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domenica 2 aprile 2023

Antonio e Antonietta di Valle d’Istria tra esodo, Crp di Laterina, Torino e ritorno in terra avita

“Son venuta via da Valle nel mese di agosto 1949 – ha detto Antonietta Manzin – poi ci hanno tenuto 2, o 3 giorni al Campo profughi del Silos di Trieste, siamo passati per Udine con destinazione al Centro raccolta profughi di Laterina, in provincia di Arezzo, dove siamo rimasti fino al 1951”. Quanti eravate a partire?

“Eravamo in undici – è la risposta – mio papà Giovanni, suo padre, mia mamma Domenica, mio fratello Feliciano sposato con moglie e un bimbo, oltre agli altri miei fratelli: Marina, Francesco, Faustino e Antonietta”. Com’era la vita nelle baracche del Crp di Laterina?

Primia comunione di Antonietta  Manzin, a sinistra di Mons. Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli vicino alla Chiesa del Crp di Laterina, 13 maggio 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

“Soffrivano tanto gli adulti – ha spiegato Antonietta Manzin – noi bambini, io sono nata nel 1941, si giocava insieme, si andava a scuola, mi ricordo che tutte le mattine ci davano una pastiglia di olio di fegato di merluzzo, ma alcuni miei compagni di classe la buttavano sul fuoco, così nell’aula baracca c’era una puzza che arrivava dalla stufa. La mia famiglia stava nella baracca n. 5, avevamo le brande in ferro beh, erano pochi metri di spazio per 11 persone”.

L’olio di fegato di merluzzo negli anni ’50 era un rimedio contro il rachitismo. Dopo il 1951 siete andati in qualche altro Campo profughi? “Certo, in quello di Torino fino al 1956 circa – ha replicato – in via Veglia 44, dove per dormire c’erano le tavole, i pagliericci e… le cimici, allora mia madre ha avvertito e sono venuti a disinfestare tutto poi, per fortuna, sono arrivati i nostri materassi, così si stava meglio”. Ho sentito dire che gli istriani sono abituati ai campi profughi sin dalla Grande Guerra; è possibile?

“Beh insomma! Le dirò che mia mamma, nel 1915, è stata internata a Wagna, in Stiria, con la sua famiglia – ha aggiunto Antonietta Manzin – là è morta la madre di mio nonno, che si chiamava Domenica Fabris, poi certi miei parenti, due uomini invalidi, dopo la seconda guerra mondiale, sono stati destinati al Centro raccolta profughi di Termini Imerese, presso Palermo, dove è morto lo zio Giuseppe Barbieri. Era il fratello di Domenica Barbieri”. Ho sentito parlare anche di emigrazione istriana in Argentina. Che cosa sa?

Bambini al Crp di Laterina, 1950. Collezione di Antonella Barbieri.

“Sì, mio papà nel 1922 andò a lavorare in Argentina per otto anni – ha detto la signora Manzin – così, quando è ritornato in Istria, nel 1930, ha comprato dei terreni e lavorava sodo. Dopo il 1947, abbiamo perso tre case e 65 ettari di campi coltivabili perché ce li hanno nazionalizzati gli jugoslavi e nessuno ci ha mai risarcito i beni perduti. Siccome c’era poco lavoro a Torino mio papà, verso il 1953, è tornato ad emigrare in Argentina per qualche tempo”. Signora Antonietta, lei parla in dialetto istriano?

“Sì, ma mio marito Antonio, per scherzo – ha concluso – dice che parlo istrian in cichera, per intendere che lo parlo poco ben”. Com’era la vita in Istria dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943?

“Al tempo del Ribalton – ha risposto Antonio Barbieri, marito della signora Antonia Manzin – c’era poca acqua in paese perciò, con mio papà Antonio, si andava a prenderla coi carri e le botti al Palù e vedevamo tanti militari italiani sbandati, che domandavano i vestiti ai contadini in coda per l’acqua, così alla fine della giornata i vallesani vestivano delle belle divise da ufficiale o di truppa italiane. Poi ho visto una trentina di soldati italiani sulla riva che volevano raggiungere la costa opposta e undici di loro si sono messi a nuotare, peccato che in linea d’aria c’è il Delta del Po a 120 km, o oltre 60 miglia nautiche, perciò saranno tutti morti”.  Sa di qualche uccisione nelle foibe da parte titina?

