lunedì 24 novembre 2014

Un romanzo storico di Timilin, 1944-1945



Nel panorama editoriale italiano ci sono libri introvabili, editi da piccole case editrici o, addirittura, da minuscoli circoli culturali. È questo il caso de La guerra di Rosa, romanzo storico scritto da Alfio Anziutti, noto in paese con il patronimico di Timilin, classe 1942. Il volume è molto bello e ricco in chiave iconografica.
Lo troverete in vendita a Forni di Sopra e in poche altre librerie. Si tratta di un’autentica chicca, nella sua specie di romanzo storico ambientato nell’ultima parte della seconda guerra mondiale, tra partigiani, cosacchi e la gente dei paesi carnici che cerca di sopravvivere ai tragici eventi.
Nelle osterie del paese – e Timilin ne sa qualcosa dato che è coautore un saggio storico sulle Locande e gli alberghi dell’Alta Val Tagliamento del 2001 – accade che i cosacchi, i fascisti e i nazisti entrino da una porta, mentre sul retro escono i partigiani, come nelle più fosche situazioni politiche italiane.
Le donne, poi sono sempre con la gerla in spalla, per i lavori nei campi, negli stavoli, nei boschi e per rifornire i fratelli, gli zii e i compaesani alla macchia col mitra e il berretto con la stella rossa (garibaldini), oppure col fazzoletto verde al collo (Brigate Osoppo Friuli).
Anziutti ha scritto questo romanzo con un grande senso delle cose. Il suo è un lavoro di fantasia e creatività, in primis, ma si avvale sicuramente delle ricerche e degli studi di storia del territorio che conduce da decenni. Del resto, come potrebbe staccarsi, estraniarsi dai risultati delle sue indagini storiche?
Dimostra una notevole sensibilità nel trattare le tematiche della Resistenza, in particolare di quella al femminile: nel libro ci sono molte pagine del diario di Rosa, il personaggio principale della vicenda.

Alfio Anziutti Timilin

Leggendo questo accattivante romanzo di Anziutti mi è venuto in mente un altro romanzo della letterature alta. Ho pensato a Forse Esther di Katja Petrowskaja, tradotto dal tedesco per la Adelphi nel 2014. La Petrowskaja ha scritto un capolavoro della letteratura europea, dove la ricerca del mondo ebraico conduce alla fine verso un mistero. L’enigma poi si avviluppa con le vicende dei campi di concentramento nazisti, per sfociare nel silenzio disperato, come per talune posizioni alla Primo Levi.
La Petrowskaja, nata nel 1970 a Kiev, nella vecchia URSS, con studi all’Università di Taru (Estonia), e a Mosca, oggi vive e lavora a Berlino. I capisaldi del suo racconto sono nei personaggi come la zia Lida e la nonna Rosa, se ricordo bene. Comunque di figure femminili e familiari. Anche Timilin lascia trasparire un sottofondo di saga familiare, per tale motivo mi è venuto spontaneo un accostamento, fatti i dovuti distinguo, ben si intende.
Il volume di Anziutti gode di un apparato di 36 pagine di documenti originali, dell’archivio comunale o dell’ANPI e ben 35 pagine di fotografie scelte su partigiani, lapidi, tabelle turistiche e località del paese della Carnia. Troverete, infine, un piccolo repertorio con elenchi dell’antifascismo locale attivo e passivo.

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Alfio Anziutti, La guerra di Rosa. Resistenza e vita a Forni di Sopra: 1944-1945, Forni di Sopra (UD), Circolo Fornese di Cultura, 2013, pp. 190.

Per info ed eventuali acquisti: Grillo Gino edicola, Via Vittorio Veneto, 4 - 33024 Forni di Sopra UD - telefono 0433-88239.

Alcune fotografie di documenti originali sul periodo 
della seconda guerra mondiale a Forni di Sopra,
riprodotte nel libro di Timilin 

Case in legno a Forni di Sopra (qui sotto) in una bella immagine di Silvio Maria Bujatti, degli anni 1950-1960, il fotografo conosciuto come il Mago del Flou, nato a Udine nel 1890 e ivi scomparso nel 1984 (Gianfranco Ellero, Fotografia nella storia nel Friuli e nella Venezia Giulia, Istituto per l'Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia, 1995).

Qui a destra: un altro scatto fotografico esemplare del paese di Forni di Sopra, Carnia, col Clap Savon sulla sinistra, m. 2462.









 Bibliografia
- Alfio Anziutti, Forni di Sopra. Gente, storia e territorio, Forni di Sopra (UD), Edizioni di «Sfuoi Fornès», 1988.
- A. Anziutti, La Dintona (poesie carniche) con fotografie e lettere di emigranti, Forni di Sopra (UD), Edizioni di «Sfuoi Fornès», 1992.
- Se chi rioni = cosa eravamo / a cura di Alfio Anziutti. - Forni di Sopra : Circul Cultural Fornes ; [s.l.] : Coordinamento Circoli Culturali della Carnia, 1993. - XI, 175 p. : ill. ; 30 cm. - (Archivi fotografici della Carnia)
- Mularie di Cjargne : il gioco tra ragazzi /e di Carnia, Cercivento, Forni Savorgnani, Paularo / [William De Stales, Alfio Anziutti, Erminio Polo, Chiara Fragiacomo]. - [S.l.] : Coordinamento circoli culturali della Carnia, stampa 1995 (Tolmezzo : Treu). - 195 p. ; 24 cm. - (Mito e storia della Carnia; 3)
- Fiabe filastrocche racconti : Mularie di Cjargne 2 : Cercivento, Forni Savorgnani, Paularo / [William De Stales, Alfio Anzutti, Erminio Polo, Chiara Fragiacomo]. - [Tolmezzo] : Coordinamento circoli culturali della Carnia, stampa 1995. (Mito e storia della Carnia; 4)
- Un doul a mi strinzeva il cour : 1917, questo terribile mistero / [introduzione di Erminio Polo ; contributi di Alfio Anziutti, Giancarlo L. Martina, Chiara Fragiacomo, Elio Varutti]. - Tolmezzo : Coordinamento Circoli Culturali della Carnia, stampa 1997 (Carnia frontiera; 2)
- Loucs fornès = luoghi fornesi : Forni di Sopra, appunti di toponomastica / Alfio Anziutti ; presentazione di Elio Varutti. - Forni di Sopra : Circolo fornese di cultura ; Tolmezzo : Coordinamento circoli culturali della Carnia, 1997.
- Giochi e cibi a Forni di Sopra : [tra ricordi, ricette e fotografie dell'ultimo secolo] / Alfio Anziutti ; introduzione di Elio Varutti. - Forni di Sopra : Edizioni di Sfuoi Fornés, 1999.
- Idem, La "Cópera" : cent'anni di vita della Cooperativa di Consumo S.M.A. di Forni di Sopra, 1900-2000 / [cura di Sergio Virginio, Giancarlo L. Martina, Elio Varutti, Alfio Anziutti]. - Forni di Sopra : Coop SMA, Stampa 2000 (Villa Santina : Il Segno).
- Vecchie locande fornesi : storia delle osterie e degli alberghi nell'Alta Val Tagliamento / Alfio Anziutti, Elio Varutti. - [Tolmezzo] : Coordinamento circoli culturali della Carnia ; Forni di Sopra : Edizioni di Sfuoi Fornés, 2002. - 191 p. : ill. ; 25 cm. - (Mito e storia della Carnia ; 16). Anche nel web, vedi sitologia.
- Idem, Barba Acu Ticu Taco : filastrocche e villotte di Forni di Sopra, Tolmezzo : Edizioni Ciargne Culture ; Forni di Sopra : Circolo Culturale Fornese, 2004. (Mito e storia della Carnia; 19)
- Dolomiti orientali. I monti dei Forni Savorgnani, Anziutti Alfio, 2009, Tamari Montagna. Acquistabile nel web.


