venerdì 17 maggio 2019

Centopassi, ristorante top a San Daniele del Friuli


È dall’inizio del 2000 che qui si dedicano alla cucina, alla cantina e all’accoglienza. 
Lo facevano in un altro simpatico punto vendita, tuttora attivo: l’Osteria di Tancredi, di via Sabotino. Dal 2016 anche al Centopassi c’è un’alta qualità del servizio e dei prodotti. Il prosciutto crudo di antipasto ha un profumo estasiante. Bella scoperta, dirà qualcuno. Ovvio che a San Daniele del Friuli (UD) ci sia un prosciutto eccezionale. Lo sanno perfino le frotte di austriaci e i tedeschi, che parcheggiano i pullman ai piedi del sagrato del Duomo e poi si infilano nelle mille degustazioni della cittadina collinare con in mano il calice di Tocai (o Friulano che dir si voglia).

La gentilezza al Centopassi si può cogliere dal cameriere che ti viene incontro appena entri, con un sorriso che sprizza simpatia. Sarà l’aria buona, quella che fa stagionare bene i prosciutti? La stessa aria, forse, mette un frizzante feeling nei contatti umani. Un altro antipasto da provare è la tacchinella rosata, peperoni grigliati, con salsa piccante, acciughe sott’olio, capperi e insalatina.
La tacchinella, mmh...

Tra i primi piatti, sono proprio ottimi gli agnolotti al Merlot ripieni di carni brasate col proprio sugo e pecorino. Se volete stare sul classico allora ci sono i gustosi tagliolini al prosciutto di San Daniele. 
Gli agnolotti al Merlot

Un piatto classico: tagliolini col prosciutto S. Daniele. Risponde bene al quesito in lingua friulana: "Bocje ce vûstu?" - Che cosa vuoi di buono?

Tra i secondi, oltre alle carni, sfizioso è lo spiedino di gamberi e coda di rospo alla crema di ortiche e crumble destrutturato di pomodori secchi. Il tutto innaffiato con ottimi vini friulani.
 Spiedino di gamberi e coda di rospo 

Per dolce non perdetevi la scodellina di cioccolato alla crema Chantilly e briciole di amaretto, alchechengi e caramello. Il posto è adatto pure ai vegetariani. Presenta opzioni vegane, opzioni senza glutine e seggiolone per bimbi. Prezzi in linea con la qualità. Parcheggio multipiano a 10 minuti dal ristorante.
Scodellina di cioccolato alla crema Chantilly...
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Ristorante Centopassi, di Silvia Clochiatti. Via Garibaldi 41, 33038, San Daniele Del Friuli (UD). Telefono 0432.942199
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Cenno bibliografico
La spagoguida del 2011. La prima guida ai ristoranti fatta dagli utenti, Milano, Morellini, 2010, p. 114.
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Recensione di Elio Varutti. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti. Fotografie di Daniela Conighi, che si ringrazia per la cortese concessione alla diffusione.

mercoledì 1 maggio 2019

Piccolo omaggio a Norma Cossetto, dall’ANVGD di Udine


A quasi 99 anni dalla sua nascita, noi la ricordiamo con queste parole. Dalle fotografie del cimitero di Santa Domenica di Visinada, oggi Croazia, si vede che la sua tomba reca solo il nome e la dicitura della “medaglia d’oro”. 

Le fu conferita nel 2005 dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Sulla lastra di marmo nulla si legge riguardo al motivo della morte. Norma Cossetto era nata a Visinada il 17 maggio 1920 e fu uccisa e gettata nella foiba di Villa Surani, Comune di Antignana, il 4 o 5 ottobre 1943. Sedici partigiani di Tito l’avevano violentata e torturata prima di buttarla nella foiba ancor moribonda con altre persone tra le quali alcune donne, pure stuprate.
Ecco la motivazione della medaglia d’oro al valor civile: “Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”.
Il cimitero di Santa Domenica di Visinada. Fotografia di Giovanni Doronzo

Segniamo qui di seguito le parole di una intervistata del 2014. Si tratta di Marisa Roman di Parenzo nel 1929, che ebbe alcuni parenti infoibati o massacrati dai titini. “Io ero adolescente – ha detto la Roman – e frequentavo la scuola magistrale di Parenzo e la mia insegnante di italiano era Norma Cossetto, che fu stuprata da 16 aguzzini, gettata nella foiba di Villa Surani e recuperata dai pompieri di Arnaldo Harzarich. Noi compagne di classe restammo sconvolte da quel fatto atroce. Come si fa a fare quelle cose?”.
La tomba della famiglia Cossetto. Fotografia di Giovanni Doronzo

