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venerdì 6 ottobre 2023

Istria 1948, Narciso Chersin issa la bandiera italiana sulla boa tra Brioni e Fasana

In Istria c’erano italiani che non mollavano nel 1948. Il regime titino ormai stava prendendo piede, dopo il trattato di pace del 10 febbraio 1947, che assegnava gran parte dell’Istria alla Jugoslavia. C’erano fotografie di Tito sulle vetrine dei negozi privi di merce e bandiere jugoslave in ogni dove. “Sucedeva che Narciso Chersin sul Canal de Fasana – ha detto Armida Villio – de note meteva la bandiera italiana sulla boa tra Fasana e Brioni, cussì i titini e quei dell’OZNA se inrabiava, anche Narciso Barattin ga messo la bandiera italiana sul campanil de Fasana, perché tanti i pensava che tornava l’Italia”.

Cartolina di Fasana, primi del ‘900. Proprietà: J.M. Marincovich, Fasana

Tutte quelle bandiere italiane issate, con eroismo, in vari posti persino sul campanile e sulle boe del tracciato marittimo erano una vera spina nel fianco per l’OZNA (poi UDBA), il servizio segreto di Tito, che proprio a Fasana aveva una delle sue roccaforti. Dovevano sloggiare dall’Istria quegli italiani che non si piegavano alla dittatura comunista e al tricolore jugoslavo. Così fu fatto. Come mai restare, se molti italiani invece partirono col piroscafo ‘Toscana’?

Noi semo vignudi via coi documenti nel 1947 col ‘Toscana’ per andar al Silos de Trieste [Centro raccolta profughi], ma in pratica semo stadi caciadi via – ha spiegato Armida – invece mia cugina Anna xe restada, perché pensava che no restava Tito, cussì dopo i ghe gà portà via tuta la roba de la botega e anche l’oro de famiglia, la xe finida in preson a Dignan, i ghe portava via col camion la lana, la xe morta a Trieste, forse nel 1950. Mio papà iera Bartolomeo Villio, nato a Fasana nel 1903, el contava che i antenati Villio nel Seicento iera tagliapietre vignudi de Verona, infatti gò parenti a Muggia, Dignan e Rovigno, dove cualchedun fa de cognome Tagliapietra Vilio”.

Armida Villio a Gorizia per un raduno ANVGD. Foto Varutti
Un’altra testimonianza è quella di Marcela Perich, di Umago, esule al Campo profughi di Padriciano (TS), poi emigrata nel 1956 con la famiglia in Argentina. La Perich ha scritto in Facebook il 30 settembre 2023: “Mio marito Gianni Giobbe era piccolino di 7 o 8 anni, lo hanno portato alle ‘Casarmete’ di Gorizia [Campo profughi] con la mamma e tre fratelli. Loro sonno stati 4 o 5 anni di campo in campo. Tratati pegio che le bestie. Li hanno portati per tanti campi di Italia, hanno pasato abastanza male, racontava sempre la mia suocera. Le cose che contava essa ti veniva da piangere e anche tanto. Un caro saluto a tutti li Istriani pure li esuli, come me, con un grande dolore nel mio cuore. Con tutto quello che abbiamo sofferto. Moltissimo”.

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Fonti orali e digitali Si ringrazia, per la collaborazione riservata, la signora Alda Devescovi, nata a Rovigno ed esule a Grado (GO). Le interviste sono state condotte da Elio Varutti con penna, taccuino e macchina fotografica.

- Marcela Perich, Umago (PL) 11.4.1940, esule a Buenos Aires (Argentina) Post in Facebook del 19 ottobre 2022.  

- Armida Villio, Fasana (PL) 1933, esule a Grado (GO), int. a Gorizia del 1° ottobre 2023.

L'istriana Marcela Perich, al centro, con Gianni a sinistra in Argentina
La famiglia Giobbe di Fasana esule a Gorizia e in Argentina - Nell'immagine sottostante c'è il ritratto in esterno a figura intera dell’emigrante istriano Giacinto Giobbe (Fasana 1935) il giorno della sua cresima (il primo seduto a destra) assieme ad un gruppo di parenti, tra i quali si riconosce sua mamma Marcella Coslovich (Umago 1916), seduta al centro ed i fratelli Ferruccio (Fasana 1939) e Giovanni Giobbe (Fasana 1938 - marito di Marcela Perich) seduti accanto alla mamma. La fotografia è scattata a Gorizia, pochi mesi dopo l’esilio della famiglia dalla loro casa natale di Fasana (Istria). Luogo e data dello scatto: Gorizia, 1947. Emigrazione, provenienze dall’attuale Croazia, Istria, Fasana. Emigrazione, destinazioni finali extraeuropee: Argentina, Provincia di Buenos Aires, Partido di La Matanza, San Justo. Fonte: Ente Regionale Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia (ERPAC), Scheda F 5748, che si ringrazia per la diffusione nel blog.

Progetto di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori:  Armida Villio, Alda Devescovi (ANVGD di Gorizia), Tulia Hannah Tiervo e Sergio Satti (ANVGD di Udine). Fotografie di Elio Varutti. Grazie a Alessandra Casgnola, Web designer e componente del Consiglio Esecutivo dell’ANVGD di Udine. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e la delegazione provinciale dell’ANVGD di Arezzo. Ricerche d’archivio all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

venerdì 10 dicembre 2021

Profughi goriziani e trentini in Toscana a Levane e Laterina, 1918-1919

Profughi a Laterina pure nella Grande guerra? La località di Laterina è nota nella storia del Novecento perché recluse, dal 1941 sotto il fascismo in un Campo di concentramento, qualche migliaio di prigionieri britannici catturati in Africa. Detta struttura detentiva attraversa varie fasi secondo come variava il fronte, tra Tedeschi ed Anglo-americani. Dal 1946, oltre a imprigionare recalcitranti della RSI, inizia ad accogliere 1.500 profughi della Venezia Giulia, in fuga dalle prevaricazioni dei miliziani jugoslavi di Tito. Dal 1948 gli arrivi si fanno sempre più intensi, fino a superare le 10mila presenze non solo di esuli giuliani, ma pure di espulsi dalle ex colonie d’Africa. Il Campo chiude i battenti nel 1963. Negli anni successivi, dall’Amministrazione comunale viene riadattato ad area artigianale. 

Nella fotografia qui sotto: Gorizia, intorno al 1915. Da sinistra: Giuseppe Cumar (nato nel 1861) con la moglie Orsola Culot (1861) e le figlie Maria (1906) e Giovanna (1896), tutti nati a Gorizia e profughi a Levane, provincia di Arezzo. Collezione Tamara Badini. 

