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sabato 29 gennaio 2022

Ebrei jugoslavi salvati dall’Esercito Italiano al Campo di Preza, in Albania, conferenza a Tarcento (UD)

“Qualcuno potrà non capire, ma bisogna ricordare”. Con queste parole ha chiuso il suo intervento Mauro Steccati, sindaco di Tarcento (UD), in occasione del Giorno della Memoria 2022. Il sindaco ha sottolineato come la violenza nazista si sia accanita contro i sei milioni di ebrei uccisi nei campi della morte e contro i dissidenti, gli omosessuali e gli zingari. L’evento, dedicato alla Shoah, si è svolto il 28 gennaio 2022, alle ore 18, presso la Biblioteca “Pierluigi Cappello” di Tarcento, coinvolgendo oltre 25 persone, secondo le norme anti-Covid19.

Elio Varutti, Silvia Fina e Mauro Steccati

Dietro la bandiera della Dalmazia, ha aperto i lavori dell’incontro Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici naturalistici e della Biblioteca Comunale di Tarcento. L’assessore Fina ha presentato il relatore della serata e il titolo dell’incontro con diapositive, accennando alle analoghe iniziative svolte negli anni scorsi sul tema delle Leggi Razziali e della persecuzione degli ebrei. Ha riferito inoltre che certi suoi parenti di Servola (TS), nel 1944, vedevano uscire il fumo dalla ciminiera della Risiera di San Sabba, unico Campo di sterminio nazista in Italia.

Ha poi avuto la parola il professor Elio Varutti, coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. Il relatore ha illustrato il tema sconosciuto degli “Ebrei jugoslavi salvati dall’Esercito Italiano al Campo di Preza, in Albania nel 1941-1942”. La ricerca è incentrata sul libro di Vasko Kostić, uscito nel 2014 nella traduzione italiana, che esalta le virtù dei soldati italiani durante l’occupazione del Montenegro. Il testo riferisce degli internati jugoslavi a Preza, in Albania, in un Campo di concentramento gestito dagli italiani. A Preza sono imprigionati impiegati della pubblica amministrazione, maestri, professori, intellettuali, medici, impiegati bancari e altri il cui libero pensiero non comunista non accettava l’annessione italiana delle Bocche del Cattaro (Vasko Kostić, pag. 67). Le condizioni di vita in tale campo di concentramento sono definite “sostenibili”.

C’è anche un dato numerico assai interessante. “Nell’aprile 1942, da Pristina a Preza furono portati 79 ebrei” (p. 145). Essi preferivano stare con gli Italiani, anziché finire arrestati dagli ustascia croati, alleati di Hitler, che li avrebbero spediti ai campi di sterminio.

Vasko Kostić scrive liberamente dopo il 2010-2011. Fino a qualche anno prima la censura jugoslava gli bloccava ogni suo articolo sulla stampa locale. Egli è un serbo delle Bocche del Cattaro, nato nel 1930, pilota militare e controllore di volo, ingegnere con tre lauree, storico, pubblicista e scrittore, membro dell’Associazione montenegrina degli storici. Ha al suo attivo più di quaranta libri e oltre 800 pubblicazioni. Kostić riporta anche i cambi di casacca nelle Bocche del Cattaro, provincia annessa al Regno d’Italia fino all’arrivo dei partigiani titini. Chi dal 1941 veste divise fasciste, coi figli balilla o della GIL, dopo la guerra diventa niente meno che un quadro del Partito comunista (p. 74). L’autore del memoriale scrive che diversi “bocchesi”, ossia gli abitanti delle Bocche del Cattaro, dal 1941 si sentono italiani. Sarà per i vecchi ricordi della dominazione veneziana, sta di fatto che i militari italiani li trattano come cittadini dello stesso stato. Molti bocchesi non sono comunisti (Vasko Kostić, pag. 112), anche se a guerra finita il regime di Tito ed i suoi storiografi, li fanno appartenere al comunismo per comodità politica. Perasto, anni ’40. Cittadina del Montenegro, di origine veneziana, è famosa per il giuramento alla caduta di Venezia nel 1797: «Ti con nu, nu con ti».