Chi è il maresciallo Harzarich? È colui che dal 21 ottobre 1943 andò a riportare alla luce ben 84 salme nella foiba di Vines, presso Albona, in Istria, secondo «Il Piccolo» del 22 ottobre 1943. Dopo l’8 settembre 1943, con l’esercito italiano allo sfascio, i partigiani titini occuparono l’Istria. In quel frangente, per vendetta contro i soprusi patiti sotto il fascismo, effettuarono le uccisioni nelle foibe. “Mio zio Carlo Alberto Privileggi, fratello di mia madre – aggiunge la signora Roman – fu fatto prigioniero con altri ‘per accertamenti’, dissero e dalla caserma dei carabinieri di Parenzo i titini lo portarono al castello di Pisino”. Poi finì ucciso nella foiba di Vines, durante la pulizia etnica. 
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Girolamo Jacobson e E. Varutti. Fotografie di Giovanni Doronzo, che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

AIUTACI A CONTINUARE QUESTO IMPEGNO. ISCRIVITI AL COMITATO PROVINCIALE DI UDINE DELL’ANVGD !
La quota d’iscrizione per il 2019 è di euro 20 per il capofamiglia e di euro 5 per i familiari conviventi. Si può pagare presso la nostra sede a Udine in Vicolo Sillio 5, ricevendo un gadget. Se non potete spostarvi, telefonateci, verremo noi da voi.
Per fare i bonifici bancari questo è il numero di conto corrente e IBAN intestato all’ANVGD di Udine presso la UBI Banca, Filiale di Udine in via di Toppo, 87.
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venerdì 26 aprile 2019

Visita d’istruzione a Gonars sul sito del Campo di concentramento fascista


La Parrocchia di S. Pio X di Udine, col suo Gruppo culturale, ha voluto questo viaggio della memoria. Così il 25 aprile 2019 una dozzina di persone ha effettuato una visita d’istruzione al luogo dove esisteva il Campo di concentramento fascista di Gonars. Guidati da Tiziana Menotti, i visitatori hanno potuto constatare come non ci sia nemmeno un cartello sulla strada che indichi il campo. Se uno non sa che quello è il sito del campo, ci passa davanti indifferente.

C’è all’interno dei prati un monumento costituito da quattro mosaici (che riprendono 4 disegni degli internati pittori) inseriti su 4 supporti a forma di colonnina. Poi c’è un rotolo di filo spinato, oltre a 4 pennoni senza bandiere. C’è anche una tabella esplicativa con poche righe e una foto. Tutto qui. Al cimitero si ragiona un po’ di più. A memoria del campo di concentramento di Gonars, per iniziativa delle autorità jugoslave nel 1973, lo scultore Miodrag Živković realizzò un sacrario nel cimitero cittadino, dove in due cripte furono trasferiti i resti di 453 cittadini sloveni e croati internati e morti nel campo di concentramento.
La comitiva di gitanti di Udine sud ha poi fatto una visita anche alla stupenda chiesetta di Gris, nel vicino comune di Bicinicco.
Il Gruppo culturale di S. Pio X, sorto nel 2016 sulla spinta di don Paolo Scapin, parroco di S. Pio X si dedica ai temi della Shoah, dell’esodo giuliano dalmata e della detenzione nei campi di concentramento. Si voleva ricordare il parrocchiano e beneamato maestro elementare Alfredo Orzan (1930-2017), cantore di Baldasseria. Il Gruppo culturale anche con don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X dal 24 luglio 2018, si è occupato di organizzare conferenze e mostre di fotografia, d’arte nonché spettacoli teatrali con particolare riferimento alla Parrocchia di San Pio X di Udine. Sono appartenenti al gruppo: Tiziana Menotti, Elio Varutti, Germano Vidussi, Anna Del Fabbro e Gregorio Zamò. Il Gruppo culturale collabora con l’Associazione Insieme con Noi, con gli Alpini di Udine sud, con l’ANED di Udine, con l’ANVGD di Udine e con altri organismi del territorio.

