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sabato 29 luglio 2017

Visitare Varsavia

Si arriva verso sera. L'accompagnatore italiano di Boscolo Tours ci avverte che la guida locale è simpatica e brava, ma ripete spesso che: "Qui ci sono stati combattimenti, tanti morti e distruzioni". Insomma non dovevamo impressionarci. La guida polacca non solo è brava, ma ci ha raccontato con un certo garbo e trasporto quello che hanno patito gli ebrei polacchi sotto la violenza dei nazisti. Gli ebrei uccisi dai tedeschi sono 450 mila. Una cifra impressionante. Forse non ha torto la signora di lamentarsi e di ripetere che: "Qui ci sono stati tanti morti...". Ascoltare e riconoscere i fatti storici è una sorta di omaggio ai caduti, a mio parere.
Si fanno le prime fotografie ai grattacieli moderni e al Palazzo della Cultura e della Scienza, che a Varsavia ha dominato lo skyline fino agli anni Novanta del Novecento. 
Il Monumento agli eroi della Rivolta del Ghetto di Varsavia, del 1948, particolare. 
Fotografia di Elio Varutti

È uno dei monumenti più vistosi della città. Da bambini lo vedevamo immortalato perfino negli album delle figurine. È stato costruito nel 1952-1955, su progetto dell’architetto russo Lev Vladimirovič Rudnev, essendo un regalo dell’URRS alla Polonia. Ricorda, infatti, lo stile staliniano, o del classicismo socialista dei palazzi istituzionali di Mosca in riferimento agli anni 1950-1960.
Palazzo della Cultura e della Scienza, del 1952-1955. Fotografia di Elio Varutti

Dopo il 1989, data del crollo del vecchio regime socialista, ci sono molti grattacieli in stile occidentale, che fanno apparire una parte della capitale polacca, che conta oltre 1,7 milioni di abitanti, come un qualsiasi angolo delle metropoli americane, europee o asiatiche moderne.
Che cosa vai a vedere Varsavia, che è stata rasa al suolo dai nazisti? – mi aveva detto un amico. In effetti per l’84 per cento i crucchi l’hanno tirata giù coi cannoni, con le bombe d’aereo, oppure con l’esplosivo. È stato un lavoro meticoloso, ordinato, preciso, roba da tedeschi, insomma. È che non sopportavano che i polacchi si ribellassero. Erano ritenuti dal loro capo coi baffetti, come Untermensch, cioè esseri sub-umani, come tutti gli slavi. Dovevano essi morire, non riprodursi o fare da schiavi ai tedeschi. Sembra una teoria bislacca, invece a Hitler credono in molti. Così è accaduto il macello della seconda guerra mondiale. 
Varsavia del Duemila

Nel 1940 gli occupanti tedeschi costruiscono un muro attorno ai quartieri abitati dagli ebrei polacchi. È il ghetto di Varsavia. Ammassano oltre 450 mila persone in una superficie di 300 ettari. Man mano che li facevano fuori nei campi di sterminio con le camere a gas, i tedeschi riducevano gli spazi del ghetto. Il 19 aprile 1943 i giovani ebrei del ghetto organizzarono una rivolta, atto disperato e senza speranze. 
I nazisti soffocano nel sangue la ribellione, uccidono molti ebrei combattenti e deportano gli altri nei campi di sterminio. Poi, indisturbati, radono al suolo un edificio, dopo l’altro. Dell’antico ghetto ebraico oggi resta poco e niente. Oggi è una zona tutta ricostruita, a ovest del ponte di Danzica. Siamo tra ulica Slomińskiego, ulica Generała Andersa, ulica Marszałkowska e aleje Jerozolimskie.
Monumento agli eroi del Ghetto di Varsavia, opera del 1948. Fotografia di Elio Varutti

