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domenica 5 febbraio 2017

Esperienze didattiche italiane a Fiume nel 1920

Pubblichiamo volentieri un racconto sugli aspetti didattici di Fiume nel 1920, scritto da Aldo Tardivelli, nato a Fiume nel 1925, oggi esule a Genova. Il contributo si avvale dell’esperienza diretta sul campo del nonno dell’autore, che risponde al nome di Napoleone Tardivelli (1854 - 1943). Costui perse nella Grande guerra Gaspare, il figlio primogenito. Il testo è ripreso dal Memoriale originale dell’autore, che si ringrazia per l’invio a questo blog. 
Fiume 1920

Leggiamo su «Il Ponte di Pisa», del 15 settembre 1915, in un articolo di Lydia Salvini intitolato “I caduti per la patria”, le seguenti parole dedicate dalla redazione del giornale domenicale a Napoleone Tardivelli: «Anche noi mandiamo condoglianze al prof. Napoleone Tardivelli, un grande educatore ed un alacre organizzatore (ricordiamo la bella organizzazione fatta qui da poi dei giovani esploratori) e nella triste ora gli rinnoviamo la più affettuosa simpatia».
Le immagini sono della Collezione Aldo Tardivelli, esule da Fiume a Genova, ove non altrimenti indicato.                (Elio Varutti)
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Ecco il testo di Aldo Tardivelli. L’anno 1920 era alle porte. Quanti anni sono passati. Già, quanti? In quel periodo tanto lontano sono accaduti avvenimenti drammatici di una storia che non è possibile dimenticare.
Il dottor professor Gaspare Tardivelli, sotto-tenente del 66° Fanteria, 12.a Compagnia, fu insignito della Medaglia d’argento e bronzo alla memoria nella Terza battaglia dell’Isonzo del 1916. Egli è sepolto nel Cimitero militare di Tolmino, insieme con altre migliaia di soldati oggi quasi dimenticati, come se non esistessero più i loro nomi.
Il mio nonno Napoleone Tardivelli, pur essendo stato colpito dal gran dolore per la scomparsa del figlio primogenito Gaspare Tardivelli, non si era perso d’animo. Da Padova, ove si era stabilito con la famiglia alla fine della Grande guerra, dimostrando ancora una volta il suo giovanile entusiasmo e l’alto spirito italiano per la “causa fiumana”, il 26 gennaio 1920, aveva inviato a Gabriele D’Annunzio, in Fiume, la seguente lettera:
«Fiume, Ill.mo Signor Generale.
Il sottoscritto Prof. Ing. Napoleone Tardivelli, del fu Gaspare e della fu Dorina Turolla, nato a Badia Polesine il 15 agosto 1854, in titolo Professore ordinario nelle R.R. Scuole medie (già Direttore delle R.R. Scuole Tecniche di Padova), attualmente professore di matematica e d’altre materie tecniche nella locale Scuola Meccanico-Navale di Stato, presa notizia del deliberato 24 corrente dell’On. Consiglio Nazionale, si sente in dovere di offrirsi per l’eventuale difesa di quest’eroica città per amore della qual è venuto fin dal 14 ottobre p.p.. Perciò prega la S. V. Ill. di volerlo iscrivere come volontario alle condizioni che, dall’età… e le attitudini, gli sono possibili nel seguente modo: il sottoscritto pone a disposizione per qualsiasi servizio, tutte le ore che li lasciano libero dall’insegnamento; egli si obbliga di passare a completo servizio militare e partecipare alla difesa appena se ne presenti il bisogno, non vuole remunerazione militare, ed è pronto a prestare giuramento richiesto dalla legge, avendo già prestato quello di fedeltà… alla causa di Fiume.
F.to Prof. Ing. Napoleone Tardivelli».
Napoleone Tardivelli (1854-1943)

Per la scuola italiana in Fiume d’Italia
Riassumo in breve dal giornale «La Testa di Ferro» del 6 Giugno 1920, quanto è accaduto all’Assemblea nella storica seduta della “Federazione Nazionale Insegnanti Scuole Medie”, Sezione di Fiume:
«telegraficamente il Prof. Ing. Tardivelli, “In qualità d’esperto sui programmi e regolamenti scolastici in vigore nel Regno d’Italia”, fu convocato da Gabriele d’Annunzio a partecipare e discutere l’importante “Ordine del Giorno” alla storica assemblea della “Federazione Nazionale degli Insegnanti Scuole Medie” nella sala del R. Liceo “Dante Alighieri” della Città di Fiume alle ore 16, il 25 maggio 1920.
L’intervento e le animate discussioni di alcuni professori, sull’ordine del giorno nella Sezione Fiumana della F.N.I.S.M., avevano provocato le dimissioni del presidente del Prof. Ing. Silvino Gigante. Tali dimissioni erano state determinate dal fatto che l’On. Delegato della Pubblica Istruzione dott. Salvatore Bellasich aveva ordinato che gli esami nelle scuole medie di Fiume si facessero secondo il vecchio regolamento austro-ungarico.
L’ordinanza dell’On. Delegato era stata considerata balorda, inopportuna e antipatriottica!
L’On. Delegato era stato tratto in inganno dalla Commissione consultiva dalla quale faceva parte il Prof. Gallio Cassi, trasferitosi dal Liceo di Fiume, prima della fine dell’anno, per insediarsi in una “più vantaggiosa” scuola di Trieste.
L’Ordine del giorno chiesto dal “Prof. Ing. Napoleone Tardivelli” aveva ottenuto la parola, sottoscritta da quattordici professori: Bugini, Burich, Fattovich, Garrani, Gianassi, Mammarella, Mariani, Marpicati, Pichetti, Pontevivo, Trimolloni, Vignuzzi e Kessler.
In apertura della seduta, ha letto e spiegato integralmente l’applicazione dei regolamenti scolastici in vigore nel Regno. In argomento gli scrutini finali, gli esami, le dispense che si dovevano effettuare nei vari punti del programma per la “Scuola Meccanico Navale di Fiume”, “l’istituzione di Scuole Industriale per gli operai”, e quanto affermato nell’avviso di concorso bandito dall’On. Consiglio Nazionale del 23 agosto 1919.
Fiume 1943. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume, ora Collezione privata, Udine

