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venerdì 14 dicembre 2018

I diorami di Franca Venuti, affascinanti microcosmi al Museo Etnografico, Udine

La mostra di diorami di Franca Venuti è stata inaugurata venerdì 14 dicembre 2018 alle ore 16 da Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine.
Franca Venuti Caronna, Cramârs, diorama in legno, stoffa, sassi, metallo ed altri materiali, cm 20 per pupazzo, Museo Etnografico del Friuli, Udine, 2018. Fotografia di Elio Varutti

“Questi microcosmi di vita friulana – ha detto Cigolot – sono come un augurio per un sereno Natale a tutti voi e ai visitatori, che mi auguro siano molti, dato che la rassegna sarà aperta fino al 3 febbraio 2019”.
Ha aperto l’incontro Tiziana Ribezzi, responsabile del Museo Etnografico del Friuli, accennando al grande impegno di studio, di ricerca e di produzione delle meravigliose riproduzioni in scala ridotta della Venuti per rappresentare scene di vita popolare friulana. Ha poi parlato il professor Elio Varutti, studioso dei cramârs, i venditori ambulanti del passato, dato che l’ultima creazione di Franca Venuti per Palazzo Giacomelli, sede del museo, è proprio un’ambientazione di tre cramârs vicino ad un’antica casa ladina. Sono sedici le postazioni messe in mostra dall’artista e tutte attirano l’attenzione per la dovizia di particolari e la precisione nella realizzazione.
Tra il folto pubblico dell’inaugurazione si sono notati, tra gli altri Licio Damiani, critico d’arte, Lara Magri, della Biblioteca e del Museo Etnografico di Malborghetto (UD) ed Enzo Cainero, dirigente sportivo.
Udine, Museo Etnografico del Friuli, Fabrizio Cigolot parla con Franca Venuti Caronna e Tiziana Ribezzi, di spalle. Fotografia di Elio Varutti

Che cos’è un diorama?
Un diorama è un plastico o una ambientazione in scala ridotta di scene varie. È un modellino tridimensionale. È una ricostruzione usata nei musei per mostrare l’ambiente dei dinosauri, oppure una trincea della Grande guerra. In architettura il plastico serve a mostrare in forma rimpicciolita un progetto di edifici, ponti, porti e piani urbanistici. Persino la polizia scientifica dei paesi anglosassoni lo utilizza per ragionare e individuare meglio la sequenza di un crimine.
C’è chi ha avvicinato i diorami della Venuti alle pitture di Otto D’Angelo, in Friuli e a Tiberio Giurissevich per l’Istria, per la ricerca storica che sta a monte di tali opere. I diorami sono plastici e pitture del ricordo, legate ad un attento studio in chiave filologica. Fûc e ricuart. Microcosmi nelle collezioni di Franca Venuti Caronna è il titolo della mostra presso il Museo Etnografico del Friuli di Udine. L’artista prima studia, poi fabbrica, cuce, costruisce, riproduce e ricicla materiali per ottenere questi straordinari scenari di vita quotidiana del passato. Sono lavori certosini e meravigliosi. Li si guarda con grande attenzione e si resta a bocca aperta.
Udine, Museo Etnografico del Friuli, il pubblico in sala espositiva. Fotografia di Elio Varutti

L’autrice è una folclorista? È una esponente di un realismo miniaturizzato? In fotografia hanno trovato posto i realisti degli anni 1920-1930, come Ugo Pellis e Paul Scheuermeier. Poi ci sono stati il neorealismo in cinematografia e i neorealisti del Gruppo Friulano per la Nuova Fotografia, del 1955-1960. Questi, di Franca Venuti, sono lavori artistico artigianali di una realtà rimpicciolita.
L’artista ci mostra i più caratteristici “fogolârs”, i focolari, le calde cucine delle tradizioni popolari friulane. Poi c’è il “camarin”, ossia la dispensa. In un’altra “scatola fantastica” (“magic box”) c’è una vecchia latteria, la stalla, la stube e così via.
Artista originale Franca Venuti è autodidatta, iniziando la sua carriera artistica verso la metà degli anni Ottanta. È molto attratta dall’antiquariato friulano, dal restauro e dall’arredo d’interni. È fondamentale questo background, per la precisione con cui rende la vita quotidiana nelle sue “scatole fantastiche”. Si è interessata di composizioni di fiori secchi e di creazioni con la pasta di farina e sale. Crea e dipinge su ceramica. I suoi diorami sono stati esposti in Friuli, in Austria, in Canada e negli USA. 
Guardando le sue ricostruzioni in miniatura siamo immersi tra sogno e realtà. Ci sfiorano fantasia e ricordo. Tutto ciò fuoriesce dalle creazioni della Venuti, che opera con la mente sapiente e col cuore di donna.
Udine 14 dicembre 2018 - Il pubblico ci dà dentro con lo smartphone per riprendere qualche immagine alla mostra di Diorami di Franca Venuti Caronna. Fotografia di Elio Varutti

