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venerdì 6 ottobre 2023

Istria 1948, Narciso Chersin issa la bandiera italiana sulla boa tra Brioni e Fasana

In Istria c’erano italiani che non mollavano nel 1948. Il regime titino ormai stava prendendo piede, dopo il trattato di pace del 10 febbraio 1947, che assegnava gran parte dell’Istria alla Jugoslavia. C’erano fotografie di Tito sulle vetrine dei negozi privi di merce e bandiere jugoslave in ogni dove. “Sucedeva che Narciso Chersin sul Canal de Fasana – ha detto Armida Villio – de note meteva la bandiera italiana sulla boa tra Fasana e Brioni, cussì i titini e quei dell’OZNA se inrabiava, anche Narciso Barattin ga messo la bandiera italiana sul campanil de Fasana, perché tanti i pensava che tornava l’Italia”.

Cartolina di Fasana, primi del ‘900. Proprietà: J.M. Marincovich, Fasana

Tutte quelle bandiere italiane issate, con eroismo, in vari posti persino sul campanile e sulle boe del tracciato marittimo erano una vera spina nel fianco per l’OZNA (poi UDBA), il servizio segreto di Tito, che proprio a Fasana aveva una delle sue roccaforti. Dovevano sloggiare dall’Istria quegli italiani che non si piegavano alla dittatura comunista e al tricolore jugoslavo. Così fu fatto. Come mai restare, se molti italiani invece partirono col piroscafo ‘Toscana’?

Noi semo vignudi via coi documenti nel 1947 col ‘Toscana’ per andar al Silos de Trieste [Centro raccolta profughi], ma in pratica semo stadi caciadi via – ha spiegato Armida – invece mia cugina Anna xe restada, perché pensava che no restava Tito, cussì dopo i ghe gà portà via tuta la roba de la botega e anche l’oro de famiglia, la xe finida in preson a Dignan, i ghe portava via col camion la lana, la xe morta a Trieste, forse nel 1950. Mio papà iera Bartolomeo Villio, nato a Fasana nel 1903, el contava che i antenati Villio nel Seicento iera tagliapietre vignudi de Verona, infatti gò parenti a Muggia, Dignan e Rovigno, dove cualchedun fa de cognome Tagliapietra Vilio”.

Armida Villio a Gorizia per un raduno ANVGD. Foto Varutti
Un’altra testimonianza è quella di Marcela Perich, di Umago, esule al Campo profughi di Padriciano (TS), poi emigrata nel 1956 con la famiglia in Argentina. La Perich ha scritto in Facebook il 30 settembre 2023: “Mio marito Gianni Giobbe era piccolino di 7 o 8 anni, lo hanno portato alle ‘Casarmete’ di Gorizia [Campo profughi] con la mamma e tre fratelli. Loro sonno stati 4 o 5 anni di campo in campo. Tratati pegio che le bestie. Li hanno portati per tanti campi di Italia, hanno pasato abastanza male, racontava sempre la mia suocera. Le cose che contava essa ti veniva da piangere e anche tanto. Un caro saluto a tutti li Istriani pure li esuli, come me, con un grande dolore nel mio cuore. Con tutto quello che abbiamo sofferto. Moltissimo”.

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Fonti orali e digitali Si ringrazia, per la collaborazione riservata, la signora Alda Devescovi, nata a Rovigno ed esule a Grado (GO). Le interviste sono state condotte da Elio Varutti con penna, taccuino e macchina fotografica.

- Marcela Perich, Umago (PL) 11.4.1940, esule a Buenos Aires (Argentina) Post in Facebook del 19 ottobre 2022.  

- Armida Villio, Fasana (PL) 1933, esule a Grado (GO), int. a Gorizia del 1° ottobre 2023.

L'istriana Marcela Perich, al centro, con Gianni a sinistra in Argentina
La famiglia Giobbe di Fasana esule a Gorizia e in Argentina - Nell'immagine sottostante c'è il ritratto in esterno a figura intera dell’emigrante istriano Giacinto Giobbe (Fasana 1935) il giorno della sua cresima (il primo seduto a destra) assieme ad un gruppo di parenti, tra i quali si riconosce sua mamma Marcella Coslovich (Umago 1916), seduta al centro ed i fratelli Ferruccio (Fasana 1939) e Giovanni Giobbe (Fasana 1938 - marito di Marcela Perich) seduti accanto alla mamma. La fotografia è scattata a Gorizia, pochi mesi dopo l’esilio della famiglia dalla loro casa natale di Fasana (Istria). Luogo e data dello scatto: Gorizia, 1947. Emigrazione, provenienze dall’attuale Croazia, Istria, Fasana. Emigrazione, destinazioni finali extraeuropee: Argentina, Provincia di Buenos Aires, Partido di La Matanza, San Justo. Fonte: Ente Regionale Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia (ERPAC), Scheda F 5748, che si ringrazia per la diffusione nel blog.

Progetto di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori:  Armida Villio, Alda Devescovi (ANVGD di Gorizia), Tulia Hannah Tiervo e Sergio Satti (ANVGD di Udine). Fotografie di Elio Varutti. Grazie a Alessandra Casgnola, Web designer e componente del Consiglio Esecutivo dell’ANVGD di Udine. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e la delegazione provinciale dell’ANVGD di Arezzo. Ricerche d’archivio all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

domenica 13 marzo 2022

Ecco Mario Candotto, da Ronchi, sopravvissuto al Campo di concentramento di Dachau

È riuscito a sopravvivere al lager perché lavorava in modo coatto per la BMW, vicino a Monaco di Baviera. Ci sapeva fare col tornio, nonostante le sue conoscenze di meccanica fossero dovute solo alla scuola, come ha raccontato. Solo così è riuscito a portare a casa la ghirba. Si sa che a Flossenbürg i tedeschi realizzano uno stabilimento sotterraneo BMW per la produzione di motori per mezzi corazzati, come ha scritto Maria Chiara Laurenti, nel 2007.

