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domenica 21 ottobre 2018

Udine, tumulati i resti dei sette italiani uccisi a Castua, presso Fiume


Adesso potranno riposare in pace. A Udine, il 20 ottobre 2018, presso il Tempio Ossario si è svolta la solenne cerimonia di tumulazione dei resti di sette vittime della violenza jugoslava alla fine della seconda guerra mondiale.
Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Il sacrario di San Nicolò, meglio noto ai friulani col nome di Tempio Ossario è un autentico luogo della memoria dell’esodo giuliano dalmata. A celebrare la funzione religiosa è stato padre Juan Carlos Cerquera Trujllo, parroco di San Giuseppe dal 2016, alla presenza di molte autorità militari e civili. Di lui e del tempio riferiremo più oltre.
A rappresentare il Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), presieduto da Bruna Zuccolin, c’era Elio Varutti, vice presidente. 

Cosa era accaduto nel 1945?
Si è letto che questi sette italiani furono legati col filo di ferro (“el fil de trinca”, in dialetto istro-veneto) e spintonati per le vie di Castua, a una dozzina di chilometri da Fiume, oggi in Croazia. Furono presi a calci e pugni fino a rompere loro qualche arto. È stato Alessandro Fulloni sul «Corriere della Sera» a riferirlo. C’è chi ha detto che furono costretti a scavarsi la fossa dove furono seppelliti, ma altre fonti narrano che fu utilizzato un trincerone anticarro che i nazisti della Todt avevano ordinato di scavare ai requisiti locali, donne e vecchi, nel vano tentativo di bloccare i carri armati jugoslavi.
Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Uno dei prigionieri di Castua, per tentare di sollevare l’animo dei catturati, gridò a squarciagola: “Viva l’Italia! Viva l’Italia!”. Secondo il racconto, egli era il giornalista Nicola Marzucco, detto Nicolino.
Questo eccidio avvenne il 3 maggio 1945 a Castua, a due passi da Fiume, quando era terra italiana. Secondo Lucia Bellaspiga, che ha scritto su «L’Avvenire» la data delle uccisioni è quella del 4 maggio. La guerra era comunque finita. I resti di sette di quei trucidati, uccisi dai partigiani titini, sono rientrati in Italia nei giorni scorsi. A ritrovare le salme sono stati gli agenti del Commissariato generale per le onoranze ai caduti. Tale ente del ministero della Difesa si occupa dell’identificazione delle salme dei militari italiani morti nelle guerre e del loro rientro in patria. Per detto ente le spoglie sono di ignoti. Ci piace di rivolgere un ringraziamento particolare, per la pubblicazione e diffusione in questo blog, a Lucia Bellaspiga e Alessandro Fulloni e alle loro rispettive testate giornalistiche.
I corpi dei caduti di Castua sono stati esumati nel mese di luglio 2018 dalle autorità croate, durante una campagna di scavo iniziata dopo una segnalazione, risalente al 1992, effettuata dalla Società di Studi Fiumani, con sede in Roma, con segretario Marino Micich. Erano nel bosco di Loza, in località Crekvina, vicino a Castua.
Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, padre Juan Cerquera alla cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Grazie ai nuovi accordi tra Italia e Croazia si è potuto verificare il rientro delle salme. Ciò è dovuto alla buona collaborazione tra l’ufficio di Onorcaduti, diretto dal generale Alessandro Veltri, con gli omologhi del “Ministry for Croatian Veterans for Detainees and Missing Persons”. 
Molto interessante è tale collaborazione tra italiani e croati. Potrà condurre a nuove indagini a Fiume e in certe zone della Dalmazia e dell’Istria. Sono questi i luoghi della tragedia delle foibe. Tali uccisioni e eliminazioni durante il conflitto e nei mesi successivi ad esso provocò la scomparsa di circa 12 mila italiani, per la pulizia etnica titina.