Nel dibattito che è seguito Donatella Prando, assessore alle Finanze e patrimonio del Comune di Tarcento ha rivolto una domanda riguardo al Campo di concentramento di Gonars (UD). Il relatore ha risposto spiegando che là, dal 1941 al 1943, sono stati internati civili sloveni e croati, con le famiglie, dopo che l’Italia con gli alleati aveva invaso la Jugoslavia. Le vittime furono oltre 400, oggi ricordate in un monumento del 1973 presso il locale cimitero.

Tra i il pubblico si è notato Edoardo Di Giorgio, del gruppo ANA di Collalto, oltre ai soci ANVGD Giuseppe Capoluongo e Rosalba Meneghini, la quale ha presenziato quale delegata di Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio.

Suggerimenti bibliografici e di sitologia - Sul trattamento degli ebrei di Pristina, in Kosovo, nella seconda guerra mondiale, si possono vedere:

- Vasko Kostić, Storia di un prigioniero degli italiani durante la guerra in Montenegro (1941-1943), Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2014. Titolo originale in lingua serba: Preza koncentracioni logor (Preza, campo di concentramento), 2011, traduzione italiana di Mila Mihajlović, cura delle bozze di Elio Carlo. Opera pubblicata col contributo del Comitato Provinciale di Padova dell’ANVGD.

- Michele Sarfatti, “Tra uccisione e protezione. I rifugiati ebrei in Kosovo nel marzo 1942 e le autorità tedesche, italiane e albanesi”, «La Rassegna Mensile di Israel», vol. 76, n. 3, settembre-dicembre 2010, pp. 223-242.

Sui montenegrini deportati vedi: Drago V. Ivanović, Memorie di un internato montenegrino. Colfiorito 1943, ISUC [traduzione parziale di Ivanović 1989, con saggio introduttivo di Dino Renato Nardelli - traduzione di Olga Simčić], Foligno (PG), Editoriale Umbra, 2004.

- E. Varutti, Cattaro, meglio prigioniero degli italiani che dei tedeschi in Montenegro 1941-1943, on line dal giorno 8 ottobre 2018 su  eliovarutti.blogspot.com

Testi e Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti, Docente di "Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata" – Università della Terza Età, Udine. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie della Biblioteca di Tarcento (UD), che si ringrazia per la cortese concessione alla diffusione e pubblicazione.

lunedì 25 ottobre 2021

Venezia Giulia Istria Dalmazia: tremila anni di storia, libro di Carlo Cesare Montani

Questo libro è giunto alla quinta edizione in una veste del tutto rinnovata. “Venezia Giulia e Dalmazia: sommario storico”: il volume era uscito con tale titolo nel 1990. Hanno fatto seguito la traduzione in lingua inglese (2001), la terza edizione bilingue con testi a fronte (2002) e la quarta a stampa in forma anastatica (2011).  

L’entità geografica della Venezia Giulia, sotto il Regno d’Italia, dal 1918 al 1947, è formata dalle province di Gorizia, inclusa la Valle dell’Isonzo e fino a Circhina e Idria, Trieste fino a Postumia, Pola, comprese le Isole di Cherso e di Lussino e Fiume, da Moschiena fino a Villa del Nevoso (con alcune annessioni dal 1941). Zara con un po’ di entroterra è una exclave del Regno d’Italia dal 1918, anzi dal trattato di pace del 1920, fino all’arrivo dei titini, nel 1943, cui segue l’occupazione nazista e nel 1944 la definitiva invasione iugoslava. Nel periodo 1941-1943 Zara appartiene al Governatorato della Dalmazia del Regno d’Italia, assieme alle province di Spalato e di Cattaro.