Lo scampato al lager è Mario Candotto, da Ronchi dei Legionari (GO) - foto sopra -, che ha detto di aver lavorato per la BMW a Trostberg, un sotto-campo di Dachau e, per tre mesi, dal 20 luglio 1944 in poi, anche a Markisch, in Bassa Lorena, annessa al Terzo Reich, in francese è: Sainte-Marie-aux-Mine. Ovvero: Santa Maria delle Miniere. La fabbrica là era in un tunnel ferroviario, per sfuggire ai bombardamenti angloamericani. Io dipendevo da un ‘meister’ in fabbrica, che non mi maltrattava, come invece facevano le guardie nel lager con baracche di 500 detenuti, anzi lui mi faceva trovare qualche pezzo di pane. L’ho rivisto nel dopoguerra e faceva finta di niente, ero assieme ad un altro sopravvissuto di Pola, che gli ha gridato: Ehi meister, così ci siamo messi a scambiare qualche parola. Il turno di lavoro in fabbrica era di 12 ore e quello che subentrava al mio posto era un croato del lavoro volontario, un ustascia, guai se avesse saputo che ero stato catturato come sospetto partigiano, perché me gaveria copà”.

Mi vuol parare di Dachau? “Sì, i nazisti in Campo di concentramento volevano cancellare l’essere umano – ha risposto – eravamo più di 32.000 prigionieri, ma per loro eravamo solo dei numeri. Negli appelli estenuanti al freddo io dovevo dire, in tedesco, il n. 69.610. Era tutto un gridare. Nessuna guardia parlava in modo normale. Il problema più grave era la fame. Poi le botte, il terrore, le urla e la divisa a righe, che oggi… digo el pigiama. Nel dopoguerra no te podevi parlar del Campo de concentramento neanche in famiglia. Iera robe che pochi i credeva, sembrava esagerazioni. Me diseva: Basta parlar de guera ”. Foto sotto: cartolina di Ronchi dei Legionari, viaggiata nel 1935 foto G. Peluchetti, Monfalcone.

Quando è stato arrestato a Ronchi dei Legionari e da chi? “Era il 24 maggio del 1944 – ha detto Candotto – all’alba arrivano i camion di tedeschi con i repubblichini per un rastrellamento. Hanno catturato una settantina persone, compresa la mia famiglia. Dopo si sa che 32 ronchesi sono morti nei lager. A casa mia sono entrati i repubblichini e sono andati a cercare in vari posti, compresa la vaschetta del water, dove avevo nascosto una bustina partigiana con la stella rossa [il copricapo è detto: la titovka, NdR]. Ci hanno portati via tutti. Con me c’erano mia mamma Maria Turolo, mie sorelle Ida e Fede, oltre a mio papà Domenico Candotto, detto Muini [in friulano], o Monego [in bisiaco, idioma di Ronchi e Monfalcone, NdR], perché era sagrestano a Porpetto (UD). Ci hanno trasferito al carcere del Coroneo di Trieste. Dopo un po’ di giorni ci hanno caricato sui carri ferroviari, non sapevamo perché, poi abbiamo visto il campo di concentramento. I carri con i prigionieri erano aperti, ma nessuno, per paura, tentava di scappare. Il grande rastrellamento nazista a Ronchi è stato possibile perché due partigiani avevano fatto la spia: erano un certo Florean, detto ‘Cicogna’ e il tale Soranzio, detto ‘Crock’, oppure: ‘Cubo”.

Sono diversi i partigiani doppiogiochisti, anzi troppi. Gli esperti ne parlano poco, forse perché la polvere del salotto è meglio lasciarla sotto il tappeto. È stato Mario Tardivo, presidente dell’ANED di Ronchi a fare i nomi di quelle due spie sulla Cronaca di Gorizia de «Il Piccolo» del 5 maggio 1999; si tratterebbe di Ferruccio Soranzio, nome di battaglia ‘Crock’ ed Umberto Florean ‘Cicogna’. Le cifre degli arresti di Ronchi sono state pubblicate su «Il Piccolo» del 26 maggio 2016. Gli arrestati sono imprigionati dalla “SIPO Triest” (Archivi di Arolsen). La Scherheitspolizei (SIPO) è la polizia di sicurezza tedesca di stanza a Trieste. Per i ronchesi ed altri detenuti il 31 maggio 1944 è il giorno di partenza per i lager nazisti.

Lager di Dachau - Scheda di Candotto Mario, nato nel 1926 a Polpetto (sic, in realtà: Porpetto). Arolsen Archives (D).

Com’è stata la liberazione a Dachau? “Ci sono arrivato il 2 giugno 1944 e alla fine pesavo circa 40 chili – ha replicato Mario Candotto – un prigioniero russo spilungone pesava solo 28 chili, la mattina del 29 aprile 1945 molte guardie SS erano scappate con i kapò resisi colpevoli di violenze e assassini di detenuti. Prima di quella giornata hanno preso 1.500 prigionieri dal nostro sotto-campo per ammassarli a Dachau, volevano far sparire tutte le tracce della prigionia. Non ci danno la sveglia alle 4,30 come al solito e c’era trambusto da qualche giorno, poco dopo abbiamo visto una jeep coi soldati americani vicino al Campo, era una grande gioia, ci hanno detto di stare calmi, per evitare spargimento di sangue e vendette varie sulle ultime guardie arresesi agli alleati, così abbiamo fatto, poi con i documenti in una decina di italiani ci siamo diretti verso Salisburgo e lì abbiamo trovato un Campo per reduci, dove ci hanno rifocillato e poi via verso Tarvisio e l’Italia. È a Salisburgo che una mia sorella sopravvissuta pure lei ad Auschwitz, ha visto il mio nome scritto sul registro del Campo di reduci, scoprendo che ero ancora vivo”.

Con quale mezzo viaggiavate? “Son tornà a casa a pie in più di dieci giorni! – ha detto Candotto – ma mio papà e mia mamma non sono più tornati, mia mamma Maria Turolo (1890-1945) ha finito di vivere in una Marcia della morte, così mi ha raccontato una certa Brumat, detta Slavica, mio papà Domenico Candotto (1886-1944) stava nella baracca dei preti per almeno due mesi, lavorava in fabbrica ed è morto in una succursale del lager. L’ha sotterrato un altro detenuto di Monfalcone nel piccolo cimitero del paese, mi disse che aveva un anello di ferro al dito, prodotto da un chiodo”.

In effetti negli Archivi di Arolsen (Germania), consultabili in Internet, si è trovato il certificato di morte del padre di Mario Candotto. Il suo babbo Domenico Candotto, di Porpetto (UD), risulta deceduto il: “23 novembre 1944 a Dachau II”.

Lager di Dachau - Documento di Candotto Mario, nato nel 1926 a Polpetto (sic, in realtà: Porpetto). Arolsen Archives (D).