Sitologia
- https://www.academia.edu/1404067/Vecchie_locande_fornesi._Storia_delle_osterie_e_degli_alberghi_nell_Alta_Val_Tagliamento
- http://www.youtube.com/watch?v=strIC3u7RiA
- http://www.youtube.com/watch?v=FmXhg7KsN2Q

Importante documento riprodotto nel volume di Alfio Anziutti Timilin. Il 23 agosto 1944 il militare italiano Lino Anziutti, nato a Forni di Sopra il 27 luglio 1914, è scarcerato dal Campo di prigionia o Stammlager IV D di Merseburg, in Sassonia- Anhalt per essere inviato a lavorare in fabbrica, quale schiavo di Hitler.

giovedì 20 novembre 2014

Man Ray a Villa Manin di Passariano, Udine, Italy


Questa è una bella mostra. Si comprende tutta l'inventiva del personaggio che vi sta dietro. C'è soprattutto la fotografia di Man Ray, ma anche la pittura, non molto nota al grande pubblico. L'allestimento è meritevole di nota, curato da Guido Comis e Antonio Giusa. Potrete osservare poi i disegni, i collage, persino i film e certe curiosità provocatorie del periodo del Dadaismo. Ci sono pure le opere di Man Ray degli anni parigini tra le due guerre mondiali, per concludere col ritorno negli USA, durante il nazismo e dalla California, nel 1951, ritornerà nella Parigi, dove respirare arte ad ogni angolo di strada. 
Si tratta di circa 300 opere di Emmanuel Radnitzky, nato a Filadelfia nel 1890 da una famiglia di religione ebraica, da poco immigrata dall’Europa Orientale. Poi i Radnitzky cambiano cognome, contraendolo in: "Ray" e lui sceglie l'abbreviativo: "Man". 

  Le Violin d'Ingres, Man Ray, 1924

Passa un periodo giovanile a New York, durante il quale si avvicina ai lavori delle avanguardie. Fa amicizia con alcuni fra i più importanti artisti dei Primi del Novecento, come Marcel Duchamp; con cui condivide la passione per gli scacchi. In mostra vedrete una bella scacchiera progettata dall'artista con delle geometriche pedine. Una composizione veramente interessante, per il pensiero che sta dietro ad ogni pezzo. Tutto è ben spiegato nelle tavole illustrative della rassegna o, ben raccontato, nell'audio guida compresa nel prezzo del biglietto d'ingresso.
Nel 1921 Man Ray va a Parigi, ricevuto, anzi "accettato" - come dice in certe interviste- da numerosi colleghi artisti. La scelta è dovuta alla convinzione che a New York non sia il momento di sviluppare un modo nuovo di fare arte. Man Ray è, infatti, uno sperimentatore incallito e un innovatore unico. I movimenti artistici ai quali si avvicina, Dadaismo e Surrealismo, sono il gancio per creare nuove opportunità. 
Nel settore fotografico, si inventa i rayograph e le solarizzazioni, forse il linguaggio più originale ed innovativo di Man Ray. Nel 1922 Man Ray produce i suoi primi fotogrammi, che chiama: rayographs. Una rayografia è una immagine fotografica ottenuta appoggiando degli oggetti direttamente sulla carta sensibile, procedimento apparentemente semplice, ma che egli usò per riproduzioni fortemente coinvolgenti.
In pittura, nella cinematografia e nella creazione di oggetti e di assemblaggi ha cento, mille idee. L'artista, dopo tanti amori, si sposa con Juliet e con lei vivrà a Parigi, fino alla morte, avvenuta nel 1976.
Nella mostra a Villa Manin ci sono i ritratti fotografici di tutti i grandi artisiti del Novecento: James Joyce, André Breton e Gertrude Stein. Oppure certi aristocratici, come la Marchesa Casati – già citata da D’Annunzio nel listino personale delle sue amanti – ai colleghi artisti, come Picasso (immortalato come un "bronzo" nel suo "impermeabile sporco e colore della sua stessa pelle" - disse Man Ray in un'intervista. Si va da Braque, Henri Matisse a Max Ernst, e naturalmente a molte donne, delle quali Man Ray riesce a riportare sulla carta fotografica quel non-so-che, a tutt'oggi, ancora irresistibile. 
Nel 1925 è in esposizione con Jean Arp, Max Ernst, André Masson, Joan Miró e Pablo Picasso. È la prima rassegna surrealista della galleria Pierre di Parigi. Nel 1934, la celebre artista surrealista Meret Oppenheim, conosciuta per la sua tazza da te ricoperta di pelliccia, posò per Man Ray in quella che divenne una ben nota serie di foto che la ritraggono nuda in piedi vicino a un torchio da stampa. 
Insomma l'individuo non andava mai a pesca coi coetanei e nemmeno giocava a bocce nel campetto del dopolavoro...


MAN RAY A VILLA MANIN
13 settembre 2014 - 11 gennaio 2015 (prorogata fino al 1° febbraio 2015!!!)
a cura di Guido Comis e Antonio Giusa
SEDE ESPOSITIVA
Villa Manin (Passariano di Codroipo)
ORARI DI APERTURA:
dal martedì a domenica: 10-19
chiuso lunedì

INGRESSI

€ 10,00 intero
€ 8,00 ridotto
€ 5,00 ridotto gruppi
Servizio di audioguida (italiano, inglese) compreso nel biglietto di ingresso
Biglietti acquistabili fino a 45 minuti prima della chiusura del la mostra


Special thanks for photos with blue sky: D & C
 Special thanks for this photo: Ant & V Studio
Articolo di Teho Teardo su Il Friuli del 24 dicembre 2014 riguardo alla mostra su Man Ray a Villa Manin. Attenzione: la rassegna è stata prorogata fino al   1° febbraio 2015
Vedi altri eventi su Il Friuli in riferimento alla mostra di Villa Manin.
 

mercoledì 19 novembre 2014

Lis Sedonariis, le venditrici friulane di mestoli


Lis sedonariis, in lingua friulana, erano le venditrici ambulanti di mestoli, fusi, cucchiai, seggiolini ed altri oggetti casalinghi in legno. Singolare: sedonarie (mestolaia). Si muovevano a piedi per le città e i paesi del Friuli e del Veneto. Alcune di loro dormivano da Fusâr, un'osteria storica, in Via Pradamano a Udine. Proprio l'appellativo dell'osteria deriva da loro. Il fusâr era un Roiatti, che poco prima e dopo la Grande guerra le ospitava nel fienile della sua osteria. Un cenno su di loro c'è pure in un articolo di Elena Commessatti sul Messaggero Veneto del 30 gennaio 2011.

Una fotografia di Udine del 1860. Si vede che nella Loggia di San Giovanni; c'era ancora la scala e una porticina che dava sulla salita del Castello, vicino all'arco Bollani privo del leone marciano, rimesso là sopra il 6 luglio 1953. 
Fu, infatti, nel 1933 sotto il podestà Gino di Caporiacco, che la giunta comunale udinese deliberò di ricollocare il leone, in risposta all’abbattimento dei leoni veneziani, avvenuto a Traù, in Dalmazia, da parte delle autorità del Regno di Jugoslavia. Così negli anni ’30 fu riposto un modello di gesso. L’originale, pesante 35 quintali, realizzato dall’artista vicentino Egisto Caldana, fu posizionato sopra l’arco palladiano la sera del 6 luglio 1953, con la elegante novità che il felino volge la fronte, anziché la coda ai cittadini che transitano ai suoi piedi.


