venerdì 21 aprile 2017

Auschwitz, luogo della Shoah

Oggi è Oświęcim, in lingua polacca. Il toponimo tedesco invece è: Auschwitz. Quella che stiamo facendo è una visita turistica oppure un pellegrinaggio? A giudicare dagli occhi arrossati per l’emozione dei visitatori accanto a me, è proprio un cammino di pellegrini alle strutture praticamente intatte o appena restaurate del grande campo di concentramento nazista.

È il 12 aprile 2017. Siamo un gruppo di turisti italiani di Boscolo Tour. Passiamo dal cancello con la scritta in tedesco Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi) voluta dall’insolente comandante nazista Rudolf Höss. Molti di noi l’hanno vista nei libri di storia, oppure sui giornali. Adesso è lì e, varcata la soglia del grande campo di concentramento, si entra nella zona museale. In alcuni posti non si possono fare fotografie, per rispetto dei defunti. Si sente il tic-toc delle scarpe dei visitatori sulla strada. Anzi siccome l’hanno lasciata come era, cioè tipo strada bianca, con sassolini, si sente il cric-croc delle centinaia di scarpe delle persone in visita. Le persone passano mute.
Solo la guida turistica rompe il silenzio spettrale che avvolge il campo di concentramento. Tira un vento forte. È nuvolo. Ogni tanto si rasserena. Il freddo inaspettato ti entra nelle ossa.
Barattoli di gas Zyklon B, usato nelle camere a gas dai nazisti per uccidere ebrei e altri detenuti del campo di concentramento di Auschwitz

Dal 1947 la zona è dichiarata museo polacco. Per tale motivo le costruzioni e gli interni sono rimasti come li hanno trovati i russi nel 1945, quando cacciarono i tedeschi verso l'interno della Germania.
Tra i visitatori, ho visto tanta gente, tanti giovani, col magone dentro. Si ha questo atteggiamento difronte alla bestialità nazista nell’uccidere razionalmente i prigionieri, nell’annientarli, nell’organizzare degli efficienti gruppi di controllo composti dagli stessi imprigionati.
In origine gli edifici del campo di Auschwitz erano una caserma polacca. Poi, nel 1940, furono adattati dai tedeschi e, soprattutto, recintati col filo spinato, la corrente elettrica e le torrette di avvistamento con sentinelle armate per impedire la fuga dei prigionieri.
Il campo di sterminio era articolato in tre strutture principali e, addirittura, in una quarantina di campi satellite. Con la stupefacente fantasia nazista quello di Auschwitz era detto: Auschwitz I. A tre chilometri dalla cittadina di Oświęcim, gli ordinati soldati del Reich sloggiano gli abitanti polacchi di una ventina di fattorie. Le radono al suolo e, con i mattoni recuperati, fanno costruire in fretta e furia le baracche del gigantesco campo di sterminio di Birkenau, con sette camere a gas ed ampi forni crematori.
L'ingresso di una delle camere a gas di Auschwitz con visitatori italiani

Sempre con la imprevedibile fantasia nazista questo altro campo di concentramento è detto: Auschwitz II. Fanno arrivare persino i binari dentro il campo della morte di Birkenau, di modo che gli internati potessero arrivare direttamente nel luogo dell’uccisione, scendendo dai vagoni bestiame piombati. Se qualcuno moriva durante il viaggio, i più deboli, i malati, i bambini, gli altri viaggiatori detenuti dovevano tenersi la salma fino al campo di concentramento.
La fantasia nazista non ha limiti e, nel 1943, a Monowitz erigono un altro campo di concentramento e lo chiamano: Auschwitz III.
  Interno di un campo di sterminio, gli uffici

Oggi è Oświęcim, scrivevo. Con tale denominazione la cittadina di Auschwitz, di 40 mila abitanti, distante 70 km da Cracovia, rimane nella storia quale simbolo mondiale dello sterminio perpetrato dai nazisti nei confronti degli ebrei. È la più innegabile testimonianza della Shoah
Vedere in una vetrina dell’area museale i barattoli del gas Zyklon B, usato per lo sterminio di massa degli ebrei, non fa male solo alla persona in visita, ma provoca dolore all’intera umanità.
Questi territori polacchi vengono annessi al Terzo Reich, dopo l’invasione della Polonia nel 1939, con la dizione di Governatorato Generale. Qui viene allocato, sin dal 1940, dagli obbedienti seguaci di Hitler il più grande campo di concentramento e di sterminio, mediante le camere a gas e i forni crematori. Dapprima vengono rinchiusi gli intellettuali polacchi, poi i prigionieri di altre 28 nazionalità. Soprattutto vengono concentrati qui gli ebrei polacchi e poi gli ebrei europei, per quella che, dopo la conferenza nazista del 1942, viene definita “la soluzione finale”, ossia l’uccisione di tutti gli ebrei, nota come protocollo di Wannsee, del 20 gennaio 1942.
Le ceneri delle vittime della Shoah trasformate in monumento ad Auschwitz

Si tenga presente che il popolo polacco era ritenuto dai nazisti come Untermensch, cioè sub-umano. Dovevano essi morire, non riprodursi o fare da schiavi ai tedeschi.
Nelle enciclopedie si legge che “durante l'invasione della Polonia del 1939, vengono utilizzate speciali squadre di azione delle Waffen SS e della polizia (i reparti Einsatzgruppen)”. Hanno essi il compito di arrestare o eliminare i civili istruiti che fanno una qualsiasi resistenza ai tedeschi o che siano considerati in grado di farlo, secondo il loro status o la posizione sociale. Decine di migliaia di ricchi proprietari, uomini di chiesa e membri dell’intellighenzia o ufficiali del governo, insegnanti, dottori, dentisti, giornalisti e altri (sia polacchi, che ebrei) furono assassinati in esecuzioni di massa o inviati in campi di prigionia e concentramento.

Le unità tedesche e le forze di autodifesa composte dal Volksdeutsche parteciparono anche alle esecuzioni dei civili. In molti casi, queste esecuzioni furono atti di rivendicazione contro intere comunità responsabili di avere ucciso dei tedeschi.
Dal 1979 questo sito è divenuto parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Voluto da Heinrich Himmler, il campo di concentramento di Auschwitz era comandato da Rudolf Höss. Qui muoiono, secondo stime ufficiali, un milione e mezzo di persone internate. Lui, dopo il processo, finisce qui impiccato nel 1947.
È struggente l’accatastamento di scarpe prelevate ai detenuti e, oggi, messe lì in mostra, con in primo piano le scarpine di un bambino. Poi ci sono le scodelle, le caffettiere, i bicchieri, i rasoi, le forbici, tutto ciò che i prigionieri si erano portati dietro, credendo che potesse loro servire. Per i nazisti era bottino di guerra. Roba da rivendere per far soldi.
Spero che questo reportage sull’inferno creato dai nazisti per uccidere gli ebrei possa servire a qualcuno in cerca di un po’ di umanità.