I nazisti, tuttavia, hanno risparmiato dalla distruzione sistematica una sinagoga, perché serviva loro come magazzino. Sennò dove mettevano tutte le robe sequestrate agli ebrei, per rivenderle? Si trova in ulica Twarda al n. 6. È la Sinagoga Noźyków. Risale al 1898 e fu voluta dai coniugi Zalman e Rywka Noźyk, da cui il nome. Completata nel 1902 in un elegante stile neorinascimentale, subì dei restauri nel periodo 1977-1983. La sinagoga si trova in mezzo ai grattacieli sorti come funghi. Lì vicino c’è pure il Teatro statale ebraico.
Struggente è il Monumento agli eroi della Rivolta del ghetto di Varsavia. L’opera è stata eretta nel 1948 dallo scultore Natan Rapaport in collaborazione con l’architetto Marek Suzin. Il monumento si compone di due facciate, fronte e retro, con due differenti sculture. La scultura della facciata "principale" (quella davanti) è dedicata agli eroi del ghetto con in primo piano, fra gli altri rivoltosi, l'eroe del ghetto Mordechaj Anielewicz. 
Sinagoga Noźyków, del 1898 a Varsavia

La seconda scultura (di dietro alla facciata principale del monumento) rappresenta uomini, donne e bambini che lottano tra le fiamme che lentamente divorano il ghetto e una processione di ebrei condotti ai campi di concentramento, si intravedono solo baionette ed elmetti dei soldati nazisti senza volto. Copie identiche di ambedue le sculture si trovano anche allo Yad Vashem di Gerusalemme. Il percorso della Via della Memoria è segnato da 16 blocchi di granito, con iscrizioni in polacco, yiddish ed ebraico, che commemorano i 450.000 ebrei uccisi nel ghetto e gli eroi della rivolta.
Varsavia - Museo della storia degli ebrei polacchi. Fotografia di Elio Varutti

Lì vicino c’è il Museo della storia degli ebrei polacchi (in polacco: POLIN - Muzeum Historii Żydów Polskich). È un museo della memoria costruito tra il 2007 e il 2013. È sito nella zona ove sorgeva il ghetto di Varsavia nel periodo dell'occupazione tedesca, durante la seconda guerra mondiale. La parola ebraica polin nel nome del museo significa, in italiano, rispettivamente “Polonia” e, allo stesso tempo “riposo qui” ed è legata ad una leggenda sull’arrivo dei primi ebrei in Polonia.
Anche le scale mobili sono un regalo dell’URSS ai polacchi. Curiosa è la originale centralina di controllo delle stesse scale mobili oggi mostrata come un trofeo ai passanti.
Il barbacane a due torri è del 1548. Costruito da Giovanni Battista da Venezia a difesa della città vecchia. Sono visibili vasti tratti del doppio anello di mura del Cinquecento.

Varsavia gode di almeno cinque grandi parchi. Noi del gruppo di Boscolo Tours abbiamo visitato il Belvedere, con una guida locale molto attenta e coinvolgente nel raccontare con parole semplici i fatti storici e nel richiamare con un sacchetto di noccioline i numerosi scoiattoli che zampettano tra gli alberi del bel parco.  
Ecco il Belvedere di Varsavia. Fotografia di Elio Varutti

Archeologia industriale. Centralina di controllo delle scale mobili costruite dai russi a Varsavia

Varsavia, Hotel Bristol

Barbacane con due torri a Varsavia
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Altri link di miei articoli nel web:


-  E. Varutti, Gita a Cracovia, 2017.


- E. Varutti, Auschwitz, luogo della Shoah, 2017.

- E. Varutti, Gita a Bratislava, 2017.

venerdì 28 luglio 2017

Gita a Cracovia

Per svariati anni la città è stata la capitale della Polonia, quando essa era una superpotenza del continente. Tra le prime bellezze da vedere a Cracovia c’è la piazza del Mercato Principale. 
Piazza del mercato a Cracovia e la Basilica di Santa Maria. Fotografia di Elio Varutti

È una delle piazze medievali più grandi d’Europa. Nel mezzo della piazza sorge il Mercato dei Tessuti, lungo edificio gotico, rimaneggiato secondo gusti architettonici italiani, dopo un incendio del 1555.
L’impianto urbanistico del XIII secolo è rilevabile dalle aree verdi che hanno sostituito le mura turrite. Si notano le stradine strette tutte orientate al Rynek (il mercato). Poi c’è la fortezza che si erge sul colle di Wawel, presso il fiume Vistola. È lì che troverete la Cattedrale dei Santi Venceslao e Stanislao Vescovo, ritenuta come il più importante monumento senz’altro di Cracovia e, forse, di tutta la Polonia. 
La Cattedrale di Wawel