Le mestolaie (sedonariis) camminavano moltissimo. In fondo, avevano la cultura del muoversi a piedi, del conoscere gente, oltre che del vendere, che era una necessità per l'economia della famiglia. Bussavano alla porta, proponendo i loro prodotti, con semplicità, senza arrecare disturbo alle persone. Intanto cercavano di chiacchierare par furlan, come si può immaginare.
In quei tempi, anche un piatto di minestra poteva rappresentare un buon corrispettivo per un pezzo della loro originale mercanzia. In lingua friulana “sedon” significa cucchiaio, appunto. Quindi loro facevano il mestiere di: mestolaie.
Tali informazioni sono state raccolte in una ricerca scolastica, svolta da alcuni insegnanti di Italiano e Storia dell'Istituto "Bonaldo Stringher" di Udine, in collaborazione con la locale Camera di commercio e con i Civici Musei. Si è scoperto che l’osteria da “Fusâr” reca quel nome (il fusaio, o fabbricatore di fusi per filare) proprio in onore di quelle donne, che, gerla piena in spalla, affrontavano, camminando, i percorsi dei loro tentativi di vendita domiciliare. «A vignivin di Claut – ha detto il signor Gino Nonino, di Baldasseria – e a lavin a durmî tal toglât dai Roiats lì di Fusâr» (Venivano da Claut, in provincia di Pordenone e andavano a dormire nel fienile dei Roiatti, da Fusâr). 
In un’altra intervista si è saputo che «Me nono Zuanin Roiatti, nassût tal 1863 e muart tal 1941 – ha riferito Elsa Roiatti - che al faseve l’ustîr e al dave di durmî ai fusâr a lis sôs feminis e alore ducj lu lamavin fusâr» (Mio nonno... faceva l’oste e dava dormire ai fusai e alle loro donne e allora tutti lo chiamavano fusâr).
Erano donne di Cimolais, Claut e della Val Cellina, in provincia di Pordenone, oppure della Carnia. C’era una certa Letizia Sottocorona, da Collina di Forni Avoltri. Dalle 293 interviste, raccolte dagli studenti dell'Istituto Stringher, si è saputo che le mestolaie venivano chiamate in vari modi. Ad esempio “lis montagnaris”, poiché scendevano coi carri e i loro uomini dalle montagne friulane.

Per tali figure del commercio ambulante c’era il nome di “Chei des cjaçutis”, ossia: quelli delle stoviglie. “Las Nardanas” erano dette le donne che provenivano da Erto, con una parlata friulana tutta particolare, corrotta dal vicino dialetto veneto, secondo il professor Giovanni Frau, dell'Università di Udine. Esse venivano da Erto, in provincia di Pordenone, "Nert" in friulano. Naturalmente “las Clautanas cu las crassignas" erano le Clautane con la cassetta portaoggetti. Queste altre erano le portatrici di Claut, sempre in provincia di Pordenone. La “crassigne” è uno strumento a spalla, usato addirittura dai “cramars”, gli ambulanti carnici del Settecento e dei secoli precedenti, che giravano per tutta l'Europa a vendere spezie, tessuti ed erbe medicinali. La "crassigne" o "crama" era un contenitore di legno, da portare a mo' di zaino, tutta la mercanzia sulle spalle. 
Era in montagna, in Carnia e nei paesini del Pordenonese che, nei lunghi e freddi inverni, gli uomini lavoravano il legno per fabbricare i cucchiai, i seggiolini, le gerle ed altri oggetti casalinghi, venduti poi dalle mogli, dalle figlie o dalle sorelle. Ecco spiegato allora il termine “lis cjargnelis cul zei plen di robe” (le carniche con la gerla piena di roba). Altre donne erano dette proprio "lis fusanis" perchè vendevano i fusi per filare, molto usati nel passato, quando nelle famiglie patriarcali le donne dovevano filare, fare i lavori domestici, accudire e allevare i figli, lavorare nell'orto e curarsi degli animali da cortile. Agli uomini spettavano i lavori più duri, con gli animali da tiro, arare, falciare il fieno, raccogliere i prodotti dell'agricoltura e così via. Oltre il 90 per cento della popolazione era dedito all'agricoltura, a fine Ottocento.
Il punto di ritrovo per "fissare i prezzi" dei mestoli da fare nel mercato udinese, secondo Rina Bernardinis (Castiglione delle Stiviere 1908 - Udine 2010) era il Palazzo Giacomelli, in via Grazzano. Oggi è la sede del Museo Etnografico del Friuli, che raccoglie proprio gli oggetti della cultura materiale e quotidiana, di cui "lis sedonariis" erano le vestali.

Il carretto delle montanare, fotografia ripresa dal sito di Anellina Colussi
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Questo articolo, in una prima versione, è stato pubblicato su UISP atletica del 2009. Qui è stato ripreso ed ampliato. Qui sotto: una gerla (zei, in friulano, con i termini in lingua friulana delle sue parti di fabbricazione (Per questa immagine così istruttiva sono grato a La Patrie dal Friûl, gruppo di Facebook).

domenica 16 novembre 2014

Udine, la Todt in Baldasseria e i Cosacchi in Porta Aquileia

Nel presente articolo troverete alcune storie di parrocchiani della zona di Udine sud e di altri friulani nella seconda guerra mondiale. Poi si cercherà di rispondere ad alcune domande, con l’utilizzo di fonti orali, oltre che della pubblicistica. Ringrazio sentitamente gli intervistati e i prestatori delle fotografie.
Che ci facevano i Cosacchi in Porta Aquileia? Che cos’era la Todt? Cosa succedeva alla GIL di Via Pradamano? Cercherò di rispondere a queste domande, con l’aiuto di alcuni parrocchiani e di altre persone che ho intervistato. La signora Franca Vidussi, classe 1933, ricorda che quando era bambina andava da casa sua, in Baldasseria, al campo della GIL di Via Pradamano.

 Il Collegio Convitto della GIL di via Pradamano a Udine in una foto del 1955,  quando era adibito a Centro di Smistamento Profughi d'Istria e della Dalmazia 
(Fototeca dei Civici Musei di Udine)

“Sarà stato il 1939 o il 1940 – mi ha detto la Vidussi – per due ore il sabato pomeriggio si doveva fare la ginnastica in divisa da piccola italiana, gonna nera a pieghe e camicia bianca, io ero la più piccola del gruppo”. La sigla GIL significa Gioventù Italiana Littorio. La struttura sportiva appartenne alla Gil dal 1937, dovendo sottostare alle dirette dipendenze del Partito Nazionale Fascista (PNF). Prima era proprietà della Opera Nazionale Balilla (ONB). “Qualche volta, in divisa – conclude il suo racconto la Vidussi – si doveva andare a fare la ginnastica in Via Girardini in un’altra casa della GIL”.
Fu l’architetto razionalista di San Daniele del Friuli, Ermes Midena (1895-1972) a progettarla come Collegio Convitto ONB nel 1934-1936. Prima ancora lì c’era una caserma dei Regi Carabinieri. Midena volle il giovane pittore Afro Basaldella, che affrescò il ciclo “Si fondano le città”, come ricorda a pag. 169 Gianfranco Ellero nella sua Storia di Udine. Oggi in quella stessa area c’è la scuola secondaria di primo grado “E. Fermi”, un campo di pattinaggio, la piscina, la biblioteca di quartiere, la pista di atletica, la sede dell’Associazione Nazionale Alpini (ANA) e il campo di calcio.
Nel Collegio Convitto ONB, poi GIL, studiarono e si diplomarono alla scuola magistrale le nuove leve dello sport italiano. Era chiamato la Prefarnesina, perché i neo diplomati potevano accedere alla Scuola Superiore di Educazione Fisica di Roma, diventando gli insegnanti di ginnastica delle scuole del Regno, anzi dell’Impero. Col 1940 e l’entrata in guerra dell’Italia, la scuola magistrale di ginnastica fu spostata a Tarvisio. Nel 1943 il complesso GIL di Via Pradamano fu occupato dai nazisti. Bombardato dagli aerei angloamericani nel 1944-’45, fu utilizzato dalle truppe inglesi alla fine della guerra. Dal 1947 al 1960 fu adibito a Centro di Smistamento Profughi, dato che in città cominciarono ad arrivare i fuggitivi dalle terre perse (Istria, Dalmazia, Fiume e Valle dell’Isonzo). Di esuli giuliani ne passarono oltre centomila al Campo Profughi di Udine. Si tratta di un terzo di tutto l’esodo istriano dalmata.

