martedì 26 dicembre 2017

Concerto a Martignacco con la Nuova orchestra “Ferruccio Busoni”, Natale 2017

C’è stato un applaudito concerto a Martignacco lo scorso sabato 16 dicembre 2017 all’Auditorium “Impero”. 
Massimo Torlontano, col Corno delle Alpi e Massimo Belli a Martignacco per il Concerto di Natale

Sul palco si è esibita la Nuova orchestra “Ferruccio Busoni” di Trieste con un programma classico e variegato. È un complesso storico questa orchestra da camera, fondata nel 1965 da Aldo Belli. È uno dei primi gruppi musicali sorti in Italia nel dopoguerra e la più antica orchestra da camera della regione Friuli Venezia Giulia. Naturalmente può vantare al suo attivo numerosi concerti in Italia e all’estero e vari CD pubblicati, con prestigiose recensioni ricevute dal mondo degli esperti.
Introdotto da Gianni Nocent, assessore alla Cultura del Comune di Martignacco, il concerto di Natale per i Comuni di Cultura Nuova è stato organizzato assieme ai Comuni di Pagnacco, Campoformido e Pasian di Prato. Marco Zanor, sindaco di Martignacco, ha portato i saluti e gli auguri natalizi ai presenti, assieme alle autorità dei comuni partecipanti.
Poi si è aperto il concerto sotto la direzione di Massimo Belli, con Massimo Torlontano al corno delle Alpi e Lucio Degani al violino. Come da programma si è ascoltata la “Sinfonia Pastorella per Corno delle Alpi e orchestra”, di Leopold Mozart (1719 – 1787). Il secondo brano è stato “The Great Horn of Helm” del 2003, per Corno delle Alpi e Orchestra, di Giovanni D’Aquila. Si tratta di esibizioni musicali molto particolari e suggestive, in considerazione del lungo e assai timbrico corno delle Alpi.
Poi sono state molto gradite le “Variazioni su motivi de La Traviata”, per violino ed archi, di Antonio Bazzini (1818 – 1897). L’ultimo pezzo previsto è stato un’affascinante suite di sette danze del pioniere dell’etnomusicologia Béla Bartók (1881 – 1945). Con le “Danze popolari rumene” si è ascoltato la “Danza con il bastone” a quella con la “fascia”. Dalla “Danza sul porto” a quella con “corno”, fino alla “Polka rumena” e, per chiudere, alla “Danza veloce I e II”.
Tra i bis concessi si sono ascoltati un raro “Grave in sol maggiore” di Giulio Meneghini, allievo di Giuseppe Tartini e uno “Spiritual” di Marco Sofianopulo (Trieste 1952 – 2014), apprezzato direttore triestino di coro e compositore di fama internazionale. Lo Spiritual è stato dedicato al virtuoso violinista Lucio Degani (qui sotto nella fotografia col direttore Massimo Belli). Molti e meritati applausi in chiusura.

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Servizio giornalistico di Elio Varutti. Ricerche e networking di Gabriele Anelli Monti. Fotografie a cura del Comune di Martignacco

sabato 23 dicembre 2017

Ferrara, visita al Museo Nazionale dell’Ebraismo italiano e della Shoah

Ebrei in Italia? Te li spiega il MEIS di Ferrara per filo e per segno. L’acronimo sta per: Museo Nazionale dell’Ebraismo italiano e della Shoah (MEIS). È nuovo di zecca, anche se l’entrata sfrutta la struttura del vecchio carcere ferrarese, in Via Piangipane. 
Epitaffio di Aster, III-IV sec., marmo, da Roma, Catacombe di Monteverde, Città del Vaticano, Musei Vaticani. Secondo gli esperti, vista la delicatezza dei simboli (gli uccellini) Aster (o Stella) doveva essere una bambina. MEIS Ferrara

Per il 2020 si punta ad avere altri cinque edifici. L’attuale esposizione è molto istruttiva, chiara e ben allestita. Le didascalie degli oggetti in mostra e i commenti di sala sono bilingui: italiano e inglese. Gli spazi di movimento nel padiglione moderno sono gradevoli e accessibili alla sedia a rotelle, al carrello deambulatore o al passeggino.
Il MEIS è stato istituito dal Parlamento nel 2003. È chiamato a descrivere gli oltre due millenni di vitale e ininterrotta presenza degli Ebrei in Italia, con le loro tradizioni e i fondamentali contributi alla storia e alla cultura del Paese, nonché all’ebraismo nel suo insieme.
La museologia più attenta qui la fa da padrone sin dal colore generale delle pareti che mira a farti concentrare sugli oggetti esibiti. Poi ci sono dei grandi pannelli con alcune video presentazioni del tema curate dai docenti universitari italiani, europei e di caratura mondiale. Ti sembra di averli lì, in sala, ma tali personaggi registrati, ripetono diligentemente le concise, ma dotte illustrazioni. Ci sono alcune carte geografiche stilizzate per far comprendere la storia degli ebrei dall’antichità sino alle prime migrazioni e deportazioni, ai tempi dell’antica Roma.
L'entrata del MEIS di Ferrara, in Via Piangipane

Si capisce quindi la presenza della componente italiana degli ebrei in Europa, oltre a quella sefardita, della penisola iberica, a quella ashkenazita del mondo tedesco renano e centro-europeo e a quella slava dell’Europa orientale. Così il visitatore comprende appieno il titolo della rassegna temporanea: “Ebrei, una storia italiana, i primi mille anni”. In effetti i pezzi in mostra sono datati dal II secolo a.C., al Medioevo (X secolo d.C.). 
Si possono vedere oltre 200 oggetti provenienti dai musei di tutto il mondo, con qualche riproduzione. Dalla Cambridge University Library al Genizah del Cairo, dal Museo archeologico di Napoli ai Musei Vaticani, dalla Bodleian Library di Oxford al Jewish theological seminary di New York. Tra le altre, ci sono pure dei pezzi del Museo archeologico di Aquileia o della Chiesa di Santa Eufemia di Grado, tanto per citare il Friuli, quando si chiamava “X Regio Venetia et Histria”, sotto l’Impero romano. Lapidi o epigrafi sono presenti a decine, venti sono i manoscritti, 7 gli incunaboli, 18 i documenti medievali. Chiudono la rassegna oltre cento sigilli, monili, monete, le interessanti lucerne e gli originali amuleti.
Una delle prime sale espositive col docente (videoregistrato) che ti spiega i fatti nel pannello al centro. MEIS Ferrara