Nel Castello di Wawel è in esposizione il celebre dipinto di Leonardo da Vinci, Dama con l’ermellino, prima esposto nel Museo Czartoryski, nella Città Vecchia.
La città conta 755 mila abitanti. È situata a metà strada tra Vienna e Varsavia. Inoltre Cracovia è un grande centro commerciale e industriale (stoffe, pelli, macchine agricole, cartiere, editoria) e un importante snodo ferroviario. Nel 1978 l’UNESCO ha inserito il centro storico della città nella sua lista dei siti patrimonio dell’umanità.
Contiene molti monumenti ebraici (cinque sinagoghe e cimitero per gli ebrei), anzi c’è un intero quartiere che fu abitato da ebrei, fino alle stragi naziste. È il quartiere detto di Kazimierz, in onore di Casimiro III il Grande, che lo fondò come città autonoma nel 1335 con le sue mura difensive. 
Nel XV secolo il re Giovanni Olbracht vi raduna una grossa colonia ebraica. Qui affluivano tutti i giudei espulsi, in seguito a persecuzioni o a contrasti religiosi da altre città del Centro Europa. Era il paradiso degli ebrei. Fu così fino al 1941, quando i nazisti deportarono tutti gli abitanti verso i campi di sterminio. Oggi la zona ospita all’inizio dell’estate un festival, aperto a tutto il mondo, di cultura, di lingua, di cucina e di musica ebraica.
Cimitero e Sinagoga di Remuh, nel quartiere ebraico di Kazimierz a Cracovia. Fotografia di Elio Varutti

Interessante è il Cimitero ebraico, con l’annessa Sinagoga Remuh, risalente al Cinquecento. Accoglie tombe antiche con fini decorazioni scolpite. C’è ovviamente la tomba di Moses Isserles, detto Remuh, un rabbino molto apprezzato. Ancor oggi il suo sepolcro è oggetto di pellegrinaggi. La visita al ghetto di Cracovia prosegue con l’ottima guida turistica locale in lingua italiana, della Boscolo Tours.
C’è poi il Monumento di meditazione e di preghiera in memoria dei 65 mila polacchi ebrei di Cracovia uccisi dai nazisti nella seconda guerra mondiale.
Monumento di meditazione e di preghiera in memoria dei 65 mila polacchi ebrei di Cracovia uccisi dai nazisti nel 1941-1945

Una città di tanti padroni
È una città appartenuta a molti regnanti. Dopo la distruzione della Moravia Superiore da parte degli Ungheresi, Cracovia divenne parte del regno di Boemia: non a caso il primo riferimento scritto del nome della città è databile al 966. Tale documento ci riferisce di Cracovia come un notevole centro commerciale in mano ad un duca boemo. Alla fine del X secolo, la città era un punto di riferimento per i commerci, incorporata tra i possedimenti della dinastia Piast. Diversi edifici in muratura furono costruiti in quel periodo, tra i quali il noto Castello di Wawel, chiese romaniche come la chiesa di Sant’Adalberto, una cattedrale ed una basilica. La città fu quasi completamente distrutta durante le invasioni tatare della Polonia del 1241, 1259 e 1287.
La città fu ricostruita e resa municipio nel 1257, poi fu colonizzata da mercanti tedeschi. Poi continuò la sua espansione sotto il controllo congiunto lituano-polacco della dinastia Jagiellone, fino a diventare capitale del Regno di Polonia e membro della Lega Anseatica, attirando un numero consistente di artigiani, mercanti e gilde, provocando un notevole progresso scientifico ed artistico. Nel 1475 i delegati dell'elettore Giorgio il Ricco di Baviera vennero a Cracovia per organizzare il matrimonio di Edvige (Jadwiga Jagiellonka), la figlia del re Casimiro IV Jagellone con Giorgio il Ricco. Edvige viaggiò per due mesi per raggiungere Landshut in Baviera, dove fu celebrata una elaborata cerimonia, il Matrimonio di Landshut (Landshuter Hochzeit).
Costruzione ebraica nel ghetto di Kazimierz

Nel 1609 Sigismondo III trasferì la capitale a Varsavia, meglio situata per governare tutto il Paese. Per la mancanza della corte reale cominciò il declino di Cracovia, che poi venne anche numerose volte devastata da diverse armate. Al termine del XVIII secolo, lo Stato polacco, ormai indebolito, venne assorbito dalle nazioni vicine preponderanti dal punto di vista politico-militare nell'Europa centro-orientale: la Russia, l'Austria e la Prussia. Cracovia divenne parte della provincia austriaca della Galizia. Tadeusz Kościuszko organizzò una rivolta, nella zona del mercato di Cracovia nel 1794. 


