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domenica 17 giugno 2018

Foresti, libro di Silvia Zetto Cassano, di Capodistria, presentato a Udine


Alla Libreria Friuli sabato 16 giugno, alle ore 18, si è svolta la presentazione a Udine del libro di Silvia Zetto Cassano. Il volume, edito nel 2016, si intitola Foresti, ovvero: stranieri. L’autrice, nata a Capodistria nel 1945, ha vissuto l’esodo istriano il 16 agosto 1955 in camion con la nonna e la mamma. “È una saga familiare – ha esordito così Luciano Santin, pure lui istriano – incentrata sulle vicende di cinque donne, autrice inclusa e le sue ave del ramo genealogico”. Il romanzo è dunque storia veramente accaduta, con tanto di verifiche negli archivi, come precisa l’autrice a pag. 151, nelle note.
Silvia Zetto Cassano e Luciano Santin alla Libreria Friuli di Udine

La loro fuga è dovuta alle pressioni titine. Come si legge nel capitolo 14 alla madre Gemma, giovane vedova e maestra a Capodistria, verso il 1955, fu imposto un appuntamento pernicioso della sua ispettrice, con la scusa di bere un caffè. All’incontro si presenta anche un mellifluo addetto alle “relazioni tra la Zona A e la Zona B per favorire i rapporti con la minoranza italiana”. Il losco figuro propone alla maestra Gemma di fare la spia per i titini a pagamento. Ci sarebbe da controllare a Trieste la sede del CLN dell’Istria. “Senta un po’ – risponde Gemma – non so chi le ha parlato di me e cosa le abbia raccontato. Io la spiona non l’ho fatta mai, si figuri lei se posso cominciare adesso” (p. 134). È così che gli slavi buttavano fuori gli italiani dall’Istria durante la guerra fredda.
Nonna, madre e figlia sono esuli a Trieste alle baracche del campo di San Sabba, poi in quello di Santa Croce, un’area periferica con una forte presenza slovena. Così le donne si sentono foreste nella patria che tanto avevano anelato. Non solo, quando riescono ad uscire dalle baracche per un’abitazione decente, viene loro assegnata una casa nello steso rione a maggioranza slovena, il cui cimitero ha il memoriale con stella rossa dei partigiani caduti inquadrati nell’Esercito di Liberazione Jugoslavo. Dalla padella alla brace.
Silvia Zetto Cassano

Luciano Santin, nato a Pola nel 1947, esule a Lucca e Trieste, oltre che nipote del celebre monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, ha fatto notare ai pochi ma attenti presenti che “in questo libro non c’è traccia di vittimismo autocompiaciuto, non c’è rancore, non c’è odio”. Sulla copertina del romanzo fa la sua bella mostra una stella rossa, un disegno di partigiani in battaglia, oltre alla fotografia dei genitori dell’autrice con una gruppo di amiche in una gita in bicicletta nel 1942. “Il disegno dei partigiani era nel mio libro di scuola – ha detto Silvia Zetto Cassano – mi ricordo ero in classe quarta ed era la prima volta che c’era un libro in italiano, era  di carta gialletta scadente, con figure in bianco e nero, in una si vedevano i partigiani col mitra a tracolla nascosti dietro un cespuglio; il titolo del brano di lettura era: Colpisci fratello i cani fascisti”.
L’istriana Silvia, sposata con due figli, oggi vive a Trieste. Con questo volume, molto curato nelle immagini da album familiare, ha aperto al pubblico il cassetto dei suoi ricordi e dei suoi affetti. È una testimonianza toccante, di forte coinvolgimento psicologico. Non è solo letteratura avvicinabile, per certi aspetti, a La miglior vita di Fulvio Tomizza, come ha riferito Santin. Foresti è opera di alto profilo morale e civile. Non a caso il volume nel 2017 ha ottenuto il premio Giacomo Matteotti, della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Nel dibattito apertosi al termine delle relazioni, è intervenuto l’ingegnere Sergio Satti, decano del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), portando il saluto del sodalizio presieduto da Bruna Zuccolin. “Io ho apprezzato questa presentazione – ha detto Satti – mi ci riconosco, perché io sono di Pola e quando ero profugo a Umago, andavo a scuola con la coccarda tricolore e i miei compagni di classe mi picchiavano, ecco cosa c’era per gli italiani nel dopoguerra. Nonostante ciò ho capito che questo libro esprime serenità, non c’è odio, né rancore”. Al che Silvia Zetto Cassano ha accennato alla numerose presentazioni che va a fare nelle scuole sul tema dell’esodo istriano “come a San Vito al Tagliamento o al Liceo “Dante Alighieri” di Buie, portando un messaggio di convivenza di stampo europeo”.  