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Fotografie di Francesco Saverio Comisso, che si ringrazia per la gentile concessione alla diffusione e pubblicazione. Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti su informazioni di Tiziana Menotti.

martedì 9 aprile 2019

Omaggio a Arturo Zardini in Castello a Udine, grande successo


Quando il maestro Tammelleo ha iniziato a suonare all’oboe Stelutis alpinis, il pubblico nel Salone del Parlamento a Udine è rimasto a bocca aperta. Che serata meravigliosa! 
Udine 6.4.2019, autorità, artisti, relatori e cori alla serata in omaggio a Zardini in Castello. Fotografia di Daniela Conighi

Anche la bellezza dei canti del soprano Carol Hoefken ha toccato vette altissime. Accompagnata al pianoforte da Alessandro Tammelleo, la maestra Hoefken, incantando tutti, ha eseguito per prima Serenade. Non sono state da meno le serenate successive, opera di Arturo Zardini, di cui si celebrava il 150° anniversario della nascita. La soprano peruviana, accompagnata sempre al pianoforte, ha interpretato Lusignutis (Lucciole) e La gnot d’Avrîl. Poi ha completato il suo esemplare concerto con L’Ave (L’antenata) e con Primevere.
Come mai un Omaggio ad Arturo Zardini nel Castello di Udine gremito di persone? “Per onorare il grande compositore friulano, autore di Stelutis alpinis – ha detto Pietro Fontanini, sindaco di Udine – volevamo questo salone, dove si tenevano le riunioni del parlamento della Patria del Friuli”. Arturo Zardini era nato a Pontebba il 9 novembre 1869 e morì a Udine il  4 gennaio 1923. Ivan Buzzi, sindaco di Pontebba, ha fatto eco a Fontanini, ringraziando gli organizzatori per la straordinaria serata e ricordando il valore del suo illustre compaesano che scrisse Stelutis alpinis a Firenze, in esilio durante la Grande Guerra.
Udine, Salone del Parlamento del Friuli, il pubblico per l'Omaggio a Zardini. Fotografie di E. Varutti

L’originale evento è stato organizzato il 6 aprile 2019 dall’Associazione Musicologi di Gemona del Friuli, in collaborazione con il Comune di Udine e con quello di Pontebba, con l’appoggio della Società Filologica Friulana e dell’Agjenzie Regjonâl pe Lenghe Furlane (Arlef). La replica del concerto si tiene a Pontebba il 13 aprile 2019, alle ore 20,30 nella sala consiliare.
L’incontro si era aperto con l’esibizione del coro Arturo Zardini di Pontebba, diretto da Patrizia Taddio, presentati da Tammelleo.  Sono stati eseguiti in modo magistrale Il salût e La roseane. Poi c’è stata una Serenade , sottotitolata A racuei, visto l’alto numero di serenate di Zardini, vicine assai alle composizioni dei grandi della musica, come Puccini o Beethoven. Spettacolare è stato Il Cjant de Filologiche interpretato dal coro Zardini al termine della prima parte. A seguire c’è stato un intervento di carattere biografico con diapositive su Zardini a cura del professor Elio Varutti, del Consiglio generale della Società Filologica Friulana, oltre ad un altro momento per un’intervista a Giuliano Rui, nipote di Arturo Zardini.

Per chiudere la serata musicale c’è stato il coro Primavera di Udine, sorto negli ambiti dell’Istituto commerciale “A. Zanon”. È stata eseguita Autùn con soprano, pianoforte e coro Primavera. A seguire si è potuto ascoltare il Cjant a Gurizze dagli stessi esecutori, tanto per celebrare il 100° anniversario di nascita della Società Filologica Friulana, avvenuta a Gorizia nel 1919. Poi c’è stata La Staiare. Il gran finale non poteva che essere dedicato a Stelutis alpinis, cantata dal coro Zardini, col coro Primavera e con la soprano. Grande emozione in sala e convinti applausi.
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Alessandro Tammelleo presenta la splendida serata al pubblico. Foto di Leoleo Lulu

Sitologia
Omaggio ad Arturo Zardini, cantore del Friuli. Un prodotto in Power Point sulla vita del grande compositore italiano.

Bibliografia

- Giuliano Rui e Mario Faleschini, Turo Zardini, soldât, musicist e poete, Comune di Pontebba, Arti Grafiche Friulane, Tavagnacco (UD), 2003.

- Sergio Piovesan, Canti friulani musicati da Arturo Zardini. 37 testi di Zardini, di altri autori e popolari con commenti e brevi note biografiche, Comune di Pontebba, Associazione Coro Marmolada di Venezia, 2018.

