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martedì 5 luglio 2022

Carlo Mihalich, pittore veneziano nato a Fiume, nel Quarnaro

Chi è il pittore Carlo Mihalich? Nasce a Fiume il 9 aprile 1934 da genitori di tradizione e cultura mitteleuropea. Fin dalla tenera età dimostra una grande e marcata predisposizione per il disegno e il colore. Trascorre l’infanzia e la fanciullezza tra le dolci e profumate colline del Carso e l’azzurro del mare del Quarnaro.

Col 6 aprile 1941 le truppe tedesche, italiane, bulgare e ungheresi, invadono la Jugoslavia, abbattendo il regno jugoslavo dei Karageorgevich e spartendosi le zone occupate. Le autorità militari di Fiume e di Zara, nel Regno d’Italia, fanno evacuare le città. C’è chi finisce sfollato nelle Marche, come la famiglia di Silvio Cattalini, di Zara, o in Sardegna, come ha raccontato Miranda Brussich in Conighi, riguardo a certe famiglie di Fiume. E a Carlo Mihalich cosa succede? “Con la famiglia mi trovo sfollato a Oriago di Mira (Ve) – ha detto Mihalich – dopo un mese si rientra a Fiume, ma le giornate si fanno sempre più tristi per la guerra e perché il padre è alle armi”. 
Venezia 1949, la famiglia Mihalich. Il padre Nereo e la madre Ida con in braccio la figlia Rita, nata a Venezia. Carlo è il primo a sinistra, sotto i fratelli Mauro e Alfio. A fianco della madre, il fratello Vittorio. Collezione Carlo Mihalich.

Dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi occupano Fiume, l’Istria e la Dalmazia. Iniziano i bombardamenti angloamericani su Fiume, Zara e Pola. Il 3 maggio 1945 entrano a Fiume i titini, dopo che i tedeschi hanno fatto saltare con l’esplosivo gli impianti ferroviari e portuali. Che fanno i Mihalich? “Dopo la fine della seconda guerra mondiale e con l’occupazione slava – è la risposta – in attesa del trattato di pace tutta la famiglia, nell’ottobre del 1946 si trasferisce a Venezia, ospite di conoscenti veneziani. Oltre a papà Nereo e alla mamma Ida Africh, siamo noi fratelli: Carlo, Mauro, Alfio e Vittorio. Più tardi, a Venezia, nascerà la sorella Rita”.

Poi cosa succede? “Poi mio fratello Vittorio ed io veniamo accolti all’Istituto Artigianelli di don Orione – ha concluso il testimone – dove passiamo dei momenti di angoscia e di tristezza, senza la presenza dei genitori e degli amici d’infanzia”.

La famiglia conosce anche Centro raccolta profughi ‘Luigi Foscarini’ di Venezia. Nel 1948 Carlo entra nel convitto ‘Fabio Filzi’ di Grado (GO), ritrovando la cultura e l’educazione mitteleuropea dell’infanzia. Col 1950 frequenta per qualche tempo l’Istituto d’Arte dei Carmini di Venezia senza trovare soddisfazione, mentre si appassiona in Piazza San Marco agli acquerelli di Carlo Cherubini e studia da autodidatta.

Carlo Mihalich, Vendette sociali, politiche e personali del 1945, incisione su lamiera di zinco, acquaforte, cm 19,5 x 20, 1988. Courtesy del'artista.

Nel 1955 Carlo Mihalich lavora alla Montedison, ma continua a dipingere e sposa Mariagrazia, che gli dà tre figli: Roberto, Rossella e Susanna. È proprio la moglie a stargli vicino, nella seconda metà degli anni ’50, quando nella sua pittura alterna varie tecniche dagli acquerelli agli oli su tela.

Negli anni ’70 frequenta l’ambiente culturale veneziano, dove conosce il poeta Mario Stefani, che apprezza i suoi acquerelli e lo incoraggia a continuare a dipingere. Espone dal 1976 in varie località del Veneto. Negli anni ’90 è in mostra pure in Friuli Venezia Giulia, Piemonte, in altre regioni d’Italia, oltre che all’estero: Toronto, Parigi, Londra, Melbourne, Città del Messico e Stoccolma. A Mestre, dal 9 settembre al 20 novembre 2021, si è tenuta la mostra antologica “Emozioni della vita nell’arte pittorica di Carlo Mihalich” nelle sale espositive della Galleria d’Arte D’EM Venice Art Gallery. L’artista vive a Martellago (VE).

Cenni critici sul maestro Carlo Mihalich - Dei suoi mirabili acquerelli veneziani hanno scritto in molti. Sin dal 1988, Domenico Bon riporta nei suoi riguardi le seguenti parole: “L’abilità tecnica di Mihalich si fonda sulla padronanza del segno, ora espanso in vivaci pennellate nelle tempere, ora incisivo e scarno negli acquarelli. Ciò dimostra che l’impianto costruttivo d’insieme ha solida base. Autenticità, verità ed espressività sono le qualità che definiscono l’indole artistica di Carlo Mihalich” (Bon D 1988 : 6). In questo artista, come ha scritto Angelo Dolce “con un percorso diverso dal solito, parte dal figurativo per giungere all’astratto, tale è la ricchezza d’impulsi, di stati d’animo e di sintesi che si addensano nel tema proposto tanto nelle opere ad acquerello, quanto nelle tempere e i quadri a olio” (Dolce A 2021 : 8).