Nell’assemblea alcuni professori avevano messo in discussione “L’Ordine del Giorno del Prof. Ing. Tardivelli” riconoscendo che le scuole di Fiume dovevano obbedire alle leggi vigenti in Italia, ma la trasformazione dei sistemi austro-ungheresi doveva essere graduale, mentre per l’anno in corso gli esami si sarebbero dovuti fare con il vecchio metodo. Poi, si vedrà! Frattanto la questione potrebbe studiarsi più attentamente dai membri.
Fu a questo punto che “il Prof. Ing. Tardivelli ha protestato energicamente affermando tra l’altro: “(…) che non è possibile approvare quanto fin ad ora esposto e che nessuno dei presenti e degli assenti all’assemblea hanno competenza di giudicare, lì per lì, ciò che è oggetto d’attento studio da parte della “Federazione Nazionale”.
Trovando strano che si voglia ritornare ai metodi dell’ex-scuola-austro-ungarica, su cui la bontà e l’efficacia hanno giudicato inappellabilmente il 4 novembre 1918 con il trionfo della scuola italiana”.
La maggioranza dei convenuti all’assemblea, come il giovane e valoroso Prof. Dott. Giuseppe Garrani, uscito dalla R. Università “Luigi Bocconi” di Milano, ha voluto che l’ordine del giorno “Tardivelli” non subisca modificazioni di sorta e che sia varato “in blocco”, evitando l’inutile discussione dei singoli articoli presentati.
Alla strana idea di voler svolgere gli esami secondo il metodo austro-ungherese si avvertiva nell’aria, e nelle file degli Studenti-Legionari, un vivo malcontento, ed alcuni di loro pensavano di farne consapevole Gabriele D’Annunzio, perché badasse a non attuare l’odioso disegno.
Dopo vari discorsi dei convocati, il prof. Marini ha pregato i colleghi di voler procedere alla votazione evitando un cattivo nome alle scuole medie di Fiume e spiacevoli conseguenze degli insegnanti.
“La tesi italiana” del Prof. Ing. Tardivelli aveva “trionfato”, riportando la maggioranza assoluta dei voti.
Prima che il Presidente dichiarasse chiusa la seduta, il prof. Marini ha richiamato l’attenzione dei colleghi sulle “cause” che spinsero i professori a radunarsi e a deliberare sugli effetti ottenuti:
“Questi e quelle stanno dimostrando soprattutto il grande e impavido patriottismo della maggioranza dei professori italiani di Fiume, specialmente di un uomo sinceramente e inflessibilmente italiano, di un coraggioso cittadino fiumano Presidente del R. Liceo “Dante Alighieri” Silvino Gigante, simpatica figura di gentiluomo e d’educatore, che insegna a tutti con le parole e con i fatti come si ama la Patria”.
Dedica autografa di Gabriele D'Annunzio a Napoleone Tardivelli

Napoleone Tardivelli a Fiume nel 1940
Meritevole per avere servito la Patria e la “causa fiumana”, al Prof. Ing. Napoleone Tardivelli, legionario fiumano, fu concessa dal Comandante Gabriele D’Annunzio la Medaglia Commemorativa, con la stella d’oro, per la marcia di Ronchi dei Legionari.
«La Vedetta d’Italia», giornale di Fiume, aveva salutato nel 1920 il suo arrivo con una gran foto e un titolo, cubitale, in prima pagina. “È arrivato il nonno dei legionari fiumani”.
Una foto era fra i reperti ritrovati nell’abitazione degli zii a Genova in Via R. Banderali 1, ove la famiglia si era trasferita da Padova nel 1920.
L’amore del nonno per la città di Fiume non si era ancora esaurito dopo l’avventura fiumana del 1920, quando si era trasferito a Genova: eravamo nel 1940 e, ancora una volta, e fu l’ultima, l’ottantaseienne Legionario arrivato nuovamente a Fiume, volle incontrare gli amici del tempo passato.
In una valigia aveva trasportato un suo progetto utile alla “Protezione Civile” in caso d’allarme aerei. Si tratta di un apparecchio di una particolare funzione. Dotato di batteria e collegato alla rete elettrica, in caso di black-out può mettere in funzione, automaticamente, il suono di campanelli d’allarme, consentendo alla popolazione di porsi in sicurezza nei rifugi antiaerei.
Un vero giocattolo d’ingegneria che per varie ragioni economiche, giacché eravamo all’inizio della guerra, non fu mai applicato.
Alla fine del secondo conflitto mondiale, il 3 maggio 1945 ci fu l’occupazione di Fiume da parte delle Bande Comuniste del Maresciallo Tito. Una cortina di ferro si era chiusa davanti agli italiani. È come una condanna che non era stata recepita da parte delle autorità preposte all’accoglienza dei suoi cittadini italiani in Patria.
Nonno Napoleone si sarà rivoltato nella tomba».