Bibliografia
Michele Lauro, Polonia. Varsavia, Lublino, Cracovia, Breslavia, Toruʼn, Danzica, La Masuria e i grandi Parchi, Milano, Touring, 2014.
--

Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti



I pali della tortura, per chi non obbediva

Scarpe di bambino in un mucchio di scarpe di adulti


sabato 8 aprile 2017

Bruna Zuccolin nuovo presidente ANVGD di Udine

Nella assemblea straordinaria dello scorso 4 aprile 2017 è stato rinnovato il Consiglio esecutivo del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia.

Bruna Zuccolin e Silvo Cattalini al Natale dell'esule 2016

Alla presidenza del sodalizio è stata eletta Bruna Zuccolin, con parenti istriani, che in precedenza ricopriva la carica di vice presidente. La Zuccolin ha ricordato l’opera dell’ingegnere Silvio Cattalini, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD dal 1972 al 2017, quando è spirato per grave malattia. Cattalini era nato a Zara nel 1927 e fu amico dello stilista Ottavio Missoni, nato a Ragusa, in Dalmazia. 
La presidente Zuccolin ha pure ricordato i programmi dell’ANVGD di Udine, che prevedono, tra le altre, le presentazioni di libri sull’esodo giuliano dalmata e le gite culturali in Istria, oltre alle cerimonie patriottico religiose legate agli eventi storici del secolo scorso, come il secondo conflitto mondiale e della guerra fredda.
Vice presidente del Consiglio esecutivo ANVGD di Udine è Elio Varutti, con parenti di Fiume e di Pola. Il Delegato amministrativo risulta Barbara Rossi, nata a Sebenico, mentre il segretario è Bruno Bonetti, con avi di Spalato e di Zara.      
Gli altri membri del Consiglio esecutivo sono: Bruna Traversa Rauni (di Albona), Eda Flego (di Pinguente), Sergio Satti (di Pola), Franco Fornasaro (con avi di Pirano), Bruno Rossi e Fulvio Pregnolato.

Revisori dei conti sono: Fulvio Fiorentin (di Veglia), Giancarlo Randich (di Fiume) e Annalisa Vucusa, con padre di Zara, nonché cugina del compianto Silvio Cattalini.


Bruno Rossi e Bruna Zuccolin

venerdì 7 aprile 2017

I diorami di Franca Venuti Caronna

È stata intitolata “Sapori di casa” la mostra di diorami di Franca Venuti svoltasi al Castello Savorgnan di Artegna dal 12 dicembre 2015 al 22 febbraio 2016. Il sottotitolo della originale rassegna artistica era: “Interni di vita contadina nel Friuli di un tempo”.
Franca Venuti, La camera da letto, diorama, materiali vari, 2015

Nello stesso periodo (2015-2016) le sue originali produzioni artistico artigianali erano esposte al Palazzo Veneziano di Malborghetto, col titolo: “La n. 1 – Licof”, riferendosi alle riproduzioni di interni della casa più antica del paese, ossia Casa Palinč (perciò detta “La n. 1”, come a dire: “La prima della lista”).
C’è molta attenzione nelle riproduzioni di Franca Venuti Caronna. C’è quasi un’attenzione maniacale nel mostrare gli interni di famiglia in una scatola di pochi centimetri cubi. Eppure questi diorami sprigionano elementi di etnografia da ogni parte. Si nota poi una cura agli aspetti del plurilinguismo di certe realtà territoriali del Friuli, come quella della Val Canale.
Franca Venuti, Il camarin, diorama, materiali vari, 2015

A Malborghetto Valbruna, Camporosso e a Tarvisio si parlano diversi idiomi: l’italiano, il tedesco della Valle, lo sloveno della Valle e il friulano (giunto quest’ultimo alla fine della Grande guerra, con l’annessione della valle al Regno d’Italia). Allora nei vivaci quadretti di vita interiore proposti dalla Venuti ci sono delle scritte nelle varie lingue parlate nella zona. Anche questo fatto è assai interessante e, a modo suo, un po’ didascalico.
L’artista ci mostra i più caratteristici “fogolârs”, i focolari, le calde cucine delle tradizioni popolari friulane. Poi c’è il “camarin”, ossia la dispensa. In un’altra “scatola fantastica” (“magic box”) c’è una vecchia latteria, la stalla, la stube e così via.
Artista originale Franca Venuti è autodidatta, iniziando la sua carriera artistica verso la metà degli anni Ottanta. È molto attratta dall’antiquariato friulano, dal restauro e dall’arredo d’interni. È fondamentale questo background, per la precisione con cui rende la vita quotidiana nelle sue “scatole fantastiche”. Si è interessata di composizioni di fiori secchi e di creazioni con la pasta di farina e sale. Crea e dipinge su ceramica.
Guardando le sue ricostruzioni in miniatura siamo immersi tra sogno e realtà. Ci sfiorano fantasia e ricordo. Tutto ciò fuoriesce dalle creazioni della Venuti, che opera con la mente sapiente e col cuore di donna.
Franca Venuti, La stalla, diorama, materiali vari, 2015
---

Fotografie di Max Maraldo e di Bruna Giorgini.

---

Sitologia

E. Varutti, La casa contadina della Val Canale in diorama, Malborghetto, articolo nel web del 2016.

Su youtube: Laura Magri (a cura di) Nel magico mondo della Valcanale - Malborghetto (UD), 2015.
Musiche del video-clip di Adriano Sangineto.

