giovedì 26 luglio 2018

Te lo giuro sul cielo, romanzo di Luigi Maieron presentato a Udine alla Libreria Friuli


“Siamo in diretta col Fogolâr Furlan del Nord California” – ha esordito così Sara Rosso, libraia visionaria, nel presentare al pubblico Luigi Mairon e Mario Brandolin
Luigi Maieron e Mario Brandolin, al microfono, presso la Libreria Friuli di Udine. Fotografia di Elio Varutti

L’affollato evento si è tenuto alla libreria Friuli di Largo dei Pecile a Udine il 25 luglio 2018, alle ore 19. È stato molto incisivo Brandolin, giornalista del «Messaggero Veneto», nell’introdurre lo scrittore e musicista Maieron. “Tra te e tua madre Cecilia – gli ripeteva ancor prima dell’inizio della bella serata – c’è una sintesi hegeliana”. Così diciamo subito che il libro Te lo giuro sul cielo, dell’editore Chiarelettere di Milano, è un po’ autobiografico. 
Contiene storie d’affetto, storie di famiglia e storie di paese, perché nella piccola comunità il piacere o il dolore privato si riverbera fra tutti gli abitanti. Così la felicità non è solo di uno, ma di tanti; così pure la disperazione si annacqua. Il dispiacere, terapeuticamente, si attenua.  
Poi si è aperto l’incontro, fra risate, applausi e segni di sconforto. “Questo è un romanzo di formazione – ha detto Brandolin – perché l’autore descrive molte parti della sua vita, come quando visse il ’68 dei ragazzi coi capelli lunghi e della contestazione, tipo altri autori come Paolo Medeossi e Carlo Bressan”. 
Ha ragione Brandolin quando ha spiegato che “il ’68 in Carnia è musicale, coi capelloni e i jeans”. Ha poi voluto soffermarsi sulle grandi qualità dell’ultimo libro di Maieron. “Luigi scrive senza costruzioni mentali ideologiche – ha precisato – trasmette la non violenza e vi assicuro che queste pagine sono prodighe di suscitare emozioni forti nel lettore”.
Un originale scatto fotografico di Leoleo Lulu, di Udine

Mentre i due relatori parlavano, il pubblico poteva ammirare alle pareti della indaffarata libreria un’originale mostra fotografica dal titolo: “Dal ’68 agli anni di piombo” curata da Francesco Rodaro e Sara Rosso, con fotografie di Paolo Jacob. Questo intreccio di arte fotografica con la musica della chitarra di Maieron e la letteratura sono state come la ciliegina sulla torta di panna montata per la indimenticabile serata culturale.
Poi il giornalista ha rivolto alcune domande allo scrittore. La prima è sulla mamma Cecilia. “È un libro sincero – ha detto Maieron, facendo un preambolo, come certi onorevoli – forse è un libro con una certa crudezza, ma profondamente autentico, poi mi sono scrollato di dosso un po’ di dolore con la scrittura e mi piacerebbe che l’io narrante per voi lettori diventasse un noi, così potrete identificarvi con queste storie, perché alla fin fine tutte le mamme hanno qualcosa di straordinario”. 
Cecilia Boschetti, la mamma di Maieron, è deceduta nel 2017, come si legge nell’orientata (e utile al lettore) biografia riportata, assieme a quella di altri personaggi del romanzo, in fondo al volume. Cecilia è stata una ragazza madre. Amava la musica e la sua fisarmonica. Era una donna aggressiva. Non giocava con le bambole. Voleva e si prendeva la sua autonomia. “Invece di crescere nel passeggino o nel girello – ha spiegato l’autore di Cercivento – io stavo a cavalcioni del serbatoio della moto Gilera, con cui mia madre mi portava in giro per il paese”.
Sara Rosso, Luigi Maieron e Mario Brandolin alla presentazione udinese di Te lo giuro sul cielo. Fotografia di Leoleo Lulu

Cecilia è stata una grande musicante, come i suoi avi. Era una musica semplice per le feste di paese, di quelle dove è importante tenere il tempo. “Sapevano quando iniziavano, ma non si sapeva quando finivano di suonare”. Anche il nonno Pio Boschetti era nel gruppo di musicanti, col suo contrabbasso, costruito da sé. “Per piegare il legno – scrive di lui il nipote Luigi – salivi in latteria e lo immergevi nella vasca del siero caldo, grazie alla complicità del casaro e musicante Nardin”. Queste toccanti parole sono a pagina 280.
Poi Maieron – 2° posto al Premio Tenco con l’album Si vîf, prodotto da Massimo Bubola nel 2002 – ha confessato che lui nel ’68 carnico “sapeva di stalla, dove stava la Biscie, la mucca con cui la nonna Augusta Baritussio parlava come fosse del genere umano”.
Nel finale di serata, Maieron ha risposto ad alcune domande del pubblico, che poi si è accalcato per avere l’autografo del celebre cantautore e scrittore.
Luigi Maieron, con la chitarra ha cantato ed eseguito Tal cûr di un frut, canzone del 1984 e La neve di Anna tra gli scroscianti applausi del pubblico che si è informato sul dove trovare gli album con quelle canzoni, purtroppo ormai esauriti.


Una parte del numeroso pubblico alla prima udinese di Te lo giuro sul cielo, romanzo di Luigi Maieron, presentato alla Libreria Friuli il 25 luglio 2018. Foto di E. Varutti
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Un commento personale
Lo stile narrativo di Luigi Maieron è schietto, acerbo e avvolto nelle tradizioni popolari. Rimarrete attaccati alle pagine di questo romanzo, tanto è coinvolgente. Vi verrà da pensare: “leggo ancora una-due pagine e poi andrò a fare quella cosa”. Lo scopo della letteratura, allora, sarà raggiunto. Quando ci consente il distacco dalla realtà, la lettura è potente e ci fa sognare. Ci si immedesima molto nei rapporti familiari descritti amabilmente da Gigi. L’ha detto intelligentemente anche Brandolin nella prima presentazione udinese di Te lo giuro sul cielo, che “è un libro contagioso”.
A quella presentazione ho incontrato vari conoscenti. La signora Daria mi ha confidato che trova un’incredibile somiglianza tra la storia della bisnonna di Maieron, di nome Anna De Conti, che aveva il marito al lavoro nei boschi della Carinzia e protagonista del commovente brano La neve di Anna, “come mio nonno di Artegna che lavorava in Austria, ma la mia nonna ha preferito restare in paese ad aspettarlo, mentre lui era tal forest” – ha precisato la signora Daria.
Gigi Maieron ha firmato autografi a... manetta. Foto di Leoleo Lulu

C’è tanta lingua friulana in questo straordinario volume. Ci sono solo piccole parole, qui e là. Ogni tanto c’è una frase intera, che l’autore in modo sapiente, ha tradotto nella riga seguente, senza l’intervento diretto della versione in nota o in parentesi, come d’uso. C’è anche dell’antropologia, quando ad esempio, la nonna Augusta parla nel sogno con la figlia morta in tenera età. Ci sono le villotte friulane, questa volta con traduzione poco sotto. Il canto corale del popolo friulano è intramontabile. Sarà per questo motivo che la prima presentazione udinese dello stupendo libro di Maieron hanno voluto vedersela, in diretta, i friulani e i discendenti del Fogolâr Furlan del Nord California.
Oltre alla bella copertina con una coppia montanara e fisarmonica, dell’Archivio Alinari di Firenze, nel volume ci sono due fotografie di famiglia ben scelte a corredo del testo. Nelle prime pagine si vedono Lino Clocjat (alla chitarra), Cecilia (fisarmonica) e Pio Boschetti (contrabbasso, anzi il liron, in marilenghe). Nelle ultime pagine: Cecilia Boschetti in motocicletta col figlio Luigi Maieron piccino e avvinghiato al serbatoio.
A proposito di antropologia e di tradizioni popolari l’Autore cita, non a caso, la Veneranda Compagnia dei Cantori di Cercivento, che porta avanti la tradizione del canto liturgico e di quello della comunità silvo-pastorale.
Poi c’è quel parlare con i morti, che si presentano in visione ai vivi. È una radicata situazione della Carnia, quella di aver coltivato detti colloqui con l’aldilà. Mi viene alla mente una interessante ricerca su Paularo, condotta dalla professoressa Chiara Fragiacomo, che andò a intervistare la popolazione della zona, a più riprese, riportando in letteratura l’interessante argomento in una pubblicazione del 2000, intitolata “L’incerto confine”.
Non poteva essere che nonna Augusta, in una visione, a parlare con un morto. Più precisamente con la figlia Anita, deceduta giovane (pp. 34-36). In un’altra parte del libro, con grande tenerezza, è l’Autore stesso che vorrebbe confrontarsi col gemello mai cresciuto, perché “il vuoto, invece lo portavo da solo” (p. 250). Infine è ancora la spettacolare nonna Augusta, che passando “davanti alla casa di Serafin, un giovane morto da poco, lei mi diceva che le pareva di vederlo ancora sistemare la legna” (p. 266).
Nelle ultime pagine del romanzo troviamo dei riferimenti all’Orcolat (Orcolaccio), come i friulani definiscono il terremoto e ci sono dei vaghi cenni alla seconda guerra mondiale. Mi riferisco alla presenza dei Cosacchi (alleati dei nazisti) che occuparono la Carnia; vedi pag. 24 e 73. Tali incursioni storiche nel romanzo di Maieron mi spingono ad affermare che certe pagine potrebbero essere utilizzate in ambito scolastico, perché spingono alla curiosità e alla ricerca storica. Mi permetto di corredare questa recensione con una fotografia di Cosacchi (vedi poco sopra). È un’altra storia familiare, con un’altra signora Cecilia. Si intitola “Cosacco con la sua famiglia: moglie e bimbo, 9 marzo 1945”. Occupavano essi, a Mena di Cavazzo Carnico, le stanze requisite alla famiglia Guglielmo Barazzutti e Cecilia Cossio; la fotografia è stata conservata dalla zia Delfina. Ringrazio per la pubblicazione e diffusione la Collezione Nevio Candolini, Interneppo di Bordano, provincia di Udine.
Nella stessa presentazione pubblica udinese di Te lo giuro sul cielo, una signora, intervenuta alla fine dell’incontro, ha riferito di effettuare la lettura in gruppo di un altro romanzo di Maieron, da cui si potrebbe intendere il fine didascalico dello stile dell’Autore.
Un ultimo cenno individuale. Maieron fa una lunga carrellata di gruppi musicali degli anni 1960-1970 italiani e stranieri. Menziona pure i New Trolls e i Jethro Tull, allora si merita pure una lode, ma questo è un parere del tutto personale.
“Leggendo queste pagine si cammina sulla cenere dei ricordi, sollevando la polvere di un mondo antico, ormai sepolto per sempre” – ha scritto Mauro Corona nella breve Prefazione al libro di Gigi.
È un’esperienza da provare. È una riflessione sugli avi, a partire da quelli di Maieron, per finire con quelli di ognuno di noi. Leggete questo libro, perché così capirete, in modo soave, come mai si arrivi a giurare sul cielo.
Luigi Maieron con la sua chitarra. Fotografia di Leoleo Lulu 2018
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Sitologia
Ringraziamo per la gentile concessione alla diffusione nel blog i seguenti video del 25 luglio 2018, a cura di Leoleo Lulu, realizzati in Facebook presso la Libreria Friuli di Udine:

- Luigi Maieron, Tal cûr di un frut, canzone del 1984.

- Luigi Maieron, La neve di Anna, album “Une primavere”, 2007.
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Fotografie e recensione di Elio Varutti. Altre fotografie di Leoleo Lulu che si ringrazia per la cortese concessione alla diffusione e pubblicazione. Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti.

mercoledì 25 luglio 2018

Militari italiani a Fiume, in Istria, Dalmazia e Erzegovina, 1941-1943


Dai documenti di una collezione familiare è possibile documentare la presenza dei militari italiani in Istria, a Fiume, in Dalmazia e, nell’entroterra occupato durante la seconda guerra mondiale, in Croazia e in Erzegovina, peraltro già presente in letteratura.
Cartolina di Fiume, Viale delle Camicie Nere e Chiesa dei Reverendi Padri Cappuccini a destra, 1940. A sinistra, il palazzo dei ferrovieri e la Piazza Cesare Battisti. Coll. C. Conighi, Udine

Con l’invasione della Jugoslavia, del 6 aprile 1941, da parte delle forze dell’Asse, guidate da Germania e Italia, l’Esercito Italiano si disloca con oltre 350 mila militari sulla fascia costiera jugoslava e pure nell’interno.
Vengono create la provincia italiana di Lubiana, il Governatorato della Dalmazia, allargando la piccola enclave di Zara, già italiana dal 1918, includendo le città con presenze italiane di Spalato, Traù a Sebenico. Da queste città, peraltro, si era già verificato un esodo degli italiani verso Zara e Fiume nel 1921-1929, perché i croati spaccavano le vetrine dei loro negozi, per l’imposizione della lingua e della cittadinanza croata nelle istituzioni pubbliche e nel lavoro e per persecuzioni varie, come raccontato da Bruno Bonetti, nell’articolo I Bonetti di Zara nell’esodo dalmata
Altri hanno confermato la pressione croata sugli italiani di Dalmazia, che si rifugiarono a Zara, in Istria o nell’Isola di Lagosta negli anni ‘20, come riferito da Elvira Dudech, Elisabetta Missoni Foffani, con avi di Sebenico. Lo zaratino Silvio Cattalini, che fu presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) dal 1972 al 2017, ricordava che i suoi avi Cattalinich avevano cantieri navali a Traù poi, volendo restare italiani, furono costretti a trasferirsi a Zara, perché la Dalmazia passò al Regno dei Croati, dei Serbi e degli Sloveni.
Giulio Orgnani alla Scuola Allievi Ufficiali di Complemento di Pinerolo (TO) nel 1934. Fotografia di U. Monti, Pinerolo. Collezione G. Orgnani, Udine

Un altro zaratino, come Segio Brcic, ha spiegato che i contrasti tra italiani e croati sono proseguiti anche dopo il 1947, anno del Trattato di pace, persino sui dati storici. Egli è uno storico della Dalmazia, ma di recente, viene contestato il risultato delle sue ricerche storiche orientate soprattutto ai 54 bombardamenti di Zara, enclave italiana sulla costa dalmata dal 1918 al 1943. La contestazione viene da parte degli storici croati di questi decenni. “La mia Zara non esiste più – afferma in modo stentoreo Sergio Brcic – perché è stata cancellata per volere dei titini con i continui bombardamenti anglo-americani”.
Abbiamo chiesto a Bruno Perissutti, nato a Zara, cosa sapesse dell’esodo italiano degli anni ’20 dalle città dalmate a causa del nazionalismo croato.  “Basti pensare a Ottavio Missoni, il noto stilista nato a Ragusa con la mamma di Sebenico e poi trasferitosi a Zara con la famiglia – ha detto Perissutti – fu un grande amico di Silvio Cattalini”. Ricorda qualcosa del 1943-1944? “Mio padre aveva un negozio di alimentari a Zara - ha aggiunto Perissutti - e non fu richiamato militare perché la sua attività era strategica per la distribuzione degli alimenti con la tessera annonaria, ma al sabato e alla domenica era obbligato dai tedeschi ad un servizio di vigilanza, tipo protezione civile, al lago di Scardona (Skradin), vicino a Sebenico, dove ammaravano gli idrovolanti”. Il nome del lago, in croato, è Prokliansko jezero – Lago di Proklian, alimentato dal fiume Cherca / Krka.
Cartolina di Gorizia viaggiata e timbrata il 9 dicembre 1940. Coll. Lucillo Barbarino, Resia (UD)

Il Montenegro nel 1941 diviene protettorato italiano e l’Albania, già occupata e annessa all'Impero italiano nel 1939, si allarga nel Kossovo di Pristina e per una parte della Macedonia fino al Lago di Ocrida. Gli alloglotti serbo-croati abitanti nel Governatorato della Dalmazia sono oltre 340 mila individui, rispetto agli italiani del litorale dell’Adriatico orientale che vivevano soprattutto nelle città della costa, rappresentando il 10% della popolazione. Ciò contribuì a provocare gravi attriti tra croati e italiani, iniziati sin dall’Ottocento, sotto la guida dell’Austria in funzione anti-italiana. Sono le varie etnie, comunque, a rappresentare un problema in Jugoslavia nel Novecento.
Dopo l’8 settembre 1943, data dell’armistizio italiano con gli alleati, il reale esercito italiano si sfaldò, trovandosi allo sbando, senza ordini precisi se non con qualche dispaccio non interpretabile in forma univoca. È il famoso ribalton: “i tedeschi no ze più nostri aleati”. Si pensi che il generale Mario Robotti, comandante della 2^ Armata con sede a Sussak (Fiume) venne a conoscenza dell’armistizio dalle feste che facevano i suoi militari nel magazzino. Avevano saputo la notizia niente meno che dai partigiani, che l’avevano sentita da una trasmissione di Radio-Cincinnati, subito rilanciata da Radio-Algeri, come ha scritto Oddone Talpo.
Secondo molti la guerra era finita. In piazza, nelle grandi città, la gente faceva festa e tirava giù gli emblemi del fascismo. A parere di certi ufficiali italiani in Dalmazia sarebbero arrivati gli angloamericani e avrebbero portato a casa i militari dispersi verso le coste pugliesi, controllate dagli alleati. Non fu così. Vero è che il generale Emilio Becuzzi, comandante il presidio di Spalato e la Divisione “Bergamo”, il 23 settembre, riuscì a sbarcare a Bari con 3.000 militari, ma i civili e gli altri italiani in divisa restarono in balia dei titini, come ha scritto Antonio Faleschini in suo studio del 1969.
Timbro tondo del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria – Amministrazione, con la firma del sottotenente Alessandro Tomei in una comunicazione del 28 luglio 1941-XIX, dattiloscr. Collezione G. Orgnani, Udine