Bibliografia

Lydia Salvini, “I caduti per la patria”, «Il Ponte di Pisa», del 15 settembre 1915, p. 1.

sabato 28 gennaio 2017

L’amica ebrea Elena scomparsa e la sinagoga di Fiume, 1944

Vi presento un racconto di Aldo Tardivelli, nato a Fiume nel 1925 ed esule a Genova. Scritto nel 2006, il testo originale si basa sui ricordi di sua moglie, Graziella Superina, deceduta nel 2011. Ho usato il corsivo per indicare l’originale scritto dal signor Tardivelli e il virgolettato per le parole di Graziella Superina, di Tulio Tardivelli, padre di Aldo, o di altre mie testimonianze riportate alla fine di questo racconto straordinario.
Fiume, la sinagoga del 1903. Cartolina da Internet

Attentato alla bellissima sinagoga di Fiume, 1944
Gli uomini delle Waffen SS sono diventati le belve del Terzo Reich – così ha scritto Aldo Tardivelli –. Ecco un racconto dedicato a noi più grandi e ai giovani, che non hanno conosciuto questa storia. Descriverò un popolo di cittadini esemplari ai quali non è stata data la possibilità di vivere in pace nelle terra natale.
«Era il 14 Settembre del 1943 – diceva Graziella Superina – quando l’occupatore nazista s’impadronì della città di Fiume. Dopo pochi mesi decretò, il 25 Gennaio 1944, non solo la distruzione della bellissima sinagoga (1902 – 1944), ma anche quella del popolo di religione ebraica. La morte per mezzo della dinamite e del fuoco distrusse totalmente l’edificio di culto e la deportazione nei Campi di sterminio colpì i suoi fedeli.
Quel giorno di gennaio sentimmo un forte odore acre di bruciato.  Un fumo scuro si levava da una parte della città. Non avevamo sentito né la sirena dell’allarme aereo, né quella dei pompieri, che avevano la caserma di fronte a casa nostra, ma qualche cosa di grave doveva essere successo.
Per la strada c’era gente allarmata e si sparse la voce che aveva preso fuoco “la casa degli ebrei”.
In un primo momento sembrò che si trattasse di una disgrazia – ha spiegato Graziella Superina – ma poco dopo si seppe che già da Via Parini la strada era stata bloccata dalle Waffen SS.
Appare allora in tutta la drammaticità, una situazione inaspettata – affermava Graziella Superina – la sinagoga era stata data alle fiamme dai tedeschi, con un attentato. Qualcuno assicurava che nella “casa degli ebrei” si complottava contro i tedeschi.  Altri dicevano che lì doveva esserci una stazione radio che comunicava al nemico gli obiettivi da colpire a Fiume con i bombardamenti.  Altri sostenevano che lì i partigiani ci nascondevano armi e gli esplosivi per gli attentati. Sembrava strano che proprio in quel luogo simile fosse stato opportuno nascondere roba del genere».
Fiume, Calle del Volto, a cura del Libero Comune di Fiume in Esilio. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume; Udine.

Gli ebrei a Fiume dal XV secolo
Ricordo ancora com’era la loro splendente sinagoga – ha aggiunto Aldo Tardivelli – raccontando, con le parole di Graziella, la sua storia e di quella comunità, che pacificamente viveva nella mia città:
«La presenza della comunità ebraica nella città di Fiume si era già notata sin dal XV Secolo, si trattava di gruppi di commercianti provenienti dall'altra sponda dell'Adriatico, specie dalle Marche.
A Fiume, nei tempi passati, la comunità ebraica non poteva abitare ovunque pertanto si erano appartati in una piccola zona della Cittàvecchia, nella Giudecca. Solo dopo, dal 1781 in poi, con una legge emanata dall'Imperatore Giuseppe II, la "Libertà di culto" si estese con uguaglianza per tutti i residenti nella città.
La prima Sinagoga che intendevano costruire non ebbe molta fortuna – ha continuato Graziella Superina – Le difficoltà erano insormontabili e così le funzioni sacre, e l’insegnamento della dottrina ebraica continuavano a svolgersi in case private.
Il terreno che il Municipio aveva riservato per la costruzione del tempio non era certo dei più felici incassato com’era fra un palazzo ed un bivio di strade circostanti di Via Parini, ma fu risolto energicamente dall’architetto. Eravamo nel 1890, quando quella moltitudine d’ebrei fiumani aveva dato inizio alla raccolta d’offerta di denaro per l'acquisto di un terreno e la costruzione del Tempio che doveva essere abbastanza grande, perché ospitasse all’interno quella numerosa comunità ebraica fiumana di duemila anime. Quei fondi raccolti non bastavano al compimento dell’opera bisognava reperibili altrove, rivolgendosi alle altre comunità religiose che offrirono denaro, e così fecero alcune banche, privati cittadini e il Governatore che elargisce la bella somma di duemila corone dalla cassa personale. Un contributo notevole di tutta la cittadinanza fiumana.
L’edificio era di squisita fattura. Era pittoresco – prosegue il racconto – per il contrasto dei materiali usati, il rosso e il bianco facevano di quest’edificio una presenza originale e armoniosa con quattro piccole cupole sugli angoli, e una centrale di forma quadrangolare. Solo dopo avere atteso tanto tempo, con immani sacrifici e privazioni i lavori per l’edificazione del Tempio iniziati nell’autunno del 1902, furono ultimati nel 1903 e la comunità poté festeggiare il loro primo Capodanno nel Tempio».
Graziella Superina. Collezione Aldo Tardivelli, Genova

