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venerdì 16 febbraio 2018

Toni Capuozzo a Gorizia per il Giorno del Ricordo

Ha suscitato molto interesse il giornalista Toni Capuozzo all’Auditorium di Gorizia, per la cerimonia del 10 febbraio 2018, organizzata dal Comitato Provinciale di Gorizia dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) alle ore 17. 
Toni Capuozzo. Per la foto si ringrazia il seguente sito web http://www.varesenews.it/2016/04/toni-capuozzo-racconta-il-segreto-dei-maro/512870/

Poco prima, per celebrare la solennità nazionale, alle ore 16.45, c’è stato l’omaggio in Largo Martiri delle Foibe, adiacente l’auditorium di via Roma, alla presenza delle autorità.
Grande soddisfazione per la buona riuscita dell’evento è stata espressa dagli organizzatori. In effetti non capita tutti giorni a Gorizia, città di 34 mila abitanti, di vedere l’auditorium praticamente tutto pieno, con oltre 380 persone a commemorare la tragedia dell’esodo giuliano dalmata.
Il ricco programma della giornata prevedeva il saluto delle autorità, l’esibizione dell’Accademia Lirica “Santa Croce” di Trieste, diretta dal maestro Alessandro Svab e l’intervento della professoressa Maria Grazia Ziberna, presidente dell’ANVGD di Gorizia. Dopo di lei, in programma, c’era l’intervento di Luca Urizio, presidente della Lega Nazionale.
L’intervento solenne di Massimo Marchesiello, prefetto di Gorizia, si è manifestato col conferimento da parte sua di due riconoscimenti agli insigniti discendenti delle vittime delle foibe, ai sensi dell’art. 3, della Legge n. 92 del 2004. Gli insigniti sono stati: Vito Di Cosmo, residente a Ronchi dei Legionari, in memoria dello zio Guardia di Finanza Domenico Vito Giuseppe Spinelli, oltre a Angela Rosita Gori, residente a Medea, in memoria del padre Guerrino Gori.
Fonte: Maria Grazia Ziberna, ANVGD Gorizia

Nel suo originale intervento, Maria Grazia Ziberna, ha utilizzato alcune diapositive con riferimento alla tematica dell’uccisione nelle foibe perpetrata dai titini. 
La prof.ssa Ziberna ha iniziato il  suo discorso citando le parole del Presidente Sergio Mattarella: “Le stragi, le violenze, le sofferenze patite dagli esuli giuliani, istriani, fiumani e dalmati non possono essere dimenticate, sminuite o rimosse. Esse fanno parte, a pieno titolo, della storia nazionale e ne rappresentano un capitolo incancellabile, che ci ammonisce sui gravissimi rischi del nazionalismo estremo, dell'odio etnico, della violenza ideologica eretta a sistema”.
Ha proseguito poi affermando che: “Dopo 70 anni  non è più il tempo di negare o minimizzare, ma è tempo di voltare pagina, di accertare la verità storica e di ammettere  ognuno le proprie responsabilità. Noi abbiamo ereditato un pesante passato, che molti si ostinano per motivi ideologici a non riconoscere. Oggi non si possono  certamente negare le colpe del fascismo, le prevaricazioni, le misure repressive  e le violenze degli anni ’20, e  quanto è accaduto  durante la guerra, nel 1941  dopo  l’occupazione della Provincia di Lubiana. Nessuno deve poi negare il grande valore della lotta di liberazione dei  partigiani che hanno combattuto per la libertà dal nazifascismo, ma  nessuno deve nascondere o giustificare i crimini commessi da una parte di loro  nei confronti  di veri, potenziali  o presunti oppositori all’avvento del regime comunista. 
Rodolfo Ziberna e la sorella Maria Grazia con il giornalista Toni Capuozzo, al termine dell'affollato incontro. Fotografia dell'Archivio ANVGD di Gorizia

Nessuno può quindi negare che le violenze delle truppe di Tito non furono se non in alcuni casi una rivolta popolare, spontanea, e che furono invece il risultato di una programmazione accurata, di decisioni prese ad alto livello per effettuare una epurazione preventiva,  furono infatti – sempre citando le parole del presidente Mattarella – Una tragedia provocata da una pianificata volontà di epurazione su base etnica e nazionalistica”.
Si volevano   eliminare fisicamente tutti coloro che  non condividevano le dottrine comuniste o, pur condividendole, erano potenzialmente ostili alla politica di Tito, che voleva annettere alla Jugoslavia tutte le terre  fino al Tagliamento e instaurare un regime comunista.
La presidente Ziberna ha poi continuato affermando che “la Slovenia di oggi ha avuto il coraggio di voltare pagina. Il presidente della Repubblica slovena Borut Pahor ha infatti riconosciuto che “La Slovenia ha iniziato a gestire una delle sfide storiche più drammatiche”, e  che “E’ un nostro dovere umano e di Stato quello di seppellire in maniera civile le vittime delle uccisioni del dopoguerra”. (…)  “Non cambiamo la storia, cambiamo il futuro”.
Pur tra mille problemi di natura politica e ideologica, i cittadini della Slovenia hanno iniziato quindi  ad indagare su quanto è accaduto realmente a quel tempo. Questa coraggiosa  ricerca della  verità ha portato i suoi frutti: la Commissione slovena costituita già negli anni ’90 per individuare i siti di sepoltura delle vittime di uccisioni di massa  ha individuato e segnalato, recintandoli e costruendo in molti casi delle cappelle nelle vicinanze, 600 siti dove sono stati occultati decine di migliaia di oppositori del regime di Tito, militari ma anche un numero elevatissimo di civili inermi. Sono stati così individuati siti come Huda Jama, dove sono stati occultate le salme di circa 3 mila persone, e Maribor, dove in un fossato anticarro, ritrovato durante i lavori per costruire l’autostrada, sono stati rinvenuti i resti di 15 mila vittime.

Nella  contestualizzazione storica è stato poi ricordato il 97enne Giuseppe Comand, di Latisana – ultimo testimone oculare delle esumazioni delle foibe, recentemente insignito dell’onorificenza di commendatore per iniziativa dello stesso presidente Mattarella, dopo la pubblicazione sull’Avvenire di un articolo della giornalista Lucia Bellaspiga.
Fonte: Maria Grazia Ziberna, ANVGD Gorizia

Poi l’attrice novantenne Maja Monzani ha  recitato “Foiba” di Marco Martinolli. In sala c’era anche la sua famiglia, di origine lussignana. Lui, giovane ingegnere e poeta, è morto nel 2010, a 39 anni.
La Ziberna si è poi soffermata sulle dichiarazioni di Pavel Jamnik, il funzionario della Polizia criminale incaricato di indagare sui crimini avvenuti al termine del secondo conflitto e su quanto è emerso dai ritrovamenti a Huda Jama e a Maribor, oltre che sulla cerimonia funebre tenutasi nel 2016 alla presenza dei presidenti di Slovenia e Croazia.