Come mai da Porpetto la sua famiglia è giunta a Ronchi dei Legionari? “Mio papà era caligher – ha aggiunto Mario Candotto – pensi che nel 1911 aveva fabbricato un paio di scarpine per la principessa Iolanda di Savoia, ma non le sono state recapitate, perché qualcuno aveva introdotto un biglietto contro i regnanti, così sono ritornate indietro con i carabinieri in casa. Eravamo sette fratelli e il primogenito Massimo era un seminarista, ma poi ha cambiato idea, così è stato uno scandalo per tutta la famiglia. Venivamo segnati a dito per il paese; è per tale motivo che mio padre ha cercato lavoro nei cantieri, ci siamo stabiliti a Ronchi e ha dovuto iscriversi al fascio per lavorare. Due mie sorelle si sono sposate. Poi arriva la seconda guerra mondiale, un mio fratello è militare in Jugoslavia e ci raccontava le ingiustizie contro la popolazione che vedeva là.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 cosa succede? “In tre fratelli, Lorenzo, Massimo ed io volevamo andare coi partigiani garibaldini – ha spiegato il testimone – ma a Vermegliano, che fa parte del comune di Ronchi dei Legionari, i miei fratelli mi hanno detto: Tu vai a casa, qui siamo già in due. Allora io son tornato a casa, mentre loro sono andati a Doberdò del Lago (GO), dove era in corso l’ammassamento delle reclute partigiane. Loro hanno partecipato alla costituzione della Brigata proletaria. Dopo un comizio ai cantieri navali del 10 settembre, c’è stato l’invito agli operai ad unirsi ai partigiani titini. Oltre 1.000 volontari si incamminano verso il punto di raccolta alle Cave di Selz, frazione di Ronchi, per attaccare poi Gorizia, difesa dai nazifascisti. La battaglia del 28 novembre 1943 segna l’annientamento della Brigata proletaria, dove muore anche un mio fratello. Poi io ho fatto il portaordini dei partigiani”.

Lager di Dachau - Certificato di morte di Domenico Candotto, padre di Mario. Archivi di Arolsen (D)

Conteme la storia delle due monete in Campo di concentramento. “Quando ero prigioniero a Dachau – ha precisato Candotto – mentre si aspettava l’appello in cortile, spostavo la ghiaia con i piedi e ho visto due monete da cinque marchi l’una, allora le ho ricoperte e, dopo la guerra, quando sono tornato a Dachau in un viaggio della memoria con l’ANED, perché sa, io sono iscritto all’ANED di Udine, sono andato a cercare proprio quelle monete tra la meraviglia e la curiosità dei presenti, ma non le ho mica più trovate”.

Nella primavera del 1947, dopo la firma del trattato di pace (10 febbraio) e il ritorno della sovranità italiana nell’Isontino (Gorizia, Ronchi e Monfalcone), più di duemila operai dei Cantieri navali di Monfalcone, uno dei principali del Mediterraneo, lasciano il lavoro, le case e l’Italia per raggiungere i Cantieri di Fiume e Pola e altre località ormai annesse alla Jugoslavia, dove sperano di vivere in una società libera e più giusta. In seguito, la delusione per le condizioni di vita e la scelta di appoggiare Stalin contro Tito dopo la “scomunica” del partito comunista jugoslavo in seguito alla Risoluzione del Cominform del 28 giugno 1948, causarono una sconfitta bruciante che ebbe devastanti ripercussioni sulle vite personali e familiari: dal ritorno a casa alla detenzione nei gulag di Tito, tra i quali “l’inferno” di Goli Otok, l’Isola Calva. (vedi: Chiara Fragiacomo, 2017).

Ho saputo che è stato uno dei ‘cantierini’ andati a rinforzare il cosiddetto paradiso socialista di Tito. “Sì, sono partito anch’io come tanti qui di Ronchi e lavoravo in una autorimessa – ha concluso Mario Candotto – ma sono ritornato in Italia quattro mesi prima della Risoluzione del Cominform del 1948, così non mi hanno recluso nel campo di concentramento titino. Che delusione un guerrigliero come Tito, che poi pensa solo al potere, così ho gettato la tessera del partito comunista e mi sono avvicinato al movimento anarchico”.

Sul "Piccolo", del 30 luglio 2025, e sul sito web della RAI, TGR del Friuli Venezia Giulia, si legge che Mario Candotto è morto a Ronchi dei Legionari (GO).

Fonte orale – Mario Candotto - foto sopra -, Porpetto (UD), 2 giugno 1926, intervista di Elio Varutti del giorno 11 marzo 2022 a Ronchi dei Legionari (GO), in presenza di Paolo Boscarol, Franco Pischiutti e di Zorzin.

Cenni bibliografici e del web (consultazione del 12.3.2022)

- Arolsen Archives, Archiv zu den Opfern und Überlebenden des Nationalsozialismus, Bad Arolsen, Deutschland, personen Candotto Mario, geburtsdatum 06.02.1926, prisoner 69.610.

Chiara Fragiacomo, Fuga dall’utopia. la tragedia dei“monfalconesi”. 1947-1949, Novecento.org, n. 8, agosto 2017.

- Maria Chiara Laurenti, L’economia tedesca e il lavoro dei deportati, Pinerolo (TO), aprile 2007.

Giovanni Melodia, La liberazione di Dachau nelle parole degli americani, Archivio storico dell’Associazione Nazionale Ex Deportati (ANED).

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Note – Progetto e attività di ricerca di: Elio Varutti, docente di Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata all’Università della Terza Età (UTE) di Udine. Networking di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Mario Candotto, Paolo Boscarol e il professor Stefano Meroi. Grazie all’architetto Franco Pischiutti (ANVGD di Udine) per la collaborazione riservata alla ricerca. Copertina: Mario Candotto. Fotografie di Elio Varutti.

Ricerche per il blog presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/


lunedì 25 ottobre 2021

Venezia Giulia Istria Dalmazia: tremila anni di storia, libro di Carlo Cesare Montani

Questo libro è giunto alla quinta edizione in una veste del tutto rinnovata. “Venezia Giulia e Dalmazia: sommario storico”: il volume era uscito con tale titolo nel 1990. Hanno fatto seguito la traduzione in lingua inglese (2001), la terza edizione bilingue con testi a fronte (2002) e la quarta a stampa in forma anastatica (2011).  