Di grande impatto divulgativo e segnato da un profondo spirito patriottico, pur essendo privo di figure, il prodotto culturale di Carlo C. Montani si presenta molto snello nella Prima parte, di 94 pagine. Qui l’Autore è riuscito a suddividere in 18 brevi capitoli circa 3000 anni di storia, di cui c’è un cenno sin dal sottotitolo. Il riferimento va a quelle terre irredente che, nel 1863, Graziadio Isaia Ascoli, glottologo italiano di fama internazionale definiva per la prima volta “Venezia Giulia”. I loro confini sono contenuti, generalmente, tra il Friuli orientale (inclusa la Bisiacaria, ossia parte del Monfalconese), Trieste, l’Istria, le isole del Quarnaro e la città di Fiume, comprendendo perciò le terre site fra Alpi e Prealpi Giulie, Carso, Alpi Dinariche e Alto Adriatico orientale (Golfo di Trieste e Golfo di Fiume). Il celebre linguista goriziano volle contrapporlo al vocabolo Litorale, ideato dalle autorità austriache, nel 1849, per identificare una regione amministrativa più o meno coincidente. La Dalmazia include altri territori irredenti di Zara, Spalato, Sebenico, Traù e varie isole fino alle Bocche del Cattaro. Tutte aree a prevalenza, o di grande presenza di italofoni, assieme al mondo slavo. Nel Novecento tali province sono oggetto di cambi repentini di bandiera e di padrone, passando attraverso certe dittature. Sono pure soggette alle devastazioni delle due guerre mondiali, con tutte le conseguenti ricadute sociali e politiche.

Nella Premessa è lo stesso Autore a ricordare che: “La tragedia di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, parte essenziale del più grande dramma italiano compiutosi nel XX secolo, rende indispensabile fare il punto sulle vicende da cui trasse origine, e sulle loro motivazioni antiche e recenti: non è possibile ignorare il grido di dolore di circa 20 mila Vittime incolpevoli, infoibate o diversamente massacrate durante e dopo l’ultimo conflitto mondiale, al pari di quello dei 350 mila profughi che furono costretti all’abbandono senza ritorno di quanto avevano caro, come la terra, gli affetti, i beni personali e prima ancora, i sepolcri degli Avi, senza dire che secondo alcune fonti le cifre dei Caduti e degli Esuli sarebbero sensibilmente maggiori” (pag. 6). Pur negli alvei della correttezza, ogni storico affronta le varie tematiche con la sua Weltanschauung e pure Carlo C. Montani lo fa. Tuttavia, come il Prof. Augusto Sinagra rileva sin dalle prime battute della Prefazione, l’Autore rivendica, in chiave filosofica, una determinata attendibilità e la necessità di essere fedeli al vero, richiamando “la comune attenzione sulle immortali parole di Tacito, il grande storico latino che aveva affermato come la storia non si possa fare coi sentimenti - scrive Sinagra - da cui deve necessariamente prescindere, perché fonda la propria attendibilità sull’obbligo di professare incorrotta fedeltà al vero. Ne discende l’imperativo di ogni storico degno di questo nome: quello di interpretare i fatti e le loro naturali matrici umane senza amore e senza odio” (p. 11).

In proposito, viene alla mente un racconto di Caterina Percoto, intitolato appunto “Non una sillaba oltre il vero”, pubblicato sul «Giornale di Trieste» nel 1848. Nel caso del Risorgimento, descritto dalla Percoto, esponente della letteratura rusticale ed amica di Nicolò Tommaseo, si tratta di una serie di violenze di rappresaglia degli austro-croati contro le genti friulane per i moti di libertà dall’invasore. Siamo comunque nel campo delle pressioni anti-italiane sulla sponda dell’alto Adriatico.

Nella Seconda parte del volume (di 167 pp.) troviamo una personale antologia di critica storica. Qui gli stessi argomenti vengono ripresi, approfonditi con le citazioni e la bibliografia relativa. A volte si tratta di studi già pubblicati su carta, o nel web dallo stesso Autore. Le fonti di riferimento per tale parte sono: il Consiglio Regionale della Toscana (Firenze); Difesa Adriatica (Roma); L’Esule (Milano); Nuova Antologia (Firenze); Riscossa Adriatica (Firenze); Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale (Roma); Studi in onore di Augusto Sinagra (Roma); Vita Nuova (Trieste) e il sito www.storico.org (Roma).

Nella Terza ed ultima parte si trova un’utile Cronologia (di 100 pp.). Come sottolinea l’Autore, la “prassi di inserire un elenco cronologico dei fatti salienti a fini di consultazione e documentazione è diventata ricorrente sia in buona parte delle opere storiografiche di maggiore impegno, sia in parecchie di quelle a carattere divulgativo, spesso fondate su testimonianze dirette: nell’ambito giuliano-dalmata tale ricorso risulta diffuso anche alla luce di una vicenda collettiva particolarmente articolata e complessa, in specie dall’Ottocento in poi” (p. 265). Sulla questione dell’esodo, delle foibe e del Giorno del Ricordo è proprio la Cronologia finale, aggiornata ai fatti e ai luoghi, con ponderata dovizia di particolari, a fornire una marcia in più all’intero volume.