In ogni angolo di strada dalmata il soldato italiano veniva disarmato da gruppi di partigiani armati. Furono assaliti i negozi, i magazzini e le case private degli italiani; circa 800 erano di Spalato e 1.200 della Penisola, dei quali oltre 300 insegnanti. Questurini, guardie carcerarie e carabinieri a piccoli gruppi, dopo il disarmo, furono obbligati dai titini a spogliarsi – ha aggiunto Talpo – poi furono portati nelle campagne e fucilati.
Molti militari di Spalato si consegnarono ai tedeschi e finirono nei campi di concentramento, stipati in 50-60 in un carro bestiame piombato, mentre succedeva che gli ufficiali, imprigionati dai tedeschi e deportati al campo di concentramento di Belgrado, venissero fucilati sul posto, come ha scritto Giacomo Scotti, a pag. 27, del suo libro Il battaglione degli straccioni. Lo stesso autore ricorda che ammontarono a 40 mila i volontari dell’esercito italiano passati a combattere a fianco dei partigiani jugoslavi contro i nazi-fascisti; una cifra che fa riflettere.
A Spalato certi militari scambiavano il fucile per un pezzo di pane. Altri, stanchi della guerra, gettavano l’arma, subito raccolta dai partigiani, che sbucavano da ogni dove. Allo stesso tempo i titini iniziavano le prime fucilazioni di italiani, donne incluse. Ruggero Tommaseo, direttore del «Popolo di Spalato» fu appunto fucilato dai partigiani jugoslavi, come ha evidenziato Antonio Faleschini. Tale autore, inoltre, vide con i suoi occhi due civili, entrati nella sede degli insegnanti italiani, portare via con la forza Giovanni Soglian, il provveditore agli studi. Nessuno avrebbe mai pensato che fosse fucilato pure lui. Stessa sorte per il preside Eros Luginbhul. La città fu tappezzata di manifesti inneggianti a Tito, alla armata liberatrice, alla democrazia popolare, ma tutti avevano una gran fame. 
Tromba del 3° Plotone Reggimento Cavalleggeri di Alessandria. Trombettiere: cavalleggero Giovanni Pinato, Zona di Karlovac, estate 1941, ottone e cordone. Coll. G. Orgnani, Udine

Mancava l’acqua, mancava l’energia elettrica. I magazzini furono presi d’assalto dai titini, perché “rappresentavano gli alleati”. Ai soldati italiani i partigiani, in abiti borghesi con qualche coccarda, dicevano: “Voi avete fatto l’armistizio, perciò lasciateci le armi, i generi alimentari e andate via”.
Sulle prime pareva che 11 persone, tra i maggiorenti di Spalato, potessero essere processate dai titini del generale Koka Popovic poiché contrari all’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia o perché responsabili di particolari crimini – come ha spiegato Talpo – tale accordo, del 17 settembre, rientrava nella resa della Divisione “Bergamo”, in presenza del capitano Deakin della missione inglese e del maggiore Burke di quella americana. Il generale Becuzzi si oppose. Nelle trattative non si parlò più di italiani da giustiziare e, a notte inoltrata, fu firmata la resa. Al mattino seguente sui muri della città c’era l’avviso della eliminazione di 22 persone (non 11). 
Il 27 settembre 1943 la città fu occupata dalle Waffen SS della Divisione “Prinz Eugen”. Obbedendo all’ordine tedesco emanato immediatamente molti soldati italiani si presentarono ai comandi germanici, anche perché la pena era la fucilazione. Furono catturati e trattati “bestialmente e col massimo disprezzo”, ha precisato Antonio Faleschini.
Ricevuta per prestazioni sanitarie dell’Ospedale Civile di S. Spirito di Fiume al ten. Giulio Orgnani, del 18 settembre 1941. Coll. G. Orgnani, Udine

Il calvario dei militari italiani imprigionati e degli “ufficiali di Spalato” iniziò proprio il 27 settembre 1943. Prima vengono trasportati a Signo / Sinj, in Croazia a 30 km da Spalato – continua il racconto di Faleschini, che era tra di loro. Per tre giorni, senza cibo, vengono interrogati, insultati e maltrattati dai nazisti. “La sera del 1° ottobre – ha aggiunto Faleschini – terminato l’interrogatorio, fummo riuniti coi nostri miseri bagagli, svaligiati dai dobromani croati e dai tedeschi nel cortile dove si era svolto l’interrogatorio: furono chiamati una cinquantina di nomi. I chiamati sono stati fatti salire sopra i camion e trasportati in una località vicina, dove furono immediatamente fucilati”. Secondo Talpo la località della fucilazione di 46 ufficiali italiani in quella data da parte nazista è: Treglia / Trilj.
Per quanto riguarda i dobromani croati c’è da dire che si trattava della Hrvatsko domobranstvo (Guardia Interna Croata) faceva parte delle forze armate dello Stato indipendente croato, 1941-1945. I dobromani furono spesso in rivalità con gli ustascia, ma in sostanza erano milizie collaborazioniste dei nazi-fascisti.
Poi in cinque giorni furono incolonnati fino a Mostar e Sarajevo, dove “ci tolsero anche il denaro”. A Mostar entrarono scortati dalle Waffen SS della Divisione “Prinz Eugen”. Dalla Serbia occupata dai nazisti, giunsero poi al campo per prigionieri di Wietzendorf (in Bassa Sassonia, Germania), dove continuarono gli insulti, le perquisizioni e lo scarso cibo. “Tutti dovevano rubarci qualcosa” – è sempre Faleschini a raccontare. Caricati nei vagoni piombati e controllati da soldati kirghisi o calmucchi filo-nazisti fino ai campi di concentramento di Wietzendorf e di Söndbosel (recte: Sandbostel, in Bassa Sassonia).  Il calvario degli ufficiali di Spalato continuò nelle “baracche-porcili” del lager, distesi sulla nuda terra senza nemmeno la paglia. Faleschini si salvò.
Carta annonaria n. 56.273 del Comune di Fiume, Provincia del Carnaro, intestata a Giulio Orgnani, per generi da minestra, zucchero, grassi e sapone, aprile-giugno 1942-XX, stampa. Coll. G. Orgnani, Udine

Intanto a Spalato, dopo l’arrivo dei tedeschi, furono individuate delle fosse comuni nel Cimitero di San Lorenzo dove erano stati sepolti gli italiani fucilati dai titini. In città regnavano livore e fame. Nella fossa comune si pensava di trovare 22 salme, ma ne furono dissepolte ben 39. Dopo alcuni giorni, superata l’opposizione del Comune – ha aggiunto Talpo – fu individuata e aperta una seconda fossa. Al posto di 8 eliminati citati in un secondo avviso partigiano, furono esumati 25 corpi. Addirittura fu scoperta una terza fossa, della quale non c’era notizia ufficiale alcuna. Conteneva 42 cadaveri. Tutti col colpo alla nuca. In tutto furono esumate 106 spoglie e fu dato il nome a quanti potevano essere riconosciuti.
Il tenente Giulio Orgnani, Fiume 1942. Fotografia della Coll. G. Orgnani, Udine

Un’altra testimonianza su Spalato
Un racconto su Spalato è stato riportato, nel 2005, anche da Mario Blasoni, giornalista del «Messaggero Veneto», che l’ha poi pubblicato in un libro. Il testimone raccolto è Rodolfo de Chmielewski, nato a Udine nel 1931, con lontani avi polacchi. Egli è figlio di un funzionario dell’Intendenza di finanza di Spalato, il ragioniere Giorgio de Chmielewski (1885-1966), esule nel 1921 in Friuli e a Trieste.
“Mio padre era di sentimenti italianissimi – ha detto Rodolfo de Chmielewski a Blasoni – un vero irredentista. Nel 1921, quando la Dalmazia è stata assegnata al Regno di Jugoslavia, non ha voluto giurare fedeltà a Re Pietro e ha perso il posto. Ha dovuto optare per l’Italia, andando prima a Trieste e poi a Udine”.
Questo è il primo esodo per molti italiani di Spalato, Ragusa, Sebenico e Traù. Gli slavi in quel periodo se la prendevano solo con le tombe o con i leoni di San Marco, presi a mazzate per far scomparire ogni traccia storica d’italianità.
“Per mio padre era stato doloroso dover lasciare la sua amata Spalato – ha raccontato Rodolfo de Chmielewski a Blasoni –. E nel 1941, quando la Dalmazia venne occupata dagli italiani, volle tornarvi con la famiglia”. Rodolfo frequenta a Spalato la quinta elementare e la prima media, poi succedono cose truci. “Nel 1943 ci fu il 25 luglio – ha detto il testimone – e poi cominciò la caccia agli italiani, identificati coi fascisti da parte dei croati”.
Suo padre, Giorgio de Chmielewski, divenuto ragioniere capo dell’Intendenza di finanza di Spalato fu imprigionato dai titini, ma dopo alcuni giorni lo lasciarono tornare a casa.
“Un suo fratello, invece, fu ucciso in seguito e in Italia da un komando di partigiani rossi assieme alla moglie incinta di sei mesi – ha concluso Rodolfo de Chmeilewski al giornalista Blasoni –. Sono ricordi orribili”.
Carta annonaria n. 57.486 del Comune di Fiume, Provincia del Carnaro, intestata a Giulio Orgnani, per il pane (o farina di grano) e per la farina di granoturco, aprile-giugno 1942-XX, stampa. Coll. G. Orgnani, Udine

