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martedì 22 gennaio 2019

Fiume 1947, l’umanità tra una bambina italiana e un militare tedesco prigioniero degli iugoslavi


È un libro che si legge tuto de un fia’. È un incantevole volume del ricordo, giunto già alla seconda edizione. Sono poche, ma intense le 58 pagine fondate su di un atto di gentilezza delle ragazze di Fiume dopo la Seconda guerra mondiale verso i soldati tedeschi costretti ai lavori forzati. L’umanità, in quelle terre, aveva iniziato a spegnersi dal 1943, quando un insieme variegato di bande e di eserciti si fronteggiava con vena nazionalistica e con tragiche uccisioni.
La copertina del libro con la fotografia che il militare tedesco Josef teneva con sé; si vede la moglie, col figlioletto Werner

Il fatto straordinario è che l’intero testo di Cristina Scala è stato creato sulla base di documenti familiari, come lettere manoscritte, fotografie, dattiloscritti e vari contatti via web. Lo stile dell’autrice appare scarno e senza fronzoli, ma è sciolto e leggibile. Certe sue frasi sono come stilettate di bora, lanciate lì tra appunti storici e riflessioni filosofiche. Al termine di una paragrafo potrebbe capitarvi di avere dei brividi di emozione, perché tutto il racconto si basa su di una storia vera del 1947, come recita il titolo, con un balzo cronologico al 2016 e 2017 per le corrispondenze di posta elettronica, quando la Scala scopre gli originali manoscritti in lingua tedesca. 
È proprio a Natale del 2016, durante un viaggio negli Stati Uniti, in contatto con la rete dei fiumani sparsi nel mondo, che all’Autrice vengono sottoposte alcune lettere da comprendere e tradurre. I manoscritti, del 1949, sono opera di un soldato tedesco che si trovava prigioniero degli slavi a Fiume, annessa alla Jugoslavia, dopo il secondo conflitto mondiale.
Il soldato esprime la sua gratitudine per la solidarietà e la gentilezza incontrate tra i fiumani, in particolare con una bambina di 10 anni, Luzia, che lo aiutò, con poche e semplici parole, a superare il brutto periodo di detenzione e di lavori forzati per gli slavi. Dopo quasi 70 anni Cristina Scala è riuscita a mettersi in contatto con i discendenti di quel milite e a creare l’occasione di un viaggio del ricordo nei luoghi di detenzione e di pena.
Il libro della Scala è come una bomba d’acqua: tutto, tanto e subito. Non c’è tempo per fare delle congetture. Non c’è sosta. C’è solo la voglia matta di finire di leggere e di capire dove vano a parare i protagonisti dell’avvincente faccenda. Non si vede l’ora di finire una pagina per scoprire che cosa ci sarà in quella seguente.

Josef B., nato a Kobern, presso Coblenza, il 14 settembre 1911, morì a casa sua il 18 gennaio 1987. L'ultima di copertina del libro di Cristina Scala


La vicenda del soldato Josef e della bambina Lucia
Come già accennato la vicenda è quella di Josef B., di Coblenza, soldato tedesco della Wehrmacht fatto prigioniero, col suo reparto, dagli iugoslavi a Castelnuovo d’Istria, oggi Podgrad, il 3 maggio 1945. Come molti altri suoi commilitoni viene destinato ai lavori forzati. Gli è andata bene, perché è ancora vivo. Nel 1947 a Fiume, in Via Torquato Tasso, diventata Ulica Kozala, fa conoscenza con Lucia, una bambina italiana di 10 anni, che gli dà un semplice saluto, oppure un pezzo di pane e marmellata.
I semplici atti di gentilezza della bimba italiana Lucia danno grande conforto al soldato tedesco Josef, che ricorderà quel briciolo di umanità. Il soldato Josef B. riesce a far ritorno in Germania, dalla sua famiglia, il 25 gennaio 1949, dopo quattro anni di lavoro coatto duro e pesante, come quello notturno in miniera, ad Arsia, che gli rovina la salute e la possibilità di deambulare. Muore il 18 gennaio 1987.
Nel 1949 Josef scrive tre lettere di ringraziamento a Lucia M., indirizzandole a Fiume, Via Tasso, raccontandole del figlio Werner, della moglie e dei vicini, curiosi di sapere quella storia di piccola umanità. La bambina Lucia, pur non capendo quella calligrafia, è contenta perché capisce che Josef è riuscito a tornare dalla sua famiglia. Le missive, in tedesco, non facilmente comprensibili per la grafia, restano in una scatola nella cantina di Lucia fino al suo esodo da Fiume, avvenuto nel 1957, per arrivare a Genova.
La miniera di Arsia negli anni Quaranta; grazie per la cartolina a Paolo De Luise, di Pirano, esule a Carpi, provincia di Modena

Dalla Liguria, questi originali documenti vengono ritrovati nel 2016, scansionati ed inviati per posta elettronica all’amica del cuore Lucilla, che da Fiume è esule negli Stati Uniti, nel Nord Carolina. Avendo Lucilla un fratello che conosce la lingua tedesca, potrà egli tradurre i messaggi, ma la grafia è veramente impossibile. Poi, per pura coincidenza, arriva Cristina Scala e riesce a capire quelle frasi e a tradurle. Non solo, ritornata in Italia, costruisce dei contatti con i discendenti di Josef di Coblenza. Nel luglio del 2017 si incontra con Alexandra, la figlia di Werner, in Austria. Poi se li porta a Portogruaro, a Fiume e ad Arsia, nella miniera dove pativa Josef, in un tenero quanto europeo viaggio della memoria, documentato nel libretto con tanto di fotografie.
“Non dimenticherò mai le donne di Via Tasso – scrive Josef nella lettera, firmandosi Giuseppe, moglie e Werner (il figlio) – con pane, conserve e frutta vi siete occupate per il nostro benessere fisico, e tramite il vostro gentilissimo Buongiorno e Come Va? siamo stati rafforzati nello spirito” (p. 25).