Cartolina per le terre redente, collezione privata, Udine

Tra i tanti argomenti esposti troviamo la fondazione di città sulla costa dalmata per opera di coloni della Magna Grecia sin dal III secolo a.C. e la notevole presenza dell’Antica Roma in Istria, a Fiume (Tarsatica) e in Dalmazia. Seguono le invasioni barbariche e la presenza bizantina. Col VI secolo d.C. iniziano le invasioni slave. In seguito c’è il potere carolingio. È dell’anno 804 il “Placito” di Risano, presso Capodistria; a seguito di una manifestazione di “coraggio civico” destinata ad essere ricordata nei secoli, l’autonomia viene solennemente restituita alle comunità istriane davanti a 172 delegati in rappresentanza di undici città. Il duca Giovanni che aveva governato quale espressione diretta di Carlo Magno e promosso il collocamento di ulteriori coloni slavi in forte contrapposizione alle genti autoctone, è sconfessato ed allontanato. Nei decenni successivi iniziano le scorrerie turchesche in Dalmazia e nascono le alleanze con Venezia nella costa adriatica orientale, tanto che il doge Pietro Orseolo, nell’anno 1000, combatte in difesa delle città istriane ed acquista il titolo di “Dux Dalmatiae”. Nel 1300 Dante Alighieri pone sul Carnaro il confine orientale d’Italia; si tratta di un convincimento che sconta conoscenze e limiti dell’epoca in senso “italico” ignorando la Dalmazia e le Isole, ma sarà motivo di frequente ispirazione sino al terzo millennio.

Col 1420 buona parte della Dalmazia è possesso di Venezia. Ha fine il potere temporale dei Patriarchi di Aquileia: anche Udine e Cividale passano alla Serenissima. Seguono pestilenze, guerre e altalenanti domini diversificati. Nel 1779 Maria Teresa d’Austria trasferisce Fiume all’Ungheria confermando la sua indipendenza dalla Croazia e le riconosce la prerogativa di “Corpus separatum”.

Il 17 ottobre 1797 si stipula il Trattato di Campoformido. I territori della Serenissima vengono ceduti all’Austria che in cambio riconosce la Repubblica Cisalpina. Inizia il dominio austriaco in Friuli e nel Veneto mentre l’esercito napoleonico occupa Trieste. A Perasto (odierno Montenegro), veneziana dal 1420, l’ultimo vessillo della Repubblica di Venezia viene ammainato nella commozione generale e sepolto sotto l’altare maggiore del Duomo. Il Capitano Giuseppe Viscovich pronuncia la celebre allocuzione di commiato che resterà esempio imperituro della fedeltà dalmata alla Serenissima, ripreso nel Risorgimento e nell’Impresa fiumana di Gabriele d’Annunzio. “Ti con nu, nu con ti” (Tu con noi, noi con te).

Per Istria, Fiume e Dalmazia segue un fugace dominio napoleonico, prima facendo parte del Regno d’Italia del Viceré Eugenio di Beauharnais e, poi, delle Provincie Illiriche dell’Impero francese (1809-1813). Col Congresso di Vienna (1815) tutto passa sotto l’Austria fino alla Grande Guerra. Nel 1831 lo Statuto della “Giovine Italia” dichiara l’italianità della Venezia Giulia. Seguono le tre guerre d’indipendenza italiane (1848, 1859, 1866) e si sviluppa l’Irredentismo italiano nella Venezia Giulia, in Istria e Dalmazia, con conseguente snazionalizzazione da parte dell’autorità austriaca a favore degli slavi, cui partecipa il clero slavo, che nei registri battesimali slavizza i cognomi, contro il volere di genitori e padrini di sentimenti italiani.

