mercoledì 11 gennaio 2023

BENEDETTO XVI: FEDE RAGIONE E SPERANZA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Carlo Cesare Montani, esule di Fiume, dedicato alla figura di Papa Benedetto XVI (in latino: Benedictus PP. XVI, in tedesco: Benedikt XVI; nato Joseph Aloisius Ratzinger (Marktl, 16 aprile 1927 – Città del Vaticano, 31 dicembre 2022), è stato il 265º papa della Chiesa cattolica e vescovo di Roma). A cura di Elio Varutti, per la redazione del blog.


Nel momento in cui è tornato alla Casa del Padre, proprio alla fine del 2022 che appare simbolicamente come quella di un’epoca, il grande Pontefice di Santa Romana Chiesa si è imposto alla comune riflessione circa il Suo straordinario ruolo di pastore e di pensatore, esercitato in una lunga vita dedicata a fede e ragione, e nello stesso tempo, all’impegno per la loro ardua ma necessaria sinergia, nell’ambito di una sintesi all’insegna insopprimibile della speranza cristiana. 

Papa Ratzinger è stato un grande teologo, oltre che demiurgo di pace e di conciliazione, ma nello stesso tempo, con singolari visioni profetiche. In proposito, basti rammentare la Sua visione del futuro illustrata nelle celebri lezioni del 1969, quando si espresse in termini oltremodo chiari sul processo di scristianizzazione che stava già coinvolgendo il mondo occidentale, la Chiesa cattolica e non solo quella, e che lo avrebbe fatto ancor più nell’avvenire, togliendole tanti residui poteri mondani e riducendola, come da profezia dello stesso Ratzinger, a un’eletta schiera di fedelissimi, se non anche di Martiri, da cui trarre gli spunti e gli auspici necessari per un’autentica rifondazione: vaticinio solo apparentemente pessimista ma conforme all’intenso spiritualismo delle origini e tanto più degno di riflessione a mezzo secolo da quella profezia, tristemente verificata nella “realtà effettuale” di oggi.

Essendo nato nel 1927, aveva vissuto gli anni del potere nazionalsocialista in età giovanile, ma aveva fatto in tempo a mutuarne esperienze indimenticabili, a cominciare da quelle di un potere cieco e assoluto, e di una tragica distruzione della propria terra, traendone motivi di sicura e forte opposizione, tanto più convinta, anche alla luce di quella che si “respirava” in casa, per opera categorica e prioritaria del padre. Come ha scritto con dovizia di particolari nella lunga autobiografia (1) avrebbe rischiato più volte la vita salvandosi, da un lato per la sostanziale rassegnazione all’incipiente sconfitta da chi avrebbe potuto essere suo persecutore, e dall’altro per il mero dileggio riservato alla fede cattolica già professata alacremente; meglio ancora, per una sorta di intercessione divina che lo protesse nei momenti peggiori.

Non è un caso né tanto meno un mistero, che il Santo Padre avesse scelto il proprio Nome di Papa ispirandosi a San Benedetto da Norcia con il grande invito a “pregare e lavorare” per farsi apportatori di pensiero e di meditazione, ma nello stesso tempo, di presenza attiva nel mondo fatto a immagine e somiglianza di Cristo, e quindi, di Dio. D’altro canto, quella scelta si era ispirata anche a Benedetto XV, il Pontefice che durante il primo conflitto mondiale aveva bollato la guerra con la celebre definizione di “inutile strage” tanto più pertinente nel cuore dei credenti, secondo cui i dissidi fra gli uomini e gli Stati si possono risolvere non già con le armi, ma con la riflessione e la cooperazione.

Alcuni esegeti sembrano scoprire soltanto oggi che Papa Ratzinger è stato un grande “incompreso” ancor prima di essere entrato nell’occhio di talune opposizioni sorte persino nell’ambito della Chiesa, in chiara antitesi a un corretto e beninteso tradizionalismo interpretato come autentica fedeltà alle origini, ben lungi dall’essere un qualsiasi orpello formale. In tal senso, quella di Papa Benedetto XVI è la ricerca di una rinnovata semplicità e di un adeguamento alle mutevoli esigenze del mondo sempre più piccolo, ma nello stesso tempo, impegnato ad accogliere una popolazione crescente con progressioni sempre più accelerate, al pari dei problemi sociali.

Nell’omelia del 18 aprile 2005, pronunciata il giorno precedente l’ascesa al pontificato, il Cardinale Ratzinger aveva attirato l’attenzione del Sacro Collegio sulla “necessità di essere animati da una santa inquietudine”: quella di essere paladini di fede e  “dell’amicizia con Cristo” per donarla agli altri con un atto di servizio dal fondamentale rilievo nella missione sacerdotale.

Tutti gli uomini, proseguiva il Cardinale, hanno il desiderio di lasciare “una traccia che rimanga, ma bisogna fare in modo che diventi anche un frutto: ebbene, non sono tali il denaro, gli edifici, i beni materiali, persino gli amatissimi libri. In un tempo breve o lungo, ma comunque ineluttabile, tutto ciò scompare, mentre l’anima rimane nell’eternità col patrimonio di amore e di conoscenza che abbia potuto sviluppare nell’impegno cristiano e nella fedeltà a Dio, anche attraverso l’opera della Chiesa.

Non a caso, aveva scelto come motto episcopale quello di “collaboratori della verità” che riteneva tanto più pertinente perché nel mondo contemporaneo la ricerca del vero è quasi scomparsa, essendo “troppo grande per l’uomo” e creando il presupposto di un vero e proprio crollo dell’ethos. Accanto a quel motto aveva posto due simboli: quelli della conchiglia e dell’orso. Il primo intende richiamarsi alla natura dell’uomo, che è quella di essere pellegrino sulla terra, nel senso che “non abbiamo qui una stabile dimora”, non senza richiamarsi alla parabola di Sant’Agostino circa il bimbo che giocava sulla spiaggia con una conchiglia per attingere l’acqua del mare e trasferirla in una piccola buca, laddove quest’ultima “tanto poco può contenere l’acqua del mare, quanto la ragione può afferrare il mistero di Dio”. Il secondo simbolo, invece, si richiamava alla leggenda di San Corbiniano che  dopo l’uccisione del suo mulo da parte dell’orso,  aveva costretto l’assassino, per espiazione del crimine, a farsi carico del fardello rimasto a terra, al pari di quanto accade all’uomo quando diventa “animale da tiro” al servizio del Signore, perché “chi sta dalla parte di Dio non sta necessariamente dalla parte del successo” (2).

Il momento politico contemporaneo non ha mancato di esternare un vasto campionario di commenti non appena Benedetto XVI è salito alla Casa del Padre. Fra i tanti, piace ricordare quello di Giorgia Meloni, cui si deve la definizione di “Gigante” proprio per la singolare capacità di pensiero manifestata da Papa Ratzinger nel promuovere la convergenza della ragione nell’ambito della fede. Ciò, si potrebbe aggiungere, non solo nella dottrina, ma nello stesso tempo, con l’impegno attivo in un mondo sempre più piccolo, ma non per questo meno caro al Signore dell’Universo, tanto da essersi immolato sulla Croce per la salvezza degli uomini (3). 

Benedetto XVI era consapevole di quanto sia importante il progresso tecnico, ma riteneva che non fosse accompagnato da quello morale e civile, vista la permanenza se non anche la crescita di grandi “problemi planetari” come quelli della “disuguaglianza nella ripartizione dei beni della terra” con tutto il corollario di povertà, sfruttamento, fame e malattie, per non dire dello “scontro fra le culture”, come avrebbe detto a Subiaco, nel Monastero di Santa Scolastica, quando fu insignito del Premio per la “promozione della vita e della famiglia in Europa”. Purtroppo, “la forza morale non è cresciuta come lo sviluppo della tecnica, anzi è diminuita”, tanto che il pericolo maggiore dell’età contemporanea è costituito proprio da questo squilibrio, matrice non ultima, fra l’altro, della tentazione di un fallace “anarchismo distruttivo” se non addirittura del terrorismo. Carattere essenziale dell’odierna congiuntura etica e politica è la contrapposizione, non già fra diverse culture religiose, ma soprattutto quella di una “radicale emancipazione dell’uomo da Dio”, ancor più visibile nel mondo occidentale, all’insegna di un relativismo che finisce paradossalmente per tradursi in un nuovo dogmatismo “che si crede in possesso della definitiva conoscenza della ragione” mentre “abbiamo bisogno di radici per sopravvivere e non dobbiamo perdere di vista Dio, se vogliamo che la dignità umana non sparisca”.