Parliamo ora della Grande guerra. Si sa vagamente dal sito web di “radiocora.it” che il campo di Laterina ha “ospitato al termine della Prima guerra mondiale 14 famiglie provenienti dal Trentino”. Ora c’è un’altra fonte che rafforza tale fatto. Vero è che, secondo Franco Cecotti, la maggior parte delle notizie storiche sui profughi goriziani e istriani del 1914-1918 si riferisce al loro internamento in Austria, Slovenia e Boemia, voluto dalle autorità dell’Impero d’Austria-Ungheria, poco si sa della loro profuganza in Toscana, organizzata dalle autorità italiane. C’è stato il fenomeno del confino nel Meridione per coloro (preti o maestri) che venivano definiti “austriacanti”, ma del popolo comune non si sono trovate altre notizie. Siamo orgogliosi di alzare il sipario su un fatto sconosciuto della storia nazionale.

È Tamara Badini a svelare un pezzo della storia di Gorizia e dell’Italia riferibile al 1918-1919 raccolto dalla voce della sua prozia Maria Cumar (nata nel 1906). Due suoi bisnonni erano Giuseppe Cumar e Orsola Culot, entrambi nati a Gorizia nel 1861. Avevano cinque figli, nati tra il 1887 e il 1906.

Raccontava Maria Cumar: “Durante la guerra, fin che si poteva, siamo rimasti a Gorizia. I bambini li si potevano mandare a Livorno, ma mia mamma ha detto: “no, no, se dobbiamo morire è meglio che moriamo tutti insieme”. Così siamo rimasti ancora a Gorizia. A un certo punto però siamo andati profughi a Levane, un paese di circa 200 persone [molti di più, come si vedrà più sotto, NdR], vicino a Montevarchi, in provincia di Arezzo. Siamo andati : io, mia mamma, mio papà, mio fratello Pepi [Giuseppe, nato nel 1900] e mia sorella Nina [Giovanna, nata nel 1896]. Dipendevamo dal Patronato Profughi di Montevarchi, che ci dava anche le scarpe. Eravamo in un asilo, noi femmine dormivamo in una camera con sei brande. C’erano anche molti trentini. Mio papà andava a lavorare dai contadini. Quando c’era la vendemmia andavo anch’io, dormivamo su, facevano un banchetto. Mia sorella andava a cucire, mio fratello Pepi andava a lavorare in un altro paese, alle ferriere. Io andavo a scuola e poi andavo da una famiglia e li aiutavo a pulire le scale dell’ufficio della posta. Mi davano anche il pranzo. C’era il papà, la figlia Irma e un’altra figlia, Marianna, sposata a Roma. Nel 1966, quando eravamo nelle Marche, sono andata a trovare la signorina Irma. Siamo stati là [a Levane] 11 mesi, siamo partiti nel 1918 e tornati nel 1919”.

Nella fotografia, del 1922, si vede l'Ufficio postale di Levane nell’attuale via Leona 28. Qui Maria Cumar ha raccontato di aver aiutato nel 1918-1919 a fare la pulizie dei pavimenti, in cambio del pasto.

Tamara Badini è autrice di un volume sul Collegio Santa Gorizia, fondato nel 1920 nel capoluogo isontino e aperto fino al 1965, che accolse varie centinaia di allieve, alcune delle quali profughe, o orfane provenienti dall’Istria, Fiume e Dalmazia.

La ricerca sul campo - Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo, ha effettuato una ricerca sul territorio. Il parroco del paese di Levane, don Angelo Sabatini, ha riferito che vi sono state numerose nascite degli anni intorno al 1917, per cui gli abitanti dovevano essere almeno 1.500 persone, confortato in ciò dai tanti battesimi di allora, ben riportati nei registri della parrocchia. Allora non potevano essere solo 200, come accennato dall’intervistata poco sopra. Visionando, inoltre, il libro di Emanuele Repetti, intitolato: Dizionario Geografico Fisico Storico del Valdarno Superiore 1833-1846, si nota che: “Anno 1839 Levane, abitanti 1.265 – Prepositura”. È una parrocchia con privilegi particolari, in Toscana, la prepositura. I residenti, dunque, nel 1834 erano 1.265, in leggera crescita fino alla fine del secolo. L’intero Comune di Montevarchi, nel 1911, secondo i dati del censimento, conta 13.118 residenti, perciò è plausibile che circa il 10 per cento di essi (1300-1.500 individui) costituisse la popolazione della frazione di Levane intorno alla Grande guerra. Nella foto qui sotto, di Claudio Ausilio 2021, si vede l'ingresso del vecchio Ufficio postale di Levane, in Via Leona.

La vicenda riguardo alla costituzione dell’asilo di Levane è assai complessa. Sorge nell’Ottocento, grazie ad un legato testamentario alla parrocchia del luogo. L’edificio si trova presso l’antico ponte del 1368, in parte abbattuto nel 1934, per un allargamento del piano stradale. Il benestante Antonio Del Secco, essendo senza eredi, nel 1835 lascia dei capitali per un’istituzione educativa, oltre che per un medico e un religioso. Nel 1849 Maria Fratini, vedova Del Secco, rinforza il legato per l’istituzione di una scuola femminile. Nei decenni successivi il Comune di Montevarchi, chiamato dallo stato ad istituire una scuola pubblica opera assieme alla istituzione già esistente, pur se di tipo religioso, nominando Soprintendente il parroco. Nel 1902 sorge però una controversia tra l’apparato comunale e il parroco, o preposto, come si usa dire in certe parti della Toscana. Ecco perché le bambine profughe nel 1919, come ha riferito Maria Cumar, dormivano all’asilo e ricevevano aiuti dal Patronato Profughi di Montevarchi. Nei decenni successivi del Novecento l’asilo cambia nome leggermente. È l’asilo infantile “Del Secco Abelli” in via della Repubblica, presso la farmacia.

Nella fotografia del primi decenni del Novecento, si vede il Ponte di Levane, l'edificio a sinistra reca l'insegna dell'asilo Del Secco, che ospitò le giovani profughe goriziane e trentine. Fotografia Vestri, Montevarchi.

L’Ufficio Postale di Levane nel corso degli anni ha cambiato più volte sede. Nel 1917 era nell’attuale via Leona 28 (vedi foto sede postale anno 1922). In questo periodo Maria Cumar aiutava a fare le pulizie dei pavimenti dell’ufficio postale, come si è letto. Poi il sito diventa una falegnameria dell’artigiano Luigi Santinelli, successivamente barbiere di Franco Ferroni, dopodiché l’edificio è stato trasformato in civile abitazione.

Fonti orali - Tamara Badini, Gorizia 1947, vive a Torino, int. telefonica del 26 novembre 2021.