Una sala dell'allestimento in Castello, Artegna

giovedì 6 aprile 2017

Mario Mari, inesplorato poeta di Pola, 1907-1992

Mario Mari è nato a Pola nel 1907 da padre istriano e madre carnica. Si laurea in Lettere classiche presso l’Università di Padova nel 1930. 
Il professor Mario Mari negli anni Sessanta

Riceve per alcuni anni le supplenze e vari incarichi di insegnamento in certi licei dell’Istria e della Dalmazia, allora italiane. Si appassiona alla poesia. Nel 1933-1934 insegna anche al liceo “Paolo Diacono” di Cividale del Friuli. Entra in ruolo a Pola nel 1936 insegnando nel locale liceo.
Nel 1945, costretto a lasciare l’Istria,  ottiene la cattedra di Italiano e Latino nella sezione B del Liceo classico “Jacopo Stellini” di Udine, che ricopre fino alla quiescenza, avvenuta nel 1974. Muore nel 1992 a Udine.
Il suo nome e la sua arte poetica cadono nell’oblio. Nel 2007, grazie alla studiosa Marianna Deganutti, di Cividale del Friuli, riscopre il poeta, dedicandogli un volume nel centenario della sua nascita, col titolo Mario Mari 1907-2007. Il testo contiene ventinove liriche e due brani in prosa.
Mario Mari sposò la cividalese Luigia Zanuttig, che gli diede due figli: Marisa, deceduta a pochi mesi colpita da poliomielite e Luigi (1938-2010), che seguì le orme paterne nell’insegnamento, divenendo uno dei migliori docenti di lettere classiche che il liceo “Stellini” abbia avuto.
Copertina del libro di Marianna Deganutti

Le opere edite
Mario Mari scrisse poesie e saggi di critica letteraria. Tra le composizioni poetiche si ricordano: Fiorita, del 1930; La poesia muore (1932); Secca vena (1935); Marisa (1938); Tra sorriso e pianto (1941); Aquileia. Canti delle terre perdute istriane e dalmate (1947); Amore e morte (1948); Frammenti, epigrammi, ribellioni (1951); Canti dell’esilio (1954); Itinerari poetici (1956); Vivere di poesia (1962); Trieste-Tristia (1972); Friuli poetico (1980).
Tra i suoi saggi di critica letteraria spiccano: Carducci romantico (1933); Carducci e Goethe (1934); Riflessi dannunziani in Germania: H. Mann (1937); Amor di Dante, saggi critici sulla Divina Commedia (1965); Dante, Manzoni, Leopardi (1974).
Si riporta qui di seguito la poesia “Arena di Pola”.

Arena di Pola

Arena di Pola, tu miri
con occhi cavi la sorte
dei figli che abbandoni
piangenti, sull’onda amara.

Tu non conosci morte:
gli uomini, il loro destino,
si perdono nel tempo;
non vincono l’azzurro
dell’acqua che ti bagna.

Come possiamo vivere
noi, esuli tuoi figli,
con gli occhi sempre pieni
d’azzurro del tuo mare,
se non per ritornare?

O mare, mare, mare,
tramandati nei figli,
anela ad una sponda
che vibra in ogni vena!

Con i pesanti massi
dell’ampia tua corona
ti incidi, o nostra arena,
nell’anima il ritorno.

Risorgerà quel giorno
in noi, nei nostri figli,
finché sarà una terra
che noi dobbiamo amare;
finché sarai diadema,
o arena, là, sul mare.

Riferimenti bibliografici

Elettra Patti, “Rileggendo l’opera poetica di Mario Mari”, «La Voce degli Stelliniani», XVI, 1, febbraio 2017, pag. 11.

mercoledì 5 aprile 2017

Son mi a netar la Madonna del Villaggio Giuliano, Udine

La vedevo sempre più pulita e lucidata. Ogni volta che passavo vicino alla ancona della Madonna della Rinascita al Villaggio Giuliano di Udine, la vedevo sempre più linda. 
L'ancona votiva di Via Casarsa a Udine, al centro del Villaggio Giuliano. 2017

Ricordo che nel 2013 la pietra aveva una grossa macchia scura di smog. Persino i mattoni del basamento erano un po’ ballerini. Il bassorilievo in bronzo, opera di Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone 1891 - Roma 1962), era tutto scuro.
Proprio in quel luogo, sin dal 1952-1953, le donne giuliane e dalmate si riunivano a maggio per recitare il rosario, attirando altre donne e uomini. Gli udinesi così si mescolavano con i profughi giuliani, fiumani e dalmati nel rito religioso spontaneo, meravigliando il clero locale.
L’effigie della Madonna è ricordata da un professore udinese. È Claudio Della Longa, che ha detto: «Ricordo che gli istriani del Villaggio Giuliano, costituito da una quindicina di case costruite nel 1951-1952, si riunivano vicino alla sacra ancona nel mese di maggio per le preghiere ed il vespero».
Il signor Giuseppe Marsich, esule da Veglia, ricorda di essere andato ad abitare verso il 1952 nel Villaggio Giuliano di Udine. «Xe case fate coi schei de l’UNRRA CASAS, dei americani nelle strade de Via Casarsa, Via Cormòr Alto e Via Cordenons, jera tutti campi in quella volta». Al Villaggio Giuliano ci abitano, o ci hanno vissuto, o lo conoscono anche i signori Tancredi e i fratelli Mattini di Pinguente. «Al Villaggio Giuliano de Udine jera tanti scampadi da Pinguente – hanno ricordato».
Poi ad un certo punto, nel 2016, è comparsa pure una piccola targa con la seguente scritta: “VILLAGGIO GIULIANO / 1953 / PROFUGHI ISTRIANI-DALMATI”. Chissà chi è stato a posizionarla? E chi è stato a lucidare, restaurare e pulire tutto l’insieme?
Domenico Mastroianni, Madonna della Rinascita, bronzo, Villaggio Giuliano di Via Casarsa, di Udine. 2017