Sinagoga alta

L'esercito russo-prussiano soffocò la rivolta saccheggiando il tesoro reale polacco conservato nella città. Quando Napoleone Bonaparte invase quella che una volta era la Polonia, stabilì un Ducato di Varsavia (1807) come stato indipendente, ma subordinato all'impero francese. Il Congresso di Vienna (1815) ristabilì la spartizione della Polonia, conferendo però l'indipendenza a Cracovia, come capitale della Repubblica di Cracovia. La città cominciò a concentrarsi sull'indipendenza nazionale, sfociata nella Rivolta di Cracovia del 1846. I moti non raggiunsero il loro obiettivo di coinvolgere le altre terre abitate da Polacchi, fu quindi soffocata e Cracovia perse la sua autonomia con la sua annessione all'Austria.
Il Castello e le tracce delle costruzioni antecedenti al Medioevo


La Sinagoga Vecchia di Cracovia, oggi museo


La Vistola fotografata dal colle di Wawel

Il cortile del Castello di Cracovia

Cracovia - La Chiesa di Sant'Andrea

Un bel giro in carrozza a Cracovia?


Cracovia, il Centro Congressi 

Centro congressi

Cracovia, Sinagoga di Isacco o Synagoga Izaaka

Cracovia è il centro principale per la formazione delle nuove classi dirigenti polacche. Ad oggi si contano 12 istituzioni di formazione universitaria, con circa 10 mila corsi e 150 mila studenti. Tra queste si segnalano l'Università Jagellonica

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Altri link di miei articoli nel web:

- E. Varutti, Visitare Varsavia, 2017.



- E. Varutti, Auschwitz, luogo della Shoah, 2017.

- E. Varutti, Gita a Bratislava, 2017.

sabato 28 gennaio 2017

L’amica ebrea Elena scomparsa e la sinagoga di Fiume, 1944

Vi presento un racconto di Aldo Tardivelli, nato a Fiume nel 1925 ed esule a Genova. Scritto nel 2006, il testo originale si basa sui ricordi di sua moglie, Graziella Superina, deceduta nel 2011. Ho usato il corsivo per indicare l’originale scritto dal signor Tardivelli e il virgolettato per le parole di Graziella Superina, di Tulio Tardivelli, padre di Aldo, o di altre mie testimonianze riportate alla fine di questo racconto straordinario.
Fiume, la sinagoga del 1903. Cartolina da Internet

Attentato alla bellissima sinagoga di Fiume, 1944
Gli uomini delle Waffen SS sono diventati le belve del Terzo Reich – così ha scritto Aldo Tardivelli –. Ecco un racconto dedicato a noi più grandi e ai giovani, che non hanno conosciuto questa storia. Descriverò un popolo di cittadini esemplari ai quali non è stata data la possibilità di vivere in pace nelle terra natale.
«Era il 14 Settembre del 1943 – diceva Graziella Superina – quando l’occupatore nazista s’impadronì della città di Fiume. Dopo pochi mesi decretò, il 25 Gennaio 1944, non solo la distruzione della bellissima sinagoga (1902 – 1944), ma anche quella del popolo di religione ebraica. La morte per mezzo della dinamite e del fuoco distrusse totalmente l’edificio di culto e la deportazione nei Campi di sterminio colpì i suoi fedeli.
Quel giorno di gennaio sentimmo un forte odore acre di bruciato.  Un fumo scuro si levava da una parte della città. Non avevamo sentito né la sirena dell’allarme aereo, né quella dei pompieri, che avevano la caserma di fronte a casa nostra, ma qualche cosa di grave doveva essere successo.
Per la strada c’era gente allarmata e si sparse la voce che aveva preso fuoco “la casa degli ebrei”.
In un primo momento sembrò che si trattasse di una disgrazia – ha spiegato Graziella Superina – ma poco dopo si seppe che già da Via Parini la strada era stata bloccata dalle Waffen SS.
Appare allora in tutta la drammaticità, una situazione inaspettata – affermava Graziella Superina – la sinagoga era stata data alle fiamme dai tedeschi, con un attentato. Qualcuno assicurava che nella “casa degli ebrei” si complottava contro i tedeschi.  Altri dicevano che lì doveva esserci una stazione radio che comunicava al nemico gli obiettivi da colpire a Fiume con i bombardamenti.  Altri sostenevano che lì i partigiani ci nascondevano armi e gli esplosivi per gli attentati. Sembrava strano che proprio in quel luogo simile fosse stato opportuno nascondere roba del genere».
Fiume, Calle del Volto, a cura del Libero Comune di Fiume in Esilio. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume; Udine.

