcosa sugli ebrei a Udine sud. Così è sorto un gruppo di studio su brani di storia sconosciuti, con l’aiuto del maestro Alfredo Orzan, il cantore di Baldasseria. Dici Auschwitz e pensi alla Shoah, ai Campi di sterminio nazisti. Non immagineresti mai che gli ebrei prigionieri nei vagoni piombati passavano sotto casa tua, vicino agli orti (les cumieres) di Baldasseria. Così è stato in Via Monfalcone e nello scalo di Via Buttrio. La cifra complessiva degli internati va oltre le 1.200 persone. Pochi i sopravvissuti.
Giorgio Celiberti, Terezin nel cuore, 1996, tavola, cm 100 x 141,5

Giovedì 23 gennaio 2020 alle ore 20,30 si tiene il Giorno della Memoria a Udine sud presso l’Oratorio “Mons. E. Zanin”, in Via Montebello 3, angolo Via Marsala. Purtroppo il Depliant del Comune di Udine contiene un errore di stampa; il luogo della serata è segnato in via Mistruzzi, ma invece l'evento si terrà presso l’Oratorio “Mons. E. Zanin”, in Via Montebello 3, angolo Via Marsala.
L’incontro si aprirà con il saluto di don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X. Seguirà l’intervento di Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine e il saluto di Marco Balestra, presidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.
Il primo relatore della serata è il dott. Giorgio Linda, presidente dell’Associazione Italia-Israele, di Udine, che tratterà il tema: “Shoah, verità e luoghi comuni”. Poi ci sarà la relazione della dott.ssa Tiziana Menotti, studiosa di slavistica, su: “Terezín, il ghetto dei bambini e degli artisti”. Il professor Elio Varutti parlerà, infine, su “Ebrei di Abbazia salvati a Palmanova”.
L’incontro pubblico, nel quadro delle attività del Comune di Udine, è organizzato dal Gruppo culturale parrocchiale di S. Pio X, con la collaborazione di: ANED di Udine, Parrocchia del Cristo e Alpini di Udine Sud. 
Si ringrazia per la copertina del biglietto di sala il pittore Giorgio Celiberti, che ha messo a disposizione dell’evento la sua tavola, del 1966, intitolata Terezin nel cuore. 

Ecco le tracce degli interventi dei relatori
Gli antidoti contro l’odio. “Se la cultura dell’incontro e della riconciliazione genera vita e produce speranza, la non-cultura dell’odio semina morte e miete disperazione… Non ci sono parole e pensieri adeguati di fronte a simili orrori della crudeltà e del peccato; c’è la preghiera, perché Dio abbia pietà e perché tali tragedie non si ripetano”. Con queste parole, papa Francesco fa eco ad un famoso intervento di uno dei suoi suo predecessori, San Giovanni Paolo II papa. Egli disse con forza e profondo dolore in occasione di una delle giornate della Memoria della Shoah: “dobbiamo abilitare la memoria a svolgere il suo necessario ruolo nel processo di costruzione di un futuro nel quale l’indicibile iniquità della Shoah non sia mai più possibile”. Così si auspica “un futuro di autentico rispetto per la vita e per la dignità di ogni popolo e di ogni essere umano”.
Anche la nostra comunità cristiana, in occasione della Giornata della Memoria 2020, offre un’importante opportunità, con una serata di riflessione sul dramma dell’Olocausto, per fare propria la necessità di continuare a coltivare la giustizia, la concordia e la pace fra i popoli e le religioni, promuovendo la cultura e favorendo la libertà di culto, proteggendo i credenti e le religioni da ogni manifestazione di violenza e strumentalizzazione. Questi, afferma ancora papa Francesco (e noi con lui) “sono i migliori antidoti contro l’insorgere dell’odio”.
Don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X e del Cristo
Via S. Martino, 28 – Pietra d’inciampo per ricordare Leone Jona, detto "Nello", installata il 19.1.2020 per il Giorno della Memoria