La soprano Carol Hoefken nella Serenade. Foto di Leoleo Lulu
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Leoleo Lulu, Elio Varutti e di Daniela Conighi.
Elio Varutti commenta la vita del grande compositore Arturo Zardini. Foto di Leoleo Lulu

Castello di Udine - Apre l'incontro il sindaco Pietro Fontanini. Foto di E. Varutti

Castello di Udine, Giuliano Rui, nipote di Zardini, mostra con orgoglio il manoscritto originale di Stelutis alpinis. Foto di Leoleo Lulu


Rassegna Stampa dal "Gazzettino" e "La Vita Cattolica"


Dal Messaggero Veneto, col curioso esempio di... disgrafia nella parola "nascista".

venerdì 1 febbraio 2019

Tarcento, Giorno della Memoria parlando del Ghetto di Varsavia e del Campo di Arbe


Non pare neanche vero che un Campo di concentramento possa salvare delle vite. Bisogna dire che l’Italia fascista, con la Germania, invade la Jugoslavia nel 1941. Nelle zone di occupazione italiana e in altre parti vengono relegati nei campi di concentramento (come a Gonars e a Arbe) gli allogeni, come vengono chiamati gli sloveni o i croati dissidenti o ribelli.
Tarcento, Giorno della Memoria. Fotografia di Bruno Bonetti

Succede altresì che, dal 1941 al 1943, al Campo di concentramento dell’Isola di Arbe, in Dalmazia, l’Esercito Italiano sottrae 2.180 ebrei iugoslavi dalle grinfie del nazisti e degli ustascia croati.  Per i piani di Hitler dovevano finire essi ad Auschwitz, noto Campo di sterminio. È una storia poco nota. Certi storici sono stai troppo impegnati a glorificare ogni forma di resistenza antifascista, oscurando la figura dell’italiano-brava gente.
Le cose cambiano dopo il 1989, con la Caduta del Muro di Berlino e il venir meno delle ideologie. Con la Legge italiana del 20 luglio 2000, n. 211, istitutiva del Giorno della Memoria e dalla analoga risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, c’è più consapevolezza sul tema della Shoah. Così si fa chiarezza e si rende giustizia a quegli ufficiali italiani che, rischiando la vita, si sono prodigati per evitare la deportazione di migliaia di ebrei. Di queste notizie ha parlato il professor Elio Varutti nella Biblioteca di Tarcento il 30 gennaio 2019, in occasione del Giorno della Memoria.
Ha aperto i lavori dell’incontro Luca Toso, vice sindaco di Tarcento, portando i saluti della Civica Amministrazione, presente in sala con altri consiglieri comunali, come Luca Paolone e  Luisa Fossati. In seguito è intervenuta la seconda relatrice della riunione, la studiosa Tiziana Menotti sul “Ghetto di Varsavia”.
Tarcento, Tiziana Menotti relatrice al Giorno della Memoria. Fotografia di E. Varutti

Tra i grattacieli di Varsavia. Ciò che resta del ghetto più grande d'Europa
“Prima del 1939, a Varsavia viveva la comunità ebraica più grande d'Europa con circa 400.000 unità – ha detto Tiziana Menotti – Nel marzo 1940 i nazisti ordinarono di recintare la zona abitata tradizionalmente dagli ebrei. L'operazione terminò il 16 novembre 1940, quando il ghetto, indicato ufficialmente come quartiere residenziale ebraico, fu chiuso definitivamente”.
Il ghetto di Varsavia era il più grande d'Europa anche per superficie (4 km²). Il muro che lo delimitava era alto 3 metri e lungo 18 chilometri. Nel ghetto vennero inglobate 73 delle 1800 vie della città comprendenti 27.000 appartamenti, un cimitero, un campo sportivo, 14 orfanotrofi, alcuni teatri, negozi e ristoranti di lusso per gli ebrei facoltosi. L'estensione del ghetto subì vari ridimensionamenti. Nel 1941 furono creati il ghetto piccolo (100.000 ebrei) e il ghetto grande (300.000 ebrei).
Tarcento, Giorno della Memoria, parte del pubblico in sala. Fotografia di E. Varutti

Nel ghetto imperversavano la fame, le malattie e la morte. Nel 1941 vi morirono circa 100.000 persone. Il 22 luglio 1942 iniziò la “Grande Operazione“, la deportazione, durata quasi 2 mesi, di circa 265.000 ebrei nel vicino campo di sterminio di Treblinka, attivo dal 23 luglio 1942. Ogni giorno venivano deportate dalle 2000 alle 13.500 persone che morivano subito dopo l'arrivo nel lager. Tra il 18 e il 22 gennaio 1943, in occasione dell'ennesimo tentativo di deportazione, gli ebrei si difesero per la prima volta con le armi. La rivolta culminò con l'eroica insurrezione del ghetto di Varsavia (19 aprile -16 maggio 1943), che costò la vita ai circa 60.000 ebrei sopravvissuti alla deportazione. Il ghetto di Varsavia è andato completamente distrutto.
“Al suo posto, oltre a un  frammento di muro e ad alcune tracce dei suoi vecchi confini sparse tra i grattacieli della città – ha concluso la Menotti – si snoda un commovente percorso della Memoria che accompagna il visitatore fino alla Umschlagplatz, nella parte più a nord del grande ghetto, da dove partivano ogni giorno i convogli diretti a Treblinka con il loro carico umano destinato alle camere a gas”.
Tiziana Menotti (Udine 1954) è medico e slavista, appassionata di lingua e cultura ceca. Fotografia di Leoleo Lulu
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