La storia del pacchettino
Lucia risponde al soldato Josef con delle cartoline e delle lettere, come quella del 20 dicembre 1950 che, racconta Josef in un altro messaggio, viene letta assieme alla sua famiglia e a certi vicini di casa, desiderosi di sentire raccontare ancora una volta la storia del pacchettino delle bambine fiumane. Cos’era questo pacchettino? Lucia, sua sorella e le altre ragazze di Fiume davano da mangiare al soldato Josef che lavorava ad uno scavo in Via Tasso. Le bambine senza farsi notare dai guardiani titini, lasciavano cadere o nascondevano un piccolo pacco, con dentro un panino di marmellata, oppure un frutto, per Josef. Il pacchetto veniva nascosto vicino ad un cancello del forno Pucikar, il nonno di Lucilla. Quando poteva, Josef lo andava a raccogliere e si nutriva, oltre a sentire i garruli saluti di Buongiorno delle ragazzine di Fiume.
I discendenti di Josef, con Cristina Scala, hanno visitato a Fiume, in Via Tasso a Cosala, il luogo di consegna del pacchettino. Lo hanno fotografato e mostrato ai parenti. Tutta la visita a Fiume e alla miniera di Arsia si è svolta tenendosi in contatto telefonico con Werner, in Germania, con Lucilla, in Nord Carolina, con Furio, figlio di Lucilla che vive in Texas e con Lucia a Genova.
Arsia 1942, scuola elementare "G. Marconi"; ringrazio per la immagine Mario Tamburlini, del gruppo di Facebook Amici profughi istriani, col suo messaggio del  21.1.2019

L’incidente del 1948 nella miniera di Arsia
La miniera di Arsia, ora Raša, non si è accontentata della vita dei 187 minatori uccisi da un’esplosione il 28 febbraio 1940, quando apparteneva all’Italia. Divenuta iugoslava, tornò ad esplodere nel 1948, provocando la morte di almeno 92 minatori tedeschi prigionieri degli iugoslavi e costretti ai lavori forzati, come Josef, il quale si salvò perché era stato spostato a lavorare in un panificio di Draga di Moschiena. Oggi Arsia pare una città fantasma, la miniera è chiusa e dell’incidente del 1948 si sa che “… il regime di Tito volle insabbiare questa faccenda” (p. 46).

Chi è Cristina Scala?
Figlia di padre esule da Fiume e di madre profuga dalla Boemia, l’Autrice è nata nel 1972 a Trieste. Nel 1978 la famiglia si trasferisce in Germania, a Offenbach sul Meno, vicino a Francoforte sul Meno. L’Autrice si specializza in Tecniche turistiche, conseguendo il diploma di Reisenverkehrskauffrau, corrispondente in Italia a Perito turistico.
Per dieci anni lavora in agenzie marittime per crociere internazionali a Francoforte e a Monaco di Baviera. Nel 2000 rientra in Italia, stabilendosi a Portogruaro, in provincia di Venezia, dove attualmente è responsabile dell’ufficio commerciale di un’impresa del settore metalmeccanico. Il suo primo libro edito si intitola Ricordi fiumani e Ciacolade di Giulio Scala, del 2014 e premiato nel 2018 con menzione d’onore speciale al Premio letterario “Generale Loris Tanzella” di Verona. L’autrice ha un profilo Facebook, dove può essere contattata per eventuali informazioni sul suo originale libro.
 Cartolina di Moschiena degli anni 1920-1930. Immagine da Internet 


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Il libro recensito
Cristina Scala, Cuore di bambina a Fiume nell’anno 1947, Portogruaro (VE), [s.e.], 2018, pp. 58.

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Commenti del web
In un paio di giorni l’articolo presente ha fatto registrare nel web oltre 350 visualizzazioni e una serie di commenti positivi, compresi quelli festosi dell’Autrice. Tra i tanti messaggi ricevuti riportiamo i seguenti per dare un’idea della ricezione riguardo al libro di Cristina Scala.
Rudi Decleva, nato a Fiume nel 1929, sul profilo di Google il 23.1.2019, ha scritto: “Storia di una  bambina dal cuore d’oro e di un soldato prigioniero di uno Stato che per punirlo gli impedisce di correre ad abbracciare la sua famiglia in una terra lontana. Una vacanza negli States che fa scoprire all’Autrice gli ingredienti di questa storia come in un gioco del destino. E le imprevedibili sorprese nei luoghi dove venne a svilupparsi questo doloroso dramma umano che fortunatamente si conclude con lacrime di gioiosa commozione”.
Una fiumana nel cuore, Arianna Gerbaz, di Latina, che vive a Torino, il 22.1.2019, nel gruppo di Facebook Un Fiume di Fiumani, ha scritto: “Una storia commovente con protagonista la piccola Lucia”.

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Recensione di Elio Varutti. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

domenica 13 maggio 2018

Fiume 1945, Graziella Superina salvata dal dottor Blasich, poi soffocato dai titini


Il memoriale che si pubblica qui di seguito è stato scritto da Graziella Superina, nata a Fiume, esule a Genova e deceduta nel 2011.
Michele Ugo Galliussi, Foibe, 2018, china su carta, cm 21 x 29,8. Courtesy dell’artista
È datato 31 gennaio 2001. Graziella è la moglie di Aldo Tardivelli, classe 1925, un altro fiumano ricco di ricordi e di racconti sui fatti di Fiume dal 1943 al 1948. La signora Graziella Superina ha intitolato così il suo racconto “L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. Blasich”.
È un resoconto diretto e con ricordi di altri compaesani ed amici riferito soprattutto ad un momento assai critico della vita di Fiume, quando cioè i tedeschi alla fine di aprile 1945 abbandonano la città, dopo averne messo fuori uso il porto con l’esplosivo. È il momento in cui entrano i partigiani titini ai primi di maggio.