I nomi degli assassinati
Si è cercato di stabilire il nome dei trucidati. Uno dei nomi su cui c’è «la ragionevole certezza» della sua identità è quello di Riccardo Gigante. Egli era senatore del Regno, ma anche ex sindaco ed ex podestà di Fiume, stretto collaboratore di Gabriele D’Annunzio e, infine, repubblichino di Salò.
Altri due individui possibilmente riconosciuti sono il giornalista Nicola Marzucco e il vicebrigadiere dei carabinieri Alberto Diana.
La Società di Studi Fiumani è riuscita a trovare un nipote di Riccardo Gigante, di nome Dino, dirigente d’azienda in pensione. Costui si è detto disponibile a sottoporsi all'esame del Dna, per avere la prova che uno dei resti ritrovati appartenga a suo nonno. Non sono stati individuati, per ora i discendenti dei caduti Marzucco e Diana.
Nella fossa furono gettate dagli slavi anche ossa di animali. Questo era un misero stratagemma titino per mescolare le carte, in  caso di una esumazione.
La buca fu localizzata nel 1992 da Amleto Ballarini, già presidente della Società di Studi Fiumani. Egli raccolse il primo racconto di don Franjo Jurcevic, oggi parroco della chiesa di Sant’Elena a Castua. Il prete conosceva i fatti poiché gli erano stati riferiti da alcuni fedeli. Altre informazioni fondamentali giunsero dai racconti della moglie e di due figlie di Vito Butti, uno dei trucidati di Castua. Era egli maresciallo della Guardia di finanza. Fu l’unico di cui, tempo dopo, vennero recuperate le spoglie mortali, per tumularle in un cimitero vicino.
Si qui si è operato grazie agli articoli di Alessandro Fulloni sul «Corriere della Sera» e di Lucia Bellaspiga, su «L’Avvenire», che si intende ringraziare per la diffusione e pubblicazione nel blog presente.


Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Un alpino con il fazzoletto di Fiume. Fotografia di Elio Varutti

Ancora sul Tempio Ossario di Udine
Quando il Centro di smistamento profughi di via Pradamano a Udine era pieno di ospiti venivano utilizzate altre strutture cittadine per accogliere gli italiani d’Istria, Fiume e Dalamzia in fuga dalle violenze dei titini. Per una notte fu utilizzato anche al Tempio Ossario nella cui cripta vennero accolti esuli sino al 1959. Un’esule da Pola, Maria Millia, ha ricordato che, verso il 1949, i suoi genitori Anna Sciolis e Domenico Millia, rinomato fabbro di Rovigno, assieme ad altri profughi istriani furono ospitati nel Tempio Ossario di Udine, dato che “El Campo jera pien”. Nel 1959, appunto, erano ancora accolte alcune persone dell’esodo nella stessa chiesa. “Una famiglia è ospitata nella cripta del Tempio Ossario – riporta «L’Arena di Pola» del 28 aprile 1959 – chi all’asilo notturno e altri nelle case diroccate di via Bertaldia, ora demolite”. Si pensi alla coincidenza: proprio nell’area di via Bertaldia, via Manzini fu inaugurato, il 26 giugno 2010, il Parco Vittime delle foibe.
Un altro dato di carattere patriottico. Il Tempio Ossario si trova in piazzale XXVI luglio 1866, giorno nel quale la cavalleria italiana entra in città liberandola dall’oppressione austriaca. Era appunto il 26 di Luglio del 1866 e la città di Udine abbandonata dagli austriaci vide entrare dal Stradon per Venessia l’esercito italiano del generale Brignone verso Porta Poscolle. Tra i primi uomini ad entrare in città c’è un garibaldino udinese e poi colonnello dello squadrone 6° Aosta Cavalleria. Si chiamava Bernardino Berghinz (1841-1925), come ha scritto Mario Blasoni sui Berghinz, a p. 66 di un suo bel libro.
Stando a quanto ha scritto don Tomasino Crist, che era presente nel 1866, la gente di Udine si mostrò con: «Gran bandiere tricolori, grandi feste, grandi evviva, gran piacere e gioia, gioia e piacere di cuore». Non tutti gli storici condividono questa testimonianza.  La cronaca di don Tomasino Crist è citata da Faleschini 1957, pp. 681-689.


Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, anche Loris Michelini, vice sindaco di Udine alla cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Padre Juan Cerquera, un religioso di Udine vicino agli esuli giuliano dalmati
È molto vicino agli esuli giuliano dalmati, padre Juan. Nel 2017 ha accolto con piacere il rito di recitare il rosario al Villaggio giuliano di via Casarsa. Rito ripetuto con ulteriore partecipazione anche nel 2018. Non è tutto. C’è stata la prima santa messa celebrata al Villaggio Giuliano di Udine. È stata una cerimonia semplice, partecipata e di alto valore simbolico quella del 16 giugno 2017, alle ore 19, col coro di San Rocco. È la prima volta che si è celebrata una funzione all’aperto vicino alla Madonna della Rinascita del Villaggio Giuliano, nella zona di Viale Venezia. L’icona è opera del 1952 dello scultore Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone 1876-Roma 1962). Si tratta di un bassorilievo in bronzo, intitolato appunto Madonna della Rinascita.


Messaggi dal web
In merito al presente articolo, si pubblica volentieri un eccezionale commento di Flavio Fiorentin, esule da Veglia e componente dei Revisori dei conti del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, inviato all’autore per posta elettronica il 22 ottobre 2018. La sua testimonianza getta un po’ di luce sull’arresto di Riccardo Gigante, come si può notare dalle righe seguenti.
“Caro professore, mi riferisco all’articolo sul rientro dei resti di sette trucidati di Castua – ha scritto Flavio Fiorentin – In particolare vorrei precisare che l’Organizzazione TODT faceva scavare trinceroni o blocchi stradali nei dintorni ed alla periferia di Fiume nell’ultimo mese di presenza tedesca in città non tanto per bloccare carri armati titini (peraltro simbolici o inesistenti), ma piuttosto per confondere il nemico sui punti in cui i tedeschi avrebbero opposto resistenza e tentare invece lo sganciamento improvviso per confluire in Trieste ed attendervi l’arrivo degli anglo-americani.
Le squadre di lavoro erano formate da giovani e uomini reclutati anche e soprattutto in Fiume tra quanti non avevano un lavoro od una occupazione essenziale. Ad esempio ne faceva parte il portinaio dello stabile dove abitava la mia famiglia. Era anche un modo per tener impegnate persone tra le quali avrebbero potuto nascondersi partigiani e terroristi.
Alle cinque le squadre dei lavoratori rientravano in città scortate da pochi ed anziani soldati tedeschi e si scioglievano in piazza Dante dopo aver disceso la scalinata cantando, sull’aria di una marcia tedesca, il seguente ritornello:
                                     Fiumani demoghèla,
                                     La vita xe più bela!
                                     Ribaltòn ,ribaltòn
                                     ghe molèmo sto bidòn.
                                     Viva el ribaltòn!
I soldati di scorta, ritenendo si trattasse della traduzione italiana della loro marcetta, scendevano la scalinata tutti impettiti.
Con riguardo al senatore Gigante, residente di fronte al palazzo in cui abitavo con i miei genitori, egli scriveva spesso articoli sul quotidiano cittadino «La Vedetta d'Italia». All'inizio del 1944, deluso per l’assenza delle truppe italiane ricostituite nell’area del Quarnaro (ad eccezione di alcuni reparti della X Mas) e per il progressivo controllo tedesco anche sulla Amministrazione civile, scrisse un forte articolo dal titolo significativo "Se ci sei, batti un colpo". Solamente il 3 maggio 1945, dopo la ritirata notturna dei tedeschi verso Trieste, le truppe titine scesero in città ed all’alba dello stesso giorno l’OZNA venne ad arrestare il sen Gigante, che aveva rifiutato di abbandonare Fiume.
Prima di seguire gli agenti egli, che era ancora in pigiama, chiese di potersi vestire ed indossò la divisa fascista. È probabile quindi che fosse proprio lui ad essere particolarmente martirizzato nell’ultima camminata verso il luogo dell’esecuzione. Tutto ciò l’abbiamo saputo dal racconto della vedova. Con i migliori saluti. Flavio Fiorentin”.
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Ecco un’altra informazione. Leggiamo nel libro di Cristina Scala, intitolato Cuore di bambina a Fiume nell’anno 1947, che nel Golfo del Quarnaro la Todt aveva sede a Mattuglie (Matulji, in croato) in un grande edificio, dove avveniva “lo smistamento di migliaia di lavoratori e studenti obbligati alla costruzione dei bunker e di altre opere di difesa che poi all’occorrenza non venero mai usate” (Scala 2018, p. 14).