Nel Novecento spiccano le due guerre mondiali e l’impresa dannunziana di Fiume, come dai libri di testo per le scuole, che poco trattano delle uccisioni titine nelle foibe, della strage parimenti titina di Vergarolla (18 agosto 1946) e dell’esodo giuliano dalmata di 350mila persone. Col Trattato di pace del 10 febbraio 1947 la Jugoslavia si annette Istria, Fiume e Dalmazia. Trieste fa parte della Zona A del Territorio Libero di Trieste fino al 1954, quando tornerà all’Italia, mentre la Zona B, da Capodistria a Cittanova passa sotto i carri armati titini. Le manifestazioni anti-iugoslave di Trieste dei primi anni ‘50 culminano nell’eccidio compiuto dalla polizia del Governo Militare Alleato nel novembre 1953, che provoca sette Vittime definite quali “ultimi Caduti del Risorgimento italiano”. I confini tra Italia e Jugoslavia vengono stabiliti nel 1975 col Trattato di Osimo. Dal 1991 si disgrega lo stato di Tito in varie entità con le guerre conseguenti. Non si poteva in queste righe riportare altro, se non alcune delle tappe cronologiche del confine orientale, ben approfondite nel volume.

Nella vasta Bibliografia (di 22 pp.) trovano spazio perfino i più recalcitranti negazionisti, peraltro in fase di trasformazione per non perdere del tutto la faccia e i pubblici finanziamenti, in un coacervo di riduzionisti e giustificazionisti. Consola il fatto che pure la recente letteratura internazionale stia orientando le proprie ricerche sulla storia trascurata nei decenni passati. Si pensi al libro di Ljubinka Toševa Karpovicz, studiosa croata, intitolato non a caso “Rijeka / Fiume (1868-1924)”, od “Autonomije do Države (Fiume 1868-1924: dall’Autonomia allo Stato) edito nel 2021 e all’opera di Dominique Kirchner Reill, ricercatrice statunitense, che ha dato alle stampe “The Fiume crisis: life in the wake of the Absburg Empire” (La crisi di Fiume: vita sulla scia dell'Impero asburgico). Tanto per dire che è difficile far scomparire la parola “Fiume” dai titoli dei libri di storia.

In tutta sintesi, sembra di poter affermare che il libro di Carlo C. Montani sarà un toccasana per il lettore a digiuno di storia dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia: è come un Bignami massimizzato.

Infine, per concludere con una pertinente citazione “ad hoc” mutuata da un celebre scrittore europeo, e riferibile anche ai giuliani, istriani e dalmati, vorrei dire che “nella loro bellezza rassegnata di tristi esuli in questo mondo volgare, si potevano leggere le emozioni con altrettanta chiarezza che in uno sguardo espressivo” (Marcel Proust, Le Mystérieux correspondant, 1896, traduzione italiana, Garzanti, 2021).

Il libro recensito

Carlo Cesare Montani, Venezia Giulia – Istria - Dalmazia: pensiero e vita morale. Tremila anni di storia - Antologia critica - Cronologia, Udine, Aviani & Aviani, 2021, pp. 416. Seconda edizione del mese di novembre 2024.

ISBN: 978-88-7772-319-2

Bandierina per la riunificazione di Trieste all'Italia, 1954. Collezione famiglia Conighi

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AGGIORNAMENTO DEL 2024

Si comunica che è stato conferito alla Prima Edizione del volume di Carlo Cesare Montani, qui recensito, il Premio Firenze-Europa FIORINO D’ORO, nel 2021 ed ora sta per uscire una nuova edizione del volume stesso.


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Recensione di Elio Varutti, docente di “Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata” all’Università della Terza Età di Udine. Membro del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, Sede dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine: via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin, che fa parte pure del Consiglio nazionale del sodalizio e, dal 2024, è Coordinatore dell’ANVGD in Friuli Venezia Giulia. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi.  Sito web:  https://anvgdud.it/


lunedì 8 ottobre 2018

Cattaro, meglio prigioniero degli italiani che dei tedeschi in Montenegro 1941-1943

Riguardo alla seconda guerra mondiale, fino agli anni 1960-1970, c’era il modo di dire: Italiani, brava gente, che fu pure il titolo di un film del 1965