Carabinieri gettati nella foiba - “Sì, in Istria ho visto portare via dai partigiani titini – ha replicato Barbieri – sei carabinieri e il loro maresciallo, che mi pare si chiamasse Doto, era di Bergamo, li hanno portati a morire nella foiba dei Ronchi, in quella stessa cavità facevano il nido i colombi, ma i cacciatori non sono più tornati a sparare ai volatili, perché là c’erano i morti”. Signor Antonio, quando è venuto via dall’Istria?

Processione al Crp di Laterina, Don Angelo Matteini è vicino all’icona sacra e don Pasquale Cacioli tra le bambine. Si notino gli altarini sulla parete delle baracche (non intonacate) con addobbi vari oltre ai candidi vestiti da prima comunione in onore della Madonna, 1951. Collezione famiglia Barbieri Manzin.
“Son venuto via nel 1963 col passaporto da emigrante – ha aggiunto – dopo aver fatto un anno di prigione a Zagabria per renitenza alla leva jugoslava, dato che avevo provato a uscire nel 1958 con altri ragazzi, ma mi hanno preso al confine con Muggia, mi hanno sbattuto a fare il militare a Skopje, fino in Macedonia, poi in Italia mi son fatto il Campo profughi di San Sabba a Trieste, dove facevo da interprete per tanti altri fuggitivi e, infine, a Torino, presso dei parenti”. Siete mai tornati in Istria?

“Sì, certo, pur di stare in Istria – ha ribattuto Antonio Barbieri – ci siamo ricomprati una casa a Valle, veniamo via da là a dicembre e ci ritorniamo a marzo, o aprile, malattie permettendo. C’erano tante ingiustizie in Jugoslavia, ci facevano il lavaggio del cervello. Mi ricordo che, finita la scuola a Valle, avrei dovuto andare a Rovigno, ma i primi in graduatoria erano i figli degli iscritti al partito, o dei burocrati jugoslavi, così sono stato escluso perché ero orfano di guerra italiano”. Però, non sapevo della pulizia etnica scolastica. Si ricorda qualcosa di Pola?

“Abitavo a pochi chilometri da Pola, andavo a prendere il pane a Pola a piedi negli anni ’40 e ‘50, ma ho saputo della strage di Vergarolla solo alcuni anni fa. Avevo tanta confusione. Non si sapeva nulla. Ho sofferto molto. A sette anni, in Istria, seminavo in campagna i ceci, la fava e il granoturco con i miei familiari, poi ho lavorato come elettricista alla Fiat al Lingotto”.

A conferma delle fughe di italiani e di persone d’altra etnia dalla Jugoslavia, negli anni 1957-1960, ecco cosa dice un’altra fonte. “Ricordo che abitavo vicino al Centro smistamento profughi di via Pradamano a Udine, che accolse oltre 100 mila esuli – ha detto Carlo Dilena – e alla fine degli anni ’50 sapevamo che ospitava certi fuggiaschi jugoslavi anticomunisti, oltre ai profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia, i bambini dei quali giocavano vicino al mio cortile”.

Laterina, Centro raccolta profughi. Prima comunione di Antonietta Manzin, 1950

Dalla collezione della famiglia Barbieri Manzin si sa che, come è scritto nel Libretto del Crp di Laterina, il nonno dell’intervistata si chiamava Antonio Barbieri, figlio del fu Antonio e di fu Domenica Fabris, vedovo e con casa in via S. Nicolò 5. Egli è nato a Valle d’Istria il 20 settembre 1874.  Ha la qualifica di: profugo giuliano. Ha esercitato il diritto d’opzione come dal decreto dell’Autorità Jugoslava n. 48.241 del 9 ottobre 1948. Ha richiesto ed ottenuto dal Consolato italiano di Zagabria il passaporto provvisorio (di sola andata) n. 18.234 in data 31 marzo 1949. Con i familiari è stato rimpatriato (in treno) via Monfalcone il 26 luglio 1949, come emerso dal racconto dei testimoni. Tale Antonio Barbieri, del 1874, pur possedendo il citato Libretto del Crp di Laterina, con tanto di sussidi ricevuti tra il 1952 e il 1953, non è segnato nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina. Ciò significa che i documenti d’archivio talvolta non sono esaustivi, non contengono cioè tutti i nomi dei profughi passati al Crp, come sostiene Claudio Ausilio. Sono 4.693 i nominativi riportati nel suddetto Elenco, considerate pure due cancellature, ma il totale delle persone transitate tra quelle baracche è di oltre 10 mila unità, secondo altre ricerche svolte nell’Archivio di Stato di Arezzo nel 2021 (vedi: Bibliografia).

