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venerdì 31 agosto 2018

Esodo istriano di Armida da Fasana con la paura, i sequestri e le bugie dei titini


“Semo vignudi via nel 1948 e semo andadi al Silos de Trieste”. Comincia così il racconto dell’esodo di Armida Villio, nata a Fasana, vicino a Pola, di fronte all'Isola di Brioni. 
Armida Villio e Alda Devescovi a un incontro di soci ANVGD a Grado (GO) il 30 agosto 2018. Fotografia di Elio Varutti

I profughi istriani stavano poco al Silos, uno dei Campi Profughi di Trieste, perché era sempre pieno. Poi venivano inviati al Centro di Smistamento Profughi di Udine e da lì assegnati a uno degli oltre cento Centri Raccolta Profughi (CPR) sparsi per l’Italia. La signora Villio è arrivata a Grado, provincia di Gorizia, una località balneare sorta sotto gli Asburgo nell’Alto Adriatico, a poche miglia marine da Pirano e dall’Istria, nel frattempo passati alla Jugoslavia.
Il CRP del Silos non era certo un hotel a tre stelle. Freddo, finestre coi vetri rotti, tanta gente ammucchiata alla meno peggio e scarsa pulizia. La signora Armida trova, tuttavia, anche un aspetto positivo della sua permanenza nella Trieste del Territorio Libero (1945-1954) governata dagli angloamericani. “Ze sta bel, jero al Silos, ma jera i americani che i sonava dappertutto, musica e ballo per la città”. Così i profughi potevano dimenticare le vessazioni e le violenze patite sotto i titini.
“Mio fradel Eligio Villio – continua la testimonianza – el ze scampado con altri sedici ragazzi, tuti zoveni”. Com’è successo? “Ze partidi da Fasana con due barche a motor e i ze finidi fin sul delta del Po – precisa la signora Villio – jera marzo e fazeva fredo, me ricordo che i paroni de una barca jera i Barattin e quei de la seconda barca jera i Chersin”.
La fuga dei 17 giovani di Fasana termina in provincia di Rovigo e poi si sono fermati là? “No, la zente del posto diseva che i jera tuti fascisti e no i li voleva – afferma la signora Armida – così ze stadi ciapadi dentro da le munighe e dopo ze rivadi a Grado, mio fradel Eligio el ze andà a studiar a Genova al convitto Cristoforo Colombo, più tardi, dopo esserse sposado con una signorina de Cherso, el mori a Trieste nel 1985”.
La vicenda non finisce solo così, perché il padre di Eligio e Armida era rimasto a Fasana. “Durante la fuga delle due barche el pare el stava atento che no vignissi nissun a scoprirli – aggiunge la testimone – il giorno dopo i titini, non vedendo le barche in porto, i fa visita a ogni famiglia dei 17 scampadi e il sior Chersin, pare de tre de lori, el dise che no saveva dove che jera andadi e li spetava per tuta la sera, mostrando la polenta nei piati per i tre fioi”.
Ma il babbo Villio e i paesani sapevano tutto, non è vero? “In realtà un fradel de mia mama in una trattoria nel sotoscala gaveva scoltado la radio – spiega la signora Armida – el gaveva savudo de due barche de fasanesi finide sul delta del Po, ma tuti i parenti i fazeva finta de no saver niente coi titini”.

Era tutto un gioco di astuzia e di grande tensione. In paese i titini mettono in giro la voce di aver catturato i 17 ragazzi scappati con le due barche e di averli niente meno che imprigionati a Pola. Allora il babbo di Eligio si reca a Pola e, nel carcere, gli confermano che il figlio e gli altri 16 sono reclusi lì. “Ma no podeva veder suo fio, i ghe gà dito – riferisce la signora Armida, con un occhio furbetto – per forza el jera scampado!”. 
E nelle case a Fasana cosa succedeva? “Succedeva che i ‘sciavi dell’Ozna i sequestrava tuto quel che i voleva portar via – risponde la testimone – dalla bicicleta, a la radio e, per rivalsa, soprattutto oggetti appartenenti ai fuggitivi”. 
Con la sigla Ozna si intende “Odeljenje za Zaštitu Naroda”, ovvero Dipartimento per la Sicurezza del Popolo. Era la polizia segreta di Tito, che attuava requisizioni, vessazioni ed addirittura che ha programmato le eliminazioni di italiani dell’Istria. La pianificazione delle uccisioni, per pulizia etnica, è stata descritta da Orietta Moscarda Oblak nel 2013, a pp. 57-58 di un suo saggio.
Cartolina di Peroi, presso Fasana, Piazza delle scuole, primi del '900. Tratta dal web

