martedì 21 novembre 2017

Campo profughi Le Baracche e gli altri CRP di Bari

Propongo alcuni appunti per la storia del Centro raccolta profughi (CRP) di Bari, detto delle “Baracche”, sito in via Napoli e chiuso nel 1956. Ci sono anche alcune mappe per ricordare quel Campo profughi di cui oggi non rimane alcuna traccia, ma al suo posto ci sono invece moderni condomini, come si può notare dalle immagini.
Bari, 26 maggio 1950, la squadra di calcio selezionata tra i Centri Raccolta Profughi giuliano dalmati della zona. Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Lo spunto della ricerca è venuto dai messaggi in Facebook di Sergio Servi. Il 18 novembre 2017, nel gruppo “Amici profughi istriani” ha scritto: “Oggi voglio mostrarvi dove era ubicato il campo profughi di via Napoli a Bari, voglio inoltre, sempre se può interessare, mostrarvi una piantina del campo stesso così come io lo ricordo. Ho solo un paio di foto da mostrarvi, in quegli anni le macchine fotografiche erano un lusso per pochi, grazie per l’attenzione”.
Peraltro nel web si ha occasione di leggere che c’erano “insulti, fischi e sputi a Venezia e Bari quando le navi cariche di profughi attraccarono al porto” nel sito “Ricordare…”.
Riguardo al Campo di via Napoli, si legge sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 15 ottobre 1998, che era costituito da 14 vecchi capannoni in legno circondati dal filo spinato. Solo due erano i locali in muratura: per i servizi igienici e per la stalla. “L’unica latrina che serve ai profughi ivi ricoverati – prosegue il giornalista – è in uno stato di deplorevole abbandono, per cui detto luogo è assolutamente impraticabile”. Venne dismesso nel 1956 quando i profughi furono spostati al “Villaggio Trieste”, costruito dall’Istituto Autonomo Case Popolari.
La sorte di tali profughi era paradossale, si legge ancora sul giornale citato, ritenuti a torto “stranieri”, furono espulsi dai luoghi in cui erano radicati. Considerati “connazionali”, in realtà vissero da “Displaced Persons” (rifugiati) nel capoluogo pugliese. A volte, parlando con i profughi più anziani, aggiunge la «Gazzetta del Mezzogiorno», si ha la certezza che in quegli anni solo il cappellano e il medico condotto conoscessero i drammi da loro vissuti e le necessità dell’ora.

Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Ricordi viaggio. Parenzo, Trieste, Udine e Bari, 1949
Ecco il racconto di Sergio Servi quando, nel 1949, lasciò Parenzo con la famiglia per andare nei campi profughi del nord e del sud Italia. “Non ricordo bene il giorno, ma erano i primi di aprile del 1949 – è l’esordio della testimonianza – in casa c’era un gran daffare e un andirivieni di persone. Si incominciava a imballare quelle poche cose che si erano salvate dalle macerie dopo il bombardamento del 25 aprile 1945. C’era inoltre da marchiare ogni masserizia e ogni cassone col numero del passaporto provvisorio che per noi era il n. 14294. Tra le tante persone (tante forse solo per me non abituato a vederne tante in casa), la chiusura del cassoni con le “strasse” si doveva farla in presenza di due Drusi, che controllavano ogni cosa. Messo tutto in una stanza, che poi veniva sigillata, noi ci siamo arrangiati in cucina e sul pianerottolo dormendo per terra. Il mattino del giorno 9 aprile 1949, i Drusi hanno rotto i sigilli e tutte le masserizie sono state portate al porto e caricate su due dei tre pescherecci venuti apposta da Trieste. Visto che il tempo si stava guastando, sono subito ripartiti.
Dislocazione del CRP di via Napoli a Bari. Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Il terzo peschereccio era per noi. Nel primo pomeriggio tutti in dogana per il controllo personale e delle borse. A tanti hanno fatto perfino togliere le scarpe, poi tutti a bordo del motopesca. Nel frattempo il mare si era agitato e la partenza fu rinviata. A bordo eravamo in 115 persone. Non si poteva più scendere a terra e non si poteva partire. In fondo al molo Venezia hanno piazzato una mitragliatrice sul relitto mezzo affondato dall’ultimo bombardamento, una mitragliatrice sulla Riva e un’altra su di una imbarcazione all’ancora poco distante. Si doveva stare in 115 persone più tre dell’equipaggio per tutta la notte su di una motopesca di circa quindici metri. Non c’era il bagno. C’era il bugliolo (in marineria è: il secchio). Il capitano o comandante ha cominciato a raccontare de frequenti viaggi che faceva tra le coste istriane e Trieste trasportando profughi. Mi sono addormentato più tardi del solito, ma per gli adulti deve essere stata una notte interminabile.
Appena chiaro, ci hanno dato il permesso di partire e siamo arrivati a Trieste verso mezzogiorno. Per tanti di noi c’era la sistemazione al Silos [un CRP vicino alla stazione]. Per me un posto orrendo. Non ricordo di avere mai visto una lampadina accesa. Uno sgabuzzino senza finestra era la nostra nuova casa. Le latrine erano senza acqua, però per terra era sempre tutto bagnato. La cucina o dove servivano da mangiare era al piano terra in fondo a destra. C’era poca luce e i muri erano anneriti dal tempo. Non ricordo cosa ci dessero da mangiare.

Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Dopo qualche giorno, la partenza da Trieste è stata un sollievo. Finalmente a Udine. Ho dormito in un camerone dove le brande erano sistemate lungo i due muri nel senso della lunghezza. Non le ho contate, ma dovevano essere una trentina su ogni lato, senza divisori, a portata di ogni sguardo. Non ricordo di aver visto o sentito cose strane, dormivo profondamente. Una cosa mi ha particolarmente colpito in quello che forse era un campo militare o caserma: la gran quantità di filo spinato. Dopo molti anni, solo attorno al Campo profughi di Altamura ne ho visto tanto. Dopo otto giorni ci hanno trasferiti a Bari”.
Altre notizie interessanti si possono desumere dalle fotografie che Sergio Servi ha messo a disposizione della presente ricerca. Il 26 maggio del 1950 viene inaugurata la sede dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Bari con tanto di fanfara, bandiere e gagliardetti. Curioso il fatto che la sede dell’ANVGD sia vicino all’edificio del Campo profughi di Santa Chiara, oggi sede dei Beni Culturali. C’è pure una squadra di calcio a festeggiare l’evento del 1950, costituita con una selezione di calciatori dai vari CRP di Bari. I calciatori hanno la maglietta con lo stemma dell’ANVGD.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

La famiglia Servi da Udine a Bari
“Era il 22 aprile 1949 – ha riferito Sergio Servi – e il treno partito da Udine il giorno prima è arrivato a Bari. Ha portato la famiglia Servi e le altre di Orsera, Cervera, Rovigno, Fasana e di altre località al Campo profughi di Bari. Premetto che siamo partiti da Udine il 21 aprile alle ore 14, dopo che in stazione ci hanno rifocillati con mezza fetta di mortadella e una fetta di pane. Dopo 32 ore di viaggio, arrivati a Bari alle ore 22 circa, ci hanno messo a disposizione una angolo della sala d’aspetto di III classe e il pavimento di granito ci ha fatto da letto.
L’indomani mattina, il 23 aprile 1949, a piedi per quasi due chilometri dalla stazione al CRP di Santa Chiara. Lì c’era la direzione dei campi profughi. Ci hanno consegnato le brande di ferro, i pagliericci, qualche treccia di crine a testa, coperte e altre cose, indicandoci la strada da percorrere. Ci hanno mandati via carichi come somari. Abbiamo percorso oltre due chilometri e mezzo fino alle baracche di via Napoli. La strada era in rifacimento e soffiava un forte vento. Non si poteva neanche tenere aperti gli occhi tanta era la polvere e il terriccio trasportati dal vento.
Finalmente a casa, anzi in baracca. Due nuclei familiari, nove persone in tutto in una baracca di 36 metri quadri, con una porta e una finestra sul retro. C’era da “strefolare” [districare, sciogliere] il crine, riempire i pagliericci, fare alla meglio i letti, darsi una lavata nonché, fatto non trascurabile, provvedere al mangiare. Non ho idea di come gli adulti abbiano fatto. Noi bambini, quel giorno io compievo dieci anni, siamo crollati dal sonno. Potrò invecchiare, ma questo viaggio e questi fatti vissuti li rivivrò per sempre. Di tutto ciò che quel giorno ci hanno dato, questi sono gli unici oggetti che mi sono rimasti. Non sono il Sacro Graal, ma di sicuro hanno visto cadere delle lacrime, quelle dei miei genitori”.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Com'era la vita nel Campo profughi delle "Baracche" a Bari?
È ancora Sergio Servi a riferire che “la vita nel campo si svolgeva come potete immaginare. Non c'era niente da fare e non si poteva fare niente, poiché non avevamo niente. Le masserizie e tutto quello che avevamo portato via dall'Istria erano chissà dove. Le baracche erano in condizioni pietose, quasi cadenti. umidità e funghi del legno le avevano danneggiate in più punti. alcune erano puntellate. alla loro manutenzione provvedeva una squadra di operai, anche loro profughi ospiti dei Campi di Santa Chiara e di Regina Elena di Bari. 
Tutte le mattine a piedi la squadra dei manutentori arrivava e si metteva al lavoro molto ma molto lentamente. Stendevano sul tetto della baracca un rotolo di cartone catramato, fermandolo al meglio e poi se ne andavano. Fu così da aprile a fine estate. Sul finire dell'estate con le prime piogge e le coperture non perfette, l'acqua filtrava cadendo sui letti". Fu così che il babbo di Sergio Servi, il fratello e altri adulti sfondarono la porta del deposito manutenzione, presero il materiale e in meno di una giornata completarono il rifacimento del tetto delle baracche più fatiscenti. Era ciò che la squadra di otto operai non era riuscita a fare in quattro mesi. All'indomani gli operai, visto il magazzino con porta sfondata, chiamarono la polizia. La storia si concluse sulle camionette dei questurini, che portarono in Questura gli ingegnosi operai della domenica e dopo un po' di chiarimenti furono tutti rilasciati. Figurarsi cosa hanno provato i figli di quegli operai troppo volontari nel vedersi il papà, il fratello portato via dai questurini. Se lo ricordano ancora. 
Tutto il Campo profughi delle Baracche di Bari era recintato col filo spinato per una recinzione di due metri. Al cancello d'entrata, c'era la garrita per la sentinella. L'ingresso era vietato agli estranei. La corrente elettrica era disponibile solo nelle ore diurne, dalle 7 alle 21. Proibiti fornelli elettrici, ferri da stiro. Per cucinare veniva usata una fornacella a carbone o a petrolio. Le latrine non erano dotate di acqua di scarico; nel fabbricato dei gabinetti c'erano dei vasi alla turca separati da un muretto di un metro, niente carta igienica. Qualcuno si organizzava alla meglio con un secchiello d'acqua...
Per lavare i piatti c'era una vasca con due rubinetti. Per la biancheria c'era una vasca lunga e stretta. L'acqua spruzzava da un tubo verso il fondo della vasca, bagnando tutto ciò che c'era intorno. Chi lavava i panni dopo si trovava tutto bagnato. Non c'era la luce elettrica. Se la notte serviva il bagno veniva usata una torcia...