Da ultimo si nota che il nominativo di vari Manzin compare nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina, al fascicolo n. 369 e risultano usciti dal Crp il 27 aprile 1951 per Torino. C’è  Andrea Manzin, nonno della signora Antonietta. Come pure c’è qualche nominativo dei Barbieri, ma non Antonio, classe 1874, di cui i discendenti possiedono il suo citato Libretto del Crp di Laterina. La scolara Antonietta Manzin compare, inoltre, nel registro della scuola elementare del Campo profughi di Laterina. È nella classe 2^ A mista, nell’anno scolastico 1949-1950, condotta dalla maestra Emma Vannelli Cassioli con 30 iscritti e 25 frequentanti provenienti da Fiume, Pola e Zara. La buona notizia è che furono tutti ammessi agli esami finali e poi promossi con molti bei voti. Sempre la giovane Antonietta Manzin risulta, infine, cresimata nella chiesa del Campo profughi da Monsignore Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli parroco, il 13 maggio 1950, in base alla relativa rubrica della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa).

Donne e bimbi al Crp di Laterina, 1950

Fonti orali e digitali: per la gentilezza riservata all’indagine storica si ringraziano le seguenti persone, intervistate da Elio Varutti il 18 marzo 2023 al telefono, con contatti preparatori di Claudio Ausilio, la collaborazione di Antonella Barbieri e le sue e-mail del periodo 17 marzo-1° aprile 2023 allo scrivente, se non altrimenti indicato.

- Antonio Barbieri, Valle d’Istria 1938, vive a Torino e a Valle d’Istria (oggi Croazia).

- Carlo Dilena, Udine 1952, int. del 19 marzo 2023 a Udine.

- Antonietta Manzin in Barbieri, Valle d’Istria 1941, esule a Torino e soggiorna a Valle d’Istria.

 

Collezione privata – Famiglia Barbieri Manzin, fotografie, Libretto del Crp di Laterina e documenti di famiglia.

Archivi consultati - La presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali d’archivio aretini è stata effettuata nel 2015 e 2022 a cura di Claudio Ausilio. Per la collaborazione riservata si ringraziano don Mario Ghinassi, parroco di Laterina nel 2015, gli operatori e le autorità del Comune di Laterina e dell’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR),

- Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, pp. 1-78, ms.

- Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR), Comune di Laterina, Scuole elementari, Direzione Didattica di Montevarchi, Registro degli scrutini e degli esami, Scuola di Campo Profughi, Classe 2^ diretta dall’insegnante Emma Vannelli Cassioli, anno scolastico 1949-1950, pp. 12, stampato e ms.

- Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, Attestati di cresima vari 1949-1957, Lettere, dattiloscr., stampati e ms.

Crp di Laterina, foto di gruppo dei Manzin. 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Bibliografia

- FABIO LO BONO, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza. L’esodo degli italiani del confine orientale a Termini Imerese (1^ edizione: 2016), Lo Bono editore, Termini Imerese (PA), 2018, 2^ edizione.

– GIULIANA PESCA – SERENA DOMENICI – GIOVANNI RUGGIERO, Tracce d’esilio. Il C.R.P. di Laterina 1948-1963. Tra esuli istriano-giuliano-dalmati, rimpatriati e profuganze d’Africa, Città di Castello (PG), Biblioteca del Centro Studi “Mario Pancrazi”, Edizioni NuovaPrhomos, 2021.

-  ELIO VARUTTI, Il campo profughi di via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Comitato di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Udine, 2007.

– E. VARUTTI, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Firenze, Aska, 2021. In formato e-book dal 2022. E seconda ristampa dal 2023.

Tessera di Antonio Barbieri (1874) dell’Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di Guerra con fotografia e firma del titolare. È il nonno dell’intervistata e padre di Barbieri Domenica.