- Don Angelo Sabatini, parrocchia di San Martino a Levane, frazione di Montevarchi (AR), int. a cura di Claudio Ausilio del 4 dicembre 2021.

Fotografia di Claudio Ausilio, 2021 - La facciata dell'Asilo Del Secco Abelli di Levane.

Fonti originali - Messaggio e-mail di Tamara Badini a Claudio Ausilio del 3 febbraio 2015.

Messaggi e-mail di Tamara Badini a E. Varutti del 26 novembre 2021 e del 10 dicembre 2021.

Archivi – La consultazione degli archivi aretini è opera di Claudio Ausilio, che ha digitalizzato i materiali stampati.

Archivio fotografico Vestri, Montevarchi (AR), fotografie storiche.

Archivio della Parrocchia di San Martino a Levane, frazione di Montevarchi (AR), pubblicazione del 1902.

Cenni bibliografici e sitologici

- Tamara Badini, Il collegio Santa Gorizia. Una strada verso il mondo, Mariano del Friuli (GO), Edizioni della Laguna, 2013.

- Ivo Biagianti (a cura di), Al di là del filo spinato. Prigionieri di guerra e profughi a Laterina (1940-1960), Firenze, Centro Editoriale Toscano, 2000.

- Franco Cecotti, Un esilio che non ha pari. 1914-1918. Profughi, internati ed emigrati di Trieste, dell'Isontino, dell'Istria, Gorizia, Goriziana editoriale, 2001.

Laterina: storia di un campo ‘dimenticato’, on line dal 16 febbraio 2020 su radiocora.it

- Preposto Giuliano Mangoni, La scuola Del Secco Fratini. Questione tra il Comune di Montevarchi e il Preposto di Levane, San Giovanni in Valdarno (AR), Tipografia di M. Righi e C., 1902.

- Emanuele Repetti, Dizionario Geografico Fisico Storico del Valdarno Superiore, 1833-1846, nel web.

- Mario Ristori, Montevarchi com’era, Omaggio ai Fotografi Vestri, nel web.

- Elio Varutti, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Firenze, Aska edizioni, 2021.


Una splendida immagine dei fotografi Vestri col Ponte di Levane, visto da monte, primi decenni del Novecento

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Note - Progetto e ricerche di Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo). Testi di Elio Varutti (ANVGD di Udine) e Tamara Badini. Networking di Marco Birin e E. Varutti. Lettori: Tamara Badini, Claudio Ausilio e professor Stefano Meroi. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine e Delegazione ANVGD di Arezzo.

Fotografie della collezione di Tamara Badini, dei fotografi Vestri, di Claudio Ausilio e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente è: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi.


giovedì 27 febbraio 2020

Luigi Del Vita, bersagliere da Montevarchi ucciso nell’eccidio di Tolmino, 1945


I massacri dei titini, dopo il 1945, anche in Toscana come in altre parti d’Italia hanno lasciato qualche famiglia che non si dà pace per la perdita di un proprio parente. C’è da dire che l’Italia di Mussolini, con Hitler e soci, aveva invaso la Jugoslavia nel 1941. Poi mutarono le sorti del conflitto.

Succede a Montevarchi, in provincia di Arezzo, un comune italiano di 24.481 abitanti. È il caso di Luigi Del Vita, un bersagliere diciannovenne del Reggimento Volontari “L. Manara”, I Battaglione “B. Mussolini”. È figlio di Mario, nato a Montevarchi (AR) il 14/09/1926. La data della sua scomparsa o uccisione è fissata al mese di maggio 1945 in località “Tolmino-Santa Lucia”, nella provincia di Gorizia del Regno d’Italia, oggi Slovenia. Questi sono dati contenuti nell’Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, disponibile in Internet. Del Vita stava nello stesso reparto del tenente Oscar Busatti, di Ferrara, di cui il redattore del blog presente ha già scritto qualche giorno fa.
In una fotografia della collezione familiare Luigi Del Vita si è fatto ritrarre in sella ad una bicicletta, con la sigaretta in mano, forse per mostrare qualcosa di più dell’età che aveva e la dedica è tutta per la “mamma Pasqualina”. La famiglia Del Vita era molto nota a Montevarchi, tanto che si ricorda il nonno Giustino, perché sin dal 1902 aveva aperto un’edicola cartolibreria, che divenne un punto di riferimento in paese (Vezzosi; vedi in Bibliografia). Nonno Giusto in effetti è citato, a pag. 1626, come “cartolaio” del mandamento di Montevarchi nell’Annuario d’Italia, Guida generale del Regno, Roma, Bontempelli, anno XIV, disponibile alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
Il bersagliere Del Vita Luigi di Montevarchi, classe 1926, della 3^ compagnia è fra i 79 uccisi, dopo la fine della guerra, nella caverna a Tolmino. Poi i titini minano l’ingresso della grotta e fanno saltare in aria il varco, per cancellare le prove dell’orribile strage. Il suo nominativo sta nella lista ufficiale alla quale fa riferimento Onorcaduti Italia per il recupero delle salme, in collaborazione con la corrispondente Onorcaduti della Slovenia. Nel 2018 Onorcaduti della Croazia ha collaborato fattivamente per l’esumazione di nove resti umani nella fossa comune di Castua, presso Fiume, eliminati dai titini il 4 maggio 1945, tra i quali sono state identificate le spoglie del senatore Riccardo Gigante e del vicebrigadiere dei Carabinieri Alberto Diana. Alcuni di tali resti ossei, oggi, riposano nel Tempio Ossario di Udine.
Sebastiano Pio Zucchiatti, 79 bersaglieri uccisi dai titini nella caverna di Tolmino, pastelli su cartoncino, cm 21 x 29, 2020 (courtesy dell’Artista)

Anche in base alle ricerche di Luigi Papo: “Del Vita Luigi, nato nel 1926 a Montevarchi, bersagliere [risulta] prigioniero nella ‘gabbia’ di Tolmino, ucciso nei primi del maggio 1945”. Si allude, forse, ad una cancellata che chiudeva l’ingresso della caverna. È menzionato dal Ministero degli Esteri Sloveno lo stesso Del Vita Luigi, secondo Nataša Nemec, ricercatrice di Nova Gorica (Slovenia) con la seguente dicitura, mostrando un lieve errore nel cognome: “De Vita Luigi, bersagliere”.
Alcune notizie sono emerse da una comunicazione e-mail a Claudio Ausilio, del 20 febbraio 2012, di Francesca-Paola Montagni Marchiori, che gestisce l’archivio storico del battaglione ed è responsabile del gruppo famigliari dei caduti e assassinati del Battaglione presso I Battaglione Bersaglieri Volontari. “Gli artefici del ritrovamento – ha scritto Francesca-Paola Montagni Marchiori – sono stati i reduci con l’aiuto dell’esule da Tolmino Dott. Liberini che da bambino fu testimone dei fatti [allora egli] ha steso una accurata perizia consegnata dai reduci a Onorcaduti del Ministero della Difesa e che è il documento che identifica i siti e sul quale si sono basate le indagini geofisiche dei periti geologi. Inoltre il battaglione fu fondato e aveva il suo comando a Verona e nacque dalle ceneri dell’8 Reggimento”.
Luigi Del Vita, in abiti borghesi, in una fotografia della collezione familiare, con tenera dedica alla mamma Pasqualina