Carlo Mihalich, Esodo, olio su tela, cm 120 x 80, 1977. Courtesy dell'artista.

Ritengo a questo punto che Mihalich possa essere avvicinato ad altri grandi pittori di Fiume. Un nome per tutti: Romolo Venucci (1903-1976). Anch’egli ha saputo spaziare tra il figurativo ed altre suggestioni pittoriche, come il futurismo ad esempio e l’astrattismo (Rocchi I 2022 : 38).

Non nascondo che nelle pagine presenti mi interessi parlare delle opere di Mihalich riguardanti l’esodo giuliano dalmata, poiché vissuto dall’artista in prima persona. Inizio con la sua acquaforte del 1988 intitolata “Vendette sociali, politiche e personali del 1945”. Nell’opera grafica c’è una gran confusione, com’era nel momento delle uccisioni nelle foibe da parte dei titini. Filo spinato, mani legate dietro la schiena, teschi, corda, tanta corda. Opera netta, cruda e piena di verità, non lascia spazio a interpretazioni varie.

Passo a esaminare la pittura a colori intitolata “Esodo”, del 1977, opera esposta in una mostra a Mestre (VE). Ha fatto venire un tuffo al cuore a vari esuli giuliano dalmati. Quella fila indistinta di persone in cammino in salita da destra verso sinistra, sotto un cielo plumbeo, anzi scuro è presagio di tempi bui. Sulla stessa onda si pone anche un olio su tela del 1977 intitolato “Profughi”, che mostra una coppia traballante in cammino verso l’orizzonte, verso il resto d’Italia. Verso quella patria agognata che non saprà accoglierli se non con degli insulti e, solo in seguito, con un minimo di decenza.

Carlo Mihalich, Profughi, olio su tela, cm 30 x 40, 1977. Courtesy dell'artista.

Altre ombre indistinte e figure schematicamente impresse possiamo trovare nella pittura a colori intitolata “Attesa per il rancio” e come sottotitolo: “In C.R.P. Marco Foscarini di Venezia”. Il gruppo è in coda, appunto, perché dovevano mangiare così in ogni Centro raccolta profughi. L’Italia matrigna ne ha aperti oltre cento di tali strutture disagevoli per gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. In qualche caso è accaduto che qualcuno avvelenasse loro l’acqua, oppure il cibo, perciò le autorità furono costrette a non fare la mensa per tutti, ma a risolvere la questione col classico: ognun per sé e dio per tutti.

Un’altra opera del maestro Mihalich, così lo definisce Elena Petras Duleba, è un’acquaforte dedicata a tutti i defunti  profughi giuliano-dalmati in ogni parte del mondo. Si intravvedono alcune figure, forse dei sepolcri, ma la forma astratta è prevalente e dà un tono suggestivo e sublime all’insieme.

C’è, infine, un’opera composita, come intricato e tortuoso è stato l’esodo giuliano dalmata. Si intitola “Fiume città... dolce... amara”, dal progetto Frazioni di vita. È un’originale amalgama di  tecnica mista, olio e vernici su tela, del 2022. È un quadro che dimostra una grande sensibilità e complessità visiva. Abbiamo chiesto all’autore di descrivere la composizione che assomiglia alle deliziose cartoline a mosaico, dei primi del Novecento. La sua combinazione è il risultato di un travagliato collage di sentimenti per fare la sintesi di una vita. Si possono scorgere varie immagini, come il mesto acquerello sul litorale del Quarnero, oppure l’acquaforte del Carso, o la foto dell’asilo ‘Ai Gelsi’. In basso a sinistra si intravvede uno spargher, la veccia cucina a legna; è la riproduzione di una sua acquaforte intitolata affettivamente Il nido. Non potevano mancare la Cittavecchia, le vendette politiche e personali del 1945, el Cameron del Centro profughi Foscarini di Venezia, o il Collegio per orfani Artigianelli. Il tutto rivisto a olio e vernici.

Carlo Mihalich, Attesa per il rancio, sottotitolo In C.R.P. Marco Foscarini di Venezia, olio su tela, cm 40 x 50, 1958. Courtesy dell'artista.

Hanno scritto di lui - Tra i critici e gli esperti d’arte che hanno scritto dell’opera di Carlo Mihalich troviamo: Elena Petras Duleba, Angelo Dolce, Guglielmo Gigli, Renato Musetti, Guido Perocco, Filomena Spolaor, Mario Stefani, Domenico Bon, Nereo Laroni, Fulgenzio Livieri, Oliviero Pillon e Ferdinando Ranzato.

Conclusioni – L’amore per la propria terra è assai forte tra le genti dell’esodo giuliano dalmata. Ne è prova il seguente messaggio. “Sono Fiumana, padre Fiumano, madre Istriana. Dalle scuole elementari fino alle superiori ho sempre frequentato la scuola Italiana di Fiume. Poi ho continuato gli Studi Universitari a New York. Però Fiume è sempre nel mio cuore. Un caro saluto, Iolanda Radovcich Ferri, da New York”.