Si voleva intendere che si erano comportati bene in guerra i soldati italiani fino all’armistizio del 1943. Poi, a cominciare da Indro Montanelli, si svelava l’uso dei gas nell’occupazione dell’Etiopia. Si sviluppa allora una certa letteratura tendente a svelare certe malefatte dei militi, soprattutto quelli in camicia nera. Col nuovo secolo vengono a galla documenti nei quali generali italiani scrivono e firmano che in Jugoslavia “si ammazza troppo poco”. Nel 1942 ammonisce così il generale Mario Robotti, comandante del XI Corpo d’Armata italiano in Slovenia e Croazia. Il suo diretto superiore generale Mario Roatta rincara la dose: “Non dente per dente, ma testa per dente”.
Oppure viene scoperto il principio espresso, il 15 dicembre 1942, dal generale Gastone Gambara, da poco insediato comandante del XI Corpo d’Armata italiano nei Balcani. Egli scrive che il “campo di concentramento non è un campo di ingrassamento”. Si scopre che gli italiani amanti del mandolino e della pastasciutta hanno aperto campi di concentramento per internare elementi sloveni e croati, donne e bambini inclusi.
Cartolina dei primi del Novecento. Portatore d’acqua cieco e Casa turca a Buccari (didascalia originale). Immagine dal web

Succede così al Campo di concentramento dell’Isola di Arbe, nel Golfo del Quarnaro e in quello di Gonars (UD). Certi ufficiali italiani, nel dopo guerra, si ricoprono del sospetto di essere dei criminali di guerra, reclamati dalla Jugoslavia. Si veda: The Central Registry of War Criminals and Security Suspects, supplementary Wanted List No. 2, Part 2 - Non Germans (September 1947), Uckfield 2005, Naval & University Press.
Allo stesso tempo dagli anni 1990-2010 compaiono in libreria altri testi che rivalutano per così dire lo slogan Italiani brava gente. Mi riferisco al salvataggio degli ebrei nel Campo di concentramento di Arbe, oppure a tutti quelli salvati dalle grinfie naziste dai militari italiani nella Francia meridionale.
Ora desidero recensire un libro di Vasko Kostić, uscito nel 2014 nella traduzione italiana, che esalta le virtù dei soldati italiani durante l’occupazione del Montenegro rispetto ai tedeschi. Il testo riferisce degli internati iugoslavi a Presa, o Preza, in Albania, in un Campo di concentramento gestito dagli italiani, di cui poco si sa. A Presa sono imprigionati impiegati della pubblica amministrazione, maestri, professori, intellettuali, medici, impiegati bancari e altri il cui libero pensiero non comunista poteva influire che non voleva accettare l’annessione italiana delle Bocche del Cattaro (Vasko Kostić, pag. 67). Le condizioni di vita in tale campo di concentramento sono definite “sostenibili”.
1941 – Navi catturate dagli Italiani alla Marina iugoslava nella Baia di Cattaro. L’incrociatore “Dalmacija”, già “Niobe” tedesco, usato poi dagli Italiani come “Cattaro” fino al 1943. Vicino a due posamine “Mljet” e “Meljine”, a sinistra. Fonte: Archivio federale tedesco, Coblenza, Germania / Bundesarchiv

Il libro integra e completa i precedenti saggi redatti sull’occupazione italiana della Dalmazia, affidando ai ricordi di un adolescente di Cattaro la descrizione della occupazione della Jugoslavia; testimonianza integrata, ove necessario, dalle memorie e dai diari storici custoditi presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Nel libro si rivelano le esperienze del giovane, le sue impressioni sia sull’occupazione italiana sia sulle azioni svolte dai soldati italiani, dando un quadro completo e chiarificatore di moltissimi avvenimenti militari occorsi in quello scacchiere e tuttora poco noti.
Prima di tutto c’è da ribadire che Cattaro, nel 1941, è una provincia annessa al Regno d’Italia, fino al 1943. L’autore del memoriale scrive che diversi “bocchesi”, ossia gli abitanti delle Bocche del Cattaro, si sentono italiani. Sarà per i vecchi ricordi della dominazione veneziana, sta di fatto che i militari italiani li trattano come cittadini dello stesso stato. Ciò desta stupore, meraviglia e invidia da parte dei montenegrini dell’interno. Molti bocchesi non sono comunisti (vedi: Vasko Kostić a pag. 112), anche se a guerra finita il regime di Tito ed i suoi storiografi, li fanno appartenere al comunismo per comodità politica.
Cattaro, 1930. Due isole, due chiese. Immagine dal web

