mercoledì 30 agosto 2017

Torta Dobos de Fiume e Trieste

Questa torta era cucinata, negli anni 1910-1930, dalle donne di Fiume, come nonna Amalia R., poi la ricetta è andata in esilio, dopo il 1945, con i discendenti dell’esodo giuliano dalmata, via per l’Italia. Per certe famiglie, è una torta dell’esodo.
Torta Dobos a otto strati

A Trieste si può trovare la torta Dobos ancor oggi presso la pasticceria Penso, anche in forma di pasticcini. Nella città portuale giuliana viene proposta anche alla pasticceria La Bomboniera, di Via XXX Ottobre. A Budapest la producono 200 pasticcerie in oltre cento versioni, ma tutte a soli sei strati. Si racconta che, qualche anno fa, in un gruppo di turisti italiani alla pasticceria Gerbeaud di Pest, fondata nel 1858, una discendente di una ava di Fiume, dopo avere assaggiato un fetta della locale Dobos, abbia esclamato, con malcelato orgoglio: «Xe asai più bona quela de mia nona!»

Nasce nel 1884 a Budapest
Conosciuta a Trieste, Fiume, Zara, Pola, Vienna e Budapest, proprio nella capitale ungherese fu creata nel 1884 dal pasticcere József Carl Dobos (1847 - 1924). Nella versione classica si adopera il cioccolato fondente e la pasta Dobos in sei strati a disco, con un “tettuccio” di caramello tagliato in 8-10 sezioni triangolari, prima che lo zucchero caramellato si addensi. Occhio, perché è una torta che presenta alcune difficoltà e 3 livelli di lavorazione: dischi, crema e glassa.
Secondo il ricettario dei dolci triestini di Mariella Devescovi Damini gli ingredienti sono i seguenti. Per i dischi Dobos: gr 220 di zucchero, gr 150 di farina griffig (rimacinata di grano duro), 6 uova, vaniglia. Per la crema al cioccolato: gr 140 di cacao (oppure: gr 10 di cioccolato fondente), gr 450 di burro, gr 225 di zucchero a velo, 2 cucchiai di cacao amaro, essenza di vaniglia. Per la glassa: gr 200 di zucchero, gr 50 di nocciole tritate e tostate, 3 cucchiai d’acqua, 1 cucchiaio di burro, 10 nocciole intere sgusciate, 2 cucchiai di succo di limone.

Preparazione
I dischi Dobos. Scaldato il forno a 180°, foderare 2 tortiere con la carta da forno imburrata e infarinata. Sbattere i tuorli con lo zucchero e la vaniglia per ottenere una sostanza cremosa chiara. Montare gli albumi a neve con un pizzico di sale. Inserite i tuorli con farina intervallando con gli albumi. È da riporre circa un sesto dell’impasto in ogni tortiera, cuocendo per 6 minuti. I dischi ottenuti servono a formare gli strati della torta Dobos.
La crema al cioccolato si ottiene sciogliendo il cioccolato a bagnomaria, aspettando che si raffreddi. Montate a crema il burro con lo zucchero a velo e con il cacao, aggiungendo il cioccolato e la vaniglia. Spalmate con tale crema ogni disco di pasta cotta, tranne uno da mettere a parte (il “tettuccio” con la glassa da farsi). Ricomporre la torta e spalmare pure i bordi.
La glassa. Bollite l’acqua, lo zucchero, il burro e il succo di limone su fiamma bassa, sciogliendo bene lo zucchero, finché diventa di colore ambrato. Versarlo velocemente sul disco messo a parte, lisciate con un coltello. Dopo 30 secondi tagliate il disco in 8-10 spicchi triangolari di caramello, uno per ogni futura fetta. Riporre detti spicchi sulla torta (a mo’ di tettuccio). Guarnire con le nocciole intere attorno alla torta.
József C. Dobos - fotografia da wikipedia

Bibliografia e sitologia
- Mariella Devescovi Damini, Pasticceria triestina, Trieste, Ediz. Italo Svevo, 2007, pag. 41.
- Marco Guarnaschelli Gotti, Grande enciclopedia illustrata della gastronomia (1.a edizione: Milano 1990), Nuova edizione a cura dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, Milano, Mondadori, 2007, pag. 414.
- Tra le tante ricette nel web ecco la Torta Dobos, dal sito di Ricette di giallo zafferano (clicca qui).

Ringraziamenti

Per le fotografie, con fetta di Dobos a otto strati, sono riconoscente alla signora Daniela Conighi.
Fiume, teatro comunale "Giuseppe Verdi", 1919, Ad. Kirchhofer & Co. Fiume, Via Alessandrina 2. Archivio ANVGD di Udine

Commenti del web
Da Facebook nel gruppo “Un FIUME di FIUMANI” hanno commentato vari signori ed amici. Tra i primi a cliccare l’articolo, il 30 agosto 2017, c’è la signora Flavia Mrak, da Milano, che scrive: «Questa ze la torta che mi facio per el compleanno dei miei fioi e nelle occasioni importanti».
Laura Calci aggiunge: «Torta Dobos xe ungherese. La mia mamma la faceva per i compleanni familiari. La go mangiada anche a Budapest, dove naturalmente la xe de casa. Una bomba de bontà e de calorie!!» La signora Laura, tanto per essere chiara, si definisce così nel social media: «Una fiumana (nata a Fiume) forte come tutta la gente di confine».
Il signor Márton Pelles, da Pécs, in terra magiara, suggerisce di leggere la storia della torta Dobos su Wikipedia, in italiano.
La signora Arianna Gerbaz, che vive a Torino, si rammarica in questo modo: «Quando ero piccola mio zio la portava da Milano dove c’era un pasticcere di Fiume, che bontà! Non ho più avuto la possibilità di mangiarla».
Elvia Fabijanic ci dà un simpatico tono familiare: «La torta Dobos la faceva El mio papa nato a Vienna…». Pure Mirella Tainer, che sta a Deerfield (Illinois), ci scrive: «A Fiume la faceva el nostro zio Mario Zocovich che era pasticer de mestier però la faceva anche la mia mamma».
Sempre dal “FIUME di FIUMANI” Roswitha Flaibani, di Merano che vive a Vecelli, scrive così: «La faceva mia nonna Julia Sirola che era ungherese di famiglia ma nata a Fiume». Un signore che si firma L Covo De Badò comunica che è: «Una de le mie preferide. Ungherese ma indisolubilmente ligada a Fiume. Mi personalmente la preferiso a la più nota Sacher-torte».
Erica Marelli, che vive a Trieste, apre un dialogo, dicendoci che: «Mia nonna era originaria di Zara e faceva spesso la Dobos, anche se francamente mi sembra un po’ diversa (forse meno elaborata). Usava degli strati di tipo waffle (croccanti) che infatti trovavamo solo a Zara e poi sopra colata di cioccolato fondente con aggiunta di liquore (solitamente Half della Maraska)... a nessuno di voi dice nulla?». Flavia Mrak ribatte: «Il liquore Half non lo producono più, la mia non contiene liquore».



