sabato 22 luglio 2017

Lotta per la fede al Museo civico di Villaco, Austria

A 500 anni dalla Riforma protestante (1517-2017) il Museo cittadino di Villaco ha voluto dedicare un’ampia sezione delle sue sale a tale evento. Si presenta col titolo Ringen um den Glauben (Lottare per credere) la rassegna temporanea di intenso valore storico, teologico e, perché no, anche linguistico.
Maestro della Scuola di Villaco, Trittico a battenti di Maria Gail, 1515, lato particolare, Museo di Villaco. Fotografia di E. Varutti

Lottare per credere, oppure Lottare intorno al credere. Tradotto anche con “La lotta per la fede”. Così viene sintetizzata nelle sale espositive l’esperienza di Martin Lutero trasmessa anche a Villaco verso il 1526. L’edificio romanico del Duomo di San Giacomo diviene la prima chiesa protestante della Carinzia e dell’Austria, ritornando dopo la Controriforma al rito cattolico romano, nel 1594.
L’opera più significativa della rassegna estemporanea, a mio parere, è un gustoso doppio ritratto attribuito alla bottega di Lucas Cranach il Vecchio. È un olio su legno del 1529, col titolo: Martin Lutero e la sua consorte Katharina von Bora. Lui con dei fogli in mano e lei dal volto molto dolce, rispetto ad altri ritratti noti e con le mani in mano. 
Poi ci sono zone di ambientazione, come il tavolo da pranzo dell’epoca. Molti oggetti in mostra sono di carattere religioso, come libri sacri, calici e stampe originali. Non poteva mancare la statua gotica di San Giacomo, in pietra arenaria dipinta. Molto bello è il Trittico a battenti di Maria Gail, del 1515, del Maestro della Scuola di Villaco. Se ne vedono qui solo due pitture, fronte e retro, come è per ogni flügelaltar (altari a battenti).
Molto popolare è il basto (in friulano: crama o crassigne) per portare oggetti a spalla. Arricchito da un cuscino per alleviare il peso sulla schiena. Viene usato in Austria nel Seicento nell’esodo per contrasti religiosi, dopo la Controriforma.

Maestro della Scuola di Villaco, Trittico a battenti di Maria Gail, 1515, retro lato particolare, Museo di Villaco. Fotografia di E. Varutti

Martin Lutero (1483-1546), teologo di Eisleben, è l’iniziatore della Riforma protestante. Monaco agostiniano, essendo scandalizzato per la vendita delle indulgenze, nel 1517 affigge alle porte del Duomo di Wittemberg 95 tesi sul peccato. La sua riflessione teologica verte sull’indulgenza, la penitenza e il purgatorio. Così facendo mette in dubbio l’autorità del Papa. Lutero si appella ad una religiosità interiore contro l’esteriorità delle opere, mettendo le basi per la Riforma che da lui prende il nome: luteranesimo. 
Nel 1520, con lo scritto Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca, organizza la protesta e il distacco da Roma. Viene subito dichiarato eretico da Leone X. Brucia in piazza una copia della bolla Exsurge, Domine. Con l’editto di Worms viene bandito da Carlo V nel 1521. Viene accolto e protetto da Federico di Sassonia (Wartburg), ove nel 1522 traduce il Nuovo Testamento nella variante sassone della lingua tedesca. Tale testo è il primo contributo moderno alla letteratura nazionale tedesca. Nel 1534 traduce tutta la Bibbia. Il dialetto sassone diviene da quel momento la lingua nazionale tedesca.
Frammento di pietra funebre ebraica del 1350, rinvenuta nel 1971 a Mölthschach, a sud-ovest della città. Museo di Villaco.

Il Museo di Villaco espone altri reperti, oltre a quelli della Riforma protestante. È interessante lo stesso edificio, essendo una costruzione del XVI secolo, poiché racchiude un cortile in stile rinascimentale. Vi sono infatti oggetti del Neolitico e del periodo celtico: monili, armi e una deliziosa statuetta di Beleno, divinità dei Celti. Poi ci sono le lapidi di età Romana (anche nel cortile, vicino ai resti delle mura medievali che cingevano la città), dato che qui fondarono la stazione viaria di Santicum, nei pressi delle sorgenti termali di Warmbad.

Martin Lutero e la sua consorte Katharina von Bora. Doppio ritratto attribuito alla bottega di Lucas Cranach il Vecchio, 1529, olio su legno, Collezione privata. Museo di Villaco.