giovedì 31 gennaio 2019

Ariel Haddad, rabbino della Slovenia, parla della Shoah. Giorno della Memoria a Udine sud


È stato Guglielmo Cocco, delegato pastorale della parrocchia di S. Pio X, a Udine, ad aprire l’originale Giorno della Memoria il 29 gennaio 2019. “La Shoah ci tocca proprio da vicino e voglio ricordare che mio nonno ospitò una famiglia di ebrei – ha detto Cocco – evitando loro la deportazione nazista”. Poi ha accennato all’assenza di don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X, sostituito in sala da don Pietro Giassi, vice parroco. L’invito in sala riportava comunque il contributo di don Maurizio Michelutti, riportato alla fine di questo articolo del blog.
Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine porta il saluto all’incontro sul Giorno della Memoria in S. Pio X del 29.1.2019, vicino a don Pietro Giassi, vice parroco, Ariel Haddad, rabbino della Slovenia e direttore del Museo della Comunità Ebraica di Trieste "Carlo e Vera Wagner", Tiziana Menotti e Elio Varutti. Fotografia di Leoleo Lulu

Ha avuto la parola in seguito Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, che ha patrocinato l’iniziativa. “Abbiamo coordinato volentieri vari incontri per il Giorno della Memoria – ha detto Cigolot – in collegamento alla mostra “Aurelio e Melania Mistruzzi Giusti tra le Nazioni” visitabile, fino al 17 febbraio 2019 e proprio all’inaugurazione di tale mostra abbiamo conosciuto la signora Lea Polgar, che quando aveva dieci anni, fu salvata dalle retate naziste a Roma dai coniugi Mistruzzi, dichiarati poi Giusti tra le Nazioni”.
Cigolot, che ha portato il saluto del sindaco Pietro Fontanini, ha concluso con una riflessione incentrata sul fatto che “è proprio vero che non possiamo nascondere l’umanità”. 
Marco Balestra, presidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine, si è complimentato con gli organizzatori della serata, divenuta una ormai tradizione, primo fra tutti il gruppo culturale parrocchiale di S. Pio X. Poi Balestra ha ricordato di “lanciare tanti messaggi per scuotere le cosciente assopite, puntando sui giovani che danno molte risposte positive sul tema della Shoah”.
Marco Balestra, presidente dell’ANED di Udine. Fotografia di Leoleo Lulu

Un intervento molto seguito e con una impostazione teologica è stato quello di don Pietro Giassi, vice parroco di S. Pio X. “Mi sono chiesto che cos’è il Giorno della Memoria per me – ha detto don Giassi – allora sono andato a cercare le parole del profeta Isaia per capire che dobbiamo guardare qual è la strada buona da seguire”.
Ariel Haddad, rabbino della Slovenia e direttore del Museo della Comunità Ebraica di Trieste "Carlo e Vera Wagner", ha effettuato l’intervento più atteso. Si è domandato se ci sia dell’antisemitismo in Europa. La sua risposta è che “l’antisemitismo non è stato sradicato, anzi resta nei pregiudizi e nelle equazioni dell’ebreo ricco, intelligente e di successo, fino ad arrivare a ripescare il falso documento dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion sugli ebrei che desideravano dominare il mondo, oppure sul concetto di razza e di creazione del nemico”.
Sono solo alcuni cenni all’articolato e complesso discorso del rabbino, che ha concluso il suo intervento citando Primo Levi sull’indifferenza provata dalle persone circa i primi atti di persecuzione razziale avvenuti in Italia, dopo le Leggi razziali del 1938.
Sono seguiti gli interventi con diapositive in Power Point della studiosa Tiziana Menotti sul “Ghetto di Varsavia” e di Elio Varutti su “Ebrei iugoslavi salvati dall’Esercito italiano al Campo di concentramento di Arbe, Dalmazia”, cui si rinvia ai brani tratti dal depliant di sala pubblicati poco sotto.
Don Pietro Giassi, Ariel Haddad, rabbino della Slovenia e Tiziana Menotti. Fotografia di Leoleo Lulu
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Si riportano qui di seguito, a cura della redazione del blog, gli interventi dei quattro relatori al Giorno della Memoria, svoltosi la sera del 29 gennaio 2019, nella parrocchia di S. Pio X a Udine, predisposti per il biglietto col programma di sala.