Poi cosa succedeva a Fasana nel 1948? “Jera pien de spie dei ‘sciavi – riporta la signora Armida – in quel tempo no se serava la porta de casa, così i entrava i ‘sciavi a sentire cossa se diseva in famiglia per dirlo all’Ozna”.
Comunque dagli anni 1960-1970 il clima di terrore in Istria è cambiato? “Quel che sequestrava la roba ai italiani se ciamava Nino M., deto Nini – conclude la signora Armida Villio – e un bel giorno nei anni sesanta el capita veramente a Grado nela mia nuova famiglia, gavevo sposado proprio un dei fradei Chersin, per domandar soldi per andare a Gorizia e dopo per tornar a casa in Jugo, el se gà butado in zenocio e dopo el gà chiesto scusa per i sequestri fati, così la mia famiglia commossa ghe gà dà el capoto, dei vestiti e i soldi per andar a Gorizia e per tornar a Fasana… ecco ze finida l’intervista?”.
Lo scrivente ringrazia molto la signora Armida Villio, per la testimonianza che ha fatto spontaneamente, anche se provoca dolore, rabbia, confusione ed altri sentimenti. Si cercherà di diffonderla, perché bisogna conoscere queste vicende, che sono dei pezzi di storia dell’Italia e dell’Europa poco noti.

Tra cronaca e storia, foibe e negazionisti già nel 1948 
Un ultimo dato storico. Nel 1943-1944 arrivano a Fossalon di Grado i primi profughi in fuga da Zara, sottoposta ai 54 bombardamenti degli angloamericani, su imbeccata dei titini. Tra il 1947 e il 1949 giunge nella cittadina balneare di origine romana, com’è Grado, una seconda ondata di esuli. Essi fuggono da Pola, da Fiume e da molte cittadine dell’Istria meridionale e occidentale. Si parla di 1.730 persone che vengono sistemate soprattutto a Fossalon, come ha scritto Ivan Bianchi su «Il Friuli» nel 2018.
La cronaca del 1948, secondo il «Messaggero Veneto» è piena di fughe di persone dalla Jugoslavia di Tito, ufficiali croati compresi. Da un paese vicino a Caporetto scappano tutti, portandosi dietro gli animali di allevamento e di corte, per stabilirsi nelle Valli del Natisone (UD). Ci sono articoli riguardo l’uccisione di italiani nelle foibe perpetrata dai titini e delle esumazioni per dare un nome alle vittime. C’è la cifra di 4 mila uccisi nelle foibe in un articolo del mese di marzo. Ci sono le fughe in barca. Si scappa a piedi per i boschi, anche a decine di persone. Si è considerato solo il mese di marzo 1948, come campione, ma nei mesi precedenti e in quelli successivi è la stessa musica.
Nella cronaca di Gorizia di detta testata si legge, nel giorno 2 marzo 1948, che ai carabinieri di Capriva (GO) si presentano un prete jugoslavo, sua cognata e due figlioli di lei. È don Stanko Drnas, di 36 anni e la donna è Maria Akrap, di 37 anni, fuggiti dalla Dalmazia. Il cronista precisa che i quattro fuggitivi sono stati aiutati “dalle popolazioni agricole che hanno ospitato e, privandosene essi stessi, sfamato i fuggiaschi, nascondendoli alla spietata caccia che loro veniva data dall’Ozna”.
Passiamo alla cronaca di Trieste. Il 3 marzo 1948 è riportata la notizia del recupero di otto salme nella Foiba del Cane. Viene riconosciuto il corpo di Angelo Morandini, di Lusevera (UD), classe 1896, abitante a Longera (TS). Era capo operaio dell’Industria Triestina Frantumazione Pietre, con cantiere sulla strada Trieste-Basovizza. Il 5 maggio 1945 è prelevato dai titini nella persona di Francesco Marussich, assieme alla signora Dora Ciok. Vengono fatti salire su un’automobile guidata da tale Gruden e portati alla caserma di S. Giovanni, dove è fatta scendere la donna. Morandini è invece scortato alle scuole di Gropada. Alcuni giorni dopo, con altri sette imprigionati, è condotto alla Foiba del Cane, che dista un centinaio di metri dal paese. La gente di Gropada narra che in quelle occasioni interveniva un individuo sanguinario, chiamato “el Boia”. Proprio lui “el Boia”, con un’ascia, spacca la testa ai prigionieri, prima di gettarli nella foiba. Il Morandini è freddato con una scarica di mitra dallo stesso Marussich. Qui, il cronista riporta un fatto contingente. Il 4 febbraio 1948, quando la squadra di recupero inizia l’esumazione dei corpi a Gropada, una maestrina comunista, con sdegno, dice agli addetti recupero salme che nella foiba c’erano solo ossa di animali. Dopo il recupero di otto resti umani, l’ispettore di polizia di turno chiede alla maestrina che insisteva nella sua versione negazionista, se gli abitanti di Gropada erano usi mettere la cravatta ai vitelli, scarpe ai bovi e vestiti ai cani. La giovane maestra allora arrossisce e si allontana.
Cartolina di Rovigno, primi del '900, fotografo Nicolò Daveggia, Rovigno. Editore Photo Atelier "Flora", Pola. Immagine ripresa dal web