La comunità ebraica fiumana – ha scritto Aldo Tardivelli – diventata ormai parte integrante della cittadinanza poteva abitare in ogni luogo. Si dedicarono al commercio, all’artigianato, aprirono negozi d’abbigliamento, mobilio, tappeti e articoli per l’arredamento della casa. Sono stati i primi commercianti che hanno agevolato i cittadini ad acquistare ratealmente le merci, con un contratto basato sulla reciproca fiducia.
Il racconto di Graziella Superina continua così: «Avevo tante amiche che frequentavano la stessa classe della scuola elementare “Dante Alighieri”. Una fra queste, Elena, compagna di banco e di giochi. Il più delle volte, durante la sosta delle lezioni nell’ora della ricreazione mi offriva una parte della sua merenda, che era un po’ più sostanziosa della mia. Le lezioni in classe procedevano regolarmente fino l’ora della religione cattolica, quando la mia (povera) amica doveva uscire dalla classe e attendere, in solitudine, nel corridoio la fine della lezione».
Purtroppo, in quel tempo lontano, la discriminazione razziale contro il popolo ebraico si era manifestata in modo subdolo da parte di alcuni individui che si ritenevano superiori – ha commentato Aldo Tardivelli – tutto, fatalmente… oggi, potrebbe ricominciare come sempre?

L’interno della sinagoga secondo Tulio Tardivelli
Ancora oggi quella Sinagoga mi ricorda mio padre Tulio – ha aggiunto Aldo Tardivelli – con la sua voce piacevole aveva incominciato a raccontare una storia curiosa, che iniziava così:
«Ero entrato per curiosare e osservare da vicino l’interno di quell’edificio del culto ebraico. Arrivato d'innanzi al portone mi ero tolto il cappello e il custode del Tempio, con gentilezza, aveva fatto presente che si poteva entrare solo con il capo coperto. All’interno del Tempio il mio papà si era trovato d’innanzi a ad uno spazio unico, la zona del culto rialzata come in una delle nostre chiese, divisa dal resto del Tempio da una grata di ferro battuto con ai lati le “menorah”, i "candelabri a sette braccia", e aldilà nell’interno i seggi per il rito del "Torah", i cinque libri che contenevano la "Rivelazione". La bellezza dell’interno l’aveva colpito notando i colori appariscenti e dominanti, come l’azzurro della sotto-cupola trapuntata di piccole stelle dorate, il rosa dei marmi delle colonne che sostenevano la galleria riservata alle donne e su, in alto, lo splendore dell’oro dei capitelli».
La storia raccontata da mio padre Tulio volgeva al termine, mentre un’altra storia drammatica, molti anni dopo, si sarebbe abbattuta come un uragano con l’eliminazione fisica di quasi tutta la comunità ebraica fiumana per opera dei nazisti delle SS.
La repressione nei confronti dei cittadini di religione ebraica si era manifestata particolarmente virulenta. Non avevano provveduto in tempo a salvarsi dalla cattura, e noi, inermi, avevamo dovuto assistere con profonda vergogna a tale misfatto.

Rastrellamento di ebrei di Fiume
Nel silenzio della notte udivamo i passi ferrati delle truppe speciali Waffen SS che, con rastrellamenti casa per casa catturavano i nostri concittadini. Riconobbi immediatamente le uniformi delle Waffen SS e le parole di comando che scandivano: “Alles raus”, tutti fuori. Oppure: “schnell, schnell”, avanti, avanti a quel glorioso equipaggio di prigionieri ebrei, uomini, donne, vecchi e bambini erano colpiti dai calci dei fucili sulla schiena, mentre uscivano dalle loro abitazioni e scendendo di corsa nella strada, portando con sé i loro miseri bagagli. Lungo la strada i soldati tedeschi avevano al guinzaglio dei grossi cani che ogni tanto lanciavano un latrato in mezzo a quella colonna di disperati, furono percossi in modo brutale facendoli entrare a spintoni su dei carri merci adibiti al carico del bestiame, li contavano e quando il carro era pieno lo chiudevano come se dentro ci fossero dei sacchi invece che degli esseri umani... i beni di tutti e di coloro che non erano riusciti a fuggire furono confiscati.
Fiume, la sinagoga bruciata dai nazisti nel 1944