Gli ebrei a Fiume dal XV secolo
Ricordo ancora com’era la loro splendente sinagoga – ha aggiunto Aldo Tardivelli – raccontando, con le parole di Graziella, la sua storia e di quella comunità, che pacificamente viveva nella mia città:
«La presenza della comunità ebraica nella città di Fiume si era già notata sin dal XV Secolo, si trattava di gruppi di commercianti provenienti dall'altra sponda dell'Adriatico, specie dalle Marche.
A Fiume, nei tempi passati, la comunità ebraica non poteva abitare ovunque pertanto si erano appartati in una piccola zona della Cittàvecchia, nella Giudecca. Solo dopo, dal 1781 in poi, con una legge emanata dall'Imperatore Giuseppe II, la "Libertà di culto" si estese con uguaglianza per tutti i residenti nella città.
La prima Sinagoga che intendevano costruire non ebbe molta fortuna – ha continuato Graziella Superina – Le difficoltà erano insormontabili e così le funzioni sacre, e l’insegnamento della dottrina ebraica continuavano a svolgersi in case private.
Il terreno che il Municipio aveva riservato per la costruzione del tempio non era certo dei più felici incassato com’era fra un palazzo ed un bivio di strade circostanti di Via Parini, ma fu risolto energicamente dall’architetto. Eravamo nel 1890, quando quella moltitudine d’ebrei fiumani aveva dato inizio alla raccolta d’offerta di denaro per l'acquisto di un terreno e la costruzione del Tempio che doveva essere abbastanza grande, perché ospitasse all’interno quella numerosa comunità ebraica fiumana di duemila anime. Quei fondi raccolti non bastavano al compimento dell’opera bisognava reperibili altrove, rivolgendosi alle altre comunità religiose che offrirono denaro, e così fecero alcune banche, privati cittadini e il Governatore che elargisce la bella somma di duemila corone dalla cassa personale. Un contributo notevole di tutta la cittadinanza fiumana.
L’edificio era di squisita fattura. Era pittoresco – prosegue il racconto – per il contrasto dei materiali usati, il rosso e il bianco facevano di quest’edificio una presenza originale e armoniosa con quattro piccole cupole sugli angoli, e una centrale di forma quadrangolare. Solo dopo avere atteso tanto tempo, con immani sacrifici e privazioni i lavori per l’edificazione del Tempio iniziati nell’autunno del 1902, furono ultimati nel 1903 e la comunità poté festeggiare il loro primo Capodanno nel Tempio».
Graziella Superina. Collezione Aldo Tardivelli, Genova

La comunità ebraica fiumana – ha scritto Aldo Tardivelli – diventata ormai parte integrante della cittadinanza poteva abitare in ogni luogo. Si dedicarono al commercio, all’artigianato, aprirono negozi d’abbigliamento, mobilio, tappeti e articoli per l’arredamento della casa. Sono stati i primi commercianti che hanno agevolato i cittadini ad acquistare ratealmente le merci, con un contratto basato sulla reciproca fiducia.
Il racconto di Graziella Superina continua così: «Avevo tante amiche che frequentavano la stessa classe della scuola elementare “Dante Alighieri”. Una fra queste, Elena, compagna di banco e di giochi. Il più delle volte, durante la sosta delle lezioni nell’ora della ricreazione mi offriva una parte della sua merenda, che era un po’ più sostanziosa della mia. Le lezioni in classe procedevano regolarmente fino l’ora della religione cattolica, quando la mia (povera) amica doveva uscire dalla classe e attendere, in solitudine, nel corridoio la fine della lezione».
Purtroppo, in quel tempo lontano, la discriminazione razziale contro il popolo ebraico si era manifestata in modo subdolo da parte di alcuni individui che si ritenevano superiori – ha commentato Aldo Tardivelli – tutto, fatalmente… oggi, potrebbe ricominciare come sempre?

