lunedì 22 maggio 2017

A Feldkircher i diorami di Franca Venuti, 2015

Facciamo un viaggio per immagini grazie alle stupende fotografie di Hans Gerhard Kalian. L’artista austriaco ha immortalato i diorami di Franca Venuti Caronna, artista friulana che riproduce in piccole dimensioni dei quadretti della vita contadina friulana, con uno spirito di ricerca etnografica.
Che cosa sono i diorami? Un diorama, o plastico tridimensionale, è un’ambientazione in scala ridotta, che ricrea scene umane di vario genere.
Franca Venuti Caronna nel mese di ottobre 2014 ha esposto a Strassoldo, vicino al vecchio mulino del paese, non lontano dal cuore della frazione. È stata mostra singolare nel suo genere. È un’esposizione legata alla tradizione che descrive il Friuli contadino in miniatura.
Si è trattato di una quindicina di quadri-spazio che riproducono in scala un tipico ambiente friulano in pochi centimetri cubi. L’artista opera con vari materiali di recupero, per esempio cassette di frutta o parti di grondaia con cui fa le pentole.
Dal 20 dicembre 2014 a febbraio 2015 ha esposto le sue opere nel Palazzo Veneziano di Malborghetto Valbruna. Il racconto del Friuli contadino di un tempo fila via attraverso una quindicina di quadri-diorami con i tipici fogolârs, le calde cucine, la vecchia stalla, gli atri milleusi, i fienili, la stube e così via.
Nel mese di luglio 2015 la sua rassegna sulla vita contadina in Friuli è stata in esposizione a Feldkircher, in Austria, presso il “Feldkirchner Amthofmuseum”.
Nel dicembre 2015 la sua mostra è ritornata in Friuli, essendo stata presente al Castello Savorgnan di Artegna.


Le Sedonere

"Una gerla via per le strade,
senza fiato:
lamento di spalle spezzate,
di occhi sfiniti.
Una gerla davanti alle porte
Senza cuore:
sudore di sgorbia,
carico da vendere
a chi guarda
 e non conosce la fame."

Questi i versi con cui Novella Cantarutti celebra e descrive le “sedonere”, figlie di quella Val Cellina povera e isolata che le volle randagie per il mondo, lontane dagli affetti e dal conforto della famiglia; peregrine forti e risolute, pronte a ogni sacrificio per garantire il “pane quotidiano” alla loro prole.  Il fenomeno della migrazione femminile valcellinese è storia antica, dettata dalla miseria di una valle a cui anche la natura ha concesso pochi favori. Una valle nella quale l’unica risorsa naturale abbondante fu il legno, quel legno prezioso che abili mani maschili seppero trasformare in mestoli, fascere, forchette e cucchiai … oggetti di uso quotidiano da consegnare alle spalle robuste delle coraggiose “sedonere”. In friulano si scrive: la sedonarie (singolare femminile per “la mestolaia”) e lis sedonariis (plurale, “le mestolaie”).

Il perché di questo quadro è presto spiegato. L’opera raffigurante il Larin della Trattoria ai Frati di Udine, così come la si vede ora, è frutto di una integrazione, ovvero dell’aggiunta della gerla con i mestoli di legno e del piccolo libro con la copertina blu. Integrazione che avvenne mentre il manufatto era in mostra presso la sala della contadinanza del Castello di Udine, allorquando, negli stessi ambienti, venne assegnato il premio “Isi Benini” all’interessantissima tesi di laurea di Anna Leo dedicata per l'appunto al commercio ambulante delle ultime sedonere della Valcellina. Opera del 1995.


La cantina

L’arte di produrre vino è un concetto dal quale non si può prescindere se si vuole parlare del Friuli Venezia Giulia. Il binomio tra questa regione e i mosti d’uva distillati nei vari Tocai, Merlot e Cabernet ha origini antiche, tant’è che prima che il vino diventasse un “affare economico” a livello industriale, quasi  ogni casa contadina del medio e basso Friuli, custodiva una cantina con le botti nelle quali far fermentare il vino necessario a soddisfare i bisogni famigliari. Nel diorama è rappresentata una tipica cantina friulana. Un antro buio e ammuffito, la cui umidità era garantita dal fatto che la pavimentazione fosse costituita da terra battuta e solo in parte realizzata con pietre e materiali di risulta. Una delle botti presenti nell’opera è un omaggio al “Vino della pace”; un vino arricchito dai profumi di 600 vitigni diversi provenienti da tutti i continenti e messi a dimora, a partire dal 1983, su di un appezzamento delle sinuose colline del Collio. Imbottigliato in un numero limitato di bottiglie, impreziosite da etichette realizzate dai più importanti artisti italiani ed europei, viene donato, quale dono e invito alla convivialità tra i popoli, a tutti i capi di stato e ai più alti esponenti religiosi del mondo.


La stalla

Nel Friuli contadino, la stalla non era soltanto il luogo dove ricoverare il bestiame e qualche attrezzo di lavoro, ma era anche un’estensione dello spazio domestico; l’unico, peraltro, che poteva vantare un riscaldamento costante a costo zero. In un’epoca in cui l’approvvigionamento  del legname era, per carenza di mezzi, un’impresa faticosa e rischiosa, il calore emanato dai bovini rappresentava un risorsa preziosa. Fu così che, fino a tempi relativamente recenti, la stalla venne utilizzata al pari di una qualsiasi stanza della casa, luogo dove la sera ci si ritrovava a compiere piccoli lavori manuali, dove si lavavano i bambini e dove i più anziani narravano qualche antica leggenda confortati dal tepore animale. Opera del 1995.