L’entità geografica della Venezia Giulia, sotto il Regno d’Italia, dal 1918 al 1947, è formata dalle province di Gorizia, inclusa la Valle dell’Isonzo e fino a Circhina e Idria, Trieste fino a Postumia, Pola, comprese le Isole di Cherso e di Lussino e Fiume, da Moschiena fino a Villa del Nevoso (con alcune annessioni dal 1941). Zara con un po’ di entroterra è una exclave del Regno d’Italia dal 1918, anzi dal trattato di pace del 1920, fino all’arrivo dei titini, nel 1943, cui segue l’occupazione nazista e nel 1944 la definitiva invasione iugoslava. Nel periodo 1941-1943 Zara appartiene al Governatorato della Dalmazia del Regno d’Italia, assieme alle province di Spalato e di Cattaro.

Di grande impatto divulgativo e segnato da un profondo spirito patriottico, pur essendo privo di figure, il prodotto culturale di Carlo C. Montani si presenta molto snello nella Prima parte, di 94 pagine. Qui l’Autore è riuscito a suddividere in 18 brevi capitoli circa 3000 anni di storia, di cui c’è un cenno sin dal sottotitolo. Il riferimento va a quelle terre irredente che, nel 1863, Graziadio Isaia Ascoli, glottologo italiano di fama internazionale definiva per la prima volta “Venezia Giulia”. I loro confini sono contenuti, generalmente, tra il Friuli orientale (inclusa la Bisiacaria, ossia parte del Monfalconese), Trieste, l’Istria, le isole del Quarnaro e la città di Fiume, comprendendo perciò le terre site fra Alpi e Prealpi Giulie, Carso, Alpi Dinariche e Alto Adriatico orientale (Golfo di Trieste e Golfo di Fiume). Il celebre linguista goriziano volle contrapporlo al vocabolo Litorale, ideato dalle autorità austriache, nel 1849, per identificare una regione amministrativa più o meno coincidente. La Dalmazia include altri territori irredenti di Zara, Spalato, Sebenico, Traù e varie isole fino alle Bocche del Cattaro. Tutte aree a prevalenza, o di grande presenza di italofoni, assieme al mondo slavo. Nel Novecento tali province sono oggetto di cambi repentini di bandiera e di padrone, passando attraverso certe dittature. Sono pure soggette alle devastazioni delle due guerre mondiali, con tutte le conseguenti ricadute sociali e politiche.

Nella Premessa è lo stesso Autore a ricordare che: “La tragedia di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, parte essenziale del più grande dramma italiano compiutosi nel XX secolo, rende indispensabile fare il punto sulle vicende da cui trasse origine, e sulle loro motivazioni antiche e recenti: non è possibile ignorare il grido di dolore di circa 20 mila Vittime incolpevoli, infoibate o diversamente massacrate durante e dopo l’ultimo conflitto mondiale, al pari di quello dei 350 mila profughi che furono costretti all’abbandono senza ritorno di quanto avevano caro, come la terra, gli affetti, i beni personali e prima ancora, i sepolcri degli Avi, senza dire che secondo alcune fonti le cifre dei Caduti e degli Esuli sarebbero sensibilmente maggiori” (pag. 6). Pur negli alvei della correttezza, ogni storico affronta le varie tematiche con la sua Weltanschauung e pure Carlo C. Montani lo fa. Tuttavia, come il Prof. Augusto Sinagra rileva sin dalle prime battute della Prefazione, l’Autore rivendica, in chiave filosofica, una determinata attendibilità e la necessità di essere fedeli al vero, richiamando “la comune attenzione sulle immortali parole di Tacito, il grande storico latino che aveva affermato come la storia non si possa fare coi sentimenti - scrive Sinagra - da cui deve necessariamente prescindere, perché fonda la propria attendibilità sull’obbligo di professare incorrotta fedeltà al vero. Ne discende l’imperativo di ogni storico degno di questo nome: quello di interpretare i fatti e le loro naturali matrici umane senza amore e senza odio” (p. 11).

In proposito, viene alla mente un racconto di Caterina Percoto, intitolato appunto “Non una sillaba oltre il vero”, pubblicato sul «Giornale di Trieste» nel 1848. Nel caso del Risorgimento, descritto dalla Percoto, esponente della letteratura rusticale ed amica di Nicolò Tommaseo, si tratta di una serie di violenze di rappresaglia degli austro-croati contro le genti friulane per i moti di libertà dall’invasore. Siamo comunque nel campo delle pressioni anti-italiane sulla sponda dell’alto Adriatico.

Nella Seconda parte del volume (di 167 pp.) troviamo una personale antologia di critica storica. Qui gli stessi argomenti vengono ripresi, approfonditi con le citazioni e la bibliografia relativa. A volte si tratta di studi già pubblicati su carta, o nel web dallo stesso Autore. Le fonti di riferimento per tale parte sono: il Consiglio Regionale della Toscana (Firenze); Difesa Adriatica (Roma); L’Esule (Milano); Nuova Antologia (Firenze); Riscossa Adriatica (Firenze); Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale (Roma); Studi in onore di Augusto Sinagra (Roma); Vita Nuova (Trieste) e il sito www.storico.org (Roma).

Nella Terza ed ultima parte si trova un’utile Cronologia (di 100 pp.). Come sottolinea l’Autore, la “prassi di inserire un elenco cronologico dei fatti salienti a fini di consultazione e documentazione è diventata ricorrente sia in buona parte delle opere storiografiche di maggiore impegno, sia in parecchie di quelle a carattere divulgativo, spesso fondate su testimonianze dirette: nell’ambito giuliano-dalmata tale ricorso risulta diffuso anche alla luce di una vicenda collettiva particolarmente articolata e complessa, in specie dall’Ottocento in poi” (p. 265). Sulla questione dell’esodo, delle foibe e del Giorno del Ricordo è proprio la Cronologia finale, aggiornata ai fatti e ai luoghi, con ponderata dovizia di particolari, a fornire una marcia in più all’intero volume.