È intervenuto poi Gianni Busechian, nato a Capodistria nel 1948. “Siamo venuti via in sette familiari con la nonna – ha detto Busechian – era il 29 febbraio 1956 siamo fuggiti in camion con le mucche per continuare a fare i contadini in provincia di Trieste, pensate che mia zia con le amiche sono state pestate dai slavi perché parlavano italiano, son qua perché mia zia Idalia è nella fotografia sulla copertina de questo libro, è la terza da destra”.
Poi ci sono state tante altre domande e chiarimenti. Tra il pubblico si è notata la presenza del professor Angelo Viscovich, esule da Albona e di Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, con parenti di Fiume e di Pola.
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Il termine foresti oggi nessuno usa lo più ma, nel secolo scorso, era ancora un termine ricorrente nelle terre tra Veneto e Istria, come si legge nelle alette di copertina. Dire foresti, dire ‘quei là’ era uno dei modi per ribadire il ‘noi’, per escludere gli intrusi, per marcare limiti non oltrepassabili. Probabilmente parole così esistono in ogni parte del mondo in cui i confini sono o sono stati ballerini, zone di blocchi, frontiere, sbarramenti, chek point, fili spinati, alt, di qua non passi, chi sei, da dove vieni, torna da dove sei venuto, resta a casa tua, non ti vogliamo, non vi vogliamo, vattene via. Frasi che per gli istriani, nel passato, si sono tradotte in tragiche ferite, a volte rimarginate, a volte no. Parole che ognuno dei protagonisti di questo libro, in un modo o nell’altro, prima o poi, nel corso della sua esistenza ha sentito pronunciare o, a sua volta, ha pronunciato.
Silvia Zetto Cassano in questo libro racconta storie di famiglia: è sempre un problema metterci mano, lo sa bene chiunque abbia provato a orientarsi su e giù per i rami del proprio albero genealogico. Sono grovigli, ma un groviglio è anche la Storia, quella con la maiuscola, lo sa bene chi se ne occupa per mestiere e con onestà intellettuale.

Storia e storie sono entrambe complicate, dovunque e in ogni caso. Ma lo sono e lo sono state di più in una terra da sempre in bilico come l’Istria, da sempre oppressa dalla continua necessità di definire e ridefinire identità miste, mescolamenti, imbastardimenti di lingue e dialetti e dalla conseguente di cambiare nomi, cognomi, toponimi.
Foresti racconta di persone semplici: contadini, pescatori, impiegati asburgici costretti a diventare soldati, serve, fioi de nissun, sartine, uomini che sposano donne foreste, donne che cercano l’Amore e trovano invece soltanto un marito, uomini che sanno da che parte stare quand’è il momento di scegliere, uomini che non lo sanno e si spezzano e non riescono a reggere gli urti troppo violenti delle guerre, donne che invece quegli urti li sanno reggere e procedono coraggiose finché hanno forza nella loro ostinata ricerca della felicità per sé e per i propri figli. Come ha fatto e fa ognuno di noi, con più o meno energia, con più o meno fortuna. Come continuano a fare anche oggi tutti i foresti che si spostano perché non hanno altra scelta, come accadde un tempo e come sempre accadrà.
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Gemma, la terza da sinistra e Sergio, genitori dell'autrice nel 1942 durante una gita in bicicletta nei dintorni di Capodistria. Si riconosce anche Idalia, la terza da destra. Archivio Silvia Zetto Cassano

Biografia dell’autrice
Silvia Zetto Cassano, è nata e vissuta a Capodistria fino all’età di dieci anni. «In una zona» – spiega a chi glielo chiede – «zona B, un posto in sospeso, non più Italia, non ancora Jugoslavia». Nel 1955, assieme a molte famiglie istriane, ha lasciato l’Istria. Si è stabilita a Trieste, si è sposata, ha avuto due figli. Ha cominciato a insegnare a diciott’anni; nel 1998 si è laureata in lettere con una tesi di storia del cinema. Ha organizzato laboratori, lezioni, interventi rivolti a scuole e associazioni sui temi della ricerca storica e del linguaggio delle immagini. Collabora da vari anni con la sede RAI del Friuli Venezia Giulia come autrice di trasmissioni e sceneggiati. Oltre a vari articoli su periodici, ha pubblicato nel 2003 “La casalinga inadeguata” per le Edizioni Biblioteca dell’Immagine. Nel 2017 per “Foresti” ha vinto il premio Giacomo Matteotti della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
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Silvia Zetto Cassano, Foresti, Trieste, Comunicarte, 2016, pp. 180, fotografie in b/n, euro 19.
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Servizio redazionale e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Elio Varutti.