Titini a Gorizia coi consiglieri sovietici
È risaputo che l’occupazione di Gorizia da parte dei miliziani di Tito, assistiti da consiglieri sovietici, durò 40 giorni, durante i quali furono arrestati centinaia di italiani. Gli artificieri iugoslavi fecero persino saltare i ponti sull’Isonzo, rallentando così l’arrivo delle truppe alleate, per procedere meglio alla caccia degli italiani, innalzando i cartelli "Gorica je naša" (Gorizia è nostra). Poi puntarono sul Tagliamento. Esiste un elenco di 651 civili e militari arrestati a Gorizia e deportati dai titini fra il 1° maggio e il 12 giugno 1945 che, pur necessitando di ovvi aggiornamenti, rappresenta il teatro delle eliminazioni al confine orientale. In ogni pattuglia titina aggirantesi per la città con tanto di elenco, durante la cattura, partecipa pure un partigiano garibaldino italiano, per individuare meglio i potenziali catturandi (Scomparsi Da Gorizia, pag. 18).
Riguardo alla presenza di consiglieri russi Antonio Zappador, esule istriano, ha riferito che a Verteneglio due militari ucraini, in veste di consiglieri sovietici, avendo riconosciuto sua madre Olga Alexsandrovna Rackowsckij, della nobiltà ucraina, le si sono inginocchiati accanto baciandole la veste, alla faccia dell’uguaglianza socialista.
Luigi Del Vita, foto dal giornale "La Nazione", Cronaca di Arezzo del 1° agosto 1995, che si ringrazia per la pubblicazione e diffusione nel blog

Fonti orali e del web
- Comunicazione e-mail a Claudio Ausilio, di Montevarchi (AR) del 20 febbraio 2012, di Francesca-Paola Montagni Marchiori sull’eccidio della caverna di Tolmino.
- Antonio Zappador, Verteneglio 1939. Intervista di Elio Varutti del 23 febbraio 2020 a Fossoli di Carpi (MO).

Ringraziamenti
Per il presente articolo la redazione del blog è riconoscente al signor Claudio Ausilio, esule da Fiume e socio dell’ANVGD di Arezzo, che ha fornito gentilmente i materiali di ricerca, nonché la fotografia del bersagliere scomparso, contattandone i suoi familiari e proseguendo una tradizionale e collaudata collaborazione con l’ANVGD di Udine. Si ringrazia Giovanni Doronzo per la fotografia di Dignano d'Istria. Grazie a Daniela Zatta, discendente di Del Vita per l'immagine del suo caro parente.

Collezione familiare
Daniela Zatta, nipote di Luigi Del Vita, Montevarchi (AR), fotografia.

Cenni bibliografici
- Annuario d’Italia, Guida generale del Regno, Roma, Bontempelli, anno XIV.
- Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, Gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945, a cura del Comune di Gorizia, Gorizia, 1980.
- Guglielmo Vezzosi, “Massacrato. A guerra finita”, «La Nazione», Cronaca di Arezzo, 1 agosto 1995 (o 1° settembre).

Sitologia
Giovanni Doronzo, Muro di Dignano d'Istria con storiche pitture, febbraio 2020 (courtesy dell'Autore)
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Testi e ricerche di Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo che si ringraziano per la cortese concessione alla diffusione e pubblicazione nel blog presente e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine.– orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

sabato 22 febbraio 2020

Oscar Busatti, bersagliere ucciso nella caverna a Tolmino dai titini, 1945

“È preso prigioniero assieme ad altri italiani dai titini il 5 maggio 1945 un mio parente, il tenente dei bersaglieri Oscar Busatti, nato a Ferrara il 6 o 7 febbraio 1918, reggente di Tolmino, come si diceva in famiglia, ma non abbiamo trovato fonti in merito”. Comincia così il racconto di Giordana Marzullo alla fine del Giorno del Ricordo 2020 in una scuola udinese, mentre gli oltre 200 attenti studenti delle classi quinte dell’Istituto alberghiero, commerciale e turistico della città, accompagnati dai rispettivi professori, se ne vanno dall’Auditorium a fare ricreazione.
Le notizie sono scarne. Tolmino era in provincia di Gorizia, oggi è Tolmin, un paesino della Slovenia. Si sa che questi militari italiani vengono rinchiusi in una grotta dai titini, che poi fanno saltare l’ingresso con l’esplosivo. “Mi piacerebbe capire di più di quel massacro – ha aggiunto la professoressa Marzullo – per ricordare la morte di mio zio, neanche trentenne”. Signora, ricorda qualcosa d’altro?
“Era tenente comandante della V Compagnia Bersaglieri volontari di stanza a Tolmino, IV reggimento – prosegue la testimonianza – ci hanno detto che fu arrestato (o è caduto in un tranello?) alla fine di aprile, forse il giorno 29, del 1945 a Santa Lucia; non si hanno più notizie dal 5 maggio, giorno in cui fu, quindi, probabilmente giustiziato, io sapevo infoibato, ma da una pagina Facebook ho appreso, invece, della sua possibile morte in una grotta fatta saltare”. È disponibile a diffondere queste notizie riguardo a questo suo pro-zio?
“Non è un mio zio – ha concluso Giordana Marzullo – ma un cugino diretto di mio nonno che è stato cresciuto insieme ad Oscar dalla di lui famiglia; sono felice che finalmente questa parte della storia della mia famiglia venga alla luce”.
Da altre fonti si sa che Oscar Busatti, figlio di Mario, nato a Ferrara il 6 febbraio 1918, ivi residente, è un tenente del Reggimento Volontari Bersaglieri “L. Manara”, del I Battaglione  “B. Mussolini”. La sua data di dispersione è fissata al 31 maggio 1945 a Santa Lucia d’Isonzo (GO). Santa Lucia d’Isonzo (in sloveno: Most na Soči) è una frazione del comune sloveno di Tolmino. Tali dati sono contenuti nell’Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, disponibile in Internet. Il nome di “Oscar Busatti, comandante della 5^ Compagnia” compare tra gli uccisi dai titini anche nel libro di Gianni Barral, del 2007, a pag. 135.
Il tenente Oscar Busatti è citato anche nell’Albo d’oro dei caduti ferraresi, 1940-1946, pubblicato nel web a cura di Gian Paolo Bertelli, nel 2012. Detto studioso scrive che Busatti viene “fucilato il 31.5.1945 a Santa Lucia” (Bertelli, pag. 17, vedi: Sitologia). In altre pagine dello studio di Bertelli è segnato che “Il tenente Busatti venne arrestato nei pressi di Gorizia a S. Lucia, portato nei pressi di una caverna a Tolmino e lì ucciso, era il 31/5/1945, la guerra era finita da oltre un mese. Secondo fonti di archivio i ‘giustiziati’ insieme a Busatti sono 79, furono chiamati per nome ad uno ad uno e quindi uccisi, l’entrata della caverna fu fatta saltare, nella stessa sarebbero inumati 40 cadaveri, gli altri 39 sarebbero stati sepolti in una fossa comune nei pressi”. Il 24/7/1950 viene redatto l’atto di morte, che riporta testualmente (Bertelli, 75) :