Finalmente ho scoperto chi è l’autore del restauro e della pulizia della sacra immagine di Via Casarsa. «Son sta mi a lustrar la Madonna del Villaggio Giuliano, perché abito lì – esordisce così il signor Alberto Nadbath, di Udine, ma col papà di Abbazia – e con la varecchina ho spazzolato la pietra, perché era tutta scura, poi ho sistemato i mattoni alla base».
Di antica origine ungherese il signor Nadbath mi accenna al fatto che con la nonna, pure lei esule, dopo il 1947-1948 «si poteva parlare solo in tedesco». Come si chiamava suo padre? «Mio padre era Gualtiero, detto Walter, classe 1913, nato ad Abbazia e morto a Udine nel 1996. Era finito in Africa per la guerra del 1940, poi gli inglesi l’hanno fatto prigioniero e recluso in India e poi in Gran Bretagna, dove con altri italiani dovevano lavorare a raccogliere patate con un cucchiaio, sembra incredibile a raccontarla».
Alberto Nadbath mi riferisce qualcosa sul vecchio parroco di S. Giuseppe «oggi c’è un colombiano che ha un mucchio di parrocchie da seguire! Invece don Armando, che lo ha preceduto, ci raccontava di avere conosciuto i profughi del Villaggio Giuliano, perché prima alcuni di loro erano al Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano. È stato lui, don Armando, a continuare la tradizione del rosario a maggio presso l’ancona della Madonna del Villaggio Giuliano. Io tengo pulita e ordinata l’opera, aggiungo il ghiaino e ho messo la targa di ricordo».
Signor Nadbath ha qualche altro fato da raccontare su quel sacello? «Sì, mi ricordo che da bambino con gli altri figli degli esuli giuliano dalmati giocavamo a nascondino – risponde Nadbath – e il libera-tutti era proprio lì sul marmo della Madonna; chi stava sotto doveva appoggiare la testa sul braccio alla pietra e ad occhi chiusi contare, mentre gli altri andavano a nascondersi… Ah che robe!»
Per caso ha dei parenti che con l’esodo sono andati all’estero? «Sì, so che ci sono miei parenti finiti a Vienna – è la conclusione di Alberto Nadbath – ed altri ancora negli Stati Uniti d’America, sa siamo un po’ sparsi pel mondo».
Progetto delle abitazioni del Villaggio Giuliano di Via Cormòr Alto, Via Casarsa, Via Cordenons a Udine, studio di Roma, 1950. Archivio del Comune di Udine

Altri ricordi sui profughi giuliano dalmati
Il Centro di Smistamento Profughi (CSP) di Via Pradamano a Udine, da dove passarono oltre 100 mila esuli, è ricordato anche dal signor Roberto Zini, un toscano che ho incontrato ad una delle manifestazioni sul Giorno del Ricordo. «Abitavo di fronte al Bar Cantoni, in piazzale Cavalcaselle e passavo in Via Pradamano negli anni 1950-1955 e sentivo ogni giorno un grande odore di minestrone. E pensavo: Ma quanto minestrone faranno lì dentro?». Ricorda qualcosa d’altro sui profughi giuliano dalmati? «Mi viene in mente che i preti del Campo Profughi erano quelli della parrocchia del Carmine, come don Armando Bassi, don Giovanni Perosa, che poi andò a Pagnacco».
A volte i ricordi paiono insignificanti, ma in poche parole è detto molto. È il caso del signor Gino Nonino, abitante in Baldasseria, nella stessa zona del CSP di Via Pradamano. «Era tutta brava gente, alcuni istriani si sono sposati con la gente di Baldasseria, loro stavano al Campo Profughi di Via Pradamano, me li ricordo, tutti gran lavoratori!»
Ho intervistato oltre 300 persone sull’esodo giuliano dalmata e sulla vicenda delle foibe, ma certi racconti vengono in mente quando si è vicini al Giorno del Ricordo. Il silenzio dei profughi si stempera vieppiù quando cade il 10 febbraio di ogni anno. «La cugina di mio marito – ha riferito Rita Fontanello – è di Dignano d’Istria e non voleva che si parlasse mai dell’Istria o di Jugoslavia. Si doveva parlare sottovoce di quei posti in sua presenza. Lei diceva che le venivano in mente le voci. Si riferiva alle grida degli infoibati ancora vivi. Quelle voci venivano ascoltate dai paesani vicino alle foibe. Tutto ciò le faceva molto dolore. Non si doveva mai parlare di Istria con lei».
La targa posta da Alberto Nadbath nel 2016 sul sacello della Madonna della Rinascita al Villaggio Giuliano di Udine, 2017

Contatti con profughi giuliano dalmati e loro discendenti
Alcuni discendenti di profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia mi contattano nei social media (Google, Facebook, LinkedIn ed altri). Ornella Dall’Alba mi ha scritto che «Il senso della patria perduta è quello che ha accompagnato mio padre, Manlio Dall’Alba, esule fiumano, per tutta la vita, che ebbe alcuni amici uccisi nella foiba». Manlio Dall’Alba, alla data dell’11 febbraio 1947, risulta del Comitato Giuliano di Roma, Ufficio di Fiume, come si legge nelle riviste della Società Studi Fiumani.
Nello stesso gruppo di Facebook Rita Mattioli, di Parenzo, ha descritto un momento della vita in un Centro Raccolta Profughi, quello di Marina di Carrara, spiegando come dormivano: «Noi a Marina di Carrara con le coperte e brandine da campo». Vedendo una fotografia del Centro Smistamento Profughi di Udine, c’è chi digita alcune stentate parole. È successo a Nicolò Zupcich, nato a Zara, durante la seconda guerra mondiale, che ha scritto in dialetto: «Madre e fradei i stava in sto campo; i me gà contà in un altro a Roma, Centocelle, ex caserma. Maledetta guerra».
C’è chi vede una fotografia nel web e si mette a scrivere un messaggio carico di affetti. È successo a Marina Zappetti, di Bolzano, dopo aver letto il mio articolo sull’esodo di Liana Di Giorgi Sossi, riguardo al Centro Raccolta Profughi di Firenze di Via Guelfa. «Nella foto di gruppo riconosco i miei amatissimi zii Nerucci e Romano Tuntar, quanti racconti su Via Guelfa e sul nido/asilo della Manifattura Tabacchi di Firenze».
Altri si chiedono se c’è qualche parentela tra i lettori del social media, come Maria Tuntar, di Capriata d’Olbia, ex provincia di Alessandria, che ha scritto: «Chissà Romano Tuntar forse era parente nostro? Io sono nata a Laterina, Arezzo». Qualcuno si commuove nel leggere l’articolo sull’esodo di Liana Di Giorgi Sossi, venuta via col piroscafo “Toscana” e le invia un messaggio affettuoso. È il caso di Claudio Ispa, di Pola, che ha scritto: «Eravamo sulla stessa nave, mi gavevo sette anni. Un saluto caro a te e famiglia»
Gianna Villatora, di Pola, il 22 dicembre 2016, riguardo all’esodo col piroscafo “Toscana”, mi ha comunicato che: «Anch’io nel 1947 da Pola a Grado, avevo due anni e mezzo, credo con lo stesso piroscafo… non so se a Trieste o Venezia, poi siamo stati a Grado, ex provincia di Gorizia».