Poi ci sono le sale con gli oggetti e le opere d’arte del Medioevo, con il passaggio in città di Paracelso, oltre alle collezioni d’arte degli ultimi secoli (pitture, sculture e oggettistica). Curiose sono le sale con armi e divise di tipo napoleonico, dato che la città dal 1809 al 1813 è incorporata nelle Provincie Illiriche, sotto il dominio francese. Durante la Prima guerra mondiale Villaco è sede della 10^ armata austro-ungarica impegnata sul fronte italiano.
Ad esempio, c’è pure un frammento di pietra funebre ebraica del 1350, rinvenuta nel 1971 a Mölthschach, a sud-ovest della città, vicino alla frazione di Judendorf.

San Giacomo, statua gotica, pietra arenaria dipinta. Museo di Villaco. Fotografia di E. Varutti

La città è citata nell’anno 878 avendo un ponte sul fiume Drava “pontem Uillah”. L’imperatore Ottone II nel 979 fa menzione della “corte reale di Fillac”. È nel 1007 che l’imperatore Enrico II regala Villaco alla diocesi di Bamberga, con possedimenti fino a Malborghetto, Tarvisio e Pontafel (la Pontebba austriaca, che si anteponeva a quella della Serenissima Repubblica di Venezia). 
Solo nel 1759 l’imperatrice Maria Teresa d’Austria ricompra la città, per un milione di fiorini, e la pone sotto l’Impero degli Asburgo. Nel Novecento sono da ricordare i 52 bombardamenti aerei degli alleati che distruggono la stazione di Villaco, appartenente al Terzo Reich, e lo snodo ferroviario fondamentale per i nazisti, oltre a circa 1300 edifici civili, compreso il centro storico, con i suoi stupendi edifici cinquecenteschi.
Una ambientazione di tavolata rinascimentale nel Museo di Villaco, oltre a vari monitor con originali video clip sulla mostra "La lotta per la fede" sul luteranesimo. Fotografia di E. Varutti
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Questo articolo non vuole e non può essere una guida del Museo di Villaco. L’obiettivo dell’autore è di incuriosire il turista italiano e di spingerlo a visitare tale piccolo, ma interessante museo situato a pochi chilometri dall’Italia, vicino a Tarvisio, in Friuli Venezia Giulia.
Villaco, sulle sponde del fiume Drava, è la seconda città della Carinzia, per numero di abitanti, dato che ne conta 61 mila (dati del 2016).  
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Das Ringen um den Glauben, Museo della città, da martedì a domenica dalle ore 10 alle 16,30 – Widmanngasse 38, Museo civico di Villaco (Austria), dal 5 maggio fino al 31 ottobre 2017.
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Servizio giornalistico fotografico e di networking a cura di E. Varutti. Si ringrazia la direzione del Museo civico di Villaco per la diffusione e la pubblicazione delle immagini.

Libro dei canti al tempo del Protestantesimo clandestino. Manoscritto su carta. Museo Diocesano di Fresach. Esposto al Museo di Villaco. Fotografia di E. Varutti

Un altro scorcio della particolare rassegna al Museo civico di Villaco "La lotta per la fede".

Basto (in lingua friulana: crama o crassigne) per portare oggetti a spalla. Si noti il cuscino per alleviare il peso sulla schiena. Usato in Austria nel Seicento nell’esodo per contrasti religiosi. Museo di Villaco.

Foglio ricordo dallo spazio per i bambini, dove possono pitturare,  vedere la stampa e l'uso della ceralacca.

martedì 18 luglio 2017

La Dalmazia raccontata a Tarcento, con l’ANVGD di Udine

Qualche volta nei piccoli paesi succedono cose grandi. È capitato allora che al Centro Sociale di Coja di Tarcento ci sia stata una originale conferenza con una discussione pubblica altrettanto interessante sui fatti dell’esodo giuliano dalmata. L’evento in questione si è verificato la sera del 14 luglio 2017 in un paesino che potrebbe essere “il balcone sul Friuli”, per il suo stupendo panorama.
Tra il folto pubblico, in prima fila, Giorgio Ius, coi baffi, e Giovanni Picco.

Il dottor Bruno Bonetti, bibliotecario di Tarcento, ha esposto l’argomento intitolato “La Dalmazia. Croati, serbi e italiani”. L’organizzazione dell’incontro pubblico con oltre cinquanta presenti si deve all’Associazione “Int di Cuje”, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine.
Come mai quel tema in una frazioncina di Tarcento, che conta appena 30 anime? Presto spiegato. Alcuni abitanti del posto sono reduci da un viaggio a Mostar e in altri luoghi della Bosnia, all’interno del progetto “I care for Europe”. Come dice alla stampa Corrado Aitran, responsabile a Tarcento di queste attività del terzo settore «siamo collegati in un network con altre località, come ad esempio Aquileia, Recanati, Pirano, Bač e Arbe, per organizzare dei campi volontariato sui temi dell’ambiente e del Mare Adriatico nelle cittadine collegate a noi, che sono Stolac e Čapljina, che si trovano tra Mostar e Ragusa».
Bruno Bonetti durante la lezione - conferenza 