Commentando infine l’affermazione del presidente Mattarella, secondo cui “L'Unione Europea è nata per contrapporre ai totalitarismi e ai nazionalismi del Novecento una prospettiva di pace, di crescita comune, nella democrazia e nella libertà. Oggi, grazie anche all'Unione Europea, in quelle zone martoriate si sviluppano dialogo, collaborazione, amicizia tra popoli e stati”, la presidente Ziberna ha concluso il suo intervento sottolineando che “non sarà probabilmente possibile una memoria condivisa, ma per continuare su questa strada è doveroso ricordare, ricercare la verità e  rispettare la memoria degli altri, perché le nuove generazioni, i nostri  figli, si meritano un futuro migliore, un futuro di collaborazione e di pace. Cominciamo a crearlo noi questo futuro, da subito”.
Fonte: Maria Grazia Ziberna, ANVGD Gorizia

Anche il prefetto, nel suo breve ma incisivo intervento, dopo la presentazione della Ziberna, ha detto che non conosceva tanti particolari. Lo stesso Capuozzo, in un’intervista successiva all’evento, ha accennato al fatto che non sapeva certi dati, raccolti e diffusi dalla preziosa e paziente ricerca e traduzione della professoressa Maria Grazia Ziberna.

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Filmografia
Ecco il link per poter guardare l'intervista a Toni Capuozzo:     https://youtu.be/sX0oQkgR9xw  

Fonte: Maria Grazia Ziberna, ANVGD Gorizia

Fonte: Maria Grazia Ziberna, ANVGD Gorizia

 Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine assieme a Maria Grazia Ziberna, presidente ANVGD di Gorizia, a destra, durante un incontro culturale del dicembre 2017 che ha segnato la collaborazione tra i due Comitati Provinciali ANVGD di Udine e di Gorizia. 
Foto di E. Varutti
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Servizio giornalistico, di ricerca e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie e testi di Maria Grazia Ziberna, che si ringrazia per la fattiva collaborazione.
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mercoledì 14 febbraio 2018

Parco Vittime delle Foibe, il Prefetto di Udine chiede scusa ai profughi

Per i patimenti dell’esodo giuliano dalmata, Vittorio Zappalorto, prefetto di Udine, ha chiesto scusa ai profughi. È accaduto durante la cerimonia religioso patriottica al Parco Vittime delle Foibe, di Via Bertaldia, Via Manzini, il giorno 11 febbraio 2018, alle ore 11,45. 

Autorità civili e militari alla funzione religiosa nella Chiesa del Carmine a Udine

“Gli esuli non sono stati accolti bene – ha detto il Prefetto – eppure si trattava di italiani che avevano a cuore la loro terra da cui erano dovuti scappare”. Zappalorto nei giorni precedenti ha partecipato anche ad alcuni appuntamenti delle scuole superiori per il Giorno del Ricordo (ad esempio lo Stringher). “Bisogna parlarne di più nella scuola – ha aggiunto -  e siamo qui per chiedere scusa e per dialogare con i loro figli ed i nipoti”.
La notizia è stata diffusa da Radio RAI nel servizio giornalistico di Lara Boccalon nel Gazzettino del Friuli Venezia Giulia delle ore 18 del giorno 11 febbraio 2018 e anche in televisione il giorno seguente nel TG regionale delle ore 14.
Son lì che prendo appunti, perché il discorso del Prefetto mi sembra una grande novità e mi si avvicina una fiumana ultranovantenne dicendomi: “Alora i se gà acorti de noi!” Annuisco, ma le faccio un segno di lasciare parlare le autorità. “Sì va ben – mi ribatte – starò ben zita, ma son contenta perché i se gà acorti de noi”.

La parte religiosa della giornata era iniziata, alle ore 10,30, nella Chiesa della Beata Vergine del Carmine, dove don Giancarlo Brianti ha celebrato una Santa Messa  “in memoria delle vittime delle foibe e dei defunti giuliano dalmati”, come sta scritto su «Camminiamo insieme» Bollettino parrocchiale n. 6 del 2018, a p. 2. 
Alla funzione religiosa hanno presenziato, tra gli altri, il Prefetto di Udine, Antonella Nonino, assessore ai Diritti e all’Inclusione Sociale, in rappresentanza del Comune di Udine e l’ufficiale della Brigata alpina “Julia”, nonché l’ufficiale dell’arma dei Carabinieri. Era presente, inoltre, il gonfalone del Comune di Udine, nonché il labaro del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).
In rappresentanza della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia erano presenti i consiglieri Silvana Cremaschi e Vincenzo Martines. “Bisogna preservare il ricordo di quegli avvenimenti – ha detto la Cremaschi al Parco Vittime delle Foibe – proiettato sul passato, quando le persone furono le vittime civili”. La Cremaschi si è detta contro la guerra e invece a favore le soluzioni politiche. “Oggi si manifesta per il ricordo dell’esodo e della profuganza – ha concluso la Cremaschi – riconoscendo le ingiustizie per le quali bisogna chiedere scusa”.
Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine legge una preghiera in Chiesa

La cerimonia civile al Parco Vittime delle Foibe si era aperta con la benedizione del Cippo da parte di don Giancarlo Brianti, parroco della Chiesa della Beata Vergine del Carmine. È proprio lì che negli anni 1954-1956 monsignor Felice Spagnolo ha celebrato alcune centinaia di matrimoni di profughi giuliano dalmati, che andavano avanti e indietro dal Centro di smistamento profughi di Via Pradamano, “per il scambiarse de corsa il vestito da sposa – come hanno raccontato le donne del borgo”.
Poi c’è stata la deposizione della corona d’alloro in onore delle Vittime delle Foibe e la toccante preghiera dell’infoibato, composta nel 1959 da monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria.
Ha parlato anche l’assessore Antonella Nonino. “Voglio ricordare il caso degli esuli – ha detto – ai quali capita nei vari documenti di vedersi scritto che sono nati in Jugoslavia, mentre il loro luogo di nascita era l’Italia, ecco bisognerebbe rispettare la legge che dice di segnare, ad esempio, solo: nato a Pola”. L’assessore Nonino ha ringraziato l’ANVGD di Udine perché “il Parco Vittime delle Foibe è come un cuore pulsante della città in un giorno da riempire di ricordi. Io penso che no basta chiedere scusa, è dovere di ricordare per tutta la cittadinanza. Tra i presenti si sono notati anche Claudio Freschi e Renzo Pravisano, del Consiglio Comunale di Udine”.