Catalogo dei diorami della Venuti
L’artista affronta vari generi nei suoi diorami. C’è quello documentale, per gli interni delle abitazioni della Carnia, della Val Canale e per gli anniversari. C’è l’aspetto ambientale ecologico, in cui si trova il gusto del tipico interno del Friuli e della montagna, dove si recuperava ogni bene, senza spreco. C’è un piano di lettura estetico, come quando l’artista indugia sui colori degli abitini,  sulle composizioni plastiche e sulle scenografie, quasi come in un set cinematografico. C’è un quarto aspetto funzionale e didattico, quando spiega al visitatore e allo studente i modi di vita del passato e i sistemi di lavorazione dei prodotti. C’è un aspetto sociologico, infine, perché ci mostra il passaggio delle classi sociali, dal semplice venditore ambulante al cramâr titolare della fraterna compagnia che e si furnive a Vignesie li dal speziâr Silvestrini, sot di Rialto… e poi via per il mondo tedesco (Monaco, Würzbug, Augusta, Vienna, Cracovia, Praga, Budapest) a vendere con uno stuolo di garzoni, passando per il Passo di Monte Croce Carnico, per il Passo della Mauria o per Coccau. Il primo farmacista di Zagabria si chiamava Alighieri, parente del sommo poeta, e si riforniva sicuramente dai cramârs della Carnia.
Udine 14 dicembre 2018 - Il pubblico imbambolato davanti alle opere di Franca Venuti Caronna. Fotografia di Elio Varutti

Residui dei cramârs
Esistono in Francia delle statuine particolari. È come un cramâr, ma è chiamato “santon”, una statuetta del presepe (di 8 cm) di terracotta. Comprata a Saint Rémy de Provence (Francia), nel 2008, ci mostra il venditore ambulante di stoffe. 
Dalla Germania viene un pupazzo (cm 14,50) rappresentante il venditore ambulante di giocattoli. È un “Räuchermann” (fumigatore d’incenso). Comprato a Dresda nell’aprile 2011. Il basto è simile a quello usato dai cramari della Val Badia (provincia di Bolzano). Se il mercato lo richiedeva, vedeva anche forbici, tabacco e stampe religiose.
Franca Venuti Caronna, Diorama in legno, lana, metallo, carta ed altri materiali, 1993, esposto al Museo o Etnografico del Friuli, Udine. Fotografia di Elio Varutti

Storia dei cramârs
Alcuni autori sostengono che il rilancio degli scambi mercantili interessò il Friuli sin dall’infeudazione del Patriarcato di Aquileia, avvenuta il 3 aprile 1077, a favore del patriarca Sigeardo di Pleien, da parte dell’imperatore Enrico IV. Analizzando l’intitolazione delle chiese locali, è stato scritto che c’è un’influenza d’Oltralpe. Ad esempio a Sutrio, in Carnia (area montana occidentale del Friuli), così avvenne per l’intitolazione della chiesa di Sant’Ulderico “attraverso i cramari, che sin dai tempi più antichi si spingevano in Germania, Austria e Boemia”. Vedi: G. Biasutti, “Spunti di agioidiologia per il Canale di S. Pietro in Carnia”, in: Darte e la Cjargne, Udine, Società Filologica Friulana, 1981. Vedi pure R. Tirelli, I patriarchi. La spada e la croce, Pordenone, Ediz. Biblioteca dell’Immagine, 2000.
Il Focolare. Fotografia di Elio Varutti

C’è chi fa addirittura il nome della compagnia di mercanti ambulanti che importarono il rituale a Sutrio, come riporta Domenico Molfetta: “È certo, per esempio, che furono gli Straulino, cramârs operanti in quel tempo ad Augsburg, a portare a Sutrio, subito dopo il 1000, il culto di Sant’Ulderico, vescovo di Augsburg, canonizzato nel 993”. Vedi: F. Bianco – D. Molfetta, Cramârs. L’emigrazione dalla montagna carnica in Età Moderna, Udine, Camera di commercio, 1992, 162. Vedi pure: E. Varutti, “Stoffe da reliquia e rilancio economico. Tessitori tra Bologna, Ferrara, Venezia e il Friuli”, «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», Udine, n. 11, 2009, 98-111.
I merciaioli ambulanti in Friuli fino all’Età Moderna sono chiamati “cramari” – in friulano “cramârs” o anche “cràmars” – dal tedesco medio alto “krâme”, che significa “cassetta di legno”, utilizzata per portare le merci a spalla, detta in friulano pure “crame” o “crassigne”. Vocaboli in G.A. Pirona – E. Carletti – G.B. Corgnali, Il nuovo Pirona. Vocabolario friulano, Udine, Bosetti, 1935.
Vendevano tele, fili, spezie, pelli e medicamenti. In chiave economica furono molto importanti per tutto il territorio locale, poiché univano il mercato di Venezia con quello di lingua tedesca e portarono non poche ricchezze in patria. Studiosi di livello internazionale, come Paul Freedman, docente all’Università di Yale, hanno scritto che sono stati i veneziani, i genovesi, i catalani e i provenzali a distribuire al dettaglio agli europei le spezie trattate ad Alessandria, in Egitto. Si veda: P. Freedman, Il gusto delle spezie nel Medioevo, Bologna, Il Mulino (ediz. orig.; New Haven, 2008), 2009, 135.
E le donne dei cramari? Ecco la storia di Anna Pustetta Cramaria, moglie di Bartolomeo Pustetto Matterialist, che promette a Nicolò Colinassio di Comeglians una “Potenta” (Patente) per 18 fiorini. I cramari erano detti anche Matterialist, alla tedesca, poiché vendevano generi materiali. Il Colinassio promette di pagare nel 1698 fiorini 24. Più alle “Ferie Paschali” la seconda rata 20 fiorini e ultima rata al venturo San Michele fiorini 20. Vedi: ASUd, ANA, b 3770, Notaio Valentino Gussetto, Rigolato, 4 ottobre 1697.
Udine 14 dicembre 2018 - Una parte del pubblico alla mostra di Diorami di Franca Venuti Caronna. Fotografia di Elio Varutti