Torniamo alla conferenza. Ha aperto i lavori dell’incontro culturale Luca Toso, vice sindaco di Tarcento. 
«Questo evento nasce da un meeting sulla Bosnia di oggi cui partecipa anche la città di Tarcento. Volevamo capire di più la storia. Bisogna sapere che gli italiani fuggiti dalla Dalmazia dopo la seconda guerra mondiale – ha detto Toso – convivevano con i serbi ed i croati, ma con i nazionalismi e con la Jugoslavia di Tito è cambiato tutto».
Il vice sindaco ha dato poi la parola a Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, che ha portato i saluti di Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. Varutti ha ricordato ai presenti la figura storica dell’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara, scomparso nella notte fra il 28 febbraio e il 1° marzo scorso. «Cattalini ha presieduto l’ANVGD di Udine dal 1972 al 2017 – ha concluso Varutti – con uno spirito di pacificazione tra le due sponde dell’Adriatico, organizzando numerosi incontri culturali e gite in nave per visitare Pola, Fiume, Zara, Spalato e Ragusa».
Luca Toso, vice sindaco di Tarcento apre i lavori della conferenza di Coja

Poi ha parlato Luca Cossa, dell’Associazione Culturale Ricreativa “Int di Cuje” per fare un quadro storico di riferimento della Dalmazia austroungarica fino al Regno di Jugoslavia e a alla Repubblica Federativa di Tito, menzionando la strage di Vergarolla del 1946, con circa 70 italiani uccisi in un attentato, per finire con i viaggi da Pola del piroscafo Toscana per portare gli esuli italiani a Trieste o a Venezia
Ha preso infine la parola Bruno Bonetti, che tra l’altro è segretario dell’ANVGD di Udine. Si è fatto aiutare dalle diapositive in Power Point preparate con Luca Paoloni, consigliere comunale di Tarcento. Bonetti ha parlato con cognizione di causa, essendo discendente dei Bonetti di Zara (di sentimenti italiani) e di quelli di Spalato (di sentimenti croati), con una nonna serba.
Ha presentato all’attento pubblico il risultato delle sue ricerche genealogiche, con vari collegamenti storici e geografici, per mostrare come pure nelle famiglie si siano riverberati i fatti politici dell’Ottocento e del Novecento sui nazionalismi in Dalmazia, fino alle guerre balcaniche 1991-2001
Uno dei suoi avi e scienziato dalmata, ad esempio, è l'arcivescovo Marco Antonio De Dominis. Ha parlato poi degli esodi italiani del 1921 e 1929 da Traù, Spalato, Sebenico, Ragusa e dalle isole dalmate fino al più noto esodo dei 350 mila italiani iniziato nel 1943, sotto la pressione dei partigiani titini, e andato avanti lungo tutto gli anni Cinquanta del Novecento.
Il saluto dell'ANVGD di Udine da parte del professor Elio Varutti, vice presidente del sodalizio. Fotografia di Giorgio Gorlato.

Alex Franz, presidente dell’Associazione “Int di Cuje” nel suo intervento di chiusura ha ricordato come «sia importante conoscere questi argomenti perché sono brani di storia poco noti, perciò diamo appuntamento a tutti per i prossimi incontri su temi analoghi, sempre per la rassegna Cognossi la storie».
Nel dibattito che è seguito sono intervenuti numerose persone con domande e contributi. Giorgio Gorlato ha detto: «i miei avi stavano a Pola e a Dignano d’Istria dal Quattrocento, poi nel 1945 mio padre che era notaio è stato preso dai titini e non l’abbiamo più rivisto, ci hanno detto che è finito in una foiba».
Giorgio Ius, in un colorito intervento in lingua friulana, ha chiesto di parlare di più dei fatti dell’esodo giuliano dalmata e di insegnarlo nelle scuole, perché è importante conoscere questo pezzo di storia del paese.
Tra gli altri, è intervenuto Giovanni Picco, presidente regionale dell’Associazione Nazionale Mutilati Invalidi di Guerra (ANMIG). «Desidero donare a Bonetti e all’ANVGD di Udine, in ricordo di Silvio Cattalini, una cartolina con speciale annullo filatelico – ha detto Picco – nel  90° anniversario del Gruppo Associazione Nazionale Alpini (ANA) di Tarcento e nel centenario dell’ANMIG».