Piazza Matteotti, in antico: San Giacomo

La composizione, realizzata in occasione della prima edizione della manifestazione enogastronomica “Friuli Doc” del 1995, “racconta”, assumendone una a paradigma di tante, il lavoro delle contadine della periferia udinese che, agli albori del giorno, raccoglievano le verdure e gli ortaggi dai loro campi e si recavano a vendere i frutti della loro terra in quella che molti ricordano come “piazza dell’erbe” (attuale piazza Matteotti). La  disposizione, la tipologia dei contenitori e l’abbigliamento della donna contestualizzano la scena nel periodo antecedente la legiferazione delle rigide norme finanziarie che sancirono l’obbligo dei registratori di cassa, decretando, in tal modo, la fine di quella microeconomia che serviva ad integrare l’esiguo bilancio famigliare e la scomparsa dell’anima poetica e colorata dell’antico mercato spontaneo. Sullo sfondo pochi ed essenziali tratti pittorici definiscono lo skyline della piazza, con la fontana di Giovanni da Udine, della metà del ‘500, con la colonna della Madonna col Bambino, della fine del 1400, e con la splendida facciata della chiesa di San Giacomo.
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Omaggio a Isi Benini
Il quadro tridimensionale raffigurante una tipica cucina friulana cristallizzata in un tempo remoto nasce per essere un omaggio a Isi Benini, gigante del giornalismo regionale. Eclettico cantore del Friuli, Benini dedicò parte della sua produzione letteraria alla straordinaria ricchezza dell’enogastronomia tipica regionale che seppe descrivere come nessun altro.

L’opera è un piccolo compendio di friulanità nel quale sono disseminati, qua e là, molti degli “ingredienti base” della tipica cucina contadina: le zucche per gli “inarrivabili gnocs di cavoces  della Carnia… quelli fatti con la zucca gialla e cosparsi di burro fuso bollente… il radicchio, quello da condire con li frizzis… i fagioli, quelli da far bollire per ore assieme all’orzo e la caldaia con la crosticina croccante e profumata della polenta… quella carnica, macinata a grana grossa su mole di pietra. Sul davanzale una bottiglia polverosa, forse di prezioso Picolit il roy dell’enologia friulana e italiana . E poi là, sull’acquaio di pietra, un mazzo di asparagi… altro omaggio a Isi, deus ex machina dell’Asparagus, straordinaria rassegna gastronomica nata per celebrare l’asparago, profumato reuccio degli orti di Tavagnacco, come lo definì Benini. Insomma qui c’è tanto Friuli e ci sono i frutti della terra friulana, quelli che il palato intelligente di Isi Benini seppe gustare e il suo calamo abilissimo seppe cantare.




Il Camarin

Il camarin è il termine friulano col quale si identifica la dispensa, ovvero “la cassaforte” della casa contadina di un tempo. Salumi, formaggi, legumi secchi, farina, lardo e vino venivano meticolosamente stipati sugli scaffali della stanzetta per garantire l’approvvigionamento alimentare durante il periodo invernale. Orgoglio e vanto della padrona di casa un camarin ben fornito era l’esito del faticoso lavoro nei campi, dell’allevamento del bestiame e di un attenta e oculata gestione dell’economia famigliare. Un bottino conquistato col sudore che doveva essere gestito con parsimonia e protetto, chiuso con quelle chiavi che solo lei poteva custodire.

            
     Credenza con piattaia
Opera premiata col Gianfrancesco da Tolmezzo in occasione della diciassettesima rassegna artistica della Carnia  (Socchieve 1996); protagonista la cucina friulana. Accanto al consueto focolare trova collocazione una bella credenza a pianta rettangolare con spigoli anteriori smussati con sovrapposta piatteria  sulla quale sono esposti piatti decorati, “miniceramiche” ispirate alle note produzioni con fiori e motti friulani della fabbrica Galvani, fondata a Pordenone nel 1811. Sulla parete i preziosi rami; tra di essi il tipico tegame con decorazione a sbalzo raffigurante la stella, che, secondo tradizione, la sposa inseriva nel suo corredo come elemento scaramantico, garante della buona sorte del matrimonio.

Si ringrazia per le fotografie: Hans Gerhard Kalian, Grafik- und Webdesign. Strau, Österreich.
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Per approfondimenti nel web:
- E. Varutti, La casa contadina della Val Canale in diorama, Malborghetto, recensione nel blog del 2016.
- E. Varutti, I diorami di Franca Venuti Caronna, articolo del 2017.
- Su youtube: Laura Magri (a cura di), Nel magico mondo della Valcanale - Malborghetto (UD), 2015. Musiche del video-clip di Adriano Sangineto.

giovedì 11 maggio 2017

Gita a Bratislava

Il gruppo di Boscolo Tours arriva a Bratislava (Slovacchia) domenica 16 aprile 2017. Si chiamava Pressburg, in lingua tedesca, o Presburgo, in italiano. Fortuna che al Danubio (Dunaj, in slovacco), qui già maestoso, non hanno cambiato nome i vari padroni che si sono succeduti. Oggi è nell’Unione Europea e come moneta ha l’euro. Questa è una bella città.
Bratislava - Teatro Nazionale Slovacco, col trenino elettrico rosso per i turisti