Un ulteriore cenno si fa a Dora Ciok. Come ha scritto Giuseppina Mellace, nel 2014 “fu violentata dai suoi carcerieri e gettata, ancora viva, nella foiba di Gropada”. La sua salma fu ritrovata nell’agosto del 1946, legata con una cinghia e con filo spinato.
In un altro articolo dal «Messaggero Veneto» del 17 marzo 1948, sempre sulla cronaca di Trieste si legge della “Drammatica fuga di nove istriani”. L’evento assomiglia molto al racconto di Armida Villio. Il cronista spiega della partenza precipitosa con due barche a remi da Fontane, un paese tra Parenzo e Orsera. Dopo diciotto ore di navigazione i profughi approdano a Jesolo (VE) chiedendo assistenza alle autorità.

Una notizia della cronaca di Udine, infine, sempre dal «Messaggero Veneto». Il titolo è sull’onda di quelli del mese stesso: “Continua la fuga”. Si legge nell’articolo che al Centro Profughi di Via Gorizia si sono presentati tre fuggiaschi da Rovigno. Essi sono scappati in una barca a remi a sono sbarcati a Chioggia, poi sono stati portati a Udine, dove funziona uno dei più grossi Centri smistamento profughi d’Italia. 
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Fonte orale
Armida Villio, Fasana (Pola) 1933, intervista con taccuino, penna e macchina fotografica a Grado (GO) a cura di E. Varutti del 30 agosto 2018. Si ringrazia, per la collaborazione riservata, la signora Alda Devescovi, nata a Rovigno ed esule a Grado.

Bibliografia
“Altri quattro jugoslavi fuggiti e riparati in Italia”, «Messaggero Veneto», Cronaca di Gorizia, 2 marzo 1948, p. 2.
Ivan Bianchi, “Fossalon, il borgo che sta morendo”, «Il Friuli», n. 34, 31 agosto 2018, p. 22.
- “Continua la fuga”, «Messaggero Veneto», Cronaca di Udine, 20 marzo 1948, p. 2.
- “Drammatica fuga di nove istriani”, «Messaggero Veneto», Cronaca di Trieste, 17 marzo 1948, p. 1.
- Giuseppina Mellace, Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, Roma, Newton Compton, 2014.  2.
- Orietta Moscarda Oblak, “La presa del potere in Istria e in Jugoslavia. Il ruolo dell’OZNA, «Quaderni del Centro Ricerche Storiche Rovigno», vol. XXIV, 2013, pp. 29-61.
“Un’altra identificazione tra le salme della Grotta del Cane”, «Messaggero Veneto», Cronaca di Trieste, 3 marzo 1948, p. 2.
  
Sitologia

- E. Varutti, Il Campo profughi del Silos a Trieste, on-line dal 27 aprile 2015.

- E. Varutti, La foiba di Mario e Giusto, «friulionline.com» del 20 aprile 2015.

- E. Varutti, Elvira Casarsa da Parenzo, l’esodo del silenzio 1948, on-line dal 6 dicembre 2015.

L’edificio del Silos di Trieste nel 1939, foto dal web. Dal 1945 funzionò come Centro Raccolta Profughi dell’Istria, Fiume e Dalmazia

domenica 22 gennaio 2017

Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948

Ne ha viste di tutti i colori il protagonista di questa vicenda. Con i suoi 91 anni suonati ha ancora una voglia disperata di raccontare la sua esperienza di italiano di Fiume, sottrattosi alle sgrinfie dei titini. Il suo nome è Aldo Tardivelli, con il papà Tulio, ferroviere a Fiume, morto nel 1943. Suo nonno era Napoleone Tardivelli, legionario di D’Annunzio. Aldo Tardivelli, classe 1925, era amico del senatore Riccardo Gigante, l’autonomista fucilato dai miliziani di Tito nel 1945.
 