In terra di Bari c’erano 8 CRP
Come ha scritto Nico Lorusso “in terra di Bari i CRP erano otto”, per un totale di oltre due mila posti. Quello di via Napoli fu edificato verso il 1935, quando c’era la guerra d’Etiopia. Con l’arrivo degli alleati angloamericani prese il nome di “Campo Badoglio” e fu destinato a custodire i prigionieri tedeschi.
Scrive ancora Lorusso che il primo CRP era in piazza San Sabino alle spalle della Cattedrale, nello stabile che fino a poco tempo prima fu una caserma della Guardia di Finanza. Ospitò fino a 146 persone, nel 1952, anno dell’ultimo censimento. Di solito i rifugiati erano 120. Si veda, in merito la tabella n. 1.
Sempre a Bari vecchia c’erano altri due campi: quello di Santa Chiara, da 270 posti che fu danneggiato il 9 aprile 1945 dallo scoppio del piroscafo americano “Charles Henderson”. Poi c’era quello “Positano” nella caserma “Regina Elena”, ossia nell’ex convento di San Francesco alla Scarpa, da 328 posti. Il campo più grande era quello delle baracche di via Napoli (l’indirizzo postale era proprio: “via Napoli-Baracche”). Erano delle casette di legno costruite durante la guerra di Etiopia. Dopo l’occupazione alleata presero il nome di “Campo Badoglio” e furono destinate ai prigionieri di guerra tedeschi. Nel 1952, qui, c’erano ancora 420 persone.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

A Fesca c’era l’ultimo campo, nella colonia “Ferruccio Barletta” dove, nel 1952, erano ospitati 240 profughi. Era uno stabile in riva al mare, ex colonia marina dove la vita era impossibile dopo che il mare s’era infiltrato nelle fondamenta e aveva reso malsani gli ambienti.
Nel 1956 finalmente ci furono le case in muratura, tra via Pola e via Mascagni. I campi furono svuotati di quei profughi e il villaggio, composto da 296 mini appartamenti da due vani e accessori, fu presto abitato e denominato “Trieste”. Si celebrava così la piena ammissione all’Italia della città giuliana dopo la guerra, ha spiegato il giornalista Lorusso. Nel  “Villaggio Trieste”, oltre alla parrocchia di Sant’Enrico sorsero anche negozi e un “kafeneion”, un caffè dove si poteva bere, fino agli inizi degli anni Settanta, il caffè alla turca. Secondo Lorusso era un luogo “altro”, da cui i baresi volevano star lontani, anche se trent’anni dopo quel caffè divenne di moda nei pub della movida delle nuove piazze di Bari vecchia.