Vorrei chiudere questo elaborato con le sagge parole di un esule istriano. È l’ingegnere Sergio Satti, classe 1934, esule di Pola e vicepresidente dell’ANVGD di Udine dal 1987 al 2015, ai tempi della presidenza dell’indimenticato ingegnere Silvio Cattalini, esule di Zara. “Il mio messaggio di pace – ha detto Satti – è rivolto a tutte le genti istriane, fiumane e dalmate; siamo italiani rimasti e sparsi in tutto il mondo per ricordare e non dimenticare le tragedie della guerra che non risparmia vittime, senza distinzione tra vincitori e vinti”.

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Fonti orali e digitali – Le interviste sono a cura di Elio Varutti che ha operato a Udine con penna, taccuino, macchina fotografica, se non altrimenti indicato.

Miranda Brussich vedova Conighi (Pola 1919-Ferrara 2013), esule da Fiume, int. a Ferrara del 21 agosto 2013 con Daniela Conighi.

Silvio Cattalini (Zara 1927-Udine 2017), int. del 10 febbraio 2016.

Carlo Mihalich, Fiume 1934, vive a Martellago (VE), messaggi in Messenger del 14-20 giugno e 6 luglio 2022.

Jolanda Radovcich Ferri, Fiume 1937, esule a New York (USA), messaggio del 6 luglio 2022 in Messenger.

Sergio Satti, Pola 1934, esule a Udine, int. del 4 luglio 2022.

Carlo Mihalich, A tutti i defunti  profughi giuliano-dalmati in ogni parte del mondo, incisione su lastra di zinco, acquaforte, cm 19,5 x 14,5, 1990. Opera ispirata ascoltando la Messa da Requiem K 626 di Mozart. Courtesy dell'artista.

Documenti originali

Carlo Mihalich, Biografia e note critiche degli acquerelli, testo in Word con fotografie, 2021, pp. 6.

Bibliografia

- Domenico Bon, “L’opera pittorica di Carlo Mihalich”, «L’Arena di Pola», 3 dicembre 1988, p. 6.

- Angelo Dolce, “Saggio sull’arte di Carlo Mihalich”, in Elena Petras Duleba et alii, Carlo Mihalich pittore fiumano di origine veneziana…, cit.

- Guido Perocco et alii, Carlo Mihalich, opere 1970-1990, Provincia di Venezia, Assessorato alla Cultura, Comune di Venezia, Assessorato alla Cultura, Venezia 1991, p. 40.

- Elena Petras Duleba et alii, Carlo Mihalich pittore fiumano di origine veneziana tra le pietre d’Istria e i silenzi veneziani. Catalogo antologico delle opere, D’EM Venice Art Gallery, Venezia Mestre, 2021, pp. 228.

- Ilaria Rocchi, “Romolo Venucci maestro fiumano ed europeo”, «Panorama», Rjieka-Fiume, LXX, 11, 15 giugno 2022, pp. 37-39.

- Filomena Spolaor, “Nelle opere di Carlo Mihalich angoli e colori della laguna”, «Il Gazzettino», Cronaca di Venezia, 11 gennaio 2022.

Carlo Mihalich, Fiume città... dolce... amara, tecnica mista, olio e vernici su tela, cm 120 x 80, 2022. Courtesy dell'artista.

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Recensione di Elio Varutti, Docente di “Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata” – Università della Terza Età, Udine. Testi di Carlo Mihalich. Ricerca e Networking a cura di Girolamo Jacobson, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie della collezione di Carlo Mihalich, che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione delle sue opere; si è riconoscenti, in particolare, alla “D’EM Venice Art Gallery” di Mestre (VE) per la valorizzazione artistica dello stesso Mihalich. Lettori: Carlo Mihalich, Sergio Satti (ANVGD di Udine), Jolanda Radovcich Ferri, Daniela Conighi e Silvia Zanlorenzi (ANVGD di Venezia).

Altri materiali dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Carlo Mihalich, Rio della Toletta n. 1, acquerello, cm

30 x 22, 2000. Courtesy dell'artista.

Carlo Mihalich, 2021



sabato 5 giugno 2021

L’eredità del leone, presentato a Gorizia il libro di Fiorentin con l ‘ANVGD

C’è stata un’interessante conferenza a Gorizia per presentare il libro “L’eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918)” di Flavio Fiorentin, edito da Aviani & Aviani nel 2018. L’evento, secondo le norme anti-pandemia, si è tenuto nella sala dell’Oratorio della Parrocchia Madonna della Misericordia, in Via Pola n. 20, nel quartiere della  Campagnuzza dove agli inizi degli anni ’50  sorse il ”Villaggio dell’esule” per i giuliani, fiumani e  dalmati.