Biografia di Giulio Orgnani
Il tenente Giulio Orgnani (Udine 1912-1988) era inquadrato del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria di stanza a Palmanova (UD) nella seconda guerra mondiale. Fu impegnato a Fiume, in zona d’operazioni militari dell’Esercito Italiano. Secondo i suoi album fotografici, in base ai suoi documenti, come rapporti, cartoline e lettere in possesso ai discendenti, il Reggimento Cavalleggeri di Alessandria fu impegnato, nel periodo 1941-1943, nelle seguenti località di occupazione italiana: Barilovic, D. Poloj (dove fu ferito in combattimento il 17 ottobre 1942), Jaškovo, Josipdol (Croazia), Kamensko, Karlovac (Croazia), Perijazica, La Plat Plaski, Ogulin (Croazia), Oshalj e Voinic. Nel 1943 raggiunse la zona d’operazioni di Mostar (Erzegovina), quindi fu a Betina, Kramina, Murter e Stretto (Dalmazia).
Dopo l’8 settembre 1943, essendo in convalescenza in Friuli, Giulio Orgnani, di spirito monarchico, fu ricercato dalle Waffen SS per essere internato in Germania, come accadde a molti militari italiani. Allora egli si mise alla macchia a Colza di Maiaso, in comune di Enemonzo (UD) in Carnia. Col nome di battaglia di “Riccardo” – in base alle ricerche presso l’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli, sito a Udine – collaborò, in zona carnica, con le Brigate partigiane Osoppo, ispirate all’area cattolica e del Partito d’Azione. Nel 1976 a Udine sposò, in seconde nozze, l’esule fiumana Helga Conighi (1923-2000).
Ruolino di marcia del 2° Plotone Reggimento Cavalleggeri di Alessandria. Nell’ultima colonna si leggono i nomi dei cavalli di tre squadre per un totale di 27 elementi, Zona di Karlovac, 13 luglio 1942-XX, ms. Coll. G. Orgnani, Udine

Tolmino, Spalato, Karlovac
Nel luglio 1941 ci sono alcune comunicazioni riguardanti l’Orgnani col comando della Guardia di Frontiera del XI Corpo d’Armata di Tolmino, nell’Alta Valle dell’Isonzo, allora era parte della provincia di Gorizia, oggi Slovenia.
Il giorno 11 giugno 1941 il tenente Orgnani riceve una lettera dal commilitone tenente Carlo Morossi, il quale gli comunica di aver “passato un mese e mezzo al comando nel presidio di Spalato col generale Viale, col.(onnello) Conte e maggiore Morvidi”.
Nel 1942, secondo i documenti della Collezione Orgnani, si manifestano alcune tensioni ed attriti tra le truppe ustascia di Ante Pavelić e l’Esercito Italiano di occupazione. Da un rapporto inviato per posta militare dal tenente Orgnani, comandante del posto di blocco n. 2, nella zona di Karlovac (Croazia), ai suoi superiori si ha un chiaro sentore della conflittualità emergente tra militari italiani e croati.
Ecco cosa dice il rapporto. Il 29 marzo 1942, alle ore 8.30, il carabiniere di servizio Andrea Curcio “fermava un suddito Croato per chiedergli i documenti”. Siccome la tessera d’identità risaliva all’anno precedente, il carabiniere, come da disposizioni impartite, decise di accompagnare il borghese alle autorità italiane per dargli un lasciapassare. Sopraggiungeva in quel mentre il capitano maggiore croato Jvan Baiuk, per dare il cambio al suo collega di servizio.
Il Baiuk fermava il carabiniere Curcio e il civile croato, chiedendo spiegazioni. Dopo alcune parole scambiate col borghese e il carabiniere si faceva consegnare il lasciapassare e lo strappava inveendo contro il Curcio. Baiuk sosteneva che il suddito croato fosse libero. Poi diceva ad alta voce che loro comandavano e che “gli italiani non avevano alcuna autorità”. Alle rimostranze degli italiani aggiungeva che se ne “fregava dell’Esercito Italiano e degli ufficiali italiani”.
Biglietto per il ten. Orgnani dal Comandante della 1^ Brigata Celere “Eugenio di Savoia” degli ultimi mesi del 1942, ms. Coll. G. Orgnani, Udine

Vista la sceneggiata, giungevano il sergente Armando Ercole, sottufficiale del posto di blocco, ed il caporalmaggiore di fazione Gino Munerato per cercare di porre fine alla questione. Il Baiuk inveì contro tutti, bestemmiando e mostrando la baionetta ai militari italiani in segno di minaccia. Fra le altre disse che: “gli italiani non sanno fare nulla e non hanno nessuna autorità di comando, sono tutti contro il capo Pavelić”.
Più tardi, chiamato a rapporto dal tenete Orgnani, il Baiuk disse di non riconoscere gli italiani come superiori. L’Orgnani fu costretto ad andare a cercarselo. Sempre più arrogante, solo alle intimazioni di fare silenzio e di portare rispetto, il croato Baiuk esibì i documenti, borbottando fra i denti.
Il rapporto sul fatto increscioso fu stilato dal tenente Orgnani ed inviato alla 1^ Divisione Celere “Eugenio di Savoia”. In rapporti analoghi si menzionano altri casi di scarso contengo militare delle milizie ustascia nei confronti degli italiani o, peggio, vengono esplicitamente citate “azioni di intralcio al servizio”.
In un altro rendiconto, datato 5 aprile 1942, è menzionato un attacco di oltre 50 cetnici (milizie monarchiche serbe, prima alleate dei partigiani poi, in quanto anticomuniste, coalizzate agli italiani, contro i titini). L’assalto, con moschetti e tre fucili mitragliatori, si verifica al presidio di Kamensko, nella zona di Karlovac. L’incursione provocò due morti: un ustascia di sentinella e un altro militare croato ucciso nei locali della scuola adibita a dormitorio.
Licenza per l’esercizio del commercio ambulante rilasciata dal Comune di Resia (UD) a Luigi Barbarino per le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Treviso, Venezia, Belluno per il 1941, rinnovata nel 1942. Nell’Alta Valle dell’Isonzo, allora provincia di Gorizia, i partigiani titini nel 1943 fermarono l’ambulante, con le armi spianate, con l’accusa di essere una spia fascista; poi fu rilasciato, stampa. Coll. Lucillo Barbarino, Resia (UD)

I cetnici fanno bottino di un moschetto, 2.500 cartucce e 50 bombe a mano poi, ad un segnale di tromba, rientrano a sud – sud-ovest da dove erano penetrati. La popolazione dei villaggi è terrorizzata e teme rappresaglie da varie parti. “I ribelli hanno ramificazioni tra gli stessi abitanti dei villaggi” – precisa il tenente Orgnani. Altri suoi rapporti ai superiori sono zeppi di segnalazioni di spari e lanci di bombe a mano che incrinano il morale della popolazione e dei militari.
Nei rapporti dell’Orgnani vengono rilevati, tra i militari italiani di basso grado, anche fenomeni di alcolismo e di gioco d’azzardo, con grave indebitamento dei giocatori perdenti, causa di tensioni varie. Ad esempio c’è Giuseppe T., un sergente, che il 24 febbraio 1943, con altri tre cavalleggeri, se ne va Kramina “in passeggiata”. Il tenente Orgnani segna nel rapporto per posta militare che i quattro soldati italiani con i cavalli di servizio “erano fuori dal presidio di Betina e privi di scorta”. Il presidio era sull’Isola di Murter, vicino a Sebenico. Per giunta, la passeggiata ha avuto lo scopo di fare visita al vice brigadiere del paese comandante la brigata di finanza, con una robusta bevuta di vino.
Fronte di Mostar (Erzegovina), 1942. Il carabiniere Alfonso Zamparo, in piedi. Nel 1943 fu deportato nei campi di concentramento nazisti. Fotografia della Collezione famiglia Zamparo, Scorzè, provincia di Venezia pubblicata in Alfonso Zamparo. Siamo tornati uomini. Scritture di una deportazione, a cura di Chiara Fragiacomo e Daniele D’Arrigo