Tab. n. 1 – Centri raccolta profughi a Bari e vicinanze 1949-1956
Nome di CRP
Anno
Via o località
N° posti
Piazza San Sabino
1952
Bari vecchia. Dietro la Cattedrale, nello stabile di una caserma della Guardia di Finanza, poi Facoltà di Teologia
146
Santa Chiara

Bari vecchia. Qui c’era la direzione dei CRP d Bari. Danneggiato nel 1945 da scoppio nave “Henderson”, poi “Casa del Profugo”. Ora sede dei Beni culturali
270
Positano

Bari vecchia. Caserma “Regina Elena”, ex convento di San Francesco alla Scarpa, poi sede Soprintendenza
328
Le Baracche
1952
Via Napoli, ex Campo “Badoglio” per prigionieri tedeschi
420
Lido Massimo a Fesca
1952
Colonia “Ferruccio Barletta”
240
Altamura
1950

500
Barletta



Santeramo in Colle



Fonti: N. Lorusso, “Quell’esodo dei mille dall’Egeo, Noi italiani, trattati come stranieri”, «la Repubblica», 17 febbraio 2004. Katia Moro, “Il Villaggio Trieste di Bari, lì dove trovarono rifugio mille profughi”, nel web «Barinedita» dal 16 aprile 2015. Testimonianza di Sergio Servi, Bari, del 18.11.2017

Il CRP di Santa Chiara indagato dall’Archivio di Stato di Bari
Durante l’anno scolastico 2017-2018 l’Archivio di Stato di Bari (ASBa) ha proposto un’innovativa ricerca cercando di coinvolgere le scuole in un percorso storico documentario riguardo ai profughi giuliano dalmati degli anni 1950-‘56. È molto interessante che simili istituzioni accrescano la loro offerta formativa all’utenza con temi di tale natura. Il titolo del progetto verteva su “La città e la memoria: S. Chiara, Centro Raccolta Profughi di Bari”.

L’obiettivo dell’originale attività didattica è quello di effettuare una ricerca, censimento e selezione delle fonti documentarie in collaborazione con i docenti. È stato messo a disposizione anche un laboratorio di fotoriproduzione, legatoria e restauro. I destinatari sono le scuole di ogni ordine e grado. Si ricorda che l’ASBa è accessibile a persone con disabilità motoria, psico-cognitiva, uditiva e visiva.  Promozione web dell'ASBa.
Le gamelle per mangiare nel CRP

Giorno del Ricordo a Terlizzi 2014
Il 10 febbraio 2014 Ninni Gemmato, sindaco di Terlizzi, provincia di Bari, ha presenziato presso la Biblioteca alla proiezione del documentario ‘L’Esodo’ alle ore 18,30 all’interno della rassegna “La Biblioteca Terlizzi ricorda le vittime delle Foibe”. Nel decennale dell’istituzione del Giorno del Ricordo, si è tenuta la proiezione del documentario ‘Esodo’, a cura dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, corredata dalla Mostra di documenti del Centro Raccolta Profughi di Bari Fesca.
Il documentario, che si compone delle due parti dal titolo ‘La Memoria Negata’ e ‘L’Italia dimenticata’, entrambe per la regia di Nicolò Bongiorno, e che ha riscosso il favore unanime di istituzioni e critica, già nel titolo rimanda all’esodo degli Italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, territori occupati dalle truppe di Tito. Un esodo causato dall’evento noto come eccidio delle Foibe, le insenature carsiche ove trovavano la morte tutti coloro che, durante la seconda Guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, diffidavano dal nuovo governo jugoslavo.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Oltre 20 mia profughi italo-tunisini
Il signor Giuseppe Rizzo, nato in Tunisia nel 1946, è pure lui un profugo italiano. È rientrato in patria nel 1960. Secondo lui, sono circa 20 mila i profughi italo-tunisini rientrati dal dopoguerra. Ecco la sua storia. “Arrivati in Italia noi profughi italiani dalla Tunisia siamo stati ospitati nel Centro raccolta profughi di Bari [non CRP delle Baracche, che chiude nel 1956]. Quando il capo famiglia, una volta individuata la città dove voleva ricostruire il futuro, avesse trovato lavoro e abitazione, allora tornava al CRP a riprendere la famiglia. Ai suoi componenti la direzione del CPR riconosceva una cifra che doveva servire secondo loro come rimborso spese per rimettere in piedi una abitazione per l’acquisto di mobili e vari per ricominciare a vivere”.
“Nel nostro caso – ha ricordato Giuseppe Rizzo – la cifra è stata di cinquantamila lire a componente, erano gli anni sessanta ma cinquantamila lire erano molto pochi per quello che dovevano servire, se considerate che un operaio specializzato prendeva in quegli anni la stessa cifra di paga al mese”.
Riporto ora un solo dato finale riguardo al “CRP di Altamura, in provincia di Bari – come ha raccontato la signora Albina Visintin – so che la gente del posto per dispetto aveva avvelenato l’acqua”.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Fonti orali e digitali
- Sergio Servi, Parenzo 1939, messaggi in Facebook del 18-20 novembre 2017
- Albina Alma Visintin vedova Benolich, S. Giovanni di Portole 1936, int. del 27 dicembre 2003.