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Ringraziamenti
Si è grati all’architetto Franco Pischiutti, di Gemona del Friuli (UD) per la collaborazione riguardo allo studioso del Risorgimento friulano Tonin Faleschini. Grazie a Flavio Fiorentin, esule da Veglia a Udine, per la sua preziosa testimonianza su Fiume 1945 e sull’arresto di Riccardo Gigante da parte dell’OZNA, la polizia segreta militare iugoslava. 
Ci piace ringraziare, per la pubblicazione e diffusione in questo blog, Lucia Bellaspiga e Alessandro Fulloni e le loro rispettive testate giornalistiche.
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Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, anche Paola Del Din, medaglia d'oro al valor militare alla cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Riferimenti bibliografici e del web
- Lucia Bellaspiga, Foibe. Dopo 73 anni una tomba per le vittime di Tito: "Precedente che farà storia", «L’Avvenire», 20 ottobre 2018.

- Mario Blasoni, Vite di friulani, vol. V, Udine 2011.

- Antonio Faleschini, Il ’64 e il ’66 in Friuli, «Rassegna Storica del Risorgimento», XLIV (1957), fasc. IV, pp. 681-689.

Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti


Cristina Scala, Cuore di bambina a Fiume nell’anno 1947, s.e., Portogruaro (VE), 2018.

- E. Varutti, Prima messa al Villaggio Giuliano di Udine, on-line dal 18 giugno 2017.

- E. Varutti, Il rosario al Villaggio Giuliano di Udine, on-line dal 27 maggio 2017.
Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, dopo la cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

- E. Varutti, Santo Rosario al Villaggio Giuliano 2018. Bella iniziativa a Udine, on-line dal 27 maggio 2018.

- Elio Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017. Anche nel web.
https://www.academia.edu/36303656/Italiani_d_Istria_Fiume_e_Dalmazia_esuli_in_Friuli_1943-1960._Testimonianze_di_profughi_giuliano_dalmati_a_Udine_e_dintorni
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Oggetti trovati nell'esumazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua, presso Fiume, 2018. Fotografia ripresa dal web

Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, E. Varutti e Sebastiano Pio Zucchiatti. Fotografie di Elio Varutti, da collezioni citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

domenica 13 maggio 2018

Fiume 1945, Graziella Superina salvata dal dottor Blasich, poi soffocato dai titini


Il memoriale che si pubblica qui di seguito è stato scritto da Graziella Superina, nata a Fiume, esule a Genova e deceduta nel 2011.
Michele Ugo Galliussi, Foibe, 2018, china su carta, cm 21 x 29,8. Courtesy dell’artista
È datato 31 gennaio 2001. Graziella è la moglie di Aldo Tardivelli, classe 1925, un altro fiumano ricco di ricordi e di racconti sui fatti di Fiume dal 1943 al 1948. La signora Graziella Superina ha intitolato così il suo racconto “L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. Blasich”.
È un resoconto diretto e con ricordi di altri compaesani ed amici riferito soprattutto ad un momento assai critico della vita di Fiume, quando cioè i tedeschi alla fine di aprile 1945 abbandonano la città, dopo averne messo fuori uso il porto con l’esplosivo. È il momento in cui entrano i partigiani titini ai primi di maggio.