Rientrati al presidio, il sergente Giuseppe T. ordina al caporale Vincenzo G. di sellare altri cavalli per un’altra passeggiata. A quel punto il caporale Vincenzo G., già ammonito in precedenza circa la scarsa pulizia degli equini domandò, invece, a chi toccasse di pulire i quattro cavalli rientrati sudati e stanchi. In quelle circostanze dal semplice diverbio si può passare agli atti di indisciplina tra commilitoni. Il sergente, brillo, capita l’antifona, minaccia il caporale di morte. Allora altri cavalleggeri si buttano su di lui per togliergli la pistola, creando un disdicevole parapiglia e, per fortuna, nessun ferito.
Tali fatti di nervosismo e di insubordinazione, assieme ai furti di vivande nei magazzini o durante i trasporti, non è che siamo all’ordine del giorno, ma non sono nemmeno casi isolati nelle poche carte custodite dall’Orgnani. Tutti gli atti indegni sono stati debitamente segnalati ai rispettivi comandanti di Squadrone Cavalleggeri.
Incarico di comandante del presidio di Betina (Dalmazia) affidato al ten. Giulio Orgnani il 5 febbraio 1943, con firma autografa del colonnello Guido Da Zara, comandante del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, datt. Coll. G. Orgnani, Udine

Dopo el ribalton del 1943 c’è il rientro a casa dei militari
In una lettera di Antonio Guan dell’8 novembre 1943 indirizzata al tenente Giulio Orgnani di Udine, viene descritta la fuga dal fronte verso casa a Sorrento, nel Meridione d’Italia. Ci sono alcuni errori di ortografia, segnalati qui di seguito con le parentesi tonde, tranne che per i numerosi accenti che sono stati corretti per un’agevole lettura. Nelle parentesi tonde vi sono pure alcune precisazioni redazionali.
Il cavalleggero Antonio Guan, ad un certo punto del suo convulso ritorno a casa, si trova a Loreo, in provincia di Rovigo, allora il 17 ottobre 1943 scrive una cartolina postale al suo tenente per chiedere rispettosamente sue notizie. In queste corrispondenze ci sono molte notizie sui cavalli del Reggimento, segno che i cavalleggeri erano, in un certo senso, affezionati all’animale, loro compagno di sventura balcanica.
Nella seconda parte dell’affettuosa lettera dell’8 novembre, recante un timbro tondo col n. 39, forse di un ufficio di censura, si può leggere: “Ed ora vi sarà qualche piccola spiegazione su come (h)o fatto a recarmi a casa. Quando al nostro bel tempo che si stava tutti riuniti col nostro Regg.to (Reggimento di Cavalleria Alessandria in Zona d’operazioni tra Karlovac e Mostar) si diceva di essere stufi della Cavalleria, erano tutte id(d)ee sbagliate, perché ancora non si aveva provato la Fanteria (allude al fatto che il rientro si svolge per lo più a piedi). Ma io che ora per recarmi a casa a Sor(r)ento (ho dovuto) cam(m)inare la bel(l)ezza di 14 giorni e sempre in mezzo a montagna e bosco vi giuro che avrei preferito aver fatto altri 3 anni di Cavall.(e)ria.
Ordine permanente n. 47 del 10 febbraio 1943 del Comando del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria firmato dal comandante Guido Da Zara e dal colonnello addetto R. Posentino, datt. Coll. G. Orgnani, Udine

Sono arrivato alla mia casa – aggiunge il cavalleggero Antonio Guan – che nessuno più mi conosceva, ero ridotto peg(g)io di un zinghero (zingaro). Tutto stracciat(t)o scalzo e con tutti i piedi rotti (a) forza di cam(m)inare. Per riprendere il cam(m)ino (h)o fatto 12 giorni di riposo. Vorrei es(s)ervi vicino per rac(c)ontarvi tutte le mie venture, vi gi(u)ro che si potrebbe descrivere un romanzo, ma speriamo di rimanere in corrispondenza e così in seguito vi darò mi(g)liori spiegazioni da quell’ultima volta che ci siamo lasciati ad Abbazia, mi sembrava di sentirmi che suc(c)edesse (q)ualcosa non ci ero molto allora come le prime volte. E poi è stat(t)o vero che non ci siamo più visti ed ora vi chiedo scusa del mio mal scritto. Vi ringrazio di vero cuore della gentilezza di rispondermi, se vi farà piacere non mancherò mai di darvi mie notizie. Molti cari saluti a parte degli Amici e così pure della mia Famiglia. Da me distinti saluti. Affez(z).mo Antonio Guan”.
È il caso di ricordare – in conclusione – che dopo l’8 settembre 1943 iniziò in Istria, a Fiume e in Dalmazia l’esodo degli italiani per la paura di finire uccisi nelle foibe, o annegati o fucilati dai titini. La città di Udine accolse oltre cento mila profughi italiani al Centro di smistamento di via Pradamano, vicino alla stazione ferroviaria, per sventagliarli negli oltre cento Centri di raccolta profughi di tutta Italia. L’esodo coinvolse oltre 350 mila persone fino agli inizi degli anni ’60 sotto la pressione jugoslava, in piena guerra fredda. Oltre 65 mila di loro si fermarono in Friuli Venezia Giulia, in base al Piano abitativo dell’Opera Profughi di Roma. Poi ci sono tutti quelli che non hanno fatto domanda per avere la casa e che si sono arrangiati da soli, lavorando sodo e patendo molto.
Ordine del giorno n. 1 del 17 febbraio 1943-XXI del generale C. Lomaglio contenente il necrologio del colonnello Guido Da Zara, 33° Comandante del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, caduto in combattimento il 16 febbraio, contro i ribelli, “in terra di Balcania”, ciclostil. Coll. G. Orgnani, Udine

Fonti archivistiche e collezioni familiari
- Archivio del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
- Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli, Udine.
- Collezione Lucillo Barbarino, Resia (UD).
- Collezione famiglia Conighi, Udine.
- Collezione famiglia Riccato, Udine.
- Collezione famiglia Zamparo, Scorzè (VE).
- Della collezione Giulio Orgnani, Udine, oltre a quelli qui riprodotti in immagine, sono stati citati i seguenti documenti nel presente articolo:
Lettera del tenente Carlo Morossi al ten. Orgnani dell’11 giugno 1941, dattiloscritto.
Rapporto del ten. Orgnani al Comando della 1^ Divisione Celere “Eugenio di Savoia”, Karlovac, del 29 marzo 1942, XX, datt.
Rapporto del ten. Orgnani, Comandante del 3° Squadrone Reggimento Cavalleggeri di Alessandria al Comando della 1^ Divisione Celere “Eugenio di Savoia”, Karlovac, del 5 aprile 1942, XX, datt., cc 2. 
Rapporto del ten. Orgnani, Comandante del 2° Plotone del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, al Comandante del 3° Squadrone Regg.to Cavalleggeri di Alessandria, Stretto / Tisno, del 24 febbraio 1943, XXI, datt., cc 2.
Lettera del cavalleggero Antonio Guan al ten. Organi dell’8 novembre 1943, ms.
Busta affrancata per una lettera espresso al capitano Ferdinando Comotti, spedita per posta militare, timbrata a Udine il 4 settembre 1943-XXI e restituita al mittente, essendo molto ravvicinata la data dell’armistizio del’8 settembre 1943 e la conseguente confusione, datt. Coll. G. Orgnani, Udine

Fonti orali
Si ringraziano e si ricordano le seguenti persone, intervistate a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica, a cura di Elio Varutti, ove non altrimenti indicato:
- Lucillo Barbarino, Matiònawa, Resia (UD), 1941, intervista del 7 luglio 2015.
- Bruno Bonetti, Gorizia 1968, int. del 18 dicembre 2016.
- Sergio Brcic, Zara 1930, int. del 10 febbraio 2016, storico della Dalmazia.
- Silvio Cattalini (Zara 1927 – Udine 2017), int. del 10 febbraio 2016.
- Elvira Dudech (Zara 1930 – Udine 2008), int. del 28 gennaio 2004.
- Elisabetta Missoni Foffani, Roma 1949, int. a Clauiano di Trivignano Udinese del 6 marzo 2016.
- Bruno Perissutti, Zara 1936, int. del 23 luglio 2018.
Cartolina postale inviata dal commilitone Antonio Guan al ten. G. Orgnani il 17 ottobre 1943 da Loreo (RO), ms. Coll. G. Orgnani, Udine