Rita De Luca, Maria Grazia Ziberna, Elio Varutti, Flavio Fiorentin e Mauro Tonino. Fotografia di Maria Rita Cosliani

La presentazione del libro di Fiorentin è stata organizzata il 3 giugno 2021, alle ore 15,30 dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Gorizia, in collaborazione con quello di Udine. L’incontro è parte del progetto “I giovani  sulle tracce  della memoria. Conoscere per ricordare. Storia del confine orientale” che ha il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, del Comune e della Prefettura di Gorizia, oltre alla UIL Scuola e all’ Istituto per la Ricerca Accademica Sociale ed Educativa (IRASE) della Città giardino. Si ricorda che il libro di Fiorentin ha vinto a Civitavecchia il 2° Premio “Gen. div. Amedeo De Cia” per la Saggistica edita, X edizione, 2018.

L’evento è stato introdotto da Maria Grazia Ziberna, Presidente del Comitato di Gorizia dell’ANVGD, che ha voluto “ringraziare l’ANVGD di Udine per la collaborazione riservata all’evento”. La Ziberna ha inoltre ringraziato “don Fulvio Marcioni, parroco della chiesa della Madonna della Misericordia,  parrocchia di Campagnuzza, ex villaggio dell’esule, che ci ha ospitato nell’oratorio dato che la nostra sede, in base alle attuali norme anti-Covid, ha spazi limitati e le sale pubbliche non erano disponibili”. Ha concluso dicendo che la presentazione del libro di Fiorentin viene registrata e sarà disponibile nei prossimi giorni sul canale Youtube dell’ANVGD di Gorizia  https://www.youtube.com/channel/UC5_CQ5di9TW5Tbajr30zQtw

Gorizia, 3 giugno 2021 - Presentazione de L'eredità del leone, libro di Flavio Fiorentin, seduto al centro, con l'ANVGD di Gorizia. Fotografia di Maria Letizia Ziberna

Poi è stata data la parola alla professoressa Rita De Luca, componente del Direttivo ANVGD di Gorizia, che ha illustrato la figura storica di Napoleone, nel quadrante mediterraneo, con dotte citazioni foscoliane. È stato lo scrittore Mauro Tonino, del Direttivo dell’ANVGD di Udine, a porre alcune domande all’Autore, come ad esempio "Quale sia l’eredità del leone di S. Marco", non senza soffermarsi sull’originalità dell’opera, che tratta dei periodi storici con un’ottica nuova rispetto alla tradizionale letteratura. Il professor Elio Varutti, del Direttivo dell’ANVGD di Udine, ha portato il saluto ufficiale di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine. Poi ha detto che Fiorentin “ha scritto un libro di grande divulgazione” chiedendogli si dedicare alcune parole al governo delle Provincie Illiriche dell’Impero francese e al tema della snazionalizzazione italiana perpetrata dall’Imperatore Francesco Giuseppe in Istria e in Dalmazia, a favore degli slavi.

Flavio Fiorentin ha commentato le vicende storiche succedutesi tra il 1797 e il 1918, facendo emergere le contese tra alcune Potenze europee per l’eredità di terre e di popolazioni già appartenute alla Serenissima Repubblica di Venezia, oltre ai passi compiuti dal Regno d’Italia dei Savoia verso l’Unità della Nazione, rispondendo alle aspirazioni delle popolazioni “orfane” di Venezia. 

L’autore ha spiegato "i legami etnici, storici e culturali che avevano unito Venezia, San Marco, il Leone marciano alle genti della sponda orientale dell'Adriatico, evidenziando come il generale Bonaparte nel sua prima campagna d'Italia non ebbe l'occasione di scontrarsi con l'esercito veneto, agli ordini del Salimbeni. Quest'ultimo infatti, con la scusa di voler rispettare la neutralità dichiarata dalla Serenissima, in realtà favoriva in ogni modo la consegna e l'occupazione francese di tutte le piazzeforti dello Stato da Tera. Invece l'esercito e la marina francese ebbero modo di aver a che fare  più volte con la marina da guerra veneziana ed i fucilieri di marina, arruolati come è noto in Istria ed in Dalmazia, prendendole sempre di santa ragione o comunque facendo delle belle figuracce. In proposito l'autore ha ritenuto di ricordare le Pasque Veronesi, la beffa di Palmanova e la resa del brigantino Le liberateur d'Italie".

Dopo i ricordati episodi "il generale Bonaparte - ha aggiunto Fiorentin - pur vincitore indiscusso degli eserciti del Regno di Sardegna e dell'Impero d'Austria durante la sua prima campagna d'Italia, nell'attraversare il territorio della Repubblica di S. Marco, evitò accuratamente di affrontare in battaglia i fucilieri di marina (composti di veneziani, istriani e dalmati), preferendo chiedere ed ottenere al Salimbeni di ritirarli al Lido e reimbarcarli per la Dalmazia".

Fiorentin ha poi "ricordato la decisione, presa nel dicembre del 1866, dal Consiglio Aulico, su proposta dello stesso Francesco Giuseppe, ed i successivi decreti attuativi di procedere alla snazionalizzazione 'senza alcuno scrupolo' della presenza italiana dal Trentino e da tutta la sponda orientale adriatica, fornendo alcuni esempi di come tale direttiva venne attuata da parte dell'Amministrazione imperiale austriaca".