Giovanni Picco, dell'ANMIG porta i suoi omaggi all'ANVGD di Udine. Fotografia di Giorgio Gorlato.
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Il Gruppo Giovanile Adriatico di Udine, 1956-1970
Il professor Varutti, in occasione della dotta lezione di Bruno Bonetti, col permesso di Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, ha esposto un gagliardetto dell’associazionismo giuliano dalmata degli anni Cinquanta del Novecento. Si tratta quasi di un cimelio. È il drappo del Gruppo Giovanile Adriatico (GGA) di Udine, aderente all’ANVGD. Tale gruppo giovanile fu attivo in Friuli dal 1956 al 1970 circa. È una bandierina triangolare finemente ricamata e ornata di frangia d’oro, per cm 40 x 60.
Gagliardetto del Gruppo Giovanile Adriatico di Udine, stoffa ricamata, cm 40 x 60. Archivio del Comitato Provinciale di Udine dell'ANVGD

Come ha ricordato il 27 aprile 2006 Sergio Satti, esule da Pola e per decenni alla vicepresidenza dell’ANVGD di Udine, sotto la guida di Silvio Cattalini «il Gruppo Giovanile Adriatico di Udine operò dal 1956 al 1960 organizzando campeggi a Lignano Sabbiadoro per i GGA delle zone limitrofe». Poi che altro faceva? C’era una orchestrina che suonava motivi per i ragazzi di allora. C’erano i veglioni tricolori al Mocambo di Udine, oppure le feste del Carnevale a Mossa, in provincia di Gorizia. C’erano poi le gite sociali e patriottiche a Ronchi dei Legionari, al Vittoriale e a Redipuglia.
Non è tutto, perché il GGA di Udine stampò pure un giornale ciclostilato “El Cucal” (Il Gabbiano) dal 1957 al 1963, con notizie sulla vita associativa e sul dibattito interno. Le discussioni erano forti e vertevano sulle difficoltà di conciliare le azioni dei giovani con quelle degli anziani. Parve quindi una crisi generazionale, che colpì pure il Comitato Provinciale di Torino e di altre città italiane.
I dati sulle iscrizioni all’ANVGD parlano chiaro. La crisi generazionale a Udine finì per far crollare il numero dei soci. Nel 1969 erano scesi a 29 persone, come ha riferito la segreteria dell’ANVGD di Udine nel 2004, mente Varutti stava preparando il libro sul Campo Profughi, pubblicato nel 2007.
In precedenza c’era stato un vero e proprio boom delle iscrizioni, forse sull’onda emotiva del ritorno di Trieste all’Italia, nel 1954, dopo l’esperienza fallimentare del Territorio Libero di Trieste.
Dai 187 soci del 1954 il Comitato di Udine dell'ANVGD passa agli oltre 1200 iscritti del 1957, sotto la presidenza onoraria dell’architetto Carlo Leopoldo Conighi, nato a Fiume e legionario fiumano. L’architetto Conighi, assieme all’impresa del padre ingegnere Carlo Alessandro Conighi, costruì numerosi edifici a Fiume, nonché ville ed alberghi di Abbazia.
Lato b del gagliardetto del Gruppo Giovanile Adriatico di Udine, stoffa ricamata, cm 40 x 60. Archivio del Comitato Provinciale di Udine dell'ANVGD

Renato Capellari, uno dei giovani del GGA di Udine nel 1963 scrisse una lettera a «L’Arena di Pola» riguardo alla crisi e alle accuse mosse dagli anziani contro i giovani. Nello scritto si parla della crisi di iscritti dovuta alle “iniziative tzigane” dei ragazzi (balli e feste). «Ma i giovani – ribatte Cappellari – sono stanchi di sentire slogan come “torneremo”, anche dai politici, mentre poco o nulla si fa per tornare veramente nelle terre perse». I giovani respingono le accuse riguardo ai “the danzanti”, dove avvengono “sfrenati cha cha cha”. Essi dicono di «non volere essere complici della avvilente divisione di 400 mila lire in ottocento sussidi, effettuata nel 1961».
Nel 1967 ci fu una riunione nel capoluogo friulano dei GGA di Udine, Padova, Venezia e Treviso con gite sociali nelle colline friulane. Le ultime attività sono segnalate intorno al 1970, poi più nulla.


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Rassegna stampa dell'evento a Coja, relatore Bruno Bonetti


- Questo articolo è apparso nel web il giorno 23 luglio 2017, in forma ridotta, su friulionline.it col seguente titolo: “Serata a Coja per sapere di più su Dalmazia e italiani”.

- Vedi tra gli eventi del sito web di turismofvg.it

- Sui settimanali della provincia di Udine...


L'intervento di Luca Cossa, dell'Associazione "Int di Cuje".