C’è poi un dato sconvolgente. L’uccisione di partigiani iugoslavi da parte di partigiani titini. Già denunciata in Slovenia, tale pratica si rileva anche nel sud della Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale. Lo ha raccontato, quando poteva parlare liberamente dopo il 2010-2011, Vasko Kostić in questo libro riguardante gli italiani della provincia di Cattaro, annessa al Regno d’Italia dal 1941 al 1943. Lo stesso Vasko Kostić cita un altro autore che è Nedjeljko Zorić, il quale riferisce un diktat dei partigiani titini del Montenegro: “Comunisti che non eseguono l’ordine – pallottola in testa!” (Vasko Kostić, pagg. 40, 121, 126). L’enunciato nella sua crudezza criminale è cinicamente assai convincente. Viene eseguito, infatti, con zelante precisione in tutta la Jugoslavia.
Poi ci sono i partigiani comunisti montenegrini che non riuscendo a fare molti adepti nelle Bocche del Cattaro trovarono la morte in strane circostanze. Il tale Božo Barbić, attivista locale, non voleva “andare in brigata” (ovvero partigiano titino). Anzi scappa nella foresta di Lustizza, per evitare l’impiccagione promessagli. Tale sgarbo rivolti ai titini gli costa assai caro. Muore, poco dopo, come si viene a sapere colpito da un… fulmine! Oppure altri patrioti non comunisti periscono per un colpo di fucile partito “per caso” dall’arma di un titino (pp. 106-107).
Perasto, anni ’40. La cittadina del Montenegro, di origine veneziana, è famosa per il giuramento alla caduta di Venezia nel 1797. Immagine dal web

Vasko Kostić scrive liberamente dopo il 2010-2011. Fino a qualche anno prima la censura iugoslava gli bloccava ogni suo articolo sulla stampa locale. Egli è un serbo delle Bocche del Cattaro, nato nel 1930, pilota militare e controllore di volo, ingegnere con tre lauree, storico, pubblicista e scrittore, membro dell’Associazione montenegrina degli storici. Ha al suo attivo più di quaranta libri e oltre 800 pubblicazioni. 
Naturalmente riporta anche dei cambi di casacca nelle Bocche del Cattaro. Chi dal 1941 veste divise fasciste, coi figli balilla o della GIL, dopo la guerra diventa niente meno che un quadro del Partito comunista locale (p. 74).
Anche in questo interessante volume ci sono storie riferite agli ebrei. Essi nel 1941 vengono concentrati nel Campo di Kavaja, in Albania, ricevendo “un significativo aiuto e protezione da parte della Croce rossa. Si trattava di gente molto abbiente che, al momento della disfatta della Jugoslavia, riuscì a raggiungere le Bocche del Cattaro, cercando sostengo e protezione. Sapevano che arrivando nelle Bocche avrebbero avuto salva la vita e infatti trovarono rifugio nei campi italiani. È chiaro cosa sarebbe loro successo se fossero rimasti nel territorio occupato dai tedeschi  o nello stato indipendente croato” (p. 67).
C’è anche un dato numerico assai interessante. “Nell’aprile 1942, da Pristina a Presa furono portati 79 ebrei” (p. 145).
Risano, Bocche di Cattaro. Cartolina degli anni ’40 ripresa dal web

Insomma è un libro da leggere e rileggere per capire che gli italiani nel secondo conflitto mondiale non sono tutti come Robotti, Roatta e Gambara. C’è chi si è fatto molto onore. Alcuni reparti, dopo l’8 settembre 1943, addirittura si schierano con i partigiani iugoslavi per combattere i nazisti. Molti altri sono imprigionati dai tedeschi che li deportano nei lager di Dachau, Auschwitz e Birkenau.
Secondo fonti iugoslave, come ha scritto Federico Vincenti in suo libro a pag. 80, furono 40 mila i soldati italiani presenti nelle file del Narodnooslobodilačka vojska i partizanski odredi JugoslavijeNovj (Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia).
La copertina del volume tradotto in italiano