Lavorare per la Todt

Verso la fine della guerra, i nazisti e i fascisti, nell’ultimo disperato tentativo di rallentare l’avanzata delle truppe alleate, fecero costruire delle opere di contrasto all’avanzata dei carri armati inglesi e americani. Esisteva allora una struttura, creata da Friedrick Todt, ingegnere tedesco, Ministro nazista degli Armamenti e degli Approvvigionamenti e capo della omonima organizzazione, che si occupava di ripristinare ferrovie e strade colpite dai bombardamenti alleati. Era la Organizzazione Todt (OT).

Spallina di un lavoratore coatto della TODT

Requisiva i ragazzi, le donne e gli anziani per tali lavori di scavo e di riporto. Albino Braida, classe 1919, era un giovane della Todt a San Giovanni al Natisone, come ha raccontato al figlio Livio, che mi ha riferito il fatto. Pure Arnaldo Geatti, nato nel 1924 a Bressa di Campoformido, doveva lavorare per la Todt e mi ha raccontato che aveva anche una tessera di riconoscimento intestata alla OT. Gli operai della Todt avevano le mostrine, erano militarizzati. 
Anche la signora Licia Degrassi, nata a Isola d’Istria nel 1931, ricorda le vicende della Todt, perché coinvolsero suo fratello Antonio, morto nel 1991. “Lui era un ragazzino e fu requisito prima nella Todt – mi ha detto la Degrassi – poi fu costretto, in divisa da Waffen SS a stare di guardia davanti alle banche di Milano, Como e Trieste… una volta era di guardia a Osoppo e da lì scappò, perché aveva tanta paura, così la famiglia lo nascose in casa a Trieste”.


Donne udinesi della Todt sul trincerone di Baldasseria, Udine.
Si riconosce Leony Talotti (1926-2014), seconda da sinistra. Collezione Monica Secco, Udine

Esistevano delle squadre di lavoro di donne friulane requisite dalla Todt nel 1945. Una di queste lavorò in Baldasseria e nella parte sud della città, per scavare un “trincerone anticarro”. Me lo racconta la professoressa Monica Secco (Udine, 1963), perché tra di loro fu costretta a lavorare una sua zia. Si chiamava Leony Maria Talotti; era nata nel 1926 a Périgueux, in Francia, figlia dell’emigrazione friulana degli anni Venti, sotto il fascismo ed è morta nel 2014 a Osimo, in provincia di Ancona. Nella fotografia sottostante la zia Leony Maria è la terza da destra, seduta con i pantaloni militari mimetici (Collezione Monica Secco, Udine).
Le altre ragazze udinesi requisite sono di borgo San Lazzaro e c'è qualcheduna di Baldasseria, come Teresa Novelli vedova Marioni (Udine 1922). Gli unici maschi nella fotografia sono militari dell’ormai sballato esercito nazista, che oltre ai ragazzini incorporava anziani e persone non del tutto abili, come si può notare dall’immagine. In questo caso di tratta di tedeschi della provincia di Bolzano, che davano così gli ordini in italiano alle donne requisite (obbligate al lavoro).


Squadra femminile della TODT al lavoro sul trincerone anticarro
di Baldasseria, 1945. Si riconoscono Leony Talotti (1926-2014), 
terza in basso, da destra e Teresa Novelli Marioni, seconda a sinistra in alto (Collezione Monica Secco, Udine)

C'è un personaggio molto noto in Baldasseria, che ha scritto e raccontato molti fatti del quartiere: il suo nome è Alfredo Orzan. Secondo il maestro Alfredo Orzan (San Lorenzo Isontino, provincia di Gorizia, 1930, intervista del 13 novembre 2014) il trincerone si trovava tra via Baldasseria Bassa e viale Palmanova, all’altezza del civico n. 231 della Baldasseria Bassa, vicino alla sede del Messaggero Veneto.

I Cosacchi a Udine

Non è facile trovare notizie sui Cosacchi a Udine. Intanto bisogna dire che i Cosacchi dell’Ucraina erano alleati dei nazifascisti. Con decine di tradotte furono portati in Friuli dalla Polonia, dove Hitler li aveva usati nella repressione contro la breve resistenza polacca. In Friuli Hitler aveva promesso per loro una nuova terra “Kosakenland in Nord Italien”. Loro se l’erano… bevuta! Erano profondamente filozaristi ed anticomunisti, perciò si trovarono molto bene a combattere contro i partigiani. Aiutarono i nazisti nelle feroci rappresaglie, bruciando paesi come Nimis, Faedis ed Attimis, come ha ricordato la signora Iole Croatto, vedova Falzone, nata ad Attimis nel 1917.

 Iole Croatto, Attimis 1917-Udine 2013

Dopo la costruzione delle Case Fanfani nel 1950, la signora Iole abitava in Via delle Fornaci, assieme a Salvatore Falzone, suo figlio (Udine 1945) e al resto della famiglia. Sono loro ad avermi raccontato tante storie sugli esuli giuliani che hanno vissuto nella zona, dove nel 1958 nacque la parrocchia di San Pio X. 
Verso la fine di luglio del 1944 alla stazione della Carnia cominciarono ad affluire i primi convogli di Cosacchi e di caucasici con le famiglie; ne arrivarono circa 40 mila. Un numero considerevole se si pensa che la Carnia di allora contava 60 mila abitanti. Il Comune di Verzegnis (1800 abitanti) fu occupato nell'ottobre del 1944 da 1567 Cosacchi con al seguito 465 cavalli, 58 mucche e 20 cammelli e ribattezzato Stanitsa Térskaja (villaggio cosacco).
Ovvio che tra le loro prime necessità ci fosse quella del foraggio per gli animali, soprattutto per i cavalli, che utilizzavano nelle scorribande contro i partigiani. Verso la fine del conflitto i Cosacchi dilagarono anche nella Bassa friulana e a Udine, nella speranza di fare bottino di fieno, di alcol e di donne.

Continua così il racconto della professoressa Secco. “A Udin, te fin dal Unvier dal 1945, in borc di Glemone li dal cjanton cun Vie di Santa Chiara, i cosacs a àn tucât ae puarte par domandâ di durmî li de famee Talotti – mi raccontava la signora Alberta Talotti – e, cence mostrâ pôre, mê mari, Luigia Zugolo e me pari Eustacchio Talotti, a àn vierzût il puarton di cjase” (A Udine, alla fine dell'inverno 1945, in borgo Gemona sull'angolo con via Santa Chiara, i cosacchi hanno battuto sulla porta per domandare da dormire alla famiglia Talotti e, senza mostrare paura mia madre, Luigia Zugolo e mio padre Eustracchio Talotti hanno aperto il portone di casa).
Come è stato il contatto? “A son stâts avonde zentîls, a àn ufrît pan neri e margarine, che no si le veve mai viodude – diceva Alberta Talotti – i cosacs, cul colbac scûr, a erin in une desene cuntune cjarete tirade des bestiis e un di lôr al veve il colbac blanc, a àn metût pistolis e i fusii su la taule, si son metûts a durmì te stanzie plui grande, tant che une agne e parave vie lis fantatis di cjase li di altre int dal borc, parcè chescj militârs no si profitassin di lôr, ma la matine buinore i cosacs a àn bevût il cafè e dopo son lâts vie” (Sono stati abbastanza gentili, hanno offerto pane nero e margarina, che non avevamo mai visto i cosacchi, col colbacco scuro, erano una decina con una carretta trainata dagli animali e uno di loro aveva il colbacco bianco, hanno posato le pistole e i fucili sulla tavola, e si sono messi a dormire nella stanza più grande, mentre una zia spingeva via le ragazze di casa presso altra gente del borgo, perché questi militari non si approfittassero di loro, ma la mattina presto i cosacchi hanno bevuto il caffè e poi sono partiti).