Il percorso museale è stato ideato da Anna Foa, Giancarlo Lacerenza e Daniele Jalla, con l’allestimento dello studio Tortelli Frassoni. L’itinerario espositivo precisa bene le zone di provenienza e la dispersione del popolo ebraico. Vengono ripercorsi i tragitti lungo il Mar Mediterraneo, in seguito alla distruzione del Tempio, da parte dell’imperatore Tito, nel 70 d.C.. Il suo famoso Arco, a Roma, qui è stato duplicato in gesso col noto fregio degli esuli ebrei che portano la menorah. 
È ben chiarita la presenza degli ebrei nell’Italia meridionale dal mondo pagano a quello cristiano. Essi erano in posizione di schiavitù oppure in fase di integrazione.    
Il nuovo museo è stato inaugurato il 13 dicembre 2017, con tanto di presidente della Repubblica Sergio Mattarella e col ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini. Non è tutto, perché c’erano pure il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, il sindaco Tiziano Tagliani e l’ambasciatore di Israele in Italia Ofer Sachs. 
Dario Disegni è il direttore del MEIS. La mostra, che resterà aperta fino al 16 settembre 2018 è accompagnata da un catalogo dell’editrice Electa. Oltre ai numerosi oggetti della rassegna, in una stanza apposita prima di uscire dal museo, a sinistra, è possibile vedere il documentario (ogni mezzora) intitolato “Con gli occhi degli ebrei italiani”, a cura di Giovanni Carrada e di Simonetta Della Seta, direttrice del MEIS. Il video racconta 2.200 anni di vita ebraica. Il ruolo degli ebrei in Italia nella storia contemporanea, in certi casi, è divenuto strategico, avendo puntato sulla cultura.
Ecco il Giardino delle Domande, che mostra quattro itinerari sulle regole dell'alimentazione ebraica, secondo diverse difficoltà. MEIS Ferrara

Si ricorda che, dal 1889 al 1895, il primo sindaco ebreo eletto in Italia è di Udine e si chiama Elio Morpurgo (1858-1944). Già presidente della Camera di commercio, poi fu sottosegretario alle Poste e all’Industria tra il 1906 e il 1919, fino a divenire senatore del Regno nel 1920. Il barone Elio Morpurgo fu prelevato dai nazisti ultraottantenne e ammalato in ospedale il 26 marzo 1944 e deportato alla Risiera di San Sabba di Trieste, il successivo 29 marzo, per poi finire di vivere in Austria, dove morì di stenti tra i suoi carcerieri.
Pur essendo una minoranza, la comunità ebraica non ha mai superato le 50 mila unità, sono importanti per la vita sociale e culturale del paese. A Trieste gli ebrei iscritti sono 513, nel 2017, unica presenza ufficiale del Friuli Venezia Giulia, mentre nel passato erano sparsi in vari paesi. 
Epitaffio di Claudia Aster, nata a Gerusalemme e morta in Italia al termine del I sec. d.C. MEIS di Ferrara

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Orari 
Il Museo, la mostra e l’installazione saranno aperti fino a domenica 16 settembre 2018 nei seguenti orari: dal martedì al mercoledì e dal venerdì alla domenica dalle 10.00 alle 18.00, e il giovedì dalle 10.00 alle 23.00. Giorni di chiusura: tutti i lunedì, 31 marzo (primo giorno di Pesach), 10 settembre (primo giorno di Rosh Hashanà) e 19 settembre (Kippur).
Lucerna della sinagoga di Ostia, II-III sec., Ostia Parco Archeologico di Ostia Antica. MEIS di Ferrara

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Biglietti 
Biglietto intero € 10,00, ridotto € 8,00 (dai 6 ai 18 anni compresi, studenti universitari, categorie convenzionate); gruppi da 8 a 15 persone € 6,00 (un accompagnatore gratuito ogni 15 paganti); scuole € 5,00 (due accompagnatori gratuiti per ogni classe). Entrano gratuitamente i bambini sotto i 6 anni, i diversamente abili al 100% con un accompagnatore, i giornalisti e le guide turistiche con tesserino, i membri ICOM e i militari in divisa.

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Servizio giornalistico, di fotografia e di networking di Elio Varutti

L'entrata del nuovo padiglione del MEIS di Ferrara

Il vecchio carcere di Ferrara, ora MEIS con una parte del Giardino delle Domande

L'ingresso principale del MEIS di Ferrara

mercoledì 20 dicembre 2017

Presentato il biglietto natalizio 2017 di Itineraria, Udine

È stato presentato a Udine il biglietto natalizio 2017 dell’Associazione Itineraria, con la presidente Maria Paola Frattolin
Beppino Govetto, Alberto Frappa Raunceroy e Maria Paola Frattolin

Contiene il programma delle attività del sodalizio per il 2018. L’Associazione Itineraria, sorta nel 1993, opera nell’ambito della ricerca e della divulgazione dei beni culturali e del turismo della regione, di Venezia e del resto d’Italia.
La presentazione è avvenuta giovedì 14 dicembre, alle 11.30, a Palazzo Contarini, sede della Fondazione FRIULI in Via Manin, 15. Da diversi anni Itineraria realizza un biglietto augurale e celebrativo per il Natale e l’anno che verrà, per ricordare donne e uomini che con la loro umanità, impegno e ingegno in ogni campo, nella Letteratura, nell’Arte, nella Scienza come nella Politica e nel Sociale, hanno lasciato un messaggio spirituale e morale di inestimabile grandezza al mondo.


Per il 2018 si prevede di valorizzare alcune eccellenze in campo artistico, scientifico e spirituale. Si va dalla matematica Maria Gaetana Agnesi (1718-1799) al noto pittore Tintoretto (1518-1594). Oppure dallo scultore ed architetto Agostino di Duccio (1418-1481 ca.) al pittore, noto in Friuli per gli affreschi, Giulio Quaglio (1668-1751). Ci sono il filosofo Giambattista Vico (1668-1744), il religioso Thomas Becket (1118- 1170), san Luigi Gonzaga (1568-1591) e la scrittrice Emily Brontë (1818-1848).
Al tavolo della presidenza, oltre a Maria Paola Frattolin, c’erano lo scrittore Alberto Frappa Raunceroy e Beppino Govetto, assessore alle Attività del tempo libero della Provincia di Udine.

All’incontro ha partecipato, tra gli altri, anche Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD).

Il pubblico intervenuto con Bruna Zuccolin, al centro in prima fila

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Servizio giornalistico a cura di Gabriele Anelli Monti. Fotografie di Itineraria. Networking e ricerche di Sebastiano Pio Zucchiatti. Si ringrazia, per la collaborazione, Bruna Zuccolin.

lunedì 18 dicembre 2017

Mauro Tonino col romanzo Rossa terra a S. Quirino di Pordenone e l’ANVGD

È stato un bell’incontro. Ci sono stati vari interventi costruttivi in un locale pieno di ricordi istriani. L’evento si è tenuto venerdì 15 dicembre 2017, alle ore 18,30 presso l’Agriturismo Ristoro da Sferco in Via Umago, 2 a San Quirino di Pordenone. 
Michele Bernardon, Bruna Zuccolin, Mauro Tonino, Elio Varutti e Silvano Varin