Progetto e ricerca di Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’ANVGD Arezzo. Interviste di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Antonietta Manzin, Antonio Barbieri, Antonella Barbieri, Claudio Ausilio, professor Stefano Meroi (Udine). Copertina: Prima comunione di Antonietta  Manzin, a sinistra di Mons. Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli vicino alla Chiesa del Crp di Laterina, 13 maggio 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Libretto del Campo profughi di Laterina intestato al profugo giuliano Antonio Barbieri, classe 1874. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Pagine interne del Libretto del Campo profughi di Laterina intestato al profugo giuliano Antonio Barbieri, coi sussidi ricevuti tra il 1952 e il 1953. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Passaporto provvisorio di Giuseppe Barbieri emesso il 31 marzo 1949 dal Consolato italiano di Zagabria; il profugo morì nel Crp di Termini Imerese (PA). Si noti la ricevuta del cambio di dinari.

Il santino per le Sante Missioni e per le Quarantore al Crp di Laterina, 3-11 marzo 1951. Collezione famiglia Barbieri Manzin.


giovedì 16 marzo 2017

Il Campo Profughi giuliani di Termini Imerese, Palermo

Esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia fino in Sicilia? Ebbene sì, ben tre erano i Centri Raccolta Profughi (CRP) attivati nell’isola: a Termini Imerese, provincia di Palermo, a Cibali, quartiere di Catania e a Siracusa.
Profughi giuliano dalmati all'ingresso della città

Quello di Termini Imerese funzionò in una vecchia caserma, dal 4 agosto 1948 all’estate del 1956, quando agli ultimi profughi ospitati furono assegnate le case popolari a Palermo.
Mancava un libro sul Centro Raccolta Profughi di Termini Imerese. Dal febbraio 2016 la lacuna è stata colmata da Fabio Lo Bono, laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Palermo, oltre che responsabile amministrativo del Museo Civico “Baldassarre Romano” di Termini Imerese. L’autore è, inoltre, direttore culturale del Museo Etnoantropologico “Giovanna Bellomo” di Montemaggiore Belsito.
Come scrive l’autore nella Premessa: «Il Campo Profughi “La Masa” e i cittadini termitani “gente buona e dal cuore immenso”, memori degli insegnamenti greci, hanno accolto i circa duemila profughi con rispetto e affetto, dando grande prova di solidarietà e garantendo loro una “quasi” normale vita quotidiana» (p. 72). Diversi di questi profughi si sono stabiliti nella località sicula, integrandosi con la popolazione locale, come quando organizzavano assieme le feste del Carnevale con i coloratissimi carri allegorici. Oppure quando andavano a rinforzare le squadre di pallacanestro locali e, vista la prestanza atletica delle “putele” di Fiume e di Pola, le trasformavano nelle compagini di basket più temute della Sicilia.
Funzione religiosa dentro il Campo Profughi di Termini Imerese

Il volume è assai interessante ed originale nella metodologia di ricerca, basata sulle fonti documentarie, ma anche su alcune testimonianze orali. Dopo aver sondato gli archivi dell’Ufficio Anagrafe di Termini Imerese, della locale Biblioteca Comunale “Liciniana”, del Museo Civico “Baldassare Romano” e, persino, i Servizi Cimiteriali del Comune siculo, l’autore si è avvalso della una sitologia del mondo degli esuli giuliano dalmati e di altri siti web, nonché di vari periodici a stampa e documentari-film nazionali.
Il testo è arricchito dalla Prefazione di Giuliana Almirante De’ Medici, la quale accenna al fatto che nel 1963 ci fossero ancora 15 campi profughi aperti, con quasi 8.500 esuli da insediare, nonostante una legge fissasse al 1960 la chiusura di tutti i CRP della penisola.
Il giornalista Guglielmo Quagliarotti nella sua Presentazione, oltre a lodare il lavoro certosino di Lo Bono, si sofferma sui ritratti che emergono dalle interviste rivolte ai personaggi ospiti nell’ex-caserma “La Masa” e sulle icone dell’esodo giuliano dalmata, come Nino Benvenuti, Alida Valli, Mario Andretti, Sergio Endrigo e Mila Schön, presentate in poche, ma significative pagine.
Nell’Introduzione di Francesco Pira, docente di Comunicazione e giornalismo all’Università degli Studi di Messina e di Comunicazione pubblica e d’impresa presso l’Università Salesiana di Venezia, rammenta i “carri di bestiame che partirono tra gli sputi e le urla dei Titini per trovare dei luoghi dove poter sopravvivere, ma almeno continuare a vivere”. Questo volume ha “il pregio di raccontare come la Sicilia, terra che incute timore in tutto il mondo, marchiata dalla mafia, ha sempre dimostrato di essere un luogo di grandissima accoglienza con straordinari abitanti capaci di una generosità senza confini” (p. 18).
Una delle testimoni citate nel libro, Giuseppina (Grazietta) Drassich e Fabio Lo Bono