Il Cippo al Parco Vittime delle Foibe in Via Bertaldia

Sergio Satti, esule da Pola, decano dell’ANVGD di Udine ha voluto ringraziare il professor Furio Honsell, che nella sua veste di sindaco si impegnò, nel 2009, a realizzare il Parco Vittime delle Foibe, nonostante i pareri discordi della sua maggioranza”.
Allora Honsell ha replicato: “Col cuore e con le lacrime dissi di sì a questo Parco, voluto dall’ingegnere Silvio Cattalini, perché quelle violenze sono da condannare, allora noi viviamo qui un momento di civiltà europea e di dialogo tra i popoli, penso dunque che questo monumento sia un patrimonio di Udine, oltre che dell’ANVGD”.
La cultura della pace e della non violenza è stata ripresa e ribadita da Renata Capria D’Aronco, presidente del Club UNESCO di Udine. “Anch’io vorrei ricordare con affetto – ha concluso la D’Aronco – il compianto presidente degli esuli Silvio Cattalini, nato a Zara”.

L’intervento di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine
Ha parlato tra i primi oratori, Bruna Zuccolin, presidente dal 2017 dell’ANVGD di Udine, dopo 45 anni di dirigenza da parte del Comandante Silvio Cattalini.
“Ricorre oggi il Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata – ha esordito così la Zuccolin - si tratta di una solennità nazionale, opportunamente istituita con legge nel 2004, che chiama ciascuno e tutti a rinnovare la memoria della tragedia delle foibe e dell’esodo di 300 mila connazionali dalle terre natie dell’Istria, di Fiume, Pola e della Dalmazia”.

Quella è stata una tragedia a lungo dimenticata “rimossa dalla coscienza del Paese e per tanto tempo poco conosciuta. Italiani dimenticati in qualche angolo della memoria, come una pagina strappata al grande libro della storia, recita la canzone Magazzino 18 di Simone Cristicchi che, al magazzino di Trieste in cui vennero stipate le masserizie abbandonate dagli esuli, ha dedicato un commovente spettacolo riproposto con grande successo in Istria, in tutta Italia e nel mondo”.
Con la legge sul Giorno del Ricordo la Repubblica italiana “ha riconosciuto, finalmente e ufficialmente, che la storia del confine orientale era un pezzo importante della storia del nostro Paese e che le tragedie che colpirono le nostre terre nel cuore di quel secolo difficile che è stato il Novecento diventavano capitoli integranti della sua storia nazionale”.
Circa 300 mila istriani, fiumani, dalmati “spesso per il solo fatto di essere italiani – ha aggiunto la Zuccolin – furono obbligati ad abbandonare la loro terra, i loro beni, i loro parenti ed amici, e costretti ad andare incontro a un futuro precario e incerto, in Italia e all’estero”.
Ha poi detto: “Molti esuli trovarono rifugio a Trieste e nel resto del Paese, dove spesso furono accolti con indifferenza da quella stessa Italia nel cui abbraccio solidale avevano sperato. Molti invece furono costretti ad emigrare all’estero. Come ricordò Enzo Bettiza: non c’è consolazione possibile per riempire il vuoto che si spalanca nell’anima quando si è costretti ad abbandonare la propria casa e la propria terra”.
La preghiera dell'infoibato

A tutti costoro “dobbiamo dire un grazie per la testimonianza di amore per l’Italia, di coraggio, di dignità, di laboriosità che furono in grado di dare, pur colpiti da una tragedia di dimensioni inenarrabili. Tutti e non solo oggi ma ogni giorno dobbiamo concentrarci nella scrittura di una nuova pagina, dove non si parli di violenza, odio e vendetta, per consegnare alle generazioni future un mondo segnato dai valori positivi della giustizia e della pace”.
Il Giorno del Ricordo è dunque “un’occasione per convertire la memoria di una immensa tragedia – ha notato la Zuccolin – in una riflessione su quanto le cose siano cambiate nel frattempo e lascino sperare in un futuro migliore, privo di violenze e ingiustizie. Non si tratta di ridurre la portata di una pagina tragica, ma di fare una riflessione, con la serenità e l’oggettività che sono il vantaggio del tempo trascorso”.
Dal Labaro: Furio Honsell, Bruna Zuccolin, Vittorio Zappalorto, Antonella Nonino, Silvana Cremaschi, Vincenzo Martines e Sergio Satti

Dobbiamo essere memori “di ciò che è accaduto, tesi a realizzare, per il futuro dei nostri figli, un mondo diverso, dove l’odio sia sostituito dal dialogo e dalla voglia di camminare insieme, dettata non già da ragioni sentimentali, ma nel comune interesse di terre e popoli che – dobbiamo ricordarlo – per secoli hanno dialogato e collaborato tra loro – ha rilevato la Zuccolin -. Capire l’importanza del nuovo scenario che abbiamo davanti è un primo passo necessario per costruire un futuro dove la violenza, la discriminazione e l’odio siano solo un doloroso ricordo”.
Il Comitato provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia è impegnato e cosciente di questo importante compito oggi e ogni giorno dell’anno, in continuità con il proprio ‘Comandante degli Esuli’, l’indimenticabile Silvio Cattalini. E con il suo ricordo, ho il piacere e l’onore di dare la parola alle Autorità presenti”.
Lucio Costantini

La cerimonia finisce con un legame con Toronto
Alla fine della cerimonia Lucio Costantini, esule istriano, ha letto una poesia di Cesarina Ceschia. Poi, come avvenuto l’anno scorso, lo stesso Costantini ha proposto di accendere un lume nelle case, in onore delle vittime delle foibe, dei caduti e di tutti i defunti giuliano dalmati, così come viene fatto a Toronto, in Canada, da Mario Lorenzutti, esule da Isola d’Istria, con cui si è in contatto per il Giorno del Ricordo.

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Servizio giornalistico, di ricerca e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E.V. Fotografie di E. Varutti.

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Sitologia e cenni bibliografici
- E. Varutti, La campana di Harzarich. Intervista sull'esodo istriano, 1943, on-line dal 28 ottobre 2014.

- E. Varutti, Parla Sara, nipote di Arnaldo Harzarich, che scoprì le foibe d’Istria, on-line dal 2 marzo 2015.

- E. Varutti, La Giornata del Ricordo. L’orrore di quella mattanza: parlano i testimoni delle foibe, «Messaggero Veneto», 7 febbraio 2018, p. 48.

- «Camminiamo insieme», Bollettino domenicale. Parrocchia della Beata Vergine del Carmine, Udine, n.6, 2018.

- Lucia Bellaspiga, Udine. Io, a 97 anni ultimo testimone oculare delle stragi delle foibe, «L’Avvenire», 6 gennaio 2018,

- Giorno del Ricordo. Da Porzûs alle foibe, passando per l’esodo istriano. La riflessione dello storico Raoul Pupo. Profughi, 100 mila per Udine. Testimonianza, Sara: È stato mio zio a scoprire le foibe, «La Vita Cattolica», 7 febbraio 2018, p. 9.