Lo scrittore Mauro Tonino ha parlato del suo libro intitolato “Rossa terra”. L’originale racconto ha per sottotitolo: “Viaggio per mare di un esule istriano con il nipote. Tra emozioni, storia, speranze e futuro”. È stato edito a Pasian di Prato (UD), dalla casa editrice L’Orto della Cultura nel 2013, ma desta ancor oggi grande interesse e accesi dibattiti.
L’incontro culturale è stato organizzato dai Comitati Provinciali di Udine e di Pordenone dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD). L’evento si è tenuto anche con il prezioso contributo dell’Associazione EFASCE di Pordenone, in particolare grazie al suo Presidente Michele Bernardon, assieme all’ERAPLE.
«Sono molto contenta di aver inaugurato la collaborazione con altri Comitati Provinciali dell’ANVGD, come questo di Pordenone – ha detto Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine – perché in questo modo ci apriamo a interventi propositivi sul territorio riguardo ai temi dell’esodo giuliano dalmata per approfondire e sviluppare le ricerche sulle tradizioni culturali di quelle terre».
L'introduzione di Elio Varutti al libro di Mauro Tonino "Rossa terra" del 2013

Il romanzo storico sulle foibe e sull’Esodo istriano-dalmata è stato scritto da Tonino in punta di penna, cercando di presentare con pacatezza e serenità un tema così forte e dimenticato della storia.
Oltre ai saluti ufficiali della presidente ANVGD di Udine Bruna Zuccolin e del presidente dell’ANVGD di Pordenone Silvano Varin, ha parlato anche il presidente dell’EFASCE Michele Bernardon, mentre si è giustificato per l’assenza il direttore dell’ERAPLE Cesare Costantini. Varin ha ricordato le due grosse comunità di esuli istriano-dalmati di Villotte San Quirino e quella del Dandolo di Maniago, sempre in provincia di Pordenone, con cinquanta famiglie ciascuna. Bernardon ha detto che non si parla mai abbastanza delle vicende dell’esodo istriano.
Il volume è stato introdotto dal professor Elio Varutti, vicepresidente dell’ANVGD di Udine, alla presenza dell’autore. L’originale incontro culturale si è concluso con un brindisi istriano con Prosecco.
Al centro Daniele Cattunar, figlio di Marino Cattunar con una parte del pubblico

Mauro Tonino e la sua Rossa terra, secondo Varutti
È un testo pacato e sereno. Racconto di fantasia con riferimenti documentari e a fatti veri. Descrive un bel rapporto tra il nonno Marino Cattunar, classe 1934 e il nipote Filippo durante un viaggio in barca sulla costa istriana, così ha riferito Varutti. Si va alla scoperta delle radici e della foiba di Vines dove è stato gettato dai titini il corpo di Nazario Cattunar il 5 maggio 1945, a guerra finita. Notizia riferita dallo zio Virginio e dalla zia Giorgina “Nadàla” (pag. 131).
“Ho letto che le atrocità di un popolo prima o poi generano un senso di colpa – ha detto Varutti – che deve essere espiato da qualcuno. È tempo di parlare, col senso di pacificazione in una dimensione europea”.
Per il nipote Filippo è come un viaggio di iniziazione su fatti mai raccontati dal nonno. C’era la Cortina di ferro delle autorità, per consentire a Tito di sganciarsi dalla sfera sovietica e andare verso i Paesi non allineati (p. 98). C’era poi il Muro del silenzio eretto dentro le famiglie, per vergogna, per non riprovare il dolore patito. Mi chiedo se il fatto di non parlare di un evento tragico come le foibe sia un motivo per stare meglio e non soffrire. Talvolta si accendono gli animi. Succede che il dibattito storico si faccia esacerbato.
Tonino spezza una lancia a favore del dialogo e dell’ascolto con rispetto. In un certo senso insegna a dialogare, con queste sue parole, senza dover sopportare il Calvario delle sofferenze del truce fatto. Il ricordo è allora un sollievo. Diventa voglia di condividere il peso del dolore. Si distribuisce nella comunità di ascolto. Il dolore si annacqua, si allevia.
Una stanza dell'Agriturismo Ristoro da Sferco, con bandiere di Fiume, dell'Istria e Dalmazia

La guerra per Marino e Nazario Cattunar, con la matrigna, dato che la mamma è morta di tetano, comincia dopo l’8 settembre 1943, quando i partigiani di Tito “prendono possesso della nostra terra”. Siamo alla mercé di ustascia, cetnici, tedeschi e titini, racconta il testimone. Aggiunge: “Ci difesero quelli che passarono alla storia per cattivi, cioè i tedeschi e la X Mas”.
Che cosa sono gli infoibamenti? Cavità carsica e sepolcro di molti italiani. Papà Nazario getta la divisa e torna a casa. Il figlio è contento. Poi uno delle SS italiane gli ordina di riemettersi la divisa accusandolo di tradimento e di ammazzarlo davanti al figlio. Nazario, allora si rimette la divisa.
C’è un certo Toni che gli dice “No sta preoccuparte che te iudo”, salvo poi a far finta di niente. C’è la donna partigiana colta da Nazario con le armi addosso e le bombe, che viene lasciata libera per gesto di umanità, che invece non trovò Nazario. (p 91-2). C’è la musica di Antonio Smareglia (p. 95). Ci sono Prefazione e Postfazione dell’Autore. C’è il rastrellamento nazista e la fucilazione di 19 paesani scelti dal fascista del paese, poi scappato poco dopo il fatto (p 104). C’è il passaggio dal Campo profughi di Trieste (p. 103). C’è infine una storia sconvolgente. “Svi u iama” “Tutti gli italiani in foiba” si dicevano i partigiani alla fine del conflitto (p 132).
Agriturismo Ristoro da Sferco, San Quirino, un angolo dedicato a Fulvio Tomizza

Il dibattito e l’intervento di Mauro Tonino
L’autore di “Rossa terra” ha voluto rimarcare la grande dignità del popolo istriano. Poi ha aggiunto: “Gli esuli hanno pagato per tutti con le loro terre, i loro patrimoni e le loro vite, la storia vera dei Cattunar mi è stata suggerita da amici, poi a Vines ci hanno detto che anche nel mese di giugno 1945 girava un camion pieno di altri sventurati da uccidere nella foiba”.
Nel dibattito, che la presidente Zuccolin, ha aperto tra la ventina di interventi dopo l’intervento di Tonino, ha parlato per primo Daniele Cattunar: "Confermo tutto ciò che ha scritto Mauro Tonino riguardo alla vicenda dell'uccisione di Nazario Cattunar, di Villanova di Verteneglio".  
Poi è intervenuto Francesco Tromba, da Rovigno, esule a San Michele al Tagliamento, provincia di Venezia. “Sono di Rovigno del 1934 e il 16 settembre 1943 i titini hanno preso mio papà Giuseppe Tromba, del 1899, che era artigiano – ha detto Francesco Tromba – due di guardia stavano in strada e altri cinque sono entrati in casa… e solo nel 2003 ho saputo da donne del posto, dove era la foiba di Vines, perché lì fu buttato; uno dei partigiani responsabili era il tale Abbà, oggi io sono esule qui vicino, in provincia di Venezia”.
Anche Maura Pontoni, editrice del volume di Mauro Tonino ha voluto sottolineare l’impegno degli editori a pubblicare notizie e testimonianze sull’esodo istriano. «Ricordo inoltre che una mia insegnante delle scuole medie – ha aggiunto Maura Pontoni – che si chiamava Maria Rada, ha avuto ambedue i genitori uccisi e gettati nella foiba, come per Cattunar, come per Tromba».
L’ultimo partecipato intervento è stato del signor Veniero Venier, nato a Pola nel 1932. «Non posso dimenticare ciò che mi ha raccontato Francesco Tromba – ha concluso Venier – di quando il postino di Rovigno, tale Giorgio Abbà, fu infoibato, poi lo stesso accadde alla moglie che chiedeva notizie su di lui e pure la figlia Alice Abbà, di dodici anni».
Pure il registratore di cassa è imbandierato all’Agriturismo Ristoro da Sferco in Via Umago, 2 a San Quirino di Pordenone