venerdì 22 settembre 2017

Fiorella Capolicchio, di Pola. Dai Campi profughi campani alla Svezia

La signora Fiorella Capolicchio, classe 1941, tra settembre 2015 e dicembre 2016, ha raccontato la vicenda del suo esodo istriano nel profilo Google intestato al suo nome. Il suo certificato di cittadinanza italiana rilasciato dal Comune di Pola “per uso esodo” è del 30 dicembre 1946, col piroscafo Toscana. 
Nel febbraio 1947 ha inizio il valzer dentro e fuori dai Centri Raccolta Profughi (CPR) e i Centri dell'International Refugeé Organisasion (IRO). Tra le varie tappe del suo peregrinare si ricordano i Centri di Bergamo (Gandino) e della Campania (Bagnoli, Capua, Carinaro, S. Antonio di Pontecagnano). Lei studia e si fa una professione, dato che ricopre il ruolo di aiuto infermiera all’ambulatorio del Centro rifugiati di Carinaro, provincia di Caserta. Entra da bambina in un Campo Profughi, con la famiglia. Vi rimane fino al 1962 quando, raggiunta la maggiore età, decide autonomamente di andarsene dall’Italia, partendo da Napoli. In Svezia giunge con passaporto turistico italiano nel 1963, poi lavora lì fino alla meritata pensione. Oggi vive a Göteborg.
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Ringrazio per la diffusione delle fotografie e dei testi, selezionati dallo scrivente, ove non specificato diversamente, la signora Fiorella Capolicchio, nata a Pola il 31 marzo 1941, pensionata, che vive in Göteborg (Svezia). 
I titoli dei paragrafi sono a cura di E. Varutti. Ecco il racconto di Fiorella Capolicchio, contattata, via social media, il 19 e 20 settembre 2017, dall'Autore. 

La didascalia, in sovrimpressione, è della signora Fiorella Capolicchio, prima a destra. Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)