Il Villaggio Giuliano di Udine in uno scorcio da Via Casarsa

Fonti orali, del web e ringraziamenti
Ringrazio le seguenti fonti orali per la disponibilità riservata. Le interviste sono state raccolte da Elio Varutti a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica nelle date citate, se non altrimenti riportato.
- Ornella Dall’Alba, messaggi in Facebook, nel gruppo “Esodo Istriano per non dimenticare”, del 4 e 5 maggio 2016.
- Claudio Della Longa, 1957, Udine, intervista del 30 aprile 2012.
- Rita Fontanello, 1947, San Michele al Tagliamento, Venezia, int. dell’11 febbraio 2017.
- Claudio Ispa, 1940, Pola, vive a Rivarolo Canavese, Torino, messaggio in Facebook del 19 gennaio 2017
- Giuseppe Marsich, 1928, italiano all’estero, Veglia, Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, int. del giorno 11 febbraio 2004. Suo fratello, Livio Marsich (Veglia 1932-Udine 2011) ha voluto che dopo il suo funerale, svoltosi a Udine nella Chiesa di San Rocco gremitissima di parrocchiani ed esuli, le sue ceneri riposassero a Veglia, oggi Croazia.
- Onorina Mattini “Là de Maria Osso”, 1924, Pinguente, int. del 10 febbraio 2017.
- Vittore Mattini “Là de Maria Osso”, 1929, Pinguente, int. del 15 febbraio 2007.
- Rita Mattioli, Parenzo, vive a Torino, messaggio in Facebook del 20 gennaio 2017.
- Alberto Nadbath, 1951, Udine, int. del 2 aprile 2017.
- Gino Nonino, 1944, Baldasseria, Udine, int. del 17 aprile 2016.
- Cesare Tancredi, 1933, Pinguente, int. del 28 febbraio 2007.
- Luciana Tancredi, 1935, Pinguente, int. del 28 febbraio 2007.
- Maria Tuntar, nata nel CRP di Laterina, ex provincia di Arezzo, vive a Capriata d’Olbia, ex provincia di Alessandria, messaggio in Facebook del 20 gennaio 2017.
- Gianna Villatora, 1944, Pola, messaggio in Facebook del 22 dicembre 2016.
- Marina Zappetti, di Bolzano, messaggio in Facebook del 20 gennaio 2017.
- Roberto Zini, 1938, Pistoia, int. del 20 febbraio 2015.
- Nicolò Zupcich, Zara, messaggio in Facebook dell’8 febbraio 2017.

Udine - Villaggio Giuliano con l'icona della Madonna della Rinascita in basso a destra, 2017

Bibliografia e sitologia
- Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
- E. Varutti, “Cara maestra, le scrivo dal Campo profughi. Bambini di Zara e dell'Istria scolari a Udine, 1948-1963”, «Sot la Nape», Bulletin of the Friulian Philological Society, Udine, Italy, 2008.
- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, Esuli Giuliano Dalmati e il Centro di smistamento profughi di Udine 1943-1960, Udine, Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher”, 2015, pagine 128.
- E. Varutti, Quattro Villaggi giuliani a Udine, articolo nel web del 2016.
Per i dati su un Itinerario giuliano a Udine, costruito da una classe di studenti assieme allo scrivente e ad altri professori nel 2013, si veda: Itinerario giuliano a Udine. Esodo istriano, un brano sconosciuto di storia locale.
- Per le notizie sul più grosso Centro Smistamento Profughi giuliano dalmati, che sorse a Udine vedi l’articolo scritto nel 2014, con successivi aggiornamenti in questo stesso blog: Il Centro di smistamento profughi istriani di Udine, 1945-1960.
- Riguardo agli intervistati di Pinguente d’Istria, c’è questo articolo del 2015: Tecnica della pulizia etnica. Un infoibato di Pinguente, 1943.
- Per leggere un’intervista a Flavio Serli di Umago vedi:  Esodo da Umago nel 1961. Cognome straziato (2016).
- Per una ricerca sul senso della patria fiumana perduta e altre notizie riportate dal professor Daniele D’Arrigo di Udine, nel 2016, vedi: La patria perduta. Profughi da Fiume, 1943-1947.

- Un articolo nel web sull’esodo di Liana Di Giorgi Sossi, Da Pola al Centro Profughi di Firenze, conpareti di cartone, 2017.
---
Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti 

domenica 2 aprile 2017

La donna friulana emigrante, conferenza a Udine

Sintesi della conferenza del professor Elio Varutti  tenuta al Museo Etnografico del Friuli, Via Grazzano, 1 – Udine il giorno 28 marzo 2017, ore 15.
Fornaciai in Germania a far mattoni e tegole nei primi del '900. Fotografia dei Civici Musei di Udine

L’emigrazione è un fenomeno sociale, cioè che coinvolge molte persone di una stessa zona, oltre che il paese e la famiglia. Questa parte di popolazione si sposta dal luogo di origine, cioè di nascita verso un altro. Il luogo di arrivo è più o meno lontano, ma sempre e comunque diverso. Spiegare le cause e le condizioni non è facile.
Nel film di Christiane Rorato “I dimenticati della Transiberiana” (2017) la regista interpreta la contessa Pierina di Brazzà Savorgnan Cergneu (1846-1936). Tale donna dell’emigrazione era discendente di una nobile famiglia di Gorizia vissuta tra l’Austria e il Friuli. La contesa Pierina, a 50 anni di età, decide di seguire il marito, titolare della ditta Floriani di Tarcento, proprio in Siberia (1895-1908). La contessa si fece conoscere come “la madre degli italiani”, poiché aiutava gli operai friulani (circa 450) a preparare i documenti e a spedire le loro lettere dalla lontana Siberia.
Il tipo di emigrazione è da capire. C’è quella permanente: l’emigrante parte per non tornare più, a volte la decisione viene presa nel corso del periodo di emigrazione, altre volte la decisione non viene chiaramente espressa, ma scorre lungo la vita. L’emigrante parte con la famiglia o si fa raggiungere in un secondo momento.
Poi c’è l’emigrazione temporanea: l’emigrante va in un altro paese per un periodo limitato di tempo (mesi, anni) con il preciso proposito di rientrare in patria (non a caso chiamata “madre”). Di frequente stipula contratti ben precisi e limitati. Di solito emigra senza la famiglia, proprio perché vuole far rientro in patria, anche se in vecchiaia.