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Riferimenti bibliografici ragionati
L’uccisione della famiglia di Giorgio Abbà, di Rovigno, è descritta anche nel seguente documento: Comune di Civitanova Marche, Provincia di Macerata, Verbale del Consiglio Comunale di data 26 febbraio 2011, p. 9.
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Servizio giornalistico a cura di Gabriele Anelli Monti. Fotografie di Daniela Conighi. Networking e ricerche di Sebastiano Pio Zucchiatti. Lettrice Bruna Zuccolin.

Gorizia, presentati Gli appunti di Stipe di Fornasaro, con Maria Grazia Ziberna

È stata Maria Grazia Ziberna a presentare il romanzo documentario “Gli appunti di Stipe” di Franco Fornasaro. La Ziberna, che è presidente del Comitato Provinciale di Gorizia dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), ha illustrato con alcune originali diapositive la storia dei popoli slavi nei Balcani, giunti colà nel VI secolo d.C., nonché della presenza romana e veneziana in Istria, a Fiume e sulla costa dalmata. All’esclusiva presentazione, che ha visto una quindicina di partecipanti, ha partecipato anche Rodolfo Ziberna, sindaco di Gorizia, molto addentro a tali temi dato che, come alcuni sapranno, è stato presidente dell’ANVGD goriziana.
Sergio Satti, Bruna Zuccolin, Franco Fornasaro, Rodolfo Ziberna, Didi Pasquali, Maria Grazia Ziberna e Silvia Paoletti

L’evento si è tenuto il 14 dicembre 2017, dalle ore 17,30 presso la locale sede dell’ANVGD, a Palazzo Alvarez, in Passaggio Alvarez numero 8 a Gorizia.
Ha portato il saluto del suo sodalizio, Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, che ha organizzato l’incontro in collaborazione con l’ANVGD di Gorizia, assieme alle ACLI provinciali goriziane.
La Zuccolin ha voluto ricordare il beneamato presidente Silvio Cattalini, da Zara, scomparso a Udine il 28 febbraio 2017, tra i primi molto impegnato nelle attività di dialogo e di pacificazione tra le due sponde del Mare Adriatico, secondo un’ottica di fratellanza europea. «Sono molto orgogliosa di aver intrapreso questa collaborazione con altri Comitati Provinciali dell’ANVGD, come questo di Gorizia – ha detto la Zuccolin – perché in questo modo ci apriamo a interventi costruttivi sul territorio si temi dell’esodo giuliano dalmata nel rispetto delle tradizioni culturali di quelle terre ed è la prima volta che si presenta lo scrittore Franco Fornasaro a Gorizia».
Una parte del pubblico presente in sala

Ha parlato anche la presidente provinciale delle ACLI Silvia Paoletti, svelando in pubblico alcuni tragici particolari della sua famiglia. «Mia mamma è del 1925 – ha detto Silvia Paoletti – e ricordo che una sua zia Emilia Maras Cocianni è stata deportata dai partigiani titini da Gorizia il 3 maggio 1945, che tristezza, l’hanno presa di sera e portata via con una camionetta, poi è sparita… il suo nome sta ora sulla lapide degli oltre 650 sequestrati e uccisi dai partigiani qui a Gorizia nel parco della Rimembranza».
Ha parlato in seguito pure Franco Fornasaro, autore del romanzo “Gli appunti di Stipe”, in versione italiana e croata, dal 2017, col titolo “Stipove bilješke”. La traduzione croata è della giornalista di Fiume Helena Labus Bačić e della lettrice Martina Crnolatec. La prima edizione del testo, a cura dell’ANVGD di Udine, è del 2015. Per la seconda edizione ha collaborato l’ERAPLE.
Fornasaro ha presentato i protagonisti del romanzo, come Matteo, giovane ricercatore universitario, e Giuliano Giuliani, vecchio docente in pensione, grande esperto e dotato di “un corredo mastodontico di ricerche” sui temi della questione adriatica e dell’esodo giuliano dalmata. “Stipe è un acronimo vezzeggiativo – ha detto Franco Fornasaro – del nome Stephan (Stefano in serbo croato). Nato su ispirazione di Silvio Cattalini, che gli disse: “Scrivi! Ti racconterò della mia Zara e di tante altre cose, della mia vita, della famiglia, di fatti successi in questa nostra difficile vicenda di esuli, di gente che vorrebbe ritornare in vario modo, che si porta sulle spalle la storia”.
Così Fornasaro, cui il babbo aveva chiesto di non parlare mai dell’esodo per evitare di rimestare nel dolore familiare, si è aperto e ha scritto questo interessante ed originale romanzo documentario, presentato in varie località del Friuli, in Istria e a Fiume.
Silvia Paoletti, Franco Fornasaro, Bruna Zuccolin e Maria Grazia Ziberna

Cenno bibliografico ragionato sugli scomparsi di Gorizia
È citato così, a pag. 82, tra i 651 deportati italiani, il nome di Emilia Cocianni “fu Antonio e fu Teresa Ussai, nata a Gorizia il 31.8.1902, arrestata a Gorizia il 3.5.1945 e tradotta nelle carceri. Il 12 maggio deportata. Ufficio anagrafico del Comune” nella seguente pubblicazione: Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, Gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945, a cura del Comune di Gorizia, 1980.
Zia Emilia viene citata, a pag. 328, anche da padre Flaminio Rocchi, nel suo L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.
In certi elenchi la zia Emilia compare così: “Cocianni Emilia (Kocijancic Emilija)”.
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Servizio giornalistico e di fotografia di Elio Varutti, ove non altrimenti indicato. Networking e ricerche a cura di Gabriele Anelli Monti

Sergio Satti, Franco Fornasaro, Bruna Zuccolin, Rodolfo Ziberna, Didi Pasquali, Maria Grazia Ziberna, Silvia Paoletti e Elio Varutti. Fotografia di Mariarita Cosliani

domenica 17 dicembre 2017

Presentata la traduzione del libro del ceco Mucha, a Udine

Mercoledì 13 dicembre 2017, alle ore 17, in sala Florio, a Palazzo Florio, in vicolo Florio a Udine si è tenuta la presentazione del volume “Alfons Mucha. L’artista e il suo tempo” di Jiří Mucha. Il volume è appena stato pubblicato da Schena editore, di Fasano, provincia di Brindisi, con l’attenta traduzione dal ceco di Tiziana Menotti.
Paolo Petiziol, Tiziana Menotti, Gabriella Bucco e Anna Maria Perissutti in sala Florio per la presentazione del libro su Mucha