Collezione privata
- Coll. Sergio Servi, Bari, fotografie, mappe (che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione e diffusione). 

Bibliografia e sitologia
- «Gazzetta del Mezzogiorno» del 15 ottobre 1998.
- Nico Lorusso, “Quell’esodo dei mille dall’Egeo. Noi italiani, trattati come stranieri”, «la Repubblica», 17 febbraio 2004.
- Katia Moro, “Il Villaggio Trieste di Bari, lì dove trovarono rifugio mille profughi”, nel web dal 16 aprile 2015.
-  Giuseppe Rizzo, “I magnaccioni dei centri”, on-line dal 13 luglio 2017.

Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Altro Campo profughi per la famiglia Servi: Bagnoli. Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Dislocazione dei CRP a Bari vecchia su immagine odierna. Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

domenica 19 novembre 2017

Riccardo Bellandi parla della sua spy story a Udine

Alla libreria Tarantola di Udine, in via Vittorio Veneto, il 16 novembre 2017 c’è stata la presentazione del libro di Riccardo Bellandi edito nel 2015 da Youcanprint di Tricase (LE).
Elio Varutti, Riccardo Bellandi, Bruna Zuccolin e Angelo Rossi
L’iniziativa con la presenza dell’autore è stata promossa, oltre che dal gestore della libreria, dall’Associazione Toscani in Friuli Venezia Giulia e dal Comitato Provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).

Ha aperto i lavori dell’incontro Angelo Rossi, presidente dell’Associazione Toscani in FVG, ringraziano i presenti, l’autore e la collaborazione tra le associazioni per la serata. Rossi ha poi ricordato gli appuntamenti del suo sodalizio. È intervenuta in seguito Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, ricordando che le iniziative culturali caratterizzano e valorizzano la buona collaborazione sorta fra le due associazioni che hanno organizzato la presentazione del volume di Bellandi.
In sala c'erano Sergio Satti, esule da Pola (primo a destra), Bruna Traversa, da Albona e Eda Flego, di Pinguente...
Il professor Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, ha presentato al pubblico in sala l’opera di Bellandi, autore toscano trapiantato a Gorizia dal 2010 per lavoro.“È assai originale che un romanzo documentario si apra con due carte geografiche – ha detto Varutti – che non è facile da trovare nemmeno in taluni ordinari libri di storia”.
Una di esse è del confine orientale italiano dal giugno 1945 a settembre 1947 con la cosiddetta linea Morgan, che lasciava più terre all’Italia, Pola inclusa. L’altra mappa è sull’occupazione della Jugoslavia da parte delle forze dell’Asse (Germania nazista e Italia fascista), dall’aprile 1941 a settembre 1943. Lo scopo è di mettere a proprio agio il lettore a digiuno di geografia, per poter inquadrare meglio i luoghi della vicenda di spie del volume ambientata a Gorizia nel 1946.
Angelo Rossi, presidente dell'Associazione Toscani in FVG porta il saluto del suo sodalizio ai presenti
Sin dal titolo, “Lo spettro greco”, l’autore evoca lo stato di guerra civile creatosi in Grecia dopo la seconda guerra mondiale. Un fatto analogo poteva accadere nell’Italia sconfitta dagli alleati anglo-americani e sull’orlo di una guerra civile fomentata dall’Armata jugoslava, che alitava ostinatamente sui confini orientali. La missione di spionaggio descritta nel volume mira a svigorire la componente filo-jugoslava e rivoluzionaria del PCI, per evitare proprio lo stato di guerra civile come in Grecia.
Ha parlato anche Riccardo Bellandi, per ricordare la sua passione per la storia e l’interesse di collegare il territorio ai fatti storici nei suoi libri. L’autore ha spiegato il perché della legenda delle sigle utilizzare nel corso degli eventi. Il pubblico ha scoperto allora che i Badogliani, in senso spregiativo, erano definiti i militi italiani che avevano seguito l’armistizio e il cambio di alleanze deciso dal re e dal governo Badoglio, divenendo co-belligeranti (non alleati) degli angloamericani. Poi c’erano i repubblichini di leva o quegli italiani che addirittura entrano come volontari nelle Waffen SS per portare a termine la follia hitleriana. Erano solo dei soldati?
Parla Riccardo Bellandi, al centro
Poi ha spiegato chi sono i Bisiacchi, ovvero gli abitanti della zona di Monfalcone. I Četnici sono quei nazionalisti serbi monarchici, che prima parteggiavano per gli alleati, poi stanno coi repubblichini e coi fascisti croati (gli ustascia) di Pavelić, in funzione anticomunista e molti altri aggregati e milizie. Proprio nelle pieghe di questo giallo si trovano spie col doppio gioco e addirittura al soldo di servizi segreti dei fautori della guerra fredda (USA e URSS), sorta secondo certi storici con l’eccidio di Pozus.
Interessante poi è stato sapere che tra il 1946 e 1947 c’è la “Central Intelligence Group” degli Stati Uniti d’America, antesignana della arcinota CIA. Ci sono tante formazioni militari che se la facevano più o meno coi nazifascisti. C’è la famigerata OZNA di Tito, ossia i servizi segreti partigiani e polizia politica dei comunisti jugoslavi, divenuta UBDA nel 1946 fino al 1992, quando la Jugoslavia si scioglie e diventa uno “spezzatino”. C’è la droga (Pervitin, una metanfetamina) che i nazisti assumevano prima delle loro azioni militari e così via.
La presentazione del libro di Bellandi da parte del prof. Elio Varutti alla Libreria Tarantola di Udine
Alla fine dell’applaudito discorso di Bellandi si è aperto un dibattito, con la partecipazione di Sergio Satti, esule da Pola, Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria, Gilberto Ganzer e molti altri, compreso un giovane neolaureato che ha raccontato del suo recente lavoro di digitalizzazione, per espandere la conoscenza, dell’archivio “Osoppo della Resistenza in Friuli”, da cui ha notato che certi partigiani si fecero rilasciare l’attestato di “attività partigiana svolta” sin dai primi di aprile 1945, quando la seconda guerra mondiale non era ancora finita. Un altro ascoltatore, appassionato giallista, dopo essersi complimentato con Bellandi, ha azzardato il collegamento della sua spy story con Giorgio Scerbanenco, autore di un giallo ambientato nella Trieste degli anni ’60.