- Marina Corradi, Lettere. Foibe, il coraggio di chi denunciò i crimini e il bacio che salvò la memoria, «L’Avvenire» del 10 febbraio 2018.

- David Zanirato, Esuli istriani e dalmati in città, un libro e una ricerca. Foibe, le storie degli esuli Centomila a Udine, «Il Gazzettino», Cronaca del Friuli, 11 febbraio 2018, pp. I-II.


- Lara Boccalon, Il Centro smistamento profughi di Udine, TG Friuli Venezia Giulia, ore 14 del 12 febbraio 2018, dal minuto 8,45 al 11,38.








mercoledì 15 febbraio 2017

Udine, l’Anvgd al Giorno del Ricordo 2017

C’è stata tanta emozione al Parco Vittime delle Foibe di Udine il 10 febbraio 2017, alle ore 11,30. La cerimonia civile e religiosa è stata ben organizzata dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Udine.
Udine, Parco Vittime delle Foibe, 10 febbraio 2017

Presieduto dal 1972 dall’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara, tale sodalizio recava il seguente commento introduttivo a firma di Cattalini stesso, assente per gravi motivi di salute: “Giorno del Ricordo, in memoria del dramma dell’esodo dei 350 mila istriani, fiumani e dalmati e delle vittime delle foibe e delle altre tragiche vicende durante e dopo la seconda guerra mondiale. Inoltre nel ricordo dell’iniquo Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947”.
I rappresentanti delle istituzioni – secondo gli esuli giuliano dalmati – hanno fatto degli interventi formali e solenni assai importanti, ma allo stesso tempo, con tanta partecipazione. Hanno raccontato piccole storie di famiglia, ciò che ha colpito favorevolmente il mondo degli esuli trapiantati a Udine, perché assomigliavano assai ai propri mondi vitali. C’era il gonfalone del Comune di Udine con tre vigili urbani; è il secondo anno che succede. Gli istriani presenti hanno molto apprezzato pure tale condivisione.
Davanti al cippo di Via Manzini, che ricorda le vittime delle foibe dal 1943 al 1954, il professor Elio Varutti, del Consiglio Esecutivo dell’ANVGD di Udine, ha salutato i numerosi presenti e ha dato la parola a Vittorio Zappalorto, prefetto di Udine. «Questi argomenti – ha esordito Zappalorto – io non li ho potuti studiare a scuola, perché nei libri scolastici non avevano posto, inoltre noi siamo qui oggi per porre rimedio alla pagina di storia strappata nel 1947, col Trattato di pace».
Varutti salutava poi la presenza di Paola Del Din, medaglia d’oro al valor militare, che ha detto: «Continuate così, tenete duro, bisogna ricordare questi tragici fatti». Erano presenti anche Eliana Fabello, sindaco di Grimacco, nelle Valli del Natisone e il consigliere comunale di Udine Renzo Pravisano. Quest’ultimo è stato vicino alle manifestazioni degli esuli giuliano dalmati sin dalle prime attività nate dopo il 2004 dall’istituzione, per legge, del Giorno del Ricordo.
Udine, Parco Vittime delle Foibe, 10 febbraio 2017, parla il questore Claudio Cracovia

Ha parlato in seguito Fabrizio Pitton, presidente del Consiglio della Provincia di Udine. «Ci sono esuli che hanno vissuto la loro condizione con un senso di colpa – ha detto Pitton – e poi oggi c’è qualcuno che gli rinfaccia pure certe polemiche sterili, ecco io direi invece che dobbiamo chiedere scusa a tutti gli esuli per la congiura del silenzio sviluppatasi dal dopoguerra»
Poi ha parlato Claudio Cracovia, questore di Udine, portando pure lui, tra le altre, un po’ di vissuto personale. «Io sono di Trieste – ha detto il questore – e ho trascorso la mia infanzia e adolescenza vicino alle baracche del Campo profughi di Opicina, allora molti miei amici e compagni di giochi e di sport erano i figli degli esuli giuliano dalmati, noi si giocava presso Villa Carsia e stavamo bene».
È  intervenuto dopo Carlo Giacomello, vice sindaco di Udine. Nel 2007 quando è stato stampato dall’ANVGD di Udine il libro di Varutti sul “Campo Profughi di Via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine” la premessa era proprio di Giacomello, allora presidente del Consiglio di Circoscrizione n. 4 – Udine Sud. «Non sapevamo nulla dei centomila profughi passati dal Centro di Smistamento di Via Pradamano – ha esordito Giacomello – eppure abitavamo qui nella parrocchia di San Pio X, ma soprattutto vorrei ricordare tutto l’impegno e le attività svolte da Silvio Cattalini dagli anni settanta». A quel punto è partito spontaneo un lungo applauso.
Udine, Parco Vittime delle Foibe, 10 febbraio 2017, Fabrizio Pitton, Eliana Fabello, Claudio Cracovia, Vittorio Zappalorto, Paola Del Din e, con lo scialle azzurro, Bruna Zuccolin, vice presidente dell'ANVGD di Udine

Poco dopo è intervenuta Bruna Zuccolin, vice presidente dell’ANVGD di Udine. «Vorrei ricordare prima di tutto la lunga attività svolta dal nostro presidente Silvio Cattalini – ha aggiunto la Zuccolin – siccome è la prima volta che parlo in pubblico nella veste di vice presidente e sono un po’ emozionata, mi permetto di leggere quattro parole che ho concordato col nostro storico presidente sull’importanza del Giorno del Ricordo».
La parte religiosa della cerimonia è stata inaugurata da monsignore Giancarlo Brianti, della parrocchia della Beata Vergine del Carmine. Dopo la deposizione di una corona di alloro al cippo c’è stata la benedizione e la recita della preghiera dell’infoibato, scritta da monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste nel 1959.
In conclusione della toccante cerimonia è intervenuto lo scrittore Lucio Costantini, che ha letto una lettera di Mario Lorenzutti, esule da Isola d’Istria in Canada. Costui ha proposto, per il Giorno del Ricordo, di accendere un lume in casa per tutta la giornata, come aveva appena fatto lui in Canada. Allora Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria, ha distribuito dei piccoli lumi ai presenti e qualcuno ha voluto accenderlo da subito.
Udine, Parco Vittime delle Foibe, 10 febbraio 2017, Lucio Costantini legge la lettera di Mario Lorenzutti "Isolan" esule in Canada. Dietro: mons. Brianti, Giacomello, Pitton, Fabelo e Cracovia