La città è menzionata negli Annali di Fulda come Bratslaburgum, nel 907, come insediamento presso la confluenza della Morava col Danubio. Pare che qui un principe moravo venne sconfitto da un suo omonimo ungherese. Tuttavia a rifondare Bratislava, verso l’anno Mille, fu proprio il re d’Ungheria Stefano I il Santo, poi arrivarono le migrazioni bavaresi, da cui pure il nome in tedesco di Pressburg, oltre a quello magiaro Pozsony.
La città assunse il nome di Bratislava (pronuncia slovacca: ˈbracɪslava) il 6 marzo 1919, da un concorso pubblico indetto per individuare un nome, slovacco, alternativo a Prešporok, derivato da Pressburg, nome tedesco della città, che oggi conta oltre 400 mila abitanti. Essi sono prevalentemente di madrelingua slovacca (oltre il 90%), ma convivono altri gruppi linguistici, come quello ungherese (3,8%), quello ceco (1,9%) e, perfino, uno tedesco (0,3%) non senza contrasti politici e, persino, a livello istituzionale.
Torre - porta di San Michele, nel centro città

Sotto gli Asburgo, dal 1536 al 1784, questa città fu capitale, niente meno che, del regno d’Ungheria. Naturalmente gli affibbiarono il nome ungherese di Pozsony. Nei libri si storia viene ricordata col suo nome tedesco (Pressburg), dato che fu il sito della stesura del trattato di pace tra Napoleone e Francesco I d’Austria, dopo la battaglia di Austerlitz, il 26 dicembre 1805.
Si alloggia al hotel Radisson Blu, molto comodo, bello e confortevole. Poi si scopre che nel 1908-1912 era il Carlton, unito al ristorante Savoy. È stato ristrutturato nel 2001, trasformandolo in un hotel a quattro stelle. Questo sito, importante poiché vicino al porto sul Danubio, sin dal XIII secolo poteva vantare un luogo di accoglienza e di ristorazione che andava sotto il nome di Locanda del Cigno, per mercadanti e venditori vari.
Hotel Radisson Blu, già Carlton dei primi del Novecento

Vicino all’hotel si può visitare: Monumentálne súsošie štúrovcov, scultura monumentale dedicata a Ľudovít Štúr, linguista, poeta e giornalista slovacco dell’Ottocento. L’opera è del 1973 in granito e bronzo.
La guida turistica, signora Zuzana (pronuncia come da noi: Susanna), è pronta per scarrozzarci con un trenino elettrico, rosso pomodoro, su fino al Castello, edificato sin dal Medioevo. Mezzo di locomozione indovinato, perché va lento e consente alla brava guida di descrivere alcune bellezze della città. È un po’ ridicolo, questo trenino, ma molto ecologico, checché se ne dica.
Palazzo della Filarmonica, del 1911-1915, detto della "Reduta"

Vediamo il Teatro Nazionale Slovacco, poi il palazzo della Filarmonica, con un gustoso ingresso ad arco adornato in stile eclettico di ambiente Liberty o Sezessionstil, come si dovrebbe dire qui, essendo a pochi passi da Vienna, dove appunto la Wiener Sezession nacque nel 1896.
Al Castello si scende e si procede a piedi. Zuzana parla al radiomicrofono e noi ascoltiamo alle cuffie, mentre possiamo fare con calma qualche fotografia, oppure staccarci un po’ dal gruppo. Non molto, però, altrimenti si perde l’audio.
Il Castello è stato bombardato e distrutto durante la seconda guerra mondiale. Ricostruito in periodo di dominazione sovietica, ci spiega Zuzana, l’avevano tinteggiato, apposta per svalutare l’importanza dei regnanti del passato, con un inquietante colorino marrone.
Il Vecchio Municipio, del Trecento, rimaneggiato nei secoli seguenti

Crollato il Muro di Berlino, nel 1989, e dissoltasi la vecchia Unione sovietica, con tutto il suo apparato di stati satellite, tra i quali c’era la Cecoslovacchia, anche il Castello ha potuto riacquistare la sua dignità edilizia, soprattutto dopo il restauro del 2003-2006 e un ulteriore abbellimento a partire dal 2008.
La sua forma a quadrilatero con le torri puntute l’ha fatto soprannominare dal popolo come il “Tavolo rovesciato”. È stato residenza della famiglia reale ungherese, tenendo ben lontane le orde assassine durante le invasioni turche. Dal 1572 al 1784 ha custodito il tesoro della corona. Tra Settecento e Ottocento fu seminario, caserma e, dopo un grave incendio del 1811, fu lasciato tra cumuli di ruderi, fino alle ristrutturazioni novecentesche.
Il Vecchio Arcivescovado

Il giro turistico prosegue verso il centro storico, scendendo dal Castello. Dall’alto abbiamo visto i confini della vicina Austria, pieni zeppi di pale eoliche e quelli della altrettanto vicina Ungheria, dietro i moderni palazzi della Bratislava del Duemila. Quella zona è come una metropoli americana o europea dell’Ovest, tanto per citare le vecchie geografie.
Zuzana ci ricorda, con un sorrisetto garbato, che i suoi genitori, verso il 1990-1991, quando fu aperto il confine con l’Austria, non credendo ai loro occhi, varcarono quella soglia cinque o sei volte. Zuzana dice che andavano avanti e indietro, come tanti altri slovacchi della città che si apriva all’Occidente. Era crollata la Cortina di Ferro
Era dal 1945 che quel confine era invalicabile, pieno di mezzi militari. Nessuno passava. Forse, di notte, solo per uno scambio di spie della guerra fredda. Ti credo che i veciotti, nati a Pressburg, andavano avanti e indietro, finalmente liberi, almeno in quel semplice atto di passare un confine statale coi documenti.
La torre del municipio vecchio, del 1734, con una palla di cannone conficcata a sinistra delle finestre gotiche

Si entra nel quartiere di San Michele, con relativa Torre-porta a forma quadrata del Trecento. Si cammina nel pittoresco Korzo, la stretta strada piena di negozi e ristoranti tradizionali o alla moda. Più che un Corso, sembra un intrico di vetrine e di palazzi. Si passa vicino alla trecentesca farmacia del Gambero Rosso, con l’insegna che fa dubitare non poco, dato che pare più un’aragosta che un gambero. Altri edifici e case imponenti sono del Sei-Settecento.
L'entrata al Castello

Poi si gira in piazza Maggiore per vedere il Municipio Vecchio, costruzione trecentesca rimaneggiata tra il ‘400 e il ‘500 e rivisitata nel Novecento. La torre è del 1734.