Il saluto del vice sindaco Luca Toso alla conferenza
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Servizio giornalistico e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti. Fotografie e didascalie di E. Varutti, ove non altrimenti indicato. Si ringrazia Giorgio Gorlato, esule da Dignano d'Istria, per le fotografie gentilmente concesse per il presente articolo.
Le cartoline con speciale annullo filatelico nel 90° anniversario del Gruppo ANA di Tarcento e nel 100° anniversario dell'ANMIG, donate da Giovanni Picco al relatore Bonetti e all'ANVGD di Udine, in ricordo del compianto presidente ingegner Silvio Cattalini.



Sitologia e cenni bibliografici

- Renato Cappellari “Uno spirito nuovo”, «L’Arena di Pola», 5 marzo 1963.

- E. Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007. [esaurito dal 2013, ma dal 2014 c'è questa versione nel web].

- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina e Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, Istituto Stringher, Udine, 2015. [disponibile pure nel web, clicca qui].


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Una delle carte geografiche usate da Silvio Cattalini durante le sue varie conferenze, ora utilizzata dai soci ANVGD di Udine

mercoledì 12 luglio 2017

Manuele Braico morto a Trieste, dirigente di esuli istriani

Dopo una malattia di circa tre anni, si è spento serenamente in casa a Trieste Manuele Braico. La morte è avvenuta durante la notte del giorno 8 luglio 2017. Braico era l’apprezzato presidente delle Associazioni delle Comunità Istriane.

Manuele Braico era nato il 6 luglio 1957 nel campo profughi di Padriciano (Trieste) da una famiglia proveniente da Briz di Collalto, una località istriana dell’Alto Buiese, tra Momiano, Oscurus e Vergnacco. Ha trascorso una vita lavorando alla Ferriera di Servola, come responsabile dell’area cokeria. Si è sempre occupato del mondo degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia.
La moglie Dina con la figlia Giulia hanno dato l’annuncio della scomparsa con un comunicato stampa nel profilo Facebook dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Trieste. Manuele Braico era pure vicepresidente dell’Università Popolare di Trieste, vicepresidente di “FederEsuli”, nonché consigliere dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata (I.R.C.I.) di Trieste.
La famiglia ha voluto esprime un particolare ringraziamento il 6 luglio scorso a tutti gli amici e parenti intervenuti a festeggiare il suo sessantesimo compleanno e a salutarlo.
Ulteriori ringraziamenti sono stati rivolti a tutto lo staff medico, infermieristico e di supporto della struttura oncologica dell’Ospedale Maggiore di Trieste e dell’assistenza domiciliare del Distretto Sanitario di Valmaura, per il supporto psicologico e clinico ricevuto, in particolare nell’ultimo periodo.
La cerimonia funebre si è tenuta in forma strettamente privata. La firma del comunicato è stata affidata alla figlia Giulia Braico e all’Anvgd Comitato di Trieste, con Federica Cocolo Relli e il presidente Renzo Codarin.
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Una breve riflessione da Udine
«Manuele Braico era un cucciolo dell’esodo giuliano dalmata – ha dichiarato il professor Elio Varutti, vice presidente del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine – Era nato, infatti in un Centro di Raccolta Profughi di Trieste nel 1957. La indovinata definizione di “cucciolo dell’esodo” è di Michele Zacchigna, pure lui nato in un CRP triestino e cresciuto in un villaggio giuliano. La perdita di Braico per le associazioni dell’esodo giuliano dalmata è un duro colpo. Avrebbe potuto fare tanto ancora per il ricordo, per la lingua e per le tradizioni delle genti italiane d’Istria, Fiume e Dalmazia».
Su Michele Zacchigna, nato a Umago d’Istria, nel 1953 e morto a Gemona del Friuli nel 2008, è stato pubblicato a Trieste, per Nonostante Edizioni nel 2013 il Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, con una Postfazione di Paolo Cammarosano.

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Si ringrazia per la fotografia il seguente sito web: https://enriconeami.net/
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Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti.

giovedì 29 giugno 2017

Riapre Plodarkelder, festa a Sappada

Il 30 giugno 2017 riapre la antica latteria di Sappada. È la Plodarkelder, che in tedesco sappadino vuol dire la “Cantina di Sappada”. 
Festa di inaugurazione del 29.6.2017. Fotografia di D&C