Con rapidità! I loro nomi, molto conosciuti da tutti, si diffusero di bocca in bocca per tutta la città:
“Dio mio, Dio mio, ma cosa fanno ai quei poveri Ebrei – diceva la gente di Fiume – ma cosa possono aver fatto di brutto quelle persone che conoscevo come brava gente, Va bene sono ebrei e che è di male? A Fiume gli Ebrei erano da sempre!”
Eravamo stupiti, costernati, avendo saputo che anche il mobiliere dal quale mio padre aveva acquistato, anni prima, i mobili della sala da pranzo, “la Bella Ebrea” che aveva il più fornito negozio di mercerie della città, nei pressi della stazione Principe, tutta gente bene educata, gentile, era stato obbligato con la famiglia a salire nei vagoni ferroviari, nel  posto degli animali.
Dove conducevano i tedeschi quella povera gente? All’alba i nostri concittadini sarebbero spariti per sempre!
Lo venimmo a sapere alla fine della guerra. Erano stati avviati alla morte nel Campo di sterminio di Aushwitz, di Dachau ed altri luoghi di eliminazione.
Con l’invasione nazista dell’Europa, i Campi di concentramento si affollarono di prigionieri di varie nazionalità. Fra i reclusi c’era anche una moltitudine d’ebrei fiumani e l’inizio di un doloroso cammino verso i campi della morte! Una persecuzione, la più orribile dei crimini commessi nel corso della storia umana durante la Seconda Guerra Mondiale.
Quelli che avranno la fortuna di tornare a casa cercheranno invano di ritrovare i luoghi che un tempo erano famigliari, vedere che la loro Sinagoga non esisteva più, perché era stata distrutta dai nazisti, subito dopo la cattura. La cosa più terribile sarà di non riuscire a ricordare bene il significato della vita trascorsa, ma appena le circostanze in cui si è svolta. Tenteranno penosamente di raccontare soltanto particolari sconnessi della vita, e tutto confuso nel ricordare quel che è già svanito nella memoria. È stato come un popolo di “larve umane” che furono costrette a vivere come bestie braccate. Essi  non potranno tornare più come prima.
Purtroppo, e con sicurezza, temo, che fra gli ebrei scomparsi per sempre, ci sarà stata, certamente, anche l’amica Elena. Sarà andata ad infoltire l’elenco, incredibilmente lungo, di altre migliaia d’infelici della nostra città, a trovare la morte. Un martirio più cruento della storia, che ancora oggi, nell’anno 2006, si ha il dovere di ricordare. Con amarezza.
 I nostri padri, compilatori di codici, per giudicare alla fine del conflitto, non avevano neppure lontanamente immaginato che in Germania sarebbero un giorno avvenute stragi in massa e si sarebbe fatto del genocidio un’istituzione!
Solo recentemente, ma sono passati tanti anni dalla fine della guerra, si è scoperto l’italiano commissario Giovanni Palatucci, nato ad Avellino il 31maggio 1909, funzionario di polizia che da 1939 al 1944, a Fiume, riuscì a salvare migliaia di ebrei, ed altre etnie in transito nella Città, destinati ai campi di sterminio nella Germania nazista.
Pur potendosi mettere in salvo, Palatucci continuò la sua missione fino all’arresto e alla deportazione nel “Campo di stermino di Dachau, dove morì il 10 febbraio 1945.
Fin qui il racconto di Aldo Tardivelli, basato sui ricordi della moglie Graziella Superina e del babbo Tulio Tardivelli.
Giovanni Palatucci. Fotografia da Internet

Altre testimonianze sugli ebrei di Fiume
Un’altra fonte orale, nelle ricerche scolastiche, ha riferito i ricordi della sua famiglia. È il professor Ezio Cragnolini, nato a Gemona del Friuli (UD) nel 1955, da me e dagli allievi intervistato il 28 novembre 2007. «Mia madre – ha detto Cragnolini – raccontava di certi treni carichi di gente, che si lamentava nei carri bestiame fermi in stazione a Gemona e lei assieme ad altri gemonesi davano un po’ di uva e un po’ di frutta dai finestrini a quei poveretti (ebrei di Fiume?), che erano italiani».
La prima persona che mi parlò di una retata nazista nel quartiere ebraico di Fiume, in realtà mi stava raccontando i fatti dell’esodo degli italiani dalla città del Quarnaro, dopo il giorno 8 settembre 1943. Con questa digressione ebbi conferma che la Shoah passò per Udine, Gemona e Tarvisio. «I tedeschi presero donne, bambini ed anziani – ha detto la signora N.C. – e li portarono via con i camion. Nei giorni successivi altri camion e uomini in divisa per caricare mobili, merci ed ogni cosa. Si portarono via tutto, non lasciarono neanche uno spillo». Si può vedere, in merito, una lettera alla redazione di un quotidiano: E. Varutti, “Fiume 1943”, «Il Manifesto», 5 luglio 2001.
Fiume, Torre civica, disegno di G. Garavaglia. Settimo raduno nazionale dei Fiumani, Genova 27-28 settembre 1969. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume; Udine.

La sinagoga moresca di Fiume, 1903
Ricordo, infine, che fu l’ingegnere Carlo Alessandro Conighi a costruire la sinagoga di Fiume, nel 1902-1903, secondo il progetto del celebre architetto ungherese Leopold Baumhorn, specializzato nella costruzione di sinagoghe monumentali. La costruzione, iniziata nel 1902, si concluse l’anno successivo ad opera dell’impresa dell’ingegnere di Fiume Carlo Alessandro Conighi. Il luogo di culto ebraico fu solennemente inaugurato il 22 ottobre 1903. Baumhorn scelse uno stile eclettico per gli esterni, dove si intercalano più stili: il Neo-bizantino, il Neo-moresco e la Sezession del Carnaro, mentre l’interno fu più chiaramente improntato alle forme neo-moresche.
Il cronista del «Piccolo della Sera», nel 1933, riferendosi all’impresa edile di Carlo Alessandro Conighi, scrive, tra l’altro: “A Fiume costruì innumerevoli edifici tra i quali il Palazzo del Governo Marittimo (1884)… il Tempio israelitico”.
È in un numero de «L’Arena di Pola» del 2014 che si trova pure la notizia sulla costruzione della sinagoga affidata all’impresa dell’ingegnere fiumano Carlo Conighi.