Cosacchi con carriaggi e famiglie a Villa Santina, 1944. 

Alcuni di loro però erano nervosi e rubavano di tutto. Sono stati visti in Porta Aquileia e in Via Gaeta avevano una caserma. “Mia madre Erminia, detta Elvira – ha detto Loredana Smedile, Udine 1953, che ha abitato in Via delle Fornaci – verso il 1945 viveva in Via Gaeta a Udine e ricordava che i Cosacchi per fare festa, dopo aver bevuto, sparavano alla gente con i mitra.

Cosacchi sul Friuli collinare
Poi ci sono altri racconti di furti e di tentativi di stupri. “E jere fam e pôc di gustâ a Sante Margarite, dongje Murùs, ma i cosacs nus àn puartât vie la pocje robe che si veve a nô che a stavin dongje de glesie – ha detto Milena Rosso Moro, di Santa Margherita del Gruagno – come patatis, blave e dopo un di lôr al voleve vê une zovine e par puartâle vie, al à tirât fûr parfin une bombe a man e nus à mostrât la bombe e al voleve la fantate, par fâi violence sessuâl, alore une femine di famee e je lade di corse li dal comant e un uficiâl un pôc galantom lu à cuietât, se no e vignive fûr une maçalizi” (C'era fame e poco da mangiare a Santa Margherita del Gruagno, vicino a Moruzzo, ma i cosacchi ci hanno portato via la poca roba che si aveva, noi si stava vicino alla chiesa, come patate, mais, e dopo uno di loro voleva avere una giovane e per portarla via, ha mostrato perfino una bomba a mano, voleva la ragazza per farle violenza sessuale, allora una donna di famiglia è andata di corsa al comando e un ufficiale un po' galantuomo lo ha calmato, altrimenti finiva in una strage).
A Tarcento, i Cosacchi, una strage l’hanno fatta di sicuro. Era il 3 maggio 1945, quando gli ultimi nazisti se la davano a gambe e i Cosacchi facevano da retroguardia. Sono rimasti i “cadaveri dello sterminio”. Così ha scritto in una relazione “Mikros”, nome di battaglia di don Giuseppe Grillo, come si vede nell’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli.
Violenti e cattivi. Così erano per Carmen B., nata a Udine nel 1936. “Par colpe dai bombardaments si jere sfolâts a Cicunins, tal 1945, intune cjase dongje la fermade dal tram e li dongje,  intune cjase di siôrs, al jere il comant dai todescs – ha raccontato – intant che a fasevin une ristielade, doi cosacs, vistûts mâl cun piels di anemai e cul curtìs, a volevin cjapâ Lucia Anderloni, mê mari, nassude a Udin tal 1908, alore gno pari Jacum ur à dât une butiliute di “sgnape di fossâl”, fate a San Vît di Feagne, cussì a si son incjocâts e a àn durmît cul cjâf su la taule. Si jere frutins, in cuatri fradis e i cosacs a volevin parânus vie, ma il plui grant di nô nus diseve: “Se o restin culì nô, lôr no fasaran mâl ae mari”. Nô o sin restâts te stanzie fintremai che i Cosacs a àn cjapât sium. Dopo il pari ur à mandâts vie” (A causa dei bombardamenti si era sfollati a Ciconicco, nel 1945, in una casa vicino alla fernata del tram, e lì vicino in una casa signorile c'era il comando tedesco, mentre si svolgeva un rastrellamento, due cosacchi, vestiti male con pelli di animali e il coltello volevano prendere L. A. mia madre nata a Udine nel 1908, allora mio padre Giacomo ha dato loro una bottiglietta di grappa fatta in casa, a San Vito di Fagagna, così si cono ubriacati e hanno dormito con la testa sul tavolo. Si era bambini, in quattro fratellini e i cosacchi volevano mandarci via, ma il più grande di noi diceva: 'Se restiamo qui, loro non faranno male alla mamma'. Noi siamo restati nella stanza finché i cosacchi di sono addormentati. Dopo il papà li ha cacciati).
Un brutto momento lo passò pure Maria Romaniello Savino, classe 1916, che era a Udine in Via Mazzini. Due Cosacchi ubriachi sono entrati di notte in casa e lei col figlio piccino in braccio cercò di scacciarli. Prima di andarsene loro hanno rovinato le immagini delle madonne e dei santini che la signora teneva in casa con devozione. Così mi ha raccontato la professoressa Clelia Savino, di Udine.

Maria Romaniello Savino, anni ‘40. Collezione Mario Savino, Udine

Rina Bassi, classe 1924 di Cassacco, ha raccontato che “i Cosacs a erin triscj e tal mê paîs a àn fusilât un frutat di cutuardis agns, dome parcé che al veve metût sù une gjachete militâr dai todescs e gno pari al jere li cuant che a àn sbarât” (i cosacchi erano cattivi e nel mio paese hanno fucilato un ragazzo di quattordici anni solo perché aveva recuperato e indossato una giacca militare tedesca e mio padre era lì quando gli hanno sparato).
Un'altra fonte orale ha parlato con me a Udine, il 9 giugno 2015, dopo aver saputo della pubblicazione del volume  OSPITI DI GENTE VARIA. Cosacchi, Esuli Giuliano Dalmati e il centro di smistamento profughi di Udine 1943-1960, di Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti. Editore Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Bonaldo Stringher” di Udine, 2015, pagine 128. Disponibile anche nel web, per leggerlo, clicca qui.
Si tratta di Arrigo Melchior, classe 1940, di Coseano, provincia di Udine. Mi ha detto che ha avuto a che fare con i cosacchi sin da bimbo, quando era in braccio a sua madre. Ecco la sua testimonianza. "Qui non si ammazza nessuno! - disse mia madre a Coseano, mentre si era piazzata, con me in braccio, davanti a due compaesani, accusati dai cosacchi di essere partigiani. I cosacchi volevano fucilarli sul posto, ma così non avvenne. Poi lei fu accusata di essere partigiana. Eh! Altro che partigiana! Pensare che mio papà era fascista, come un sacco di italiani a quel tempo. La caricarono su un camion, assieme a tanti altri prigionieri con le mani alzate, mi ricordo ancora la scena. Ecco cosa ricordo di cosacchi, repubblichini e nazisti".


Riferimenti bibliografici e sitologia
La prima versione del presente articolo è stata pubblicata sul Numero Unico della parrocchia di San Pio X di Udine, «Festa Insieme Baldasseria 2012», alle pagine 20 e 21.

- Gianfranco Ellero, Storia di Udine, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2012.
- Elio Varutti, Il Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano accolse oltre centomila persone dell’esodo dal 1947 al 1960, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2004, pp. 18-20.
- E. Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
- E. Varutti, Cara maestra, le scrivo dal Campo Profughi. Bambini di Zara e dell’Istria scolari a Udine, 1948-1963, «Sot la Nape», 4, 2008, pp. 73-86.
- E. Varutti, Rifugi antiaerei a Udine. Profughi istriani, preti e parrocchiani, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2013, pp. 34-35.
- E. Varutti, La Cappella dei profughi istriani, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2014, pp. 34-35.
Sitologia

Sono stati utilizzati vari siti istituzionali sull’esodo giuliano dalmata, sul Centro di Smistamento Profughi di Udine e sulle vicende cosacche a Udine e nel Friuli. Molto utili a questo elaborato nel suo complesso sono state le informazioni della pubblicistica e dei servizi giornalistici disponibili sui seguenti siti:

- Anita Clara, Il campo di via Pradamano, 19 marzo 2008.