Ritorneranno così nei nostri piatti la sana produzione di stracchino, di caciotte erborinate e aromatizzate. Cibi gustosi di raro sapore. Poi ci sono la ricotta, il burro e i formaggi stagionati a latte crudo. Non da trascurare il celebre yogurt, noto per la sua delicatezza e per il suo forte gusto di latte.
Il negozio – laboratorio ha subito lavori di restauro ed ampliamento, con una saletta interna per le degustazioni del pubblico. Tutti gli interni sono in legno, con uno stile sappadino assai caratteristico, che trasmette molto calore familiare.
I salumi sono salati e speziati, seguendo le antiche ricette. Sono affumicati per la conservazione con legno di faggio e rami di ginepro, in una stanza detta “Selke” o la stanza per l’affumicatura.
La pancetta stesa e arrotolata, poi c’è la lonza, il carré. Che dire poi del salame, del cotechino (il muset furlan), la lingua, il lardo e il senkl. È un particolare speck il senkl, affumicato e stagionato per circa quattro mesi, viene poi aromatizzato con cumino e bacche di ginepro. È una specialità della casa. Da bere la birra artigianale a calice di produzione trevigiana: bionda o a doppio malto.
Come lavorano alla Plodarkelder? Ci mettono tradizione, rispetto per la natura e una grande passione. Le materie prime sono di elevata qualità. La pura e salubre aria di montagna e le vecchie cantine per la stagionatura consentono di produrre latticini e affettati con un profumo ed un sapore inimitabile. Se lo provate, lo vorrete ancora.
Mucche di Sappada. Fotografia di E. Varutti
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Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti.
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Interno del negozio. Fotografia dal profilo di Solder Chalet Dolomiti in Facebook


Un altro scatto nel giorno dell'inaugurazione. Fotografia di Elio Varutti

Uno scorcio dell'interno rinnovato di Plodarkelder. Fotografia di Elio Varutti

mercoledì 28 giugno 2017

Apertura al Centro Profughi Giuliano Dalmati di Padriciano, museo a Trieste

L’Unione degli Istriani ha comunicato che il Museo di Padriciano sarà aperto sabato 1 luglio 2017, dalle ore 10 alle 13. È conosciuto anche come ex Campo profughi istriani e dalmati. Padriciano è una frazione del Comune di Trieste.

Si ricorda che si tratta di un Museo di Carattere Nazionale. È noto col nome di C.R.P. di Padriciano (Centro Raccolta Profughi). È l’unico allestimento espositivo in Italia di questo genere. È situato in un’area esclusiva che conserva inalterata la sua struttura originaria. Aperto nei primi anni Cinquanta, è stato dismesso verso il 1975.
Il Museo di Carattere Nazionale C.R.P. di Padriciano è, quindi, una meta obbligata per chi volesse conoscere o approfondire il dramma dell’esodo giuliano dalmata. In queste sale espositive il visitatore può farsi un’idea precisa e circostanziata della difficile accoglienza riservata agli esuli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia in fuga dalle persecuzioni della Jugoslavia di Tito.
All’ingresso dell’area museale si può notare una tabella multilingue: inglese, tedesco e sloveno. Il museo è una zona ad alto interesse culturale e turistico. Anche il sito web di questo museo è multilingue.

Scolaresca in visita al Museo del Campo Profughi di Padriciano nel 2011. «Il museo di Padriciano, tra i simboli dell’esodo giuliano-dalmata, è un luogo unico, in quanto tocca le corde dell’animo, infonde un impatto emotivo che altri monumenti non possono rappresentare». Dal sito web: Associazione Culturale “Cristian Pertan”, che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione dell’immagine

Come nacque il museo
Nel 2004 in questi ambienti del Campo profughi fu allestita una mostra permanente dall’Unione degli Istriani sui fatti dell’esodo giuliano dalmata. Fu un esperimento riuscito. Il Museo di Carattere Nazionale C.R.P. di Padriciano è oggi una delle strutture più visitate nella provincia di Trieste. Costituisce una tappa fondamentale nell’ambito dei "viaggi della Memoria", che fanno del capoluogo giuliano un sito unico in Italia. Hanno già fatto visita qui numerose scolaresche, coi loro professori, gruppi di alpini dell’ANA ed altri gruppi legati all’associazionismo giuliano dalmata, come l'Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).
Il comprensorio venne progettato quale installazione periferica per le forze armate angloamericane di stanza nel Territorio Libero di Trieste (1945-1954). Ben presto dismesso, venne prontamente riutilizzato per far fronte all’emergenza profughi, sempre più pressante a partire dagli anni ’50, con dei picchi nel 1954-55 (Esodo dalla Zona B, passata alla Jugoslavia). Fu una delle infrastrutture militari alleate che, come previsto dai protocolli connessi al passaggio della Zona A del Territorio Libero di Trieste all’Italia, venne destinata al ricovero ed all’assistenza dei profughi istriani che transitavano sul territorio per venire smistati nei 140 Centri Raccolta Profughi della penisola. Oltre cento mila di loro passarono per il Centro di Smistamento Profughi di Udine, che operò dal 1947 al 1960, nella parte meridionale del capoluogo friulano.