domenica 27 agosto 2017

La strage di Vergarolla, 18 agosto 1946, libro di Paolo Radivo

Questo importante libro sull’attentato vile di Pola si divide in tre parti. La prima, di tipo espositivo, esamina i vari giornali e testi delle radio emittenti del territorio giuliano prodotti al momento del tragico fatto, ovvero il 18 agosto 1946. 
La copertina del volume

Alcuni giornalisti scrivono della “strage di Vergarolla”, altri solo di “esplosione”. Sono poi analizzate le conseguenze politiche, militari e sociali dell’eccidio della spiaggia di Pola (detta di Vergarolla), sotto vari aspetti. Il secondo capitolo contiene l’elencazione commentata di tutti gli articoli comparsi sulle testate giornalistiche giuliane coeve di lingua italiana, slovena e croata, aldilà della specifica tendenza politica. 
Nella terza parte Radivo, direttore de «L’Arena di Pola», effettua un puntuale raffronto tra le fonti dirette giornalistiche di quegli anni del dopoguerra con quelle archivistiche, giornalistiche, bibliografiche e orali successive. «In questa parte finale – come scrive l’autore nella Introduzione – si possono inoltre leggere alcuni documenti d’archivio inglesi e italiani finora inediti, almeno nella loro versione integrale e/o nella loro traduzione italiana».
Il libro affronta almeno un paio di fondamentali obiettivi di tipo documentario e di indagine, per fare chiarezza sui mandanti, sugli esecutori della strage, confrontando le pubblicazioni più recenti, anche dei negazionisti neo-titini. È vero che finalmente c’è per la prima volta la rassegna completa della stampa giuliana d’epoca sul tema. D’altro canto qui si illustrano i contenuti di quegli articoli in modo critico e vengono pure confrontati con tutto ciò che è stato pubblicato in seguito. Paolo Radivo fornisce pure nuovi elementi e spunti di personale riflessione.
«Quest’opera fu concepita anni or sono – spiega l’Autore – come uno dei progetti 2012 del Libero Comune di Pola in Esilio, da realizzare grazie al contributo finanziario della legge 72/2001 sulle attività culturali delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Lo scopo era di fornire sia agli studiosi sia agli interessati una preziosa fonte primaria mancante, utile anche per successive ricerche, insieme a un imprescindibile corredo narrativo».
Nel frattempo l’esule polese Lino Vivoda ha pubblicato in un suo libro, del 2013, alcune rivelazioni importanti circa uno dei possibili attentatori. Spiega ancora Radivo che, nel 2014, sono usciti in contemporanea due testi storiografici ineludibili su Vergarolla: il volume del giovane storico piemontese Gaetano Dato e l’opuscolo del compianto storico fiumano William Klinger, commissionato dal Libero Comune di Pola in Esilio ed allegato a «L’Arena di Pola».
Purtroppo le fonti principalmente archivistiche e secondariamente giornalistiche consultate e proposte dai due autori, secondo l’opinione di Paolo Radivo. non hanno permesso di rispondere in modo risolutivo ai quesiti cruciali ancora aperti: chi furono i mandanti e gli esecutori? Qual era il loro movente? Quante furono le vittime totali? Chi erano quelle non identificate? Quanti furono nel complesso i feriti e come si chiamavano quelli non registrati? Il Governo Militare Alleato della Venezia Giulia, che respinse qualsiasi responsabilità legale, contribuì al pagamento dei sussidi ai feriti e ai familiari delle vittime?
La mancata soluzione di tali rebus – scrive ancora l’Autore – ha confermato l’utilità e l’opportunità di compiere un lavoro organico ed esaustivo sulle fonti giornalistiche giuliane di allora, invece di renderlo superfluo. Inoltre le recentissime acquisizioni pubblicistiche e testimoniali hanno consigliato una ricognizione e un’analisi di quanto emerso dopo il 1946 per offrire un quadro possibilmente completo del materiale oggi esistente sulla spinosa materia.
Nemmeno la consultazione sistematica dei giornali giuliani del tempo e l’illustrazione ragionata delle altre fonti disponibili hanno consentito di sciogliere definitivamente tutti i nodi essenziali del caso, conclude Radivo. Hanno di certo colmato determinate lacune, fornendoci elementi nuovi e a volte illuminanti.
Trieste, colle di San Giusto, 2017 - Lapide in memoria delle 64 vittime riconosciute della strage di Vergarolla. Si ringrazia per la fotografia: Carlo Cesare Montani, esule da Fiume