L’interno della sinagoga secondo Tulio Tardivelli
Ancora oggi quella Sinagoga mi ricorda mio padre Tulio – ha aggiunto Aldo Tardivelli – con la sua voce piacevole aveva incominciato a raccontare una storia curiosa, che iniziava così:
«Ero entrato per curiosare e osservare da vicino l’interno di quell’edificio del culto ebraico. Arrivato d'innanzi al portone mi ero tolto il cappello e il custode del Tempio, con gentilezza, aveva fatto presente che si poteva entrare solo con il capo coperto. All’interno del Tempio il mio papà si era trovato d’innanzi a ad uno spazio unico, la zona del culto rialzata come in una delle nostre chiese, divisa dal resto del Tempio da una grata di ferro battuto con ai lati le “menorah”, i "candelabri a sette braccia", e aldilà nell’interno i seggi per il rito del "Torah", i cinque libri che contenevano la "Rivelazione". La bellezza dell’interno l’aveva colpito notando i colori appariscenti e dominanti, come l’azzurro della sotto-cupola trapuntata di piccole stelle dorate, il rosa dei marmi delle colonne che sostenevano la galleria riservata alle donne e su, in alto, lo splendore dell’oro dei capitelli».
La storia raccontata da mio padre Tulio volgeva al termine, mentre un’altra storia drammatica, molti anni dopo, si sarebbe abbattuta come un uragano con l’eliminazione fisica di quasi tutta la comunità ebraica fiumana per opera dei nazisti delle SS.
La repressione nei confronti dei cittadini di religione ebraica si era manifestata particolarmente virulenta. Non avevano provveduto in tempo a salvarsi dalla cattura, e noi, inermi, avevamo dovuto assistere con profonda vergogna a tale misfatto.

Rastrellamento di ebrei di Fiume
Nel silenzio della notte udivamo i passi ferrati delle truppe speciali Waffen SS che, con rastrellamenti casa per casa catturavano i nostri concittadini. Riconobbi immediatamente le uniformi delle Waffen SS e le parole di comando che scandivano: “Alles raus”, tutti fuori. Oppure: “schnell, schnell”, avanti, avanti a quel glorioso equipaggio di prigionieri ebrei, uomini, donne, vecchi e bambini erano colpiti dai calci dei fucili sulla schiena, mentre uscivano dalle loro abitazioni e scendendo di corsa nella strada, portando con sé i loro miseri bagagli. Lungo la strada i soldati tedeschi avevano al guinzaglio dei grossi cani che ogni tanto lanciavano un latrato in mezzo a quella colonna di disperati, furono percossi in modo brutale facendoli entrare a spintoni su dei carri merci adibiti al carico del bestiame, li contavano e quando il carro era pieno lo chiudevano come se dentro ci fossero dei sacchi invece che degli esseri umani... i beni di tutti e di coloro che non erano riusciti a fuggire furono confiscati.
Fiume, la sinagoga bruciata dai nazisti nel 1944