Cartolina per le terre redente, collezione privata, Udine

Tra i tanti argomenti esposti troviamo la fondazione di città sulla costa dalmata per opera di coloni della Magna Grecia sin dal III secolo a.C. e la notevole presenza dell’Antica Roma in Istria, a Fiume (Tarsatica) e in Dalmazia. Seguono le invasioni barbariche e la presenza bizantina. Col VI secolo d.C. iniziano le invasioni slave. In seguito c’è il potere carolingio. È dell’anno 804 il “Placito” di Risano, presso Capodistria; a seguito di una manifestazione di “coraggio civico” destinata ad essere ricordata nei secoli, l’autonomia viene solennemente restituita alle comunità istriane davanti a 172 delegati in rappresentanza di undici città. Il duca Giovanni che aveva governato quale espressione diretta di Carlo Magno e promosso il collocamento di ulteriori coloni slavi in forte contrapposizione alle genti autoctone, è sconfessato ed allontanato. Nei decenni successivi iniziano le scorrerie turchesche in Dalmazia e nascono le alleanze con Venezia nella costa adriatica orientale, tanto che il doge Pietro Orseolo, nell’anno 1000, combatte in difesa delle città istriane ed acquista il titolo di “Dux Dalmatiae”. Nel 1300 Dante Alighieri pone sul Carnaro il confine orientale d’Italia; si tratta di un convincimento che sconta conoscenze e limiti dell’epoca in senso “italico” ignorando la Dalmazia e le Isole, ma sarà motivo di frequente ispirazione sino al terzo millennio.

Col 1420 buona parte della Dalmazia è possesso di Venezia. Ha fine il potere temporale dei Patriarchi di Aquileia: anche Udine e Cividale passano alla Serenissima. Seguono pestilenze, guerre e altalenanti domini diversificati. Nel 1779 Maria Teresa d’Austria trasferisce Fiume all’Ungheria confermando la sua indipendenza dalla Croazia e le riconosce la prerogativa di “Corpus separatum”.

Il 17 ottobre 1797 si stipula il Trattato di Campoformido. I territori della Serenissima vengono ceduti all’Austria che in cambio riconosce la Repubblica Cisalpina. Inizia il dominio austriaco in Friuli e nel Veneto mentre l’esercito napoleonico occupa Trieste. A Perasto (odierno Montenegro), veneziana dal 1420, l’ultimo vessillo della Repubblica di Venezia viene ammainato nella commozione generale e sepolto sotto l’altare maggiore del Duomo. Il Capitano Giuseppe Viscovich pronuncia la celebre allocuzione di commiato che resterà esempio imperituro della fedeltà dalmata alla Serenissima, ripreso nel Risorgimento e nell’Impresa fiumana di Gabriele d’Annunzio. “Ti con nu, nu con ti” (Tu con noi, noi con te).

Per Istria, Fiume e Dalmazia segue un fugace dominio napoleonico, prima facendo parte del Regno d’Italia del Viceré Eugenio di Beauharnais e, poi, delle Provincie Illiriche dell’Impero francese (1809-1813). Col Congresso di Vienna (1815) tutto passa sotto l’Austria fino alla Grande Guerra. Nel 1831 lo Statuto della “Giovine Italia” dichiara l’italianità della Venezia Giulia. Seguono le tre guerre d’indipendenza italiane (1848, 1859, 1866) e si sviluppa l’Irredentismo italiano nella Venezia Giulia, in Istria e Dalmazia, con conseguente snazionalizzazione da parte dell’autorità austriaca a favore degli slavi, cui partecipa il clero slavo, che nei registri battesimali slavizza i cognomi, contro il volere di genitori e padrini di sentimenti italiani.

Nel Novecento spiccano le due guerre mondiali e l’impresa dannunziana di Fiume, come dai libri di testo per le scuole, che poco trattano delle uccisioni titine nelle foibe, della strage parimenti titina di Vergarolla (18 agosto 1946) e dell’esodo giuliano dalmata di 350mila persone. Col Trattato di pace del 10 febbraio 1947 la Jugoslavia si annette Istria, Fiume e Dalmazia. Trieste fa parte della Zona A del Territorio Libero di Trieste fino al 1954, quando tornerà all’Italia, mentre la Zona B, da Capodistria a Cittanova passa sotto i carri armati titini. Le manifestazioni anti-iugoslave di Trieste dei primi anni ‘50 culminano nell’eccidio compiuto dalla polizia del Governo Militare Alleato nel novembre 1953, che provoca sette Vittime definite quali “ultimi Caduti del Risorgimento italiano”. I confini tra Italia e Jugoslavia vengono stabiliti nel 1975 col Trattato di Osimo. Dal 1991 si disgrega lo stato di Tito in varie entità con le guerre conseguenti. Non si poteva in queste righe riportare altro, se non alcune delle tappe cronologiche del confine orientale, ben approfondite nel volume.

Nella vasta Bibliografia (di 22 pp.) trovano spazio perfino i più recalcitranti negazionisti, peraltro in fase di trasformazione per non perdere del tutto la faccia e i pubblici finanziamenti, in un coacervo di riduzionisti e giustificazionisti. Consola il fatto che pure la recente letteratura internazionale stia orientando le proprie ricerche sulla storia trascurata nei decenni passati. Si pensi al libro di Ljubinka Toševa Karpovicz, studiosa croata, intitolato non a caso “Rijeka / Fiume (1868-1924)”, od “Autonomije do Države (Fiume 1868-1924: dall’Autonomia allo Stato) edito nel 2021 e all’opera di Dominique Kirchner Reill, ricercatrice statunitense, che ha dato alle stampe “The Fiume crisis: life in the wake of the Absburg Empire” (La crisi di Fiume: vita sulla scia dell'Impero asburgico). Tanto per dire che è difficile far scomparire la parola “Fiume” dai titoli dei libri di storia.

In tutta sintesi, sembra di poter affermare che il libro di Carlo C. Montani sarà un toccasana per il lettore a digiuno di storia dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia: è come un Bignami massimizzato.

Infine, per concludere con una pertinente citazione “ad hoc” mutuata da un celebre scrittore europeo, e riferibile anche ai giuliani, istriani e dalmati, vorrei dire che “nella loro bellezza rassegnata di tristi esuli in questo mondo volgare, si potevano leggere le emozioni con altrettanta chiarezza che in uno sguardo espressivo” (Marcel Proust, Le Mystérieux correspondant, 1896, traduzione italiana, Garzanti, 2021).

Il libro recensito

Carlo Cesare Montani, Venezia Giulia – Istria - Dalmazia: pensiero e vita morale. Tremila anni di storia - Antologia critica - Cronologia, Udine, Aviani & Aviani, 2021, pp. 416. Seconda edizione del mese di novembre 2024.

ISBN: 978-88-7772-319-2

Bandierina per la riunificazione di Trieste all'Italia, 1954. Collezione famiglia Conighi

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AGGIORNAMENTO DEL 2024

Si comunica che è stato conferito alla Prima Edizione del volume di Carlo Cesare Montani, qui recensito, il Premio Firenze-Europa FIORINO D’ORO, nel 2021 ed ora sta per uscire una nuova edizione del volume stesso.