Saluto del Parroco don Michelutti nel Giorno della Memoria 2019
Carissimi, la comunità parrocchiale di S. Pio X in Udine, con grande disponibilità accoglie la proposta di ospitare l’incontro in occasione del Giorno della Memoria 2019.
Parlare di Memoria riguardo ad un evento difficile e drammatico che ha toccato persone e luoghi non è un semplice “ricordare” qualcosa che è avvenuto nel passato ma, come esprime in modo più significativo e vivo il concetto biblico del “memoriale”, è ripresentare, rinnovare, rendere nuovo ed effettivamente presente nell’oggi quell’evento accaduto tanto tempo fa.
Un pesachim  ebraico della notte di Pasqua, parte del racconto che il padre di famiglia fa ai figli circa l’evento della liberazione dalla schiavitù d’Egitto, afferma che “in ogni generazione, ognuno deve considerare se stesso come se egli in persona fosse uscito, quella notte, dall’Egitto”.
Penso e mi auguro che questa giornata davvero speciale sia una giornata “memoriale”, l’opportunità di riflettere e soprattutto rivivere in prima persona quegli eventi del passato, per riprendere in mano la nostra umanità e renderla più umana, nuova e aperta ad orizzonti di pace che soli producono, nel cuore dell’uomo, quella speranza che desidera fortemente e giustamente che eventi così tristi e tragici non succedano mai più.
Buon lavoro a tutti coloro che con passione e competenza ci offrono questo importante evento e un grazie di cuore a tutti coloro che, a qualsiasi livello, rendono possibile questo incontro-esperienza di profonda umanità.
Don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X, Udine.

Guglielmo Cocco, delegato pastorale di S. Pio X di Udine. Fotografia di Leoleo Lulu

Le Leggi Razziste del 1938
Qualche settimana dopo il giro di boa del nuovo anno, il 2019, ci si volta indietro e si pensa ai significati di quello passato.
Dal punto di vista storico si può dire che due eventi di rilevanza fondamentale per l’Italia hanno visto nel 2018 un anniversario fondamentale. Il primo, dal punto di vista cronologico, è il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale. Il secondo è l’Ottantesimo Anno dalla promulgazione delle Leggi Razziste (o razziali che dir si voglia).
Non c’è dubbio che per quanto riguarda la Comunità Ebraica italiana le Leggi Razziste promulgate dal governo di Mussolini sanciscono una frattura insanabile tra l’ebraismo italiano e la sua patria. Gli ebrei italiani, negli anni del Risorgimento e dell’Italia liberale avevano partecipato con ardore alla costruzione di uno stato liberale e moderno. Negli anni del Fascismo, invece, vedono le loro esistenze prima minacciate, poi limitate, sopraffatte, derubate, umiliate e annientate.
Coloro che contribuirono con speranza alla costruzione della Nazione, si videro da essa stessa respinti e obliterati.
La genesi di queste Leggi affonda le sue radici filosofiche e storiche in un coagulo di motivazioni che, sorprendentemente, si fanno beffe delle idee di modernità democrazia e uguaglianza che il mondo moderno sembrava aver fatto definitivamente proprie, scagliando gli ebrei d’Europa nell’incubo del genocidio di massa oramai conosciuto come Shoah. Non si può non pensare a quanto siamo vicini all’oblio di quegli anni.
Ariel Haddad, rabbino della Slovenia e direttore del Museo della Comunità Ebraica di Trieste "Carlo e Vera Wagner".
 Il pubblico in sala. Fotografia di E. Varutti