Avrò tralasciato molte altre bellezze di questa città, ma è uno dei motivi per cui ritornare a visitarla. Anche perché le persone qui sono accoglienti e simpatiche.
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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti

Il lungo Danubio col Monumentálne súsošie štúrovcov, scultura monumentale dedicata a Ľudovít Štúr, linguista, poeta e giornalista slovacco dell’Ottocento. L’opera è del 1973 in granito e bronzo

Panorama dal Castello, con la città moderna del Duemila e, in fondo, l'Ungheria

Panorama dal Castello con l'Austria sulla destra, piena di pale eoliche

Torre Ufo e Ponte Nuovo

Piazza Maggiore con la statua di Orlando

Il Duomo di San Martino in notturna

Il gruppo di Boscolo Tours, aprile 2017, sul Castello

sabato 6 maggio 2017

Orfani di un padre vivo, figli della Grande Guerra, conferenza a Zoppola, Pordenone

È stata Francesca Papais, sindaco di Zoppola, ad inaugurare la conferenza per la Setemane de Culture Furlane. 

Il 4 maggio 2017, nella frazione di Castions di Zoppola, alle ore 20,30 è stata aperta al pubblico la chiesa di San Filippo Neri, per la prima volta dal restauro avvenuto nel 2013. Relatore era il professor Elio Varutti, che ha presentato in italiano e in friulano una serie di diapositive con testi in lingua friulana. Il titolo della serata era:
Vuarfins di un pari vîf. I fîs de violence de Vuere grande dal Istitût “San Filippo Neri” di Cjasteons di Çopule / Orfani di un padre vivo. I figli della violenza della Grande Guerra dell’Istituto «San Filippo Neri» di Castions di Zoppola (Pordenone).


Il singolare luogo di culto è stato edificato nel 1924 per l’istituzione che accoglieva i Figli della Guerra. Oggi fa parte della Fondazione Micoli Toscano, presieduta da Bruno Ius, presente in sala. È una casa di riposo per oltre un centinaio di “pantere bianche”. È intervenuto nel dibattito anche don Ugo Gaspardo, parroco della Parrocchia di Sant’Andrea di Castions.
Ha tratto le conclusioni Claudio Petris, portando il saluto del professor Federico Vicario, presidente della Società Filologica Friulana. Lo stesso Petris è curatore, assieme a Mauro Fiorentin, della interessante mostra allestita al municipio di Zoppola, Via Romanò 14, col titolo “1914-1918 – Oltre la divisa. Alimentazione e sanità nella Grande Guerra".
Gli incontri culturali della Setemane de Culture Furlane prevedono anche un laboratorio di lettura per il 4 maggio 2017, presso la Biblioteca Comunale, Via da Vinci, 2 con il seguente titolo: “Scrivila, la guerra”, con un libro di Luigi Dal Cin per raccontare la guerra ai bambini.

Castions di Zoppola - Francesca Papais, sindaco di Zoppola e Elio Varutti nella Chiesa di San Filippo Neri. Fotografia di D&C
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Per una biografia di San Filippo Neri, nato a Firenze nel 1515 e morto a a Roma nel 1595, fondatore dell'Oratorio e, per il suo buon umore, definito "il giullare di Dio", clicca qui di seguito

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Ecco la relazione in marilenghe di E. Varutti.
La violence de vuere no je dome muarts, malatiis, profucs, robariis, borcs fiscâts, bombardâts e brusâts. Tocje di fevelâ de violence sessuâl dai militârs su lis feminis dai paîs ocupâts inte Vuere grande.
A capitin, dut câs, ancje nassitis di fûr dal matrimoni, par un moment di amôr cirût de femine in forme clandestine. I fruts che a nassin di chestis situazions no legjitimis a vegnin clamâts cul 1918 i “vuarfins dai vîfs”, o pûr i “fîs de vuere”, par vie che il pari biologjic al è un militâr todesc o talian, che no si lu viôt plui.

L’Istitût religjôs “San Filippo Neri” al fo screât di don Celso Costantini a Puart (Portogruaro) tal Dicembar dal 1918, cul non di “Ospizio per i figli della guerra”. A scrivin “fîs de vuere” parfin su lis cartulinis, che a mostrin l’edifici dal Istitût “San Filippo Neri” di Cjasteons di Çopule, dongje di Pordenon, che al tignive chescj frutins, cui bêçs de int di dute l’Italie e, parfin, di New York e Washington.
L’Istitût al à ricoverât 355 fruts (181 mascjos e 174 feminis) dal 1918 al 1922, ma altris vincj di lôr no forin mai acetâts. I fruts a vignivin des provinciis dal Friûl, di Vignesie, di Trevîs, di Belum, di Vicence, di Padue e des provinciis redentis, come Gurize, Triest, Pole, Flum e Zare. Dopo 106 di lôr a son tornâts in famee cu la mari e cul sô om, inte pâs domestiche. A son muarts intai prins cuatri agns di vite in 205. Chei adotâts a son stâts 17 e dome 17 a son restâts tal Istitût. Lis feminis a son stadis acetadis li des muinis de Biade Capitanio di Vignesie.
Tal 1919 al fo ricognossût tant che une opare pie. Intal mês di Jugn dal 1923, dopo de donazion di Vincenzo Favetti, al fo trasferît a Cjasteons di Çopule. La gleseute e je dal 1924. Ai 31 di Otubar dal 1924 la altece reâl Elena duchesse di Aoste e je stade in visite uficiâl tal Istitût, che al siere la sô ativitât intal 1947.