L’evento è stato organizzato dal Dipartimento di Lingue e Letterature, Comunicazione, Formazione e Società dell’Università di Udine, con il patrocinio del Consolato onorario della Repubblica Ceca in Udine e in collaborazione con l’Associazione culturale “Mitteleuropa”. Il pomeriggio culturale è stato aperto da Anna Maria Perissutti, docente di Lingua ceca all’Università di Udine.
Ha poi preso la parola Paolo Petiziol, console onorario della Repubblica Ceca. “È un personaggio artistico impressionante questo Mucha – ha detto Petiziol – e anche molto misterioso, del resto era un massone e allora legato al concetto novecentesco di patria e di nazione”.
Tiziana Menotti, con l’aiuto di alcune diapositive, ha mostrato ai presenti gli aspetti biografici del grande artista, nato nel 1860 a Ivančice, in Moravia, con studi a Monaco e Parigi. “Quando nel 1969 in Cecoslovacchia uscì la prima edizione di questo libro, scritto dal figlio – ha detto la Menotti – recava il titolo ‘Can can con l’aureola’, per rimarcare il segno grafico del cerchio che si nota in molti profili femminili nelle forme di Art Nouveau, o meglio di Jugendstil del mondo ceco e slovacco".
Si può rimarcare che l’aureola è un segno grafico tipico di Mucha, forse la si ritrova altrove, ma in grafica è sua tale idea.
È stato, infine, accennato al grande sogno panslavista di Mucha, realizzato su venti tele di grandi dimensioni dal 1911 al 1931.
Poi, si può aggiungere, ed è un motivo di orgoglio friulano, che al museo di Praga è possibile trovare il libro in questione, unico volume sull’artista scritto in italiano che un turista può comprare. Si accenna al fatto che, a parte i cataloghi delle mostre e qualche monografia soprattutto iconografica, su Mucha in Italia non c'è nulla, a parte ora questa biografia. In questi mesi, si sa che l’Epopea slava, si trova esposta in Oriente.

Poi c’è stato il partecipato intervento di Gabriella Bucco, storica dell’Arte. “Questo è un volume a metà tra letteratura e storia dell’arte – ha detto – perché il talentuoso Alfons Mucha era nato in Moravia, che ha dato numerosi esperti nelle arti applicate, come la grafica o la lavorazione del metallo e la fabbricazione del gioiello, allora si potrebbe dire che egli era molto diligente, costante e assai contraddittorio”. Anche la professoressa Bucco si è avvalsa di interessanti diapositive per la sua dotta esposizione, seguita con estrema attenzione e piacere dai presenti.


Il museo di Mucha a Praga
C’è un museo a Praga dedicato alla vita e alle opere di Alfons Mucha (1860-1939). Secondo il sito web di tale museo Mucha è un rappresentante di fama mondiale dello stile Liberty. Le sale espositive si trovano nel palazzo barocco di Kaunitz, nel centro di Praga. La selezione di circa 100 opere, che include pitture ad olio, disegni, pastelli, sculture, fotografie e oggetti personali, offre una visione unica del mondo dell’autore di manifesti per Sarah Bernhardt. Fanno parte del museo una caffetteria ed un negozio di souvenir ispirati ai motivi di Mucha.
Questa esposizione offre una panoramica completa dell'opera artistica globale di Alfons Mucha (1860-1939), ad eccezione dell’Epopea Slava. Così si legge nell'Introduzione al Museo di Mucha, in lingua italiana. L’attenzione è rivolta soprattutto all’epoca parigina (1887-1904), durante la quale realizzò le sue opere più celebri. Qui viene presentata una serie di manifesti, i più importanti dei quali sono quelli realizzati per Sarah Bernhardt, una serie di pannelli decorativi caratteristici e un ampio campione di "Documents décoratifs" (1902), ovvero modelli tratti dai suoi schizzi parigini. Altri oggetti decorativi, sculture ed esempi di progetti letterari sono conservati nelle vetrine. 
Alcune sezioni speciali sono dedicate ai manifesti creati successivamente in Boemia (1910-1939), ai disegni e ai dipinti ad olio. Qui non viene trascurato nemmeno il rapporto tra Mucha e Praga. Alla fine dell’esposizione c’è un abbozzo dello studio di Mucha con i mobili originali, le fotografie della sua famiglia e un gruppo di fotografie da studio scattate da Mucha a Parigi. Fa parte dell’esposizione anche un documentario di mezzora sulla vita e sulle opere di Mucha.

Indirizzo: Museo Alfons Mucha (Muchovo muzeum), Panská 7, Praha 1 - Nové Město, 11000
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Servizio giornalistico e di fotografia di Elio Varutti. Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti.

Gli stupendi manifesti di Mucha dal sito web del Museo dedicato a lui a Praga

Epica slava di Mucha, nel palazzo Veletržní, Galleria Nazionale di Praga – / Mucha’s Slav Epic in Veletržní Palace. Si ringrazia per la gentile concessione alla riproduzione il seguente sito webhttp://www.czechtourism.com/it/e/muchas-slav-epic/

mercoledì 13 dicembre 2017

Udine, Natale dell’esule 2017 col sorriso

“Voglio dirvi di ricordare il caro Silvio Cattalini con un sorriso” - ha detto Bruna Zuccolin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. 

Occasione per fare questa affettuosa affermazione sul compianto presidente ANVGD di Udine è stata la festa del Natale dell’esule. È una tradizione che si rinnova ogni anno quella di farsi gli auguri natalizi tra soci e amici dell’ANVGD in un momento religioso e poi conviviale. Quest’anno si è tenuta il 10 dicembre 2017.
La cerimonia religiosa è stata celebrata da don Tarcisio Bordignon. Nella chiesa della Purità, sotto gli affreschi dei Tiepolo, l’anziano sacerdote, alle ore 11, prima della Santa Messa, ha salutato i presenti e ha ricordato tutti gli esuli giuliano dalmati. In particolare don Tarcisio ha ricordato che nel giorno del suo ingresso nella parrocchia di San Pio X a Udine, il 10 dicembre 1966, fu bene accolto da una istriana, una certa Chirincich che, in seguito, donò alla chiesa la corsia di colore rosso per l’entrata principale. 
Don Tarcisio Bordignon, classe 1930 ricorda Cattalini durante la messa dell'esule 2017