Il confine indica un limite comune, una separazione tra spazi contigui; è anche un modo per stabilire in via pacifica il diritto di proprietà di ognuno in un territorio conteso. Il confine è una linea immaginaria di demarcazione che separa due territori afferenti a soggetti diversi, che siano essi persone, nel caso di proprietà private, o che siano autorità locali e statali in altri casi.
Frontiera: nel diritto internazionale il confine è definito anche come frontiera, è quella linea che delimita lo spazio di intervento del singolo stato. La frontiera rappresenta la fine della terra, il limite ultimo oltre il quale avventurarsi significava andare al di là della superstizione contro il volere degli dei.
Perché emigrano i friulani? La maggior parte emigrano per necessità economiche. Chi sono? In Friuli nel ‘600 sono soprattutto carnici, a partire dalla metà dell’800 anche i friulani della pianura emigrano. Uomini: agli inizi sono adulti, hanno una specializzazione spesso di alto livello (tessitori), verso il ‘900 la gran parte sono manovalanza. Donne: sono adulte, ma anche ragazzine che prestano servizio (lis massariis); poi svolgono la vendita porta a porta (lis sedonariis).
Tra gli emigranti dal Friuli quelli specializzati sono addetti all’edilizia (muratori, scalpellini, falegnami); al settore tessile (linaioli, tintori, tessitori); al settore dell’abbigliamento come i calzolai.
I lavoratori generici sono manovali, braccianti, fornaciai e tanti ragazzini apprendisti, bambinaie, sarte.
Le cifre e le anime. Nel 1679 dai quattro Canali della Carnia (conca di Tolmezzo, Canale di Socchieve, Canal di Gorto, Valle del But) emigrano 1132 persone. Sono circa il 24% della popolazione. Infatti, qualche anno prima nel 1672, il numero degli abitanti era di circa 27.000 individui.
Savigny, Francia 1960. Collezione Nevio Candolini, Interneppo, frazione di Bordano

I luoghi dell’emigrazione friulana. Nel periodo 1600 e 1700 la meta è rappresentata dai paesi del Centro Europa, dell’Europa balcanica, del nord est dell’Italia. Dal 1800 rimangono le mete precedenti, dalla  metà del secolo si aggiungono la Russia e le Americhe. Il ‘900 è il secolo della grande emigrazione nel Sud e Nord America, ma anche in Francia, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, oltre che la Germania.
I luoghi di partenza sono i porti europei: Genova, Trieste, Marsiglia, Napoli, Les Havres. Gli emigranti dovevano raggiungere i porti transoceanici di partenza in Italia o in altri paesi, come la Francia, il viaggio oltre mare era lungo così come la strada che portava ai porti. In molti casi si creavano dei gruppi che facevano la strada assieme. Per pagare il viaggio molti emigrati si indebitavano.
Gli organizzatori dell’emigrazione (agenti). Prima di partire l’emigrante doveva mettersi in contatto con le persone che organizzavano il viaggio. Spesso erano dei profittatori, a volte si prendevano la caparra e poi non si facevano più vedere. Altre volte arrivavano fino all’imbarco e poi lasciavano gli emigranti al loro destino. Infine c’era chi procurava il contratto di lavoro negli altri stati e poi non seguiva più gli emigranti. Questo sistema è molto simile a quello del caporalato.
San Gallo, Svizzera, 1904. Donne emigranti di Forni Avoltri per fare le sarte. Si ringrazia per la diffusione della immagine l'autore del seguente libro: Tullio Ceconi, Tracce di storia per immagini, 1996.

Le fasi storiche
Emigrazione del Sei-Settecento, l’epopea dei cramars. Nel 1679 sono assenti in Carnia 1690 persone, 49 donne. 3% (Nicolò Corner, Elenco assenti dalla Patria).
La seconda fase dell’emigrazione va dal 1813 al 1866, quando il Friuli appartiene al Regno Lombardo Veneto. Nel 1818 chiude l’opificio di tessitura Linussio di Tolmezzo, fondato da Jacopo Linussio, nel 1740. Secondo Antonio Zanon era “il maggiore in Europa”. Durante il dominio austriaco il Friuli vede molta emigrazione. Più che tessitori e boscaioli, il mercato cerca fornaciai, muratori, scalpellini per costruire le nuove parti delle città dell’Impero, a partire da Vienna e Budapest. Tra il 1857 e il 1880 il movimento annuo di emigranti temporanei si aggira attorno ai 14 mila lavoratori, in base ai censimenti.
Terza fase. Dal 1877 inizia pure l’emigrazione transoceanica, verso l’America, inaugurando così una nuova ed ultima fase dei flussi migratori. Tra le cause dell’esodo c’è la famosa tassa sul macinato, oltre allo sviluppo demografico, la pressione degli usurai ed altro. Nel 1907 emigrano dalla provincia di Udine (che comprendeva pure il Pordenonese) 35 mila e 512 persone, come si vede sotto nella tabella n. 1, con mete prevalenti di tipo europeo e mediterraneo. Invece, secondo Guido Picotti, ispettore del lavoro, in una inchiesta di poco successiva, gli emigranti sarebbero addirittura 89.316. Più del doppio, con 30 milioni annui di risparmi, anziché 20 milioni, come riportato da Giovanni Cosattini.

Tabella n. 1 - Emigranti della provincia di Udine, 1907
Per gli stati europei e bacino del Mediterraneo 31.818
Per i paesi transoceanici (Argentina e Stati Uniti) 3.694
Totale 35.512
Fonte: G. Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, 1904.


----
Le ricerche scolastiche
Nel 1922, fu firmato un accordo tra il Belgio e l'Italia per l'invio di lavoratori italiani nelle miniere belghe. Molte famiglie e cittadini italiani che fuggono dalla loro patria a causa della situazione politica (ascesa del fascismo), emigrarono. Nel 1922 che la prima famiglia italiana, Spangaro di Biauzzo (Codroipo), andò ad abitare a Hennuyères.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, la produzione di carbone in Belgio era insufficiente per mancanza di mano d'opera. Contatti sono allora stabiliti tra il Belgio e l'Italia, il 20 giugno 1946 i due paesi firmano un Protocollo chiamato: “accordo uomo – carbone”.
L'Italia si impegna a inviare in Belgio 50.000 minatori in 6 mesi al ritmo del 2.000 partenze al mese (occorrerà attendere 1952 perché questa cifra sia ottenuta). Il Belgio vende all'Italia 200 chili di carbone al giorno e per emigrato.
In questi anni numerose famiglie della regione di Codroipo sono andate a abitare a Hennuyères. Il principale datore di lavoro erano le fornaci di Hennuyères, ma alcuni hanno lavorato in aziende agricole o nelle acciaierie di Clabecq.
L'8 agosto 1956 c’è la terribile catastrofe mineraria du Bois du Cazier, che fece 262 morti fra i quali 136 italiani. Questo evento causerà una reazione del governo italiano che rompe l'accordo del 1946. L'incidente provocò 262 morti su 274 uomini presenti nella miniera. Noi tutti conosciamo oggi quella località con il nome di Marcinelle (a cura del professor Giancarlo Martina).
Caterina e Giuseppe, cognossûts vuê come “Catine e Bepo di Australie”, tal mês di Dicembar dal 1959 a son partîts dal Friûl.  A son lâts vie in cinc: Catine cul sô om Bepo e i lôr fruts: Raffaella e Piergiorgio. Dopo e jere ancje Rosa, sûr di Bepo. A àn decidût di emigrâ, parcè culì a no ’nd ere lavôr. Arleve: Deborah Tosoratti di Bagnarie Arse. Classe 5^ A  Tecnic pai Servizis Turistics. Istitût “B. Stringher”, Udin - An scolastic   2007-2008. (par cure dal Professôr Elio Varutti).
L’emigrazione friulana ebbe termine nel 1969, secondo la sociologa Elena Saraceno. Vedi:
- E. Saraceno, Emigrazione e rientri. Il Friuli - Venezia Giulia nel secondo dopoguerra, Il Campo, Udine, 1981.