L’Istitût, ai 8 di Novembar dal 1926 al devente Asîl pal testament dal benefatôr Vincenzo Favetti, miedi dal paîs.
In dut l’Istitût i fruts nassûts daûr di une violence sessûal a forin 42. Di lôr a forin 39 par colpe dai militârs austriacs o todescs e dome trê par colpe dai talians. Di une vore di lôr si sa dome che a son nassûts par un rapuart no legjitim.
Di altris 115 si sa che il pari al jere un soldât; 46 fruts a son di un pari austriac o todesc e 69 di lôr di un pari dal esercit talian.
Bisugne ancje dî che la femine violade no contave il sô fat. E jere une vergogne pe famee e pal borc. Tantis voltis, ancje se la famee e l’om a volevin tignî il fantulin, al jere il paîs a refudâlu in dutis lis salsis e cussì al scugnive di lâ tal Isitût.


Alore tantis denunziis di violence a no son rivadis ae Comission di inchieste publicade tra il 1920 e il 1921, cu la peraule di delit cuintri l’onôr de femine.
Al è il câs des denunziis dai plevans di Denemonç, Prât di Cjargne e For Davôtri, indulà che invezit a son nassûts i fîs de vuere.
La violence sessuâl a une femine e ven denunziade par 165 voltis a cheste Comission, cui nons dai militârs e de zovine sdrondenade. Si à di zontâ altris 570 câs tirâts sù cence il non de vitime. Propit sui aspiets juridics de violence sessuâl cuintri lis feminis tai conflits a si butin i studis di cumò.
Cun Cjaurêt, dai 24 di Otubar dal 1917, no si pues dî che i invasôrs Austriacs e Todescs a si son sparagnâts su lis robariis e lis predis di vuere. I profucs furlans dal 1917 a son stâts 134 mil e 816, sparniçâts vie pe Italie. Dai 24 di Otubar dal 1917 un milion e mieç di talians in monture a scjampin. Un milion di austriacs e todescs i corin daûr. Sul moment ancje 500 mil furlans a si butin sui puints dal Tiliment, fin ae Plâf.

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Collezione privata
Ringrazio per la disponibilità alla pubblicazione delle cartoline, che sono tutte della Collezione Claudio Petris di Zoppola.

Bibliografia
- Laura Calò, “L’Istituto San Filippo Neri per la prima infanzia. Figli della guerra. Storia di un’istituzione unica in Europa”, in Paolo Goi (a cura di), Il cardinale Celso Costantini e la Cina. Un protagonista nella Chiesa e nel mondo del XX secolo, Diocesi di Concordia-Pordenone,  Pordenone, 2004, pp. 93-102.
- Mario Dallagnese, “I figli della guerra”, «Quaderni Zoppolani», vol. VI, dicembre 2008, pp. 45-47.
- Chino Ermacora, Gianni Micoli Toscano, Arti Grafiche Pordenone, 1939, XVII, pp. 115-122.
- E. Varutti, “Vuarfins di un pari vîf. I fîs de violence de Vuere grande dal Istitût “San Filippo Neri” di Cjasteons di Çopule”, «Sot la Nape», 4, Otubar, 2012, pp. 41-46.
- Ilaria Zamburlini, “Il ratto delle friulane”, «Vita Cattolica», 8 marzo 2017, p. 9.


Sitologia
- Andrea Falcomer, “Gli orfani dei vivi. Madri e figli della guerra e della violenza nell’attività dell’Istituto San Filippo Neri (1918-1947)”, «Deportate, esuli, profughe», n. 10, 2009, pp. 76-93.

“La Grande guerra oltre le divise i soldati alle prese con fame e sete”, «Gazzettino», 28 aprile 2017, anche riprodotto qui sotto.


- E. Varutti, Vuarfins di un pari vîf. I fîs de violence de Vuere grande dal Istitût “San Filippo Neri” di Cjasteons di Çopule, 2012.

Immagine tratta dall'articolo di Mario Dallagnese

Fuga dopo Caporetto 1917 - Ringrazio Maurizio Roman, intervenuto nel dibattito per comunicare i nomi di alcune donne di questa fotografia. Si stratta di Santina Della Rossa, Lucia Tossut e Isolina Maria Cimarosti, con bambine di Provesano e un bimbo di un anno, che si chiama Costante Castellarin, di Costante e Giovanna Fabris, nato a Provesano il 5 ottobre 1916 da genitori di Casarsa della Delizia. Egli divenne padre gesuita e insegnò per anni Lettere e Latino all’Istituto Leone XIII di Milano. Ecco i riferimenti del libro: Giorgio Moro, Maurizio Roman, La Grande guerra e il Territorio di San Giorgio della Richinvelda, 2013.

Elio Varutti. Fotografia di D&C


Vienna pazzerella

Non è un fumetto di Walt Disney. Questa è una fotografia di una casa di Vienna, con annesso bar. 


Certo è una Vienna insolita con architetture che fanno venire in mente caso mai il Parc Güell di Antoni Gaudì a Barcellona. Siamo alla Hundertwasserhaus-KrawinaHaus, costruita tra il 1979 e il 1985-1986, su progetto dell’architetto Friedensreich Hundertwasser. Si trova nel quartiere di Landstraße, a est del centro cittadino. siamo in Kegelgasse ai civici numeri dal 34 al 38.