Con rapidità! I loro nomi, molto conosciuti da tutti, si diffusero di bocca in bocca per tutta la città:
“Dio mio, Dio mio, ma cosa fanno ai quei poveri Ebrei – diceva la gente di Fiume – ma cosa possono aver fatto di brutto quelle persone che conoscevo come brava gente, Va bene sono ebrei e che è di male? A Fiume gli Ebrei erano da sempre!”
Eravamo stupiti, costernati, avendo saputo che anche il mobiliere dal quale mio padre aveva acquistato, anni prima, i mobili della sala da pranzo, “la Bella Ebrea” che aveva il più fornito negozio di mercerie della città, nei pressi della stazione Principe, tutta gente bene educata, gentile, era stato obbligato con la famiglia a salire nei vagoni ferroviari, nel  posto degli animali.
Dove conducevano i tedeschi quella povera gente? All’alba i nostri concittadini sarebbero spariti per sempre!
Lo venimmo a sapere alla fine della guerra. Erano stati avviati alla morte nel Campo di sterminio di Aushwitz, di Dachau ed altri luoghi di eliminazione.
Con l’invasione nazista dell’Europa, i Campi di concentramento si affollarono di prigionieri di varie nazionalità. Fra i reclusi c’era anche una moltitudine d’ebrei fiumani e l’inizio di un doloroso cammino verso i campi della morte! Una persecuzione, la più orribile dei crimini commessi nel corso della storia umana durante la Seconda Guerra Mondiale.
Quelli che avranno la fortuna di tornare a casa cercheranno invano di ritrovare i luoghi che un tempo erano famigliari, vedere che la loro Sinagoga non esisteva più, perché era stata distrutta dai nazisti, subito dopo la cattura. La cosa più terribile sarà di non riuscire a ricordare bene il significato della vita trascorsa, ma appena le circostanze in cui si è svolta. Tenteranno penosamente di raccontare soltanto particolari sconnessi della vita, e tutto confuso nel ricordare quel che è già svanito nella memoria. È stato come un popolo di “larve umane” che furono costrette a vivere come bestie braccate. Essi  non potranno tornare più come prima.
Purtroppo, e con sicurezza, temo, che fra gli ebrei scomparsi per sempre, ci sarà stata, certamente, anche l’amica Elena. Sarà andata ad infoltire l’elenco, incredibilmente lungo, di altre migliaia d’infelici della nostra città, a trovare la morte. Un martirio più cruento della storia, che ancora oggi, nell’anno 2006, si ha il dovere di ricordare. Con amarezza.
 I nostri padri, compilatori di codici, per giudicare alla fine del conflitto, non avevano neppure lontanamente immaginato che in Germania sarebbero un giorno avvenute stragi in massa e si sarebbe fatto del genocidio un’istituzione!
Solo recentemente, ma sono passati tanti anni dalla fine della guerra, si è scoperto l’italiano commissario Giovanni Palatucci, nato ad Avellino il 31maggio 1909, funzionario di polizia che da 1939 al 1944, a Fiume, riuscì a salvare migliaia di ebrei, ed altre etnie in transito nella Città, destinati ai campi di sterminio nella Germania nazista.
Pur potendosi mettere in salvo, Palatucci continuò la sua missione fino all’arresto e alla deportazione nel “Campo di stermino di Dachau, dove morì il 10 febbraio 1945.
Fin qui il racconto di Aldo Tardivelli, basato sui ricordi della moglie Graziella Superina e del babbo Tulio Tardivelli.
Giovanni Palatucci. Fotografia da Internet

Altre testimonianze sugli ebrei di Fiume
Un’altra fonte orale, nelle ricerche scolastiche, ha riferito i ricordi della sua famiglia. È il professor Ezio Cragnolini, nato a Gemona del Friuli (UD) nel 1955, da me e dagli allievi intervistato il 28 novembre 2007. «Mia madre – ha detto Cragnolini – raccontava di certi treni carichi di gente, che si lamentava nei carri bestiame fermi in stazione a Gemona e lei assieme ad altri gemonesi davano un po’ di uva e un po’ di frutta dai finestrini a quei poveretti (ebrei di Fiume?), che erano italiani».
La prima persona che mi parlò di una retata nazista nel quartiere ebraico di Fiume, in realtà mi stava raccontando i fatti dell’esodo degli italiani dalla città del Quarnaro, dopo il giorno 8 settembre 1943. Con questa digressione ebbi conferma che la Shoah passò per Udine, Gemona e Tarvisio. «I tedeschi presero donne, bambini ed anziani – ha detto la signora N.C. – e li portarono via con i camion. Nei giorni successivi altri camion e uomini in divisa per caricare mobili, merci ed ogni cosa. Si portarono via tutto, non lasciarono neanche uno spillo». Si può vedere, in merito, una lettera alla redazione di un quotidiano: E. Varutti, “Fiume 1943”, «Il Manifesto», 5 luglio 2001.
Fiume, Torre civica, disegno di G. Garavaglia. Settimo raduno nazionale dei Fiumani, Genova 27-28 settembre 1969. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume; Udine.