Per scrupolo si riporta che i partigiani di Tito entrarono a Fiume il 3 maggio 1945. Piombarono essi da Drenova e intorno alle ore 10 e mezza passarono pure da Sussak. Procedevano in fila per due, molto prudenti lungo Via Roma. Molto malridotti nelle divise, qualcuno era perfino privo di scarpe, erano essi preceduti da reparti di sminatori jugoslavi.
Iniziarono di lì a poco i sequestri di beni e di persone, ad opera dell’OZNA, la polizia segreta jugoslava. Accadde così a Riccardo Gigante, prefetto della Provincia del Carnaro,  proprio il 4 maggio 1945 “arrestato dagli slavi, venne tradotto a Castua ed ivi subì il martirio”. (Bollettino di Informazioni, Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato).
Si sa che l’Odeljenje za Zaštitu NAroda, (OZNA), ossia il Dipartimento per la Sicurezza del Popolo, la spietata polizia politica di Tito, dopo la guerra, secondo lo storico Igor Žić ha giustiziato 300 persone. Non ci sono fonti attendibili, come ha scritto Mihael Sobolevski nel 2002. Costui e Amleto Ballarini hanno tuttavia stabilito in 2.640 il numero delle vittime italiane di Fiume per il periodo 1940-1947. È un dato scientifico condiviso.
Secondo altre fonti, alla fine della guerra, alcune centinaia di italiani scomparvero da Fiume. Certi furono eliminati, con tutta probabilità, nella vicina foiba della Bezdanka; altri in fosse comuni, come anzitutto quella di Castua / Kastav (a 10 km. da Fiume ). Il 4 maggio 1945, proprio a Castua, i titini uccidevano, senza processo, un gruppo di cittadini italiani. È Fabrizio Federici a darne notizia nel 2017.
Al testo originale di Graziella Superina sono state apportate alcune lievi modifiche grafiche e di punteggiature dal curatore per renderlo ancor più scorrevole nella lettura. (Elio Varutti)

L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. BLASICH

Molti ricordi lontani di Fiume ormai sono fiochi. La maggior parte delle idee sono diventate sacrosante, pura esattezza, come i misfatti accaduti in tutta la Venezia Giulia dal 1943 al 1948. È stato un “piccolo olocausto”.
Inizio con la notte del 25 luglio 1943, e l’annuncio della caduta del fascismo. Il convulso incalzare degli avvenimenti travolse migliaia d’innocenti, sacrificati all’interesse di pochi, in quella terra martoriata, in tutte le guerre, come una maledizione. L’Istria fu l’epicentro dell’imminente tragedia. A tale annuncio non ebbe seguito alcuna manifestazione di rilievo, c’era una stanchezza generale della popolazione di fronte ad una tragica realtà di un paese già provato e debilitato per troppi anni di guerra. I vecchi alleati tedeschi, che occupavano gran parte del paese, già da lungo tempo, avevano elaborato piani precisi per assicurarsi il controllo del territorio in caso d’emergenza. Ciò avrebbe segnato un periodo ancora più nefasto per tutti.
I continui arretramenti del fronte e la sempre critica situazione generale, indussero gli ufficiali tedeschi ad accelerare i lavori di difesa delle fortificazioni e sbarramenti d’ogni tipo, in una linea che correva lungo il tracciato del vecchio confine della Jugoslavia. I partigiani di Tito riuscirono ad avvicinarsi sempre più alla città respingendo i tedeschi sfiduciati, ma sempre tenaci combattenti. Seguirono i primi colpi di cannone e le granate cadevano sulle vie e sulle case della città. L'esplosione d’ogni colpo di mortaio significava la distruzione di case, e famiglie senza tetto o peggio ancora altre vittime.
Riccardo Zanella, a sinistra, e Mario Blasich. Foto del Museo di Fiume a Roma

Abitavamo in Via Bellaria, di fronte al Tempio Votivo di Cosala. Durante le ore della giornata del 28 aprile 1945, dal monte di Tersatto, i partigiani avevano iniziato a lanciare innumerevoli granate sulla città. Erano passati parecchi giorni e a quel tamburellare di granate eravamo assuefatti e alcuna voglia di correre nel rifugio antiaereo della casa. Imprudentemente io e mia sorella Leandra siamo rimaste in casa ad ascoltare le ultime notizie dalla radio. Una granata ha colpito il tetto della casa sfondandolo, proprio sopra le nostre teste mentre avevamo mentre la radio annunciava la cattura di Mussolini e la sua condanna a morte.
Rimasi gravemente ferita e mia sorella a causa dello spostamento d’aria andò a finire dentro l’armadio, rimanendo lievemente ammaccata e stordita, ma illesa.
Devo seguitare a raccontare mischiando quello che ricordo e quello che me’ é stato riferito, giacché non potevo vedere e sentire quello che stava accadendo intorno a me. Ero nello stato dell’incoscienza tra la vita e la morte.
In lontananza si sentivano le esplosioni delle altre granate e l’ululato delle sirene che penetrava fin dentro le ossa. Dopo alcune ore, in un momento di tregua dei belligeranti, ero stata soccorsa da due vicini di casa che erano volontari dell’Unione Nazionale Protezione Antiaerea (UNPA). Erano i signori Giuseppe Simich e Mario Sirola. Ambulanze e barelle purtroppo non erano a disposizione in quei momenti terribili. Tutto era a giudizio dei soccorritori, che decisero per il mio trasporto all’ospedale, ma ciò essere eseguito immediatamente, data la gravità delle ferite. A Sirola venne l’idea di smontare una porta della camera, affinché facesse funzioni di barella. Con la forza delle sole braccia e per una lunghezza di circa un chilometro fui trasportata verso l’Ospedale Civile. Sulla città, con gran fracasso, cadevano altre granate titine lanciate dalla vicina collina di Tersatto. Andavano a cadere lungo il percorso, sollevando delle nuvole di polvere, ma non altro. Quella corsa verso l’Ospedale era divenuta lunga e piena d’insidie. Ero ancora fuori conoscenza.
Una giovane Graziella Superina a Fiume. Collezione Aldo Tardivelli, esule fiumano a Genova