Tutto ciò era motivo di sofferenza tanto più viva nella consapevolezza di quanto la vera gioia sia perseguibile nel Nome del Signore e delle tante lezioni di vita cristiana, di cui è ricca la storia della Chiesa, ma nello stesso tempo non escludeva la speranza: al contrario, ravvisava nell’impegno che ne scaturisce, e quindi nella preghiera, uno strumento idoneo a contrastare le suggestioni di un razionalismo fine a se stesso, senz’altra prospettiva all’infuori di un arido nichilismo. A volte, quella sofferenza morale diventava un vero e proprio dolore, come quello che Papa Ratzinger avrebbe sperimentato con l’abolizione del latino liturgico nelle cerimonie ordinarie, ravvisando in tale provvedimento l’abbandono di una tradizione importante, e nello stesso tempo, di un simbolo di fedeltà alla Chiesa di Roma, pur comprendendo la necessità di farsi intendere in ogni luogo del pianeta con il “contemperamento” delle espressioni linguistiche.

Oggi si rende necessaria un’attenta rilettura di questo grande Pontefice nella sua straordinaria umiltà, non disgiunta dalla riservatezza e dal rispetto per tutte le creature, e dalla Sua capacità di dialogo con chiunque, dai grandi della Terra ai “lavoratori nella vigna del Signore”, come volle definirsi nel momento in cui fu chiamato al Soglio di Pietro. Nello stesso tempo è altrettanto fondamentale la fedele adesione ai “Valori non negoziabili” - come da Sua felice allocuzione - che il popolo cristiano onora, ringraziando per le intercessioni e le preghiere in favore di un mondo mai tanto lontano da tali Valori, ma proprio per questo chiamato a nuova vita morale, nel segno di fede, ragione e speranza.

Carlo Cesare Montani

Annotazioni:

(1) - Joseph Ratzinger, La mia vita. Autobiografia, traduzione dal tedesco di Giuseppe Reguzzoni, Edizioni San Paolo,  orino 2005, pagg. 154 (ristampa dal testo iniziale del 1997 con aggiunta di due testi successivi: L’Europa nella crisi delle culture, e l’Omelia del 18 aprile 2005 nella Basilica di San Pietro, prima del Conclave da cui sarebbe uscito Papa).

(2) - Per maggiori ragguagli sui fondamenti dottrinari dell’opera in questione, cfr. Marco Tosatti, Il dizionario di Papa Ratzinger, con bibliografia essenziale, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2005, pagg. 128.

(3) - Non meno notevole, pur nella sintesi, è stato il giudizio conclusivo proposto da un’umile Suora africana, nella breve intervista televisiva del 5 gennaio 2023, concessa al termine delle esequie di Papa Ratzinger in piazza San Pietro: “I Santi non muoiono mai”! In tale occasione, la sola Cupola fu lungamente circonfusa da un sottile velo di nebbia, rendendo vagamente sfumata la sua percezione: soltanto un caso meteo, o un segnale di riservata e pronta accoglienza?

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Autore principale: Carlo Cesare Montani. Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Fotografia dal web. L’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

martedì 3 gennaio 2023

I “muli” della Portuale. Storia del calcio a Fiume, 1945-1946

Riceviamo e con piacere pubblichiamo un esclusivo articolo di Alfio Mandich (Fiume 1928-Genova 2006), campione di calcio, intitolato “Ricordi Sportivi. In Belveder xe nata la Portuale”, dattiloscritto verso il 1987. È un pezzo di storia del calcio a Fiume, in “dialeto fiuman”, completa di nomi e di toponimi. Nel proporre il testo dell’Autore in questa sede si è cercato di rispettare la forma originale del dattiloscritto, che è stato diteggiato al computer dal figlio Igor Mandich nel mese di dicembre 2022, poi generosamente inviato all’ANVGD di Udine. Alla fine del brano originale, che presenta alcuni comprensibili errori di punteggiatura, si è proposta la traduzione in lingua italiana, per i lettori poco pratici del dialetto fiumano. In parentesi riquadrate si sono inserite certe note redazionali, sciogliendo le sigle e abbreviazioni. Nel 1947 era di Fiume anche uno dei primi presidenti dell’ANVGD di Udine, l’architetto Carlo Leopoldo Conighi. Allora il sodalizio si chiamava: Associazione Nazionale per la Venezia Giulia e Zara. Ricordiamo, infine, lo zaratino ingegnere Silvio Cattalini, che è stato presidente dell’ANVGD di Udine dal 1972 al 2017. Si ricorda che Alfio Mandich ha collaborato con «La Voce di Fiume», edito a Padova dal Libero Comune di Fiume in esilio e, negli anni ’80, con la testata «In Corso Fiuman», all’epoca pubblicazione di riferimento dei Fiumani di Melbourne (Australia). A cura di Elio Varutti, per la redazione del blog.

Fotografia qui sotto – La Portuale di Fiume - Tullio Sincich, Sergio Udovicich, Umberto Vecchietti, …Mersich, Iginio Brunettti, Raul Licheri, Ennio Ghersevich, Antonio Miletich, Mario Morsi “Ciusca”, Alfio Mandich, Vittorio Tomasini, Arrigo Rocchetta, Bulgarelli I (Renato) e Bulgarelli II (Luciano). Portuale ragazzi – Albona 4-a-0. Agosto 1946. [Didascalia originale di Alfio Mandich ]. Collezione Igor Mandich. L'immagine è del Campo di Cantrida, come ci ricorda Massimo Speciari, fiumano a Itatiba, San Paolo, Brasile. 


Ricordi Sportivi. In Belveder xe nata la Portuale

Tuti se ga meso scriver e anche mi me go deto: “perché non buto xo qual’cosa de quel che me ricordo?” E cussi eccome qua, con la pena in man fin che la memoria non me abandona del tuto. Naturalmente, mi come ex, ve parlarò de robe de fott ball e in particolar de una squadra: la “Portuale”.

Era apena finida la guera 1945 e dopo un torneo de RIONI, quatro per la verità, non me ricordo chi lo gaveva vinto, i responsabili dela “Fiscultura” gaveva organizado un torneo per squadre de Aziende o de fabriche. L’unica, almeno inizialmente, che inveze rapresentava un RION era quela che doveva diventar la Portuale. E questa la era nata in Belveder.

Le nostre mule, con in testa la Carmela Stoppani, che dopo trentazinque aneti e forsi più, la go incontrada a Cremona (xe cose che te pol capitar solo ai “Raduni”), con un grande, ma grande piazer, la ne ga fato le maie, che poi iera camise o casache come meio credè, de vecie bandiere. La gaveva recuperà solo el toco verde e le camisete iera verdi con una picia spigheta rossa che ne serava un pochetin el colo, braghete come vegniva, calzetoni lo steso e scarpe anca rote, andava tuto ben.

Devo ricordar che mi col Bruno Slavez, Sergio Giacich e Mario Morsi deto “Ciusca” a Fiume (credo che iera in pochi a conoserlo col suo vero nome) podemo dir de esser stadi i fondatori, e per questo, per mi la “Portuale” xe come el primo amor “Non se scorda mai!” E per di più nata in Belveder dove son nato e sario anca morto se sariimo rimasti tuti a casa nostra, ma non xe deta ancora l’ultima parola! Xe anche per questo che mi ghe voio ricordar a chi se ricordarà de la ”Portuale”.