Una sala del Museo di Padriciano, ex Campo Profughi istriano dalmati

L’intera superficie del Centro di Padriciano, dismesso come già accennato nei primi anni ’70, è tuttora delimitata dalla recinzione originaria. Il campo profughi, pur essendo state demolite le baracche in legno modello "Pasotti", conserva inalterata la sua struttura originaria. Si tratta di uno dei pochissimi campi profughi del territorio nazionale che non abbiano subito modifiche o stravolgimenti dopo la cessazione del loro utilizzo.
Il campo era dotato di un ingresso principale situato nella zona centrale del complesso. L’entrata al campo era dotata di un varco a doppia cancellata, ove era situato anche il posto di controllo della Polizia Civile, annesso alle palazzine in muratura dell’amministrazione.

Bella cartolina degli anni '50 sul Campo Profughi di Padriciano. Si ringrazia per la pubblicazione e diffusione il sito web: a Trieste.eu


C’erano ben diciotto Centri Raccolta Profughi a Trieste nel dopo guerra. Ciò secondo i dati della Prefettura del 20 ottobre 1958, come riportato nel volume a cura di Piero Delbello, a pag. 116, col titolo: C.R.P. Centro Raccolta Profughi. Per una storia dei campi profughi istriani, fiumani e dalmati in Italia (1945/1970), edito dal Gruppo Giovani dell’Unione degli Istriani e Istituto Istriano-fiumano-dalmata, Trieste, 2004.

Come arrivarci
Il Museo C.R.P. di Padriciano è situato sulla strada provinciale che da Opicina porta a Basovizza. Per chi voglia recarvisi in automobile provenendo dalla città, conviene innanzitutto raggiungere il ciglione carsico lungo l’itinerario via Fabio Severo, strada per Opicina, via Nazionale, superare il quadrivio che conduce da un lato all’autostrada per Venezia e dall’altro al porto, continuare diritti e, giunti nel centro della frazione di Opicina, svoltare a destra in direzione Basovizza.
Provenendo invece dall’autostrada, dopo la barriera del Lisert si prosegue lungo il raccordo autostradale in direzione Trieste - Porto e Zona industriale, si evita il bivio per il valico di Fernetti che condurrebbe a Lubiana, si prosegue fino all’uscita di Padriciano. Arrivati sulla strada provinciale si prosegue a destra in direzione Basovizza e dopo circa 900 metri, passato l’abitato di Padriciano, si trova sulla sinistra l’entrata dell’ex campo profughi.
Con i mezzi pubblici il sito è comodamente raggiungibile con il bus n. 39, il cui capolinea si trova in piazza della Libertà (Stazione Centrale).
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Informazioni
www.padriciano.org è il sito dove potete prenotare una visita per il museo Centro Raccolta Profughi. Ci sono tutte le informazioni e potete anche lasciare un vostro ricordo. 
In alternativa vi potete rivolgere telefonicamente dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12 e dalle 16.30 alle 18.30 o il sabato dalle 10 alle 12 al numero 040.636.098. Vale la pena visitarlo.
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Riferimenti bibliografici nel web
Per comporre questo articolo e per le immagini ci si è avvalsi del sito web del museo di Padriciano, che si ringrazia per la presente diffusione e pubblicazione in Internet, ove non altrimenti indicato. Lo stesso museo ha pure un profilo in Facebook con originali commenti, filmati e immagini.

Ex campo profughi di Padriciano, uno dei simboli dell’esodo”, «Il Piccolo», 5 gennaio 2015.

Il campo profughi di Padriciano, filmato su youtube, 2009.


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Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti.

domenica 25 giugno 2017

L’arpista Chiara Rossi morta a Udine. Aveva suonato al Giorno del Ricordo

La professoressa Chiara Rossi è deceduta all’ospedale di Udine il 19 giugno 2017 a soli 27 anni. L’apprezzata arpista è stata colpita da un male poco tempo fa. La sua prematura scomparsa ha lasciato un profondo dolore in città e all’Istituto “Bearzi”, dove insegnava italiano e storia.

Udine - Chiara Rossi nel suo concerto con l'arpa al Giorno del Ricordo di Udine, 2017. Foto di E. Varutti

Il lutto della giovane arpista ha spezzato il cuore ai genitori, alla sorella Francesca, che è una violinista, al fratello Michele, al fidanzato Luca e a moti amici. Chiara era una giovane ricca di valori, dato che ha effettuato il servizio civile. Coltivava vari interessi culturali e faceva l’animatrice per i giovani. Appassionata di lettura, organizzava laboratori teatrali per ragazzi. Prima di ottenere la sua prima cattedra all’Istituto “Bearzi”, si era laureata in lettere all’Università di Udine, dopo il liceo classico “J. Stellini”. Ha svolto gli studi di arpa al conservatorio “J. Tomadini” di Udine. Faceva parte dell’associazione “Ventaglio d’arpe” e insegnava alla scuola di musica “Musicamia” di Udine, Remanzacco e Cividale. Era molto impegnata anche nelle attività della parrocchia di San Marco, che l’ha accompagnata per il suo ultimo mesto viaggio.