Strada facendo e, dopo aver percorso alcune centinaia di metri, i soccorritori preoccupati della mia vita, si fermarono nella casa del dottor Mario Blasich, affinché potessi ricevere le prime cure, data la gravità delle ferite riportate. Il medico, poiché era paralizzato dalla vita in giù, era seduto su una sedia a rotelle ma in condizioni di prestare energicamente la sua opera. La situazione si presentava molto grave. Alcune schegge erano penetrate sotto il costato, altre più piccole nelle braccia e nelle gambe, mentre altre più numerose che avevano colpito il viso lo avevano trasformato in una maschera sanguinolenta. Il medico dovette intervenire subito. Con mano sicura rimosse tutte quelle schegge eseguendo le medicazioni necessarie, sollecitando i miei soccorritori a recarsi immediatamente all’Ospedale.
Ricordo di nuovo di avere avuto un momentaneo risveglio, mentre giacevo ancora sopra quella curiosa porta che fungeva da barella. Avevo vicino una moltitudine di feriti che si lamentavano e il mormorare dei miei soccorritori, per la situazione in cui si erano venuti a trovare ma sicuri che, solo l’immediato aiuto del dottor Blasich, avrebbe potuto salvarmi la vita. Mi dissero che la mia faccia esprimeva una tale sofferenza che non si sapeva più che inventare per alleviarla un po’.  Momentaneamente potevo essere considerata tra i pazienti destinati a campare. Passarono diversi giorni. Non vivevo che allo scopo di ringraziare il Dottore.
Il giorno della “Liberazione” era arrivato anche per la città di Fiume. La città era semidesertica. Erano passate molte ore da quando i tedeschi se n’erano andati; piccoli gruppi di cittadini, in buona fede avevano aperto le porte della città ai “Liberatori”. Armati di uno spirito di vendetta, non tardarono a mettere in atto il loro programma di sterminio contro i capi del popolo autonomista di Fiume.
Era passata solamente una settimana da quando il medico mi aveva accolto nella sua casa e nella notte del 3 maggio 1945 il dottor Mario Blasich, fu soffocato tra i cuscini del suo letto, ove “giaceva infermo”, da quattro partigiani di Tito. Egli fu uno fra i primi e tanti patrioti italiani che furono massacrati in quei giorni tremendi. Blasich era già stato condannato a morte dall’Austria, poiché  volontario italiano della guerra 1915-1918 e fu decorato al valore militare dal Regno d’Italia.
In quelle stesse notti dei primi di maggio 1945, nomi illustri si aggiunsero ai meno noti. Questa  strage d’innocenti continuò in seguito. Erano delle bravate di armati fino ai denti. I titini, tra bandoliere e mitra parabellum, giravano per la città penetrando nelle abitazioni e assassinando i malcapitati italiani.
Ficha Consular de Qualificação / Modulo di qualificazione consolare, del 2 ottobre 1951, emesso dal Consolato brasiliano di Napoli per Anna Squasa, nata a Fiume nel 1912. Ringrazio il signor Massimo Speciari che ha diffuso in Facebook questo importante documento di emigrazione verso il Brasile e che qui si riproduce per i lettori

Naturalmente queste cose non le sapevo. Ricordo ancora oggi che, in quei terribili giorni e in quelle brutte notti, l’aria era molto tesa. Ricordo che entrarono in Ospedale gruppi di partigiani in armi, bramosi di vendetta, alla ricerca di soldati tedeschi feriti e di civili indesiderati.
Ero ormai fuori pericolo, incominciavo di nuovo a vivere e finalmente potevo discorrere con la mamma invitandola a recarsi, quanto prima, dal mio salvatore, per ringraziare e per compensare la sua prestazione. Mia madre si era recata nella casa del Dottore e aveva avuto la triste notizia del suo assassinio dai suoi famigliari sconvolti.
Voglio allora ricordare qui il dottor Mario Blasich per l’aiuto che ho ricevuto. A tutti i Fiumani desidero dire che non dimentichino il suo tragico destino. Fino all’ultimo giorno aveva salvato la mia vita e altre ancora, come quella della signora Elvira Liubi vedova Rusich, esule in Toscana. Vedi: l’articolo pubblicato sulla «Voce di Fiume» il 26 ottobre 2000, N° 9.
Ancora tante grazie ai mei soccorritori dell’UNPA Giuseppe Simich e Mario Sirola, ovunque si trovino.

Graziella Superina 

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Collezioni private
- Graziella Superina, L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. BLASICH, Memoriale della Collezione di Aldo Tardivelli, esule da Fiume a Genova, formato Word, Genova Pontedecimo, 31 gennaio 2001, pp. 3.
- Collezione Massimo Speciari, di Fiume, emigrato in Brasile, vive a Itatiba, Stato di San Paolo, Brasile. Notizie nel web

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Video intitolato “Foiba di Basovizza”, prodotto dagli studenti della classe III media e dai loro professori dell’Istituto comprensivo “Giovanni Cena” di Latina, luglio 2017.

Riferimenti bibliografici e nel web
- «Bollettino di Informazioni», Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato.


- Mihael Sobolevski, “Fiume, una storia complessa / Zamršena povijest Rijeke”, in Amleto Ballarini, Mihael Sobolevski (a cura di / uredili), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, 2002, pp. 147-197.

- E. Varutti, Diario di Carlo Conighi, Fiume aprile-maggio 1945, on-line dal 7 giugno 2016.

- E. Varutti, Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948, on-line dal 22 gennaio 2017.

Ringraziamenti
Il curatore di questo articolo desidera ringraziare sentitamente il professor Michele Ugo Galliussi, di Udine, che con grande sensibilità artistica ha saputo dipingere il tema della foiba appositamente per le pagine di questo blog.
Si ringrazia pure Aldo Tardivelli, per l’invio del Memoriale della sua cara signora.


Ringrazio, infine, i signori Laura Brussi, esule da Pola e Carlo Cesare Montani, esule da Fiume, per la riproduzione del video intitolato “Foiba di Basovizza”, prodotto dagli studenti della classe III media e dai loro professori dell’Istituto comprensivo “Giovanni Cena” di Latina, luglio 2017.

venerdì 9 giugno 2017

Esodo e Giorno del Ricordo, un libro di Maria Luisa Bressani



Fin dalle prime righe di questo volume fa una bella mostra una cartolina di Trieste italiana, riprodotta pure in copertina.
 Trieste, Libreria Ubik, presentazione del libro di Maria Luisa Bressani, al microfono; è il 24 maggio 2017

L’autrice custodisce il cimelio sin dal 26 ottobre 1954, quando Trieste viene riannessa all’Italia, dopo la fallimentare esperienza del Territorio Libero di Trieste (1945-1954). E, riguardo a quella data, aggiunge questa nota personale e familiare: «quando con i miei genitori e mio fratello Ferruccio, arrivati da Genova, in piazza dell’Unità attendemmo le navi italiane».
Già così si capisce che è un volume sull’esodo giuliano dalmata, scritto dalla viva voce di una che l’esodo della sua famiglia fino a Genova l’ha vissuto quotidianamente, essendo nata a Trieste nel 1942. Il testo è miscellaneo. È un insieme di tanti racconti, tante testimonianze. Raccoglie vari articoli che la giornalista Maria Luisa Bressani ha scritto su «Il Giornale», «Il Cittadino», «La Trebbia», «Corriere Mercantile», «Il Giorno» ed altri giornali.
 