“Dichiara che il giorno 31 del mese di maggio dell’anno millenovecento quarantacinque è deceduto in Tolmino alle ore non accertate in età di anni ventisette il Busatti Oscar appartenente alla 5^ cp Btr Bersaglieri nato il 6/2/1918 a Ferrara residente a Ferrara figlio di – e di – celibe. Il suddetto Busatti Oscar è morto in seguito a fucilazione da parte dei Partigiani di Tito ed è stato sepolto non si conosce”.

Cartolina di Gorizia viaggiata e timbrata il 9 dicembre 1949. Collez. Barbarino

Gorica je naša
È noto che l’occupazione di Gorizia da parte dei miliziani di Tito, assistiti da consiglieri sovietici, durò 40 giorni, durante i quali furono arrestati centinaia di italiani. Gli artificieri iugoslavi fecero persino saltare i ponti sull’Isonzo, rallentando così l’arrivo delle truppe alleate, per procedere meglio alla caccia degli italiani, innalzando i cartelli "Gorica je naša" (Gorizia è nostra). 
Esiste un elenco di 651 civili e militari arrestati a Gorizia e deportati dai titini fra il 1° maggio e il 12 giugno 1945 che, pur necessitando di aggiornamenti, rappresenta il teatro delle eliminazioni al confine orientale. In ogni pattuglia titina aggirantesi per la città con tanto di elenco, durante la cattura, partecipa pure un partigiano garibaldino italiano, per individuare meglio i potenziali prigionieri (Scomparsi Da Gorizia, pag. 18; vedi in Bibliografia).Vero è che, dai lager iugoslavi e dal carcere della polizia segreta di Tito a Lubiana, qualcuno riuscì a saltar fuori vivo. A raccontare il fatto ai discendenti, nonostante il divieto a farlo che fu costretto a firmare a Lubiana, nel 1946, dagli ufficiali dei servizi segreti titini, prima di uscire dalla galera slava, è stato il sopravvissuto Giuseppe Baucon (in sloveno: Josip Bavcon), detto Pepi, di nazionalità slovena e cittadinanza italiana, arrestato a Gorizia (Negro e Scotti).
Pochi altri imprigionati dai titini sono ricomparsi malconci in seguito, mentre altri nomi sono stati aggiunti alla lista dei deportati e scomparsi di Gorizia tanto che, nel 2019, essi ammonterebbero a 665 casi. Secondo l’elenco delle displaced persons prodotto dagli Alleati nel 1947, gli scomparsi a Gorizia furono 1.100, di cui 759 civili e 341 militari. Gli impiegati vennero licenziati in blocco e riammessi al lavoro solo firmando una dichiarazione di aderire agli ideali del Partito comunista iugoslavo. Commercianti e contadini vennero costretti a consegnare i raccolti, i prodotti alimentari e le merci in cambio di vaghe parole compilate su foglietti volanti senza intestazione o timbri ufficiali degli occupanti slavi (Messina, 133-135).
I 40 giorni di occupazione e di efferatezze titine a Gorizia e a Trieste, documentate in letteratura da certi autori sin dal dopoguerra (Venanzi, 152) allarmarono l’opinione pubblica occidentale. Il generale inglese Alexander ebbe a dire: “L’azione di Tito ricorda troppo da vicino quelle di Hitler, Mussolini e del Giappone. Noi abbiamo combattuto questa guerra per impedire queste azioni”. Churchill ne parlò persino a Londra alla Camera dei Comuni, intimando a Tito di ritirarsi da Gorizia, da Trieste e da Pola (Toth, 309).
Pochi autori, tuttavia, spiegano che i titini, oltre ad occupare Fiume, Pola, Trieste e Gorizia, ancor prima di andare a Lubiana e Zagabria, sono giunti sino a Monfalcone, Romans d’Isonzo, Aquileia e Cervignano del Friuli, nella Bassa friulana. Una jeep di artificieri iugoslavi fu vista da partigiani della Osoppo sulle rive del Tagliamento, vicino ad un ponte. Come ha scritto Mara Grazia Ziberna, “il periodo dell’occupazione titina, dal 2 maggio al 12 giugno 1945, vide la costituzione nella Venezia Giulia dello Slovensko Primorje, cioè il Litorale Sloveno, che aveva come capoluogo Trieste e comprendeva anche il circondari di Gorizia, diviso in sedici distretti e composto anche dai comuni di Cividale del Friuli, Tarvisio e Tarcento [della provincia di Udine], considerati slavofoni” (Ziberna, 83).
Di recente si è saputo che alcuni civili italiani se ne sono andati via da Tolmino nel 1944-1945, senza patire gravi conseguenze da parte dei miliziani di Tito, come ha riferito il signor Paolo Negro, riguardo all’esodo della sua famiglia guidata dal babbo Agostino Negro, valente fotografo della valle. Egli lavorò a Tolmino, dal 1928 al 1945, facendo vari scatti per immortalare non solo l’ameno paese di montagna, ma anche le Alpi Giulie, come il Montenero, Monte Colovrat, Monte Scherbina e Monte Stol, sopra Caporetto, ovvero Kobarid, in sloveno e Cjaurêt, in lingua friulana.
Agostino Negro, Tolmino - Primavera, 1934. "Edizione Riservata A. Negro - Libreria Cartoleria - Tolmino". Collez. E. Varutti