L’Autore si è pure soffermato su quanto accaduto nella cittadina di Perasto,“la fedelissima”,  dove si trova l’ultimo gonfalone di San Marco, custodito dentro ad una cassa sepolta sotto l’altare maggiore della Chiesa di San Nicolò.

Diapositive con cartografia a cura di Maria Grazia Ziberna


Tra il pubblico presente in sala si sono notati Maria Rita Cosliani, del Direttivo ANVGD di Gorizia,  nonché presidente della Mailing List Histria e vicepresidente dell’Associazione Italiani di Pola e Istria - Libero Comune di Pola in EsilioRuggero Botterini, nativo di Pola, del Direttivo ANVGD di Gorizia e decano del sodalizio, oltre a Fabiola Modesto Paulon, nata a Fiume nel 1928, decana dell’ANVGD di Udine, accompagnata dal figlio Claudio e l’editore Giovanni Aviani. Flavio Fiorentin, oltre che socio dell’ANVGD di Udine, è il Presidente del Collegio dei Revisori dello stesso sodalizio.

Parla Flavio Fiorentin, tra Elio Varutti e Mauro Tonino. Fotografia di Maria Grazia Ziberna

Il libro presentato

Flavio Fiorentin, L'eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918), Udine, Aviani & Aviani, 2018, pp. 366, euro 20.

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Testi di Elio Varutti e Maria Grazia Ziberna. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Flavio Fiorentin e Maria Grazia Ziberna. Servizio fotografico a cura dell’ANVGD di Gorizia; fotografie di Maria Letizia Ziberna, Maria Rita Cosliani e Maria Grazia Ziberna, curatrice pure delle slide con le carte geografiche. Altri materiali dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Flavio Fiorentin, al centro, tra Elio Varutti e Mauro Tonino. durante la presentazione. Fotografia di Maria Rita Cosliani


Immagini dalla consolle della regia dell'evento. Foto di Maria Letizia Ziberna

Maria Grazia Ziberna, al centro, tra Rita De Luca e Elio Varutti, durante la presentazione. Fotografia di Maria Rita Cosliani



domenica 3 giugno 2018

Memoriale della deportazione ebraica a Borgo S. Dalmazzo, Cuneo


È un luogo della Shoah dal 2006. Si deve sapere che il 21 novembre 1943 sul piazzale della stazione di Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo, sono state ammassate 329 persone di fede ebraica per deportarle nei lager nazisti. 

Erano adulti, bambini e vecchi. Sul binario si tenevano raggruppati tra di loro per parentela familiare. Furono spediti prima al campo di concentramento a Nizza e poi al campo di Drancy, presso Parigi e, infine, ad Auschwitz, dove 311 di loro furono eliminati. Altri rastrellamenti di ebrei seguirono nel 1944 con l’invio di ulteriori 26 individui a Fossoli di Carpi, in provincia di Modena, da dove furono costretti a proseguire verso Auschwitz e Buchenwald. 
Da Borgo San Dalmazzo partirono il 15 febbraio e soltanto due di loro sopravvissero. Il convoglio che poi partì da Fossoli il 22 febbraio 1944 trasportava così, oltre a Primo Levi, anche 23 dei 26 internati di Borgo San Dalmazzo in direzione Auschwitz. Costoro transitarono per Venezia, Udine e Tarvisio (che è vicino all’Austria), in direzione di Vienna e poi di Auschwitz.

La storia del campo di Borgo San Dalmazzo è suddivisa in due parti. Dapprima, dal 18 settembre al 21 novembre 1943, vi furono rinchiusi 349 prigionieri di diverse nazionalità. Erano in prevalenza ebrei polacchi, francesi e tedeschi, ma anche austriaci, rumeni, ungheresi e greci. Essi erano provenienti per lo più da Saint Martin Vésubie, sulle Alpi Marittime, una residenza coatta creata dalle forze di occupazione italiane nella Francia del Sud, che tendenzialmente salvò certi ebrei. Non tutti gli ebrei stranieri arrivati in Italia da St. Martin Vésubie dopo l’8 settembre – in seguito al disfacimento dell’esercito italiano – furono internati a Borgo San Dalmazzo. 
Su circa 800 persone si salvarono coloro che riuscirono ad allontanarsi dall’area prima dell’arrivo dei tedeschi. I fuggitivi raggiunsero la Svizzera o, attraverso Genova, Firenze e da lì le zone liberate dagli Alleati. Altri ebrei si nascosero nei boschi tra le valli Gesso e Stura, sopravvivendo con l’aiuto degli abitanti locali. In alcuni casi aderirono alla lotta partigiana, fino alla Liberazione. I prigionieri arrestati dopo il bando emanato dai tedeschi il 18 settembre 1943 che ordinava l’arresto immediato di tutti gli stranieri presenti nella zona, rimasero al campo di Borgo S. Dalmazzo un paio di mesi. La mattina del 21 novembre 1943, su ordine dell’Ufficio antiebraico della Gestapo di Nizza, furono internati.