Nel Museo Etnografico del Friuli c’è il ritratto di Orsola Cussina, moglie di Giovanni Battista Cussina (1713-1774), di Treppo Carnico. È un olio su tela dei Civici Musei di Udine. Orsola ebbe 9 figli. Giovanni fu “libero commerciante” a Mannheim. Il quarto figlio, Domenico o Dominik Cussina (1748-1817) fu commerciante di Kaiserslautern, consigliere comunale e “sindaco per un anno” dal 1789 al 1795. Alle figlie, Maria e Cattarina,  toccò una dote di 200 ducati ciascuna. Vedi: E. Varutti, “I Cussina di Treppo Carnico cramars nelle parti di Germania”, «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», n. 6, 2000,  35-43.

Le donne dei cramars
Le donne dei cramârs restavano in Carnia. Legate all’emigrazione del marito, del padre, dei fratelli e dei figli, dovevano gestire la famiglia e l’azienda, ossia gli affari della “fraterna compagnia”. Nel Novecento certe donne emigravano.
Fino agli anni 1950-1960 iniziava proprio nel portico di Palazzo Giacomelli la fissazione del prezzo dei fusi e dei mestoli in legno che le donne di Claut e della Carnia andavano poi a vendere in città. Fonte: Caterina Eleonora “Rina” Bernardinis (Castiglione delle Stiviere, MN 1908- Udine 2010), intervista del 24.10.1995. Attilio Roiatti e Giorgio Romanello, gestori dell’osteria da Fusâr, Udine, ricordano dove riposavano «lis Sedonariis, o lis fusanis» e i loro uomini, giunti coi carri dalla Val Cellina e dalla Carnia. “Sedonariis” perché?
Udine 14 dicembre 2018 - Gli oggetti dei cramari alla mostra di Diorami di Franca Venuti Caronna. Fotografia di Elio Varutti

In lingua friulana “sedon” significa cucchiaio. Si potrebbe tradurre il loro mestiere con la parola di “mestolaie”. L’osteria da “Fusâr”, di Via Pradamano, a Udine, reca quel nome (il fusaio, o fabbricatore di fusi per filare), proprio in onore di quelle donne, che, gerla in spalla, ripiena di mercanzia, affrontavano, camminando, i percorsi dei loro tentativi di vendita domiciliare. «A vignivin di Claut – ha detto il signor Gino Nonino, di Baldasseria – e a lavin a durmî tal toglât dai Roiats lì di Fusâr» (Venivano da Claut, in provincia di Pordenone, e andavano a dormire nel fienile dei Roiatti, da Fusâr). In un’altra intervista si è saputo che «Me nono Zuanin Roiatti, nassût tal 1863 e muart tal 1941 – ha riferito Elsa Roiatti - che al faseve l’ustîr, al dave di durmî ai fusârs e a lis sôs feminis e alore ducj lu clamavin fusâr» (Mio nonno… faceva l’oste e dava da dormire ai fusai e alle loro donne e allora tutti lo chiamavano fusâr).
Erano donne di Cimolais e Claut, in provincia di Pordenone, oppure della Carnia. C’era una certa Letizia Sottocorona, da Collina di Forni Avoltri. Dalle 293 interviste, raccolte dai ragazzi dello Stringher nel 2004, si è saputo che “lis sedoneris” venivano chiamate anche con altri appellativi. Ad esempio “lis montagnaris”, poiché scendevano coi carri e i loro uomini, dalle montagne...