Eliminazioni a guerra finita
Succede alla fine della seconda guerra mondiale, come si legge in un messaggio in Facebook, del 5 maggio 2012, nel gruppo La voce irredentista: “78 bersaglieri, 9 ufficiali, 20 sottufficiali e 49 altri soldati, senza alcun processo, vengono prelevati” dai titini presso Tolmino. I prigionieri vengono divisi in due gruppi.  “Il primo gruppo, più numeroso, viene fatto entrare in una caverna alla quale poi è stata fatta saltare l’apertura con l’esplosivo. Gli altri sono stati fucilati e fatti cadere in una fossa comune”.
Un’altra fonte è più precisa. Francesca-Paola Montagni Marchiori, sempre in Facebook, nel 2012, scrive che “questi sono i bersaglieri del battaglione Mussolini che difesero Gorizia fino al 30 aprile 1945 e poi furono fatti prigionieri dai titini. Rinchiusi a Tolmino furono massacrati senza processo da prigionieri. Dal 1° maggio in poi ne furono uccisi in modo orribile più di 100, i superstiti finirono al campo di Borovnica, dove continuarono a morire e ad essere torturati. La lista di 156 nomi è parte integrante della legge sulle Foibe che ordina la ricerca delle loro salme. Questo è il lavoro che faccio io all’interno dell’associazione d’arma. È stato fatto un accordo bilaterale italo-sloveno con una Commissione interparlamentare per il loro recupero, ma…”.
Claudio Pristavec, il 2 novembre 2019, ha scritto in Facebook, nel gruppo “Semo triestini e po bon” altre notizie sull’evento tragico degli italiani di Tolmino. “Chissà se qualcuno tirerà fuori la storia della caverna del monte Kozlov rob (Pan di Zucchero), alla periferia di Tolmino, nella quale nei primi giorni del maggio 1945 i partigiani titini chiusero 80 Bersaglieri e poi fecero saltare l’ingresso. Nonostante l’attivo interessamento dei loro famigliari ed una certa disponibilità degli sloveni, i loro resti sono ancora là dentro. Da parte italiana quasi ogni anno cambiava il dirigente della Onorcaduti o cambiava il Console italiano di Capodistria e bisognava ricominciare di nuovo con tutte le pratiche. Sono passati 64 anni e sono ancora là!”

Manifestazioni slave e italiane di Gorizia 1945-1946
Sin dall’estate 1945 i partigiani col fazzoletto verde Primo Cresta, Bruno Cocianni e Candido Grassi “Verdi”, comandante generale della divisione partigiana “Osoppo”, formarono a Gorizia un gruppo di giovani per “rincuorare la cittadinanza sbandata e impaurita” dall’occupazione e dalle vessazioni titine. Al gruppo collaborò la sezione alpini di Udine. Tale gruppo prese il nome di Battaglione “Gorizia” al comando del tenente colonnello Luigi Corsini. Per merito loro, il 28 marzo 1946, ci fu a Gorizia una grande manifestazione italiana, in risposta all’analoga sfilata di persone con bandiere iugoslave, con la gente portata coi camion dall’entroterra slavo, dato che la Commissione alleata per la definizione dei confini si era spostata da Parigi nella Venezia Giulia (Cresta, 134-145).
Il bersagliere Oscar Busatti fotografato a Gorizia, al Parco della Rimembranza, in Corso Italia(secondo il commento di Marco Bukovec, in un post di Facebook del 3 luglio 2026). Collezione Marzullo
-- Fonti orali e del web
Giordana Marzullo, Udine 1966, intervista di E. Varutti a Udine del giorno 11 febbraio 2020 e messaggi e-mail del 20 febbraio 2020 all’Autore.
Francesca-Paola Montagni Marchiori, messaggio in Facebook del 5 maggio 2012 nel gruppo La voce irredentista.
Claudio Pristavec, messaggio in Facebook del 2 novembre 2019, nel gruppo Semo triestini e po bon.

Collezioni private
- Lucillo Barbarino, Resia (UD), cartolina.
- Giordana Marzullo, Udine, fotografia.
- dell'Autore, Udine, cartoline.

Cartografia
Tolmino, F.o 26, Istituto Geografico Militare (Igm), 1956.

Riferimenti bibliografici
- Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, Gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945, a cura del Comune di Gorizia, Gorizia, 1980.
Gianni Barral, Borovnica ’45 al confine orientale d’Italia. Memorie di un ufficiale italiano, Milano, Paoline, II edizione, 2007.
- Primo Cresta, Un partigiano dell’Osoppo al confine orientale, Udine, Del Bianco, 1969.
- Dino Messina, Italiani due volte. Dalle foibe all’esodo: una ferita aperta della storia italiana, Milano, Solferino RCS Mediagroup, 2019.
- Andrea Negro, Josip Bavcon. Storia dell’uomo sopravvissuto alla strage di Cerkno nel 1944, Università degli studi di Udine, Corso di laurea in Lettere, relatore prof. Paolo Ferrari, a.a. 2017-2018, pp. 120.
- Giacomo Scotti, con la collaborazione di Jožko Bavcon, L’uomo risorto dalla foiba, Fiume (Croazia), 2017, datt., con copia di 19 documenti (in lingua it., ted., croata, slovena e traduz. in italiano di Marija Oseli), pp. 76. Collez. Marjia Oseli, S. Giovanni al Natisone (UD).
- Lucio Toth, “Situazione di della Jugoslavia dal 1918 all’epoca di Tito. Dal Trattato di pace del 1947 al Trattato di Osimo del 1975”, in Silvio Cattalini (a cura di), Contributo ala conoscenza della storia e della cultura dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, Corso di aggiornamento per docenti di scuole medie, Udine febbraio-aprile 1999 (1^ ediz.: 2000), Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2^ ediz., 2001, pp. 297-322.
- Paolo Venanzi, Conflitto di spie e terroristi a Fiume e nella Venezia Giulia, Milano, L’Esule, 1982.
- Maria Grazia Ziberna, Storia della Venezia Giulia da Gorizia all’Istria dalle origini ai nostri giorni, Gorizia, Lega nazionale, 2013.

Riferimenti giuridici
Legge 30 marzo 2004, n. 92, "Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 86 del 13 aprile 2004.

Sitologia
Albo d’oro dei caduti ferraresi, 1940-1946, a cura di Gian Paolo Bertelli, 2012, disponibile in Internet.
Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, disponibile in Internet.
E. Varutti, Esodo dolce da Tolmino, 1945, on line dal 18 maggio 2016.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

domenica 18 novembre 2018

Emilio Fatovic, esule da Zara nei campi profughi italiani e consigliere europeo a Bruxelles

Certi dalmati sono persone straordinarie. Veramente esclusiva è l’intervista a Emilio Fatovic, nato a Zara nel 1948 e oggi niente meno che Consigliere del Comitato Economico Sociale Europeo di Bruxelles. 