Lucia Tardivelli e Graziella Superina, foto dal lasciapassare, 1948

Nella Fiume occupata dai titini il 3 maggio 1945 e poi annessa alla Jugoslavia con il Trattato di pace del 1947, il signor Aldo, disegnatore provetto, pur di restare nella sua città natale aveva “accettato di fare il pompiere nella Manifattura Tabacchi”.
Le sue disgrazie, però, iniziano nel settembre 1948 quando opta per l’Italia, nel rispetto delle leggi jugoslave. Lo chiama il capo reparto e, circondandolo con altri titini, gli grida: “Ha optato per l’Italia, buttate fuori questo disgraziato!” Così ha inizio l’odissea di Aldo, ormai senza lavoro.
“Dal giorno che eravamo stati licenziati dalla Manifattura – racconta Aldo Tardivelli – dovevo cercare di percorrere un altro via, per assicurare alla mia famiglia un pasto giornaliero, e così giravo in lungo e largo per la città in cerca di possibili fonti di guadagno poiché ormai avevamo venduto tutto quello che era stato possibile”.
Campo Profughi di Laterina, Aldo Tardivelli, Graziella Superina e la piccola Lucia, Settembre 1948

C’erano dei problemi a Fiume nel 1948? “Bisognava evitare incontri sospetti nel cercare un amico che ci poteva aiutare, e fare in modo di non essere fermato con il pretesto di vagabondaggio dalla Milizia Popolare – risponde Aldo – le vie cittadine erano percorse da gruppi di persone che trasportavano sulla schiena, o su dei carretti a mano, pezzi di mobilio ed altri oggetti voluminosi che erano stati venduti o barattati dai nostri connazionali con i nuovi abitanti, come d’altronde avevano fatto tutti quelli che si trovavano nelle nostre condizioni. Per la nostra famiglia si avvicinava il giorno fortunato lungo le strade che percorrevo, faticosamente, tutti i giorni, avevo incontrato per caso l’amico Molaroni che era stato licenziato dalla stessa Manifattura Tabacchi dove aveva lavorato in coppia con uno sfortunato elettricista Lanza, arrestato innocentemente per sabotaggio intervenendo nell’assemblea dei lavoratori contro l’Ufficio del Personale, nell’attesa di ricevere i documenti per andare in Italia”.
 
Aldo Tardivelli

E poi? “Ebbe così l’inizio di un piano di collaborazione e sopravvivenza – dice Aldo – che consisteva in un commercio clandestino. Bisognava cercare di acquistare dai nostri più fortunati concittadini, che erano già in possesso dei documenti necessari per affrontare l’esilio, degli apparecchi radio prima che questi articoli, vietati ad essere esportati, fossero sequestrati al momento del carico delle masserizie sui carri ferroviari”.
L'amico Molaroni, essendo un esperto elettricista, provvedeva ad un’accurata restaurazione degli apparecchi applicando tutte le strategie, con vernici d’alluminio, lucido da scarpe ed altri accorgimenti per farli apparire presentabili agli acquirenti. Appena eseguito il restauro delle radio provvedevamo alla loro vendita ai nuovi abitanti che arrivavano a frotte dai paesi circostanti”.
Molti italiani hanno dovuto aspettare i permessi di uscita per svariati mesi, se non anni. Aldo riesce a partire in treno alla una e mezza di notte nel 1948. Gli optanti per l’Italia dovevano partire in piena notte, altrimenti la gente avrebbe visto quanti se ne andavano via da Fiume.


Mappa del Centro Raccolta Profughi di Laterina. Planimetria dopo il 1950. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD di Arezzo

Dal Campo Profughi del Silos di Trieste a Udine

La prima tappa dell’esodo disgraziato è il Centro Raccolta Profughi (CRP) del Silos a Trieste. “Era pieno di rifugiati italiani – ha detto Aldo Tardivelli – non c’era più posto, non c’erano letti, in certi posti non c’era neanche la luce, ho dormito per terra, mia moglie Graziella Superina con la bambina, per fortuna, ha trovato posto da una sua zia: Francesca Morsi”. Il racconto si fa convulso e rotto dall’emozione. Il ricordo di quei momenti è come una tenaglia nel petto. È la pinza dell’umiliazione, dello scoramento e della vergogna.
Laterina, Centro Raccolta Profughi, Baracca n. 1-1948, particolare del progetto. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD di Arezzo