Anche Rina Brumini descrive la sinagoga di Fiume: “Il nuovo tempio fu eretto dall’ingegnere fiumano Carlo Conighi” (p. 97). La stessa autrice cita i seguenti cognomi di ebrei sefarditi (iberici): Piazza, Valenzin, Cohen, Pardo, Jesurum, Bemporath, Penso, Ventura e Mondolfo. Il panorama mutò nel sec. XIX quando si aggiunsero le famiglie askenazite (del Centro Europa): Eisner, Reizner, Wilhelm, Rosemberg, Hering, Kelner, ma anche Russi, Mortara, Pincherle e Treves (p 98).

Carlo Alessandro Conighi. Disegno di Gino Leoni, 1926. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine.
                                             
Fonti orali e ringraziamenti
Ringrazio per la disponibilità dimostrata nella raccolta delle informazioni il signor Aldo Tardivelli, esule fiumano a Genova. Sono riconoscente alle altre persone intervistate per la sensibilità dimostrata nell’indagine storica. Le interviste sono state effettuate a Udine da Elio Varutti, con penna, taccuino e macchina fotografica, se non altrimenti indicato. Le fotografie sono della Collezione Aldo Tardivelli di Genova, se non altrimenti precisato.
Per la collaborazione alla ricerca sono riconoscente a Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Arezzo, perché mi ha messo gentilmente in contatto col signor Tardivelli, preparando il momento dell’intervista.
- Signora N. C., (Udine 1926 - 2015), visse a Fiume e a Udine, intervista del 24 febbraio 1996 e del 15 novembre 2005.
- Ezio Cragnolini, Gemona del Friuli, provincia di Udine 1955, int. del 28 novembre 2007.
- Aldo Tardivelli, Fiume il 20 settembre 1925, esule a Genova, int. telefonica e per e-mail nel periodo 20-27 gennaio 2017, con la collaborazione di Claudio Ausilio.

Carpetta di studio intestata, 1884-1930. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine

Collezioni private
- Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine.
- Collezione Aldo Tardivelli, Genova.

Riferimenti bibliografici
- «Arena di Pola» - Rassegna stampa n. 904 del 01/02/2014.
- Rina Brumini, “Gli Ebrei di Fiume”, «La battana», rivista trimestrale di cultura, Fiume / Rijeka (Croazia), XLV, ottobre-dicembre 2008, pp. 83-116.
- “L’opera e la fede di Carlo Conighi”, «Il Piccolo della Sera», XI, N.S., n. 4114, Trieste, 25 febbraio 1933, Anno XI, p.1.
- Aldo Tardivelli, “Un’amica ebrea”, testo videoscritto in formato Word, 2006, p. 1-5.
- E. Varutti, “Fiume 1943”, «Il Manifesto», 5 luglio 2001.
Fiume, Via Giuseppe Verdi. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume; Udine.

domenica 22 gennaio 2017

Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948

Ne ha viste di tutti i colori il protagonista di questa vicenda. Con i suoi 91 anni suonati ha ancora una voglia disperata di raccontare la sua esperienza di italiano di Fiume, sottrattosi alle sgrinfie dei titini. Il suo nome è Aldo Tardivelli, con il papà Tulio, ferroviere a Fiume, morto nel 1943. Suo nonno era Napoleone Tardivelli, legionario di D’Annunzio. Aldo Tardivelli, classe 1925, era amico del senatore Riccardo Gigante, l’autonomista fucilato dai miliziani di Tito nel 1945.
 
Lucia Tardivelli e Graziella Superina, foto dal lasciapassare, 1948

Nella Fiume occupata dai titini il 3 maggio 1945 e poi annessa alla Jugoslavia con il Trattato di pace del 1947, il signor Aldo, disegnatore provetto, pur di restare nella sua città natale aveva “accettato di fare il pompiere nella Manifattura Tabacchi”.
Le sue disgrazie, però, iniziano nel settembre 1948 quando opta per l’Italia, nel rispetto delle leggi jugoslave. Lo chiama il capo reparto e, circondandolo con altri titini, gli grida: “Ha optato per l’Italia, buttate fuori questo disgraziato!” Così ha inizio l’odissea di Aldo, ormai senza lavoro.
“Dal giorno che eravamo stati licenziati dalla Manifattura – racconta Aldo Tardivelli – dovevo cercare di percorrere un altro via, per assicurare alla mia famiglia un pasto giornaliero, e così giravo in lungo e largo per la città in cerca di possibili fonti di guadagno poiché ormai avevamo venduto tutto quello che era stato possibile”.
Campo Profughi di Laterina, Aldo Tardivelli, Graziella Superina e la piccola Lucia, Settembre 1948

C’erano dei problemi a Fiume nel 1948? “Bisognava evitare incontri sospetti nel cercare un amico che ci poteva aiutare, e fare in modo di non essere fermato con il pretesto di vagabondaggio dalla Milizia Popolare – risponde Aldo – le vie cittadine erano percorse da gruppi di persone che trasportavano sulla schiena, o su dei carretti a mano, pezzi di mobilio ed altri oggetti voluminosi che erano stati venduti o barattati dai nostri connazionali con i nuovi abitanti, come d’altronde avevano fatto tutti quelli che si trovavano nelle nostre condizioni. Per la nostra famiglia si avvicinava il giorno fortunato lungo le strade che percorrevo, faticosamente, tutti i giorni, avevo incontrato per caso l’amico Molaroni che era stato licenziato dalla stessa Manifattura Tabacchi dove aveva lavorato in coppia con uno sfortunato elettricista Lanza, arrestato innocentemente per sabotaggio intervenendo nell’assemblea dei lavoratori contro l’Ufficio del Personale, nell’attesa di ricevere i documenti per andare in Italia”.
 