Riferimenti bibliografici
- Mario Blasoni, “De Chmielewski, autore di teatro e chansonnier”, in M. Blasoni, Cento udinesi raccontano, Udine, La Nuova Base, volume III, 2007, pp. 36-38.
- Emilia Calestani, Memorie. Zara, 1937-1944 (1.a edizione Libero Comune di Zara in esilio e Associazione Nazionale Dalmazia, Modena, 1979), 2.a edizione a cura di Sergio Brcic e Silvio Cattalini, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, 2013.
- Antonio Cattalini, La mia città. Zara oggi (ediz. originale: Trieste, L’Arena di Pola, 1975), ristampa Udine, ANVGD, 1995.
- Antonio Cattalini, I bianchi binari del cielo (ediz. originale: Trieste, L’Arena di Pola, 1990), 3^ ediz. a cura di S. Cattalini, Udine, ANVGD, 2005.
- Diego Degan "I taccuini di Mario il soldato" «Il Gazzettino», 5 dicembre 2018, p. 18.
- Antonio Faleschini, “Italiani a Spalato (Insegnanti e militari)”, «Rivista Dalmatica», XL, fasc. I, 1969, pp. 79-82.
- Chiara Fragiacomo, Daniele D’Arrigo (a cura di), Alfonso Zamparo. Siamo tornati uomini. Scritture di una deportazione, Udine, Associazione Nazionale ex Deportati (ANED), 2015.
- Giuseppina Mellace, Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, Roma, Newton Compton, 2014.
- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Edizioni Difesa Adriatica, Roma, 1990.
- Giacomo Scotti, Il battaglione degli “straccioni”. I militari italiani nelle brigate jugoslave: 1943-1945, Milano, Mursia, 1974.
- Oddone Talpo, “Le terre adriatiche nel dramma delle due guerre mondiali”, in Alessia Rosolen, (coordinamento), I dalmati per Trieste. Storia del ‘900 nell’area dell’Adriatico orientale, Dalmati italiani nel mondo, Libero Comune di Zara in esilio, Delegazione di Trieste, Trieste, 2001, pp. 23-47.
- Lucio Toth, Storia di Zara. Dalle origini ai giorni nostri, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2016.
- Elio Varutti, Il Campo profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Edizioni ANVGD Comitato provinciale di Udine, 2007.
- E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017 (disponibile anche nel web: 2^ edizione, Udine, 2018).
Marcello Tomadini, Donne polacche a Sandbostel 1944, in Marcello Tomadini, Venti mesi fra i reticolati, LX tavole con prefazioni di don Pasa e Guglielmo Cappelletti, Vicenza, Editrice Società Anonima Tipografica, 1946. Si ringrazia per tali materiali di ricerca la famiglia Riccato di Udine

Sitologia
- E. Varutti, Donne fucilate a Spalato 1943, on-line dal 25 febbraio 2016.

- E. Varutti, I Bonetti di Zara nell’esodo dalmata, on-line dal 6 febbraio 2017.


La Guerra, acquerello, pastelli a cera, pastelli su carta e collage, 2018, cm 21 x 29,80. Rielaborazione artistica di Sebastiano Pio Zucchiatti su disegno originale di S.M., di 3 anni, con avi di Pola, Fiume e Veglia. Courtesy dell’Autore
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Servizio giornalistico e fotografico di Elio Varutti. Ricerche storiche e Networking a cura di Gerolamo Jacobson e E. Varutti. Siamo grati per la collaborazione artistica a Sebastiano Pio Zucchiatti.
Per le fotografie dei documenti e dei cimeli storici si è riconoscenti ai familiari di Giulio Orgnani di Udine, che si ringraziano per la gentile partecipazione e per la concessione alla diffusione e pubblicazione nel blog presente.


Zara sotto i bombardamenti 1943-1944, opera del professor Giampiero Bertolini, 2005. La riproduzione su carta (Archivio ANVGD di Udine) è diventata il manifesto della Giornata del ricordo 2008


giovedì 19 luglio 2018

L’esodo istriano di Ester Lulli da Albona in Friuli, 1947


Restano nei cassetti, a volte, le storie dell’esodo istriano. Dopo adeguate ricerche si vuole qui raccontare una vicenda particolare di quei tempi, togliendola dal cassetto. Tutto nasce da una busta trovata nell’archivio del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).
Albona, Duomo. Cartolina viaggiata nel 1947. Fotografia di G. Valcini di Albona. Grafica di Cesare Capello, Milano. 1936

La busta reca la seguente indicazione: “Lulli Lenardon Ester lascia alla nostra Associazione i suoi più intimi ricordi. Nata ad Albona il 12 febbraio 1910. Morta a Udine c/o la Casa (di Risposo) de La Quiete il 23 febbraio 2010 all’età di 100 anni e 11 giorni”.
Si va a pensare di aver trovato un diario, un memoriale o un ricco carteggio con esclusive lettere personali. Niente di tutto ciò. La signora Ester Lulli, simpatica centenaria di Albona ha custodito e donato all’ANVGD semplicemente una serie di cartoline, alcune delle quali viaggiate e timbrate, alcuni stampati associativi e qualche ritaglio di giornale. L’intero materiale si riferisce ad Albona.
Tutto qui? Sì, certo. È poco per costruire una storia dell’esodo, ma si tenta lo stesso con l’aiuto di alcuni articoli di giornale. Salta subito all’occhio una cartolina del Duomo di Albona nella busta dei ricordi della Ester, affezionata iscritta all'ANVGD di Udine. È stata stampata nel 1936 dalle edizioni G. Valcini di Albona, che si firma in altre cartoline come G. Valcich. È indirizzata in Via Piave a Teòr (UD) alla signora Brigida Lulli, madre della nostra Ester. In tal modo veniamo a sapere una delle tappe dell’esodo istriano della famiglia Lulli, in un paese della Bassa friulana nel 1947, appunto: Teòr. È la signora Antonia Nacinović a scrivere, sbagliando l’affrancatura, per cui c’è la sovrattassa pagata dall’esule. Tutto si fa pur di avere notizie del luogo natio.
Il timbro tondo più leggibile è di: “ Teòr, Udine, 19.8.47”. Del timbro tondo di partenza si leggono a stento le seguenti lettere e numeri: “Labi…, 13.6…”. Forse la cartolina è stata spedita un paio di mesi prima. I francobolli risultano strappati. Rimane poca traccia solo di quello rosso della sovrattassa. Dal tono della comunicazione si deduce che Brigida è parente di Ester. Da altre fonti si sa che è la madre. Ci sono i saluti di un bimbo, un certo Brunetto, che si domandava se per Pasqua “Brigida farà buon pan”. Da tale cartolina si desume il periodo dell’esodo delle signore Brigida ed Ester Lulli, che deve essere stato verso il 1947, se non addirittura il 1946.
Cartolina stampata per il IV Raduno degli esuli di Albona, 1955

Nel 1961 una cartolina in bianco e nero firmata da “Sandra e sorelle” da Labin / Albona contiene l’augurio rivolto alla famiglia Lulli e Lenardon di “felicità e prosperità nel vostro commercio”. 
Da altre cartoline viaggiate si capisce che la intraprendente Ester Lulli Lenardon, nel 1975 gestisce un negozio di confezioni d’abbigliamento in Via Piave a Udine. Nel 1997 la signora Ester vive in Largo delle Grazie a Udine e riceve una cartolina a colori del porto di Rabac / Porto Albona da Gigetto Viscovi, Federico e Maria Paolini. La collezione di cartoline di Ester Lulli vedova Lenardon contiene anche quattro belle immagini a colori di Labin / Albona, riprodotte su cartoline dal fotografo Adriano Kiršic nel Terzo millennio.

Cenni biografici di Ester Lulli
Chi era Ester Lulli Lenardon? “Tutti gli albonesi la ricordano molto riservata, sempre molto cordiale ed elegante – si legge su «La nuova Voce Giuliana» del 16 aprile 2010 – con la sua bellissima voce di soprano a cantare l’Ave Maria di Schubert nella chiesa parrocchiale di Albona, dove faceva parte del coro e memori anche della  sua interpretazione di primadonna negli anni ’30, al Piccolo Teatro Comunale di Albona, al Teatro Verdi, allora sotto la presidenza dell’avvocato Piero Millevoi, soprattutto nell’operetta Santarellina musicata dal compositore francese Hervé, sotto la guida del maestro di musica Felice Degiuli.
Era figlia dell’indimenticabile siora Brigida, la più famosa pasticcera della cittadina per i buzzolai (ciambelle) e  i parpagnacchi (biscotti profumati alle spezie) e la sorella di Walter Lulli, morto negli anni ’30 in giovane età. Ester nel marzo 1940 aveva contratto matrimonio con Virgilio Lenardon di Pisino, dove era andata ad abitare dopo il matrimonio.
Albona, interno del Duomo. Fotografia G Valcich, Albona, anni ‘30

Dopo l’esodo si era stabilita ad Udine e col il marito aveva aperto un negozio di abbigliamento  nella centralissima Via Piave. Morto il coniuge, per diverso tempo aveva continuato a lavorare da sola nel negozio. Infine era stata ricoverata per molti anni ancora presso l’Istituto Geriatrico La Quiete di Udine”.
Aveva sempre nella mente e nel cuore Albona. Nel 2010, quando morì, lasciò la nipote Gabriella Lulli.