Emigrazione dal Friuli, in pillole
1) Emigrazione del Sei-Settecento, l’epopea dei cramars. Nel 1679 sono assenti in Carnia 1690 persone, 49 donne; ovvero il 3%  (Nicolò Corner, Elenco assenti dalla Patria).
2) La seconda fase dell’emigrazione va dal 1813 al 1866, quando il Friuli appartenne al Regno Lombardo Veneto. Nel 1818 chiuse l’opificio di tessitura Linussio di Tolmezzo, fondato da Jacopo Linussio, nel 1740. Secondo Antonio Zanon era “il maggiore in Europa”. Durante il dominio austriaco il Friuli vide molta emigrazione. Più che tessitori e boscaioli, il mercato cercava fornaciai, muratori, scalpellini per costruire le nuove parti delle città dell’Impero, a partire da Vienna e Budapest. Tra il 1857 e il 1880 il movimento annuo di emigranti temporanei si aggira attorno ai 14 mila lavoratori, in base ai censimenti.
3) Dal 1877 iniziò pure l’emigrazione transoceanica, verso l’America, inaugurando così una nuova ed ultima fase dei flussi migratori. Tra le cause dell’esodo c’è la famosa tassa sul macinato, oltre allo sviluppo demografico, la pressione degli usurai ed altro. Nel 1907 emigrarono dalla provincia di Udine (che comprendeva pure il Pordenonese) 35 mila e 512 persone, come si vede nella tabella n. 1, con mete prevalenti di tipo europeo e mediterraneo. Invece, secondo Guido Picotti, ispettore del lavoro, in una inchiesta di poco successiva, gli emigranti sarebbero addirittura 89.316. Più del doppio, con 30 milioni annui di risparmi, anziché 20 milioni, come riportato da Giovanni Cosattini.

Tabella n. 1 – Emigranti della provincia di Udine, 1907   
Destinazione emigranti
Numero emigranti
               Per gli stati europei e bacino del Mediterraneo     
31.818
Per i paesi transoceanici (Argentina e Stati Uniti)  
  3.694    
Totale
 35.512
Fonti: G. Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, 1903, 1983


Bibliografia
- F. Bianco – D. Molfetta, Cramârs. L’emigrazione dalla montagna carnica in Età Moderna, Udine, Camera di commercio, 1992.
- G. Biasutti, "Spunti di agioidiologia per il Canale di S. Pietro in Carnia", in: Darte e la Cjargne, Udine, Società Filologica Friulana, 1981.
G. Bucco, “Cramârs, marcjadants ambulants di telas e di savôrs”, «Strolic furlan pal 2019», Udin, Societât Filologjiche Furlane, 2018, 217.
- G. Chiap, “L’emigrazione periodica dal Friuli”, «La riforma sociale», 11, 1904.
- G. Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, Ristampa anastatica dell’edizione originale (1903) con un saggio introduttivo di Francesco Micelli, Trieste – Udine, Direzione Regionale del Lavoro, Assistenza Sociale ed Emigrazione della Regione Autonoma Friuli – Venezia Giulia, 1983.
- P. Freedman, Il gusto delle spezie nel Medioevo, Bologna, Il Mulino (ediz. orig.; New Haven, 2008), 2009.
- G.A. Pirona – E. Carletti – G.B. Corgnali, Il nuovo Pirona. Vocabolario friulano, Udine, Bosetti, 1935.
- R. Tirelli, I patriarchi. La spada e la croce, Pordenone, Ediz. Biblioteca dell’Immagine, 2000.
- E. Varutti, "I Cussina di Treppo Carnico cramars nelle parti di Germania", «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», n. 6, 2000.
- E. Varutti, “Stoffe da reliquia e rilancio economico. Tessitori tra Bologna, Ferrara, Venezia e il Friuli”, «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», Udine, n. 11, 2009.
Udine 14 dicembre 2018 - Parla Franca Venuti, vicino a Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, e Elio Varutti e Tiziana Ribezzi, a sinistra, alla mostra di Diorami. Fotografia di Rosalba Meneghini

Sitologia

Sito web della Fondazione Friuli, 2018 https://fondazionefriuli.it/cosa-facciamo/eventi/fuc-ricuart

E. Varutti, I diorami di Franca Venuti Caronna, on-line dal 7 aprile 2017. http://eliovarutti.blogspot.com/2017/04/i-diorami-di-franca-venuti-carona.html

E. Varutti, A Feldkircher i diorami di Franca Venuti, 2015, on-line dal 22 maggio 2017. http://eliovarutti.blogspot.com/2017/05/a-feldkircher-i-diorami-di-franca.html

E. Varutti, La casa contadina della Val Canale in diorama, Malborghetto, on-line dal 14 agosto 2016. http://eliovarutti.blogspot.com/2016/08/lartista-franca-venuti-ha-ricreato-con.html

Udine 14 dicembre 2018 - Parla Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, accanto a Franca Venuti Caronna, Elio Varutti e Tiziana Ribezzi alla mostra di Diorami. Fotografia di Riccardo Caronna


Fûc e ricuart. Microcosmi nelle collezioni di Franca Venuti Caronna
Museo Etnografico - Palazzo Giacomelli, via Grazzano, 1 - 33100 Udine - Telefono +39 0432 1272920
Orario invernale (30 ottobre  - 31 marzo): da martedì a domenica, 10.30 - 17.00
Orario estivo (1 aprile - 31 ottobre): da martedì a domenica, 10.30 - 19.00
La biglietteria chiude 30 minuti prima - Chiuso il lunedì
Chiusure nel periodo delle festività: chiuso i giorni 24 - 25 - 31 dicembre 2018 e 1 gennaio 2019.