 Al termine delle cerimonie al Parco Vittime delle Foibe, vista la bella giornata, molti esuli e i loro discendenti si sono fermati a ricordare i fatti di famiglia accaduti in Istria, a Fiume e in Dalmazia. In quei momenti gli esuli hanno aperto il loro cuore e hanno raccontato fatti mai rivelati sino ad ora.  Si è ascoltato, ad esempio, dalla signora Lidia Rauni, nata a Santa Domenica di Albona nel 1936, che suo papà fu infoibato il 2 novembre 1943, assieme ad altri 16 compaesani Si chiamava Giuseppe Rauni, del 1902, ed è menzionato nel libro scritto da padre Flaminio Rocchi nel 1990, a pag. 256.
Ha voluto parlare anche Bruna Travaglia, nata ad Albona nel 1934 ed esule di Pola nel 1947. «Nella foiba di Vines i titini hanno gettato la gente di Albona – ha esordito la signora Travaglia – come mio nonno, Marco Gobbo, della classe 1882, nato a Brovigne di Albona, poi hanno ammazzato così pure mia zia mia zia Albina Gobbo, di 31 anni, detta “Zora” e pure un altro parente, di 25 anni circa, chiederò il suo nome ai parenti che ho a New York e poi lo saprò dire, eh sì, i titini li hanno portati via il 18 maggio 1944 per gettarli nella foiba, pensate che mia nonna Lucia Viscovi, che abitava a Brovigne non ha voluto venire via perché diceva: Se i torna no i trova nissun. Qualcuno dei prelevati era riuscito a sopravvivere, nascondendosi in un momento di confusione, così raccontò che prima hanno ucciso mia zia e una sua amica buttandole in una foiba piccola, mentre gli uomini li hanno tenuti prigionieri, perché così portavano munizioni e robe pesanti, poi li hanno fatti fuori anche loro».
Udine, Parco Vittime delle Foibe, 10 febbraio 2017, il gonfalone del Comune di Udine

Si aggiunge solo che il nome di Albina Gobbo “Zora”, di Brovigne di Albona, non compare nell’elenco di oltre 400 donne uccise dagli slavi e gettate nelle foibe, nei pozzi minerari, nelle cave o nelle fosse comuni, pubblicato nel 2014 da Giuseppina Mellace. La stessa autrice riporta che nel periodo 1943-1945 «ben 10.137 persone [sono] mancanti in seguito a deportazioni, eccidi ed infoibamenti per mano jugoslava» (pag. 236).

Tarcento, Centro Ceschia, il folto pubblico alla presentazione del libro di Toth. Fotografia di Bruno Bonetti

Il Giorno del Ricordo a Tarcento
Nel pomeriggio dello stesso 10 febbraio 2017 presso la Biblioteca di Tarcento, al Centro Ceschia, l’ANVGD di Udine ha organizzato, in collaborazione con il Comune di Tarcento un altro evento pubblico che ha destato molta partecipazione ed interesse. 
Dopo il saluto di Mauro Steccati, sindaco di Tarcento la dottoressa Bruna Zuccolin, vice presidente dell’ANVGD di Udine, ha introdotto il professor Fulvio Salimbeni. È stato lui a presentare il libro “Storia di Zara”, scritto la Lucio Toth, presidente onorario dell’ANVGD. Ha fatto seguito un breve filmato su Zara e la sua storia millenaria, realizzato dall’ANVGD di Udine.
Gli enti che hanno patrocinato il Giorno del Ricordo 2017 a Udine e Tarcento erano la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, la Prefettura di Udine, la Provincia di Udine e il Comune di Udine.

Udine, Parco Vittime delle Foibe, 10 febbraio 2017. Lettura del messaggio di Silvio Cattalini
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Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti. Fotografie di Giorgio Gorlato, ove non altrimenti riportato. Si ringraziano i cortesi prestatori delle fotografie. 
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Riferimenti bibliografici
Giuseppina Mellace, Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, Roma, Newton Compton, 2014.
Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Edizioni Difesa Adriatica, Roma, 1990.
Lucio Toth, Storia di Zara. Dalle origini ai giorni nostri, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2016.
Elio Varutti, Il Campo profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Edizioni ANVGD Comitato provinciale di Udine, 2007.

Il cippo con la targa in ricordo delle vittime delle foibe a Udine il 10 febbraio 2017. Foto di E. Varutti

domenica 8 novembre 2015

Udine, ricordate le vittime delle foibe

Cerimonia religiosa e civile il 3 novembre 2015 a Udine
Sono state ricordate le vittime delle foibe. L'evento è stato organizzato dal Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), che ha per presidente, dal 1972, l’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara.
Parco Vittime delle foibe di Udine, ecco il cippo, la targa e la corona d'alloro del 3.11.2015. Fotografia di Elio Varutti
Quest’anno, però, Cattalini non c'era, poiché impegnato in un viaggio pellegrinaggio proprio a Zara, per pregare sulle tombe dei suoi familiari e di altri concittadini dalmati.
La cerimonia annuale di Udine si è svolta alle ore 11 presso il Parco Vittime delle Foibe, in Via Bertaldia – Via Manzini, inaugurato il 25 giugno 2010. Ha presenziato il mesto incontro l’ingegnere Sergio Satti, vice presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD. In seguito è stato benedetto il cippo monumentale da don Giuliano Del Degan, della parrocchia della Beata Vergine del Carmine. Era presente Renzo Pravisano, del Consiglio comunale di Udine. Gli esuli e amici intervenuti hanno recitato la preghiera dell’Infoibato, dopo la deposizione della corona d’alloro.
All'incontro ha partecipato una piccola delegazione dell'Istituto Statale d'Istruzione Superiore "B. Stringher" di Udine, che ha attivato un progetto educativo, sostenuto dalla Fondazione CRUP, intitolato "Storie di donne nel '900". Tale progetto prevede temi di studio e di ricerca come "Le donne dell'esodo" ed anche "Insegnare a scuola l'esodo giuliano dalmata". Il professor Giancarlo Martina, coordinatore del Laboratorio di Storia dello Stringher, è il referente dell'attività didattica menzionata. Nella stessa scuola è stato da poco attivato un Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull'esodo giuliano dalmata. Tale azione didattico educativa è soprattutto di tipo virtuale, mediante interventi nel web.