L’edificio da costruire fu affidato a Hundertwasser assieme all’architetto Joseph Kravina nell’agosto 1979. Purtroppo tra i due professionisti fu impossibile individuare un modus operandi comune.  In seguito a due anni di tentativi falliti, il professor Kravina si sfilò dalla collaborazione. Allora fu rimpiazzato da Peter Pelikan. Costui era un onesto funzionario dell’amministrazione comunale. Il municipio cercò di accelerare i tempi del cantiere, dalla posa della prima pietra, avvenuta nell’agosto 1983, all'inaugurazione. Tutto il condominio fu terminato nel 1985, con la presenza quasi continua di Hundertwasser nel cantiere, per verificare gli stadi di avanzamento dell’opera.
Il nome di nascita dell’eclettico architetto Hundertwasser tuttavia è: Friedrich Stowasser. Nato a Vienna il 15 dicembre 1928, ha vissuto in Nuova Zelanda, per morire il 19 febbraio 2000 sul transatlantico Queen Elizabeth 2.
Dimenticate, per un attimo, Steffl, ossia “Stefanino”, come i viennesi chiamano l’alta torre della cattedrale di Santo Stefano, eretta tra il 1359 e il 1433. Scordatevi del settecentesco Prater con la ruota panoramica, costruita nel 1897. 
Lasciate perdere l’Hofburg, residenza imperiale degli Asburgo dal 1283 al 1918. Non parliamo dell’Antico Municipio, né delle numerose vecchie chiese piene di storia dell’arte, o dei musei con raccolte di pitture e sculture eccezionali. Dimenticate l’ottocentesco e famoso “Ring” e pure il Belvedere. Via dalla memoria anche Schönbrunn, il più bello dei palazzi imperiali austriaci.


Andiamo in un’altra dimensione. Qui siamo in pieno Novecento con una grande voglia di rispetto per la natura, tanto da sconvolgere le forme del marciapiede, che deve avere dei montagnozzi, perché in natura non tutto è liscio e dritto. Anche le numerose piante, se non dei veri e propri alberelli, che svettano in alto, sono la conferma che l’ideatore voleva la natura dentro la sua costruzione. E gli odierni abitanti rispettano queste tendenze ecologiche ante litteram.
Le pareti dell’abitazione sono di colori vari ed accesi, ricordano stili architettonici diversi, dal classico all’ultramoderno. Sembra un grande guazzabuglio! Ma è stata pensata, voluta e costruita così, con tante mescolanze. Attenzione: non è la casa dei Puffi. È un’abitazione popolare degli anni Ottanta del Novecento.
L’artista Friedensreich Hundertwasser intende trasmettere allegria e gioia di vivere ai 50 appartamenti per persone meno abbienti. Ha costruito le varie parti dell’edificio utilizzando linee dolci. In tutto il complesso non vi sono spigoli vivi. È un po’ tutto tondeggiante, arrotondato. Le facciate sono dipinte a colori vigorosi e decorate con ceramiche colorate da riciclo.


Teneroni, quelli che ci abitano, hanno affisso perfino un cartello, per scusarsi con i turisti, dato che non si possono visitare gli interni, in quanto sono, appunto, abitati. Anche gli interni devono essere tutto un programma di sconvolgimento delle forme e delle linee, come ci dice la guida turistica. Predominano i colori sgargianti, accesi, quasi accecanti. 
Ci mancherebbe che gli abitanti dovessero consentire le visite turistiche e allora la privacy andrebbe a farsi benedire. A proposito: pesate voi che i parchetti (o palchetti) in legno dei pavimenti siano dritti e squadrati? Errore! l'interior design rispetta l'idea dell'artista architetto, perciò i palchetti sono pure essi sghembi, storti... perché la natura è così. E non sempre il pavimento sarà liscio. Ohibò.
Qualcuno penserà che, tutto sommato, in una caverna, vestiti con le pelli e dotati di clava, si starebbe meglio, ma non è così. Prendi il bar, ad esempio, con la terrazza. Per arrivarci devi salire delle scale tortuose, con parapetti irregolari (ma a norma europea!). Sorseggi il caffè all’aperto, tempo permettendo, e sei lì sotto un bovindo azzurrone, che sembra un barbacane veneziano.


È tutto diverso dalle case solite. È un’occasione da non perdere, per una visita turistica.  «Fortuna che le sedie del “Terrassencafe” sono normali! – dice qualcuno sghignazzando». Si sa, nei Tour di Boscolo, ci sono sempre dei compagni di viaggio assai perspicaci, puntuti e, a volte, spiritosi.
Dalle finestre, una diversa dall’altra, ti aspetti di vedere Minnie che bacia Topolino, tanto per ritornare ai personaggi di Walt Disney. 

In conclusione, ho aspettato tanto che dall’uscio di questa fantasiosa casa uscissero Nonna Papera e Ciccio, ma niente da fare! Sarà per un’altra volta.


Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti

mercoledì 3 maggio 2017

Birkenau, visita al campo di sterminio

I nazisti in fuga alla fine della guerra si preoccupano di far saltare con l’esplosivo i quattro forni crematori di Birkenau, per non lasciare tracce dell’orrendo crimine di guerra.

Qui i soldati di Hitler hanno sterminato circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, principalmente ebrei. Non si ricordano però di smaltire i barattoli di insetticida “Zyklon B” (acido cianidrico), usato per lo sterminio di massa mediante il gas. Così quando arrivano i Russi, il 27 gennaio 1945 – che diverrà la Giorno della Memoria – trovano i pochi sopravvissuti e tutti gli oggetti sequestrati agli ebrei e ai prigionieri, compresi i barattoli di Zyklon B. I Russi vedono tanti barattoli con quella sigla.
Oggi quelle scatole metalliche, tutte uguali, sono esposte in una vetrina dell’allestimento museale del campo di sterminio di Auschwitz. Poi c'è Birkenau, detto “Auschwitz II” dal regime di Hitler.