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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di E. Varutti, Rosalba Meneghini e Riccardo Caronna, che si ringraziano per la diffusione in questo blog.

lunedì 22 maggio 2017

A Feldkircher i diorami di Franca Venuti, 2015

Facciamo un viaggio per immagini grazie alle stupende fotografie di Hans Gerhard Kalian. L’artista austriaco ha immortalato i diorami di Franca Venuti Caronna, artista friulana che riproduce in piccole dimensioni dei quadretti della vita contadina friulana, con uno spirito di ricerca etnografica.
Che cosa sono i diorami? Un diorama, o plastico tridimensionale, è un’ambientazione in scala ridotta, che ricrea scene umane di vario genere.
Franca Venuti Caronna nel mese di ottobre 2014 ha esposto a Strassoldo, vicino al vecchio mulino del paese, non lontano dal cuore della frazione. È stata mostra singolare nel suo genere. È un’esposizione legata alla tradizione che descrive il Friuli contadino in miniatura.
Si è trattato di una quindicina di quadri-spazio che riproducono in scala un tipico ambiente friulano in pochi centimetri cubi. L’artista opera con vari materiali di recupero, per esempio cassette di frutta o parti di grondaia con cui fa le pentole.
Dal 20 dicembre 2014 a febbraio 2015 ha esposto le sue opere nel Palazzo Veneziano di Malborghetto Valbruna. Il racconto del Friuli contadino di un tempo fila via attraverso una quindicina di quadri-diorami con i tipici fogolârs, le calde cucine, la vecchia stalla, gli atri milleusi, i fienili, la stube e così via.
Nel mese di luglio 2015 la sua rassegna sulla vita contadina in Friuli è stata in esposizione a Feldkircher, in Austria, presso il “Feldkirchner Amthofmuseum”.
Nel dicembre 2015 la sua mostra è ritornata in Friuli, essendo stata presente al Castello Savorgnan di Artegna.


Le Sedonere

"Una gerla via per le strade,
senza fiato:
lamento di spalle spezzate,
di occhi sfiniti.
Una gerla davanti alle porte
Senza cuore:
sudore di sgorbia,
carico da vendere
a chi guarda
 e non conosce la fame."

Questi i versi con cui Novella Cantarutti celebra e descrive le “sedonere”, figlie di quella Val Cellina povera e isolata che le volle randagie per il mondo, lontane dagli affetti e dal conforto della famiglia; peregrine forti e risolute, pronte a ogni sacrificio per garantire il “pane quotidiano” alla loro prole.  Il fenomeno della migrazione femminile valcellinese è storia antica, dettata dalla miseria di una valle a cui anche la natura ha concesso pochi favori. Una valle nella quale l’unica risorsa naturale abbondante fu il legno, quel legno prezioso che abili mani maschili seppero trasformare in mestoli, fascere, forchette e cucchiai … oggetti di uso quotidiano da consegnare alle spalle robuste delle coraggiose “sedonere”. In friulano si scrive: la sedonarie (singolare femminile per “la mestolaia”) e lis sedonariis (plurale, “le mestolaie”).

Il perché di questo quadro è presto spiegato. L’opera raffigurante il Larin della Trattoria ai Frati di Udine, così come la si vede ora, è frutto di una integrazione, ovvero dell’aggiunta della gerla con i mestoli di legno e del piccolo libro con la copertina blu. Integrazione che avvenne mentre il manufatto era in mostra presso la sala della contadinanza del Castello di Udine, allorquando, negli stessi ambienti, venne assegnato il premio “Isi Benini” all’interessantissima tesi di laurea di Anna Leo dedicata per l'appunto al commercio ambulante delle ultime sedonere della Valcellina. Opera del 1995.


La cantina

L’arte di produrre vino è un concetto dal quale non si può prescindere se si vuole parlare del Friuli Venezia Giulia. Il binomio tra questa regione e i mosti d’uva distillati nei vari Tocai, Merlot e Cabernet ha origini antiche, tant’è che prima che il vino diventasse un “affare economico” a livello industriale, quasi  ogni casa contadina del medio e basso Friuli, custodiva una cantina con le botti nelle quali far fermentare il vino necessario a soddisfare i bisogni famigliari. Nel diorama è rappresentata una tipica cantina friulana. Un antro buio e ammuffito, la cui umidità era garantita dal fatto che la pavimentazione fosse costituita da terra battuta e solo in parte realizzata con pietre e materiali di risulta. Una delle botti presenti nell’opera è un omaggio al “Vino della pace”; un vino arricchito dai profumi di 600 vitigni diversi provenienti da tutti i continenti e messi a dimora, a partire dal 1983, su di un appezzamento delle sinuose colline del Collio. Imbottigliato in un numero limitato di bottiglie, impreziosite da etichette realizzate dai più importanti artisti italiani ed europei, viene donato, quale dono e invito alla convivialità tra i popoli, a tutti i capi di stato e ai più alti esponenti religiosi del mondo.