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Recensione di Elio Varutti, docente di “Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata” all’Università della Terza Età di Udine. Membro del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, Sede dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine: via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin, che fa parte pure del Consiglio nazionale del sodalizio e, dal 2024, è Coordinatore dell’ANVGD in Friuli Venezia Giulia. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi.  Sito web:  https://anvgdud.it/


mercoledì 21 novembre 2018

Tombe italiane a Zara

Post Tenebras Lux si legge sul portale d’ingresso del Cimitero italiano di Zara, in croato: “Gradsko groblje”, ossia “Cimitero cittadino”. La scritta latina, La luce oltre le tenebre, sta a significare la speranza e la luce che si possono intravvedere oltre le brutture della società, come le malattie e gli orrori dell’uomo, come la guerra.
Tomba italiana con fiori nel cimitero di Zara. Fotografia di E. Varutti

Edificato nel 1934 in stile neoclassico, il portale è resistito alla furia del tempo e degli uomini. Lo si trova nella parte destra del nuovo cimitero, nella periferia sud di Zara, sulla strada che porta a Spalato.
L’ingegnere Silvio Cattalini, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) Comitato Provinciale di Udine, dal 1972 al 2017, mi raccontava che durante i 54 bombardamenti della sua città natale “la zente de Zara se rifugiava in cimitero e qualchedun el stava anche a dormir, se gaveva perso la casa distrutta dalle bombe o per paura, dato che i druzi diseva de no star in zità ‘sta sera perché sarà tanta festa e tanto rumor”. 
Cimitero di Zara, parte italiana. Ingresso monumentale eretto nel 1934. Fotografia di E. Varutti

Si ricorda che con la parola druzi, si intendono i partigiani di Tito, anche i fiancheggiatori. È una deformazione lessicale della parola drug, che in serbo-croato significa: compagno. I croati del contado filo-partigiani davano il consiglio di non fermarsi nel centro della città dalmata, italiana dalla fine dalla Grande Guerra, perché erano i loro stessi caporioni ad aver segnalato agli alleati angloamericani di bombardare la città, non tanto per la sua importanza militare, quanto invece perché troppo italiana. Era pulizia etnica.
Da una fonte nel web si sa che, durante i bombardamenti del 1943-1944, gli zaratini si rifugiavano “in cimitero, dove nacque anche una bambina che fu battezzata nella cappella mortuaria. Una tomba custodisce anche i resti straziati di zaratini ignoti che mani pietose avevano raccolto tra le macerie e calato nella fossa comune avvolti in coperte”.
Tomba Millicich a Zara. Fotografia di E. Varutti

È una bella cosa che in ogni tomba italiana ci sia un fiore. C’è un’associazione che si è impegnata di effettuare la mesta, ma virtuosa operazione. È il Madrinato dalmatico. 
Così nel cimitero italiano si vede la tomba familiare degli Alesani, dei Millicich, dei Catalinich, dei Gherdovich, dei Battara e di molti altri, che non si possono qui riportare, poiché l’elenco sarebbe assai lungo.
“Il Cimitero di Zara, eretto e benedetto nel gennaio 1821, veniva denominato comunale, mentre la sua denominazione attuale, per la verità, è Gradsko groblje, ossia Cimitero cittadino” (precisazione di Walter Matulich del 22.3.2023).
Tomba italiana nel cimitero di Zara. Fotografia di E. Varutti

Tomba Gherdovich a Zara. Fotografia di Giorgio Gorlato

Tomba Battara a Zara. Fotografia di Giorgio Gorlato

Mappa plurilingue del Cimitero di Zara; la parte storica italiana è a destra. Fotografia di Giorgio Gorlato
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Fonti orali e del web: - Silvio Cattalini (Zara 1927-Udine 2017), intervista a Udine del 18 dicembre 2016 di Elio Varutti. - Walter Matulich, Zara 1943, post in Facebook del 22 marzo 2023 nel gruppo “Esodo istriano, per non dimenticare”.

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Sitologia
- Madrinato dalmatico per la conservazione dei cimiteri per gli italiani a Zara, Cimiteri d’Europa, luglio-agosto 2006.

Cimitero di Zara, 11 novembre 2018. La delegazione ANVGD di Udine, guidata dalla presidente Bruna Zuccolin (a destra) rende omaggio alle tombe di italiani. Fotografia di E. Varutti
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Si ringrazia per la collaborazione: Bruno Bonetti. Fotografie di Giorgio Gorlato, di E. Varutti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30.
e-mail: anvgd.udine@gmail.com.      Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

domenica 21 ottobre 2018

Udine, tumulati i resti dei sette italiani uccisi a Castua, presso Fiume


Adesso potranno riposare in pace. A Udine, il 20 ottobre 2018, presso il Tempio Ossario si è svolta la solenne cerimonia di tumulazione dei resti di sette vittime della violenza jugoslava alla fine della seconda guerra mondiale.
Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Il sacrario di San Nicolò, meglio noto ai friulani col nome di Tempio Ossario è un autentico luogo della memoria dell’esodo giuliano dalmata. A celebrare la funzione religiosa è stato padre Juan Carlos Cerquera Trujllo, parroco di San Giuseppe dal 2016, alla presenza di molte autorità militari e civili. Di lui e del tempio riferiremo più oltre.
A rappresentare il Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), presieduto da Bruna Zuccolin, c’era Elio Varutti, vice presidente. 