Nella stessa parrocchia, sorta nel 1958, aveva sede il Centro smistamento profughi di via Pradamano, da dove passarono oltre cento mila esuli in fuga dalla Jugoslavia di Tito.
È stato ricordato poi Cattalini e il professor Arduino Cremonesi. Don Tarcisio era molto legato a Cremonesi. Poi è iniziata la funzione religiosa, che è stata accompagnata magistralmente dai canti dell’Aquileiensis Chorus, diretto dal maestro Ferdinando Dogareschi. Ha fatto seguito una serie di quattro canti natalizi, tra i quali uno istriano (“Siam venuti in questa casa”), uno in lingua friulana, composto da don Oreste Rosso, assai apprezzati dal pubblico. Il concerto dell’Aquileiensis Chorus si è concluso con “Tu scendi dalle stelle” e con lo “Stille Nacht” in tedesco. A quel punto la voce del tenore Franco Pellegrini si poteva sentire fino in piazza Duomo.
L'Aquileiensis Chorus, sotto l'affresco di Giandomenico Tiepolo, Chiesa della Purità, Udine

Dopo si è svolto il pranzo sociale all’Astoria Hotel Italia, preceduto dal calice di benvenuto e da alcuni stuzzichini, per oltre 42 partecipanti. “È il 50 per cento in più rispetto all’anno scorso – ha precisato la Zuccolin – con una certa punta di orgoglio”.
Che tipo di associazione è l’ANVGD a livello numerico? Nel 2004 il sodalizio contava 292 soci, calati l’anno successivo a 280. Una ulteriore diminuzione, dovuta ai motivi demografici, si è verificata nel 2015, quando gli iscritti erano 246. Nel 2017, con la conduzione di Bruna Zuccolin dopo la morte di Cattalini, il numero dei soci è leggermente aumentato, passando a 270 aderenti.

In seguito al pranzo sociale tenutosi all’Astoria Hotel Italia, i convenuti hanno potuto assistere alla proiezione con sottofondo musicale di molte diapositive, con i momenti importanti e significativi dell’ANVGD nel 2017 a cura di Fabiana Burco e Lorenzo Furlano. Al momento del caffè, Elio Varutti, vice presidente ANVGD di Udine, ha presentato il momento artistico di chiusura della giornata. Si è così svolta una lettura lirica di sei poesie riunite nel titolo di “Maria Millia da Rovigno” a cura del poeta Giuseppe Capoluongo. Infine c’è stato un applaudito anche se breve intrattenimento musicale a cura di Zaira Capoluongo, col canto dell’Inno dell’Istria e della “Vecia batana”.
Giuseppe Capoluongo legge brani sacri

Sono state presentate poi le numerose iniziative del sodalizio per i giorni seguenti. Ha così voluto intervenire la professoressa Olga Chialich, di Pola, ricordando la difficoltà di parlare serenamente di fatti storici accaduti, come l’eliminazione degli italiani nella foiba da parte dei titini.
Ecco il fitto calendario di fine anno per l’ANVGD di Udine. Giovedì 14 dicembre 2017, presso la sede dell’ANVGD goriziana, alle ore 17.30, a Palazzo Alvarez, con l’ANVGD di Udine lo scrittore Franco Fornasaro parlerà del suo “Gli appunti di Stipe”. È un romanzo documentario scritto in italiano e edito dall’ANVGD di Udine nel 2015. Poi è stato arricchito, nel 2017, dalla versione in lingua croata, così il libro è bilingue. 
L’evento è una collaborazione tra le ACLI goriziane con i Comitati Provinciali ANVGD di Udine e di Gorizia, infatti a presentare l’autore sarà la presidente del sodalizio goriziano Maria Grazia Ziberna. Saranno presenti all’evento anche dott.ssa Bruna Zuccolin, presidente dell'ANVGD di Udine e Silvia Paoletti, presidente provinciale delle ACLI.
Rosalba Meneghini Capoluongo, figlia di esuli da Rovigno, legge le preghiere per i defunti d'Istria, Fiume e Dalmazia

Nello stesso giorno del 14 dicembre 2017, alle ore 20,30 ci sarà un altro evento dell’ANVGD di Udine. Si tratta di una conferenza sul tema: “Dalmazia: croati, serbi e italiani”. L’incontro pubblico, a richiesta, si terrà al bar Miricordo di Raspano di Cassacco, col relatore Bruno Bonetti, segretario dell’ANVGD di Udine. In rappresentanza dell’ANVGD di Udine saranno presenti Barbara Rossi, Delegata Amministrativa e Bruno Rossi, del Comitato esecutivo.
In prima fila, Barbara Rossi, da Sebenico, delegata amministrativa del Comitato esecutivo ANVGD di Udine

Poi lo scrittore Mauro Tonino parlerà del suo romanzo "Rossa terra" a San Quirino di Pordenone. L’evento si terrà venerdì 15 dicembre 2017, alle ore 18,30 presso l’Agriturismo Ristoro da Sferco in Via Umago, 2 a San Quirino di Pordenone. L’originale racconto ha per sottotitolo: “Viaggio per mare di un esule istriano con il nipote. Tra emozioni, storia, speranze e futuro”. 
È stato edito a Pasian di Prato (UD), dalla casa editrice L’Orto della Cultura nel 2013, ma desta ancor oggi grande interesse e accesi dibattiti. Organizzano l’incontro culturale i Comitati Provinciali di Udine e di Pordenone dell’ANVGD, assieme all’ERAPLE. Il romanzo storico sulle foibe e sull’Esodo istriano-dalmata è stato scritto da Tonino in punta di penna, cercando di presentare con pacatezza e serenità un tema così forte e dimenticato della storia. Ci saranno i saluti ufficiali della presidente ANVGD di Udine Bruna Zuccolin e del presidente dell’ANVGD di Pordenone Silvano Varin. Parleranno infine anche il presidente dell’EFASCE Michele Bernardon e il direttore dell’ERAPLE Cesare Costantini. Il volume sarà introdotto dal professor Elio Varutti, vicepresidente dell’ANVGD di Udine, alla presenza dell’autore. L’originale incontro culturale si concluderà con un brindisi istriano.
Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine, legge le preghiere per Cattalini e per gli esuli defunti

Il 29 dicembre, infine, alle ore 20,30 ci sarà un concerto di fine anno col tenore Francesco Cortese e il coro Vocin Volo, diretto dalla maestra Lucia Follador, presso la chiesa di San Cristoforo a Udine.