La fine del binario dentro il campo di Birkenau

Il sito è spettrale e molto ampio. Denutrizione, freddo, malattie e lavori forzati sono usati dai nazisti come strumenti di decimazione. Birkenau è un gigantesco campo di detenzione e di eliminazione fisica, a tre chilometri da Auschwitz, ossia Oświęcim, in lingua polacca. 
È stato costruito molto alla svelta. I nazisti prima hanno sloggiato da diciotto fattorie le rispettive famiglie polacche, che vi abitavano (in quanto slavi, secondo Hitler, erano essi dei “subumani”, da eliminare, castrare o schiavizzare). Poi hanno demolito le loro case e con i mattoni recuperati hanno fatto costruire in fretta e furia le baracche per contenere gli ebrei da eliminare. Ecco perché le costruzioni sono fatiscenti e sono già state restaurate.
Questo enorme luogo di prigionia e di patimenti, come tutta l’area del campo di sterminio di Auschwitz, è stato dichiarato museo polacco sin dal 1947, perciò è durato tutto allo stato originale. Le costruzioni e gli interni sono rimasti come li hanno trovati i Russi nel 1945, nel giorno della liberazione. Qualcosa è crollato, allora è stato demolito. 
Oggi sono state conservate le baracche delle donne e, sulla area di sinistra, si possono vedere quelle della quarantena. Queste ultime costruzioni erano utilizzate dal personale medico militare. In considerazione delle squallide condizioni di vita nei campi di concentramento si sviluppavano, infatti, varie malattie contagiose tra i detenuti, con esiti letali.
Birkenau, i dormitori

Ad esempio, i dormitori del campo di Birkenau non sono altro che dei miseri spazi a pagliericcio, grandi quanto una bara e sistemati a castello, uno sull’altro; nulla di più anti-igienico, oltre che scomodo. 
I gabinetti sono collettivi, nel senso che i deportati dovevano sedersi uno accanto all’altro, per l’evacuazione, sotto l’ordine del Kapò. Gli addetti alla pulizia delle latrine erano alcuni degli stessi reclusi, inquadrati nell’apposito Kommando. I lavabi sono delle lunghe vasche comuni, che ricordano l’abbeveratoio di una stalla sociale per bovini, anziché un lavandino per l’igiene quotidiana personale.
Alla fine del campo c’era la cosiddetta “rampa della morte”. Da quest’area i detenuti venivano sospinti in quelle stanze che potevano considerare come bagni o spogliatoi delle docce. Venivano fatti spogliare dei miseri abiti che indossavano e stipati come sardine in stanze che si trasformavano in vere e proprie camere a gas. L’esecuzione avveniva col lancio di grumi o granuli di Ziklon B, che a contatto con l’aria e, alla temperatura di 26 gradi, si trasformavano nel potente gas mortale.
Essi morivano fra urla atroci, perché molti si accorgevano della fine raccapricciante che stavano per fare. Allora i gerarchi nazisti diedero ordine di portare dei camion presso le camere a gas e di lasciare accesi i motori, così facevano rumore, confondendo le urla degli ebrei morenti. Gli altri detenuti e, soprattutto, i soldati tedeschi, secondo i gerarchi, non dovevano ascoltare le disperate urla della morte.
Birkenau - I ruderi contorti dei forni crematori fatti saltare dai nazisti con le cariche di esplosivo, nel tentativo di cancellare le tracce dello sterminio

I cadaveri venivano tolti dalle camere a gas da un Kommando formato dagli stessi reclusi, guidati dal Kapò, e condotti al forno crematorio, ammonticchiati su un carro. Periodicamente, sempre per non lasciare tracce, venivano uccisi gli stessi componenti del Kommando addetto alla cremazione dei cadaveri nei quattro forni crematori (oggi semidistrutti).

Il Monumento alle Vittime di Auschwitz
Oggi la zona dei forni crematori esplosi è lì con le pareti contorte. È zona museale. C’è anche il Monumento alle Vittime di Auschwitz, del 1967, opera di scultori italiani e polacchi. L’ampia area monumentale è corredata di molte lapidi pavimentali in varie lingue, tra le quali pure l’italiano.
Birkenau - Monumento alle Vittime di Auschwitz, del 1967

Il testo delle lapidi recita così: «Grido di disperazione / ed ammonimento all’umanità / sia per sempre questo luogo / dove i nazisti uccisero / circa un milione e mezzo di / uomini, donne e bambini / principalmente ebrei / da vari paesi d’Europa. / Auschwitz – Birkenau 1940-1945».
I soldati Russi diedero subito da mangiare ai sopravvissuti, ma la zuppa ricca di grassi dell’esercito russo portò a morire molti degli ex-prigionieri, perché erano molto debilitati e la sostanziosa zuppa del soldato russo era poco adatta agli stomaci devastati dal campo di concentramento di Hitler. I sopravvissuti necessitavano di medici e di un’alimentazione graduale per la ripresa dell’organismo.
Gli edifici sono com’erano, si diceva, al massimo hanno aggiustato qualche tegola, o rinforzato la parte edile, ma lo stile dell’orrore è quello voluto dai criminali nazisti.
Birkenau - Lapide in ebraico; chi lascia un fiore, chi una piccola pietra