Da destra Bruna Zuccolin, Fabio Ziberna, Direttore dei Giuliani nel Mondo, Dario Locchi, Presidente dei Giuliani nel Mondo.

Bressani è poi autrice di vari libri, vincendo alcuni premi letterari. Salta subito agli occhi la tecnica espositiva usata per questa produzione. Non c’è solo il racconto della fuga dalle terre perse e tutto quello che si è (o non si è) raccontato in famiglia. Qui ci sono delle inusuali riflessioni sul rapporto tra la Shoah e l’esodo degli italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia.
L’autrice chiosa e commenta i suoi articoli pubblicati sulla stampa nazionale. Aggiunge poi degli inediti. Molti di questi pezzi sono scritti col cuore. Il lettore precisino noterà alcune ripetizioni e dei concetti esposti poche pagine addietro, ma lo scrive la Bressani stessa che non ha voluto modificare o tagliare certe parti dei testi pubblicati. Molti originali interventi sono sulla data del Giorno del Ricordo, nata per legge dal 2004, ma attiva in molte parti d’Italia già da qualche tempo prima.
L’autrice compie numerose incursioni cronachistiche nei fatti e scrittori del Novecento e anche in quelli del Terzo Millennio: Piazza Tienanmen, terrorismo islamico, Giampaolo Pansa, papa Wojtyla. Ma non scorda di rintuzzare i bolsi negazionisti degli eccidi nelle foibe.

 
Maria Luisa Bressani

Il volume è corredato da una serie di fotografie dell’epoca e di qualche ritaglio di giornale. Contiene paragrafi stampati a colore rosso (per evidenziare e per dare maggio risalto).
Come mai la famiglia Bressani va via da Trieste? È uno strano esodo avvenuto in treno nel 1948 da Via dello Scoglio. Il motivo è che il clima cittadino, nel dopoguerra, non era dei più favorevoli. Ecco qualche brano (tratto da pag. 10) per capire meglio la situazione.
«Trieste allora non era solo questa festa [della birreria Dreher]: quando per il 4 novembre i miei esponevano il Tricolore, con un fazzoletto bianco cucito sopra lo stemma sabaudo, scendevano gli slavi dal Carso a tirarci pietre ai vetri. Una volta un donnone slavo quando mia madre in bicicletta incuneando la ruota nelle rotaie del tram cadde, le gridò: “Crodiga de un’italiana!” che sta per la cotenna del maiale».

Durante l’esodo il fratello della Bressani, Ferruccio cantava a fior di labbra: «No ghe esisti un altro paradiso più splendido de ti, Trieste mia».
Il volume gode del patrocinio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine e dell’Associazione Giuliani nel Mondo.
L’interessane volume di Maria Luisa Bressani è stato presentato a Trieste, con una folta partecipazione di pubblico il giorno di mercoledì 24 maggio 2017, alle ore 18, presso la libreria Ubik, in Galleria Tergesteo - Piazza della Borsa 15. Alla presentazione ha parlato Bruna Zuccolin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Comitato provinciale di Udine.
L’intervento dotto è stato diretto dal professor Giuseppe Benelli, dell’Università di Genova e presidente dell’Accademia Lunigianese di Scienze “G. Capellini” di La Spezia. Erano presenti anche Fabio Ziberna, Direttore dei Giuliani nel Mondo e Dario Locchi, Presidente dei Giuliani nel Mondo.
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Le fotografie sono di proprietà di Fabiana Burco, ove non altrimenti scritto.
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Maria Luisa Bressani, Alla mia Trieste e ai profughi giuliano-dalmati, Tricase (LE), Youcanprint, 2017, pagg. 174, euro 18, con fotografie in bianco e nero e a colori.

ISBN 978-88-92642-45-4
 
La copertina e, sotto, una pagina del volume
Il segnalibro col logo dell'ANVGD - Comitato Provinciale di Udine che ha dato il patrocinio alla originale presentazione nella libreria Ubik di Trieste
 
Ecco l'interessante e lungo intervento di presentazione del professor Giuseppe Benelli.

La cartolina della copertina col tricolore, con due vedute di Trieste e sotto la scritta «Saluti da Trieste italiana», ricorda il 26 ottobre 1954, quando le truppe italiane entrarono a Trieste. È una data importante perché segna per l’Italia la fine della seconda guerra mondiale, nove anni dopo che si era conclusa sui campi di battaglia. In quel giorno il generale Winterton sale sulla nave da guerra su cui si era già imbarcato l’ultimo contingente di truppe inglesi, mentre il generale Edmondo De Renzi entra nella città. Trieste esce così definitivamente dalla guerra. «Eravamo tornati ogni anno come in pellegrinaggio – scrive Maria Luisa Bressani - e alla vigilia del 4 novembre ‘54, ritorno di Trieste all’Italia, nell’unica stanza d’albergo dove dormimmo tutti e quattro, mio padre andò avanti e indietro tutta la notte. Il giorno dopo i bersaglieri in corsa tra la folla scaldavano come il sole. E quel 5% di sloveni che temevano ripercussioni simili a ciò che loro avevano fatto, dovettero ricredersi: non gli fu torto un capello».