Per scrupolo si riporta che i partigiani di Tito entrarono a Fiume il 3 maggio 1945. Piombarono essi da Drenova e intorno alle ore 10 e mezza passarono pure da Sussak. Procedevano in fila per due, molto prudenti lungo Via Roma. Molto malridotti nelle divise, qualcuno era perfino privo di scarpe, erano essi preceduti da reparti di sminatori jugoslavi.
Iniziarono di lì a poco i sequestri di beni e di persone, ad opera dell’OZNA, la polizia segreta jugoslava. Accadde così a Riccardo Gigante, prefetto della Provincia del Carnaro,  proprio il 4 maggio 1945 “arrestato dagli slavi, venne tradotto a Castua ed ivi subì il martirio”. (Bollettino di Informazioni, Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato).
Si sa che l’Odeljenje za Zaštitu NAroda, (OZNA), ossia il Dipartimento per la Sicurezza del Popolo, la spietata polizia politica di Tito, dopo la guerra, secondo lo storico Igor Žić ha giustiziato 300 persone. Non ci sono fonti attendibili, come ha scritto Mihael Sobolevski nel 2002. Costui e Amleto Ballarini hanno tuttavia stabilito in 2.640 il numero delle vittime italiane di Fiume per il periodo 1940-1947. È un dato scientifico condiviso.
Secondo altre fonti, alla fine della guerra, alcune centinaia di italiani scomparvero da Fiume. Certi furono eliminati, con tutta probabilità, nella vicina foiba della Bezdanka; altri in fosse comuni, come anzitutto quella di Castua / Kastav (a 10 km. da Fiume ). Il 4 maggio 1945, proprio a Castua, i titini uccidevano, senza processo, un gruppo di cittadini italiani. È Fabrizio Federici a darne notizia nel 2017.
Al testo originale di Graziella Superina sono state apportate alcune lievi modifiche grafiche e di punteggiature dal curatore per renderlo ancor più scorrevole nella lettura. (Elio Varutti)

L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. BLASICH

Molti ricordi lontani di Fiume ormai sono fiochi. La maggior parte delle idee sono diventate sacrosante, pura esattezza, come i misfatti accaduti in tutta la Venezia Giulia dal 1943 al 1948. È stato un “piccolo olocausto”.
Inizio con la notte del 25 luglio 1943, e l’annuncio della caduta del fascismo. Il convulso incalzare degli avvenimenti travolse migliaia d’innocenti, sacrificati all’interesse di pochi, in quella terra martoriata, in tutte le guerre, come una maledizione. L’Istria fu l’epicentro dell’imminente tragedia. A tale annuncio non ebbe seguito alcuna manifestazione di rilievo, c’era una stanchezza generale della popolazione di fronte ad una tragica realtà di un paese già provato e debilitato per troppi anni di guerra. I vecchi alleati tedeschi, che occupavano gran parte del paese, già da lungo tempo, avevano elaborato piani precisi per assicurarsi il controllo del territorio in caso d’emergenza. Ciò avrebbe segnato un periodo ancora più nefasto per tutti.
I continui arretramenti del fronte e la sempre critica situazione generale, indussero gli ufficiali tedeschi ad accelerare i lavori di difesa delle fortificazioni e sbarramenti d’ogni tipo, in una linea che correva lungo il tracciato del vecchio confine della Jugoslavia. I partigiani di Tito riuscirono ad avvicinarsi sempre più alla città respingendo i tedeschi sfiduciati, ma sempre tenaci combattenti. Seguirono i primi colpi di cannone e le granate cadevano sulle vie e sulle case della città. L'esplosione d’ogni colpo di mortaio significava la distruzione di case, e famiglie senza tetto o peggio ancora altre vittime.
Riccardo Zanella, a sinistra, e Mario Blasich. Foto del Museo di Fiume a Roma