- E. Varutti, Il Campo Profughi di Udine 1947-1960. Esodo da Zara, Fiume e Pola, UISP, 2009

- Matteo Ermacora, recensione al libro di Varutti del 2007 su: «DEP, Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile», 12, 2012, pp. 320-322.

- E. Varutti, Chi ricorda a Udine il campo profughi di via Pradamano?, 2013.

- E. Varutti, Itinerario giuliano a Udine. Esodo istriano, un brano sconosciuto di storia locale, 2013.

- E. Varutti, Miranda, Cisa e le altre, 1945. L’esodo da Fiume, da Zara e dall’Istria. Esperienze didattiche in una scuola di Udine, 2014, pp. 21. Vedi pure il sito web dell’Istituto Stringher di Udine, relativo al progetto "Il Novecento in Friuli Venezia Giulia", del Laboratorio di Storia della scuola.


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Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher” Udine. Laboratorio di Storia, Progetto «Il Secolo breve in Friuli Venezia Giulia», sostenuto dalla Fondazione CRUP. Hanno collaborato alla elaborazione di questo prodotto gli allievi, della classe 5 ^ D Dolciaria. Anno scolastico 2014-2015. Coordinamento didattico: professoressa Carla Maffeo (Italiano e Storia). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Networking: prof. Elio Varutti, Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva; novembre 2014.

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Nella fotografia: Il comandante della Divisione cosacca Domanov e il maggiore delle SS Von Alvensleben con gli altri ufficiali al seguito attraversano il Tagliamento. Al seguito dei nazifascisti e dei cosacchi c’era un fotografo ufficiale, Markert, che riprese una quarantina di immagini ritraenti il sopralluogo del capo dei cosacchi in Italia, il generale Domanov e del Comandante delle Waffen SS e della Polizia della Provincia di Udine, von Alvensleben, intenti ad attraversare il Tagliamento per spingersi sino ad Alesso, a “suggellare” la conclusione della vittoriosa operazione. Le immagini del fotografo documentano però anche due importanti fenomeni contemporanei: lo sfollamento dei civili di Trasaghis e Braulins e l’avvio del trasferimento delle popolazioni cosacche da oltre Tagliamento ai paesi del Comune di Trasaghis, per occupare la terra che era loro stata promessa. Grazie alla disponibilità del Muzej Novejše Zgodovine (Museo di Storia Moderna) di Lubiana (Slovenia), il Comune di Trasaghis ha acquistato copia dell’intero fondo, riprodotto poi integralmente in una pubblicazione, Memorie di un esodo. I giorni dello sfollamento dell’ottobre 1944 e dell’occupazione cosacca nel Comune di Trasaghis, stampato nel 2003 dalle Arti Grafiche Friulane. Una mostra fotografica si è tenuta al Centro civico di Alesso, 8-12 ottobre 2014, a cura di Pieri Stefanutti e Zuan Cucchiaro (che sono da ringraziare per il puntuale ed originale commento all'immagine riportata poco sopra).

venerdì 14 novembre 2014

La villeggiatura a Lignano / La vacance a Lignan


LA VILLEGGIATURA A LIGNANO

La prima citazione di Lignano Pineta nei documenti di archivio, come un porto fluviale, è del Medioevo.
Agli inizi del Novecento a Porto Lignano, dove c’era solo una casermetta della Guardia di Finanza, iniziarono ad affluire i villeggianti in battello da Marano. Nel 1903 fu costruito il primo albergo, Hotel Marin di Angelo Marin e un piccolo impianto balneare. Era il 15 aprile 1903 e nasceva lo Stabilimento dei bagni di Porto Lignano. Tal 1910 c’era la trattoria Calderara Augusto di Carlo e la “Società Popolare Bagni”.
Nel 1924 fu eretta la Terrazza sul mare, su disegno dell’architetto Provino Valle. Il vero sviluppo turistico giunse con il miglioramento delle comunicazioni, quando nel 1926 fu aperta la strada per Latisana. Nel 1935 Lignano ottenne l’istituzione di un’Azienda di Soggiorno e Turismo, oltre al nome di Sabbiadoro. Negli anni del boom sorse Lignano Pineta (1953-1956), su progetto di Marcello d’Olivo, esponente dell’architettura organica. In seguito fu istituito il Parco Hemingway, per ricordare le visite e i soggiorni del celebre scrittore statunitense Ernest Hemingway. Negli anni ’60, vicino alla foce del Fiume Tagliamento, fu costruita Lignano Riviera. Le terme marine sono del 1963. Dagli anni ’70 Lignano divenne la terza spiaggia italiana, dopo Rimini e Jesolo. L’Aquasplash, il primo parco per giochi acquatici d’Italia, è del 1985. Nel 1987 è sorta la moderna Arena, su progetto dello studio Zizzoli.
Cartolina non viaggiata, edita da Giulio Marino di Vittorio Veneto. Molto interessante la didascalia, poichè reca la dicitura "Lignano Sabbia d'Oro". Le parole sono ancora staccate. La costruzione fu terminata nel 1939. L'editore non si era ancora aggiornato su quanto accaduto il 23 marzo 1935, quando Lignano, diventò dunque "Sabbiadoro" (parola unita), per la felice pensata di un giornalista. Fu dichiarata stazione di cura e soggiorno, con la nascita della relativa Azienda autonoma. Bisogna dire che più di un qualsiasi "Ospizio marino", l'edificio, come documentano Ferruccio Luppi e Paolo Nicoloso nel loro bel libro "Lignano. Guida all'architettura", del 2002, è la "Colonia marina" progettata e costruita dall'architetto Pietro Zanini dal 1934 al 1939. Zanini vinse un concorso bandito dall'Opera Nazionale Balilla per una colonia di 600 bambini, oltre al personale di servizio. 
Collezione: Elio Varutti, Udine.
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Inizio delle ricerche: Gruppo di studio della classe 5^ C Turistica, anno scolastico 2010-2011, sotto la guida del prof. Elio Varutti, Discipline economico aziendali, che ha seguito il Networking, anno scolastico 2014-2015. Versione friulana della studentessa Nadia Giacomuzzi, Risano, Pavia di Udine. Classe 4^ E Enogastronomia - prof.ssa Paola Longhino, Storia - dott.ssa Anna Maria Zilli, dirigente scolastico. ISTITUTO STATALE D’ISTRUZIONE SUPERIORE “BONALDO STRINGHER” Udine - Progetto Lingua e Cultura Friulana, in collaborazione con Progetto Secolo breve in Friuli Venezia Giulia, sostenuto dalla Fondazione CRUP.