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Fotografie di D.M. e R.B., Archivio ANVGD di Udine


a cura di Girolamo Jacobson

L'ingegnere Sergio Satti, esule da Pola e decano dell'ANVGD di Udine legge in chiesa al Natale dell'esule 2017

Zaira Capoluongo canta la "Vecia Batana" all'attento pubblico nella sala dei pranzi dell'Astoria Hotel Italia

mercoledì 6 dicembre 2017

Fornasaro parlerà del suo libro a Gorizia, con l’ANVGD di Udine e Gorizia

“Gli appunti di Stipe” il romanzo documentario di Franco Fornasaro sarà presentato a Gorizia. Il volume, scritto in italiano, è stato edito dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine nel 2015. Poi è stato arricchito, nel 2017, dalla versione in lingua croata. È già stato presentato in varie località del Friuli Venezia Giulia, come Udine, Pasian di Prato, Martignacco, Cividale del Friuli ed anche a Fiume, nel Golfo del Quarnaro e in Istria.
Franco Fornasaro commenta il suo "Gli appunti di Stipe" nella biblioteca di Pasian di Prato col consigliere delegato alla Cultura Paolo Montoneri, 5.10.2017. Foto E. Varutti

La presentazione ufficiale della serata verrà svolta dalla dottoressa Maria Grazia Ziberna, presidente dell’ANVGD Comitato Provinciale di Gorizia. L’incontro, alla presenza dell’autore, si terrà giovedì 14 dicembre 2017, presso la sede dell’ANVGD goriziana, alle ore 17.30, a Palazzo Alvarez, con ingresso dal numero civico 8 di Passaggio Alvarez a Gorizia, con entrata libera.
L’originale incontro culturale è stato organizzato dai Comitati Provinciali di Udine e di Gorizia dell’ANVGD, oltre alle Acli Provinciali di Gorizia. Saranno presenti all’evento anche dott.ssa Bruna Zuccolin, presidente dell'ANVGD di Udine e Silvia Paoletti, presidente provinciale delle ACLI.

Protagonisti dell’avvincente romanzo sono Matteo, giovane ricercatore universitario, e Giuliano Giuliani (nome e cognome evocativi!), vecchio docente in pensione, grande esperto e dotato di “un corredo mastodontico di ricerche” sui temi della questione adriatica e dell’esodo giuliano dalmata. “Stipe è un acronimo vezzeggiativo – ha detto Franco Fornasaro – del nome Stephan (Stefano in serbo croato)”. Nato su ispirazione di Silvio Cattalini, compianto presidente ANVGD di Udine, che gli disse “scrivi! Ti racconterò della mia Zara e di tante altre cose, della mia vita, della famiglia, di fatti successi in questa nostra difficile vicenda di esuli, di gente che vorrebbe ritornare in vario modo, che si porta sulle spalle la storia”.

Sitologia

Paolo Medeossi, “Nei ricordi di Fornasaro drammi e vicende di confine”, «Messaggero Veneto», Udine, 6 ottobre 2015.

- Rosanna Turcinovich Giuricin, “Gli appunti di Stipe in italiano e in croato perché i giovani conoscano le radici della storia”, «La Voce del Popolo», Quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero, 31 dicembre 2016. 

Nel gruppo di Yahoo Amici di ANVGD di Udine : “Gli appunti di Stipe, libro di Franco Fornasaro”, 29.9.2017.

Nel sito web di friulionline: “Un popolo diviso dalla Storia Un libro a Pasian di Prato”, 15.10.2017.


giovedì 30 novembre 2017

Ricordo di Angelo Tomasello, prigioniero a Mitrovica nel 1945 e esule istriano

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Laura Brussi, esule da Pola. Ha voluto scrivere un pezzo commemorativo su Angelo Tomasello (1928-2017), esule istriano, che passò le sue brutte peripezie verso la fine e dopo la seconda guerra mondiale, in mano ai partigiani jugoslavi. Era un ragazzo di Canfanaro d'Istria nel 1945, quando decise di... Ecco il testo di Laura Brussi...
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Angelo Tomasello: grande patriota italiano ed esule dall’Istria. Esempio di speranza e di fede nella tragedia epocale di un intero popolo.

Non c’è dubbio: la grande storia, che Alessandro Manzoni aveva interpretato quale grande lotta contro il tempo, avente lo scopo di perpetuare ricordi ed esempi, è costituita da quella delle idee, e dei fatti che ne derivarono, ma nello stesso tempo, da una miriade di storie e vicende individuali che contribuiscono a costituirla ed in qualche misura, a spiegarla. La tragedia del confine orientale italiano, con particolare riguardo al grande Esodo del dopoguerra, protrattosi dal 1945 fino agli anni cinquanta del secolo scorso, coinvolgendo un intero popolo di 350 mila persone, ne costituisce palese conferma.
Un caso emblematico, al pari di tanti altri, è quello di Angelo Tomasello (1928-2017), patriota istriano, combattente della Decima Mas, protagonista del dramma di Pola, esule in patria, testimone attento e partecipe. 
Era nato a Canfanaro d’Istria, e quando aveva 17 anni, mentre la guerra  volgeva al termine con orribili prospettive per la sua terra istriana, aveva dovuto prendere una decisione vitale: l’alternativa, esclusa quella partigiana - essendo già tristemente noto il trattamento che gli slavi riservavano agli italiani - era fra l’esercito tedesco (Flak) o le sue Organizzazioni di supporto logistico (Todt) da una parte, e la Decima Mas dall’altra. Angelo Tomasello non ebbe dubbi e come tanti altri fece la sua scelta all’insegna dell’italianità.
Non fu un’opzione sofferta. Anzi, si onorava di essere rimasto fedele al giuramento fino all’ultimo ammaina bandiera della Decima, che ebbe luogo a Pola il 2 maggio 1945, quando le armi vennero consegnate ad un gruppo di ufficiali del Maresciallo Tito, con cui era stata trattata la resa dei reparti istriani di Junio Valerio Borghese. Tomasello, al riguardo, ricordava sempre che il glorioso vessillo della Flottiglia fu portato in salvo da una signora italiana rimasta sconosciuta, sottraendolo a sicuro scempio; e soprattutto, che i patti, come spesso accadeva in quella stagione plumbea, non vennero rispettati. Si può ben dire che mai come allora fossero stati scritti sulla sabbia.
Era un periodo tragico, ed a suo giudizio non sarebbe stato possibile comportarsi con una scelta diversa, in specie a seguito di quanto era accaduto al padre, che nel 1943, dopo la tragedia dell’otto settembre, era stato prelevato dai partigiani, portato a Pisino con la famigerata “corriera della morte” e rinchiuso nel Castello locale adibito a carcere. Avrebbe dovuto finire in foiba, assieme ad un’altra dozzina di sventurati stipati nella sua cella, ma nel pomeriggio riuscì a fuggire grazie alla confusione creata da un bombardamento tedesco, in cui altri infelici trovarono la morte. Camminò di notte per sfuggire ai suoi aguzzini e pur essendo ferito riuscì ad arrivare a Pola, controllata dalla Wehrmacht, ed a mettersi in salvo.