Tra i grattacieli di Varsavia. Ciò che resta del ghetto più grande d'Europa
Prima del 1939, a Varsavia viveva la comunità ebraica più grande d'Europa con circa 400.000 unità. Nel marzo 1940 i nazisti ordinarono di recintare la zona abitata tradizionalmente dagli ebrei. L'operazione terminò il 16 novembre 1940, quando il ghetto, indicato ufficialmente come quartiere residenziale ebraico, fu chiuso definitivamente. Il ghetto di Varsavia era il più grande d'Europa anche per superficie (4 km²). Il muro che lo delimitava era alto 3 metri e lungo 18 chilometri. Nel ghetto vennero inglobate 73 delle 1800 vie della città comprendenti 27.000 appartamenti, un cimitero, un campo sportivo, 14 orfanotrofi, alcuni teatri, negozi e ristoranti di lusso per gli ebrei facoltosi. L'estensione del ghetto subì vari ridimensionamenti. Nel 1941 furono creati il ghetto piccolo (100.000 ebrei) e il ghetto grande (300.000 ebrei).
Nel ghetto imperversavano la fame, le malattie e la morte. Nel 1941 vi morirono circa 100.000 persone. Il 22 luglio 1942 iniziò la “Grande Operazione“, la deportazione, durata quasi 2 mesi, di circa 265.000 ebrei nel vicino campo di sterminio di Treblinka, attivo dal 23 luglio 1942. Ogni giorno venivano deportate dalle 2000 alle 13.500 persone che morivano subito dopo l'arrivo nel lager. Tra il 18 e il 22 gennaio 1943, in occasione dell'ennesimo tentativo di deportazione, gli ebrei si difesero per la prima volta con le armi. La rivolta culminò con l'eroica insurrezione del ghetto di Varsavia (19 aprile -16 maggio 1943), che costò la vita ai circa 60.000 ebrei sopravvissuti alla deportazione. Il ghetto di Varsavia è andato completamente distrutto. Al suo posto, oltre a un  frammento di muro e ad alcune tracce dei suoi vecchi confini sparse tra i grattacieli della città, si snoda un commovente percorso della Memoria che accompagna il visitatore fino alla Umschlagplatz, nella parte più a nord del grande ghetto, da dove partivano ogni giorno i convogli diretti a Treblinka con il loro carico umano destinato alle camere a gas. Tiziana Menotti.
 L'intervento di Tiziana Menotti. Fotografia di Germano Vidussi
Ebrei iugoslavi salvati dall’Esercito italiano al Campo di concentramento di Arbe, Dalmazia


Non pare neanche vero che un lager possa salvare delle vite. Bisogna dire che l’Italia fascista, con la Germania, invade la Jugoslavia nel 1941. Nelle zone di occupazione italiana e in altre parti vengono relegati nei campi di concentramento gli allogeni, come vengono chiamati gli sloveni o i croati dissidenti o ribelli.
Succede altresì che, dal 1941 al 1943, al Campo di concentramento dell’Isola di Arbe, in Dalmazia, l’Esercito Italiano sottrae 2.180 ebrei iugoslavi dalle grinfie del nazisti e degli ustascia croati.  Per i piani di Hitler dovevano finire essi ad Auschwitz, noto Campo di sterminio. È una storia poco nota. Certi storici sono stai troppo impegnati a glorificare i vincitori, oscurando la figura dell’italiano-brava gente.
Le cose cambiano dopo il 1989, con la Caduta del Muro di Berlino e il venir meno delle ideologie. Con la Legge italiana del 20 luglio 2000, n. 211, istitutiva del Giorno della Memoria e dalla analoga risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, c’è più consapevolezza sul tema della Shoah. Così si fa chiarezza e si rende giustizia a quegli ufficiali italiani che, rischiando la vita, si sono prodigati per evitare la deportazione di migliaia di ebrei balcanici. Elio Varutti.
Il pubblico in sala poco prima dell'inizio. Fotografia di E. Varutti
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Il Giorno della Memoria a Udine sud è stato organizzato dal gruppo culturale della Parrocchia di S. Pio X di Udine, in collaborazione con l'Associazione Insieme con Noi, il Gruppo Alpini Udine Sud e il patrocinio del Comune di Udine col titolo generale: La Shoah a Udine sud. Luoghi e storie fra deportazioni e campi di concentramento. Impaginazione e grafica del biglietto di sala a cura di Anna Del Fabbro.

Si ricorda che la mostra “Aurelio e Melania Mistruzzi Giusti tra le Nazioni” è visitabile, fino al 17 febbraio 2019, il venerdì a ingresso libero dalle ore 14,30 alle 17,30, oltre al sabato e domenica dalle ore 10 alle 13 e dalle 14 alle 17,30 a Palazzo Morpurgo, in Via Savorgnana a Udine.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Grazie a Anna Del Fabbro per la grafica del volantino. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo, come quella di Leoleo Lulu, di Germano Vidussi e di E. Varutti

martedì 29 gennaio 2019

Arsia, città mineraria 1936. Prospettive turistiche del Terzo millennio, libro di Racovaz