«Ora ne sappiamo di più sui preparativi e sulle gare natatorie svoltesi la mattina di domenica 18 agosto 1946 a Vergarolla – spiega Paolo Radivo – sul luogo e l’orario dello scoppio». Si sa di più sull’impatto materiale e psicologico causato a Pola e ai polesani, sul numero e le caratteristiche degli ordigni esplosi, sui soccorsi alle vittime e le cure ai feriti, sul lutto cittadino, sul numero esatto e i dati anagrafici dei morti identificati e sepolti, che sono 64, come segnato sulla lapide in San Giusto a Trieste. Nessun morto ci fu fra i filo-jugoslavi. Si sa con minore precisione il nome delle vittime non identificate e dei feriti, sui funerali, sul cordoglio e la solidarietà di polesi e di altri.
Se ne sa di più «sul recupero degli effetti personali delle vittime, sulle messe di suffragio, sulle benemerenze al dottor Geppino Micheletti – aggiunge l’Autore – sui feriti e i familiari delle vittime beneficiari del sussidio corrisposto tramite la Presidenza di Zona, sulle indagini ufficiali, sulle polemiche circa le responsabilità, sulla rimozione degli ordigni residui dalla città, sulla natura dolosa o accidentale dello scoppio, sui possibili esecutori e mandanti, sul movente, sullo scenario politico-diplomatico in cui la strage si collocò, sulle speranze che i polesani filo-italiani ancora nutrivano, sull’offensiva terroristica condotta dai titini contro i filo-italiani e gli anglo-americani nella Venezia Giulia, sulle altre piste ventilate oltre a quella jugoslava (che rimane la più verosimile), nonché sul completamento delle gare a Vergarolla interrotte il giorno della catastrofe. Ora sappiamo inoltre dell’indagine avviata dalla magistratura italiana ma subito avocata per competenza dal Governo Militare Alleato».
Ormai è stato celebrato il 71° anniversario del terribile misfatto e abbiamo a disposizione, da qualche tempo, questo volume di Radivo che ci consente di fornire in forma integrale una ponderosa fonte diretta (quella giornalistica), difficilmente proponibile in un libro di natura eminentemente commerciale. Men che meno in quelli di stampo politico. Così, oltre che alle opinioni, Radivo ha dato ampio spazio anche ai documenti.
«L’auspicio è che il copioso materiale fornito – conclude l’Autore – possa giovare a una migliore ricostruzione e a una più diffusa conoscenza della strage probabilmente più sanguinosa e ignorata dell’Italia repubblicana, in attesa di scoprire verità definitive sulle questioni ancora aperte o controverse».
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Gli interessati possono richiedere la versione cartacea del volume alla Redazione de «L’Arena di Pola»  redazione.arena@yahoo.it.
Per ulteriori informazioni: paolo.radivo@gmail.com
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Paolo Radivo, La strage di Vergarolla (18 agosto 1946) secondo i giornali giuliani dell’epoca e le acquisizioni successive, Libero Comune di Pola in esilio, «L’Arena di Pola», 2016, pagg. 648.
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Sitologia

venerdì 25 agosto 2017

L’arte del ferro di Alberto Calligaris, recensione

C’era una volta il fabbro ferraio, un mestiere duro. Nella fucina si forgia il metallo. Produceva chiodi, ferri di cavallo e serrature. Cose utili e pratiche, insomma. Alla fine dell’Ottocento l’attività si trasformò in arte fabbrile per i cancelli esterni delle ville e per decorare gli interni delle case in stile. In quel momento Alberto Calligaris si inserisce con le sue produzioni stimate non solo a livello locale, ma in tutto il mondo.
Alberto Calligaris, Studio per la ringhiera dello scalone di Villa Werdoschi (Riga, Lettonia), 1913, p 122

Bene hanno fatto quindi Tiziana Ribezzi e Gabriella Bucco a comporre questo interessante volume, ricco di fotografie in bianco e nero ed a colori. Così si può apprezzare cosa faceva l’artigiano - artista Calligaris. Egli inizia a fare la gavetta nella bottega del babbo Giuseppe. Costui, secondo la Guida delle industrie e del commercio del Friuli, di Gualtiero Valentinis, del 1910, aveva in Udine un’avviata “Officina di arte fabbrile”. L’organizzazione del lavoro nella ditta paterna aveva già sviluppato tre ambienti distinti di produzione: lo studio e il negozio (nella centralissima Via Palladio) e lo stabilimento (in Via Micesio). Dunque per produrre “lavori artistici in ferro fucinato per la decorazione di ambienti e di edifici, nello stile moderno e negli stili del passato”, come dice un bozzetto pubblicitario della bottega, si disegna, si progetta e poi si realizza al maglio (il battiferro) nell’officina, accaldati dalla fucina, battendo il ferro finché è caldo.
Bozzetto pubblicitario in Guida delle industrie e del commercio del Friuli, di Gualtiero Valentinis, del 1910, edito a Udine, p. 69

Alberto Calligaris fa un salto di qualità. Si documenta sulle riviste artistiche del tempo e partecipa alle mostre espositive internazionali per farsi conoscere, per vendere, per mostrare i suoi prodotti. Oggi diremmo: per fare marketing. È un periodo d’oro per l’arte fabbrile, infatti la ditta Calligaris aveva diverse maestranze. Solo le guerre riescono a guastare tutto. Dopo il 1945 cambiano pure i gusti, i prodotti e il mercato. Questo bel volume rende giustizia ad un artigiano di alta qualità.
Il testo fa un po’ da catalogo alla mostra espositiva realizzata dalla Ribezzi e dalla Bucco a Palazzo Giacomelli, sede del Museo Etnografico del Friuli, in borgo Grazzano a Udine, dal 18 dicembre 2014 al 12 aprile 2015.
Il libro si apre con una Presentazione di Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine. Nelle pagine seguenti c’è l’intervento di Romano Vecchiet, dirigente del Servizio integrato Musei e Biblioteche. A seguire si può leggere una biografia di Alberto Calligaris, arricchita da belle fotografie. Poi Tiziana Ribezzi, del Museo Etnografico del Friuli, scrive un capitolo intitolato: “Dalla bottega alla fabbrica. Tradizione e innovazione della Officina Calligaris”, con una bibliografia orientata.
A. Calligaris, Progetto per il cancello di Palazzo Folchi a Padova, disegno acquerellato, 1909, p. 6

Gabriella Bucco, con raffinato spirito indagatore, nel secondo capitolo racconta “Le segrete carte dell’Officina Calligaris: architetti, critici dialogano con l’artista del ferro battuto”. La Bucco mette in grande rilievo quello che per Calligaris fu una sorta di pallino. Avere una sala espositiva, un catalogo delle sue opere, utilizzando l’arte nuova della fotografia, ecco i suoi obiettivi. Poi, da grande esperta qual è in storia dell’arte, evidenzia l’eccellenza del disegno della ditta Calligaris, i premi vinti, le amicizie culturali di alto livello. Il terzo capitolo è dedicato dalla Bucco all’apoteosi di Calligaris. Sto parlando delle decorazioni in ferro al Cimitero degli Eroi di Aquileia. Il saggio della Bucco ha per significativo titolo: “Caro Maestro Amico… ti abbraccio tuo Celso / Carissimo don Celso… tuo affettuosissimo A. Calligaris. Alberto Calligaris e Celso Costantini, una amicizia e una collaborazione nate all’ombra della basilica di Aquileia”.
Nel quarto capitolo c’è il tema dell’educazione, tanto caro a Calligaris. Opera della Bucco, ha per titolo: “Alberto Calligaris promotore e paldino dell’istruzione professionale libera in Friuli, secondo la testimonianza di Pietro Zanini”.
A. Calligaris, Fioriera su basamento di marmo, modello esposto alla Biennale di Monza (a sinistra). Sala espositiva con portavasi, fioriere, cancelletto, torciere e lampada delle libellule (a destra) 

Tiziana Ribezzi nel quinto capitolo introduce il tema del disegno di Calligaris con un semplice titolo: “I progetti di Alberto Calligaris”. Eppure l’elenco (o regesto) dei disegni o copie del maestro è presentato coi fiocchi. C’è il senso cronologico delle opere, ma si è riusciti a definire solo per la località di Venezia l’eventuale esistenza in situ dell’opera disegnata dalla ditta di Udine.
Nelle successive pagine del volume si possono trovare i commenti e la critica dei contemporanei al grande maestro del ferro battuto. Le ultime pagine sono intelligentemente dedicate alle figure notevoli entrate in contatto col Calligaris: architetti, artisti, critici d’arte. Gli apparati della mostra espositiva sono riportati nelle ultime pagine del volume.