Esuli alla cerimonia di Udine al Parco Vittime delle foibe del 3 novembre 2015. Il secondo a sinistra è l'ingegnere Sergio Satti, esule da Pola, vice presidente dell'ANVGD di Udine. 
Fotografia di Elio Varutti


Esuli alla cerimonia di Udine al Parco Vittime delle foibe del 3 novembre 2015. In primo piano, a destra, Giorgio Gorlato, nato a Dignano d'Istria. Dopo la cerimonia gli intervenuti hanno approffittato per fare "quattro ciacole".
 Fotografia di Elio Varutti

Nel pomeriggio una cerimonia analoga si è tenuta presso il Cimitero monumentale di Udine, in Via Firenze. Alle ore 15 nella chiesa del cimitero è stata celebrata una santa messa in suffragio dei caduti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Al termine dell’eucarestia è stata deposta una corona d’alloro presso il Monumento che ricorda il sacrificio dei caduti giuliani e dalmati per la patria, all’ingresso principale del camposanto, cui ha fatto seguito la recita della preghiera dell’Infoibato.
Tale monumento è stato inaugurato il 10 febbraio 1990. Si trova a sinistra dell’ingresso principale del Cimitero monumentale di Udine, in Via Firenze. Oltre alla scultura dell’artista Nino Gortan (1931-2001), originario di Pinguente d’Istria, c’è una lapide in pietra di Aurisina. L’altorilievo in bronzo di Gortan rappresenta due uomini agganciati per un braccio che cadono nel vuoto di una foiba.
L'immagine sottostante appartiene a una serie di originali diapositive per un Itinerario giuliano a Udine, creato nel 2013 all'Istituto "B. Stringher" di Udine.
 Una versione di questo articolo, col titolo Ricordate le vittime delle foibe a Udine è stata pubblicata il 7 novembre 2015 nel web su infofvg.it

lunedì 2 marzo 2015

Parla Sara, nipote di Arnaldo Harzarich, che scoprì le foibe d’Istria

“Sono la nipote del maresciallo dei pompieri di Pola, Arnaldo Harzarich”.  Esordisce così il racconto della signora Sara Harzarich, nata a Pola nel 1931 ed oggi esule a Pagnacco, in provincia di Udine. Lo zio di cui fa cenno è Arnaldo Harzarich, nato a Pola il 3 maggio 1903 e deceduto a Merano il 22 aprile 1973. Su di lui i titini iugoslavi, nel mese di settembre del 1944, misero addirittura una taglia di 50 mila lire, pur di catturarlo e farlo fuori, senza riuscire nel losco intento.

Pagnacco, provincia di Udine, 26 agosto 2012 - Inaugurazione del Monumento ai Martiri delle foibe, la benedizione del parroco, don Sergio De Cecco (Collezione Sara Harzarich, Pagnacco).

Dopo che alcuni bambini trovarono vicino alla voragine della foiba di Vines, in Istria, gli occhiali rotti del loro babbo e alcuni bottoni strappati dagli abiti, furono chiamati i compaesani e i pompieri di Pola, per capire cosa poteva essere successo. C'era pure un forte odore acre che usciva dalla voragine carsica. I colombi non si aggiravano più come invece facevano normalmente. La foiba è detta "dei colombi". Poi il maresciallo Harzarich, coi pompieri e i volontari, cominciò a riesumare corpi su corpi. Fu così che si scoprirono le prime foibe. Il maresciallo Harzarich, dall’ottobre 1943 al mese di febbraio 1945, riesumò 250 salme, delle quali 204 furono identificate.
Nel luglio del 1945 il maresciallo Harzarich "rilasciò ai servizi d'informazione angloamericani una circostanziata deposizione - come hanno scritto R. Pupo e R. Spazzali nel 2003, accompagnata da una ricca documentazione, anche fotografica [con fotografie di Sivilotti, di Pola]". Parte di tale rapporto sul recupero delle vittime dalla foiba istriana è contenuta in: Raoul Pupo, Roberto Spazzali, Foibe, Milano, Bruno Mondadori, 2003, pagg. 52-58. Tutto il materiale è consultabile presso l'archivio dell'Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste.

Il maresciallo Arnaldo Harzarich, dei pompieri di Pola, che iniziò dal 16 ottobre del 1943 a recuperare le salme degli italiani ed altri gettati nelle foibe dell'Istria dai titini. 


I nomi degli italiani infoibati furono pubblicati nel 1943 su Il Piccolo di Trieste, con le fotografie di Giacomo Greatti “cartolaio emerito di Parenzo”, morto esule a Fagagna, in provincia di Udine. “Davanti alla sua cartoleria erano esposte le foto degli infoibati, per darne notizia a tutti, altrimenti non si sapeva niente, i titini cercavano di fare tutto di nascosto” – mi riferisce un’altra esule istriana, la signora Marisa Roman di Parenzo, classe 1929, da me intervistata il 26 gennaio 2015. 
La testimonianza di Sara Harzarich, da me intervistata il 13 febbraio 2015, prosegue così: “Avevo tredici anni quando zio Arnaldo è scappato da Pola, perché i titini lo cercavano per eliminarlo”. E la testimonianza continua: “Ricordo che la nonna non si dava pace e ogni sera voleva sapere se suo figlio Arnaldo era tornato a casa sano e salvo, così venne da me e mi chiese di accompagnarla fino a casa dello zio, per verificare il suo ritorno a casa. Noi si abitava vicino all’Arena”.
Signora Harzarich, poi cosa successe? “Appena arrivati nella sua casa, ci siamo accorti che la porta era aperta, tutto era in disordine, non c’era più nessuno, erano venuti i titini per arrestarlo, ma lui era riuscito a fuggire con una scala dalla finestra”.
Allora riuscì a salvarsi in modo fortunoso? “Sì, lui scappò e andò esule a Merano, in provincia di Bolzano, ma le spie dell’OZNA lo trovarono anche là e gli fecero un attentato”.
La “Odeljenje za Zaštitu Naroda” (OZNA) è la sigla che significa: Dipartimento per la Sicurezza del Popolo. C’è una seconda versione che così spiega la sigla: “Oddelek za zaščito naroda”; letteralmente: Dipartimento per la  protezione del popolo. Era parte dei servizi segreti militari iugoslavi. L'organizzazione era dotata di carceri proprie. Il maresciallo Harzarich operò anche al Brennero.
Cosa accadde a Merano in quell’attentato? “Un tizio uscì da un cespuglio vicino a casa sparando con una pistola, ma lo zio si salvò perché si era girato verso casa, dato che la moglie Stefania lo aveva richiamato per un ultimo bacio. Ecco, fu quel bacio a salvargli la vita ancora una volta”.
Ha qualche altro ricordo particolare? “Eravamo a Gallesano, vicino a Pola – continua la signora Sara Harzarich – il 4 maggio 1945 e vediamo mio padre Bruno Harzarich che era stato messo al muro per la fucilazione, perché i titini l’avevano scambiato per suo fratello Arnaldo Harzarich, così abbiamo gridato, le donne di casa che sapevano il croato glielo hanno spiegato nella loro lingua ai titini, così che non lo passarono per le armi”.
Nel 1946 a Pola c’erano tensioni e tumulti. È vero? “Era febbraio del 1946 e chi era di sentimenti italiani mostrava con orgoglio un nastrino tricolore, ce lo avevo anch’io sulla giacca. Passo vicino al porto e certi ragazzi di Pola filo-titini mi rincorsero con l’intenzione di gettarmi in mare, per dispetto, col rischio di morire annegata per l’acqua gelida. Ebbene sì, c’erano tensioni continue con gli italiani simpatizzanti comunisti”.
Quando siete venuti via da Pola? “Io, con la mia famiglia, siamo fuggiti nel 1947, col piroscafo Pola che ci portò a Trieste. Siamo passati per il Campo Profughi del Silos, poi mio padre trovò lavoro alla cartiera Dolinar di Basaldella di Campoformido, così ci siamo trasferiti in provincia di Udine. Negli anni cinquanta abbiamo abitato nelle casette del Villaggio Giuliano di Udine, dove oggi c’è un mio nipote”.
Ci sono altre storie dell’esodo? “Mi ricordo che mia zia Amelia Harzarich in Soffici, sorella di mio papà, che aveva appena avuto da un mese due gemelli, essendo nella lista dei "partenti", è dovuta partire col piroscafo Toscana con i neonati; a causa della fame e del freddo ha perso i gemelli. Erano un maschietto e una femminuccia, sono morti tutti e due a Venezia, dove era sbarcata la famiglia Soffici”.
Poi da Venezia i suoi zii Soffici dove andarono? “Zio Mario e zia Amelia Soffici, dopo aver perso i bambini, si spostarono col treno fino a Genova, in un Campo Profughi vicino a Genova; infine, emigrarono a Bueons Aires e là, in Argentina, si ripresero ed hanno avuto altri due figli maschi”.