        Poche città italiane, tra la metà dell’Ottocento e la metà del secolo successivo, hanno sviluppato una civiltà della portata di quella di Trieste. Questo luogo di confine, abitato in parte da italiani e in parte da popolazioni affluite da varie parti del nostro continente, ha espresso opere poetiche, letterarie, artistiche di eccezionale qualità. Per l’autrice Trieste è «città-simbolo di tolleranza con le sue tante chiese di culti diversi: San Spiridione Serbo-Ortodossa, S. Nicolò Greco- Ortodossa, la Neogotica Evangelica Augustana, S. Michele Anglica­na, la Sinagoga di S. Francesco. E oltre alla città vecchia, ebraica, ha la dolente Risiera S. Sabba, un tempio dove pregare per il futuro. La dominano la Cattedrale e il Castello di San Giusto martire, per la sua festa coperto di vite rossa. Nel bianco Carso quando la vite ver­gine rosseggia si dice: “È il sangue dei nostri martiri”. La domina il Santuario del Grisa dove ho trovato un dépliant con il testamento dell’Arcivescovo Antonio Santin, testimone di due guerre mondiali: “Ho assistito allo strazio della mia povera terra e delle nostre buone popolazioni. Le foibe sono calvari con il vertice sprofondato nelle viscere della terra... Quello che tutti ci unisce e ci fa ricchi è l’amore”».

La catena della memoria è la trama che consente all’uomo identità e progettualità. La memoria è ricordo, un ri-accordo che dalla dispersione genera unità, e nell’unità rintraccia quell’identità che per la ragione occidentale definisce la storia nazionale. Condizione che obbliga a fare i conti col passato, a riparare ai torti subiti dalle vittime, a onorare la loro memoria e organizzarne la commemorazione. Dopo quel 1954, quando la vicenda triestina è di fatto conclusa, su tutta la complessa e delicata questione del confine nord-orientale cala il silenzio generalizzato. Trieste e i giuliani non servono al confronto politico interno e neppure a quello internazionale. Tuttavia la storia nazionale è da tempo il campo di battaglia più affollato nelle polemiche culturali italiane, almeno a partire dal dibattito sull’eredità di Renzo De Felice, quando il termine «revisionista» diventa di volta in volta una bandiera da sventolare o un’accusa da cui difendersi. Ma non si sono solo incrociate le armi: anzi in parallelo con una guerra combattuta tra libri, prese di posizioni pubbliche e qualche anatema, il modo di scrivere storia è cambiato molto, si è allargato, ha investito altri campi che tradizionalmente venivano ignorati. Nasce l’esigenza di giungere una storia condivisa del passato, nella consapevolezza che «condividere» non significa né assolvere, né confondere i progetti e i valori per i quali nel 1940-45 si era combattuto. La storia è per sua natura revisionista, sia perché ha il dovere di verificare la veridicità dei fatti, sottraendoli alla versione dei vincitori, sia perché deve prendere posizione pubblica contro l’invadenza della politica.