La prima partida in “Casa Balilla”, cussi noi mularia ciamavimo el “Campo Cellini”, contro i “Magazzini Generali”, squadra che gaveva già fato la serie “C” ben atrezada, sia come tenuta de giogo e sia come giogadori (ala fine del Campionato i sarà lori i vincitori). In quela prima partida, la squadra “Portuale” esordiva in questa formazion: Zilli, Sergio Giacich, Dante Plazzotta, Alfio Mandich, Legan, Dal Barco, Antak, Morsi (Ciusca), Ezio Giacich, Benussi e Ovidio Ghersevich.

Per i “Magazzini Generali” doveva eser la solita pasegiada, ma la mularia de Belveder, meno Antak e Nini Legan, sto ultimo de Cosala (brosquar), insoma un nostro bon confinante, erimo tuti nati e cresudi in Belveder, ghe gavemo fato veder i “sorci verdi” e solo per un sbaglio (che se poderia dir de gioventù), gavemo perso a cinque minuti dala fine per uno a zero, con un gol de Ginetto Persich, altro amico e mio compagno de squadra nela “Fiumana Ragazzi”. Anca a lui lo go rivisto dopo moltissimi ani a Torino e a Cremona.

Dopo questa gara, xe nata la “Portuale”. Era sucesso che fra el publico presente, era due dirigenti della “Compagnia Portuale” un zerto Pezzulich e un altro, uno rosso de cavei e de fede, che non me ricordo più come che el se ciamava e che i voleva partecipar al campionato; i gaveva la possibilità, ma ghe mancava i omini. I ne ga tanto zinganado fin che i ne ga convinto, perché noi non volevimo molar, ma povereti gavevimo bisogno de tuto. E cussì de Belveder semo diventadi la “Portuale S.C.F.”, penseve che ierimo tanto malmessi, che in quela prima partida gavevo giogado con un per de scarpe alte tedesche con la “potkova” de fero attorno al taco.

Sti due dirigenti, (che Dio ghe brazi l’anima) i ne ga vestido e calzado, adeso i li ciama “sponsor”. In un primo tempo (ma per poco) gavevimo le maie nere con scrito sul peto S.C.F. “Portuale” ma dato che in quei momenti el nero no iera più de moda, i ne ga cambià con nove e più bele maie bianche sempre con scrito “S.C.F. Portuale”, braghete bianche e calzetoni neri, che in un secondo tempo i ne ga cambiado anca quei con calzetoni bianchi, cussì ierimo come i fioi dela prima Comunion, mancava solo la fasetta bianca con le franxe de oro in te la maniga.

E no iera gnanca pasado tanto tempo de quando gavevimo fato la prima comunion se pensè che el più vecio dela formazion gaveva venti ani e el più giovane (classe 1929) sedici, el mulo Mario Dal Barco, grande temperamento, grande grinta, adeso el vive in Canada e el sta ben, cussì me ga deto le sue sorele Maria e Giannina che go visto a Vicenza, due superstiti assieme anca al Mario, perché anca lui abitava là, nella famosissima “Casa Din-Don” e chi xe de Belveder e dixe che non sa dove che xe la “Casa Din Don” xe come uno che dixe che xe de Pisa e nol sa dove che xe la tore pendente Per chi non xe de Belveder, ghe digo che questa casa famosa la iera da l’altra parte del campo de fott ball, de Via Cellini vis a vis alla Casa Balila, dal Campo non se podeva non vederla.

Ma tornemo ala “Portuale”, squadretta simpatica e battagliera, che in quel periodo ghe gaveva roto le togne a molte squadre de nome, come el “Torpedo”, che gavemo s-ciocado uno a zero contro ogni pronostico, e le grandi partide de fogo contro i “Magazzini Generali”, nostri tradizionali nemici, sul campo, perché fori se volevimo tuti ben. Le altre squadre che partecipava al campionato iera: “R.O.M.S.A. – Cantier – A.S.P.M. – Ditta Skull (che poi se ciamava Metalurgica) – Lignum – Dinamo”.

Era nove squadre de numero e se giogava sempre in “Casa Balila”, meno qualche rara volta che se gavemo giogà a Cantrida. Se giogava due partide de matina e due de dopopranzo e el pubblico iera sempre numeroso. Naturalmente la “Portuale” xe nata giovine, per l’età dei sui muleti e la xe morta giovine perché la ga durà poco tempo dato che dala selezion de tute quele nove squadre che ve go nominà, xe nata la “Quarnero” e pian pianin no se la ga sentì più nominar.

Oltre ai nomi dela prima formazion voio ricordar anche el Nevio Baccarini, el portier Rena che gaveva sostituido el Zilli che iera partido per l’Italia e Nini Benussi, Ovidio Ghersevich, Mario Dal Barco, Antak, tuti esodanti che a sua volta era stadi sostituidi da: Rocco, Gino Valconi, Betto Lenaz, Nino Zatelli, Darino Bartolaccini e per ultimo un grande e carissimo amico Mici Mare, morto per la tremenda disgrazia che xe stada quando ga scopià el vagon de munizioni in Braida, devo anche ricordar el Felice Maligoi nostro alenador, Nereo Vecchietti che oltre al foot ball el giogava benissimo anca pallacanestro e del nostro atrezista (cussì i li ciama adeso) uno dei quattro fondatori: el Bruno Slavez emigrado asieme a Enzo Antak, el nostro canonier, nela lontana Australia.

Per ultimo go lasado uno dela vecia guardia, che el gaveva sostituido subito dopo la prima partida el Dante Plazzotta (fradel del famoso maestro de musica dei “Gatti Selvatici”) che el iera partido per l’Italia. Alzeve in piedi ragazzi!! Adeso voio parlar del nostro capitano, del Rudi Devescovi, uno che gaveva qualche anetto più dei noi, una persona cara e educada, mi penso che più de uno de noi muletti, gavemo imparà qual’cossa de lui, un grande combattente in campo, un grande esempio per tutti noi che in quei tempi gavevimo ancora molto de imparar.

Mi non so dove che el xe, ma voio abraziarlo anche a nome de tuta la mularia che ga avudo la sodisfazion de gaverghe giogado asieme. Sarà molto dificile, ma mi la buto losteso. Saria assai bel, se almeno una parte de questa gente se podessi incontrar, per ricordar tuti asieme, fin che non sarà tropo tardi, questa belissima storia che xe sta per mi e credo anca per i altri: la “Portuale”.

Alfio Mandich, 1987 circa

Fotografia qui sopra – Fiume 10.II.1946 - Campo Cellini, Romsa-Portuale. Da sinistra a destra in alto: Maligoi all.re [allenatore], Giacich, Legan, Baccarini, Outak, Benussi, Marsi, Devescovi cap. [capitano], Bruno Slavez. A terra: Dal Barco, Zilli, Mandich, Gersevich, Nereo Vecchietti. S.C.F. Portuale. [Didascalia originale di Alfio Mandich]. Collezione Igor Mandich.

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Traduzione - Ricordi Sportivi. In Belvedere è nata la Portuale

Tutti si sono messi a scrivere e anche io mi son detto: “perché non butto giù  qualcosa di quello che mi ricordo?” E così eccomi qua, con la penna in mano finché la memoria non mi abbandona del tutto. Naturalmente, io come ex, vi parlerò di robe del football [calcio, in inglese] e in particolare di una squadra: la “Portuale”.

Era appena finita la guerra, nel 1945 e dopo un torneo dei Rioni, quattro per la verità, non mi ricordo chi lo aveva vinto, i responsabili della “Fiscultura” avevano organizzato un torneo per squadre delle Aziende o delle fabbriche. L’unica, almeno inizialmente, che invece rappresentava un rione era quella che doveva diventare la Portuale. E questa era nata in Belvedere.