Pagnacco, provincia di Udine, il Monumento ai Martiri delle foibe, scultura in ferro di Renato Picilli (2012), su masso in pietra e basamento in acciottolato (foto di Elio Varutti)

Lei, esule a Pagnacco, si è fatta promotrice di vari fatti per ricordare le vittime delle foibe? “Certo, nel 2001 c’è stata l’intitolazione di una piazza ai “Martiri delle foibe”, poi abbiamo fatto erigere un monumento nella stessa area, vicino alle scuole, con una scultura in ferro di Renato Picilli, inaugurata il 26 agosto 2012, in collaborazione con il Comune”. Il telaio della scultura, a forma di imbuto rovesciato – come ha detto Monica Lavarone, critico d’arte, il giorno dell’inaugurazione – ricorda  l’abisso naturale della foiba del Carso, con corde, mani rivolte verso l’alto e filo spinato, con il quale venivano legati i prigionieri, prima di gettarli, dopo un colpo alla nuca, nell’inghiottitoio.
Qual è la cosa più triste dell’esodo che ricorda, signora Harzarich? “Dopo l’esodo, ho patito tanto la fame… da mastegar il lenziol la sera”.

Il Monumento ai Martiri delle Foibe di Pagnacco ha tre targhe di ricordo. La prima di esse, posta sulla parte anteriore recita: "Ai nostri fratelli giuliani, istriani, fiumani e dalmati morti nelle foibe nel mare per testimoniare l'italianità delle loro terre - il Comune di Pagnacco - Agosto 2012". Quella posizionata sul lato dice: "Agli eroici Vigili del Fuoco del 41° Corpo di Pola: maresciallo Arnaldo Harzarich capo squadra ed ai suoi valorosi commilitoni per la loro preziosa opera di recupero, a rischio della vita, delle vittime delle foibe per una loro cristiana sepoltura - la nipote Sara Harzarich Pesle - Agosto 2012". La terza targa dedicatoria, posta sul retro, accenna alla famiglia Costantino Tonutti, che ha donato il masso su cui si erge la scultura in ferro.

ALTRE VIOLENZE TITINE

Cambiamo zona. Siamo in provincia di Gorizia, sul confine odierno tra Italia e Slovenia. Questa è un'altra vicenda sulle violenze titine, emersa nel 2015, pubblicata su "Il Friuli" del 27 marzo 2015. Giugno 1944: nel cuore del Collio, famoso per i suoi vini, tre giovani fratelli Mrak (Andrej, 30 anni, Alojz, 23 anni e Alojza, 17 anni), dei quali una minorenne, vengono catturati dalla polizia politica titina, portati in un bosco e fucilati. La madre (Katarina Mrak 1889-1944), appresa la sconvolgente notizia, muore di crepacuore.
Questa vicenda drammatica nell’anno più buio della Seconda Guerra mondiale è riemersa soltanto pochi mesi fa, quando Bruno Mrak, un parente della famiglia ha voluto conoscere la verità. La gente del paese, di Mossa, provincia di Gorizia, gli ha detto di cercare "dove si trova una parte della sua famiglia". Allora si è recato di là del confine, in Slovenia, nel cimitero di Cerò di Sotto (in sloveno Dolnje Cerovo). Così ha scoperto la tomba con tutti i Mrak fucilati o morti di dolore nel 1944. Motivo della fucilazione: un furto di patate. Peccato che a giugno lì non sono mature. Altri del paese allora gli hanno detto che i giovani maschi non volevano arruolarsi nelle formazioni partigiane iugoslave. Di qui la liquidazione.
Da varie fonti si sa che era praticato con il ricatto l'arruolamento nelle file del movimento partigiano di Tito. Come scrive Frediano Sessi, a pag. 101 del suo volume Foibe rosse, pure a Norma Cossetto, di Visinada, e a sua sorella Licia fu chiesto a forza di schierarsi con i partigiani comunisti in Istria. Al rifiuto netto di Norma, ella fu torturata, seviziata, stuprata da un gruppo di diciassette titini e gettata, ancora viva, nella foiba di Villa Surani. A novembre del 1943 i vigili del fuoco di Pola comandati dal maresciallo Arnaldo Harzarich, impegnati a recuperare corpi dalla foiba profonda 136 metri, estrassero anche quello di Norma Cossetto, il cui cadavere si trovava in cima alla catasta di corpi lì gettati. Fu riconosciuto dalla sorella 
I ricatti dei militi titini sul reclutamento dei giovani per il movimento partigiano gettano una cattiva luce su tutta la Resistenza. Altri si rifiutano di passare coi titini e furono uccisi. “A Sarezzo di Pisino il 26 giugno 1943 – ha scritto Luigi Papo de Montona nel suo L’Istria e le sue foibe. Storia e tragedia senza la parola fine, Roma, Edizioni Settimo Sigillo, 1999, pag. 44 – fu ucciso l’agricoltore Giuseppe Ghersetti di Giuseppe, nato nel 1892, non iscritto al P.N.F. (Partito Nazionale Fascista), reo di essersi rifiutato di entrare a far parte del movimento partigiano slavo”.
Lo stesso Luigi Papo de Montona, alle pagg. 120-121, racconta anche di “Mario Braico, anni 26, di Villanova di Parenzo, Sottobrigadiere Mare (3971-CREM) della Brigata di Civitavecchia della Guardia di Finanza. Dalla relazione ufficiale del Comando Circolo R.(eale) G.(uardia) Finanza di Pola: Durante l’occupazione partigiana di Villanova di Parenzo (circa 7 km da Parenzo), il nostro sottufficiale, perché nativo del posto, venne invitato a prendere parte al movimento slavo-comunista, ma egli ha rifiutato decisamente di aderire. Il giorno 26 settembre 1943, alle ore 22,30, venne portato via dai partigiani e non si ebbero sue notizie sino al giorno 10 dicembre 1943, data in cui venne trovato e riconosciuto dai propri familiari, assassinato nella foiba di Surani (Antignana)”.