Sala forgia dello stabilimento Calligaris di Udine. Si notano due grandi magli e, sullo sfondo, una fucina. A sinistra Alberto Calligaris. A terra: ferro in billette e trafile di vario spessore, pp. 30-31

Biografia di Alberto Calligaris
Alberto Calligaris nasce a Udine nel 1880 da Giuseppe (Udine 1856-1906) e Maria Bonassi. Cresce lavorando nella bottega del babbo, appassionandosi alla lavorazione artistica del ferro battuto. Fra il 1892 e il 1898 frequenta la Scuola di Arti e Mestieri “Giovanni da Udine”, nel corso degli ottonai. Mantiene il contatto con la scuola divenendone insegnante. Nel 1908-1909 fonda una Scuola Speciale di Ferro Battuto, anche se deve dedicarsi, in seguito alla morte del padre, alla officina di famiglia.
La ditta Calligaris partecipa, tra le varie, alle Esposizioni di Torino (1902) e di Udine (1903). Alberto partecipa all’Esposizione Internazionale di Milano del 1906 e a quella d’Arti Decorative di Bruxelles del 1910, aderendo alla moda del naturalismo Liberty. Si sposa nel 1907 con Anita Micheloni, che gli dà quattro figli maschi: Giuseppe (morto giovane), Mario, Roberto e Adriano (entrati nella ditta) e la figlia Grazietta.
Si appassiona anche al geometrismo della Secessione viennese. Con altre opere, tese al recupero dello stile rinascimentale, si prende gli elogi di Gabriele D’Annunzio. Col 1913 pubblica con grande successo “I ferri battuti di A. Calligaris” con schizzi e progetti, con l’editore Crudo di Torino. Con la Grande Guerra collabora con don Celso Costantini al Cimitero degli Eroi di Aquileia. Negli anni Venti realizza le cancellate della Basilica del Santo a Padova. A Udine collabora con l’architetto Raimondo D’Aronco nel Municipio (1921-1931) e per le inferriate del Tempietto di San Giovanni. Con gli anni Trenta si sente la crisi e, dato lo sviluppo del Razionalismo, calano le commesse per la ditta Calligaris. La seconda guerra mondiale priva l’officina della materia prima e costringe Alberto a vendere a peso le sue opere, per pagare gli operai, mettendo fine alla sua splendida arte
Muore a Udine nel 1960.
La copertina del libro. A. Calligaris, I gigli, scultura, 1920
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Gabriella Bucco, Tiziana Ribezzi, Alberto Calligaris. L’arte del ferro, Udine, Quaderni del Museo Etnografico del Friuli, fotografie b/n e a colori, pagg. 190, 2014.


ISBN 978-88-95752-19-8

mercoledì 23 agosto 2017

Esodo istriano e memoria storica. A 71 anni dalla strage di Vergarolla, di Carlo Montani

Volentieri si pubblica in questo blog un intervento di Carlo Cesare Montani, esule da Fiume, intitolato dallo stesso autore: “Esodo istriano e memoria storica. Riflessioni nel LXXI anniversario della strage di Vergarolla". 
Ecco le sue parole anche in riferimento alla manifestazione che si è svolta a Trieste il 18 agosto 2017 in memoria del tragico fatto (E.V.).

Trieste, 18 agosto 2017 - La lapide con i 64 nominativi delle vittime riconosciute dopo la strage di Vergarolla a Pola nel 1946

Esistono pagine di storia che non è possibile cancellare dalla memoria collettiva, anche quando la legge inesorabile del tempo parrebbe indulgere, se non proprio all’oblio, ad un ricordo più sfumato ed a celebrazioni sostanzialmente ripetitive. A queste pagine appartiene la tragedia di Vergarolla del 18 agosto 1946, in cui persero la vita oltre cento abitanti di Pola e del suo circondario, in maggioranza donne e bambini, Vittime del vile attentato ordito da una mano criminale durante la manifestazione sportiva organizzata dalla Società “Pietas Julia” per celebrare il suo sessantesimo anniversario.
Nel capoluogo istriano, momentaneamente affidato al Governo Militare Alleato in attesa delle decisioni che sarebbero state assunte dalla Conferenza di pace in corso a Parigi, non si erano perdute le speranze che Pola potesse restare italiana, sebbene molti segnali avessero già indicato la diversa propensione delle grandi Potenze, e proprio il 15 agosto una grande manifestazione patriottica all’insegna delle Bandiere tricolori aveva animato la vecchia Arena di un nuovo fervore all’insegna della fede e della speranza. Tre giorni dopo, le bombe fatte esplodere sulla spiaggia di Vergarolla ed il sangue innocente versato in maniera tanto tragica da rendere impossibile che oltre un terzo dei Caduti venissero almeno identificati, fecero comprendere che ogni residua fiducia non aveva motivo di sussistere.
Ancor prima della decisione ufficiale di trasferire la sovranità alla Jugoslavia, che sarebbe stata sottoscritta col trattato di pace del successivo 10 febbraio 1947, i cittadini di Pola presero la decisione quasi unanime di scegliere la via dell’Esilio, che vide la partenza di oltre nove decimi della cittadinanza, compiutasi entro l’inverno, in condizioni che non è azzardato definire drammatiche. Tutto ciò, analogamente a quanto accadde a Fiume, a Zara e nelle altre città giuliane e dalmate, con una sola differenza significativa: grazie alla presenza degli Alleati, quella di poter documentare in modo esaustivo, anche attraverso immagini e filmati, un dramma davvero epocale.
Trieste, 18 agosto 2017 - Cerimonia a San Giusto per la strage di Vergarolla del 1946