Le nostre ragazze, con in testa la Carmela Stoppani, che dopo trentacinque anni e forse più, l’ho incontrata a Cremona (sono cose che ti possono capitare solo ai “Raduni” [dei Fiumani esuli, NdR]), con un grande, ma grande piacere, ci ha fatto le maglie, che poi erano camice o casacche come meglio credete, da vecchie bandiere. Aveva recuperato solo il pezzo verde e le camicette erano verdi con una piccola fettuccia rossa che ci chiudeva un pochino il collo, braghette come capitava, calzettoni lo stesso e scarpe anche rotte, andava tutto bene.

Devo ricordar che io col Bruno Slavez, Sergio Giacich e Mario Morsi, detto Ciusca, a Fiume (credo che erano in pochi a conoscerlo col suo vero nome) possiamo dire di esser stati i fondatori, e per questo, per me la “Portuale” è come il primo amore: “Non si scorda mai!”. E per di più nata in Belvedere dove son nato e sarei anche morto se fossimo rimasti tutti a casa nostra, ma non è detta ancora l’ultima parola! È anche per questo che io voglio rimembrare a chi si ricorderà della ”Portuale”.

La prima partita in “Casa Balilla”, così noi ragazzi chiamavamo il “Campo Cellini”, contro i “Magazzini Generali”, squadra che aveva già fatto la serie “C”, ben attrezzata, sia come tenuta di gioco e sia come giocatori (alla fine del Campionato saranno loro i vincitori). In quella prima partita, la squadra “Portuale” esordiva in questa formazione: Zilli, Sergio Giacich, Dante Plazzotta, Alfio Mandich, Legan, Dal Barco, Antak, Morsi (Ciusca), Ezio Giacich, Benussi e Ovidio Ghersevich.

Per i “Magazzini Generali” doveva essere la solita passeggiata, ma i ragazzi del Belvedere, meno Antak e Nini Legan, questo ultimo di Cosala (brosquar) [Brosquar = persona provinciale. Broskva, in croato-illirico significa: verza, cibo umile], insomma un nostro buon confinante, eravamo tutti nati e cresciuti in Belvedere, abbiamo fatto vedere loro i “sorci verdi” e solo per uno sbaglio (che si potrebbe dire di gioventù), abbiamo perso a cinque minuti dalla fine per uno-a-zero, con un gol di Ginetto Persich, altro amico e mio compagno di squadra nella “Fiumana Ragazzi”. Anche lui l’ho rivisto dopo moltissimi anni a Torino e a Cremona.

Dopo questa gara, è nata la “Portuale”. Era successo che fra il pubblico presente, c’erano due dirigenti della “Compagnia Portuale” un certo Pezzulich e un altro, uno rosso di capelli e di fede [politica], che non mi ricordo più come che si chiamava e che volevano partecipare al campionato;  avevano la possibilità, ma mancavano loro gli uomini. Ci hanno tanto raggirato finché non ci hanno convinti, perché noi non volevamo mollare, ma poveretti avevamo bisogno di tutto. E così da Belvedere siamo diventati la “Portuale S.C.F.” [Società di Calcio Fiume], pensatevi che eravamo tanto malmessi, che in quella prima partita avevo giocato con un paio di scarpe alte tedesche con la “potkova” di ferro attorno al tacco. [potkova = ferro di cavalo, in croato].

Questi due dirigenti (che Dio abbracci loro l’anima) ci hanno vestito e dato le scarpe da gioco, adesso li chiamano “sponsor”. In un primo tempo (ma per poco) avevamo le maglie nere con scritto sul petto S.C.F. “Portuale”, ma dato che in quei momenti il nero non era più di moda, ci hanno cambiato con nuove e più belle maglie bianche sempre con scritto “S.C.F. Portuale”, braghette bianche e calzettoni neri, che in un secondo tempo ci hanno cambiato anche quelli con calzettoni bianchi, così eravamo come i bambini della prima Comunione, mancava solo la fascetta bianca con le frange d’oro nella manica.

E non era neanche passato tanto tempo da quando avevamo fatto la prima Comunione se pensate che il più vecchio della formazione aveva venti anni e il più giovane (classe 1929) sedici, il mulo Mario Dal Barco, grande temperamento, grande grinta, adesso vive in Canada e sta ben, così mi hanno detto le sue sorelle Maria e Giannina, che ho visto a Vicenza. Due superstiti assieme anche al Mario, perché anche lui abitava là, nella famosissima “Casa Din-Don”. Chi è di Belvedere e dice che non sa dov’è la “Casa Din-Don” è come uno che dice che è di Pisa e non sa dov’è la torre pendente. Per chi non è di Belvedere, dico che questa casa famosa era dall’altra parte del campo di football, di Via Cellini, vis-a-vis alla Casa Balilla, dal Campo non si poteva non vederla.

Ma torniamo alla “Portuale”, squadretta simpatica e battagliera, che in quel periodo aveva rotto le uova nel paniere a molte squadre di nome, come la “Torpedo”, con cui abbiamo giocato [vincendo] uno-a-zero contro ogni pronostico, e le grandi partite di fuoco contro i “Magazzini Generali”, nostri tradizionali nemici, sul campo, perché fuori ci volevamo tutti bene. Le altre squadre che partecipavano al campionato erano: R.O.M.S.A. [Raffineria di olio minerale Società Anonima], Cantieri, A.S.P.M. [Azienda Servizi Pubblici Municipalizzata (ASPM): è l’Azienda comunale che gestisce i servizi di acqua e gas di Fiume. Sotto Tito diventa “Vodovod Plinara (Voplin)” – Impianti idraulici e a gas – con le stesse funzioni], Ditta Skull (che poi si chiamava Metallurgica), Lignum e Dinamo.

Erano nove squadre di numero e si giocava sempre in “Casa Balilla”, meno qualche rara volta che abbiamo giocato a Cantrida. Si giocava due partite di mattina e due di dopopranzo e il pubblico era sempre numeroso. Naturalmente la “Portuale” è nata giovane, per l’età dei suoi ragazzi ed è morta giovane, perché è durata poco tempo dato che dalla selezione di tutte quelle nove squadre che vi ho nominato, è nata la “Quarnero” e pian pianino non la si è sentita più nominare.

Oltre ai nomi della prima formazione voglio ricordare anche il Nevio Baccarini, il portiere Rena che aveva sostituito lo Zilli che era partito per l’Italia e Nini Benussi, Ovidio Ghersevich, Mario Dal Barco, Antak, tutti in esilio che a loro volta erano stati sostituiti da: Rocco, Gino Valconi, Betto Lenaz, Nino Zatelli, Darino Bartolacicini e per ultimo un grande e carissimo amico Mici Mare, morto per la tremenda disgrazia che c’è stata quando è scoppiato il vagone di munizioni in Braida. Devo anche ricordare il Felice Maligoi, nostro allenatore, Nereo Vecchietti che oltre al football  giocava benissimo anche a pallacanestro e il nostro attrezzista (così li chiamano adesso), uno dei quattro fondatori: il Bruno Slavez emigrato assieme a Enzo Antak, il nostro cannoniere, nella lontana Australia.

Per ultimo ho lasciato uno della vecchia guardia, che aveva sostituito subito dopo la prima partita il Dante Plazzotta (fratello del famoso maestro di musica dei “Gatti Selvatici”) che era partito per l’Italia. Alzatevi in piedi ragazzi! Adesso voglio parlare del nostro capitano, di Rudi Devescovi, uno che aveva qualche annetto più dei noi, una persona cara e educata, io penso che più di uno di noi ragazzi, abbiamo imparato qualcosa da lui, un grande combattente in campo, un grande esempio per tutti noi che in quei tempi avevamo ancora molto da imparare.

Io non so dove sia, ma voglio abbracciarlo anche a nome di tutti i ragazzi con cui ho avuto la soddisfazione di averci giocato. Sarà molto difficile, ma io la butto lo stesso. Sarebbe assai bello, se almeno una parte di questa gente si potesse incontrare, per ricordar tutti assieme, finché non sarà troppo tardi, questa bellissima storia che è stata per me e credo anche per gli altri: la “Portuale”.