Vediamo altri casi ancora sugli arruolamenti forzosi nei partigiani titini. Non volontari, né liberi. Tali arruolati finiscono sempre male: eliminati. Seguiamo sempre le parole di Luigi Papo de Montona, nel suo L’Istria e le sue foibe, del 1999, alle pagine 211 e 212: «In località Sovischine (Montona) il 24 dicembre 1943 i partigiani decisero di arruolare un giovane contadino, Romano Corti – originariamente Chert – il ragazzo rispose che non ne aveva nessuna voglia e la madre, Maria Corti, si schierò dalla parte del figlio, quasi a proteggerlo. I partigiani uccisero tutti e due (…).
Giuseppe Iurincich, di Giuseppe, da Boste (Maresego) fu arruolato forzatamente, una notte tra il 1943-1944; si seppe che era deceduto in bosco.
Francesco Chermaz da Centora Valle (Maresego) fu arruolato forzatamente nel marzo 1944, di notte. Fu ucciso poco lontano dal suo paese; dissero “perché non riusciva a mantenere il passo con la colonna”.
Saulo Dobrigna di Giuseppe, da Sabadini (Maresego) fu del pari arruolato forzatamente e ucciso poco dopo mentre cercava di disertare».

La bocca della foiba di Villa Surani in cui venne gettata Norma Cossetto assieme ad altri 25 sventurati.

Un altro caso di ricatto titino, tratto dal già citato libro di Luigi Papo de Montona, L’Istria e le sue foibe. “Umberto Cova, da San Pancrazio (Montona) nel febbraio 1945 si rifiutò di arruolarsi nelle file partigiane – scrive Luigi Papo a pag. 145 –; fatto prigioniero ad Arsia, fu ucciso nei presi di Fiume”. 

Altri casi citati da Luigi Papo de Montona: «I metodi di propaganda usati dai Croati per indurre gli Italiani ad arruolarsi, indipendentemente dalla loro nazionalità, non erano altro che intimidatori; non pochi rifiuti erano pagati con la morte, mentre agli arruolati il trattamento riservato non era tra i più cordiali. È noto il caso del partigiano Pietro Maresi abitante a Pola in Via Giovia 11: le insolenze erano all’ordine del giorno e concludevano con un ‘No, tu non sei italiano, sei croato, non ti chiami Maresi, ma Maressich; è impossibile che tu non sappia il croato, impara! » (a pag. 209).
Altro autore, stesso ricatto titino. Questa volta il soggetto in questione (tale Giacomo “cognato” dell’autore, che è Gianni Giuricin, da Rovigno) non viene infoibato o ammazzato, ma “viene rilasciato con l’impegno segreto di fare la spia per conto della polizia politica – è scritto a pag. 108 – una ragione di per sé sufficiente, questa, anche se non ve ne fossero state delle altre per inventare subito una scusa e lasciare seduta stante la città per rifugiarsi nelle zone limitrofe occupate dagli angloamericani” (Gianni Giuricin, Istria, momenti dell’esodo, Trento, Luigi Reverdito Editore, 1985).

Studi sociologici del 2008 hanno dimostrato che a spingere all’esodo la gente italiana d’Istria, di Fiume, di Zara, della Dalmazia e della Valle d’Isonzo ci furono i soprusi subiti dai titini, oltre agli espropri, alla statalizzazione, alla confisca dei beni patrimoniali da parte delle autorità iugoslave, alla miseria e alla paura del comunismo. Gli studiosi, come Antonella Pocecco e lo staff dell’Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (ISIG) restano sorpresi della motivazione dei “soprusi subiti” (pag. 28). Essi vengono suddivisi in quelli di tipo fisico, come: incarcerazioni, uccisioni, infoibamenti, lavori forzati, maltrattamenti e torture. Poi ci sono i soprusi di genere psicologico, come: intimidazioni, minacce, angherie e ritorsioni. Ecco i soprusi di tipo morale: obbligo di frequentare la scuola iugoslava (solo con lingua serbocroata o slovena), obbligo di cantare “Evviva Tito”. Naturalmente non potevano mancare i soprusi di tipo economico: confische, espropriazioni, licenziamenti, tangenti da pagare. L’indagine è rivolta agli esuli di prima generazione (205 intervistati, femmine 43%), esuli di seconda generazione (154 individui, femmine 46,8%) ed esuli di terza generazione (55 casi, femmine 52,7%).

Cenni bibliografici
- Dall'abisso dell'odio autunno 1943. Le cronache giornalistiche di Manlio Granbassi sulle foibe in Istria, con scritti di Fulvio Salimbeni e Roberto Spazzali, Famiglia Pisinota, Trieste, 2006.
Alberto Gasparini, Maura Del Zotto, Antonella Pocecco, Esuli in Italia. Ricordi, valori, futuro per le generazioni di esuli dell’Istria-Dalmazia-Quarnero, Gorizia, Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (ISIG), Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), 2008.
ISBN 978-88-89825-20-4
- Pagnacco: inaugurato il monumento ai Martiri delle Foibe, «L'Arena di Pola», n. 8, 28 agosto 2012.

Sulla questione delle foibe istriane e su altri eccidi si veda:
- Rossano Cattivello, Eccidio sul Collio scoperto dopo 70 anni, «Il Friuli», 27 marzo 2015, n. 12, pag. 26.
- Marco Girardo, Sopravvissuti e dimenticati. Il dramma delle foibe e l'esodo dei giuliano-dalmati, Milano, Paoline, 2006.
- Gianni Giuricin, Istria, momenti dell’esodo, Trento, Luigi Reverdito Editore, 1985.
- Pierluigi Pallante, La tragedia delle foibe, Roma Editori Riuniti, 2006.
- Luigi Papo de Montona, L'Istria e le sue foibe. Storia e tragedia senza la parola fine, vol. 1°, Unione degli Istriani Trieste, Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 1999.
- Raoul Pupo, Roberto  Spazzali, Foibe, Milano, Bruno Mondadori, 2003, pagg. 52-58.
- Michele Zacchigna, Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante edizioni, 2013. 
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Il secolo Breve in Friuli Venezia Giulia”, che  ha ottenuto il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD e del Comune di Martignacco, nel cui ambito territoriale sorge Villa Italia, che fu residenza del re Vittorio Emanuele III dal 1915 al 1917.