Militari italiani in Montenegro da altri libri
Tra i vari militari italiani impegnati in Montenegro si sono trovati alcuni nomi di friulani nel libro di Mauro Romanello, del 2016. Ad esempio c’è il carabiniere, del 1918, Giovanni Candussi, detto Marcello e anche Berico, figlio di Tobia Marcellino di Bressa di Campoformido (UD). Arruolato volontario dei Reali Carabinieri e promosso vice brigadiere, prima di essere trasferito in Jugoslavia, prende servizio a Bolzano, Venezia, Bovolenta di Este (PD). Nel settembre del 1941 è trasferito a Piastre di Cattaro e quindi a Risano. Dichiarato disperso dopo gli eventi dell’armistizio dell’8 settembre 1943 nella zona di Risano di Cattaro, riesce tuttavia a rimpatriare e si unisce nel 1944 nelle file della resistenza. È nella Divisione Garibaldi, Gruppo M. Foschiani, col nome di battaglia “Foglia”, come riporta Romanello a pag. 80 del suo volume.
Ecco le notizie sull’alpino Mario Zuliani, figlio di Enrico Dree-Manzan, nato nel 1920 a Bressa di Campoformido (UD). Nel maggio del 1941, con la sua batteria di artiglieria n. 38 del 2° Gruppo Valle Isonzo, si trova in Montenegro, provenendo dai combattimenti del confine greco-albanese. Sin dal maggio del 1941 in Montenegro “sono scoppiati moti di ribellione”. Col suo reparto effettua “continui rastrellamenti anti-partigiani”. Anche nel 1942 l’artiglieria alpina è in Montenegro. “Nel marzo del 1942 il 2° Gruppo Valle Isonzo confluisce nella 6^ Divisione Alpi Graie, passando alle dipendenze del 6° Reggimento Artiglieria. Numerosi sono i combattimenti fino a maggio, quando i ribelli si ritirano nella vicina Erzegovina. A luglio la 38^ batteria raggiunge la vetta del Bobotov Kuk”. Poi il reparto è spostato di nuovo in Grecia e Albania. Alla data dell’armistizio sono catturati dai tedeschi e deportati in Germania. L’alpino Mario Zuliani rientra a casa in Friuli il 20 marzo 1946, come riferisce Romanello a pag. 238 del suo testo.
La traduttrice dei volumi storici Mila Mihajlović, a destra, con Anna Maria Zilli, dirigente scolastico dell’Istituto Stringher di Udine, in un’immagine del 2015. Fotografia di E. Varutti.

Il libro di Vasko Kostić è stato tradotto dal serbo da Mila Mihajlović, giornalista, scrittrice e storica italiana di origine serba, che lavora alla Rai di Roma dal 1985. La stessa Mihajlović è nota in Friuli dato che nel 2015, ha presentato a Martignacco  (UD) un volume da lei tradotto sul salvataggio dell’esercito serbo effettuato dalla Marina italiana nel 1915.

Il libro recensito qui
Vasko Kostić, Storia di un prigioniero degli italiani durante la guerra in Montenegro (1941-1943), Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2014. Titolo originale in lingua serba: Preza koncentracioni logor (Presa, campo di concentramento), 2011, traduzione italiana di Mila Mihajlović, cura delle bozze di Elio Carlo. Opera pubblicata col contributo del Comitato Provinciale di Padova dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).
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Bibliografia, sitologia di approfondimento
- Mauro Romanello, Gli oranti di Bressa. Lettere dai fronti di guerra 1941-1943, Udine, Aviani & Aviani, 2016.

- Sul trattamento degli ebrei di Pristina, in Kosovo, nella seconda guerra mondiale, si può vedere:

Michele Sarfatti, “Tra uccisione e protezione. I rifugiati ebrei in Kosovo nel marzo 1942 e le autorità tedesche, italiane e albanesi”, «La Rassegna Mensile di Israel», vol. 76, n. 3, settembre-dicembre 2010, pp. 223-242.


- Per approfondire il tema degli ebrei salvati dall’esercito italiano a Arbe si può vedere:

- Maggiori informazioni sulle fucilazioni di partigiani iugoslavi effettuate dai titini si trovano nel seguente articolo: E. Varutti,  Giuseppe Baucon, di Gradisca, salvatosi dalla fucilazione titina edalla foiba a Circhina nel 1944, on-line dal 20 settembre 2018.

- Riguardo alle forze militari italiane aderenti alle formazioni partigiane iugoslave vedi:
Federico Vincenti, Partigiani friulani e giuliani all’estero, Udine, Anpi, 1980.
Cattaro in una cartolina, da Internet, ai primi del Novecento con didascalia in tedesco e toponimo in italiano
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Recensione di Elio Varutti. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie dal web, da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.