La stalla

Nel Friuli contadino, la stalla non era soltanto il luogo dove ricoverare il bestiame e qualche attrezzo di lavoro, ma era anche un’estensione dello spazio domestico; l’unico, peraltro, che poteva vantare un riscaldamento costante a costo zero. In un’epoca in cui l’approvvigionamento  del legname era, per carenza di mezzi, un’impresa faticosa e rischiosa, il calore emanato dai bovini rappresentava un risorsa preziosa. Fu così che, fino a tempi relativamente recenti, la stalla venne utilizzata al pari di una qualsiasi stanza della casa, luogo dove la sera ci si ritrovava a compiere piccoli lavori manuali, dove si lavavano i bambini e dove i più anziani narravano qualche antica leggenda confortati dal tepore animale. Opera del 1995.



Piazza Matteotti, in antico: San Giacomo

La composizione, realizzata in occasione della prima edizione della manifestazione enogastronomica “Friuli Doc” del 1995, “racconta”, assumendone una a paradigma di tante, il lavoro delle contadine della periferia udinese che, agli albori del giorno, raccoglievano le verdure e gli ortaggi dai loro campi e si recavano a vendere i frutti della loro terra in quella che molti ricordano come “piazza dell’erbe” (attuale piazza Matteotti). La  disposizione, la tipologia dei contenitori e l’abbigliamento della donna contestualizzano la scena nel periodo antecedente la legiferazione delle rigide norme finanziarie che sancirono l’obbligo dei registratori di cassa, decretando, in tal modo, la fine di quella microeconomia che serviva ad integrare l’esiguo bilancio famigliare e la scomparsa dell’anima poetica e colorata dell’antico mercato spontaneo. Sullo sfondo pochi ed essenziali tratti pittorici definiscono lo skyline della piazza, con la fontana di Giovanni da Udine, della metà del ‘500, con la colonna della Madonna col Bambino, della fine del 1400, e con la splendida facciata della chiesa di San Giacomo.
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Omaggio a Isi Benini
Il quadro tridimensionale raffigurante una tipica cucina friulana cristallizzata in un tempo remoto nasce per essere un omaggio a Isi Benini, gigante del giornalismo regionale. Eclettico cantore del Friuli, Benini dedicò parte della sua produzione letteraria alla straordinaria ricchezza dell’enogastronomia tipica regionale che seppe descrivere come nessun altro.

L’opera è un piccolo compendio di friulanità nel quale sono disseminati, qua e là, molti degli “ingredienti base” della tipica cucina contadina: le zucche per gli “inarrivabili gnocs di cavoces  della Carnia… quelli fatti con la zucca gialla e cosparsi di burro fuso bollente… il radicchio, quello da condire con li frizzis… i fagioli, quelli da far bollire per ore assieme all’orzo e la caldaia con la crosticina croccante e profumata della polenta… quella carnica, macinata a grana grossa su mole di pietra. Sul davanzale una bottiglia polverosa, forse di prezioso Picolit il roy dell’enologia friulana e italiana . E poi là, sull’acquaio di pietra, un mazzo di asparagi… altro omaggio a Isi, deus ex machina dell’Asparagus, straordinaria rassegna gastronomica nata per celebrare l’asparago, profumato reuccio degli orti di Tavagnacco, come lo definì Benini. Insomma qui c’è tanto Friuli e ci sono i frutti della terra friulana, quelli che il palato intelligente di Isi Benini seppe gustare e il suo calamo abilissimo seppe cantare.




Il Camarin

Il camarin è il termine friulano col quale si identifica la dispensa, ovvero “la cassaforte” della casa contadina di un tempo. Salumi, formaggi, legumi secchi, farina, lardo e vino venivano meticolosamente stipati sugli scaffali della stanzetta per garantire l’approvvigionamento alimentare durante il periodo invernale. Orgoglio e vanto della padrona di casa un camarin ben fornito era l’esito del faticoso lavoro nei campi, dell’allevamento del bestiame e di un attenta e oculata gestione dell’economia famigliare. Un bottino conquistato col sudore che doveva essere gestito con parsimonia e protetto, chiuso con quelle chiavi che solo lei poteva custodire.

            
     Credenza con piattaia
Opera premiata col Gianfrancesco da Tolmezzo in occasione della diciassettesima rassegna artistica della Carnia  (Socchieve 1996); protagonista la cucina friulana. Accanto al consueto focolare trova collocazione una bella credenza a pianta rettangolare con spigoli anteriori smussati con sovrapposta piatteria  sulla quale sono esposti piatti decorati, “miniceramiche” ispirate alle note produzioni con fiori e motti friulani della fabbrica Galvani, fondata a Pordenone nel 1811. Sulla parete i preziosi rami; tra di essi il tipico tegame con decorazione a sbalzo raffigurante la stella, che, secondo tradizione, la sposa inseriva nel suo corredo come elemento scaramantico, garante della buona sorte del matrimonio.