Alfio Mandich, 1987 circa

Foto qui sopra – Campo Cellini. Fiume, 31.XII.1946. portuale - Rapp.va “Nave Inglese” [Rappresentativa]. I componenti della Portuale in maglia bianca da sinistra a destra: Rena, Rocco, Giacich, Marre, Lenaz. In basso sempre da sinstra a destra: Devescovi cap. [capitano], Valconi, Marsi, Zatelli, Bartolaccini, Mandich. [Didascalia originale di Alfio Mandich]. Collezione Igor Mandich.

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Bibliografia e sitologia

- Roberto Palisca (a cura di), Un omaggio ad Alfio Mandich, «La Voce del Popolo», 2006.

- Salvatore Samani, Dizionario del Dialetto Fiumano, a cura dell’Associazione Studi sul dialetto di Fiume, Venezia – Roma, 1978.

- Nicola Sbetti, Giochi diplomatici. Sport e politica estera nell’Italia del secondo dopoguerra, Treviso / Roma, Fondazione Benetton Studi Ricerche / Viella, 2020.

- E. Varutti, Antologia del calcio a Fiume, 1904-1956, on line dal 5 ottobre 2020 su varutti.wordpress.com

Foto qui sopra – Alfio Mandich con la maglia dell’Empoli allo Stadio di Bari, 1954-1955. Collezione Igor Mandich.

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Testo originale: Alfio Mandich, Ricordi Sportivi. In Belveder xe nata la Portuale, dattiloscr., 1987 ca. Trascrizione in formato WORD e collezione di Igor Mandich, Genova.

Ringraziamenti – La redazione del blog, per l’articolo presente, è riconoscente al signor Igor Mandich, figlio di Alfio, che vive a Genova, per aver cortesemente concesso, il 31 dicembre 2022, la diffusione e pubblicazione del testo originale. Si ringraziano, infine, per la collaborazione riservata Bruno Bonetti, vicepresidente dell’ANVGD di Udine e Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR), delegato provinciale dell’ANVGD di Arezzo.

Progetto di Igor Mandich (ANVGD di Genova). Lettori: Bruno Bonetti, Claudio Ausilio, i professori Marcello Mencarelli e Daniela Conighi, di Udine. Aderiscono il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e la delegazione provinciale dell’ANVGD di Arezzo. Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie della collezione di Igor Mandich.

Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

domenica 16 ottobre 2022

Udine, conferenza di Valter Lazzari su Holodomor, l’olocausto ucraino del 1922 voluto in URSS

Il vocabolo in Italia è ancora pressoché sconosciuto. Holodomor è la terribile carestia procurata del 1932-33 che mieté sette milioni di morti e che colpì soprattutto l’Ucraina.  Ne ricorrono i novant’anni quest’anno.

Lo scorso 12 ottobre 2022, presso il centro culturale “Il Pellicano”, in viale Venezia a Udine, promossa dall’Associazione Partigiani Osoppo-Friuli (Apo), con la partecipazione della Associazione culturale Ucraina-Friuli, si è tenuta sul tema una conferenza con immagini e filmati. È un lavoro prodotto dal Raggruppamento Ingauno Volontari della Libertà (relatore Valter Lazzari, Liguria) aderente, come l’Apo, alla Federazione Italiana Volontari della Libertà (Fivl).

Valter Lazzari, in piedi, vicino a Roberto Volpetti e alla signora Lazzari.

Supportati dalle documentate ricerche di storici come Robert Conquest, Nicolas Werth, Ettore Cinnella, Andrea Graziosi e Federigo Argentieri, sono emersi gli elementi qualificanti di quel colossale crimine dell’URSS.

Non solo non fu per cause naturali ma neppure per sole inefficienze o negligenze: fu una carestia pianificata. Fu genocidio di classe, per schiacciare i contadini indipendenti, riducendo tutti a salariati, con fucilazioni o deportazioni per chi si opponeva. E fu anche, per l’Ucraina, genocidio nazionale, per la contestuale repressione degli intellettuali e delle chiese, ortodossa e cattolica.

Soprattutto  la seconda  parte della serata ci interpellava come europei e come italiani: perché per tanti decenni questa ignoranza e misconoscimento? Le cose si potevano sapere ma c’è stata reticenza: col negazionismo fin che si è  potuto, poi con il riduzionismo (negando l’entità  numerica del disastro),  infine con il giustificazionismo (“ma era per un bene superiore...”).

Si pensi  che del saggio principale che alzò il velo del silenzio “Raccolto di Dolore”, uscito negli Usa nel 1986, una casa editrice  italiana ne acquistò i diritti, impedendo così ad altri la pubblicazione,  ma lo tenne nei cassetti; poté uscire solo diciotto anni dopo.

Tra gli altri, in riferimento alla crisi alimentare dell’Ucraina si ricorda che il romanziere Vasilij Grossman, nel suo Tutto scorre..., del 1971, ha scritto che: “facevano a pezzi i morti e li cuocevano, uccidevano i propri figli e li mangiavano”.

Udine, 12 ottobre 2022, conferenza presso il centro culturale “Il Pellicano”, in viale Venezia a Udine, di Valter Lazzari su Holodomor, una parte del pubblico

È stato, quello del 12 ottobre, un evento di cultura e pure di solidarietà fattiva: non solo beni materiali agli amici ucraini in Italia ma, di più, aiutare gli italiani a conoscere meglio la storia di quel paese.  Come dice lo storico Graziosi, lo Holodomor è l’evento identitario su cui si fonda la legittimazione dello stato ucraino: ciò che per noi sono il Risorgimento e la Resistenza.  Quanto mai pertinente, quindi, che l’organizzatore dell'evento fosse l'Associazione Partigiani Osoppo-Friuli, presieduta da Roberto Volpetti, che ha aperto i lavori della serata.

In sala, tra i presenti, c’erano Bruno Bonetti, Sergio Satti, Luciano Bonifazi e Eda Flego, dell’ANVGD di Udine.

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Testi di Bruno Bonetti e Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Bruno Bonetti. Fotografie di Bruno Bonetti. 

L’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, ha sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/



domenica 11 settembre 2022

Maestri pionieri senza stipendio alla scuola sussidiata di Laterina, nel Campo profughi, 1956

Ricordo che gli scolari del Campo profughi di Laterina avevano una gran voglia d’imparare”. Si apre con tali parole il racconto di Giulietta Del Vita, maestra in baracca alle scuole elementari del Centro raccolta profughi (Crp) di Laterina, provincia di Arezzo nell’anno scolastico 1956-1957. 

La maestra Giuletta Del Vita, nel 1960, con gli scolari di Castiglion Alberti-Badia-Agnano-Bucine (AR). Collezione Giulietta Del Vita

Ho insegnato per solo un anno scolastico in una stanzina – ha aggiunto – avevo diciannove anni e mi sono trovata bene coi bambini e con le famiglie, nonostante molti di loro avessero dei problemi con la lingua italiana, erano le cosiddette scuole elementari sussidiate con maestri senza stipendio, lo si faceva per avere punteggio nelle graduatorie del Provveditorato agli Studi. Spesso erano delle pluriclassi, appena arrivavano i nuovi bambini al Campo li si inseriva in una classe prima, perché si orientassero”. La maestra Del Vita aveva 34 iscritti, 11 maschi e 23 femmine con esami svolti dal 3 al 4 luglio 1957 e nel registro di classe ha annotato che il locale scolastico: “ha un tetto resistente a tutto meno che alla pioggia, mura disadorne, tre finestre che permettono di vedere una bella campagna ed anche il vicino paese”.

Arezzo 1955, gare di Scuola Magistrale, Giulietta Del Vita è la prima a sinistra. Collezione Giulietta Del Vita.