La storiografia, la memorialistica e le testimonianze dirette esimono dal proporre nuovamente all’attenzione comune ogni dettaglio sulla strage di Vergarolla e sull’Esodo dalle dimensioni plebiscitarie. Qui, basti rammentare il nobile comportamento di qualche eroe come il dottor Geppino Micheletti, chirurgo dell’Ospedale di Pola, che volle continuare l’opera per gli innumerevoli feriti pur essendo stato informato della perdita dei suoi bambini; od il gesto di Maria Pasquinelli, che proprio il 10 febbraio avrebbe colpito, in segno di estrema protesta, il comandante della piazzaforte locale, Gen. Robert De Winton; ma soprattutto la pur tardiva conferma che la mano criminale era stata quella dell’OZNA, la polizia politica di Tito, come emerse nel 2008 dall’apertura degli archivi del Foreign Office.
Oggi preme sottolineare che quella tragedia non appartiene soltanto alla storia, ma vive nella matura consapevolezza del mondo esule e degli Italiani di buona volontà. Lo attestano, fra l’altro, le celebrazioni del 18 agosto che si susseguono ogni anno a Trieste nella Zona Sacra di San Giusto, presso la stele eretta in memoria delle Vittime, ad iniziativa della Federazione Grigioverde e delle sue Associazioni d’Arma, col valido supporto di alcune Organizzazioni esuli. Quest’anno, in occasione del LXXI anniversario, c’è stato un ulteriore salto di qualità: oltre alla tradizionale presenza del Gonfalone cittadino di Trieste, decorato di Medaglia d’Oro al Valore, scortato dalla Guardia Civica in alta uniforme, si sono levate alte e solenni le note del “Nabucco” mentre a tutti i presenti è stata offerta una “Votiva Lux” che ha fatto rifulgere in fronte alle acque dell’Amarissimo una fiamma collettiva di speranza perenne.
Fra le tante presenze sia consentito rammentare quelle di Marco Gabrielli, Presidente del Consiglio comunale di Trieste, in rappresentanza del Sindaco; e di Giorgio Rustia, Presidente dell’Associazione Nazionale Congiunti dei Deportati Dispersi in Jugoslavia, accompagnato dagli eredi ed amici di non pochi Martiri infoibati o diversamente massacrati dai partigiani comunisti nella plumbea stagione del 1943-1947. La presenza dei tanti vessilli associativi schierati davanti alla stele, assieme alla consapevole ed attenta partecipazione di un ampio pubblico, hanno attestato, se per caso ve ne fosse stato bisogno, che il ricordo dell’Esodo e delle Foibe, a Trieste come altrove, non corrisponde alle pur commendevoli esigenze della ritualità ripetitiva, ma trova fondamenti etici e spirituali in una diffusa coscienza patriottica e civile, compendiata nel commosso rito della Benedizione al monumento, onorato dalla Bandiera nazionale e dai fiori degli Esuli. In effetti, si tratta di valori non negoziabili, al di là di ogni compromesso e delle dispute nominalistiche circa dettagli di momento minore.

Un incredibile documento, datato 16 luglio 1946, della Camera Confederale del Lavoro di Pola esprimente "la volontà di esodo in Italia nel deprecato caso che la città venga ingiustamente assegnata alla Jugoslavia".     Collezione Sergio Satti, Udine

Vergarolla è stato un episodio significativo del delitto contro l’umanità perpetrato con le Foibe, le fucilazioni, gli annegamenti, ed ogni sorta di sevizie prima della morte liberatrice: in altri termini, di un vero e proprio genocidio. Essere consapevoli di questa storia, delle sue motivazioni, e dell’estremo sacrificio di chi non volle accettare l’ateismo di stato, il collettivismo forzoso, e la perdita di quegli alti valori umani e civili, non vuole sottintendere un semplice impegno per evitare la ripetizione di tanti ignobili delitti, come talvolta si sente banalmente e riduttivamente ripetere: al contrario, intende sottolineare la priorità di una scelta etica convinta, e la fedeltà ad un imperativo categorico come quello di amare la propria terra, le proprie radici, le proprie memorie. In una parola, la Patria.

Carlo Montani, Esule da Fiume
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In aggiunta all'articolo suddetto Carlo Montani ci ha generosamente inviato due fotografie che riguardano un fatto accaduto a margine della cerimonia di San Giusto, del 18 agosto 2017, e le seguenti parole:
"Davanti alla stele dei 64 uccisi a Vergarolla si sono incontrati Giorgio Rustia Presidente dell'Associazione Nazionale tra i Congiunti dei Deportati italiani uccisi o scomparsi in Jugoslavia (ANCDJ) e la Signora Nadia Benvenuti, figlia di un infoibato, il compianto Attilio.
Ebbene, nell’apprendere il cognome della signora, il presidente Rustia le ha dichiarato di conoscere perfettamente la tragica vicenda del suo papà, il modo in cui era stato massacrato ed anche il nome degli assassini. Per la signora Nadia è stata un’emozione fortissima ed un’occasione davvero commovente per ricordare, nel segno della fede e della speranza in una superiore Giustizia".
Giorgio Rustia, presidente dell'ANCDJ e Nadia Benvenuti, esule e figlia di padre infoibato

Attilio BENVENUTI, nato ad Isola d’Istria (Pola) il 24 maggio 1899. Servitore dello Stato, imprenditore e patriota. Catturato a Trieste nel maggio 1945. Imprigionato ai Gesuiti e quindi al Coroneo. Condotto alla Casa del Popolo di Isola. Massacrato dai partigiani in agro di Capodistria. Fedele alla Patria fino all’estremo Sacrificio. La figlia Nadia ricorda nel segno dei Suoi Valori di Uomo mite e buono.
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Questo è il programma della cerimonia svoltasi sul Colle di San Giusto a Trieste:
CERIMONIA COMMEMORATIVA DEI MARTIRI DI VERGAROLLA
COLLE DI SAN GIUSTO – TRIESTE, 18 AGOSTO 2017
PROGRAMMA
ORE 1920:  AFFLUSSO E SCHIERAMENTO RAPPRESENTANZE FAMIGLIE ISTRIANE  E ASSOCIAZIONI  COMBATTENTISTICHE E D’ARMA.
ORE 19.45: DISTRIBUZIONE CERI AI PRESIDENTI E OSPITI E COMPLETAMENTO SCHIERAMENTI.
ORE 20.00  :    INIZIA LA CERIMONIA CON GLI ONORI AL GONFALONE DELLA CITTA’ DI TRIESTE.
ORE 20.10 :   SALUTO DEL PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE GRIGIOVERDE E COMMEMORAZIONE DEI MARTIRI  DI VERGAROLLA.
ORE 20.15:   DEPOSIZIONE DELLA CORONA DI ALLORO AL MONUMENTO AI MARTIRI DI VERGAROLLA.
 “SILENZIO”.
PREGHIERA E BENEDIZIONE DELLA CORONA (SARA’   ESEGUITO IL BRANO “VA PENSIERO “ DAL NABUCCO DI G. VERDI).
ORE 20.30  :  IL GONFALONE DELLA CITTA’ DI TRIESTE LASCIA IL LUOGO DELLA CERIMONIA.
ORE 20.35:      FINE DELLA CERIMONIA.