Bibliografia schematica
- Giovanni Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, Regione Friuli V.G. 1903-1983
- Giorgio Ferigo, Alessio Fornasin, Cramars, Arti Grafiche Friulane, 1997
- Giancarlo Martina (a cura di), Storie di emigrazione friulana dal Seicento al Novecento, Laboratorio di storia, anno scolastico 2009-2010, Isis Bonaldo Stringher Udine, ppt
- Bianca Maria Pagani, L’emigrazione friulana dalla metà del XIX secolo al 1940, Arti Grafiche Friulane, 1968
- Emigrazioni e trasferimenti di popolazioni, in Giampaolo Valdevit, Friuli e Venezia Giulia. Storia del ‘900, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli-Venezia Giulia, Gorizia, Leg, 1997.
- Piero Zanini, Significati del confine, B. Mondadori, 2002.

sabato 1 aprile 2017

Fiume 1938 scocca l’amore. Poi, guerra ed esodo

È un libro affascinante quello scritto da Elettra e Maria Serenella Candiloro. Si intitola: “Voci dal silenzio”. È stato edito nel 2016 dalla Dreambook edizioni di San Giuliano Terme (Pisa).

Fiume 1939, studentesse della scuola  "Emma Brentari" coi genitori delle autrici, insegnanti nello stesso istituto. Fotografia della Collezione famiglia Candiloro, Piombino (LI)

Sin dalla copertina, che riporta un’elegante illustrazione acquerellata di Sara Angiolini, c’è una citazione dell’esodo giuliano dalmata, con bambini, ragazze in gruppo e due donne che portano una cesta, nella fuga dalla Jugoslavia di Tito. Quell'immagine è ormai un'icona dell'esodo degli italiani dall'Istria.
Tutto è incentrato sulla vita a Fiume, nel Quarnaro, di una coppia di giovani che si sposano nel 1938. Poi arrivano i venti di guerra e lui parte per la Libia, essendo stato richiamato militare, lasciando la giovane sposa in attesa di una bambina.
Il libro è tutto con nomi di fantasia, ma si incardina sulla storia vera della famiglia delle autrici e dei loro avi. Ah, la potenza delle ricerche genealogiche! Si pensi che, di recente, è sorto un ramo del turismo, appunto definito "turismo genealogico". Le stesse scrittrici mostrano, per così dire, una certa dicotomia nell’appartenenza socio-territoriale. Mi spiego meglio. La primogenita è nata a Fiume, mentre la secondogenita nasce a Udine, durante l’esilio dei genitori, che come capita alle genti dell’esodo d’Istria, Fiume e Dalmazia, li porta in varie parti d’Italia: Friuli, Sicilia e Toscana. Alla fin fine sono questi i luoghi dei nonni e degli studi universitari delle giovani degli anni 1950-1960.
La prima autrice è molto legata alla città mitteleuropea di Fiume italiana. Ambra (questo è lo pseudonimo) descrive il legame profondo dei fiumani con la città. C’è il significato profondo della perdita dello spirito fiumano, oltre ai beni materiali, come le case, i negozi, i magazzini, i cantieri e  le industrie. «Quello che è andato perduto – è scritto a pag. 112 del volume – quello che i fiumani rimpiangono di più, è lo spirito di una città che sentivano diversa, amica, calda ed accogliente, anche con chi non vi era nato, ma vi era giunto in un momento della sua vita. No, se non si è vissuti a Fiume, non si può capire».
La famiglia Mareschi, Valeriano 1914. Nonni delle autrici, attivi a Fiume come terrazzai e mosaicisti. Fotografia Malignani. Collezione famiglia Candiloro, Piombino (LI)

La sorella nasce a Udine, come già scritto, con la famiglia in esilio. Giuditta (nella finzione del libro romanzo) si sente cittadina udinese. Lo scrive (alle pagine 182 e 211). La vita della famigliola fiumana nel capoluogo friulano si sviluppa in Baldasseria Bassa, dove le giovani ricordano i lavatoi sul canale Ledra. Le donne andavano a lavare i panni presso tali lavatoi. Ce n’erano diversi in città. Nel 2016 il sindaco Furio Honsell, ha inaugurato, in via Baldasseria Media, un restaurato lavatoio sul roiello, con tanto di targa turistica trilingue (italiano, friulano, inglese).
Nel volume c’è tanta storia: la Libia, il campo di prigionieri italiani di Yol (India), i titini, le foibe, Caporetto, la questione di Fiume con D’Annunzio che girava per la città del Quarnaro col suo cavallo bianco: un ricordo indelebile per tutti i fiumani (pag. 41). C’è tanto Friuli, si va da Pinzano a Valeriano, Ragogna, San Daniele, ai baracconi di Udine (luna park e ambulanti).
Alcuni brani sono scritti in dialetto fiumano (pagine 175, 221), oppure ci sono parole in lingua friulana (pagine 171-173).
Udine, 13 marzo 2016 - Inaugurazione della targa presso l’antico lavatoio di Via Baldasseria Bassa, col sindaco Furio Honsell (Fotografia di Elio Varutti)