Aldo Tardivelli

E poi? “Ebbe così l’inizio di un piano di collaborazione e sopravvivenza – dice Aldo – che consisteva in un commercio clandestino. Bisognava cercare di acquistare dai nostri più fortunati concittadini, che erano già in possesso dei documenti necessari per affrontare l’esilio, degli apparecchi radio prima che questi articoli, vietati ad essere esportati, fossero sequestrati al momento del carico delle masserizie sui carri ferroviari”.
L'amico Molaroni, essendo un esperto elettricista, provvedeva ad un’accurata restaurazione degli apparecchi applicando tutte le strategie, con vernici d’alluminio, lucido da scarpe ed altri accorgimenti per farli apparire presentabili agli acquirenti. Appena eseguito il restauro delle radio provvedevamo alla loro vendita ai nuovi abitanti che arrivavano a frotte dai paesi circostanti”.
Molti italiani hanno dovuto aspettare i permessi di uscita per svariati mesi, se non anni. Aldo riesce a partire in treno alla una e mezza di notte nel 1948. Gli optanti per l’Italia dovevano partire in piena notte, altrimenti la gente avrebbe visto quanti se ne andavano via da Fiume.


Mappa del Centro Raccolta Profughi di Laterina. Planimetria dopo il 1950. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD di Arezzo

Dal Campo Profughi del Silos di Trieste a Udine

La prima tappa dell’esodo disgraziato è il Centro Raccolta Profughi (CRP) del Silos a Trieste. “Era pieno di rifugiati italiani – ha detto Aldo Tardivelli – non c’era più posto, non c’erano letti, in certi posti non c’era neanche la luce, ho dormito per terra, mia moglie Graziella Superina con la bambina, per fortuna, ha trovato posto da una sua zia: Francesca Morsi”. Il racconto si fa convulso e rotto dall’emozione. Il ricordo di quei momenti è come una tenaglia nel petto. È la pinza dell’umiliazione, dello scoramento e della vergogna.
Laterina, Centro Raccolta Profughi, Baracca n. 1-1948, particolare del progetto. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD di Arezzo

“Ho dormito su un pezzo di non so che cosa buttato lì per terra al buio – spiega il signor Aldo – la mattina dopo mi sono accorto che ero finito a dormire, come tanti altri profughi italiani, vicino a degli escrementi, ma era buio, non si vedeva niente… Confesso che ho pianto per la disperazione e mi chiedevo che ci stavo io a fare in quel brutto posto lì”.
La destinazione successiva è il Centro di Smistamento Profughi (CSP) di Udine, che non era un hotel a cinque stelle. È un altro momento disgraziato per il nostro testimone. Il CSP è pieno come un uovo. Nel capoluogo friulano i bambini e i giovani profughi italiani vengono ospitati nei collegi religiosi, ma per gli uomini e per i vecchi c’è posto solo per terra. A Udine, in Via Pradamano, per sua fortuna, Aldo si ferma per pochi giorni.
“Ho tanto detto e spiegato che avevo delle zie a Genova in grado di ospitarmi – aggiunge Aldo Tardivelli – che speravo mi mandassero in treno fino là, invece guardo il biglietto ferroviario e il foglio di via, destinazione: Centro Raccolta Profughi di Laterina. Non sapevo neanche cosa fosse!”.
Graziella Superina e Lucia Tardivelli, CRP di Laterina

Il Campo Profughi di Laterina
A Laterina, in provincia di Arezzo, in mezzo ai prati, fu costruito nel 1941 un campo di concentramento per prigionieri inglesi e americani in numerose baracche, dopo il 1945 vi furono rinchiusi per poco tempo i fascisti repubblichini. Dopo il 1947 furono accolti i profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia.
“Le disgrazie e le delusioni non sono finite a Udine, quando non mi mandarono dai miei parenti genovesi – continua il testimone – perché il treno quando arriva a Bologna non può nemmeno fermarsi per dare un po’ di latte ai bambini, con le crocerossine pronte al servizio, perché i ferrovieri comunisti ci spediscono dritti in Toscana”.
Pure la cartolina... del Campo Profughi

Com’era la vita al CRP di Laterina? “Il Campo profughi è distante dalla stazione otto chilometri – precisa il signor Aldo, un po’ alterato – e ce li siamo dovuti fare tutti a piedi tra il polverone della strada bianca. Il Campo profughi di Laterina era una disgrazia! Cosa siete venuti a fare qui? – ci dicevano gli abitanti del luogo. Solo baracche. Alle finestre c'erano delle coperte, perché mancavano i vetri. Sono rimasto lì per un mese, poi ho raggiunto le zie a Genova che mi hanno aiutato a trovare un lavoro e una casa, così ho portato anche mia moglie e mia figlia a Genova”.
Cosa ci dice della tragedia delle foibe?
“Sono morti che meritavano un po’ più di pietà – conclude Aldo Tardivelli – poiché anche una sola tomba può lasciare dietro di sé solo dolori a tutte le persone che li subirono, senza trattenere l’angoscia e le lacrime come perenne ricordo, e fra questi ci sono i resti mortali del giovane cugino di mia moglie Rodolfo Jannuale”.