Le hanno mai raccontato qualcosa dell’esodo giuliano dalmata? No, mai – è la replica – non ho mai saputo nulla della loro vita precedente, per me era importante lavorare e poi tornavo a casa col motorino di marca ‘Motom’ fino a Laterina stazione, poi in treno fino a Montevarchi. Non sono mai entrata nelle baracche delle loro famiglie. Avevo la lavagna, i banchi e le seggiole, non ricordo di aver patito il freddo, come hanno scritto altri educatori”. Ricorda il nome di qualche maestro suo collega lì nel Crp di Laterina?

C’erano la maestra Emilia Carmignani, proveniente da Loro Ciuffenna (AR), il maestro Romano Alfieri e Giuliana Stoppielli, da Terranuova Bracciolini (AR) – ha risposto la maestra Del Vita – eh, tra colleghi si stava bene, si scherzava, poi c’era il direttore didattico Elio Scala e quando ci facevano visita il Direttore o l’ispettore, per gli allievi era una festa, dato che non vedevano mai nessuno”. Ha mai portato in gita i suoi scolari?

Più che altro facevano delle belle passeggiate vicino al Crp, alla centrale elettrica, o lungo il fiume Arno – ha concluso la maestra Giulietta Del Vita – ricordo che i maschietti erano felicissimi e mi dicevano: Allora maestra, andiamo a ingrumar fiori? E io, per l’ennesima volta, li dovevo correggere, avevano il dialetto dentro di sé e in famiglia parlavano solo in quel modo”.

Nomina a insegnante di Del Vita Giulietta nella scuola sussidiata di Laterina Campo profughi per l’anno scolastico 1956-’57, ciclost. e ms. Collezione Giulietta Del Vita.

Il Memoriale di Edoardo Radolovich, 2021

Un suo affezionato allievo, Edoardo Radolovich, nel 2021, ha scritto che: “La nostra maestra non solo era brava, ma anche carina oltre che simpatica e per questi motivi eravamo molto legati a lei. Parlando del più e del meno una volta ci disse che abitava a Montevarchi che era un paese a nord di Laterina e distava 12-13 chilometri” (Dvori. Breve storia di un bimbo Slavo con genitori Italiani e nonni Austriaci, p. 34).

“Era una giornata estiva e con il solito gruppetto camminavamo sulle sponde dell’Arno quando mi venne un’idea malsana. Andare a trovare la maestra e facendo un piccolo calcolo in due ore potevamo essere a Montevarchi. Oramai l’aritmetica e la logica erano il nostro pane. Continuammo lungo il fiume ma non era molto agevole anche perché ogni tanto c’era un torrentello che si immetteva e per noi era impossibile attraversarlo se non andare in cerca di qualche ponticello. Così però avremmo perso troppo tempo e già eravamo partiti a pomeriggio inoltrato. Decidemmo altresì di raggiungere la strada statale che stava poco più su. Camminammo molto ai bordi della stessa con qualche macchina che passava ogni tanto ma a dire il vero erano pochissime in quel periodo. Dopo qualche ora arrivammo alle porte del paese ovvero dove c’era il cartello stradale con su scritto “Montevarchi”.

Tutti felici (eravamo in tre) guardammo il cartello ma le luci stradali in quel momento si accesero e ci rendemmo conto che era quasi sera. Invertimmo velocemente la marcia e seguendo la strada ci incamminammo verso Laterina. Dopo un paio di ore era completamente buio ed eravamo scoraggiati anche se non proprio impauriti. D’altrocanto avevamo circa otto-nove anni ed impreparati a tutto o quasi. Qualcuno di noi stava per disperarsi e minacciava di buttarsi sotto una delle poche automobili che passavano di lì” (p. 35). Poi tutto finì bene perché un passante, alla guida di una Topolino, accompagnò i tre scolari in Campo profughi, dove erano attesi dagli allarmati genitori e dal personale del Crp stesso.

Decalogo di un bravo maestro, Montevarchi, 8 febbraio 1957, ciclost. Collezione Giulietta Del Vita.

Il Decalogo del bravo maestro ed altri atti scolastici

Se non fosse autentico, tale Vademecum potrebbe sembrare uno scherzo di Carnevale o del Primo di aprile. È una curiosità. Veniva distribuito ad ogni maestro con la consegna della nomina di insegnamento firmata dal Provveditore agli Studi della Provincia. Questa sì, era ed è un pezzo di carta importantissimo per un insegnante statale, perché significa che ha il lavoro. Poi la maestra Del Vita deve aver iniziato a leggere. Il primo punto è: “Sii umile e modesto”. Punto 2: “Non avere fretta nell’avanzare”. Punto 3: “Non essere sollecito nel giudicare male gli alunni”. Punto 4: “Sii allegro e ottimista”. Punto 5: “Guarda con simpatia e ammirazione le cose degli alunni”. Punto 6: “Sii di costante esempio” e così via, sull’onda del libro Cuore di Edmondo De Amicis.

Molto interessante, invece, in chiave pedagogica è il documento del 1° febbraio 1957 firmato da Elio Scala, Direttore didattico di Montevarchi (AR), diretto agli insegnanti della scuola elementare del Crp di Laterina. L’oggetto della lettera dattiloscritta è: la scuola sussidiata del Crp di Laterina. Si legge che il Provveditore agli Studi “ha istituito una seconda Scuola sussidiata nella sede del Crp [ossia: in baracca, NdR], onde poter impiegare la maestra Benvegnù Pasqua nel recupero degli alunni da poco immigrati dalle Scuole croate dei territori italiani occupati dalla Iugoslavia (…)”. Gli altri maestri coinvolti nell’insegnamento, oltre alla Giulietta Del Vita, sono: Anna Maria Fratini, Giuliana Stoppielli, Emilia Carmignani e Romano Alfieri. Quattro classi fanno lezione al mattino, mentre le altre nel pomeriggio. Con la pluriclasse della maestra Pasqua Benvegnù, in tutto si contano sette classi. Dai registri dei maestri si vedono gli elenchi che contano 25-35 iscritti, talvolta fino a 40 bambini e passa, per un totale complessivo di oltre 250 scolari. In altri anni scolastici aumentano le pluriclassi e c’è un ricambio di bambini dietro i banchi, per i nuovi arrivi e per le emigrazioni di altri. I trasferimenti in alcune classi sono il 20 per cento degli iscritti, subito rimpiazzati dai nuovi ingressi provenienti dalle scuole croate.

Disegno di una allieva della classe 1^ elementare del Crp di Laterina, anno scolastico 1956-1957; collezione privata.


I disegni e i pensierini dei bambini delle baracche

Da una collezione privata si sono esaminati diversi disegni e pensieri scritti degli scolari del Crp di Laterina negli anni ‘50, talvolta dedicati alla maestra o al direttore “che ci ha portato un bel libro”. Si notano, tra i disegni, molti animali domestici, come l’asino, la pecora, oche e galline, ben noti ai figli dei contadini istriani, liburnici e dalmati. Certe bambine disegnano case, pulcini, ciliegie, frumento, farfalle, cardellini, canarini e variopinti fiori. Sia i maschietti che le femmine non scordano di dipingere una grande nave, avendo forse il babbo in marineria. Un certo Gino Sincich disegna perfino un torchio, non si sa se per olive o uva, comunque un residuo della cultura agreste dell’Istria. Disegnano colline e il fiume Arno che passa nelle vicinanze del Crp. Dovendo vivere in baracche tutte uguali e andando a lezione in una baracca, la sagoma della casa o della scuola sono simili, c’è chi disegna la fontana all’esterno, come effettivamente dovevano fare i profughi per approvvigionarsi dell’acqua per uso personale e domestico.

Lettera di Elio Scala, Direttore didattico a Montevarchi (AR), Scuola sussidiata nella sede statale di Crp Laterina, 1° febbraio 1957, dattiloscr. Collezione Giulietta Del Vita.