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Maria Luisa Bressani, nata a Trieste, ha preso la Maturità al Liceo classico D’Oria di Genova. Laurea con 110 e lode, medaglia d'argento e «proposta di richiesta del diritto di pubblicazione della tesi» sull’Aristeia omerica e virgiliana da parte del relatore, l’insigne grecista Enrico Turolla. Diplomata con il massimo dei voti alla Scuola Superiore  delle Comunicazioni Sociali dell’Università Cattolica di Milano e diplomata, sempre con il massimo dei voti, alla Scuola di Specializzazione in Giornalismo della stessa università. Ha lavorato per «il Giornale», «Il Cittadino», «La Trebbia», «Corriere Mercantile», «Il Giorno» (pagine della cultura), il «Settimanale cattolico» diocesano di Genova. Ha scritto diversi saggi per «Archivum Bobiense», rivista prestigiosa fondata da Michele Tosi. Poi sotto la direzione di Flavio Nuvolone, docente di Patristica a Friburgo, ha collaborato con diversi saggi da I mulini di Valtrebbia a Forni e pane, e studi su artisti tra cui Italo Londei e  Alberto Nobile, che allestì il primo Museo dell’Abbazia di Bobbio con Gianluigi Olmi ed Enrico Mandelli.
I libri pubblicati: Begonza («ovvero della donna due volte gonza», con etimologia da lei inventata); Scrivere o ricamare: scrittrici  italiane del Novecento; Lettere d'amore e di guerra, libro tratto dalle mille lettere dei genitori. Nel 2015 Nel tempo, raccolta di racconti con riflessioni su alcuni temi cari all’autrice. Dal «perché credere» all’indagine sulla condizione femminile, al dramma dell’aborto e al valore intangibile della vita, dalla ribellione della giovinezza al mistero dell’arte, allo splendore del mondo su cui camminiamo, fino al dramma della Giustizia che prima ti condanna a morte civile e poi ti riabilita perché «il fatto non sussiste». Tra i tanti premi ricordiamo il Candoni-TeatroOrazero, Sìlarus, Bontempelli, Scrittori per la scuola, Premio Pieve di Santo Stefano e il premio UCSI Liguria per il Giubileo 2000 (articolo su San Colombano comparso sul «Giorno»). Sposata da più di 50 anni, ha tre figli e sei nipoti.
Ho conosciuto Maria Luisa Bressani nel 2006 in occasione dell’uscita del suo libro, Lettere d’amore e di guerra. L’epistolario dell’ufficiale Edgardo Bressani all’amata Ida, con la battaglia di Tunisia e la prigionia a Saida (1934-1945), Lint editoriale, San Dorligo della Valle (Trieste). La storia d’amore tra Edgardo Bressani e Ida Ragaglia, i protagonisti di questo libro tratto dalle lettere raccolte e spiegate dalla figlia Maria Luisa. Un’appassionante “microstoria” familiare, segnata dall’esperienza della prigionia in un campo francese in Algeria, che restituisce in uno stile immediato, giornalistico, l’umanità e il vissuto di un paese in guerra. Forte autenticità, ricostruzione obiettiva, debito affettuoso. È suo padre che l’ha spinta involontariamente a fare la giornalista; un uomo coinvolto ingiustamente in un processo, ma assolto perché innocente e perché il fatto non sussiste. «Il mio giornalismo – scrive Maria Luisa Bressani – è nato da una questione di mala giustizia (in un primo tempo) e per tenere la penna pulita, per non fare come quei tre giornalisti dei quaranta articoli in prima pagina e della notizia d’assoluzione all’interno in poche righe».
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In questo libro Alla “mia” Trieste e ai profughi giuliano – dalmati Maria Luisa Bressani racconta di vite negate, speranze sconvolte, sentimenti calpestati, scampoli di vita e di morte, che per pudore l’esule arrivato dall’Istria, dalla Dalmazia, da Fiume chiude nel dolore. In questo modo una pesante coltre di omertà si distendeva sopra le sconvenienti ragioni degli sconfitti. L’esule dei paesi comunisti non è mai stato troppo gradito e le sue scelte giudicate con sospetto. Il partito comunista jugoslavo era impegnato a cacciare con «pressioni di ogni tipo» gli italiani dalle loro case, dal loro lavoro, dalle loro terre. Tra le pressioni di ogni tipo ci furono il terrore e il massacro: una pulizia etnica. A migliaia gli italiani, senza nessun processo, senza nessuna accusa, se non quella di essere italiani, venivano prelevati di notte, fatti salire sui camion e infoibati o annegati. Non si saprà mai quanti furono ammazzati. A decine di migliaia: una stima approssimativa è stata fatta sulla base del peso dei cadaveri che venivano recuperati dalle foibe; nulla si sa degli annegati.
E poi gli esuli che lasciarono tutto, pur di rimanere italiani e vivi. Per avere la dimensione dell’esodo, prima della seconda guerra mondiale in Istria gli italiani erano dall’80 al 95%, in Dalmazia Zara era italiana al 95% e a Spalato e Ragusa vi­vevano floride “colonie” di italiani discendenti dai veneti che le abi­tavano dai tempi della Repubblica Marinara. Accolti in Italia con disprezzo, perché solo dei ladri, assassini, malfattori fascisti potevano decidere di abbandonare il paradiso comunista jugoslavo. Il treno che doveva trasportare gli esuli giù verso le Marche e le Puglie, dai ferrovieri comunisti non fu lasciato sostare alla stazione di Bologna per fare rifornimento d’acqua e di latte da dare ai bambini. A quel tempo, Togliatti aveva fatto affiggere questo manifesto a sua firma: «Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e collaborare con esse nel modo più stretto». Per esempio, sostenendo, come voleva “il Migliore”, che il confine italiano fosse sull’Isonzo, lasciando a Tito Trieste e la Venezia Giulia.
Nel marzo 2004 viene istituita la «Giornata del ricordo» per celebrare la memoria dei trucidati nelle foibe e di coloro che patirono l’esilio dalle terre istriane, dalmate, giuliane. Ci sono voluti sessant’anni per incominciare a restituire un po’ di verità alla storia e chiedere scusa alle migliaia di italiani dimenticati, offesi, umiliati, massacrati soltanto perché volevano rimanere italiani. Nei suoi articoli per le Giornate del Ricordo Maria Luisa Bressani ospita solo testimoni del tempo. Contro ogni barbarie riporta voci autorevoli su cosa conclude una guerra, su scempi diplomatici riguardo le migrazioni, sui tanti perché di una memoria negata. Scrive nell’articolo L ’Odissea dimenticata.
Mezzo secolo di colpevole silenzio: «Tra il ’45 e il ’46 i comunisti slavi uccisero oltre diecimila persone, ma nessuno ne parlò. Sono trecentocinquantamila i profughi giuliano-dalmati che abbandonarono terra e case, affrontando la povertà per non rinunciare ad essere italiani. L’esodo ebbe due fasi: la prima dopo l’8 settembre 1943 per sfuggire all’emergenza degli infoibamenti, la seconda nel dopoguerra e in conseguenza del Trattato di Pace del ’47: gli esuli furono più del 60% degli abitanti di quella che era stata la Venezia Giulia e che comprendeva Gorizia, Trieste, Pola, Zara».