Zara, 10 novembre 2018 – Emilio Fatovic in una fotografia di Giorgio Gorlato

Fatovic mi mostra il suo passaporto e sul luogo di nascita c’è scritto così: “Zara (xxx)”. Tale scritta, senza una nazionalità esplicita, fa impazzire gli addetti alla reception degli hotel, ma soprattutto i dipendenti doganali ogni volta che egli passa un confine. Ne passa diversi di confini Emilio Fatovic, ricoprendo quel delicato incarico europeo. A lui va bene così, piuttosto che vedersi segnato “Jugoslavia” o, peggio, “Serbia”, con la solita confusione, come capita di leggere sulle tessere sanitarie di vari esuli sparsi per l’Italia. La legge stabilisce di non segnare stati vecchi o nuovi, rispetto a ciò che era Regno d’Italia fino al Trattato di pace del 1947.
“Mia mamma, che aveva lavorato alla fabbrica di Maraschino dei Luxardo, viene via nel 1957 con me e mia sorella – risponde Fatovic – chiediamo asilo politico a Gorizia, eravamo in vacanza con passaporto iugoslavo. Con la richiesta di asilo politico diventiamo apolidi. Mio padre ci raggiunge alla fine del 1959 con la concessione della cittadinanza italiana in quanto dal 1923 al 1945 era a Zara con cittadinanza italiana, mentre mio nonno e miei due zii rimasti croati vivendo a Zara, dopo il passaggio della città all’Italia, avevano il lasciapassare perenne”.
Zara, 10 novembre 2018 – Comunità degli italiani, manifesto della ditta Luxardo produttrice del Maraschino, particolare. Fotografia di Giorgio Gorlato

Come mai per voi l’esodo avviene così tardi, nel 1957? “Avevamo parenti comunisti – spiega Fatovic – e iera successo che mio papà Emilio, anche lui si chiamava così, gaveva avudo un alterco con un commissario popolare e alla fine della baruffa ghe dise che lui iera un fascista vestido de rosso”.
Apriti cielo! Dare del fascista a un commissario popolare a Zara in pieno regime di Tito fu considerato un reato da pena di morte, ma con l’aiuto di un fratello comunista, alla fine il colpevole del grave misfatto contro il popolo se la cava con un anno di carcere, però sarà segnato a dito. 
“Mio papà – aggiunge Fatovic – era capo mastro e lo lasciano uscire dalla Jugoslavia nel 1959 per asilo politico richiesto alla prefettura di Gorizia”.
Per caso siete passati per qualche Centro raccolta profughi (Crp)? “Ne abbiamo passati sei di campi profughi – dice Fatovic – si comincia col Crp di Cremona, poi ci spostano a Gargnano (Brescia), a Capua (Caserta), a Udine, Padriciano (Trieste) e al Villaggio giuliano di Opcina (Trieste), in alloggi accettabili, pur con i servizi igienici in comune per quattro famiglie”.
Buccari Piccola / Bakarac, Croazia, 9 novembre 2018 – Emilio Fatovic, primo a sinistra, con la delegazione dell’ANVGD di Udine in viaggio verso Zara, durante una pausa pranzo. Fotografia di Giorgio Gorlato

Ho conosciuto personalmente il professor Fatovic nelle scuole di Udine negli anni 1985-2007, quando era impegnato nel Sindacato Nazionale Autonomo Lavoratori della Scuola (Snals). Poi è stato rettore e dirigente scolastico al Convitto Nazionale “Regina Margherita” di Anagni (Frosinone) dal 2007 al 2008. Poi al Convitto Nazionale “Vittorio Emanuele II” di Roma (2008-2014). Ha ricoperto un incarico di reggenza al Convitto Nazionale “Amedeo di Savoia, Duca D’Aosta” di Tivoli, Roma (2012-2014). Lasciamo stare ora il lungo e complesso curriculum di Fatovic, uomo europeo, e passiamo alle ultime domande.
Com’era la vita al Centro smistamento profughi (Csp) di Udine, in Via Pradamano? “Eravamo in camerate con le coperte a far da parete – replica Fatovic, socio dell’ANVGD di Udine – e il colmo è che dopo aver chiuso l’attività la struttura diviene una succursale dell’Istituto Tecnico Industriale Arturo Malignani, che io frequento, perciò facevo lezione di laboratorio negli stessi spazi della sala mensa del vecchio campo profughi, ma la vita ti riserva certe coincidenze”.
Avete avuto dei caduti in famiglia nel 1943 a causa dei titini? “Sì, allo zio Antonacci – conclude Fatovic – che era fascista, hanno messo una pietra al collo e lo hanno buttato in mare; a Zara no iera le foibe, i te mazava per annegamento”.
Da ricerche effettuate solo due Antonacci compaiono nell’elenco “Livio Valentini” dei caduti della RSI. Antonio Antonacci risulta caduto o disperso il 13 maggio 1945 a Milano, mentre Nicola Antonacci, residente a Gorizia, pare scomparso o deceduto a Lucinico (GO) il 6 maggio 1945. Non ci sono riferimenti a Zara.
Ci sono altri ricordi? “Beh, mi ricordo che a Zara a metà degli anni cinquanta da bambini col berrettino da pioniere – è il finale di Fatovic – dovevamo andare in piazza del Popolo / Narodni trg e gridare Živio Tito, ossia Viva Tito, un po’ come succedeva quindici, venti anni prima ai giovani balilla che dovevano inneggiare al duce”. 
Zara, 11 novembre 2018 – Emilio Fatovic, al centro, con la delegazione dell’ANVGD di Udine rende omaggio ai defunti di Zara nel “Gradsko groblje”, ossia “Cimitero cittadino”. Fotografia di Elio Varutti

Altre storie di italiani in Dalmazia e di esodo istriano
La professoressa Giuliana Riggio racconta la sua “scelta di vivere oggi a Zara, avendo avuto un padre siciliano, un marito serbo croato e avendo insegnato per molto tempo a Gorizia e a Brescia”. La signora ha aggiunto che oggi tra le coste dell’Adriatico c’è un respiro europeo e sostiene di “aver recepito la voglia di essere in pace tra i popoli”. 
Ricorda qualcosa d’altro signora Riggio? “Sì, mi ricordo che mio papà – conclude – era della milizia e, nel 1945 si trovava a Gradisca d’Isonzo dove rischiò di essere preso dai partigiani filotitini, che lo cercarono a casa sua per eliminarlo, allora si presentò ai militari inglesi che lo reclusero per qualche tempo in un campo di concentramento nell’Italia centrale, così si salvò dalla foiba”.
Pure Rina Villani, in questi ultimi tempi, ha scelto di vivere a Zara, divenendo presidente della locale Comunità degli italiani. Interessata al dialogo fra i popoli in chiave artistica da oltre un decennio, si occupa di insegnamento della lingua e della cultura italiana secondo le indicazioni del Ministero croato. “Qui a Zara abbiamo corsi per 40 bambini di due ore alla settimana di lingua e cultura italiana secondo un idoneo modulo didattico – racconta – dalla classe prima elementare alla ottava, che corrisponde alla terza media italiana”.
Una cartolina di Zara dei primi del Novecento. Si ringrazia Paolo De Luise, esule da Pirano, per la diffusione dell’immagine