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Altro raro documento attestante la volontà di esodo da Pola, datato 11 giugno 1946 della famiglia Bianca Tintinago. Sono 28.058 i cittadini di Pola che dichiarano per iscritto di abbandonare la città se questa verrà consegnata agli slavi.
I dichiaranti appartengono alle seguenti categorie; 439 industriali, 454 professionisti, 1.273 commercianti, 1.333 artigiani, 5.764 impiegati, 4.831 operai, 13.964 privati.
Fotografia di Bianca Tintinago, nata a Pola, che vive a Roma. Messaggio Facebook del 3.8.2017 su "Esodo istriano per non dimenticare".

Qui di seguito, si propone l’articolo di Elio Varutti, pubblicato nel web, il 18 agosto 2017, nel gruppo “ANVGD Udine” di Facebook:

«18 agosto 1946 - A Pola c'è la strage di Vergarolla. In quel periodo l'Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l'aveva occupata fin dal maggio 1945. Pola invece era amministrata a nome e per conto degli Alleati dalle truppe britanniche, ed era quindi l'unica parte dell'Istria al di fuori del controllo jugoslavo.
Le responsabilità dell'esplosione, la dinamica e perfino il numero delle vittime (80-110) sono tuttora fonte di accesi dibattiti. Le prime inchieste della autorità inglese stabilì che "gli ordigni furono deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute".
A marzo del 2008, "Il Piccolo" pubblicò una serie di quattro volumi sulla storia di Trieste, a cura di Fabio Amodeo e Mario J. Cereghino. Sulla base dei documenti del Public Record Office di Kew Gardens (Londra) – de-secretati recentemente – i due autori ricostruirono il complesso quadro storico delle vicende che interessarono Trieste, la Venezia Giulia e l'Istria fra il 1946 e il 1951, assemblando una scelta delle lettere, delle informative e dei dispacci segreti in possesso degli Alleati. Nel terzo di questi volumi, gli autori riportarono il testo di un'informativa riguardante la strage di Vergarolla, secondo la quale l'esplosione sarebbe stata in realtà un attentato pianificato dall'OZNA (il servizio segreto jugoslavo). Nell'informativa - datata 19 dicembre 1946 e intitolata "Sabotage in Pola" - si indica anche il nome di Giuseppe Kovacich come agente dell'OZNA, nonché uno degli esecutori materiali dell'attentato stesso».
Pola, 1932-1935, progetto dell'architetto Angiolo Mazzoni
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Cenno bibliografico
Paolo Radivo, La strage di Vergarolla (18 agosto 1946) secondo i giornali giuliani dell’epoca e le acquisizioni successive, Libero Comune di Pola in esilio, «L’Arena di Pola», 2016. 

L’Adriatico di Gino, libro di Franco Fornasaro

Butta bene se in un libro che parla dell’Istria, fin dalla prima riga è citato l’asino. L’orecchiuto quadrupede, infatti, è stato utilizzato fino al secolo scorso sia nella piccola azienda agricola familiare d’Istria, sia come elemento di traino per trasporti vari su un piccolo carro.
Una cartolina degli anni 1920-1930

Il volume in questione è intitolato “L’Adriatico di Gino / Gino, evo Jadrana!”, dell’editore Tiskara Šuljić, ERAPLE-FVG, 2013. La duplice edizione, in lingua italiana e croata, è stata ispirata patrocinata e realizzata dall’Ente Regionale ACLI per i Problemi dei Lavoratori Emigranti del Friuli Venezia Giulia (ERAPLE-FVG). Con la sigla ACLI si intende Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani. Con tale opera editoriale l’ente suddetto ha voluto solennizzare l’entrata della Croazia nell’Unione Europea, valorizzando la collaborazione in atto da tempo con la Comunità degli Italiani di Fiume. Detta meritoria iniziativa è stata supportata dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ed ha ricevuto il patrocinio della Federazione ACLI Internazionali, della sede del Belgio.
Le parole di Fornasaro sono come le pietre assolate dell’Istria e del Quarnaro. Schiette, dirette e senza tanti fronzoli. Si coglie subito il senso generale delle cose. Sono parole piene, definite, chiare. Non sono ambigue. Non presentano sfaccettature, insicurezza, né metamorfosi. 
È l’Istria, invece, ad essere: né sì, né no. È così che dice Nono Toni, saggio personaggio del romanzo con molti tratti autobiografici. L’Istria non è totalmente slava, né integralmente italiana (a pag. 82). Non a caso altri grandi autori l’hanno definita terra di frontiera, area multiculturale e di plurilinguismo. Si pensi a scrittori come Tomizza, Magris, Bettiza.
La copertina del volume del 2013

Nel libro è descritto l’odore di patate in tecia alla quinta pagina. Come si fa a non andare avanti nella lettura con la foga di trovare altri elementi tipici e caratteristici del territorio? Ecco che viene nominato Pepi Mustacion, ossia l’imperatore Francesco Giuseppe, che in diletto croato diventa: Pepjia Muštačona (pag. 14). Poi c’è lo spacher, il focolare economico a legna o a carbone. Adattamento linguistico dal tedesco: Sparherd (p. 18). Mi permetto di aggiungere che in dialetto fiumano è lo sparcher. E in lingua friulana: spoler.
Ci sono poi alcuni aspetti di devozione popolare, come la descrizione della cappellina con inginocchiatoio per recitare un rosario all’imbrunire (p. 19), dato che andare in chiesa era un rischio, dovendo passare davanti agli occhi degli atei titini.
Francobollo della Repubblica Sociale Italiana con sovrastampa: "3-V-1945 / FIUME RIJEKA / LIRE 4", dopo l'occupazione titina della città quarnerina. Collezione E. Varutti