     D'Olivo (a destra) insieme ad Ernest Hemingway nel 1954 
(Foto: it.wikipedia.org/wiki)
La visita di Ernest Hemingway nella pineta di Lignano nel 1954. Da sinistra: la signora D'Olivo, l'architetto Marcello D'Olivo, Hemingway, la figlia dell'avvocato Anzil, lì accanto (Fotografia Mario Kechler, Archivio Antonio D'Olivo). Tratto da: Davide Lorigliola, "1948-1954: Ernest Hemingway in Friuli e a Lignano Sabbadoro", in M. Bortolotti (par cure di), Lignan, Societât Filologjiche Furlane, Udin, 2014.
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Version in lenghe furlane

LA VACANCE A LIGNAN

Par cure dal Grup di studi de classe 5^ C Turistiche, an scolastic 2010-2011, sot la vuide dal prof. Elio Varutti, che al à fat il Networking, an scolastic 2014-2015. Version furlane de arleve Nadia Giacomuzzi, Risan, Pavie di Udin. Classe 4^ E enogastronomie – professore Paola Longhino, Storie – dotore Anna Maria Zilli, dirigjent scolastic, Istitût Statâl di Istruzion Superiôr “Bonaldo Stringher” Udin – Progetto Lingua e Cultura Friulana, in collaborazion cul Progetto Secolo breve in Friuli Venezia Giulia, cofinanziât de Fondazione CRUP.
Cartolina viaggiata nel 1959. Edizione Paolini & Guerin, Latisana. Vera fotografia. Collezione: Elio Varutti, Udine

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La prime citazion di Lignan Pinede tai documents di archivi, tant che un puart di flum, e ven fate te Ete di Mieç.
Intai prins agns dal Nûfcent a Puart Lignan, dulà che e jere dome une caserme dai Finanziots, a tacavin a rivâ i vacancîrs in batel di Maran. Tal 1903 al ven fat sù il prin albierc, clamât Hotel Marin di Angelo Marin e un piçul stabiliment di balneazion. Al jere il 15 di Avrîl dal 1903 e al nasseve il Stabiliment dai bagns di Puart Lignan. Tal 1910 e jere la ostarie Calderara Augusto di Carlo e la “Società Popolare Bagni”.
Tal 1924 e fo tirade sù la Terace sul mâr, su dissen dal architet Provino Valle. Il vêr svilup turistic al ven cu lis gnovis stradis, cuant che, tal 1926, e fo vierte la strade par Tisane. Tal 1935 Lignan e à vût une Aziende di Insozornament e Turisim, oltri al non di “Sabbiadoro”.
Intai agns dal svilup al nas Lignan Pinede (1953-1956), su progjet di Marcello D’Olivo, esponent de architeture organiche. Dopo al ven fat il Parc Hemingway, par visâsi des visitis e de vacance dal scritôr cognossût american Ernest Hemingway. Intai agns ’60, dongje de fin dal Tiliment, e je stade costruide Lignan Riviere. Lis termis marinis a son dal 1963. Dai agns ’70 Lignan al jere il tierçs savalon talian, dopo Rimini e Jesolo. L’Aquasplash, il prin parc pai zûcs in aghe  d’Italie, al è dal 1985. Tal 1987 e ven costruide la moderne Rene, su progjet dal studi Zizzoli. 

Brida A., Terrazza a Mare, Lignano, 1904-1909

Finita la seconda guerra mondiale, evacuati gli sfollati, con tanta grinta riparte la stagione di balneazione a Lignano Sabbiadoro, come si vede dal bozzetto pubblicitario ripreso dal giornale quotidiano di Udine e provincia "Libertà" del 28 maggio 1946, pag. 2. Si ringraziano gli operatori della biblioteca dell'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di Udine

Lignano nelle guerre

Nella laguna di Grado (GO), durante la notte tra il 21 e il 22 febbraio 1812 si svolge una battaglia navale tra una flotta della marina inglese e quella italo-napoleonica, partita da Venezia, come ha ben documentato Carlo Beltrame. Nel corso dello scontro gli inglesi catturano il “Rivoli”, un vascello francese da 74 cannoni e viene affondato il “Mercure”, o meglio “Mercurio”, un brick (brigantino) da sedici carronate, con funzioni di scorta, appartenente al Regno Italico. La carronata, o cannone a canna corta, nasce nel 1780 in Scozia, nelle fonderie della Carron Company. La canna di grosso calibro posa, come i cannoni, su una pedana assicurata alla murata della nave per mezzo di grosse cime. L’arma, di sicure qualità, ha però una capacità di tiro limitata, quindi viene abbandonata dalla metà del XIX secolo.
Sono stati i pescatori di Marano Lagunare (UD), al largo di Punta Tagliamento, nell’aprile 2001, a impigliare le reti del peschereccio “Albatros”, della famiglia Scala, su un cannone di ferro ricoperto da concrezioni. Il giacimento archeologico sottomarino del “Mercurio” è situato a circa sette miglia dalla costa di Lignano Sabbiadoro (UD), a 18 metri di profondità. Il sito poi è stato indagato con le campagne di ricerca e scavo, dal 2001, con un’azione della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Una suggestiva ipotesi sull’affondamento della nave è emersa nel 2010, come ha spiegato Marco Morin, docente di Criminalistica ed esperto di storia militare navale che da anni collabora con Beltrame. “Sia secondo un rapporto inglese sulla testimonianza dei tre naufraghi del Mercurio – ha spiegato Morin a «Il Piccolo» del 3 agosto 2010 – sia secondo testimonianze francesi a bordo della nave italiana l’equipaggio era pronto ad ammutinarsi preferendo consegnarsi agli Inglesi piuttosto che morire per Napoleone; e il comandante del brick aveva minacciato di far saltare la santabarbara se gli uomini non avessero obbedito agli ordini”. Cosa che poi avvenne, anche se altri rapporti forniscono versioni contrastanti tra Francesi e Inglesi.
Sul «Foglio del Dipartimento di Passariano» del 4 dicembre 1813 si leggono alcune interessanti e sconosciute notizie riguardanti il Friuli. Non si riferiscono a dei sensazionali fatti militari, ci ma dimostrano che, alle guerre napoleoniche, partecipano in tono minore pure certe località costiere del territorio. Si tratta di Lignano (oggi: Lignano Sabbiadoro, UD), dove è operativo un forte italo-francese con due cannoni da XXIV libbre (15 cm ca), la guarnigione del quale, il 29 ottobre, si arrende agli Austriaci, comandati dal barone Ignazio Csivich, distaccatisi dall’assedio di Palmanova.
Un altro fortino è situato a Sdobba (oggi: Punta Sdobba, Comune di Grado, GO), alla foce dell’Isonzo. Con una dotazione di tre cannoni, il presidio si arrende il 24 ottobre agli Austriaci. Una terza fortificazione costiera, dotata di tre pezzi da 24, si trova a Porto Buso, tra la Laguna di Marano e quella di Grado, presso l’Isola di S. Andrea. Da tale fortino i militari si sono ritirati a Grado (GO), dopo avere inchiodato i cannoni, operazione consistente nell’infilare a martellate un grosso chiodo di acciaio nella canna, per rendere inservibile l’arma all’avversario.
Bisogna dire che la lingua italiana adoperata nel «Foglio del Dipartimento di Passariano» è quella del periodo pre-manzoniano, quindi potrebbe apparire di difficile comprensione. Ecco il testo in questione: “Ulteriori riscontri del suddetto Generale in Capo del Quartiere generale di Vicenza del 12 novembre portano che il G. M. Barone Csivich aveva investito con una parte del corpo che assedia Palmanuova il forte di Lignano la di cui guarnigione ai 29 ottobre si rese prigioniera di guerra. Vi si trovarono 2 pezzi da 24 di ferro o delle munizioni di guerra. Il forte Sdobba con 3 Cannoni si era reso per capitolazione ai 24 ottobre. Un distaccamento I. R. ch’era stato spedito a Porto-Buso, trovò questo luogo dal nemico abbandonato. Egli si era ritirato a Grado dopo avere inchiodato tre pezzi da 24 che vi si trovavano”.
Nella Grande Guerra Lignano è un posto di osservazione militare sia italiano, che austriaco, come lo è stato Grado, per il controllo delle grandi chiatte portamunizioni in transito verso l’Isonzo fino al 1917 e poi, dopo la rotta di Caporetto, secondo i piani austro-ungarici, per l’invasione di Venezia.
Nella seconda guerra mondiale c’è la costruzione del bunker sulla spiaggia a Punta Faro, nella zona della Guardia di Finanza, presso la darsena. Poi avviene uno sbarco anglo-americano il 1° maggio 1945, a Lignano Sabbiadoro (UD), uno scalo turistico più che militare. L’azione frutta agli alleati alcune migliaia di prigionieri tedeschi e la cattura di varie imbarcazioni minori, pur dotate di armamento leggero.