Si ringrazia per le fotografie: Hans Gerhard Kalian, Grafik- und Webdesign. Strau, Österreich.
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Per approfondimenti nel web:
- E. Varutti, La casa contadina della Val Canale in diorama, Malborghetto, recensione nel blog del 2016.
- E. Varutti, I diorami di Franca Venuti Caronna, articolo del 2017.
- Su youtube: Laura Magri (a cura di), Nel magico mondo della Valcanale - Malborghetto (UD), 2015. Musiche del video-clip di Adriano Sangineto.

venerdì 7 aprile 2017

I diorami di Franca Venuti Caronna

È stata intitolata “Sapori di casa” la mostra di diorami di Franca Venuti svoltasi al Castello Savorgnan di Artegna dal 12 dicembre 2015 al 22 febbraio 2016. Il sottotitolo della originale rassegna artistica era: “Interni di vita contadina nel Friuli di un tempo”.
Franca Venuti, La camera da letto, diorama, materiali vari, 2015

Nello stesso periodo (2015-2016) le sue originali produzioni artistico artigianali erano esposte al Palazzo Veneziano di Malborghetto, col titolo: “La n. 1 – Licof”, riferendosi alle riproduzioni di interni della casa più antica del paese, ossia Casa Palinč (perciò detta “La n. 1”, come a dire: “La prima della lista”).
C’è molta attenzione nelle riproduzioni di Franca Venuti Caronna. C’è quasi un’attenzione maniacale nel mostrare gli interni di famiglia in una scatola di pochi centimetri cubi. Eppure questi diorami sprigionano elementi di etnografia da ogni parte. Si nota poi una cura agli aspetti del plurilinguismo di certe realtà territoriali del Friuli, come quella della Val Canale.
Franca Venuti, Il camarin, diorama, materiali vari, 2015

A Malborghetto Valbruna, Camporosso e a Tarvisio si parlano diversi idiomi: l’italiano, il tedesco della Valle, lo sloveno della Valle e il friulano (giunto quest’ultimo alla fine della Grande guerra, con l’annessione della valle al Regno d’Italia). Allora nei vivaci quadretti di vita interiore proposti dalla Venuti ci sono delle scritte nelle varie lingue parlate nella zona. Anche questo fatto è assai interessante e, a modo suo, un po’ didascalico.
L’artista ci mostra i più caratteristici “fogolârs”, i focolari, le calde cucine delle tradizioni popolari friulane. Poi c’è il “camarin”, ossia la dispensa. In un’altra “scatola fantastica” (“magic box”) c’è una vecchia latteria, la stalla, la stube e così via.
Artista originale Franca Venuti è autodidatta, iniziando la sua carriera artistica verso la metà degli anni Ottanta. È molto attratta dall’antiquariato friulano, dal restauro e dall’arredo d’interni. È fondamentale questo background, per la precisione con cui rende la vita quotidiana nelle sue “scatole fantastiche”. Si è interessata di composizioni di fiori secchi e di creazioni con la pasta di farina e sale. Crea e dipinge su ceramica.
Guardando le sue ricostruzioni in miniatura siamo immersi tra sogno e realtà. Ci sfiorano fantasia e ricordo. Tutto ciò fuoriesce dalle creazioni della Venuti, che opera con la mente sapiente e col cuore di donna.
Franca Venuti, La stalla, diorama, materiali vari, 2015
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Fotografie di Max Maraldo e di Bruna Giorgini.

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Sitologia

E. Varutti, La casa contadina della Val Canale in diorama, Malborghetto, articolo nel web del 2016.

Su youtube: Laura Magri (a cura di) Nel magico mondo della Valcanale - Malborghetto (UD), 2015.
Musiche del video-clip di Adriano Sangineto.

Una sala dell'allestimento in Castello, Artegna

domenica 14 agosto 2016

La casa contadina della Val Canale in diorama, Malborghetto

L’artista Franca Venuti ha ricreato con maestria la casa contadina della Val Canale in “Shadow Boxes”, o quadri nello spazio, detti anche “diorami”. La Venuti usa una tecnica costruttiva basata su materiali riciclati o di sfrido, in formato “mignon”. 
Franca Venuti, La Stube, diorama, materiali vari, 2015. 
Fotografia di Claudio Saccari.