Conclusioni – Con i circa 250 scolari già citati, includendo poi i bimbi dell’asilo infantile, si può affermare che i bambini che frequentano le istituzioni scolastiche del Crp a Laterina sono tra i 400 e i 500 individui all’anno. Poi ci sono quelli delle scuole medie e superiori. Così tanto per aggiornare, per l’ennesima volta, i dati del primordiale censimento, chiuso nel 1956, da Amedeo Colella per conto dell’Opera per l’assistenza ai profughi giuliano-dalmati, edito nel 1958, che riportava esserci in tutta la provincia di Arezzo solo “588 profughi dislocati”. Nel Crp di Laterina, dal 1946 al 1963, invece transitano circa 10 mila profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia, oltre a certi italiani espulsi dalle ex colonie d’Africa (Pesca G… 2021) (Varutti E 2021).

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Fonti orali – Giulietta Del Vita, Montevarchi (AR), 1938, int. al telefono a cura di Elio Varutti e Claudio Ausilio del 31 agosto 2022, in presenza di Fabio Rossi.

Fonti originali - Edoardo Radolovich, Dvori. Breve storia di un bimbo Slavo con genitori Italiani e nonni Austriaci, testo in PDF con fotografie, 2021 pp. 42.

Pensierino dell’alunna Renata Blasich di Pola, del 10 aprile 1957, sulla lunga casa-baracca del Crp di Laterina non intonacata e priva di grondaie. Notare i mattoni rossi a vista nel disegno, come nella realtà. Collezione privata.

Collezioni private

- Giulietta Del Vita, Montevarchi (AR), documenti scolastici stampati, ciclostilati e ms.

- Collezione privata, Arezzo, disegni e scritti scolastici, ms colorati.

Fonti d’archivio

Premesso che potrebbero esserci alcuni errori materiali di scrittura, ecco i testi raccolti da Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo presso l’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR).

- Provveditorato agli studi di Arezzo, Comune di Laterina, Scuole elementari, Direzione Didattica di Montevarchi, Relazione finale, Scuola di Campo Profughi, Classe 1^ insegnante Del Vita Giulietta, anno scolastico 1956-1957, pp. 30, stampato e ms.

Cenni bibliografici

- Amedeo Colella (a cura di), L’esodo dalle terre adriatiche. Rilevazioni statistiche, Roma, 1958.

- Giuliana Pesca, Serena Domenici, Giovanni Ruggiero, Tracce d’esilio. Il C.R.P. di Laterina 1948-1963. Tra esuli istriano-giuliano-dalmati, rimpatriati e profuganze d’Africa, Città di Castello (PG), Biblioteca del Centro Studi “Mario Pancrazi”, Edizioni NuovaPrhomos, 2021.

- Elio Varutti, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Aska edizioni, Firenze, 2021.

Una delle tante navi disegnate dagli alunni della scuola elementare al Crp di Laterina. Qui con pensierino di Oriana Stifanich, di Parenzo (PL), 11 marzo 1957. Collezione privata.

Progetto e ricerca di Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo). Interviste di Claudio Ausilio e Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Giulietta De Vita, Claudio Ausilio e Marco Birin. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine. Si ringrazia Fabio Rossi, di Montevarchi, per la collaborazione alla ricerca.

Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Arezzo 1955, la studentessa magistrale Giulietta Del Vita taglia il traguardo in una gara scolastica. Collezione Giulietta Del Vita.

Attestato di affetto per il Direttore didattico di Montevarchi con farfalla gigante e baracca da parte della scolara Nevia Gelleni, di Gimino (PL). Collezione privata.

Semplice riproduzione di una disadorna baracca del Crp di Laterina della scolara Liliana Vescovi, di Pola. Notare, a destra, la fontana all’aperto, dove approvvigionarsi d’acqua, come nella dura realtà. In cielo nere nuvole la dicono lunga sulla vita in Campo profughi. Collezione privata.


venerdì 9 settembre 2022

Papa Luciani, dalla Vigna del Signore alla Beatificazione del 2022

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Carlo Cesare Montani, esule di Fiume, dedicato alla beatificazione di Papa Giovanni Paolo I (in latino: Ioannes Paulus PP. I, nato Albino Luciani; Canale d'Agordo, 17 ottobre 1912 – Città del Vaticano, 28 settembre 1978). A cura di Elio Varutti, per la redazione del blog.

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PAPA LUCIANI: DE MEDIETATE LUNAE (27 AGOSTO - 28 SETTEMBRE 1978) DALLA VIGNA DEL SIGNORE ALLA BEATIFICAZIONE DEL 2022.

IL SANTO PADRE PALADINO DELL’ UMILTA’ NEL SEGNO DELLE VIRTU’ TEOLOGALI: FEDE SPERANZA E CARITA’.

La celebre profezia di otto secoli orsono, che sarebbe stata opera di Malachia, costituisce quasi certamente un falso storico ma conserva un fascino tutto suo, nella misura in cui ha potuto attribuire a oltre cento Papi della Chiesa Romana alcune indicazioni formali di specifici ruoli e vocazioni,, in cui non è difficile riconoscere qualche attinenza sia pure casuale con la realtà storica dei rispettivi pontificati. Si pensi a Pio IX come Crux de Cruce (con ovvio riferimento prioritario alla fine del temporalismo), a Pio XII quale Pastor Angelicus (nel ricordo dell’impegno umanitario durante il secondo conflitto mondiale), a Giovanni XXIII come Pastor et  Nauta (quale riconoscimento di un nuovo ecumenismo collegato ai tanti viaggi) e per l’appunto, a Giovanni Paolo I, nel riferimento alla “Medietate Lunae” quale metafora dei 33 giorni di presenza del Papa Luciani sulla Cattedra di San Pietro, e quindi, per il breve tempo corrispondente al ciclo lunare. 

Oggi, con la beatificazione avvenuta in Piazza San Pietro il 4 settembre 2022 dopo una lunga istruttoria (non a caso si è parlato di procedura senza sconti), le virtù di questo grande Pontefice sono state riconosciute anche sul piano dell’ortodossia ufficiale, a cominciare da quella prioritaria dell’umiltà, praticata sin dagli inizi della vita nella nativa Canale d’Agordo, per proseguire con fede, speranza e carità, basi altrettanto inderogabili della viva esperienza cristiana di Papa Luciani. Non a caso, in ciascuna delle quattro sole udienze generali tenute durante il breve pontificato del 1978, la “lectio magistralis” che i fedeli presenti poterono ascoltare dal Sommo Pontefice avrebbe riguardato progressivamente, a cominciare all’umiltà, proprio quelle quattro virtù, viste come modello di comportamento per il popolo di Dio.

Sono trascorsi quarantaquattro anni dall’improvvisa e sconcertante scomparsa di Papa Albino, avvenuta nella notte del 28 settembre, e non sono mancate congetture fantasiose ma talvolta pervicaci, circa le possibili cause. Sta di fatto che, partendo da Venezia per il Conclave di fine agosto, aveva manifestato la massima tranquillità ritenendo che le preferenze degli Eminentissimi elettori si sarebbero orientate verso altre candidature “eccellenti”. Ebbene, quando lo Spirito Santo dispose altrimenti, facendo convergere sul nome del Patriarca il 91 per cento dei 111 voti,  la sua emozione fu straordinaria, e si protrasse per tutta la “luna” del pontificato, non senza dichiarazioni molto preoccupate per la nuova missione “ecumenica” in luogo di quelle pastorali di Vittorio Veneto o della stessa Venezia. Non a caso, al mattino del 28 settembre, quando ne fu scoperta la repentina scomparsa, fu trovato con un foglio in mano, contenente appunti per la quinta udienza che non ebbe luogo, e che avrebbe dovuto riguardare la virtù della prudenza.