Bibliografia / Bibliografie:

- C. Beltrame, “Elementi per un’archeologia dei relitti navali di età moderna. L’indagine di scavo sottomarino sul brick Mercurio”, in Missioni archeologiche e progetti di ricerca e scavo dell’Università Ca’ Foscari - Venezia, Venezia, VI giornata di studio, 2008, pp. 219-227. 
- G. Bergamini – G. Ellero, Udine e il Friuli. Una storia per immagini, Udine, Biblioteca del Messaggero Veneto, vol. 3, 2006.
- M. Bortolotti (par cure di), Lignan, Societât Filologjiche Furlane, Udin, 2014.
- Gualtiero Valentinis, Guida delle industrie e del commercio del Friuli, Udine, 1910.
- Friuli Venezia Giulia. Dalle Alpi all’Adriatico. Arte, natura, enogastronomia. Guide d’Italia, Milano, Touring Club Italiano, 2004.
- Ferruccio Luppi, Paolo Nicoloso, Lignano. Guida all'architettura, Pordenone, Comune di Lignano Sabbiadoro, Edizioni Biblioteca dell'Immagine, 2002.
- Eugenio Marin, Alle origini della Lignano sacra. Note storiche su Santa Maria già a Bevazzana e San Zaccaria di Pineda, Estratto da: Lignan, a cura di M. Bortolotti, Udine, Società filologica friulana, pp. 269-304 , 2014.
- Pietro Spirito, “Gli ammutinati del Mercurio”, «Il Piccolo», 3 agosto 2010.

Lignano Sabbiadoro, cartolina viaggiata nel 1954 (Collezione E. Varutti, Udine) 
Lignan, cartuline viazade tal 1954 (Colezion E. Varutti, Udin)

Dall'Albun di famiglia. Lignano 1963 (didascalia originale). La vecchia Terrazza a Mare e le barche dei bagnini, dove era vietatissimo sedersi... Si riconoscono nella fotografia: prima a destra, Anna Maria Varutti, Ines Varutti, in piedi e Ernesta, a sinistra. Collezione: Elio Varutti, Udine.

Qui di seguito c'è un link sulla storia delle cartoline postali e di quelle illustrate, partendo da una cartolina di Lignano; clicca  QUI.  Testi a cura di Antonio Giusa, docente di Storia e tecnica della fotografia all'Università di Udine.
Per gli interessati qui c'è il riferimento ad un articolo sul 91° congresso della Società Filologica Friulana, svoltosi a Lignano Sabbiadoro il 28 settembre 2014. /

Culì a si cjate un leam su la storie des cartulinis puestâlis e di chês ilustradis, a tacâ di une cartuline di Lignan; frache:  CULI'.  Tescj par cure di Antonio Giusa, docent di Storie e tecniche de fotografie ae Universitât dal Friûl
Par cui che al è interessât culì si cjate il riferiment a un articul sul 91.m congrès de Societât Filologjiche Furlane, tignût a Lignan (Savalon di Aur) ai 28 di Setembar dal 2014.

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Lignano Sabbiadoro, venerdì 8 maggio 2015: presentazione del volume a cura della Società Filologica Friulana su Lignano Sabbiadoro in lingua tedesca e in inglese.
“Lignano Sabbiadoro between sky and sea / Lignano Sabbiadoro Zwischen Himmel und Meer”. 
(Dal profilo Facebook del Comune di Lignano Sabbiadoro)



Un amico di Facebook del gruppo "Sei di Udine se..." ha "postato" questa immagine di Lignano ai primi del '900 e la ripropongo qui sotto per i lettori del mio blog:



Immagini di Annalisa Mansutti

C’era una volta il fotografo ambulante. Era la fine dell’Ottocento. Aveva lo stabilimento fotografico – si diceva così – in una città o paese grosso con mercato (e disponibilità finanziaria). I clienti si rivolgevano a lui per i “carte de visite”: fotografie, tipo figurina o santino, usati come biglietto da visita “visivo”, appunto. Ma si curava degli scatti fotografici alle famiglie, ai ritratti singoli e ai gruppi. Poi, all’occorrenza, si metteva a girare per le valli, o le città vicine, cercando clientela per i ritratti, nello stesso tempo – e siamo già nel Novecento – certi bei panorami erano l’ispirazione per un istantanea per le prime cartoline illustrate.
Passato il secolo breve, ecco che determinati fotografi con una buona stoffa, si cimentano ancora nella fotografia itinerante, anzi ne fanno uno stato d’animo, come nel caso di Annalisa Mansutti. Molto bella è stata l’esposizione di sue fotografie al Salone della Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia, della sede di Udine in via del Monte (25 ottobre – 8 novembre 2014).
Fare fotografie, per qualcuno, è l’esteriorizzazione dei propri sentimenti – come ha scritto Giséle Freund nel suo Fotografia e società. Riflessione teorica ed esperienza pratica di un’allieva di Adorno, Torino, Einaudi, 1976, edizione originale francese Photographie et societe, 1974 – è una sorta di creazione. Quello che crea la Mansutti è veramente un reportage tutto particolare dei viaggi intrapresi. Il visitatore e l'osservatore delle sue immagini può sognare, guardando le sue opere. Gli scatti sono anche improbabili. Da un finestrino del treno della Transiberiana, da un finestrino aperto, dal riflesso dell’immagine in una superficie riflettente e così via. Oppure, incontrando un premio Nobel che passeggia per Udine.
A mio modesto parere c’è del realismo nelle immagini proposte nella mostra di Mansutti. Poi non saprei bene se parlare di rivisitazione del neo-realismo, oppure se parlare di tardo neo-realismo. Il suo background è costituito senz’altro dalla poderosa lezione del Gruppo Friulano per la Nuova Fotografia, sorto a Spilimbergo il 1° dicembre 1955, con i Borghesan (Gianni e Giuliano) e Italo Zannier in prima fila. Se fossi un giapponese, mi inchinerei davanti a certe foto.

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Ora ecco qualche dato biografico dal web-site dell’autrice. Annalisa Mansutti nasce nel 1962 a San Vito al Tagliamento (Pordenone, Italia). Figlia d’arte, cresce nel laboratorio fotografico di suo padre, che condurrà per alcuni anni. Dopo una pausa durante la quale si dedica principalmente alla famiglia e a corsi di specializzazione, nel 2005 Annalisa inizia ad utilizzare la tecnologia digitale, iavvicinandosi anche al bianco e nero.
Agli inizi del 2000, l’incontro con Serenella Zoppolat attraverso comuni amici architetti, segna l’inizio di una profonda e proficua collaborazione, che porta a sviluppare competenze fondamentali che vanno oltre la semplice fotografia o la progettazione architettonica. Lo studio della visione spaziale da punti focali diversi produce nuove forme d’espressione e apre ad entrambe le porte a nuovi discorsi culturali.
Nel 2005 in Austria, Annalisa fotografa i progetti architettonici di Serenella Zoppolat, componendo immagini importanti, utilizzate in seguito per concorsi e pubblicazioni.
Nel 2012 Annalisa apre a Udine lo studio itinerante “annalisamansutti immagina”: risultante del progetto di fotografare le persone partendo dalla sua casa-studio, e continuando poi esternamente, negli ambienti frequentati dalla gente.
Il catalogo della sua ultima mostra “Del guardare“, edito da Gaspari Editore, di Udine, dà pieno risalto al suo grande talento artistico.