La tecnica espositiva del volume è con la forma dell’autobiografia. Si va dalla fine dell’Ottocento ai primi anni del Novecento, quando le famiglie di terrazzai e mosaicisti di Sequals, Spilimbergo e Maniago emigravano in America, in Francia e nell’Impero Austro-Ungarico. Proprio in quel “Separatum Corpus” dell’Impero d’Ungheria, che era Fiume, vanno a finirla le famiglie di Valeriano, frazione di Pinzano. Dal Friuli a Fiume, porto del Quarnaro con maggioranza italofona. Sono gli antenati delle scrittrici nostre. Fin qui gli antenati del ramo materno. 
Il protagonista (Francesco) capita a Fiume nel 1933 per lavoro, avendo ricevuto l’incarico di insegnamento per sedici ore di Computisteria e Pratica commerciale alla scuola secondaria di avviamento professionale “Gabriele D'Annunzio” di Fiume. L’anno successivo, nel 1934, ha l'incarico completo e insegna Computisteria, ragioneria e pratica commerciale alla scuola “Emma Brentari”. È così che incontra la sua Maria. È lei che davvero gli ha mandato il telegramma dell’assunzione, essendo stata segretaria alla “G. D'Annunzio” e poi, nel 1934, era segretaria e anche insegnante alla “Brentari”.
È tra i corridoi dell’austera scuola commerciale fiumana che sgorga l’amore tra Francesco e Maria (ecco i nickname dei protagonisti del libro, i genitori delle autrici). Lui ha fatto il militare a Pola, perciò conosce l’ambiente del litorale adriatico che va dall’Istria a Fiume. Poi aveva il palermitano nonno Rodolfo, ufficiale di Marina, che combatté nella battaglia di Lissa nel 1866, trasmettendogli l’amore per la patria (pagine 58-59).

Fiume, in via Dolac nel 1884 viene edificata la Scuola femminile “Emma Brentari”, su progetto dell’architetto triestino Giacomo Zammattio. La costruzione è un monumentale parallelepipedo a tre piani con forti marcapiani che ne accentuano l’orizzontalità e con le facciate animate da un grande numero di finestre, l’architetto triestino ha scelto qui dei moduli rinascimentali. (Erna Toncinich, Zammattio, L’architetto dell’edificio scolastico; dal libro: Tra storia e ricordi. 110 anni di vita scolastica, Rijeka-Fiume)

Il volume appartiene in pieno alla seconda generazione della letteratura dell’esodo. Ha vari spunti di auto-riflessione e c'è pure un po' di auto-analisi. È questo un tipo di scrittura venuto a galla dopo gli anni 2004-2007. Ossia dopo l’approvazione della legge sul Giorno del Ricordo (2004) e dopo il celebre discorso (2007) del presidente Giorgio Napolitano di denuncia del silenzio della storia sui fatti delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata dei 350 mila profughi italiani fuggiti dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia.
Alcuni di loro, a questo proposito, rifiutano il verbo “fuggire”. Ci tengono a precisare che fu un’uscita autorizzata, dopo avere optato per l’Italia. Ma quanto gli è costata quella uscita? È proprio vero che fu un traslochino qualsiasi, oppure fu un autentico fuggifuggi dalle prevaricazioni titine, dalle violenze e dalla paura di finire ucciso nella foiba?
Ho intervistato o contattato oltre 300 profughi italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia nelle mie ricerche iniziate nel 2003 in modo organico. Ho pubblicato due libri e vari articoli sul tema. Ancora oggi qualcuno non ama essere definito profugo, perché «no gò fato domanda de profugo!» Altri mi dicono che il termine di esule va meglio, perché è colui che non può più ritornare nella sua terra, nella sua casa, nel suo negozio.
Nelle ultime pagine di questo coinvolgente romanzo con originali scorci biografici è riprodotto il testo di un documento del Ministero della Pubblica Istruzione (pag. 199). È una lettera di encomio per il professore, babbo delle autrici, dato che dal febbraio 1943 al marzo 1946 ha insegnato Ragioneria generale ed applicata nel Centro Studi di Yol in India, agli italiani prigionieri dei britannici. Non c’è più grande soddisfazione nelle ricerche genealogiche se non quella di trovare un atto che esalti il ruolo del nostro avo. Per le sorelle Candiloro è stato proprio così.

Campo di prigionieri italiani a Yol (India) sotto custodia britannica. Fotografia da Internet
---
Spunti biografici
Elettra Candiloro è nata a Fiume. Laureatasi in Lettere classiche all’Università di Pisa, ha conseguito il Diploma presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, dedicandosi all’insegnamento. Si è perfezionata in Storia antica, pubblicando vari saggi.
Maria Serenella Candiloro è nata a Udine. Laureatasi a Pisa in Scienze biologiche, ha coltivato i suoi interessi per l’arte e la letteratura. Nel 2012 ha pubblicato, con lo pseudonimo di Serena Mauri, il racconto intitolato Che cosa cerchi Marì.


---
Elettra e Maria Serenella Candiloro, Voci dal silenzio, San Giuliano Terme (Pisa), Dreambook, 2016, euro 13, pagg. 226.
ISBN 978-8899830052

---
Bibliografia di riferimento
Per chi volesse approfondire, mi permetto di segnare qui di seguito i  testi da me prodotti sull’esodo d’Istria, Fiume e Dalmazia, oltre ad altri articoli scritti sul tema.

- Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
- E. Varutti, Cara maestra, le scrivo dal Campo profughi. Bambini di Zara e dell'Istria scolari a Udine, 1948-1963, «Sot la Nape», Bulletin of the Friulian Philological Society, Udine, Italy, 2008.
- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, Esuli Giuliano Dalmati e il centro di smistamento profughi di Udine 1943-1960, Udine, Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher”, 2015, pagine 128.

Riferimenti sitologici
- E. Varutti, Memorie italiane su Fiume, esodo 1947, articolo nel web del 2016 sul maestro Renato Lupetich, nel mio blog « eliovarutti.blogspot.com ».
- E. Varutti, L’esodo giuliano dalmata a Udine visto da Gli Stelliniani, articolo nel blog di Varutti sull’incontro svoltosi al liceo classico “J. Stellini” di Udine nel 2016.
E. Varutti, Il lavatoio del roiello di Baldasseria, Udine, articolo del 2016.
- E. Varutti, Esodo da Fiume al Campo Profughi di Laterina, 1950, intervista del 2017 a Ireneo Giorgini, nato a Fiume nel 1937.
- E. Varutti, Diario di Carlo Conighi da Fiume, aprile-maggio 1945, articolo nel web del 2016.
- E. Varutti, Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948, articolo del 2017 nel mio blog « eliovarutti.blogspot.com ».