Rivivono così le antiche case della Val Canale nel Museo Etnografico “Palazzo Veneziano” di Malborghetto, in provincia di Udine, con tanto di pupazzi dalle forme umane. Quello che sto recensendo è il catalogo della mostra su detto tema apertasi nel mese di dicembre 2015 e in funzione nel 2016 in tale Museo.
L’autrice riesce così a riprodurre nelle sue opere artistico artigianali in miniatura le antiche atmosfere, pregne di suggestioni del passato. C’è una grande attenzione alla storia, alle tradizioni, alla cultura e alla vita familiare negli ambienti casalinghi di una volta. Secondo il mio parere c’è un po’ di antropologia culturale in questa originale esperienza creativa.
L’artista impiega e sa lavorare la pasta di farina e sale, la ceramica, il legno e i tessuti. Appassionata di antiquariato friulano e di restauro, ha saputo unire le sue competenze acquisite con l’esperienza alle sue capacità artistiche nel costruire gli interni delle abitazioni avite di Malborghetto e dintorni.
C’è una assoluta attenzione al dettaglio per i pezzi costitutivi dei vani casalinghi in formato ridotto per i visitatori. Sono stati fabbricati i mobili tipici, le figure, il vasellame, le cibarie e ogni utensile casalingo.
Nell’atrio, o vano d’ingresso, si notano il tavolo da falegname per i lavori “da uomini” (come si dice nel mondo tedesco). Non si dimentichi che nella Val Canale (Kanaltal, in tedesco) si parlano quattro lingue (l’italiano, il tedesco, lo sloveno e il friulano) con tanto di riconoscimento della legge nazionale n. 482 del 1999. Del resto, queste zone erano del Vescovado di Bamberga (Germania) e il confine con la Slovenia non è distante.
Franca Venuti, L'atrio, diorama, materiali vari, 2015. 
Fotografia di Claudio Saccari.

C’è una donna che lava i panni nell’atrio riprodotto dalla Venuti. È la prima stanza di questo viaggio virtuale nella casa avita della Val Canale. Era una stanza ad uso promiscuo, insomma, se necessario diveniva officina, calzoleria o genericamente ripostiglio-deposito. Aveva tanti nomi nelle varianti linguistiche delle vallate. 
La cernita delle varietà linguistiche svolta per il volume e la mostra hanno un alto valore scientifico. Mi soffermerò solo sull’atrio nelle varie parlate. Non potrò trattare così tutte le stanze recensite qui. Era detto “Uéjža” nello sloveno di Ugovizza. L’atrio, invece, nello sloveno di Valbruna è “Ueža”. Nel tedesco della Val Canale diventa “Lab’n”, oppure “der Vorhof”.
Si pensi alla ricchezza lessicale di questi luoghi! Dall’atrio si accedeva ad altri vani dell’abitazione rurale: la cucina nera, la Stube, la camera e Die Speis (dispensa, o camarin, in friulano).
Era detta “cucina nera” la stanza utilizzata principalmente per l’affumicatura dei prodotti suini mediante il focolare, “fogolâr” in friulano. In tedesco era la: “Schwarze Küche”. Nello sloveno di Ugovizza: “Črna kuhinja / kuhnja”. 
Nella fine dell’Ottocento per fare fuoco (fûcarriva lo Spolert, o cucina economica, che migliorerà la qualità della vita e del lavoro casalingo, con l’introduzione delle pentole basse per cucinare.
Franca Venuti, La cucina nera, diorama, materiali vari, 2015. 
Fotografia di Claudio Saccari.

Non poteva mancare nella “Stube” la grande stufa in maiolica, che riscaldava in modo continuo in base ad un sistema di condutture a mattoni refrattari. Documentate sin dal 1652 nella Val Canale, queste stanze erano il punto nobile della casa, oggi diremmo: il soggiorno. Qui si svolgeva la vita della famiglia.
Poi c’era la dispensa, ossia la cassaforte o frigorifero della famiglia patriarcale, le cui chiavi erano tenute dalla padrona di casa. Non a caso in friulano la moglie è detta “parone” (padrona). Poi ci sono le camere, il gabinetto (che era proprio una stretta cabina di abete, con un sedile dotato di un buco – l’antesignano del water!) e la stalla per gli animali.
Il volume si chiude con un breve brano di Raimondo Domenig, intitolato: “La dote delle case”. Nel volume, infine, si notano una bibliografia e una sitologia orientate al tema. Le belle fotografie dei capolavori di Franca Venuti Caronna, sono opera di Claudio Saccari, di Trieste.
Molto curioso e, per qualcuno, inesplicabile è il titolo del catalogo: La N. 1. Likof per la casa contadina della Valcanale. È presto detto. È stata qui esaminata, studiata e riprodotta la prima casa del paese montano, appunto “la numero 1”. Il “licȏf” (anche in lingua friulana) era o è (poiché si usa tuttora) il brindisi o banchetto offerto dal proprietario alla fine di una grande affare e, per estensione, al termine della costruzione del tetto di una nuova costruzione. Sin dalla copertina si celebra il “licȏf” della nuova produzione in diorama.

“Ocjo, che al è un licȏf virtuȃl...” (Attenzione che è un “brindisi” virtuale…).
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Lara Magri (a cura di), La N. 1. Likof per la casa contadina della Valcanale, Museo Etnografico “Palazzo Veneziano”, Malborghetto – Valbruna (UD), Comunità Montana del Gemonese, Canal del Ferro e Valcanale, 2015, p. 48.