Partire da Pola, 1947
«Dovevamo partire e basta! Disse mia madre con l’ultimo nato in braccio e poi aggiunse;Metti scarpe e calze e asciuga quelle lacrime che non abbiamo tempo per la tristezza, il carro aspetta e la nave è in porto, la nostra via è segnata Si, ma quelle parole a me bambina non dicevano molto. Quello che più di tutto mi aveva fatto preoccupare erano, le scarpe e le calze. Proprio così, aveva detto la mamma. Bisognava obbedire e non perdersi in piagnistei.Anche se il fratellino più piccolo stava al caldo in braccio alla mamma ed io invece seduta per terra dovevo fare tutto da sola. Le sedie e i letti erano ammucchiati in mezzo alla cucina, avremmo anche portato via lo “spacker” (la foghera de ghisa) che aveva fatto mio padre.
Ubbidire e basta, così mi hanno insegnato, e in quel di febbraio 1947, tutti abbiamo obbedito alla cattiva sorte.
“Metite scarpe e calse” (mettiti scarpe e calze) mia madre aveva detto scarpe e calse proprio in questo ordine mi ripetevo nella mente, bisognava ubbidire senza indugi, ma poi mia madre dovette aiutarmi a togliere la calza che io con grande fatica avevo messo sopra la scarpa…
Ubbidire, come quando i tedeschi avevano minato la casa per farla saltare, quando eravamo sfollati a Capodistria ed io volevo tornare indietro per la scarpa persa, mia madre con il piccolo in braccio e le pallottole dei partigiani sopra la testa aveva gridato dal canale sotto il filo spinato, "lassa star la scarpa” (lascia stare la scarpa).
Avevo ubbidito stringendo forte la mano di mio fratello maggiore, continuai a correre con il piede nudo nel fango, tra corpi ammazzati, mentre io mi preoccupavo per la scarpa, la casa minata era saltata in aria, noi invece fummo salvi al riparo del canale che era un buco di fogna.
Una notte dopo i bombardamenti su Pola tornati dal rifugio e non potendo slegare il laccio di una scarpa mia madre disse: “Va a dormir con la scarpa” (dormi con la scarpa). Mi era sembrato molto strano appoggiare la scarpa sporca di fango sul bianco delle lenzuola, vinse il sonno.Sono cresciuta timida e ubbidiente qualità valide solo se in ambiente familiare, ma devastanti per chi è esule, in giro per il mondo».
Particolare del Certificato di cittadinanza italiana del Comune di Pola, del 30 dicembre 1946, intestato a Fiorella Capolicchio, rilasciato "per uso: esodo". Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Al CRP di  Gandino nel 1947, al posto delle galline
«Gandino, in provincia di Bergamo, primo Comune di residenza dopo l'esodo da Pola nel febbraio del 1947.
Nel cassetto del comò dove era stata messa la bambolina di pezza con il vestitino a quadretti rosso e blu spedita dalla zia materna, quel giorno la bambina ci trovò una nidiata di topolini e c'era anche la muffa.
In quell'ala del vecchio lazzaretto, (in paese chiamavano così il vecchio ospedale), le suore fecero sgombrare le galline per far posto a noi esuli. Un muro sottile ci separava dalla camera mortuaria da dove si sentiva il pianto dei parenti del morto di turno.
Oltre la strada che portava all'ospedale c’era un prato in discesa poi un’altra strada separava il prato dall'asilo gestito da suore, la stessa che portava a Monte Farno e all’osteria Macallè dove mio padre a volte mandava il mio fratellino a comperare il vino. Ma di sera con il buio lui di quattro anni aveva paura di andarci da solo ed io sei anni dovevo andare con lui perché in due ci si faceva coraggio. In principio mio padre lavorava come guardiano notturno in una fabbrica tessile, ma la fabbrica fallì e lo pagarono dandogli delle coperte che mio fratello maggiore cercava di vendere.
Eravamo in sette e mia sorella quattordicenne era l'unica che lavorava nella fabbrica tessile di Leffe, ma la paga non bastava e ci andava a piedi per risparmiare i soldi della corriera. Così che tornando a casa con le vesciche ai piedi per le scarpe troppo grandi a volte neanche la cena trovava. A volte mia sorella portava a casa dalla fabbrica il dopo lavoro, grandi rotoli di frangia per copriletto da rifinire a mano con ciuffi come guarnizione. I miei due fratelli più grandi di undici e diciassette anni che aiutavano mio padre, facevano a gara a chi rifiniva più metri di frangia di copriletto oltre ai metri imposti da mio padre in un periodo di tempo stabilito.
Volendo imparare anch'io e gareggiare con loro, dopo di aver tanto insistito presi posto ad un lato del tavolo dove su tanti chiodini in fila vi era attaccata parte della frangia da rifinire, dai chiodini si toglieva parte di frangia rifinita che veniva arrotolata e penzolante posta in una cesta a sinistra dopo che mio padre aveva contato i metri rifiniti dei miei due fratelli, nuova frangia da rifinire prendeva posto sui chiodini dal rotolo di destra. Tra un lato del tavolo e l'altro c'erano i metri stabiliti da mio padre che ognuno doveva fare in fretta in modo di poter spostare il tutto di quel lavoro a catena con nuovo metraggio.
Fiorella Capolicchio sulla vespa davanti al Centro Raccolta Rifugiati di Carinaro, provincia di Caserta, di cui si intravvede il Corpo di guardia. Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Se il lavoro era fatto male si doveva disfare e si perdeva tempo. Fu così che quando mio padre in piedi contava i metri di frangia rifiniti suoi e dei miei fratelli usando come misura di metro la lunghezza dalla spalla sinistra alla mano del braccio destro allungato, non poteva finire il conteggio visto che al mio lato del tavolo non avevo finito il metro di frangia assegnatimi. Come castigo per aver tanto insistito senza poi essere all'altezza di quel lavoro a catena mi arrivò il frustino sulla coscia sinistra. Il frustino era un rametto lungo e sottile. Guardai poi atterrita la conseguenza del castigo inflittomi. Una ferita rossa e blu mi attraversava la coscia. Capii che i miei fratelli non facevano a gara per gioco, ma contro la promessa di quel frustino che mio padre teneva a fianco durante il lavoro.