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Nota: il presente articolo è già stato edito nel profilo Google "ANVGD di Udine" il 18.11.2017.
I migliori ringraziamenti per le fotografie soprastanti a Daniela Conighi, ove non altrimenti indicato.

Fotografie di Giorgio Gorlato


articolo a cura di Girolamo Jacobson

martedì 7 novembre 2017

Luciano Lunazzi Memorial in S. Pio X a Udine

A un mese dalla scomparsa, avvenuta il 3 ottobre 2017, alcuni amici del compianto artista carnico di Chialina, hanno voluto dedicargli un “memorial”. 

Così Gregorio e Giorgio “amici di San Pio X” hanno messo su un ambaradan per il 6, 7 e 8 novembre, dalle ore 15 alle ore 20 nella sala dell’oratorio. Ha collaborato anche l’Associazione Insieme con Noi, della zona. Lo scopo era di ricordare l’artista nel trigesimo della sua scomparsa con un incontro intitolato “Dall’acqua alla luce”. Come mai questo titolo?
Era lo stesso Lunazzi pop nelle sue pillole filosofiche a dire quasi, come un guru dell’Alta Carnia: “Viviamo nove mesi nell’acqua, poi per tutta la vita sulla terra e respiriamo aria, poi andiamo nella luce.

Nella hall della sala Giubileo, in Via Mistruzzi, erano esposti alcuni dei cartoni dipinti del  “Basquiat friulano”, come è stato definito Lunazzi dal «Messaggero Veneto». Solo che il Basquiat vero ormai ha raggiunto la cifra record di 110,5 milioni di dollari, mentre il nostro Lunazzi aveva certi problemi con le bollette...
Perché far rivivere Lunazzi nella parrocchia di San Pio X? Doveva rivivere in un luogo che lo ha visto protagonista di diverse mostre dei suoi quadri, dei suoni cartoni superdipinti e anche per farlo conoscere a chi non lo ha mai conosciuto. Pittore e artista molto poliedrico, aveva girato il mondo. Soprannominato "mestri di vite", era diventato un personaggio popolare e "virale" anche sul web con i suoi pezzi (“Tacons”) in marilenghe.
All’incontro definito “intimo” hanno parlato Giorgio Ganis, poi Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine, che ha molto elogiato il filmato curato da Patrizia Ruggeri dedicato in modo soave al grande Lunazzi, con la scelta delle fotografie curata da Giorgio Ganis.
Poi ci sono stati tanti altri interventi, tra i quali quello di Alessandra Spizzo o di Marino Visentini, che ha ricordato che l’arte di Lunazzi è stata in esposizione ai Rizzi, presso il circolo Nuovi Orizzonti, sin dal 2010.