Cosa era accaduto nel 1945?
Si è letto che questi sette italiani furono legati col filo di ferro (“el fil de trinca”, in dialetto istro-veneto) e spintonati per le vie di Castua, a una dozzina di chilometri da Fiume, oggi in Croazia. Furono presi a calci e pugni fino a rompere loro qualche arto. È stato Alessandro Fulloni sul «Corriere della Sera» a riferirlo. C’è chi ha detto che furono costretti a scavarsi la fossa dove furono seppelliti, ma altre fonti narrano che fu utilizzato un trincerone anticarro che i nazisti della Todt avevano ordinato di scavare ai requisiti locali, donne e vecchi, nel vano tentativo di bloccare i carri armati jugoslavi.
Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Uno dei prigionieri di Castua, per tentare di sollevare l’animo dei catturati, gridò a squarciagola: “Viva l’Italia! Viva l’Italia!”. Secondo il racconto, egli era il giornalista Nicola Marzucco, detto Nicolino.
Questo eccidio avvenne il 3 maggio 1945 a Castua, a due passi da Fiume, quando era terra italiana. Secondo Lucia Bellaspiga, che ha scritto su «L’Avvenire» la data delle uccisioni è quella del 4 maggio. La guerra era comunque finita. I resti di sette di quei trucidati, uccisi dai partigiani titini, sono rientrati in Italia nei giorni scorsi. A ritrovare le salme sono stati gli agenti del Commissariato generale per le onoranze ai caduti. Tale ente del ministero della Difesa si occupa dell’identificazione delle salme dei militari italiani morti nelle guerre e del loro rientro in patria. Per detto ente le spoglie sono di ignoti. Ci piace di rivolgere un ringraziamento particolare, per la pubblicazione e diffusione in questo blog, a Lucia Bellaspiga e Alessandro Fulloni e alle loro rispettive testate giornalistiche.
I corpi dei caduti di Castua sono stati esumati nel mese di luglio 2018 dalle autorità croate, durante una campagna di scavo iniziata dopo una segnalazione, risalente al 1992, effettuata dalla Società di Studi Fiumani, con sede in Roma, con segretario Marino Micich. Erano nel bosco di Loza, in località Crekvina, vicino a Castua.
Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, padre Juan Cerquera alla cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Grazie ai nuovi accordi tra Italia e Croazia si è potuto verificare il rientro delle salme. Ciò è dovuto alla buona collaborazione tra l’ufficio di Onorcaduti, diretto dal generale Alessandro Veltri, con gli omologhi del “Ministry for Croatian Veterans for Detainees and Missing Persons”. 
Molto interessante è tale collaborazione tra italiani e croati. Potrà condurre a nuove indagini a Fiume e in certe zone della Dalmazia e dell’Istria. Sono questi i luoghi della tragedia delle foibe. Tali uccisioni e eliminazioni durante il conflitto e nei mesi successivi ad esso provocò la scomparsa di circa 12 mila italiani, per la pulizia etnica titina.

I nomi degli assassinati
Si è cercato di stabilire il nome dei trucidati. Uno dei nomi su cui c’è «la ragionevole certezza» della sua identità è quello di Riccardo Gigante. Egli era senatore del Regno, ma anche ex sindaco ed ex podestà di Fiume, stretto collaboratore di Gabriele D’Annunzio e, infine, repubblichino di Salò.
Altri due individui possibilmente riconosciuti sono il giornalista Nicola Marzucco e il vicebrigadiere dei carabinieri Alberto Diana.
La Società di Studi Fiumani è riuscita a trovare un nipote di Riccardo Gigante, di nome Dino, dirigente d’azienda in pensione. Costui si è detto disponibile a sottoporsi all'esame del Dna, per avere la prova che uno dei resti ritrovati appartenga a suo nonno. Non sono stati individuati, per ora i discendenti dei caduti Marzucco e Diana.
Nella fossa furono gettate dagli slavi anche ossa di animali. Questo era un misero stratagemma titino per mescolare le carte, in  caso di una esumazione.
La buca fu localizzata nel 1992 da Amleto Ballarini, già presidente della Società di Studi Fiumani. Egli raccolse il primo racconto di don Franjo Jurcevic, oggi parroco della chiesa di Sant’Elena a Castua. Il prete conosceva i fatti poiché gli erano stati riferiti da alcuni fedeli. Altre informazioni fondamentali giunsero dai racconti della moglie e di due figlie di Vito Butti, uno dei trucidati di Castua. Era egli maresciallo della Guardia di finanza. Fu l’unico di cui, tempo dopo, vennero recuperate le spoglie mortali, per tumularle in un cimitero vicino.
Si qui si è operato grazie agli articoli di Alessandro Fulloni sul «Corriere della Sera» e di Lucia Bellaspiga, su «L’Avvenire», che si intende ringraziare per la diffusione e pubblicazione nel blog presente.


Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Un alpino con il fazzoletto di Fiume. Fotografia di Elio Varutti

Ancora sul Tempio Ossario di Udine
Quando il Centro di smistamento profughi di via Pradamano a Udine era pieno di ospiti venivano utilizzate altre strutture cittadine per accogliere gli italiani d’Istria, Fiume e Dalamzia in fuga dalle violenze dei titini. Per una notte fu utilizzato anche al Tempio Ossario nella cui cripta vennero accolti esuli sino al 1959. Un’esule da Pola, Maria Millia, ha ricordato che, verso il 1949, i suoi genitori Anna Sciolis e Domenico Millia, rinomato fabbro di Rovigno, assieme ad altri profughi istriani furono ospitati nel Tempio Ossario di Udine, dato che “El Campo jera pien”. Nel 1959, appunto, erano ancora accolte alcune persone dell’esodo nella stessa chiesa. “Una famiglia è ospitata nella cripta del Tempio Ossario – riporta «L’Arena di Pola» del 28 aprile 1959 – chi all’asilo notturno e altri nelle case diroccate di via Bertaldia, ora demolite”. Si pensi alla coincidenza: proprio nell’area di via Bertaldia, via Manzini fu inaugurato, il 26 giugno 2010, il Parco Vittime delle foibe.
Un altro dato di carattere patriottico. Il Tempio Ossario si trova in piazzale XXVI luglio 1866, giorno nel quale la cavalleria italiana entra in città liberandola dall’oppressione austriaca. Era appunto il 26 di Luglio del 1866 e la città di Udine abbandonata dagli austriaci vide entrare dal Stradon per Venessia l’esercito italiano del generale Brignone verso Porta Poscolle. Tra i primi uomini ad entrare in città c’è un garibaldino udinese e poi colonnello dello squadrone 6° Aosta Cavalleria. Si chiamava Bernardino Berghinz (1841-1925), come ha scritto Mario Blasoni sui Berghinz, a p. 66 di un suo bel libro.
Stando a quanto ha scritto don Tomasino Crist, che era presente nel 1866, la gente di Udine si mostrò con: «Gran bandiere tricolori, grandi feste, grandi evviva, gran piacere e gioia, gioia e piacere di cuore». Non tutti gli storici condividono questa testimonianza.  La cronaca di don Tomasino Crist è citata da Faleschini 1957, pp. 681-689.


Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, anche Loris Michelini, vice sindaco di Udine alla cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Padre Juan Cerquera, un religioso di Udine vicino agli esuli giuliano dalmati
È molto vicino agli esuli giuliano dalmati, padre Juan. Nel 2017 ha accolto con piacere il rito di recitare il rosario al Villaggio giuliano di via Casarsa. Rito ripetuto con ulteriore partecipazione anche nel 2018. Non è tutto. C’è stata la prima santa messa celebrata al Villaggio Giuliano di Udine. È stata una cerimonia semplice, partecipata e di alto valore simbolico quella del 16 giugno 2017, alle ore 19, col coro di San Rocco. È la prima volta che si è celebrata una funzione all’aperto vicino alla Madonna della Rinascita del Villaggio Giuliano, nella zona di Viale Venezia. L’icona è opera del 1952 dello scultore Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone 1876-Roma 1962). Si tratta di un bassorilievo in bronzo, intitolato appunto Madonna della Rinascita.


Messaggi dal web
In merito al presente articolo, si pubblica volentieri un eccezionale commento di Flavio Fiorentin, esule da Veglia e componente dei Revisori dei conti del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, inviato all’autore per posta elettronica il 22 ottobre 2018. La sua testimonianza getta un po’ di luce sull’arresto di Riccardo Gigante, come si può notare dalle righe seguenti.
“Caro professore, mi riferisco all’articolo sul rientro dei resti di sette trucidati di Castua – ha scritto Flavio Fiorentin – In particolare vorrei precisare che l’Organizzazione TODT faceva scavare trinceroni o blocchi stradali nei dintorni ed alla periferia di Fiume nell’ultimo mese di presenza tedesca in città non tanto per bloccare carri armati titini (peraltro simbolici o inesistenti), ma piuttosto per confondere il nemico sui punti in cui i tedeschi avrebbero opposto resistenza e tentare invece lo sganciamento improvviso per confluire in Trieste ed attendervi l’arrivo degli anglo-americani.
Le squadre di lavoro erano formate da giovani e uomini reclutati anche e soprattutto in Fiume tra quanti non avevano un lavoro od una occupazione essenziale. Ad esempio ne faceva parte il portinaio dello stabile dove abitava la mia famiglia. Era anche un modo per tener impegnate persone tra le quali avrebbero potuto nascondersi partigiani e terroristi.
Alle cinque le squadre dei lavoratori rientravano in città scortate da pochi ed anziani soldati tedeschi e si scioglievano in piazza Dante dopo aver disceso la scalinata cantando, sull’aria di una marcia tedesca, il seguente ritornello:
                                     Fiumani demoghèla,
                                     La vita xe più bela!
                                     Ribaltòn ,ribaltòn
                                     ghe molèmo sto bidòn.
                                     Viva el ribaltòn!
I soldati di scorta, ritenendo si trattasse della traduzione italiana della loro marcetta, scendevano la scalinata tutti impettiti.
Con riguardo al senatore Gigante, residente di fronte al palazzo in cui abitavo con i miei genitori, egli scriveva spesso articoli sul quotidiano cittadino «La Vedetta d'Italia». All'inizio del 1944, deluso per l’assenza delle truppe italiane ricostituite nell’area del Quarnaro (ad eccezione di alcuni reparti della X Mas) e per il progressivo controllo tedesco anche sulla Amministrazione civile, scrisse un forte articolo dal titolo significativo "Se ci sei, batti un colpo". Solamente il 3 maggio 1945, dopo la ritirata notturna dei tedeschi verso Trieste, le truppe titine scesero in città ed all’alba dello stesso giorno l’OZNA venne ad arrestare il sen Gigante, che aveva rifiutato di abbandonare Fiume.
Prima di seguire gli agenti egli, che era ancora in pigiama, chiese di potersi vestire ed indossò la divisa fascista. È probabile quindi che fosse proprio lui ad essere particolarmente martirizzato nell’ultima camminata verso il luogo dell’esecuzione. Tutto ciò l’abbiamo saputo dal racconto della vedova. Con i migliori saluti. Flavio Fiorentin”.
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Ecco un’altra informazione. Leggiamo nel libro di Cristina Scala, intitolato Cuore di bambina a Fiume nell’anno 1947, che nel Golfo del Quarnaro la Todt aveva sede a Mattuglie (Matulji, in croato) in un grande edificio, dove avveniva “lo smistamento di migliaia di lavoratori e studenti obbligati alla costruzione dei bunker e di altre opere di difesa che poi all’occorrenza non venero mai usate” (Scala 2018, p. 14).

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Ringraziamenti
Si è grati all’architetto Franco Pischiutti, di Gemona del Friuli (UD) per la collaborazione riguardo allo studioso del Risorgimento friulano Tonin Faleschini. Grazie a Flavio Fiorentin, esule da Veglia a Udine, per la sua preziosa testimonianza su Fiume 1945 e sull’arresto di Riccardo Gigante da parte dell’OZNA, la polizia segreta militare iugoslava. 
Ci piace ringraziare, per la pubblicazione e diffusione in questo blog, Lucia Bellaspiga e Alessandro Fulloni e le loro rispettive testate giornalistiche.
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Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, anche Paola Del Din, medaglia d'oro al valor militare alla cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Riferimenti bibliografici e del web
- Lucia Bellaspiga, Foibe. Dopo 73 anni una tomba per le vittime di Tito: "Precedente che farà storia", «L’Avvenire», 20 ottobre 2018.

- Mario Blasoni, Vite di friulani, vol. V, Udine 2011.

- Antonio Faleschini, Il ’64 e il ’66 in Friuli, «Rassegna Storica del Risorgimento», XLIV (1957), fasc. IV, pp. 681-689.

Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti


Cristina Scala, Cuore di bambina a Fiume nell’anno 1947, s.e., Portogruaro (VE), 2018.

- E. Varutti, Prima messa al Villaggio Giuliano di Udine, on-line dal 18 giugno 2017.

- E. Varutti, Il rosario al Villaggio Giuliano di Udine, on-line dal 27 maggio 2017.
Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, dopo la cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

- E. Varutti, Santo Rosario al Villaggio Giuliano 2018. Bella iniziativa a Udine, on-line dal 27 maggio 2018.

- Elio Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017. Anche nel web.
https://www.academia.edu/36303656/Italiani_d_Istria_Fiume_e_Dalmazia_esuli_in_Friuli_1943-1960._Testimonianze_di_profughi_giuliano_dalmati_a_Udine_e_dintorni
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Oggetti trovati nell'esumazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua, presso Fiume, 2018. Fotografia ripresa dal web

Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, E. Varutti e Sebastiano Pio Zucchiatti. Fotografie di Elio Varutti, da collezioni citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.