La seconda fase del campo di concentramento cuneese si aprì nel dicembre 1943, dopo che la carta di Verona aveva formalizzato, nell’Italia della Repubblica di Salò, la cattura degli ebrei. Il campo di Borgo San Dalmazzo fu allora riaperto dai fascisti e destinato al concentramento degli ebrei della provincia. Ventisei persone, in maggioranza donne, furono così internate nella caserma, sorvegliata e diretta da italiani. Il 13 gennaio 1944 la Questura di Cuneo dispose che i ventisei internati, tra i quali 18 donne e 8 uomini, fossero tradotti straordinariamente al campo di concentramento di Carpi (Modena), cioè a Fossoli. 
In questo modo le autorità italiane rispondevano alle direttive dei nazisti, che, volevano raggiungere in tempi stretti un numero di prigionieri sufficiente a organizzare un trasporto “economico” ad Auschwitz. I nazisti, nei loro manuali, prevedevano di stipare almeno 50-80 persone per carro bestiame, altrimenti il trasporto sarebbe stato antieconomico per il grande Reich.

Non c’è molto di artistico in questo Memoriale della deportazione inaugurato il 30 aprile 2006. È un’opera immanente e forte in chiave etica. Nell’installazione si vedono tre vecchi vagoni ferroviari per il trasporto di merci, uno dei quali reca tracce di alcune scritte in lingua tedesca. Sono di certo dei pezzi storici. Non saprei se furono proprio i mezzi della deportazione verso lo sterminio.
Il monumento è stato voluto dal Comune di Borgo San Dalmazzo, dalla Regione Piemonte, dalla Provincia di Cuneo, dalla Comunità Ebraica di Torino Sezione di Cuneo, dall’Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Cuneo, da Alcotra e da La Memoria delle Alpi, con un finanziamento dell’Unione Europea, Progetto INTERREG.

Il memoriale giace su una placca in cemento per ricordare il sito – la banchina ferroviaria – da cui i prigionieri vennero inviati per il loro viaggio terribile con i patimenti e la sofferenza. Nella maggior parte dei casi ci fu la morte. Sulla piastra in calcestruzzo sono posizionate venti sagome in piedi, per rappresentare i sopravvissuti. A terra, sono fissate 335 lastre, riportanti il nome, il cognome, l’età, e la sigla della nazionalità d’origine dei deportati e uccisi. Si erano riuniti per gruppi familiari.
Il monumento è circondato da massi e sassi di varie dimensioni. Spiccano i tre vagoni bestiame che, di sera, sono illuminati dal basso. Ciò conferisce all’area monumentale un effetto toccante. E’ possibile visitare i vagoni merci; i diversamente abili possono accedere ad uno di essi tramite una rampa di accesso. Nella mia visita, tuttavia, li ho trovati chiusi, forse per impedire atti di vandalismo. All’entrata del Memoriale un pannello introduttivo illustra le motivazioni del monumento in quattro lingue: italiano, francese, inglese e tedesco.
Sono spiegate poche notizie storiche, come deve essere una targa turistica, di quelle del turismo della memoria. Mi sarebbe piaciuto trovare il nome dell’autore di questo progetto, ma non l’ho trovato. Si legge solo che lo Studio Kuadra, di Cuneo, ha realizzato l’opera. Forse sono più importanti i nomi degli ebrei uccisi. Sono segnati lì, in posizione orizzontale, a differenza dei pochi che si salvarono dall’olocausto, segnati in verticale.
Importante è riflettere su ciò che è accaduto, su chi ha fatto certe leggi di discriminazione, su chi ha prelevato, imprigionato e ucciso. Certi osservatori sostengono di pensare anche a chi girava la testa dall’altra parte per non vedere. Curioso è il fatto che la tabella informativa non dica chi ha arrestato, deportato e ammazzato ebrei solo perché di religione diversa dalla maggoranza. Dopo l’8 settembre 1943, data della comunicazione dell’armistizio tra Italia e alleati, i tedeschi invadono l’Italia del nord e del centro. Quella del sud era in mano angloamericana, le cui truppe erano sbarcate in Sicilia il 10 luglio, senza trovare grossa resistenza, tanto che liberarono l’isola in 39 giorni.
Gli ebrei ammassati a Borgo San Dalmazzo erano fuoriusciti dalla Francia, ma provenienti da mezza Europa, poiché in fuga dalle grinfie naziste. Il loro arresto è stato condotto dai nazisti e dai repubblichini.

Oggi questo è un luogo della Shoah piemontese e italiana. Cerchiamo di non scordarlo. Onorare quelle perdite umane non è solo un ripetitivo rituale del 27 gennaio – Giorno della Memoria – ma è un modo per acquisire maggiore consapevolezza, affinché certi fatti non accadano mai più.
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Bibliografia
- Alberto Cavaglion, Nella notte straniera. Gli ebrei di St.-Martin Vésubie, L’Arciere, Cuneo, 1981.
- Walter Laqueur, Alberto Cavaglion (curr.), Dizionario dell’Olocausto, Einaudi, Torino, 2004.
- Liliana Picciotto, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Mursia, Milano, 2002.

Sitologia
- Testo ripreso dal sito del Comune di Borgo San Dalmazzo. Visualizzazione del 3 giugno 2018.


- E. Varutti, Auschwitz, luogo della Shoah, on-line dal 21 aprile 2017.