Insomma Fornasaro, questo figlio di profughi, ci descrive l’Istria sparita tra le pieghe della guerra fredda. In quel tempo, i bimbi “bevono e fanno proprie le lacerazioni dei genitori” (p. 22). Lui era lì, si intuisce che il romanzo ha sfondi autobiografici. Negli anni 1960-1970 andava a trovare i nonni con i genitori, scontando al confine lunghe code e perquisizioni dei graniciari (guardie confinarie, per lo più serbe), in quella Cortina di Ferro che stava diventando sempre più di… latta per gli jugo. Belle sono le descrizioni di volpi, caprioli, vipere, funghi e del gioco delle burele, tipo le bocce (p. 23).
Nella seconda parte del libro si intravvedono i decenni seguenti. Ci sono i giovani in cerca della droga, non più delle calze di nylon e dei blue jeans occidentali. Gli adulti sono alle prese col progresso di tanti elettrodomestici, della seconda casa e di tanto lavoro per pagare le robe scritte prima. Fortuna che c’è anche l’odore del ginepro, dei pini e la citazione di quel gabbiano che vola a filo del mare (p. 44). Ci sono i racconti della famiglia di profughi istriani. Di quando era difficile trovare un lavoro, perché loro non sapevano stare con le mani in mano, allora si viveva col sussidio.
C’è la nuova generazione del mondo degli esuli. Ci sono quelli nati nel resto d’Italia. Si va a trovare i nonni. C’è – eccolo finalmente come è nel titolo – il Mare Adriatico della costa orientale e il suo dialetto istro-veneto parlato in Istria, Dalmazia, fino alle Isole Ionie (p. 48). C’è un certo spirito marinaro.
Fiume, il porto. Fotografia degli anni 1950-1960, quando è ambientato il romanzo di Fornasaro. Archivio ANVGD di Udine

Poi c’è una lettera del 1986. Siamo nella fase del dopo-Tito, con le prime confusioni balcaniche, ma anche con qualche bella passeggiata a Miramare (pp. 50-52). Nella “Jugo” del dopo-Tito, i compagni si guardano in cagnesco, dice Zdenka, dirigente della Federativa Repubblica, amica d’infanzia del protagonista. “I problemi etnici ci stanno massacrando” (p. 56). Nessuno, tuttavia, può smentire il cosiddetto “attaccamento profondo alle terre degli avi ed alla storia passata” (p. 57).
Non era ancora caduto il Muro di Berlino, perciò spiega Zdenka: “moltissimi miei colleghi di partito sono stati messi sotto accusa per niente (p. 66).
L’autore di questo piccolo romanzo trova lo spazio per parlare bene di Cividale e delle sue bellezze longobarde, ma poi si ritorna a dover leggere delle noiose contraddizioni “tra nord e sud della Jugoslavia” (p. 70). Oggi sappiamo come le hanno risolte. E ci si ferma al 1986.
Molto originale il “Post Scriptum” finale. Come in certi film, si vuole comunicare al lettore dove siano finiti i protagonisti della vicenda, con una fugace attualizzazione al 2013.
Il volume è bilingue (italiano e croato). Contiene una Presentazione del critico d’arte Licio Damiani, esule pure lui. Alla fine del testo compaiono tre brevi recensioni di Paolo Petricig, di Mario Micheli e di Antonio De Lorenzi, per guidare meglio il lettore nell’apprezzamento dell’opera. La copertina contiene alcuni schizzi di Lucilla Micheli Marušić sullo sfondo di una carta geografica dei secoli scorsi quando il Mare Adriatico era detto pure Golfo di Venezia. Appunto.
Fiume, Teatro Comunale. Fotografia degli anni 1950-1960, quando è ambientato il romanzo di Fornasaro. Archivio ANVGD di Udine
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Biografia di Fornasaro
Farmacista e giornalista pubblicista, Franco Fornasaro è nato a Trieste l’8 marzo 1952 durante l’occupazione alleata. C’era il Territorio Libero di Trieste. Vanta avi di Pirano e babbo di Veglia
È autore di oltre quindici libri di natura professionale, essendo cultore di fitoterapia, altri di genere saggistico e di cinque romanzi, tra i quali Incontro (1984), Quale Terra? (1988), Frammenti di una lezione (1998), Fine Stagione (1992) e Sulle orme del cavaliere (2007).
Franco Fornasaro

Vive a Cividale del Friuli. Ha vinto numerosi premi letterari italiani e ha composto anche testi teatrali, come Medeculis, curarsi con le erbe, in scena a Mittelfest 2008. È collaboratore delle “Note fitoterapiche” nel mensile «Fuocolento», rivista enogastronomica del Friuli Venezia Giulia. Da  oltre un decennio tiene una rubrica fissa di vasto pubblico nella trasmissione Vita nei campi, in onda la domenica su RAI 3.
Ecco una sua intervista pubblicata su youtube nel 2013, col titolo: Franco Fornasaro scrittore. Clicca qui accanto sul nome.
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Franco Fornasaro, L’Adriatico di Gino. Romanzo / Gino, evo Jadrana! Roman, Tiskara Šuljić, ERAPLE-FVG, 2013.
Scrive Franco Fornasaro nel libro L’Adriatico di Gino che c'è il cosiddetto “attaccamento profondo alle terre degli avi ed alla storia passata” (p. 57). Ecco una splendida immagine di un'ava dell'esodo giuliano dalmata, ossia di 350 mila italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia fuggiti sotto la pressione titina. La didascalia a matita ci dice solo: "Germana Canarich 1889 - Cherso, Fiume". Il fotografo è Ilario Carposio che aveva lo stabilimento fotografico al piano terra di Via Sant'Andrea a Fiume anche nel 1887. Archivio ANVGD di Udine

martedì 22 agosto 2017

Gnochi de susini de Fiume e de Veglia

De tuto gnochi se pol far. Si capisce da questa frase che nella cucina fiumana, a volte, ci si arrangiava come meglio capitava. È Francesco Gottardi a ricordare queste semplici parole della sua Nonna Lina nel volume Come mangiavamo a Fiume