L'ala del lazzaretto aveva tre portoni tramite i quali vi si accedeva alle due stanze divenute nostra dimora, il nostro portone era vicino al muro che faceva angolo con il muro del giardino del lazzaretto, dal portone di mezzo alle camere di due famiglie esuli come noi, ed il terzo portone sulla facciata portava alla camera dove il contadino Servali teneva il fieno. Il muro del fienile non arrivava fino al tetto in modo che noi bambini salivamo sul muro e da lì saltavamo sul fieno, divertente e proibito. Dall'altra parte del muro si potevano vedere i fiori artificiali che le ammalate del reparto tubercolosi sotto cura delle suore dell'ospedale preparavano per la processione della madonna Pellegrina.
A giugno del 1947 mia madre diede alla luce il suo sesto figlio. Una sera mio padre e mia madre uscirono in gran segreto con la borsa della spesa, era la vigilia di natale, rimasti soli noi piccoli con i fratelli più grandi, uno di loro ci svelò il gran segreto: mamma e papà andavano a prendere il regalo di natale per i figli degli esuli visto che Babbo Natale non esiste. Ricordo sì la delusione, ma mai dimentico la gioia all'indomani quando al nostro risveglio trovammo sul letto di ognuno di noi un grande piatto di alluminio pieno di noci mele e mandarini. Ancora oggi per me ormai non più credente noci mele e mandarini sono i soli simboli gioiosi del Natale rimastimi».
Vittorio, Fiorella e Galliano nel giardino della Scuola Elementare di stato Via Cesare Battisti, a Gandino (Bergamo). Primo comune di residenza dopo l'esodo del 1947. Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Il senso della patria perduta. Centro rifugiati di Carinaro
«Tutti gli anni il 4 novembre attraverso il filo spinato che recintava il campo profughi di Carinaro, provincia di Caserta, si poteva vedere un piccolo gruppo di vecchine vestite di nero con scialle in testa, radunate davanti al Monumento ai caduti del 1915-18.
E tutti gli anni attratta dalla banda musicale che suonava la canzone del Piave e l’Inno Nazionale, Fiorella correva verso il cancello per uscire dal campo profughi e raggiungere il monumento dall’ altra parte del filo spinato, per partecipare alla commemorazione di quella storia che le apparteneva.
Fiorella era stata sempre l’unica profuga davanti al monumento ai caduti il 4 novembre. Sua madre non le avrebbe mai permesso di uscire da sola fuori dal campo, e tutti gli anni senza dire nulla a nessuno d’impulso seguiva il richiamo della musica del Piave, che le faceva muovere i suoi passi verso il monumento per unirsi al dolore di quelle donne che tenendo alti i cartelli con foto ricordavano i loro morti, caduti per la Patria.
Quella Patria che per Fiorella ormai era per sempre perduta, anche se allora era troppo piccola per poterlo capire.
Da Carinaro a S. Antonio di Pontecagnano. Sul camion viaggiava la famiglia che dal campo di Carinaro in provincia di Caserta veniva trasferita al Centro raccolta profughi stranieri di S. Antonio di Pontecagnano, in provincia di Salerno.
Amici accompagnano Fiorella, a destra, in partenza per Napoli, finalmente maggiorenne: addio Campi profughi! Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Al Campo Profughi di Sant’Antonio in Pontecagnano, 1961
«E come nei villaggi o piccoli paesi regnavano le chiacchiere e gli uni sparlavano degli altri, le donne in fila, divertimento quotidiano, si passavano le prime del mattino oppure le ultime della giornata.
Esse si raccontavano di tutto, anche storie e storielle che in quegli anni potevano essere considerate improprie agli orecchi dei ragazzi che accompagnavano le madri in fila davanti alla mensa in attesa di apertura. Storie velate però in modo che solo i più smaliziati avrebbero capito.
Storie e storielle erano diventate noiose perché erano sempre le stesse ed ormai non appassionavano più, ed i pettegolezzi avevano lasciato il posto allo sdegno collettivo per la riprovevole situazione creatasi ultimamente, già da prima si sapeva dei rifornimenti di verdura che prendevano vie diverse, senza passare neanche il deposito viveri della mensa del campo profughi.
Avevano spostato i pochi rimasti nelle baracche vicino alla nuova direzione e poco distante dalla baracca magazzino da dove prima si distribuivano vestiti estate / inverno ma che ultimamente non si distribuivano più.
Eravamo agli ultimi sgoccioli, in un tardo pomeriggio di fine settimana si vedevano gli impiegati della direzione uscire dal magazzino ad intervalli di pochi minuti che con il viso nascosto nel bavero della giacca e con un pacchetto sotto il braccio.
Passando ogni limite di sfacciataggine, pur con il viso nascosto ormai rubavano a cielo aperto. Tuttavia quel quadretto idillico ora parte del passato dell’allora diciottenne riaffiorando nella mente rimane esempio di come la vita può regalare momenti armoniosi anche in tempi difficili».
Che prima o poi ci avrebbero trasferiti in un altro campo profughi stentavamo a crederci, visto che negli ultimi anni avevano costruito una nuova direzione per gli uffici con servizi igienici moderni e termosifoni per gli impiegati che si erano lamentati per il mancato riscaldamento nella vecchia direzione nel periodo invernale.