E. Varutti, Birkenau, visita al campo di sterminio, on-line dal 3 maggio 2017.

- E. Varutti, Shoah, ebrei di Fiume salvatisi in Friuli e il ruolo dei Mistruzzi, on-line dal 10 gennaio 2018.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Fotografie di Elio Varutti.
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mercoledì 21 dicembre 2016

Esodo da Pola nel 1947, dopo le botte

«La mia famiglia è venuta via da Pola il 2 o 3 marzo 1947 col piroscafo Toscana e siamo sbarcati a Venezia – ha raccontato la signora Giorgina Vatta – noi siamo riusciti a portare via anche i mobili e i bauli che sono stati in magazzino per cinque anni a Venezia».
Pola 1906, Erminia Chiudina Piaceri, al centro della foto, con altri bambini. Notare le maglie adornate dell'Arena di Pola e dell'Arco dei Sergi

Quanti eravate? «In quattro – replica la signora Vatta – mio papà Carlo Vatta, nato a Pola nel 1900 e morto ad Anzio nel 1991, mia mamma nata a Pola nel 1903 e morta a Udine nel 1964, mi e mia sorella Elda, che la sta a Roma».
Siete passati dal Campo profughi? E avete ripreso le vostre masserizie? «Per un mese siamo stati al Centro Raccolta Profughi (CRP) di Brescia – ha aggiunto la signora Vatta – e poi per due anni al CRP di Fasano del Garda, in provincia di Brescia, lì le suore ci facevano da mangiare… ah, se stava ben, poi si stava nelle case ammobiliate in affitto, andavo a scuola a Salò… i mobili? Sì, li abbiamo recuperati, ma i tappeti erano inumiditi e rovinati, mancavano certe cose e il mobilio era ammuffito, abbiamo dovuto ricomprare quasi tutto. Si sono salvati i bauli e i cassoni con un po’ di abbigliamento e le bambole, che oggi custodisco gelosamente. Mi ricordo anche una fotografia del 1906 dove mia madre, da bambina, partecipa ad uno spettacolo assieme ad altri bambini che sono vestiti con la maglietta con l’Arena di Pola, oppure con l’Arco dei Sergi».
La bambola dell'esodo istriano. Giocattolo del 1906 regalato alla bambina Erminia Chiudina Piaceri e partito da Pola col Toscana nel 1947; destinazione: Venezia.

Poi cosa è successo? «Mio papà Carlo Vatta e mia mamma Erminia Chiudina Piaceri volevano andare al CRP di Vicenza – ha risposto la testimone – per restare in Veneto, vicin de l’Istria, a Trieste non era sicuro, perché troppo vicino al confine coi sciavi, dopo, nel 1952, ci hanno assegnato la casa al Villaggio Giuliano di Udine e qui ci siamo stabiliti».
Cosa ricorda di Pola? «Me ricordo che son nata vicin della Arena – ha spiegato la signora Giorgina – in Via San Martin, vicin de la ciesa de Sant’Antonio, dopo c’è da dire che mio papà lavorava, col suo negozio di meccanico di biciclette a Pisino e ci eravamo trasferiti là, ma dopo el ribalton [ossia dopo l’8 settembre 1943] alle cinque de matina i sciavi titini i xe vignudi in cinque per ciaparlo e portarlo nelle prigioni del Castel de Montecuccoli».
Carlo Vatta (25 luglio Pola - Anzio 4 marzo 1991). Fotografia tratta da "L'Arena di Pola", 23 marzo 1991.

Ha rischiato di finire ucciso e gettato in foiba? «Sì, proprio così – ha risposto Giorgina Vatta – erano in 80 nelle carceri di Pisino e solo in quattro sono stati salvati dai tedeschi che hanno occupato l’Istria, prima i gà avertido che i bombardava, dopo i gà bombardà Pisino, gà occupà el paese e i sciavi titini scampava. Tutti gli altri civili italiani prigionieri dei titini sarà morti in foiba. Gò visto i soldati italiani abbandonare le armi e scampar mezzi vestiti da civile e mezzi da militare. Allora i miei genitori gà deciso de tornar a Pola dai parenti e semo restadi fin al 1947».
Bambole dell'esodo istriano. Questo giocattolo è di Giorgina Vatta, quando era bambina, chiuso in un baule, ha viaggiato da Pola col Toscana nel 1947 per Venezia.

A Pola cosa succedeva? C’erano violenze contro gli italiani dopo la guerra? «Sì, mio papà xe stado bastonado dai sciavi – ha detto la signora Vatta – lo spetava vicin de casa, a bosco Siana, dove gavevino la bandiera tricolor senza la stella rossa nel mezzo, così lo gà fermà e giù botte coi bastoni, lui cascando xe gà  riparado con la bicicletta e gà fatto el morto, così xe andadi via e lui xe gà salvado, anche se con un po’ de ossa rotte. Gavevimo un rifugio antiaereo vicin de casa e lì gavemo tignudo nascoso un ufficial italiano per due giorni el xe gà salvado anche lui».
Giorgina Vatta, al centro dell'immagine, tratta da "L'Arena di Pola" del 14 novembre 1992.