Abitavamo in Via Bellaria, di fronte al Tempio Votivo di Cosala. Durante le ore della giornata del 28 aprile 1945, dal monte di Tersatto, i partigiani avevano iniziato a lanciare innumerevoli granate sulla città. Erano passati parecchi giorni e a quel tamburellare di granate eravamo assuefatti e alcuna voglia di correre nel rifugio antiaereo della casa. Imprudentemente io e mia sorella Leandra siamo rimaste in casa ad ascoltare le ultime notizie dalla radio. Una granata ha colpito il tetto della casa sfondandolo, proprio sopra le nostre teste mentre avevamo mentre la radio annunciava la cattura di Mussolini e la sua condanna a morte.
Rimasi gravemente ferita e mia sorella a causa dello spostamento d’aria andò a finire dentro l’armadio, rimanendo lievemente ammaccata e stordita, ma illesa.
Devo seguitare a raccontare mischiando quello che ricordo e quello che me’ é stato riferito, giacché non potevo vedere e sentire quello che stava accadendo intorno a me. Ero nello stato dell’incoscienza tra la vita e la morte.
In lontananza si sentivano le esplosioni delle altre granate e l’ululato delle sirene che penetrava fin dentro le ossa. Dopo alcune ore, in un momento di tregua dei belligeranti, ero stata soccorsa da due vicini di casa che erano volontari dell’Unione Nazionale Protezione Antiaerea (UNPA). Erano i signori Giuseppe Simich e Mario Sirola. Ambulanze e barelle purtroppo non erano a disposizione in quei momenti terribili. Tutto era a giudizio dei soccorritori, che decisero per il mio trasporto all’ospedale, ma ciò essere eseguito immediatamente, data la gravità delle ferite. A Sirola venne l’idea di smontare una porta della camera, affinché facesse funzioni di barella. Con la forza delle sole braccia e per una lunghezza di circa un chilometro fui trasportata verso l’Ospedale Civile. Sulla città, con gran fracasso, cadevano altre granate titine lanciate dalla vicina collina di Tersatto. Andavano a cadere lungo il percorso, sollevando delle nuvole di polvere, ma non altro. Quella corsa verso l’Ospedale era divenuta lunga e piena d’insidie. Ero ancora fuori conoscenza.
Una giovane Graziella Superina a Fiume. Collezione Aldo Tardivelli, esule fiumano a Genova

Strada facendo e, dopo aver percorso alcune centinaia di metri, i soccorritori preoccupati della mia vita, si fermarono nella casa del dottor Mario Blasich, affinché potessi ricevere le prime cure, data la gravità delle ferite riportate. Il medico, poiché era paralizzato dalla vita in giù, era seduto su una sedia a rotelle ma in condizioni di prestare energicamente la sua opera. La situazione si presentava molto grave. Alcune schegge erano penetrate sotto il costato, altre più piccole nelle braccia e nelle gambe, mentre altre più numerose che avevano colpito il viso lo avevano trasformato in una maschera sanguinolenta. Il medico dovette intervenire subito. Con mano sicura rimosse tutte quelle schegge eseguendo le medicazioni necessarie, sollecitando i miei soccorritori a recarsi immediatamente all’Ospedale.
Ricordo di nuovo di avere avuto un momentaneo risveglio, mentre giacevo ancora sopra quella curiosa porta che fungeva da barella. Avevo vicino una moltitudine di feriti che si lamentavano e il mormorare dei miei soccorritori, per la situazione in cui si erano venuti a trovare ma sicuri che, solo l’immediato aiuto del dottor Blasich, avrebbe potuto salvarmi la vita. Mi dissero che la mia faccia esprimeva una tale sofferenza che non si sapeva più che inventare per alleviarla un po’.  Momentaneamente potevo essere considerata tra i pazienti destinati a campare. Passarono diversi giorni. Non vivevo che allo scopo di ringraziare il Dottore.
Il giorno della “Liberazione” era arrivato anche per la città di Fiume. La città era semidesertica. Erano passate molte ore da quando i tedeschi se n’erano andati; piccoli gruppi di cittadini, in buona fede avevano aperto le porte della città ai “Liberatori”. Armati di uno spirito di vendetta, non tardarono a mettere in atto il loro programma di sterminio contro i capi del popolo autonomista di Fiume.
Era passata solamente una settimana da quando il medico mi aveva accolto nella sua casa e nella notte del 3 maggio 1945 il dottor Mario Blasich, fu soffocato tra i cuscini del suo letto, ove “giaceva infermo”, da quattro partigiani di Tito. Egli fu uno fra i primi e tanti patrioti italiani che furono massacrati in quei giorni tremendi. Blasich era già stato condannato a morte dall’Austria, poiché  volontario italiano della guerra 1915-1918 e fu decorato al valore militare dal Regno d’Italia.
In quelle stesse notti dei primi di maggio 1945, nomi illustri si aggiunsero ai meno noti. Questa  strage d’innocenti continuò in seguito. Erano delle bravate di armati fino ai denti. I titini, tra bandoliere e mitra parabellum, giravano per la città penetrando nelle abitazioni e assassinando i malcapitati italiani.
Ficha Consular de Qualificação / Modulo di qualificazione consolare, del 2 ottobre 1951, emesso dal Consolato brasiliano di Napoli per Anna Squasa, nata a Fiume nel 1912. Ringrazio il signor Massimo Speciari che ha diffuso in Facebook questo importante documento di emigrazione verso il Brasile e che qui si riproduce per i lettori