 
Aprile 2003 - visita della memoria della famiglia Tardivelli al CRP di Laterina, provincia di Arezzo

Altre interviste su Laterina

Un altro profugo ricorda il Campo profughi di Laterina, perché lì gli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia tra quelle baracche subiscono l’avvelenamento da cibo da parte di persone locali. “I ne gà avelenado – afferma il signor Giuseppe Marsich, scappato da Veglia nel 1949 e pure lui per tre giorni ospite al CSP di Udine – e se doveva corer tuti ai bagni, dopo me ricordo che a Laterina jera una baraca ciesa, el campo sportivo e la riva dell’Arno, dove noi gente de mar se podeva far qualche nodadina; gli abitanti dei paesi vicini i faseva manifestazioni contro de noi profughi; eh, nel 1949 no se podeva andar in ciesa in Jugoslavia, perché te ieri indicado a dito e acusado in publico de clericalismo, i faseva come un processo davanti a tuti; un mio conoscente che jera ufizial de la marina de Tito, gà dovuto sposarse in ciesa de note, per no farse veder dai titini, se no perdeva el posto”.
Alfio Mandich, di Fiume, ha riferito che “i profughi di Laterina si sentivano come pellerossa in una riserva con tanto di quel filo spinato che circondava il campo profughi”. Il suo itinerario? Ovvio: il Campo Profughi del Silos a Trieste, poi il Centro di Smistamento di Udine, il CRP di Ancona e, infine, Laterina.
Centro Raccolta Profughi di Laterina, Elvira Dudech (al centro in camicia bianca) davanti alla propria baracca con le amiche, 1949. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio

La signora Dudech, esule da Zara, ospite al Campo di Laterina, ha raccontato che i toscani dicevano ai loro figli che “se non sarà boni ve faremo magnar dai profughi”. 
Un’amica di Elvira Dudech ha scritto queste parole sulla facciata posteriore delle fotografie qui pubblicate in suo ricordo. “Elvira Dudech era nata a Zara il 22 luglio 1930. Fu esule da Zara dal 15 giugno 1948, nel CRP di Laterina per quattro anni. È ripartita per Udine nell’anno 1952.
Un incontro breve, ma intenso; una persona di cui fino a quel giorno ignoravo l’esistenza; una esperienza di vita che mi ha portato…”.
Elvira Dudech, al centro, in passeggiata nel corso di Laterina, 1949. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio

Pure le sorelle Egle e Odette Tomissich, di Fiume, ricordano di aver dormito sul pavimento al Campo del Silos a Trieste. “Fu un’esperienza traumatica il Silos di Trieste nel 1948 – hanno raccontato le sorelle Tomissich – non c’era neanche la corrente elettrica, tutto occupato, mancavano le brande e dovevamo dormire sul pavimento”.
21 gennaio 1944 - Bombardamento inglese su Fiume. Foto da Facebook

Il signor Luciano Pick, inoltre, ci ha comunicato che: “La mia nonna materna e mio zio Bepi Svob hanno soggiornato a lungo preso il Campo Profughi di Laterina e, quando hanno raggiunto Padova, dove noi eravamo esuli, non ricordo che abbiano esaltato il loro soggiorno forzato”.

Fonti orali, iconografia e ringraziamenti
Ringrazio per la disponibilità dimostrata nella raccolta delle informazioni il signor Aldo Tardivelli, esule a Genova. Le interviste sono state effettuate a Udine da Elio Varutti, con penna, taccuino e macchina fotografica, se non altrimenti indicato. Si ringraziano gli altri intervistati sotto riportati per la collaborazione all’indagine.  Le fotografie sono della Collezione Aldo Tardivelli di Genova, se non altrimenti precisato.
Per la collaborazione alla ricerca sono riconoscente a Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Arezzo, perché mi ha messo gentilmente in contatto col signor Tardivelli, preparando il momento dell’intervista.

- Elvira Dudech, Zara 1930 – Udine 2008, int. del 28 gennaio 2004.
- Giuseppe Marsich, Veglia 1928, “italiano all’estero”, Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, int. del’11 febbraio 2004.
- Luciano Pick, Fiume 1940, esule a Pertegada di Latisana, in provincia di Udine, messaggio in Google del 24 gennaio 2017.
- Aldo Tardivelli, Fiume il 20 settembre 1925, esule a Genova, int. telefonica e per e-mail nel periodo 20-24 gennaio 2017, con la preziosa collaborazione di Claudio Ausilio.
- Egle Tomissich, Fiume 1931, int. del 3 febbraio 2011 e del 18 dicembre 2016.
- Odette Tomissich, Fiume 1932, int. del 3 febbraio 2011.
Centro Raccolta Profughi di Laterina 1949, processione. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio

Riferimenti bibliografici e nel web
- Alfio Mandich, “Ricordi dell’esodo. Quando se partiva senza saver dove se andava”, «La Voce di Fiume», 30 aprile 1997.


- Elio Varutti, Il campo profughi di via Pradamano e l'associazionismo giuliano dalmata a Udine : ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell'esodo : 1945-2007,- Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Comitato provinciale di Udine, 2007. - 393 p. : ill.; 30 cm

- E. Varutti, Il Campo Profughi del Silos a Trieste, 2015.

- Ospiti di gente varia : cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di smistamento profughi di Udine, 1943-1960 / Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti. - Udine : Istituto statale d'istruzione superiore "Bonaldo Stringher", 2015. - 127 p. : ill. ; 24 cm
Centro Raccolta Profughi di Laterina 1949, processione. Sopra: dietro la statua della Madonna Missionaria, ragazze e donne di Zara. Sotto la banda musicale in una curva del campo profughi. Fotografie per gentile concessione di Claudio Ausilio