Altre fughe italiane da Albona nel 1944-1950
L’esilio del parroco di Albona è descritto ne «La nuova Voce Giuliana» del 16 dicembre 2002. Nel famoso giornale dell’esodo istriano si legge che Monsignor Giuseppe Chiavalon, giunto ad Albona nel 1921, per non essere arrestato dalle autorità jugoslave, alla fine di novembre 1945, fuggì da Albona. Si rifugiò nel convento dei frati minori di Pola dove restò fino all’aprile del 1946, per riparare definitivamente in Veneto.
Nel 1944 a causa delle lotte titine e delle persecuzioni religiose se n’era già andato da Albona Monsignore Silvio Zannoni (1878-1956) cooperatore parrocchiale dal 1907.
Angelo Viscovich, da San Lorenzo di Albona, mi ha raccontato che la sua famiglia ottenne l’opzione per l’Italia nel 1950, però “papà, da Pola, era già andato via”. L’esodo si portò via l’economia del paese, oltre che gli abitanti italiani intimoriti dall’OZNA, la polizia segreta di Tito. “Prima della fuga a San Lorenzo di Albona c’erano 128 trabaccoli da pesca – mi ha spiegato il professor Viscovich – insomma c’era un’economia fiorente”.
Dopo un’attenta lettura del libro di Alberto Gasparini, Maura Del Zotto e Antonella Pocecco, intitolato Esuli in Italia. Ricordi, valori, futuro per le generazioni di esuli dell’Istria-Dalmazia-Quarnero, Gorizia, Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (ISIG), Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), 2008, Viscovich ha concluso che: “Le ultime generazioni dell’esodo giuliano dalmata hanno solo una memoria familiare e desiderano conoscere quei fatti ancor di più oggi senza rancori, ma per orgoglio identitario, anche perché l’esodo non è più nascosto”.
Timbro con stemma della SOMS di Albona, su carta ciclostilata, anni 1960-1970

Ci sono poi alcune testimonianze tragiche, per l’uccisione di familiari nella foiba. Si è ascoltato, ad esempio, dalla signora Lidia Rauni, nata a Santa Domenica di Albona nel 1936. Lei ha riferito che suo papà fu infoibato il 2 novembre 1943, assieme ad altri 16 compaesani. Si chiamava Giuseppe Rauni; era del 1902, ed è menzionato nel libro scritto da padre Flaminio Rocchi nel 1990, a pag. 256.
Ha voluto parlare anche Bruna Travaglia, nata ad Albona nel 1943. “Nella foiba di Vines i titini hanno gettato la gente di Albona – ha esordito così la signora Travaglia – come mio nonno, Marco Gobbo, della classe 1882, nato a Brovigne di Albona, poi hanno ammazzato così pure  mia zia Albina Gobbo, di 31 anni, detta Zora e pure il cugino di mio nonno, di 25 anni circa, chiederò il suo nome ai parenti che ho a New York e poi lo saprò dire, eh sì, i titini li hanno portati via il 18 maggio 1944 per gettarli nella foiba, pensate che mia nonna Lucia Viscovi, che abitava a Brovigne non ha voluto venire via perché diceva: Se i torna no i trova nissun"
"Qualcuno dei prelevati - ha continuato la testimone - era riuscito a sopravvivere, nascondendosi in un momento di confusione, così raccontò che prima hanno ucciso mia zia e una sua amica buttandole in una foiba piccola, mentre gli uomini li hanno tenuti prigionieri, perché così portavano munizioni e robe pesanti, poi li hanno fatti fuori anche loro”.
Si aggiunge solo che il nome di Albina Gobbo “Zora”, di Brovigne di Albona, non compare nell’elenco di oltre 400 donne uccise dagli slavi e gettate nelle foibe, nei pozzi minerari, nelle cave o nelle fosse comuni, pubblicato nel 2014 da Giuseppina Mellace. La stessa autrice riporta che nel periodo 1943-1945 “ben 10.137 persone [sono] mancanti in seguito a deportazioni, eccidi ed infoibamenti per mano jugoslava” (pag. 236).
Cartolina postale di Albona. Opera per l’Assistenza ai profughi giuliani e dalmati. Venezia Giulia Italica, anni ‘50


I raduni degli esuli di Albona
Nel 1949 a Trieste fu ricostituita la Società Operaia di Mutuo Soccorso (SOMS) di Albona. Tale organismo di istriani è stato determinante, durante l’esodo e nei seguenti anni, per tenere uniti gli esuli e perché stessero in compagnia.
La SOMS organizzò una lunga serie di raduni nazionali tra Veneto e Friuli e Trieste. Vedi la tabella n. 1, intitolata: Raduni di esuli albonesi., 1952-1969. Forse la tabella contiene delle imprecisioni nelle date, per la difficoltà di ricerca nel web.

Tabella n. 1 – Raduni di esuli albonesi, 1952-1969
N° del raduno
Località del raduno
Data
1
Conegliano, TV
15 giugno 1952
2
Treviso
24 maggio 1953
3
Padova
5 settembre 1954
4
Trieste
14 agosto 1955
5
Udine
2 giugno 1956
6
Gorizia
8 settembre 1957
7
Venezia
21 giugno 1959
8
Conegliano
4 settembre 1960
9
Trieste
17 settembre 1961
10
Treviso
9 settembre 1962
11
Mestre, VE
6 novembre 1964
12
Padova
8 maggio 1966
13
Trieste
3 novembre 1968
14
Mestre, VE
11 maggio 1969
Fonti: SOMS di Albona, «La nuova Voce Giuliana»,  «Arena di Pola», Archivio ANVGD di Udine

Nel 1981 Ezio Picot è presidente della SOMS di Albona, come si legge su «L’Arena di Pola» del 9 maggio 1981. La tabella n. 2 contiene i dati sui raduni albonesi dal 1973 al 1996, pur con qualche lacuna, dovuta alle difficoltà delle ricerche.
Albona, in lingua croata, si dice: Labin. In dialetto veneto è: Albona. In lingua tedesca si dice: Labin. È antiquato il tedesco Tüberg per la medesima località. Oggi è una città dell’Istria, in Croazia, repubblica resasi indipendente dalla Jugoslavia nel 1991, non senza sanguinosi conflitti fino alla fine del secolo.
Albona nel 2012 contava 11.703 abitanti, di cui 6.884 residenti nel centro storico e nella frazione di Piedalbona / Podlabin, già Pozzo Littorio d’Arsia.

Tabella n. 2 – Raduni di esuli albonesi, 1973-1996
N° del raduno
Località del raduno
Data
16
Udine
27 maggio 1973
17
Mestre, VE
Maggio 1975
18
Trieste
2 maggio 1976
19
Vicenza
30 aprile 1978
20
Treviso
16 settembre 1979
21
Mestre, VE
24 maggio 1981
22
Padova
5 settembre 1982
23
Peschiera del Garda (VR)
Giugno 1984
24
Conegliano, TV
18 maggio 1986
27
Treviso
20 maggio 1990
28
Conegliano, TV
19 maggio 1991
30
Latisana, UD
14 aprile 1995
31
Verona
15 settembre 1996
Fonti: SOMS di Albona, «La nuova Voce Giuliana», «Arena di Pola», Archivio ANVGD di Udine. Nota: dati incompleti


Cartolina di Albona, cortile di Casa Scampicchio, anni ‘40

Il raduno albonese del 1981 a Mestre
La SOMS di Albona, con sede a Trieste ha organizzato il XXI raduno nazionale degli albonesi nel 1981. L’incontro era previsto a Mestre per il 24 maggio e avvenne nella ricorrenza del 110° anno di fondazione della SOMS medesima.
Il programma prevedeva il ritrovo presso un ristorante sito di fronte alla stazione, poi c’era la Santa messa nella Chiesa di S. Lucia in Via Montepiana. Ha celebrato la funzione Monsignor Mario Malusa, nato il 16 settembre 1919 a Dignano d’Istria e morto il 29 novembre 1996 a Morgano (TV). Don Mario svolse il suo primo ministero tra i minatori dell’Arsia nel 1944, come ha scritto «L’Arena di Pola» del 21 dicembre 1996.
A seguire c’è stato il pranzo sociale presso il ristorante Bologna, vicino alla stazione, oltre alle lezioni del nuovo direttivo della SOMS. Era poi prevista l’assegnazione dei premi di studio per onorare la memoria del cavalier Marco Macillis e Lisetta Furlani agli studenti più meritevoli delle scuole elementari, medie, superiori e dell’università.
C’erano dei premi anche per i soci convenuti. Uno fu assegnato alla coppia più anziana e un altro al partecipante che aveva totalizzato il maggior numero di chilometri per raggiungere Mestre, luogo dell’incontro. Era previsto pure un pre-raduno “del sabato” all’albergo Bologna, un segnale per i raduni successivi che si svilupparono su più giornate.  Da Trieste era previsto un pullman in partenza da Largo Barriera alle ore 7 per i soci interessati. Le prenotazioni del raduno si potevano fare presso: Ezio Picot a Conegliano Veneto (TV), Narciso Viscovi a Trieste, Aldo Scopas, a Trieste e Aldo Manzoni a Treviso.
Cartolina postale col Leon de Albona, anni ‘50

Nella tabella n. 3 sono elencati i raduni degli albonesi dal 2008 al 2017. Anche in questo caso compaiono alcune lacune dovute alla difficoltà di ricerca. Il fatto più eclatante di questa tabella è il luogo del 39° raduno, che è Albona stessa, nello stato divenuto Croazia, dopo le guerre balcaniche degli anni 1991-2001. L’incontro storico si tenne dal 21-23 settembre 2012, con la presenza delle autorità amministrative della cittadina istriana. Era dalla fine degli anni ’90 del Novecento che i dirigenti della SOMS di Albona, con sede a Trieste, chiedevano alle autorità comunali croate di svolgere un raduno nella città dagli stupendi panorami verso il Golfo del Quarnaro e l’Isola di Cherso / Cres. Così è stato, rinforzando dialogo tra i rimasti e gli esuli, pur tra mille difficoltà, ma soprattutto pensando al futuro.