Gli gnocchi di susine vogliono l’impasto classico degli gnocchi di patate. C’è poi la variante con le albicocche, al posto delle susine. Allora: bollire ½ kg di patate a pasta gialla (quelle per gnocchi) con la buccia. Pelatele e passatele calde nello strucapatate. Lasciatele su un ripiano in maniera da far evaporare bene l’acqua. Altrimenti poi si è portati ad aggiungere farina, facendo risultare gli gnocchi duri come sassi.
Si impastano le patate passate con 200 gr di farina, un uovo intero e un cucchiaio di sale fino. C’è chi usa la raffinatezza di mettere 150 gr di farina e 50 gr di semolino al posto della sola farina. Distendere l’impasto col mattarello fino ad avere uno spessore di  1 cm. Usate come stampo un bicchiere o una piccola scodella per ottenere dei dischi di cm 8 di diametro. Riporre nel mezzo di ogni disco la prugna (o un’albicocca) denocciolata. In luogo del nocciolo mettere una punta di cucchiaino di zucchero. Plasmate il tutto a forma di palla ben richiusa, facendola passare tra i palmi delle mani infarinate.
Attenzione – spiega il fiuman Gottardi, classe 1925 – le susine devono essere quelle piccole blu, di forma allungata. Venivano portate al mercato di Fiume dai Cici. Popolazione di origine rumena, i Cici, provenivano da Mune ed altri villaggi del Carso. Carbonai di mestiere, scendevano a Fiume e a Trieste per vendere legna, carbone e ortaggi. Non conoscevano la marineria gli abitanti della Cicceria. Così sorse il proverbio: “No xe per cicio barca” (ovvero: a ciascuno il suo mestiere).
Non andrebbero bene le prugne rotonde (o susine claudie), che venivano dette a Fiume: ronclò. Forse, dal francese: reine claude. Così si legge nel dizionario di Salvatore Samani. Le prugne rotonde sono inadatte agli gnocchi.

Le albicocche erano più piccole di quelle oggi in commercio. Gli gnocchi di albicocche venivano detti: gnochi de armelini. Dopo la bollitura gli gnocchi vengono lasciati nel colapasta, poi si mettono in un tegame a soffriggere con burro e pangrattato. Fateli rotolare finché sono bene avvolti. Vanno serviti caldi e spruzzati di zucchero velo.
Le stesse preparazioni possono essere fatte con la pasta degli gnocchi di ricotta. In tal caso c’è l’alternativa di tre ciliegie snocciolate al posto della prugna, perciò ogni gnocco è più piccolo. Il primo piatto o dessert di “Gnocchi di susine” è utilizzato anche nella cucina del Friuli Venezia Giulia.
Si possono trovare in vari ristoranti, come al Giardinetto di Cormons, vicino a Gorizia.
Per il piatto riprodotto nelle fotografie, gnochi de susini con canela, si ringrazia la signora Daniela Conighi.


Gnochi de susini in Istria e a Veglia
Chiara Vigini ha raccolto varie ricette dell’Istria e delle Isole del Quarnero pubblicate nel tempo su «La Voce Giuliana». Ad esempio, il 2 maggio 1971, il giornale pubblica la ricetta dei gnochi de susini riportata da Graziella Fiorentin, in base ai ricordi di Nonna Mimma di Veglia (in croato: isola di Krk) Ecco le sue parole.
«Gli gnocchi di prugne avevano un trattamento un po’ speciale che ricordava l’influsso dell’Austria sulla cucina istriana. Per me era come un pranzo, oltre che ottimo, anche eccitante quanto giocare a tombola, perché la nonna, fra gli altri gnocchi, ne inseriva sempre uno vuoto, cioè senza prugna e chi se lo trovava nel piatto diventava un “pampalugo” fra le risate e i lazzi dei commensali. Stranamente, se non toccava a me, ero delusa. [Il pampalugo, o panpalugo, in dialetto, è il fante di spade nel gioco a carte; è sinonimo di persona sciocca].
Ingredienti: pasta da gnocchi (patate, uovo, farina), prugne secche snocciolate o susine fresche di stagione e mettere, zucchero, burro, parmigiano.
Formate con l’impasto un rotolo di circa 5 cm di diametro. Tagliarlo a pezzi grandi circa come una albicocca. Appiattire la pasta, appoggiare la prugna nel mezzo e richiudere ricoprendola completamente con la pasta. Cuocere in abbondante acqua leggermente più salata che per gli gnocchi normali. Come per questi, lo gnocco è cotto quando viene a galla.
A parte sciogliere 50 gr di burro e mantenerlo caldo. Riempire una tazza da caffelatte per metà di parmigiano grattugiato [forse è: pangrattato. Dato che il parmigiano nella cucina di Fiume è assai sospetto. E poi il parmigiano con le prugne dolci? Che sia un errore di stampa? E.V.] e un po’ meno di un’altra metà di zucchero e mescolare. Spolverare gli gnocchi cotti in ciascun piatto con questa mescolanza e bagnare con il burro sciolto molto caldo. Vino consigliato: Malvasia».
Veglia, scuola italiana nel 1920. Cartolina da Internet

In Austria oggi
Capita oggi che in certi ristoranti austriaci propongano lo gnocco di susina come dessert, con la spruzzata di zucchero velo, elegante nocina di panna montata, uno sbrodolino di cioccolata fondente e una foglietta di menta fresca come guarnizione. Ma, ahinoi! Quando si spezza lo gnocco si scopre che hanno lasciato il nocciolo dentro. Che delusione! Eh, se sa che la coga no jera de Fiume! Certuni poi non apprezzano l’uso pratico di una prugna secca al posto di quelle fresche.

Bibliografia e sitologia
- Francesco Gottardi, Come mangiavamo a Fiume nell’Imperial Regia Cucina Asburgica e nelle zone limitrofe della Venezia Giulia, 2.a edizione, Treviso, AG Edizioni, 2005, pag. 66.
- Salvatore Samani, Dizionario del Dialetto Fiumano, a cura dell’Associazione Studi sul dialetto di Fiume, Venezia – Roma, 1978.
Maria Stelvio, La cucina triestina, Trieste (1.a edizione: 1927), Lint, 18.ma edizione, 2013.
- Chiara Vigini (a cura di), Mangiar memoria. Cibi tradizionali e trasmissione della cultura dentro e fuori ‘Voce Giuliana’, Associazioni delle Comunità Istriane (1.a edizione: 2007), Trieste. 2011, pag. 37.


- Gnocchi di susini: il primo piatto che sa di dessert. Sito ben documentato.

- Gnocchi di patate con prugne alla triestina. Sito web con ricetta veloce che, però, suggerisce le prugne secche o di sbollentare quelle fresche. Gulp?
Alfa Romeo 85 A Orlandi Macchi, Freccia del Carnaro, 1938. Fotografia da Facebook