Il campo di sterminio era articolato in tre strutture principali e, addirittura, in una quarantina di campi satellite. Il campo di Auschwitz era detto: Auschwitz I. A tre chilometri dalla cittadina polacca di Oświęcim (annessa, in pratica, al Terzo Reich), è sorto il grandissimo campo di sterminio di Birkenau / Brzezinka (in polacco, si pensi che vuol dire: “Boschetto di betulle”), con sette camere a gas ed ampi forni crematori.
L’organizzazione nazista fa arrivare persino i binari dentro il campo della morte di Birkenau, di modo che gli internati potessero arrivare direttamente nel luogo dell’uccisione, scendendo dai vagoni bestiame piombati. Se qualcuno moriva durante il viaggio, i più deboli, i malati, i bambini, gli altri viaggiatori detenuti dovevano tenersi la salma fino al campo di concentramento. Ogni carro bestiame conteneva 60-80 persone stipate come sardine. Durante il viaggio potevano morire il 10% degli internati.
Birkenau, spettrale ingresso delle rotaie al campo di sterminio

Collegamenti tra la Risiera di San Sabba e Auschwitz-Birkenau
C’è un legame tra Auschwitz e la Risiera di San Sabba, a Trieste, l’unico campo di sterminio nazista allestito in Italia. Il primo convoglio in partenza dalla Risiera di San Sabba, diretto al campo di sterminio di Auschwitz, è del 9 ottobre 1943. Arriva a destino nel dicembre del 1943. I viaggi per Auschwitz dei prigionieri erano così. Dalla Risiera sono stati deportati oltre 5 mila prigionieri.
I convogli carichi di ebrei sono stati 22. Tra di essi c’erano anche quattro ebrei udinesi arrestati in città. Tutti morti. Uno di loro si chiamava Elio Morpurgo (1858-1944). Anzi, era il barone e senatore del Regno Elio Morpurgo, già presidente della Camera di commercio e addirittura, nel 1889, primo sindaco ebreo di una città del Regno d’Italia. Fu prelevato ultraottantenne e ammalato in ospedale il 26 marzo 1944. Deportato, morì per strada. I suoi resti umani non furono più ritrovati.
Birkenau - I lavabi per umani, simili alle mangiatoie per bovini d'allevamento

Altri trenta convogli hanno trasportato i cosiddetti schiavi di Hitler, i lavoratori coatti e gratuiti italiani per il Terzo Reich. Tali convogli ferroviari sono transitati per Gorizia, Udine, Tarvisio, l’Austria, la Moravia e poi Auschwitz, che è situato vicino a Cracovia, stupenda città polacca, con venature asburgiche.
Molti altri “trasporti”, come vengono definiti dai nazisti, giungono da altre località dell’Europa. 
È singolare notare che il capo dell’Einsatzkommando SS “Reinhard” (Ekr), il capitano Gottlieb Hering sia stato in servizio nel campo di Bełżec e poi alla Risiera di San Sabba, dal forno crematorio della quale sono stati eliminati i corpi di circa 5 mila detenuti.
Il supervisore della Risiera di San Sabba è l’ufficiale delle Waffen SS Odilo Globočnik, nato a Trieste, in precedenza stretto collaboratore di Reinhard Heydrich e responsabile dei campi di sterminio attivati nel Governatorato Generale (Polonia annessa Al Terzo Reich), nel quadro dell’Operazione Reinhard, in cui vengono sterminati oltre un milione e 200 mila ebrei.
Birkenau - Ingresso ai bagni

Sin dal 1941 il campo di Bełżec fa parte delle eliminazioni rientranti nell’Operazione Reinhard, lo stadio primordiale della Shoah, ossia dell’uccisone degli ebrei polacchi, utilizzando il gas di scarico, soprattutto monossido di carbonio, dei motori accesi di vecchi carri armati russi, catturati al nemico.
Con l’avanzata dei Russi, Hering nel 1943, assiste alla chiusura del campo di sterminio di Bełżec, noto poiché le sue fosse comuni “straripavano di cadaveri”. Hering allora viene nominato comandante del campo di concentramento di Poniatowa, che appartiene ai sotto-campi collegati a Majdanek, campo di concentramento noto pure come il “Konzentrationslager” di Lublino. Poniatowa era un campo di lavoro per lo sfruttamento intensivo degli internati ebrei e polacchi a favore dello sforzo bellico tedesco. Essi erano occupati soprattutto nella società di comodo Ostindustrie GmbH (OSTI, «Industria dell'Est») di proprietà delle stesse Waffen SS.
Il capitano Gottlieb Hering, dopo la seconda guerra mondiale, per breve tempo, viene assunto niente meno che come comandante della polizia criminale di Heilbronn, vicino a Stoccarda, ma muore nell’autunno del 1945 in ospedale, dopo certe misteriose complicazioni.
Birkenau - Dimensioni gigantesche del campo di sterminio

Bibliografia
- Michele Lauro, Polonia. Varsavia, Lublino, Cracovia, Breslavia, Toruʼn, Danzica, La Masuria e i grandi Parchi, Milano, Touring, 2014.
- Valerio Marchi, “Verso Auschwitz: la tragica fine del senatore Elio Morpurgo”, «Messaggero Veneto», 26 gennaio 2011, p. 15.
- Tristano Matta, Il lager di San Sabba dall’occupazione nazista al processo di Trieste, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste, Beit, 2012.

Birkenau - Uno dei forni crematori semidistrutto
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Sitologia
Per chi fosse interessato, ecco il sito web del museo di Auschwitz: CLICCA QUI.

C’è anche il sito web della Risiera di San Sabba, a Trieste: CLICCA QUI.

Per i lettori curiosi, ecco alcuni approfondimenti dello scrivente:
E. Varutti, Ebrei a Udine sud e dintorni, 1939-1948. Deportazione in Germania e rientri, 2016-2017.

E. Varutti, Auschwitz, luogo della Shoah, 2017.


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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti
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Birkenau - Particolare del muro malfatto di una baracca del campo di sterminio