“Ho dormito su un pezzo di non so che cosa buttato lì per terra al buio – spiega il signor Aldo – la mattina dopo mi sono accorto che ero finito a dormire, come tanti altri profughi italiani, vicino a degli escrementi, ma era buio, non si vedeva niente… Confesso che ho pianto per la disperazione e mi chiedevo che ci stavo io a fare in quel brutto posto lì”.
La destinazione successiva è il Centro di Smistamento Profughi (CSP) di Udine, che non era un hotel a cinque stelle. È un altro momento disgraziato per il nostro testimone. Il CSP è pieno come un uovo. Nel capoluogo friulano i bambini e i giovani profughi italiani vengono ospitati nei collegi religiosi, ma per gli uomini e per i vecchi c’è posto solo per terra. A Udine, in Via Pradamano, per sua fortuna, Aldo si ferma per pochi giorni.
“Ho tanto detto e spiegato che avevo delle zie a Genova in grado di ospitarmi – aggiunge Aldo Tardivelli – che speravo mi mandassero in treno fino là, invece guardo il biglietto ferroviario e il foglio di via, destinazione: Centro Raccolta Profughi di Laterina. Non sapevo neanche cosa fosse!”.
Graziella Superina e Lucia Tardivelli, CRP di Laterina

Il Campo Profughi di Laterina
A Laterina, in provincia di Arezzo, in mezzo ai prati, fu costruito nel 1941 un campo di concentramento per prigionieri inglesi e americani in numerose baracche, dopo il 1945 vi furono rinchiusi per poco tempo i fascisti repubblichini. Dopo il 1947 furono accolti i profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia.
“Le disgrazie e le delusioni non sono finite a Udine, quando non mi mandarono dai miei parenti genovesi – continua il testimone – perché il treno quando arriva a Bologna non può nemmeno fermarsi per dare un po’ di latte ai bambini, con le crocerossine pronte al servizio, perché i ferrovieri comunisti ci spediscono dritti in Toscana”.
Pure la cartolina... del Campo Profughi

Com’era la vita al CRP di Laterina? “Il Campo profughi è distante dalla stazione otto chilometri – precisa il signor Aldo, un po’ alterato – e ce li siamo dovuti fare tutti a piedi tra il polverone della strada bianca. Il Campo profughi di Laterina era una disgrazia! Cosa siete venuti a fare qui? – ci dicevano gli abitanti del luogo. Solo baracche. Alle finestre c'erano delle coperte, perché mancavano i vetri. Sono rimasto lì per un mese, poi ho raggiunto le zie a Genova che mi hanno aiutato a trovare un lavoro e una casa, così ho portato anche mia moglie e mia figlia a Genova”.
Cosa ci dice della tragedia delle foibe?
“Sono morti che meritavano un po’ più di pietà – conclude Aldo Tardivelli – poiché anche una sola tomba può lasciare dietro di sé solo dolori a tutte le persone che li subirono, senza trattenere l’angoscia e le lacrime come perenne ricordo, e fra questi ci sono i resti mortali del giovane cugino di mia moglie Rodolfo Jannuale”.

 
Aprile 2003 - visita della memoria della famiglia Tardivelli al CRP di Laterina, provincia di Arezzo

Altre interviste su Laterina

Un altro profugo ricorda il Campo profughi di Laterina, perché lì gli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia tra quelle baracche subiscono l’avvelenamento da cibo da parte di persone locali. “I ne gà avelenado – afferma il signor Giuseppe Marsich, scappato da Veglia nel 1949 e pure lui per tre giorni ospite al CSP di Udine – e se doveva corer tuti ai bagni, dopo me ricordo che a Laterina jera una baraca ciesa, el campo sportivo e la riva dell’Arno, dove noi gente de mar se podeva far qualche nodadina; gli abitanti dei paesi vicini i faseva manifestazioni contro de noi profughi; eh, nel 1949 no se podeva andar in ciesa in Jugoslavia, perché te ieri indicado a dito e acusado in publico de clericalismo, i faseva come un processo davanti a tuti; un mio conoscente che jera ufizial de la marina de Tito, gà dovuto sposarse in ciesa de note, per no farse veder dai titini, se no perdeva el posto”.
Alfio Mandich, di Fiume, ha riferito che “i profughi di Laterina si sentivano come pellerossa in una riserva con tanto di quel filo spinato che circondava il campo profughi”. Il suo itinerario? Ovvio: il Campo Profughi del Silos a Trieste, poi il Centro di Smistamento di Udine, il CRP di Ancona e, infine, Laterina.
Centro Raccolta Profughi di Laterina, Elvira Dudech (al centro in camicia bianca) davanti alla propria baracca con le amiche, 1949. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio

La signora Dudech, esule da Zara, ospite al Campo di Laterina, ha raccontato che i toscani dicevano ai loro figli che “se non sarà boni ve faremo magnar dai profughi”. 
Un’amica di Elvira Dudech ha scritto queste parole sulla facciata posteriore delle fotografie qui pubblicate in suo ricordo. “Elvira Dudech era nata a Zara il 22 luglio 1930. Fu esule da Zara dal 15 giugno 1948, nel CRP di Laterina per quattro anni. È ripartita per Udine nell’anno 1952.
Un incontro breve, ma intenso; una persona di cui fino a quel giorno ignoravo l’esistenza; una esperienza di vita che mi ha portato…”.
Elvira Dudech, al centro, in passeggiata nel corso di Laterina, 1949. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio

Pure le sorelle Egle e Odette Tomissich, di Fiume, ricordano di aver dormito sul pavimento al Campo del Silos a Trieste. “Fu un’esperienza traumatica il Silos di Trieste nel 1948 – hanno raccontato le sorelle Tomissich – non c’era neanche la corrente elettrica, tutto occupato, mancavano le brande e dovevamo dormire sul pavimento”.
21 gennaio 1944 - Bombardamento inglese su Fiume. Foto da Facebook

Il signor Luciano Pick, inoltre, ci ha comunicato che: “La mia nonna materna e mio zio Bepi Svob hanno soggiornato a lungo preso il Campo Profughi di Laterina e, quando hanno raggiunto Padova, dove noi eravamo esuli, non ricordo che abbiano esaltato il loro soggiorno forzato”.

Fonti orali, iconografia e ringraziamenti
Ringrazio per la disponibilità dimostrata nella raccolta delle informazioni il signor Aldo Tardivelli, esule a Genova. Le interviste sono state effettuate a Udine da Elio Varutti, con penna, taccuino e macchina fotografica, se non altrimenti indicato. Si ringraziano gli altri intervistati sotto riportati per la collaborazione all’indagine.  Le fotografie sono della Collezione Aldo Tardivelli di Genova, se non altrimenti precisato.
Per la collaborazione alla ricerca sono riconoscente a Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Arezzo, perché mi ha messo gentilmente in contatto col signor Tardivelli, preparando il momento dell’intervista.

- Elvira Dudech, Zara 1930 – Udine 2008, int. del 28 gennaio 2004.
- Giuseppe Marsich, Veglia 1928, “italiano all’estero”, Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, int. del’11 febbraio 2004.
- Luciano Pick, Fiume 1940, esule a Pertegada di Latisana, in provincia di Udine, messaggio in Google del 24 gennaio 2017.
- Aldo Tardivelli, Fiume il 20 settembre 1925, esule a Genova, int. telefonica e per e-mail nel periodo 20-24 gennaio 2017, con la preziosa collaborazione di Claudio Ausilio.
- Egle Tomissich, Fiume 1931, int. del 3 febbraio 2011 e del 18 dicembre 2016.
- Odette Tomissich, Fiume 1932, int. del 3 febbraio 2011.
Centro Raccolta Profughi di Laterina 1949, processione. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio

Riferimenti bibliografici e nel web
- Alfio Mandich, “Ricordi dell’esodo. Quando se partiva senza saver dove se andava”, «La Voce di Fiume», 30 aprile 1997.


- Elio Varutti, Il campo profughi di via Pradamano e l'associazionismo giuliano dalmata a Udine : ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell'esodo : 1945-2007,- Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Comitato provinciale di Udine, 2007. - 393 p. : ill.; 30 cm

- E. Varutti, Il Campo Profughi del Silos a Trieste, 2015.

- Ospiti di gente varia : cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di smistamento profughi di Udine, 1943-1960 / Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti. - Udine : Istituto statale d'istruzione superiore "Bonaldo Stringher", 2015. - 127 p. : ill. ; 24 cm
Centro Raccolta Profughi di Laterina 1949, processione. Sopra: dietro la statua della Madonna Missionaria, ragazze e donne di Zara. Sotto la banda musicale in una curva del campo profughi. Fotografie per gentile concessione di Claudio Ausilio