Chiara Rossi suona al matrimonio degli amici Laura e Marco, 12 settembre 2015 - Portogruaro. Fotografia dal profilo di Facebook

Sempre nella parrocchia di San Marco a Udine, lo scorso 11 febbraio 2017, Chiara Rossi si era esibita con l’arpa su invito dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, nell’ambito delle manifestazioni per il Giorno del Ricordo. L’auditorium ove si è svolta quella cerimonia religioso patriotica, in piazzale Chiavris, con le massime autorità cittadine, reca un nome come quello di Monsignore Leandro Comelli, molto legato alle vicende dell’esodo giuliano dalmata.
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Ecco il messaggio di cordoglio alla famiglia dell’arpista Chiara Rossi da parte di Bruna Zuccolin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine:
«Abbiamo avuto il piacere e l’onore di invitare Chiara Rossi a suonare la sua amata arpa in occasione delle celebrazioni ufficiali del Giorno del Ricordo a Udine. Con la magia del suono è riuscita a creare un’atmosfera speciale per un giorno speciale, riscuotendo notevole successo. A nome mio personale e di tutta l’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, invio la nostra sentita partecipazione per una perdita troppo grande.
Un abbraccio sincero.
Bruna Zuccolin

Chiara Rossi in concerto il 24 giugno 2016, presso la Sorgente del Gorgazzo, Polcenigo (PN). Fotografia dal profilo di Facebook
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Riferimenti nel web
- Cristian Rigo, “Ciao Chiara, la prof con l’arpa nel cuore”, «Messaggero Veneto», 20 giugno 2017.

- Paola Treppo, “Si ammala e muore in pochi mesi: addio Chiara, docente di 27 anni”, «Il Gazzettino», 20 giugno 2017.


domenica 18 giugno 2017

Prima messa al Villaggio Giuliano di Udine

C’è stata una cerimonia religiosa al Villaggio Giuliano di Via Casarsa a Udine. È stata una santa messa semplice, partecipata e di alto valore simbolico quella del 16 giugno 2017, alle ore 19.


È la prima volta che si celebra una funzione all’aperto vicino alla Madonna della Rinascita del Villaggio Giuliano, nella zona di Viale Venezia. L’icona è opera del 1952 dello scultore Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone 1876-Roma 1962). Si tratta di un bassorilievo in bronzo, intitolato appunto Madonna della Rinascita.
La cerimonia religiosa è stata animata da una rappresentanza del coro parrocchiale di San Rocco. Il gruppo corale è formato anche da alcuni residenti del Villaggio Giuliano. Si esibiscono sotto la direzione della cantante lirica Isabella Comand, del maestro d’organo Marco Turco e di Valentino Morellato. Alla messa all’aperto c’era poi la voce solista di Serena, abitante del Villaggio Giuliano. I chierichetti sono della nuova generazione discendenti di esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia.


Il sacerdote padre Juan Carlos Cerquera ha ringraziato per la magnifica accoglienza e la cura nel tenere il luogo sacro, come hanno raccontato i presenti. Ha aggiunto che è stato proprio bello celebrare una funzione cosi intensa, con oltre trenta persone. Ha affidato alla Santa Vergine tutte le intenzioni degli astanti. Don Juan Carlos le ha idealmente depositate nel calice e le ha offerte ai piedi della Madonnina.

Un altro parere di una signora presente. «Ecco una cosa bella che mi piace ricordare – ha detto Eugenia Pacco, con avi di Parenzo e di Dignano d’Istria – in questa funzione, alla quale ha partecipato anche gente estranea al Villaggio Giuliano, si è sentito certo il senso di appartenenza alla comunità istriana e dalmata, ma pure alla realtà parrocchiale. È una comunità grande che coinvolge ben quattro parrocchie: San Giuseppe, San Rocco, Cormor e Tempio Ossario; tutto ciò sta avvenendo grazie al nuovo sacerdote vincenziano don Juan Carlos Cerquera».

Alla cerimonia hanno partecipato pure alcuni soci dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. Era presente anche il signor Alberto Nadbath, di Udine, col papà di Abbazia; è stato lui a pulire la scultura in bronzo, il cippo in pietra chiara e l'area ove sorge il luogo sacro del Villaggio Giuliano di Udine. 
Vedi:  Son mi a netar la Madonna del Villaggio Giuliano, Udine, 2017.

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Ringrazio Eugenia Pacco per le fotografie della cerimonia religiosa.

Domenico Mastroianni, Madonna della Rinascita, 1952. 
Fotografia di E. Varutti