La sinagoga moresca di Fiume, 1903
Ricordo, infine, che fu l’ingegnere Carlo Alessandro Conighi a costruire la sinagoga di Fiume, nel 1902-1903, secondo il progetto del celebre architetto ungherese Leopold Baumhorn, specializzato nella costruzione di sinagoghe monumentali. La costruzione, iniziata nel 1902, si concluse l’anno successivo ad opera dell’impresa dell’ingegnere di Fiume Carlo Alessandro Conighi. Il luogo di culto ebraico fu solennemente inaugurato il 22 ottobre 1903. Baumhorn scelse uno stile eclettico per gli esterni, dove si intercalano più stili: il Neo-bizantino, il Neo-moresco e la Sezession del Carnaro, mentre l’interno fu più chiaramente improntato alle forme neo-moresche.
Il cronista del «Piccolo della Sera», nel 1933, riferendosi all’impresa edile di Carlo Alessandro Conighi, scrive, tra l’altro: “A Fiume costruì innumerevoli edifici tra i quali il Palazzo del Governo Marittimo (1884)… il Tempio israelitico”.
È in un numero de «L’Arena di Pola» del 2014 che si trova pure la notizia sulla costruzione della sinagoga affidata all’impresa dell’ingegnere fiumano Carlo Conighi.

Anche Rina Brumini descrive la sinagoga di Fiume: “Il nuovo tempio fu eretto dall’ingegnere fiumano Carlo Conighi” (p. 97). La stessa autrice cita i seguenti cognomi di ebrei sefarditi (iberici): Piazza, Valenzin, Cohen, Pardo, Jesurum, Bemporath, Penso, Ventura e Mondolfo. Il panorama mutò nel sec. XIX quando si aggiunsero le famiglie askenazite (del Centro Europa): Eisner, Reizner, Wilhelm, Rosemberg, Hering, Kelner, ma anche Russi, Mortara, Pincherle e Treves (p 98).

Carlo Alessandro Conighi. Disegno di Gino Leoni, 1926. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine.
                                             
Fonti orali e ringraziamenti
Ringrazio per la disponibilità dimostrata nella raccolta delle informazioni il signor Aldo Tardivelli, esule fiumano a Genova. Sono riconoscente alle altre persone intervistate per la sensibilità dimostrata nell’indagine storica. Le interviste sono state effettuate a Udine da Elio Varutti, con penna, taccuino e macchina fotografica, se non altrimenti indicato. Le fotografie sono della Collezione Aldo Tardivelli di Genova, se non altrimenti precisato.
Per la collaborazione alla ricerca sono riconoscente a Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Arezzo, perché mi ha messo gentilmente in contatto col signor Tardivelli, preparando il momento dell’intervista.
- Signora N. C., (Udine 1926 - 2015), visse a Fiume e a Udine, intervista del 24 febbraio 1996 e del 15 novembre 2005.
- Ezio Cragnolini, Gemona del Friuli, provincia di Udine 1955, int. del 28 novembre 2007.
- Aldo Tardivelli, Fiume il 20 settembre 1925, esule a Genova, int. telefonica e per e-mail nel periodo 20-27 gennaio 2017, con la collaborazione di Claudio Ausilio.

Carpetta di studio intestata, 1884-1930. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine

Collezioni private
- Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine.
- Collezione Aldo Tardivelli, Genova.

Riferimenti bibliografici
- «Arena di Pola» - Rassegna stampa n. 904 del 01/02/2014.
- Rina Brumini, “Gli Ebrei di Fiume”, «La battana», rivista trimestrale di cultura, Fiume / Rijeka (Croazia), XLV, ottobre-dicembre 2008, pp. 83-116.
- “L’opera e la fede di Carlo Conighi”, «Il Piccolo della Sera», XI, N.S., n. 4114, Trieste, 25 febbraio 1933, Anno XI, p.1.
- Aldo Tardivelli, “Un’amica ebrea”, testo videoscritto in formato Word, 2006, p. 1-5.
- E. Varutti, “Fiume 1943”, «Il Manifesto», 5 luglio 2001.
Fiume, Via Giuseppe Verdi. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume; Udine.