In seguito è intervenuta Maristella Cescutti per portare alcuni aneddoti e spaccati di vita con Lunazzi che arrivava sempre alla una meno cinque nella Galleria alla Loggia per vedere la mostra in atto e la gallerista che si chiedeva: ma perché arrivi proprio a quest’ora che sto per chiudere. Al di là di queste cose la Cescutti ha detto di aver visto tanti funerali di grandi artisti, dalla A alla Z, ovvero da Afro a Zigaina, ma non aveva mai visto tanta partecipazione popolare come per Luciano Lunazzi, un pittore amato da diversi strati della popolazione friulana. 
Ha parlato pure il fratello di Luciano Lunazzi, pur essendo molto emozionato in considerazione della grande partecipazione di pubblico all'evento degli Amici di San Po X.
Giorgio Ganis e Maristella Cesutti

Biografia di Luciano Lunazzi, l’uomo di cartone
Nato il 31 maggio 1952 a Ovaro, in provincia di Udine, Lunazzi a sette anni si ritrova in Svizzera, a Couvet, frutto di quell’emigrazione friulana che si arresterà solo verso il 1967.
Nel 1968 Lunazzi abbraccia la tendenza degli Hippies, i figli dei fiori, mossi dagli ingenui, ma sinceri slogan di pace, amore e libertà. Nel 1973 lascia la Svizzera per l’India, l’Afghanistan, il Pakistan, Grecia, Turchia e Iran.
Dopo tre anni rientra in Italia e, per problemi familiari, lavora come panettiere e pasticcere a Buja, in provincia di Udine, fino al 1979, vicino al padre e al fratello. Col 1980 è in Messico e poi in California, a Berkley, dove si ferma per otto anni.

Inizia a dipingere, da autodidatta, verso la metà degli anni Novanta, mentre si trova in Germania, per lavoro. Sperimenta tecniche pittoriche miste, soprattutto con colori acrilici, pennarelli su carta e collage. In Spagna decide di fare l’artista di strada e di vivere così. Si appassiona sempre di più al cartone come supporto delle sue pitture un po’ stralunate, che sembrano copertine di dischi, intendiamoci: di Long Plaing.
Sempre negli anni Novanta viaggia tra Colonia, Ibiza, Tenerife, Barcellona, San Firmino di Pamplona, Saragozza. Crea anche T-Shirt, vendute come le sue pitture al pubblico di strada fino al 2004.

Ritorna in Friuli e, trovando alcuni interessati alla sua arte, espone per la prima volta nel 2007 al caffè Caucigh di Udine. Collabora con varie associazioni culturali come “Venti d’Arte” e “Vicino / Lontano”. Inventa e dipinge la copertina del CD per i trent’anni di attività di Radio Onde Furlane.

È morto a Udine per un malore, a 65 anni, Luciano Lunazzi nella sua abitazione di via Albona, il 3 ottobre 2017.

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Si ringrazia, per le fotografie Giorgio Ganis e qualche altro caro amico di Luciano Lunazzi.



domenica 5 novembre 2017

Udine, preghiere per le vittime delle foibe, 3.11.2017

Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) ha voluto fermamente proseguire nella tradizione intrapresa dall’ingegnere Silvio Cattalini, compianto presidente dell’ANVGD di Udine, di ricordare gli esuli defunti e le vittime delle foibe ai primi di novembre.
Udine, 3 novembre 2017, Cimitero di San Vito, viale Firenze, corteo con labaro e corona d'alloro aperto da Bruna Zuccolin (presidente ANVGD Udine) e Elio Varutti (vice presidente ANVGD Udine)

Così venerdì 3 novembre 2017 il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine ha organizzato due appuntamenti religioso-patriottici molto sentiti e apprezzati dalla popolazione.
La prima cerimonia è una Santa Messa, celebrata alle ore 10,30 in onore delle vittime delle foibe e dei defunti dell’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, presso la chiesa del Cimitero di San Vito in Udine, viale Firenze. Il celebrante, don Tarcisio Bordignon, classe 1930, ex parroco di San Pio X, che è stato molto vicino al mondo degli esuli giuliano dalmati, ha ricordato tutti i defunti esuli. Si ricorda che dal Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano, nella stessa zona di quella parrocchia, transitarono oltre centomila italiani dell’esodo giuliano dalmata in fuga dalle loro terre a causa delle prepotenze jugoslave, tra il dopoguerra e il 1960, quando il CSP chiuse i battenti.
Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine, pronuncia una particolare preghiera in onore delle vittime delle foibe e di tutti gli esuli defunti lontano dalle loro terre