Qualcuno di famiglia è rimasto a Pola? «Sì, mia nonna Giorgina De Destales, sposata Vatta, resta a Pola – ha precisato la signora Vatta – in una casa con cinque camere, col fio Mario che el iera cieco, de famiglia se stava ben, me ricordo che la nona pagava el medico sciavo con un vaso de porcellana del Giappone, perché el suo primogenito, mio zio Alberto Vatta iera in marineria, navigava per l’Oriente e portava tanti regali a tutti i familiari, come i vasi de porcellana giapponesi».
Ha dei conoscenti all’estero o in giro per l’Italia? «Son vignuda via a diciassette anni – ha concluso Giorgina Vatta – ho perso le amicizie, le simpatie, le conoscenze, lori xe tutti per l’Italia, sarà anche morti… o anche negli Stati Uniti d’America e in Australia… eh! i istriani xe dappertutto».

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Fonte orale: Giorgina Vatta, Pola 1929, intervista effettuata a Udine il 21 dicembre 2016 a cura di E. Varutti.
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Le fotografie, ove non altrimenti indicato, sono della Collezione Giorgina Vatta, esule da Pola, Udine.
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Silvio Cattalini tra due esuli: a destra Giorgina Vatta, da Pola e, a sinistra Egle Tomissich, venuta via da Fiume nel 1948. Natale dell'esule a Udine 2016. Fotografia di E. Varutti.

Cenni bibliografici
Maria Zanolli, “In fuga da Tito, profughi a Brescia. Il giornalista Paolo Cittadini e il suo libro: «I miei nonni hanno vissuto nel campo profughi di via Callegari»”, «Corriere Della Sera», Cronaca di Brescia, 12 febbraio 2012.

domenica 8 maggio 2016

Carraro e Chabarik mosaicisti



Sembra una favola. Oriente e Occidente che si incrociano ed operano insieme. Lei è nata vicino a Venezia, lui è nato in Siria, ad Aleppo. Laura Carraro e Mohamed Chabarik si incontrano alla Scuola di Mosaico di Spilimbergo, in provincia di Pordenone, molto legata alla tradizione musiva veneziana.
Hanno uno studio in una strada del centro di Udine intitolata a un frate francescano che fece dell’incontro tra Oriente ed Occidente uno stile di vita, oltre che il fulcro della sua missione. Il religioso in questione si chiama Beato Odorico da Pordenone. I mosaicisti veneziano-siriani Carraro e Chabarik si trovano al civico numero 4/B. 

 
Laura Carraro, Mohamed Chabarik, "Conoscere", 2015, cm 400 x 300 ca., Collezione privata, Udine. 
Fotografia di Giovanni Chiarot / Zeroidee

Essi producono delle opere d’arte molto significative. Hanno dei colori pastellati soprattutto. Giocano sulle scale cromatiche con una certa abilità, usando le tonalità nette solo in qualche occasione. I loro lavori, sempre al confine tra buon artigianato e arte moderna, sono destinati a durare. Basti pensare che i mosaici di Aquileia hanno resistito ad Attila ed ai suoi Unni e a tutti gli invasori che li hanno seguiti, dopo la caduta dell’Impero Romano. 
Il mosaico, dunque, è un manufatto (a volte, opera d’arte) destinato a durare nel tempo. Carraro e Chabarik si occupano di arredo, di design e di gioielli. Spaziano con le loro opere in questi ed altri campi, come quello delle installazioni durature o effimere. È assai difficile essere effimeri col mosaico.
Il prodotto dell’arte musiva contrasta con la transitorietà e va a cozzare con la sindrome del consumismo, ben delineata di recente dal sociologo Zygmunt Bauman.

Laura Carraro, Mohamed Chabarik, "Conoscere", particolare, 2015, cm 400 x 300 ca., Collezione privata, Udine.


«Nella gerarchia tramandata di valori riconosciuti – ha scritto Bauman – la sindrome consumista ha declassato la durata in favore della transitorietà». Non è tutto, perché il consumismo, secondo il celebre autore «ha sostituito tra gli oggetto del desiderio umano il possesso e godimento duraturo con l’appropriazione rapidamente seguita dallo smaltimento del rifiuto» (Z. Bauman, Liquid Life, Polity Press, Cambridge, traduzione italiana: Vita liquida, Editori Laterza, Roma-Bari, 2010, pag. 88).
Si consideri che molte pietre utilizzate dai mosaicisti sono elementi di risulta, come nel caso dei marmi. Allora si può concludere che, in molti casi, il mosaico sviluppa la creatività dell’artista riciclando taluni materiali, all’opposto del consumismo che ci spinge a generare rifiuti da smaltire negli appositi cassonetti. Sembra una contraddizione, ma il mosaico è arte viva, nonostante sia costituita soprattutto da pietre e paste vitree che, di certo, vive non sono.  

Laura Carraro, Mohamed Chabarik, "Paesaggi 1", Collezione Mosaicûs. Fotografia di Giovanni Chiarot

 Laura Carraro, Mohamed Chabarik, "20Quadro", 2014, Collezione degli A. Fotografia di Giovanni Chiarot