Speravamo che come cittadini italiani quelle due case, che avevano costruito all'interno del muro di cinta del campo profughi che dava sulla strada nazionale per Battipaglia, fossero state costruite per noi esuli. Noi eravamo tra quelli finiti nei centri rifugiati del dopoguerra per scopo emigrazione, ma mai emigrammo.
Pola, cartolina con vista giardini e Banca d'Italia, anni 1930. Si ringrazia per la diffusione e pubblicazione: Archivio storico digitale Patria Italia

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Sitologia
Per un approfondimento sul senso della patria perduta, per degli esuli da Fiume, vedi: E. Varutti, “La patria perduta. Profughi da Fiume, 1943-1947”, nel web dal 23.02.2016.

mercoledì 31 agosto 2016

Udine, Memorial Nazario Sauro

Il 9 settembre 2016, dopo cento anni dall’uccisione sulla forca austriaca di Nazario Sauro il Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) organizza una pubblica manifestazione al Palazzo della Provincia di Udine. Lo ha annunciato l’ingegnere Silvio Cattalini, presidente del sodalizio degli esuli giuliano dalmati di Udine dal 1972. «Vogliamo ricordare un nostro grande eroe istriano – ha detto Cattalini – immolatosi cento anni or sono per l’italianità delle nostre terre».
L’evento si terrà venerdì 9 settembre 2016, dalle ore 17,00 alle 19,00 presso la Sala Consiliare della Provincia di Udine, a Palazzo Belgrado, in Piazza Patriarcato 3. Il programma dell’incontro prevede il saluto del presidente Cattalini e delle autorità presenti. Seguirà la relazione ufficiale dell’avvocato Piero Sardos Alberini, del Comitato Onoranze a Nazario Sauro.
Il Memorial Nazario Sauro di Udine avviene dopo una analoga e articolata iniziativa svoltasi a Trieste, proprio nel centenario della sua tragica morte, il 10 agosto 2016, sempre a cura del locale comitato dell’ANVGD.


La statua di Nazario Sauro a Trieste

Il fatto storico
Il 10 agosto 1916 veniva impiccato per "alto tradimento" a Pola dalle autorità austriache Nazario Sauro, nato a Capodistria il 20 settembre 1880. Egli, padre di famiglia e marinaio, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale invece di indossare la divisa dell’impero austro-ungarico esfiltrò verso la sua patria, l’Italia. Seguace delle idee di Giuseppe Mazzini che parlavano di uguaglianza sociale, libertà dei popoli e unità d’Italia, frequentò i circoli istriani irredentisti, che auspicavano cioè l’annessione al Regno d’Italia di quelle terre non ancora liberate dalla dominazione dell’impero asburgico, contro il quale l’Italia si era già cimentata con alterne vicende nelle tre Guerre d’Indipendenza risorgimentali.
Il perfezionamento del percorso unitario e dell’edificazione morale degli italiani ancora difettava: l’ingresso in guerra il 24 maggio 1915 sarebbe stato decisivo in tal senso e, tra gli esempi di patrioti e martiri dell’italianità, Nazario Sauro conquistò un ruolo di primo piano per la fermezza dimostrata durante il processo che lo condannò a morte e per l’audacia con cui in precedenza aveva guidato incursioni della marina da guerra italiana sulla costa dell’Adriatico orientale. 
Con l’entrata in guerra dell'Italia, Sauro, esperto marinaio mercantile, si arruolò volontario nella Regia Marina Italiana, dove ottenne il grado di tenente di vascello di complemento (23 maggio 1915). Fu destinato alla Piazza Militare Marittima di Venezia e nelle missioni operò spesso con il nome di copertura di Nicolò Sambo allo scopo di eludere eventuali sospetti della sua reale identità in caso di cattura.


Le sue operazioni militari
In 14 mesi di attività Sauro compì oltre sessanta missioni. All'inizio del conflitto fu impiegato come pilota pratico a bordo di piccole siluranti e torpediniere in azioni e missioni lungo le coste istriane e nei canali della Dalmazia per la posa di mine per creare sbarramenti davanti ai porti austriaci o lungo le rotte costiere istriane e dalmate che utilizzavano le navi austro-ungariche quando dovevano affrontare il mare aperto.

Il 30 luglio 1916 si imbarcò a Venezia sul sommergibile “Giacinto Pullino”, al comando del tenente di vascello Ubaldo Degli Uberti, con il quale avrebbe dovuto effettuare un’incursione su Fiume, ma l’imbarcazione, spostata improvvisamente dalla corrente, andò ad incagliarsi sullo scoglio della Galiola, all’imbocco del golfo del Quarnero. Risultati vani tutti i tentativi di disincaglio, distrutti i cifrari di bordo oltre alle apparecchiature e, predisposta per l’autoaffondamento, l’unità fu abbandonata dall’equipaggio e Sauro, allontanatosi volontariamente da solo su un battellino, venne intercettato dal cacciatorpediniere austriaco “Satellit” e fatto prigioniero. Alla cattura seguì il processo nel tribunale della Marina austriaca di Pola e la condanna a morte, dopo averlo crudelmente messo a confronto con la madre, fatta venire apposta dai campi di internamento dell’Austria interna, dove i sudditi italiani dell’Istria vennero deportati dagli austriaci.
Il sommergibile "Giacinto Pullino"Per la fotografia si ringrazia il sito http://www.sommergibili.com/pullino.htm