Giulio Vignoli, titolare all’Università di Genova della cattedra di Diritto delle Co­munità europee, scrive in Gli italiani dimenticati (Giuffré, Milano, 2000): «In Istria nel biennio 45/46 scomparvero più di diecimila per­sone e di esse non fu più trovata traccia tranne i cadaveri di alcune centinaia ricuperati dalle foibe. Di questo genocidio, di questa barba­rie, delle torture e delle efferatezze compiute ben poco si seppe e si sa in Italia. La Sinistra, che tanta voce in capitolo e tanto controllo dell’informazione ebbe ed ha in Italia, evitò di citare delitti compiuti da forze politiche ad essa ideologicamente affini...». Da ricordare ancora l’esodo silenzioso da Trieste, conseguenza del terrore dei quaranta giorni di occupazione titina e del cli­ma conflittuale creatosi con gli slavi fatti infiltrare nel territorio. «Poi la marginalità della città nel tessuto industriale italiano durante gli 11 anni di Territorio Libero, ma in regime di amministrazione straniera, che spinse tanti triestini a cercar lavoro altrove. In 2.100 emigrarono in Australia con il piroscafo Castel Verde nella primavera ‘54 quan­do ancora Trieste non era tornata italiana».
        L’autrice descrive Zara. perla d’italianità, capoluogo storico della Dalmazia e unica città dalmata annessa al Regno d’Italia dopo la prima guerra mondia­le. «Zara della storia romana, vene­ta e italiana, ebbe sei Accademie, la prima, degli Animosi, fondata nel 1562 e l’ultima, L’Economica-Agraria, nel 1793; ebbe la Biblio­teca Paravia con 66.571 volumi e l’Archivio di Stato con 18.887 vo­lumi. A Zara, dal 1912 al 1945 era attiva una sezione della Società Dante Alighieri che è stata ricostituita nel 1995».
Viene bombardata pesantemente dagli angloamericani, sulla falsa indi­cazione dei titini di obbiettivi militari, per distruggere l’unico centro rimasto a maggioranza italiana. «Subì 60 incursioni aeree per cui già nel ’42 la parte storica della città era in macerie, come è documenta­to in Vennero dal cielo, 185 fotografie di Zara distrutta, 1943-44, a cura di Oddone Talpo e Sergio Brcic. In Dalmazia. Una cronaca per la storia '1943-44) (Roma, 1994) Talpo ha raccolto le testimonianze delle efferatezze dei partigiani slavo-comunisti dopo l’ingresso in città il 31 ottobre 1944 e la mattanza di 372 persone, nominativa­mente ricordate: ricordare non è per rinfocolare odi o riacuire dolore di chi non ha smesso di piangere i propri morti, ma per riprendere in futuro il passato di civile convivenza».
Famose le sue distillerie. «Bisogna far giustizia - commenta Riccardo Vlahov la cui famiglia prima della guerra aveva la fabbrica dell’Amaro Zara e cento operai -. Far giustizia su silenzio e omertà di menzogne riguardo l’esodo, perché un establishment politico consegnò una città e una popolazio­ne italiana ad una terra straniera. Nella nostra famiglia eravamo anti­fascisti e lo mettevamo in pratica nelle assunzioni degli operai aggi­rando filtri imposti dal regime, ma ciò non servì a proteggere mio padre Ramiro. Per potersene andare libero con la famiglia nel ’44 gli fu estorta la donazione delle macerie dalla fabbrica. Il nostro amaro era forte e secco, con poteri medicinali, e la ricetta era stata conse­gnata al mio bisnonno dal monastero per cui era fornitore di droghe speziali. Ho una foto del 1920 in cui se ne vede la pubblicità su una casa di New York».
        Stefano Zecchi, filosofo e romanziere, pubblica nel 2010 Quando ci batteva forte il cuore (Mondadori), libro che ci ricorda le ripercussioni della tragedia dell’esodo e ci narra un’«italiana universalità». «Zecchi, - scrive l’autrice - nato a Pola, fu abbandonato dalla madre entrata nella lotta clandestina dopo la Pace di Parigi, 10 febbraio 1947, che consegnò l’Istria alla Jugoslavia. Da un volantino del tempo: “Una banda criminale di malviventi, appartenente ad un CLN clandestino con sede a Pola, sta svolgendo attività di spionaggio e sabotaggio contro il potere popolare e la nuova Jugoslavia”. Tra i ri­cercati anche la sua mamma, la maestra Nives Parenti. Fu allora che il padre, artigiano di calzature, fuggì con lui per raggiungere l’Italia. Scrive Zecchi: “Come tanti bambini del mio tempo e della mia terra ho conosciuto presto la crudeltà del mondo e la generosità di pochi. Mia madre è stata trucidata, l’hanno trovata in una foiba con i polsi stretti dal fil di ferro, legata insieme ad altri sette sventurati...Non so neppure dove è sepolta”». Zecchi, dopo la  morte del padre, tornò a Pirano da don Egidio, il sacerdote che li aveva aiutati nella fuga a Trieste. «Da lui ebbe una lettera, lasciata dal padre per Nives, che non aveva potuto consegnarle. Una gran lettera d’amore. Zecchi non perdonò mai la mamma di averlo lasciato sce­gliendo la clandestinità. Al sacerdote che ne elogia il coraggio e l’amore dei genitori risponde e sembra Piccolo Mondo Antico: “Discutevano in continuazione, litigavano e sempre per la politica”. Don Egidio: “La politica li ha divisi, sono stati sfortunati, li ha separati prima la guerra, poi la pace”».
        Con grande coinvolgimento emotivo Maria Luisa Bressani entra nell’animo degli intervistati, li fa parlare di cose lontane e pur così tremendamente vicine. Il cuore dell’esule continua ad essere segnato dal dolore dei campi di accoglienza, fatti di sguardi mesti, occhi lacrimosi, voci balbettanti. Ciò che le testimonianze propongono con la forza amara dell’esperienza vissuta sono raccontate con estrema delicatezza e sofferenza condivisa. Nelle loro partenze non c’era la prospettiva di un cambiamento o la ricerca di un nuovo inizio, ma la consapevolezza di un andarsene senza ritorno e della rottura di una tradizione. Anna Maria Crasti, esule da Orsera, conclude la sua testimonianza nel 2013 su Anita Quarantotto, martire di Vergarolla: «Hai rimpianti? Sono passati sessantasei anni, eppure per noi Istriani, Fiumani, Dalmati non è cambiato quasi nulla. Spesso siamo considerati sempre e comunque fascisti... troppo (inutilmente italiani). Chiediamo solida­rietà, non compassione. Chiediamo di non dire Vrsar (Orsera) - Porec (Parenzo) - Rijeka (Fiume) - Zadar (Zara), ma di chiamarle co­me le hanno chiamata sempre non solo i Veneziani, ma gli Austriaci (Impero Asburgico), i Francesi (Napoleone) e tutti quelli che ci han­no difeso o dominato perché quello da sempre era il loro nome. Chiediamo troppo che alcune associazioni della Resistenza non defi­niscano “la commemorazione dei caduti delle foibe una pericolosa attività di agitazione revanscista?”. È troppo se chiediamo che un morto nelle foibe, istriano e quindi italiano, sia considerato uguale ad un morto in un lager nazista? Il dolore di un’istriana, madre, moglie, figlia d’infoibato non è eguale a quello di una madre, moglie, figlia di un ebreo, zingaro, prete, omosessuale comunista... morti in un lager nazista?». Sono i destini incrociati di una esperienza tragica, dove la guerra prosegue dentro la pace, e rispetto alla quale la storia ha ancora tanto da scrivere.
        Maria Luisa Bressani annota: «Amo il libro che ha storia, memoria e un po’ di sé per chi legge. Per lui - il lettore-amico! - finisco con un po’ di me». Nata a Trieste, dove vi ha vissuto solo due anni, dal 1946 al ‘48, ha struggenti ricordi legati alla bora, al suo mare, alla sua luce. «Il vento che soffia forte mi vivifica: il ricordo si lega a quando il nonno, un salutista, ci portava in giro nelle giornate di bora e per attraversare le strade facevamo “catena” con gli altri: per mano perché “insieme si può”. Il vento per me ha il senso di libertà, si associa a solidarietà, anche ad indipendenza».
                                                  Giuseppe Benelli



Un cimelio da una casa di esuli fiumani; bandierina ricordo del 26 ottobre 1954 a Trieste. Collezione E. Conighi, Ferrara