Tabella n. 3 – Raduni di esuli albonesi, 2008-2017
N° del raduno
Località del raduno
Data
36
Montebelluna, TV
25 settembre 2008
37
Treviso
15 settembre 2009
38
Trieste
11 settembre 2011
39
Albona, Croazia
21-23 settembre 2012
40
Padova
14-15 settembre 2013
41
Albona, Croazia
26-28 settembre 2014
42
Treviso
22 Settembre 2015
44
Conegliano, TV
24 settembre 2017
Fonti: SOMS di Albona, «La nuova Voce Giuliana», «Arena di Pola», Archivio ANVGD di Udine. Nota: dati incompleti

 Poesia Povera mare, pubblicata su un giornale dei primi del ‘900
Albona e Arsia nella storia
Si deve sapere che il Comune di Albona, negli anni ’30 è tra i più ricchi del Regno d’Italia per il reddito medio pro capite dei suoi abitanti, come si legge su «La nuova Voce Giuliana» del 2000.
Contava oltre 14 mila abitanti quando, nel 1938, parte del suo territorio fu ceduta al neo costituito Comune di Arsia, che pure contava circa 15 mila abitanti. Arsia era un paese famoso per le miniere di carbone, di bauxite, di marna e per le cave di pietra. Nel periodo 1940-1943 furono occupati nelle miniere e nell’indotto oltre 12 mila lavoratori.
Albona sorge sul versante orientale della penisola istriana a tre chilometri dalla costa e a 320 metri sul livello del mare. Sin dai tempi dell’Antica Roma esiste il toponimo di Albona, ricco di vestigia celtiche dell’originaria Alvona. Nel medioevo fa parte del Patriarcato di Aquileia e, nel 1420, passò a Venezia che la fortificò nel 1587 contro le incursioni degli uscocchi e contro le pretese imperiali. Ai tempi della Repubblica di Venezia, Albona è definita “la fedelissima”, tanto per dire da che parte stava. Con la caduta di Napoleone passò sotto l’Austria fino al 1918, quando venne annessa al Regno d’Italia. Dopo il Trattato di pace del 1947 appartenne alla Jugoslavia e, dal 1991, alla Croazia resasi indipendente.
Labin / Albona, cartolina stampata a Zagabria. Fotografia in bianco e nero di D. Frković, 1961

Negli anni 1970-1980 Arsia contava poco più di 6 mila abitanti. La coeva Guida turistica sulla Iugoslavia del Touring Club Italiano (TCI) dedica solo una riga e mezza. In quel periodo nessuno ha mai descritto il grave incidente minerario del 1940. Solo due fotografie di Arsia “importante centro minerario… creazione del lavoro italiano” sono contenute nel volume Venezia Giulia e Friuli del TCI, edito nel 1955.
Una guida turistica dell’Istria, stampata a Zagabria nel 1971, riporta l’insurrezione dei contadini croati di Albona del 1921, che poi istituirono dei propri Consigli, alla maniera dei soviet russi. Allora – prosegue l’autore croato – i minatori di Arsia / Raša attaccarono Albona, incendiarono la Casa d’Italia e formarono un governo rivoluzionario proclamando la Repubblica d’Albona (Labinska republika). L’Esercito Italiano – spiega la guida croata – con l’aiuto dei fascisti soffocò l’insurrezione, effettuando gravi rappresaglie sui minatori e si contadini dei villaggi di Krnica e di Segotiči (pag. 191).
C’è da dire che l’autore croato non fa il minimo cenno al disastro minerario del 1940.  Nemmeno  alle oltre 10 mila vittime italiane uccise nelle foibe o per annegamento o fucilazione dai titini a cominciare dal 1943 in poi. Nulla c’è sugli attentati dell’OZNA contro gli italiani d’Istria, né riguardo alle vessazioni e persecuzioni patite nel dopoguerra. La sigla OZNA sta per: “Odeljenje za Zaštitu Naroda”. Ovvero: Dipartimento per la Sicurezza del Popolo, la polizia segreta di Tito. Non c’è alcun cenno all’esodo giuliano dalmata di oltre 350 mila italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia.


Messaggi dal web
In seguito alla diffusione del presente articolo nel web, abbiamo ricevuto, il 21 luglio 2018, via posta elettronica e volentieri pubblichiamo il seguente commento dal signor Angelo Viscovich, socio ANVGD di Udine.

“Caro Elio Varutti, seguo sempre il tuo blog e leggo tutti i tuoi articoli. Dopo la presentazione del libro Foresti (di Silvia Zetto Cassano), volevo scriverti per dirti semplicemente quanto mi era piaciuto il tuo modo di raccontare l’incontro con l’autrice e con Luciano Santin, stimato giornalista e squisito narratore. Questa volta, nel ricordare l’esodo di Ester Lulli Lenardon, hai tratteggiato momenti di storie personali e di eventi, sempre riguardanti l’Albonese e Arsia, che potrebbero essere, alcuni lo sono già nelle tue opere, le introduzioni ai capitoli di un libro-racconti-testimonianze da scrivere a più mani con la tua accurata e capace regia. Grazie per il prezioso e apprezzato lavoro che fai, cordiali saluti, Angelo Viscovich”.
 Albona, Duomo, particolare della facciata. Cartolina ricordo XII raduno albonese, Padova 1966
Fonti orali e digitali
Per la grande disponibilità dimostrata, desidero ringraziare le seguenti persone da me intervistate a Udine con taccuino, penna e macchina fotografica, se non altrimenti indicato. C’è chi mi ha messo a disposizione, con grande generosità, documenti esclusivi, fotografie e cimeli del tempo, oltre a svariate informazioni riguardo alla propria famiglia, anche se travolta da tragedie e malvagità.
- Isabella Flego, Arsia 1937, intervento nel web intitolato: Arsia, ciò che è profondo rimane in silenzio, on-line dal 14 maggio 2018.
- Lidia Rauni, Santa Domenica di Albona 1936, intervista del 10 febbraio 2017. 
Paolo Riberto, Novara, messaggio in Facebook del 21 luglio 2018 nel gruppo “Esodo istriano, per non dimenticare”.
- Bruna Travaglia, Albona 1943, int. del 10 febbraio 2017.
- Angelo Viscovich, San Lorenzo di Albona 1948, int. del 31 marzo 2015.

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Fonti archivistiche e collezioni familiari
- Archivio del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
- Collezione Ester Lulli Lenardon, esule da Albona, Udine, ora in Archivio ANVGD.
- Collezione Paolo De Luise, esule da Pirano a Fossoli di Carpi (MO).

 Cartolina a colori di Labin /Albona. Stampa di Turistkomerc, Zagabria, anni 1970-1975
Riferimenti bibliografici
- «L’Arena di Pola» del 9 maggio 1981.
- Alberto Gasparini, Maura Del Zotto, Antonella Pocecco, Esuli in Italia. Ricordi, valori, futuro per le generazioni di esuli dell’Istria-Dalmazia-Quarnero, Gorizia, Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (ISIG), Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), 2008.
- Alberto Gasparini, Maura Del Zotto, Antonella Pocecco, M. Sterpini, Esuli nel mondo. Ricordi, valori, futuro per le generazioni di esuli dell’Istria-Dalmazia-Quarnero, Gorizia, ISIG, ANVGD, 2008.
- Giuseppina Mellace, Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, Roma, Newton Compton, 2014.
- «La nuova Voce Giuliana», numeri vari dal 2000 al 2010.
- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Edizioni Difesa Adriatica, Roma, 1990.
- Dragovan Šepić, Istria. Guida turistica, traduzione dal croato di Mario Kinel, Zagabria, 1971.
- Marco Tamborini, Iugoslavia, Milano, Touring Club Italiano, 1982, 2^ edizione.
- Lucio Toth, Storia di Zara. Dalle origini ai giorni nostri, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2016.
- Elio Varutti, Il Campo profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Edizioni ANVGD Comitato provinciale di Udine, 2007.
- Venezia Giulia e Friuli, Milano, Touring Club Italiano, vol. XXI, 1955.
 Fotografia dello stemma di Albona, XIX raduno nazionale albonese, Latisana (UD) 1995
Sitologia

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Servizio giornalistico di Elio Varutti. Ricerche storiche e Networking a cura di Girolamo Jacobson ed E. Varutti.

Arsia, ingresso della miniera, fine anni ’30. Fotografia diffusa il 19 luglio 2018 in Facebook nel gruppo intitolato “ANVGD Udine” da Paolo De Luise, esule da Pirano a Fossoli di Carpi (MO), che si ringrazia per la cortese collaborazione