Il Comitato Onoranze a Nazario Sauro
Il Comitato Onoranze a Nazario Sauro, di cui l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia figura tra i fondatori e promotori, svolge per questo ogni anno una commemorazione in memoria dell’illustre capodistriano nel giorno della sua impiccagione. Ricorrendo il centenario dell’evento, la consueta manifestazione presenta stavolta un programma più ampio, nobilitato da prestigiosi patrocini (Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Stato Maggiore della Difesa, Comune di Trieste, Comune di Trento, Comune di Gorizia, Provincia di Trieste, Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, Prefettura di Trieste, Questura di Trieste) e da un Comitato d’Onore con illustri adesioni. La giornata del 10 agosto segna solamente l’inizio di un calendario di iniziative in tutta Italia che dopo il periodo estivo si rivolgeranno alle scuole intitolate a Nazario Sauro, ai Comuni che lo ricordano nella toponomastica e alle istituzioni militari per onorare le caserme a lui dedicate.

I componenti del Comitato Onoranze a Nazario Sauro
Attualmente nel Comitato d’Onore figurano le seguenti autorità: professoressa Ester Capuzzo (Università La Sapienza di Roma). Mons. Giampaolo Crepaldi (Vescovo di Trieste). Professor Giuseppe de Vergottini (professore emerito Alma Mater Studiorum - Università di Bologna). Commendator Roberto Dipiazza (Sindaco di Trieste). Prof. Maurizio Fermeglia (Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Trieste). Avvocato Carlo Giovanardi (Senatore Emilia-Romagna). Senatore Pietro Grasso (Presidente del Senato della Repubblica). Generale Claudio Graziano (Capo di Stato Maggiore). Dott. Franco Iacop (Presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia). Bruno Marini (consigliere regionale Friuli Venezia Giulia). Prof. Giuseppe Parlato (Università Internazionale di Roma). Prof. Stefano Pilotto (MIB School of  Management - Trieste). Onorevole Emanuele Prataviera (Deputato Veneto). Prof. Gaetano Quagliariello (Senatore Abruzzo). On. Ettore Rosato (Deputato Friuli Venezia Giulia). Prof. Fabio Todero (Istitituto regionale per la Storia del Movimento di Liberazione – Trieste). Prof. Stefano Zecchi (Università degli Studi di Milano). Cavaliere Rodolfo Ziberna (consigliere regionale Friuli Venezia Giulia). Dott. Umberto Zuballi (Presidente del TAR Friuli Venezia Giulia).

Nota
Una versione di questo articolo è stata pubblicata su infofvg.it il 31 agosto 2016, col titolo: “Memorial Nazario Sauro a Udine, 9 settembre 2016”.

Suggerimento di lettura:



martedì 9 agosto 2016

Onori a Nazario Sauro a 100 anni dalla morte, Trieste



Mercoledì 10 agosto 2016, a Trieste, ci saranno le onoranze ufficiali a Nazario Sauro nel centenario della morte del famoso sommergibilista. L’evento si articolerà lungo tutta la giornata con inizio alle ore 9,30 ed avrà il suo culmine alle 19,45. 
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa di Renzo Codarin, presidente del Comitato Onoranze a Nazario Sauro.
 
Il Regio sommergibile "Giacinto Pullino" dove operò Nazario Sauro - Si rigrazia per la fotografia  la Associazione Marinara “Aldebaran” - Trieste, in particolare l'articolo nel web: LA TRAVAGLIATA FINE DEL SOMMERGIBILE «PULLINO» 1916 – 1931 
Il fatto storico
Il 10 agosto 1916 veniva impiccato per "alto tradimento" a Pola dalle autorità austriache Nazario Sauro, nato a Capodistria il 20 settembre 1880. Egli, padre di famiglia e marinaio, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale invece di indossare la divisa dell’impero austro-ungarico esfiltrò verso la sua patria, l’Italia. Seguace delle idee di Giuseppe Mazzini che parlavano di uguaglianza sociale, libertà dei popoli e unità d’Italia, frequentò i circoli istriani irredentisti, che auspicavano cioè l’annessione al Regno d’Italia di quelle terre non ancora liberate dalla dominazione dell’impero asburgico, contro il quale l’Italia si era già cimentata con alterne vicende nelle tre Guerre d’Indipendenza risorgimentali.
Il perfezionamento del percorso unitario e dell’edificazione morale degli italiani ancora difettava: l’ingresso in guerra il 24 maggio 1915 sarebbe stato decisivo in tal senso e, tra gli esempi di patrioti e martiri dell’italianità, Nazario Sauro conquistò un ruolo di primo piano per la fermezza dimostrata durante il processo che lo condannò a morte e per l’audacia con cui in precedenza aveva guidato incursioni della marina da guerra italiana sulla costa dell’Adriatico orientale.  