I ricordi della Decima che vivevano nel cuore di Angelo Tomasello non erano molti, perché riferiti ad un periodo piuttosto breve, ma egli rammentava bene che il Comandante  Borghese seppe tenere arditamente testa al nemico, ed in qualche caso anche ai tedeschi, nonostante questi ultimi lo avessero minacciato di arresto. I combattimenti con gli slavi, certamente impari, si protrassero fino a tutto aprile: non solo per l’onore, come spesso si legge, ma prima ancora, per l’italianità dell’amatissima terra istriana. Ciò, con particolare riguardo alle battaglie di Tarnova della Selva ed all’ultima difesa di Cherso, in cui si distinsero Stefano Petris (autore del celebre testamento spirituale scritto sulla propria “Imitazione di Cristo” prima di essere fucilato) e gli uomini del suo reparto: episodi rimasti per sempre nel ricordo di Tomasello e di tutti i patrioti come lui.
All’indomani della consegna delle armi, cioè il 3 maggio 1945, i prigionieri vennero incolonnati e portati via dagli scherani di Tito: erano una sessantina. Per prima cosa, furono divisi per nazionalità e gli uomini di etnia slava avviati ad ignota ma intuibile destinazione, e conseguente “liquidazione” in quanto “colpevoli” di avere collaborato con il fascismo. I superstiti, dopo due giorni di precario accampamento, marciando sempre a piedi, vennero avviati a Fasana per essere imbarcati sulla nave cisterna “Lina Campanella” che avrebbe dovuto trasferirli in Jugoslavia, verso qualche allucinante campo di prigionia. Nel frattempo il loro numero era nuovamente cresciuto.
Dopo poche ore di navigazione, il dramma: il natante era finito su una mina, cosicché la cisterna si inclinò rapidamente dopo l’esplosione. Molti prigionieri annegarono: Tomasello ricordava con particolare angoscia la tragica sorte di un  giovane commilitone che non riuscì ad allontanarsi in tempo e venne straziato dalle eliche. Nondimeno, a salvarsi furono in diversi, perché il naufragio era avvenuto a distanza relativamente breve dalla costa, che venne guadagnata a nuoto, portando a terra anche alcuni feriti: date le circostanze, un episodio di cameratismo davvero eroico.

Venne ricostituita la colonna dei prigionieri, che fu riportata a Pola attraverso Carnizza e Dignano, ma senza i feriti, crudamente “liquidati” dai partigiani con un colpo di pistola (gli spari furono uditi subito dopo la partenza), Poi, essendo in arrivo gli Alleati, l’anabasi proseguì immediatamente verso Fiume e Susak, sempre a piedi salvo un breve tratto in treno, e quindi verso Belgrado con altri allucinanti 40 giorni di marcia: molti cadevano sfiniti, ma era vietato soccorrerli, e tanto meno si poteva impedire che venissero finiti con una scarica di mitra o di fucile. Tomasello e compagni di sventura videro più volte la morte in faccia e soffrirono una fame atroce, tanto che, se a Susak erano circa tremila, quando giunsero al campo serbo di Mitrovica non superavano il migliaio.
Dopo ulteriori angherie facilmente immaginabili, in luglio ebbe luogo l’ispezione di due ufficiali con la stella rossa, uno dei quali era un concittadino di Angelo, con cui lo stesso Tomasello era stato amico d’infanzia e di adolescenza. Fu un colpo di fortuna, o meglio della Provvidenza, perché lui ebbe il “dono” di essere rimpatriato viaggiando in treno fino a Trieste, e da qui a Pola.
A quel punto, cominciò a lavorare con gli Alleati nella località costiera di Vergarolla, dove sarebbe avvenuta la strage del 18 agosto 1946 in cui trovarono la morte oltre cento concittadini, in maggioranza donne e bambini. Tomasello conosceva bene le mine che sarebbero esplose durante la festa per il LX della Società “Pietas Julia” e che erano state opportunamente disinnescate: su quelle mine, una trentina, qualcuno giocava o addirittura si riposava, cosa che conferma, se per caso ve ne fosse ancora bisogno dopo l’apertura degli Archivi inglesi del Foreign Office (Kew Gardens), la subdola matrice terroristica dell’attentato, attribuito sin dall’inizio all’Ozna, la polizia politica di Tito, quale strumento particolarmente idoneo, nella sua perversità, ad incentivare l’esodo.
Le provocazioni slave erano uno stillicidio, con aggressioni notturne da cui era necessario difendersi in proprio perché il controllo della città da parte delle forze d’occupazione anglo-americane era decisamente “soft” in specie da quando si era saputo che l’Italia avrebbe perduto anche Pola. Fu così che il capoluogo istriano vide un esodo plebiscitario, capace di coinvolgere il 92 per cento della popolazione, e concentrato soprattutto nel primo trimestre del 1947, in buona prevalenza con il piroscafo “Toscana” che fece la spola da Pola a Venezia ed Ancona, compiendo dodici viaggi e trasportando un dolentissimo carico umano.
Angelo Tomasello dal sito di Primonumero

Durante i lugubri mesi della preparazione, Tomasello lavorò duramente - circa 12 ore al giorno - agli imballaggi ed ai trasporti delle masserizie di tanti esuli verso il celebre “Magazzino 18” di Trieste, dove avrebbero conosciuto l’infausta sorte cantata in tempi recenti da Simone Cristicchi. In tale circostanza, conobbe di persona Maria Pasquinelli, che operava presso il Comitato di Assistenza ai Profughi e che sarebbe passata alla storia perché il 10 febbraio, proprio mentre a Parigi si stava per firmare il “diktat”, uccise il Generale Robert De Winton, comandante della piazzaforte di Pola (poi sepolto nel cimitero militare di Adegliacco presso Udine), in segno di estrema protesta contro il tradimento degli Alleati che avevano consegnato a Tito l’Istria e la Dalmazia.
Alla fine, anche Angelo prese la via dell’esilio e dopo ulteriori peripezie giunse a Torino dove venne assunto in Fiat, iniziando una lunga e proficua carriera industriale non priva di soddisfazioni (avrebbe lavorato in qualità di quadro direttivo persino nello stabilimento jugoslavo di Kragujevac) conclusa a Termoli nel 1984, con il collocamento in quiescenza. Il suo esempio, al pari di tanti altri, dimostra come gli esuli, lungi dal piangersi addosso, abbiano operato con perseveranza in una ricostruzione della propria vita sin dalle fondamenta, spesso con significativi successi.
Tomasello ha sempre considerato un onore partecipare alle manifestazioni per il “Giorno del Ricordo” - istituito con apposita legge del 2004 dopo tanti anni di colpevole silenzio - e portare il contributo della sua testimonianza, con particolare riguardo alle iniziative del Libero Comune di Pola in Esilio ed a quelle organizzate in Molise e nelle Puglie presso Amministrazioni pubbliche ed Istituzioni scolastiche. Gli esuli di Venezia Giulia e Dalmazia, e lui tra loro, si erano guadagnati il convinto rispetto di tutti restando fermi difensori di umanità e civiltà, ed onorando “i valori tradizionali senza trascurare ogni buona, giusta ed indistruttibile speranza”. Sono parole che è bene affidare alla memoria comune, in quanto sintesi di una vita esemplare.
Angelo Tomasello è “andato avanti” il 27 ottobre 2017 con la vigile scolta della Bandiera tricolore e di quella istriana, lasciando un vivido messaggio di alto valore cristiano, nel segno di un’indomita fede e di un beninteso patriottismo.
Laura Brussi, esule da Pola

Trieste, Magazzino 18. Foto Varutti 2016 
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Networking a cura di Girolamo Jacobson e E.V.

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Cenno sitologico

Giovanni De Fanis,“Fuga da casa e dall’orrore. Parla uno scampato alle Foibe”, pubblicato nel web dal 10 febbraio 2006 su www.primonumero.it