A seguire c’è stata la seconda breve cerimonia al Monumento ai caduti giuliani e dalmati, a sinistra dell’ingresso principale dello stesso Cimitero monumentale, preceduta da un corteo con la corona d’alloro da deporre al monumento stesso. Detta cerimonia è consistita nella posa e benedizione della corona di alloro al monumento stesso, già adornato con una corona del Comune di Udine da poco posata. L’opera monumentale, del 1990, oltre alla targa commemorativa contiene un bassorilievo dello scultore istriano Gino Gortan, di Pinguente, che rappresenta, in modo stilizzato, due persone che tenendosi per mano vengono precipitate in una foiba.
Udine, Chiesa del cimitero monumentale, da sinistra: Elio Varutti, Sergio Satti, Furio Honsell, sindaco di Udine, Bruna Zuccolin e un altro socio

Molto commovente è stata la recita da parte delle autorità, dei soci dell’associazione, di don Tarcisio Bordignon e degli altri presenti della cosiddetta preghiera dell’infoibato, composta da Monsignor Antonio Santin nel 1959, vescovo di Trieste e Capodistria.
Davanti al Monumento Furio Honsell, sindaco di Udine, ha ricordato la grande energia e le numerose attività per gli esuli dell’ingegnere Silvo Cattalini, con la sua voglia di tenere sempre accesi il ricordo e la memoria della sua Zara e delle terre perdute. Anche Bruna Zuccolin, nel suo intervento, ha ricordato con affetto e simpatia Cattalini, esprimendo la volontà di proseguire, sostenuta dal Consiglio Esecutivo dell'ANVGD di Udine, nel cammino intrapreso dal “comandante di Zara”.
Don Tarcisio Bordignon conduce la lettura della preghiera dell'infoibato

Ha poi preso la parola l’ingegnere Sergio Satti, per alcuni decenni al fianco di Cattalini, nella veste di vice presidente. “Quando al liceo a Bolzano ha detto Satti – dove la mia famiglia era finita esule, dicevo di essere nato a Pola, tutti mi davano del fascista, ma non era vero”. Poi Satti ha ricordato l’impegno che si prese proprio il sindaco Honsell verso il 2009 di realizzare un’opera per ricordare in città le Vittime delle Foibe. Così si arrivò alla creazione del Parco Vittime delle Foibe tra via Manzini e via Bertaldia inaugurato il 26 giugno 2010, non senza superare un vespaio di polemiche. Anche l’attutale vice presidente dell’ANVGD di Udine, Elio Varutti, è intervenuto per spiegare ai convenuti l’opera di Gortan. Al termine dell’incontro si è tenuto un buffet presso un bar della zona per fare incontrare i numerosi soci intervenuti.

Ecco una breve biografia di Nino Gortan. Pittore, scultore e incisore è nato a Pinguente d'Istria nel 1931 ed è morto a San Daniele del Friuli, nel 2001. L’artista è di famiglia originaria della Carnia stabilitasi a Pinguente in Istria nel 1870. Dal 1950 Gortan è vissuto a San Daniele del Friuli dove ha realizzato, tra l'altro, i portali del duomo. Ha partecipato alla Biennale d'arte sacra di Bologna. Sue opere sono presenti anche a Montereale Valcellina, Gorizia, Udine ed Atene (portali di bronzo del santuario di Sant'Irene). Per il governo del Camerun ha realizzato la statua dell’eroe nazionale.
Udine, loggia a sinistra dell'ingresso al Cimitero monumentale, il diacono Lorenzo, l'architetto Franco Pischiutti al labaro, Bruna Zuccolin, Elio Varutti e il sindaco Honsell
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Servizio fotografico di Giorgio Gorlato, che si ringrazia per la collaborazione.
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Servizio di redazione di networking a cura di Girolamo Jacobson e di Elio Varutti.
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Rassegna stampa:
- “Cerimonia a Udine in ricordo dei profughi giuliano-dalmati”, dal 31 ottobre 2017, su friulionline.


- “Cerimonie al Cimitero di Udine”, dal 26 ottobre 2017, su Il Friuli.it

- Profilo Facebook di ANVGD Gorizia, post del 25 ottobre 2017.

Davanti al Monumento dedicato ai Caduti giuliani e dalmati


Chiesa del cimitero di Udine. Aspettando don Tarcisio Bordignon per la funzione religiosa in onore delle vittime delle foibe