Il Comitato Onoranze a Nazario Sauro
Il Comitato Onoranze a Nazario Sauro, di cui l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia figura tra i fondatori e promotori, svolge per questo ogni anno una commemorazione in memoria dell’illustre capodistriano nel giorno della sua impiccagione. Ricorrendo il centenario dell’evento, la consueta manifestazione presenta stavolta un programma più ampio, nobilitato da prestigiosi patrocini (Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Stato Maggiore della Difesa, Comune di Trieste, Comune di Trento, Comune di Gorizia, Provincia di Trieste, Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, Prefettura di Trieste, Questura di Trieste) e da un Comitato d’Onore con illustri adesioni. La giornata del 10 agosto segna solamente l’inizio di un calendario di iniziative in tutta Italia che dopo il periodo estivo si rivolgeranno alle scuole intitolate a Nazario Sauro, ai Comuni che lo ricordano nella toponomastica e alle istituzioni militari per onorare le caserme a lui dedicate.

Attualmente nel Comitato d’Onore figurano le seguenti autorità: prof.ssa Ester Capuzzo (Università La Sapienza di Roma). Mons. Giampaolo Crepaldi (Vescovo di Trieste). Prof. Giuseppe de Vergottini (professore emerito Alma Mater Studiorum - Università di Bologna). Comm. Roberto Dipiazza (Sindaco di Trieste). Prof. Maurizio Fermeglia (Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Trieste). Avv. Carlo Giovanardi (Senatore Emilia-Romagna). Sen. Pietro Grasso (Presidente del Senato della Repubblica). Gen. Claudio Graziano (Capo di Stato Maggiore). Dott. Franco Iacop (Presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia). Bruno Marini (consigliere regionale Friuli Venezia Giulia). Prof. Giuseppe Parlato (Università Internazionale di Roma). Prof. Stefano Pilotto (MIB School of Management - Trieste). On. Emanuele Prataviera (Deputato Veneto). Prof. Gaetano Quagliariello (Senatore Abruzzo). On. Ettore Rosato (Deputato Friuli Venezia Giulia). Prof. Fabio Todero (Istitituto regionale per la Storia del Movimento di Liberazione – Trieste). Prof. Stefano Zecchi (Università degli Studi di Milano). Cav. Rodolfo Ziberna (consigliere regionale Friuli Venezia Giulia). Dott. Umberto Zuballi (Presidente del TAR Friuli Venezia Giulia).

Il programma
Questo, infine, il programma delle manifestazioni di domani, mercoledì 10 agosto 2016, a Trieste, a cura di Comitato provinciale di Trieste dell’ANVGD, Fameia Capodistriana e Associazione delle Comunità Istriane:
Ore   9.30      PIAZZALE MARINAI D’ITALIA (Stazione Marittima). Alza bandiera a cura dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia.
Ore 10.30      PARCO DELLA RIMEMBRANZA. Il Comitato deporrà un mazzo di fiori sul cippo dedicato a Nazario Sauro.
Ore 18.30      CHIESA DEL ROSARIO (Piazza Vecchia). S. Messa - Preghiera del Marinaio - Inizio del corteo.
BACINO SAN GIUSTO (prospiciente Piazza Unità d’Italia). Arrivo dei natanti del Circolo Marina Mercantile “Nazario Sauro” e del Circolo Canottieri “Saturnia”.
Ore 19.45      PIAZZALE MARINAI D’ITALIA (Stazione Marittima). Saranno presenti il Gonfalone del Comune di Trieste e il Gonfalone della Provincia di Trieste.
Apertura della cerimonia da parte del Presidente del Comitato Cav. Renzo Codarin.
Lettura del testamento spirituale di Nazario Sauro.
Deposizione di una corona d’alloro al monumento eretto in memoria di Nazario Sauro.
Chiusura della Cerimonia.
Ammaina bandiera a cura dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia.
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La cerimonia verrà accompagnata dalla Banda dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – Comitato Provinciale di Trieste.



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