Del resto, ormai da Papa, avrebbe confessato di avere avuto un attimo di perplessità nel momento in cui il “pericolo” dell’elezione al Soglio divenne certezza, ma di averlo superato, sia pure con ovvia e naturalissima emozione, pensando che la volontà del Signore corrisponde a disegni imperscrutabili. Probabilmente, in quello stesso momento gli sarebbe stato di conforto il ricordo della visita pastorale resa a Venezia dal predecessore Paolo VI in data 16 luglio 1972, quando Papa Montini pose la propria stola sulle spalle del Patriarca Luciani con un gesto che parve costituire un’investitura “ante litteram” e che ebbe un primo seguito tangibile nella successiva elevazione al ruolo cardinalizio, sopravvenuta nel marzo 1973.  

Fra le curiosità collaterali si può aggiungere che il Conclave avrebbe visto - caso unico nella storia -la “fumata” inizialmente nera, tanto da far credere che l’elezione non fosse avvenuta, salvo diventare bianca nel breve termine. Era stato semplicemente un errore nell’alimentazione del camino.

Le cause di beatificazione sono sempre lunghe, e quella del “Servo di Dio” Albino Luciani non ha fatto eccezione alla regola, traducendosi in una lunga serie di verifiche e di testimonianze, quasi tutte rese personalmente dagli interessati. In ogni caso, anche nella fattispecie è stata accertata la realtà storica di un miracolo documentato ufficialmente, con riferimento alla vicenda di Candela Giarda, la piccola argentina guarita nell’estate dal 2011 da una grave forma di epilessia maligna che l’aveva portata in punto di morte, e che fu provvidenzialmente sottratta alla morte dall’intervento di Padre Juan José Dabusti, nel momento in cui propose di pregare il Cardinale Luciani, da lui già conosciuto nelle straordinarie virtù pastorali, non senza affermare che a dare questo consiglio era stato lo Spirito Santo. Resta il fatto indubitabile che nel breve volgere di due mesi a Candela fu riconosciuta clinicamente l’avvenuta guarigione, e che nel 2022 ha inviato un video alla cerimonia di beatificazione, quale testimonianza della sua storia.

Attestazioni toccanti sono state rilasciate anche da Suor Margherita Marin e da Suor Vincenza Taffarel della Congregazione di Santa Maria Bambina, le Consorelle che trovarono il Papa defunto alla mattina del 28 settembre, e che ne hanno narrato con grata memoria, anche le attenzioni per il loro lavoro. Tra l’altro, Margherita rammentava che Luciani la esortava a “non avere troppa attenzione nello stirare le camicie” con perdita di tempo prezioso per lavori più importanti: sarebbe stato più che sufficiente farlo per “collo e polsi”.

Il saluto dell’ultima sera ebbe luogo col tradizionale augurio della buona notte e con l’arrivederci all’indomani, accompagnato da un memento di sapore biblico: “Se il Signore vuole ancora”!

Nell’ambito delle testimonianze di famiglia, conviene citare quella di Lina Petri, figlia della sorella Antonia, nel ricordo delle cartoline che lo “Zio” le inviava da Roma durante il breve periodo del pontificato, e soprattutto delle importanti “chiacchierate” su figure di massima rilevanza nella storia della Chiesa, con particolare riguardo a grandi Santi del passato, senza dire degli aiuti che aveva dato e continuava a dare per le persone in difficoltà.

Non trascurava, tra l’altro, di ricordare che in occasione dei funerali di Pier Paolo Pasolini i Vescovi friulani gli avevano chiesto lumi su come comportarsi: ebbene, lui aveva umanamente risposto che tutti abbiamo bisogno della misericordia del Signore e che lo stesso Pasolini, già da adolescente, “era attaccato alla Chiesa, cosa davvero basilare”.

Ecco un esempio di apertura e disponibilità, che peraltro non escludeva una forte intransigenza sulle questioni generali. A quest’ultimo riguardo, conviene rammentare che nel 1974 assunse una posizione notevolmente forte sul referendum istituzionale in materia d’interruzione degli effetti civili del matrimonio, fino al punto di sciogliere la FUCI veneziana, ossia l’Organizzazione degli universitari cattolici, a fronte dell’atteggiamento che aveva assunto in contrapposizione a quello della gerarchia ecclesiastica. A maggior ragione intransigente fu sempre nella difesa dei deboli, con particolare riguardo ai poveri, agli emarginati, ed anche agli operai, in specie di Marghera, prendendo netta posizione contro i licenziamenti, cercando di mediare alacremente, e compiendo parecchi gesti di solidarietà personale, in analogia all’opera che nello stesso periodo andava svolgendo Giorgio La Pira, il celebre “Sindaco Santo” di Firenze.

Per Papa Luciani, con un richiamo che ricorda quasi paradossalmente quello di Gabriele d’Annunzio durante la “Reggenza Italiana” di Fiume (1920), “la proprietà privata non costituisce un diritto incondizionato e assoluto: nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”. Analogamente, durante la sua Vice Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, promosse la proposta di donare un punto percentuale delle rendite acquisite dalle Chiese ricche, in favore di quelle dei Paesi in via di sviluppo, dove diventava sempre più urgente “riparare il peccato sociale”.

Last but non least, aveva una memoria eccezionale  che gli consentiva di fare frequenti citazioni, sia di testi ecclesiastici sia di fonti laiche, a supporto delle sue esternazioni. Basti pensare, se non altro per la speciale particolarità del suo destino, a quella evangelica e paolina: “Siate pronti, perché nell’ora che non immaginate il Figlio dell’Uomo verrà” (Mt. 24-44).

In politica internazionale, era non meno attento alle ragioni della giustizia e al suo permanente impegno contro l’iniquità, sulla falsariga della “Populorum Progressio” di Papa Montini e di un convinto atto volitivo contro qualsiasi conflitto, perché “ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile”.  Ecco un’affermazione che conserva sconcertanti valenze di attualità, e che merita l’attenzione comune quale spunto di riflessione permanente, nell’ambito di comuni auspici dell’autentica “pax christiana”.

Nonostante i molteplici impegni, viaggiò proficuamente all’estero: al riguardo, si devono ricordare la presenza in Germania del 1975 per partecipare alla “Giornata del lavoratore italiano” in programma a Mainz, quella in Svizzera del 1976 per incontrare gli emigrati; quella in Brasile del medesimo periodo, anche per la laurea “ad honorem” riconosciutagli a Rio Grande do Sul.

Soprattutto, si deve ricordare la lunga visita pastorale fatta in Burundi (agosto-settembre 1966) nell’ambito delle attenzioni per il Terzo Mondo che sarebbero emerse con forza anche nel Concilio: in tale occasione, fu precursore della prassi di porgere l’Eucarestia in mano (motivata da ragioni igienico-sanitarie) e di celebrare la Santa Messa in lingua locale, che poi sarebbero diventate prassi ordinaria per decisione vaticana.

Le motivazioni della beatificazione hanno visto nell’Amore una sorta di “costante universale”  cui il pensiero e l’azione del Santo Padre Giovanni Paolo I furono incessantemente fedeli per tutta la vita, pur nella sofferta consapevolezza degli effetti che avrebbero potuto indurre in termini di “sacrificio, silenzio, incomprensione, solitudine” ma nella tranquilla consapevolezza di onorare la volontà del Signore. Se non altro per questo, la “lezione” di Papa Luciani si è giustamente tradotta nella determinazione di proclamarne la beatitudine, non solo quale omaggio postumo a straordinarie virtù, ma nello stesso tempo, come chiara indicazione di scelta etica e di comportamenti umani, civili e sociali.

In buona sostanza, il Parroco Luciani, al pari dell’insegnante, del teologo, del Vescovo, del Patriarca, dell’Eminenza e del Papa, fu sempre fedele al lavoro, allo stile sobrio, alla solidale attenzione per gli umili, con una continuità e con una convinzione che ne esaltano il ruolo missionario, e nello stesso tempo indubbiamente maieutico, e ne suffragano “ad abundantiam” il senso prescrittivo, se non anche messianico, dell’ultima beatificazione.

                                    Carlo Cesare Montani