La professoressa Annalisa Vucusa, figlia di uno zaratino, nel 2015 a Udine, durante un pubblico incontro ebbe a dichiarare: “Mi si permetta un riferimento personale: mio zio Severino non rimise più piede a Zara e non penso neppure Gisella, la mamma del nostro Silvano, ossia l’ingegnere Silvio Cattalini, presidente dell’ANVGD di Udine dal 1972 al 2017. Mio padre, Riccardo Vucusa, invece volle tornare nella sua città, appena possibile, nel 1960. Io avevo 11 anni. Allora ricordo intensamente la pesantezza e la paura nel passare il confine della cortina di ferro. C’erano i “graniciari” (guardie confinarie iugoslave) a consultare un libro. Papà diceva: il libro nero. I poliziotti volevano vedere se mio padre era compromesso in qualche modo. Quando arrivammo a Zara, dopo aver percorso la strada costiera in un lungo viaggio di 6-7 ore, vidi mio padre piangere: Zara non era più lei”.
Riferisco ora un ricordo della maestra Silva Biasioli Toffoletti, della scuola elementare “Dante Alighieri” di Udine, accaduto verso gli anni 1955-1960. La maestra Biasioli ricorda di avere attuato un’originale pratica dell’aiuto ai profughi di Zara a Udine. Ad esempio, la signora Antonia Clarich, madre di Sandor Malnerich, suo scolaro, nato il 22 ottobre 1947 a Zara, rifugiata a Udine, si recava a comprare a credito, in un determinato negozio di generi alimentari, poi per i pagamenti ci pensava la maestra stessa. Per riconoscenza, i signori Adolfo e Antonia Malnerich, genitori dello scolaro Sandor, donarono alla maestra un piccolo tappeto, di fattura dalmata, che la madre di Sandor, durante la fuga da Zara, aveva portato di nascosto avvolto attorno alla vita, senza che si accorgessero i controllori doganali.
Zara, 11 novembre 2018 – Tomba dei Fatovic nel Cimitero di Groblje. Fotografia di Elio Varutti

Un’altra fonte orale da poco tempo ha ricordato una storia istriana. È Elena Rossi, insegnante di lettere e docente all’Università delle Libere età di Udine. Sua zia passò per il Csp di Via Pradamano di Udine.  “Sono venuti via nel 1948 da Visinada, lo stesso paese di Norma Cossetto – racconta la professoressa Rossi – verso metà novembre passando da Gorizia, mia zia che era quindicenne ricorda di avere dormito in campo profughi con altre donne nella stanza che oggi fa da aula magna nella scuola Enrico Fermi, mentre al piano di sopra stavano i maschi. Era meravigliata, perché aveva visto il termosifone caldo. Poi in famiglia si ricorda il nonno Emanuele Maier, militare sotto l’Austria nel 1914 prima in Serbia e poi in Galizia”.
Antonio Toffetti, di Dignano d’Istria, riguardo all’esodo di alcuni dignanesi nel 1943-1945 mi ha scritto in Facebook: “Anche mi in quel stesso periodo iero picio, ma me ricordo ben in strada qualche moredo me ga dito che anche mi finirò in foiba. Poco dopo semo vignui a Trieste col treno".

Messaggi dal web
Annalisa Vucusa, cugina di Silvo Cattalini, dopo aver letto l’articolo presente, ci ha cortesemente inviato la seguente e-mail, che volentieri pubblichiamo per il suo interesse pubblico:

“[…] ogni tanto affiorano ricordi e nomi come quello di Fatovic che mio padre nominava spesso ma non so perché. Sicuramente parlava del padre. Un altro nome ricorrente era quello di Alacevich; ho conosciuto un mio coetaneo Alacevich, insegnante in pensione di educazione fisica, amante del mare (chissà perché?) che fa pesca subacquea nel mare della Liguria e che vive a Torino, amico di mio fratello che vive a Savigliano (Cuneo) sempre per effetto dei nostri sradicamenti. Un altro nome ricorrente era quello di Batara che, mi pare, facesse ottime paste a Zara. Peccato non avere chiesto di più quando si poteva”.
Zara, Comunità degli italiani, Fatovic, in cravatta, alla presentazione del libro Gli appunti di Stipe, di Franco Fornasaro. Fotografia dell’Archivio ANVGD di Udine 
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Fonti orali e del web
Ringrazio le seguenti persone per la gentile disponibilità riservata a testimoniare sull’esodo giuliano dalmata e a mostrare i documenti e le fotografie di famiglia, destinate alla diffusione e pubblicazione nel web. Le interviste sono state raccolte da Elio Varutti a Udine e a Zara, con taccuino, penna e macchina fotografica nelle date citate, se non altrimenti riportato.
- Silva Biasioli vedova Toffoletti (Udine 1915-deceduta), intervista a cura del professore Antonio Toffoletti del 5 dicembre 2007 e del 22 gennaio 2008, su questionario di Elio Varutti.
- Emilio Fatovic, Zara 1948, int. a Zara (Croazia) di Elio Varutti del 9 e 10 novembre 2018.
- Giuliana Riggio, Zara 1937, int. a Zara di E. Varutti del 10 novembre 2018.
- Elena Rossi, Udine, int. a Udine di E. Varutti del 16 novembre 2018.
- Antonio Toffetti, Dignano d’Istria, 1936, vive a Trieste, messaggio in Facebook del 18 settembre 2018, dopo aver letto dell’esodo da Dignano delle famiglie istriane Delzotto e Fortunato, del facoltoso negozio di tessuti.
- Rina Villani, Roma, 1957, int. a Zara di E. Varutti del 10 novembre 2018.
- Annalisa Vucusa, 1949, Vimodrone (MI) con babbo di Zara, int. a Udine del 7 marzo 2015; e-mail inviata a E. Varutti del 19 novembre 2018.

Zara, Comunità degli italiani, Emilio Fatovic, in cravatta, vicino a Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine alla presentazione del libro Gli appunti di Stipe, di Franco Fornasaro, a sinistra. Fotografia di Giorgio Gorlato 
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Intervista a cura di Elio Varutti. Servizio giornalistico e di Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Giorgio Gorlato, E. Varutti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30.
e-mail: anvgd.udine@gmail.com     Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.