Naturalmente queste cose non le sapevo. Ricordo ancora oggi che, in quei terribili giorni e in quelle brutte notti, l’aria era molto tesa. Ricordo che entrarono in Ospedale gruppi di partigiani in armi, bramosi di vendetta, alla ricerca di soldati tedeschi feriti e di civili indesiderati.
Ero ormai fuori pericolo, incominciavo di nuovo a vivere e finalmente potevo discorrere con la mamma invitandola a recarsi, quanto prima, dal mio salvatore, per ringraziare e per compensare la sua prestazione. Mia madre si era recata nella casa del Dottore e aveva avuto la triste notizia del suo assassinio dai suoi famigliari sconvolti.
Voglio allora ricordare qui il dottor Mario Blasich per l’aiuto che ho ricevuto. A tutti i Fiumani desidero dire che non dimentichino il suo tragico destino. Fino all’ultimo giorno aveva salvato la mia vita e altre ancora, come quella della signora Elvira Liubi vedova Rusich, esule in Toscana. Vedi: l’articolo pubblicato sulla «Voce di Fiume» il 26 ottobre 2000, N° 9.
Ancora tante grazie ai mei soccorritori dell’UNPA Giuseppe Simich e Mario Sirola, ovunque si trovino.

Graziella Superina 

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Collezioni private
- Graziella Superina, L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. BLASICH, Memoriale della Collezione di Aldo Tardivelli, esule da Fiume a Genova, formato Word, Genova Pontedecimo, 31 gennaio 2001, pp. 3.
- Collezione Massimo Speciari, di Fiume, emigrato in Brasile, vive a Itatiba, Stato di San Paolo, Brasile. Notizie nel web

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Video intitolato “Foiba di Basovizza”, prodotto dagli studenti della classe III media e dai loro professori dell’Istituto comprensivo “Giovanni Cena” di Latina, luglio 2017.

Riferimenti bibliografici e nel web
- «Bollettino di Informazioni», Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato.


- Mihael Sobolevski, “Fiume, una storia complessa / Zamršena povijest Rijeke”, in Amleto Ballarini, Mihael Sobolevski (a cura di / uredili), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, 2002, pp. 147-197.

- E. Varutti, Diario di Carlo Conighi, Fiume aprile-maggio 1945, on-line dal 7 giugno 2016.

- E. Varutti, Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948, on-line dal 22 gennaio 2017.

Ringraziamenti
Il curatore di questo articolo desidera ringraziare sentitamente il professor Michele Ugo Galliussi, di Udine, che con grande sensibilità artistica ha saputo dipingere il tema della foiba appositamente per le pagine di questo blog.
Si ringrazia pure Aldo Tardivelli, per l’invio del Memoriale della sua cara signora.


Ringrazio, infine, i signori Laura Brussi, esule da Pola e Carlo Cesare Montani, esule da Fiume, per la riproduzione del video intitolato “Foiba di Basovizza”, prodotto dagli studenti della classe III media e dai loro professori dell’Istituto comprensivo “Giovanni Cena” di Latina, luglio 2017.