La SHOAH: verità e luoghi comuni. Anche il Giorno della Memoria, come tutte le commemorazioni e ricorrenze, corre il rischio della ripetitività e della strumentalizzazione, ma in particolare corre il rischio della banalizzazione e distorsione ad opera di luoghi comuni. Ecco allora che la Shoah diventa un terribile momento storico in cui un gruppo di malvagi, detti Nazisti, per pura cattiveria si accanirono  contro certi altri uomini, che si definivano Ebrei. Dapprima li perseguitarono, in seguito diedero loro la caccia, li catturarono e  li imprigionarono in luoghi chiamati Lager, dove li sterminarono a milioni in speciali camere a gas. Ma, come in ogni western che si rispetti, alla fine arrivarono i buoni, ovvero gli Alleati, che sconfissero i Nazisti cattivi, li processarono e li punirono. Certo, ci furono quelle cataste di cadaveri con cui ogni anno la televisione ci rovina la cena, ma… alla fine è tutto bene quello che finisce bene. Questa vulgata, che ho volutamente riassunto in forma  paradossale e provocatoria, “dimentica” (o forse, freudianamente, “rimuove”) parecchi aspetti della Shoah che vengono invece discussi e documentati nella relazione di oggi. 
Giorgio Linda, Associazione Italia-Israele, Udine

Terezín, il ghetto dei bambini e degli artisti
La storia di Terezin inizia nel 1780, quando l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo decise di costruire una fortezza militare per proteggere Praga e la Boemia dalle incursioni prussiane. La chiamò Theresienstadt, Terezín in ceco, in onore della madre Maria Teresa.
La città è costituita ancora oggi da due siti, la Grande fortezza, circondata da bastioni, e la Piccola fortezza, che in genere veniva usata come prigione. Nel novembre 1941 i nazisti la trasformarono in un ghetto per ebrei che qui venivano raccolti, smistati e poi inviati ad Auschwitz. A Terezín, nota come “la città che Hitler donò agli ebrei”, tra il 1940 e il 1945 furono rinchiuse più di 200 mila persone provenienti da vari Paesi, tra cui numerosi artisti. Essi ebbero un ruolo di primaria importanza all’interno del ghetto perché riuscirono a creare una vita culturale di alto livello e a rendere l’esistenza degli internati un po’ più sopportabile. Tra i prigionieri vi furono anche numerosi bambini, deportati assieme alle loro famiglie e, spesso, alle loro maestre e ospitati nelle ex caserme della città trasformate in Jugendheim, case per bambini. Molti di loro trovarono la morte nelle camere a gas di Auschwitz.
Tiziana Menotti, Circolo culturale della Parrocchia di S. Pio X

Ebrei di Abbazia salvati a Palmanova 1943-1945. Poco noto e misterioso è il salvataggio dalla persecuzione nazista di tre ebrei a Palmanova. È accaduto alla famiglia Parisotto, come ha raccontato Luigi Parisotto. Dal 1932 Giuseppe Parisotto, padre di Luigi, gestiva una cartoleria. “Negli anni ’40 i miei genitori a Palmanova – ha detto Parisotto – nascosero tre ebrei di Abbazia, dove gestivano un albergo”. Si tratta dei signori Willy Rudovitz, della signora Rudovitz e del figlio quarantenne di nome, pure lui, Willy Rudovitz, ospitati in casa Parisotto, dal mese di novembre 1943, fino al 1945. Fa da tramite il signor Berin, fattore degli Hausbrandt, proprietari terrieri a Chiopris Viscone. La signora Maria Osso Parisotto, madre del testimone, cucina anche per i Rudovitz, che mangiano in momenti distinti dalla famiglia ospitante. In particolare, la signora Rudovitz si muove in casa, anche per i pasti, con una “valigetta che posava sempre ai propri piedi”. Conteneva soldi, oggetti preziosi? Poi ci sono dei contatti col tenente tedesco Stolvitz… Il testimone riferisce, comunque, che la famiglia Rudovitz lascia indenne casa Parisotto alla fine di maggio del 1945.
Elio Varutti Circolo culturale della Parrocchia di S. Pio X

Udine, via S. Martino, 28 - Il professor Giampaolo Borghello ricorda lo zio Leone Jona, detto "Nello". 19.1.2020 per il Giorno della Memoria, accanto a Enrico Berti, presidente del Consiglio comunale di Udine
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Rassegna stampa
- Da "Il Friuli" nel web: "Gli ebrei a Udine sud".
- Dal sito di Turismofvg: "Giorno della memoria 2020 - Parliamo di deportazioni e campi di concentramento".
- Dal sito friulionline: "Incontro a Udine per la Giornata della Memoria".
- Dal "Messaggero Veneto" del 18 gennaio 2020.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Elio Varutti, Tulia Hannah Tiervo e Sebastiano Pio Zucchiatti. Fotografie di E. Varutti.