Oltre ad una abbondante bibliografia e alla Appendice piuttosto orientata al tema, il volume si avvale di due post-fazioni. Nella  prima, di Enzo Giunta, è spiegato come il prodotto di Lo Bono tolga dall’oblio un pezzo di storia di Termini Imerese, quando il paese siculo ospitò circa duemila profughi di Fiume, di Zara, dell’Istria e della Dalmazia. Poi c’è l’intervento di Loredana Bellavia, che punta ad una Storia che sia «punto di partenza ai fini di un umanesimo etico fondato sulla valorizzazione delle preziose diversità di tutti gli uomini» (p. 258).
L’autore dedica alcune pagine iniziali alla storia e alla geografia del confine orientale d’Italia. Si sofferma anche sull’invasione italiana e tedesca della Jugoslavia del 1941. Alcune pagine sono dedicate all’occupazione italiana dei Balcani, con un cenno al generale Mario Robotti che ebbe il coraggio di scrivere nei suoi dispacci riguardo alla repressione contro gli slavi indomabili: «Si ammazza troppo poco». Oppure l’altro generale Mario Roatta, il quale spiegava di incendiare i villaggi dei ribelli slavi e di deportarne gli abitanti infedeli (p. 35). Tali comportamenti criminali, giustificati sotto il termine di rappresaglia militare, secondo le alte sfere fasciste, comportarono un crescente desiderio di vendetta e di pulizia etnica degli jugoslavi contro tutto ciò che fosse italiano.
Il volume descrive l’uccisione degli italiani nelle foibe perpetrata dai titini. Sin dalla copertina si ha la visione delle voragini naturali della terra carsica. Nelle testimonianze si parla delle sparizioni di persone, anche di donne giovani.
Uno delle decine di originali documenti del libro di Fabio Lo Bono.

Il corpo principale del volume è dedicato al CRP della ex-caserma “La Masa” di Termini Imerese. L’autore ricostruisce perfino la pianta della struttura, e riproduce un centinaio di documenti dell’esodo giuliano dalmata. Forse questa è la parte più appetibile per gli storici doc, che vogliono sempre vedere la documentazione.
Certo, la vita all’interno della vecchia caserma era scandita dal movimento delle persone dai padiglioni, che avevano pareti con tende grigie, per creare un po’ di intimità familiare, fino ai servizi igienici, posti in mezzo al cortile. Il corpo di guardia dava su Via Garibaldi. Il CRP aveva poi un’infermeria, l’asilo e vari magazzini (p. 123).
Ci sono numerosi collegamenti col Centro di Smistamento Profughi di Udine, da dove transitarono oltre centomila esuli giuliano dalmati, dal 1947 al 1960, per essere destinati nei circa 140 CRP sparsi per l’Italia. Il CSP di Udine è citato nel volume di Fabio Lo Bono circa otto volte nelle seguenti pagine: 86, 145, 172, 186, 192, 218, 220 e 233.
Il bel libro di Fabio Lo Bono è già stato presentato con successo in varie località della Sicilia, a Roma, a Gradisca d'Isonzo e a Fiume nel Quarnaro.




Messaggi dal web


Mario Cinà, di Palermo, il 20 marzo 2017, ha scritto questo messaggio nel gruppo di Facebook dedicato alla ANVGD di Arezzo, dopo il post che annunciava la recensione al buon libro di Fabio Lo Bono: «Anche al Collegio di Maria di Monreale nel 1951 sono state ospitate parecchie profughe della Dalmazia». Il citato collegio si trova vicino a Palermo.

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Fabio Lo Bono, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza. L’esodo degli italiani del confine orientale a Termini Imerese, Lo Bono editore, Termini Imerese, ex- provincia di Palermo, 2016, pagg. 272, 120 fotografie b/n e 1 a colori, 15 euro.
Per informazioni:   info@lobonopubblicita.it

IBSN 979-12-200-0776-4