Grazie alle esaurienti ricerche archivistiche “alla raccolta di notizie per il tramite dei racconti degli abitanti – scrive nella Prefazione al volume presente Glorija Paliska Bolterstein, sindaco del Comune di Raša (Arsia) – alla localizzazione dei vari edifici e contenuti con l’aiuto delle fotografie, all’analisi dell’odierno patrimonio e al faticoso lavoro in situ, è nata quest’opera dedicata principalmente all’illustrazione delle particolarità edilizie di Arsia”.
La copertina del volume

Certo, avrà insistito molto nella scelta editoriale incentrata sugli aspetti edili il fatto che Rinaldo Racovaz è un geometra. È quasi una sua deformazione professionale soffermarsi sulle opere di bonifica, sull’acquedotto, sulla centrale termoelettrica di Vlaska, sulle risorse minerarie dell’area e sulla fondazione della città. La parte più affascinante per i saltafossi (è così che venivano chiamati in Friuli dai coetanei gli studenti e i diplomati geometri) è la seconda metà del testo ricco di tante fotografie. 
Qui vengono descritti la direzione dei lavori, il cantiere, gli edifici residenziali, gli artisti di Arsia, oltre alle caratteristiche morfologiche del nuovo Comune, sorto nel 1937. Ci sono i particolari costruttivi dei pavimenti in piastrelle, delle porte, con tanto di maniglia fotografata a parte, oppure il solaio della famosa chiesa col tetto a forma di vagone minerario rovesciato, in onore dei minatori.
Panorama di Arsia nel 1939

Il volume è perfettamente bilingue: italiano e croato.  Tra gli artisti e i professionisti che lavorano ad Arsia nel 1936-1937 troviamo Ugo Carà pittore, Marcello Mascherini scultore, Gustavo Pulitzer Finali architetto, gli sloveni Zorko Lah e Franjo Kosovel architetti e Eugen Kokot pittore. L’autore riesce a sfatare i dati trionfanti del regime, con documenti alla mano, come le Relazioni mensili, inviate dalla Società ARSA al prefetto Cimoroni sull’andamento dei lavori di edificazione. Secondo il regime ed i giornali del tempo, controllati dal regime, il villaggio di Arsia fu costruito in soli 547 giorni! Ecco la frase sfatata. Arsia fu costruita dal 10 marzo 1936 al 29 ottobre 1940, per un totale sincero di 1.694 giorni ma, come lamenta l’Autore, ancor oggi nei saggi scientifici si continua a propinare la non documentata cifra di 547 giorni di lavoro (p. 282).
Arsia, Case operaie edificate nel 1937. Fotografia archivio Rinaldo Racovaz

Si ricordano le sciagure che colpirono la miniera di Arsia, inclusa una del dopoguerra. La più grave disgrazia avvenne il 28 febbraio 1940, causando la morte di 185 minatori e un centinaio di feriti. La stampa di regime diffuse appena la notizia, ridimensionando l’accaduto. Così scrive l’autore a pag. 7. Si può aggiungere che con lo sfruttamento intensivo della miniera in periodo bellico, a fare le spese di una produzione febbrile e incosciente fu la sicurezza dei lavoratori. Infatti, già prima del disastro del 28 febbraio, ci furono altri incidenti collettivi, di cui due particolarmente gravi nel 1937 e 1939 che causarono, rispettivamente, la morte di 13 e 7 operai (Giorgio Di Giuseppe, “Arsia, una tragedia ancora poco conosciuta”, on-line dal 3 marzo 2015). https://www.balcanicaucaso.org/Transeuropa/Arsia-una-tragedia-ancora-poco-conosciuta
Piscina di Arsia, 1942; gli impianti sportivi sono il fiore all’occhiello del regime. Si riconosce, in basso a sinistra Gino Stringaro, minatore. Collezione Walter Stringaro, esule da Arsia a Udine

Dopo l’armistizio del 1943, Arsia venne occupata dalla Germania nazista all’interno dell’Adriatische Küstenland, in fase di annessione al Terzo Reich. Nell’aprile del 1945 i nazisti fuggono e arrivano i partigiani di Tito. Costoro destinarono al lavoro forzato i prigionieri tedeschi della Wehrmacht, dato che molti minatori italiani erano fuggiti, sin dal 1944 (come ha raccontato Walter Stringaro), per la paura delle violenze titine; queste ultime parole sono della redazione del blog. 
L’autore si limita a scrivere che “L’esodo del dopoguerra interessò un gran numero di abitanti di questa cittadina che in quel periodo perse anche lo stato di Comune perché incorporata in quello di Albona” (p. 7). Nel 1937 Arsia contava 8.786 abitanti (p. 272).
Facente parte della alla Repubblica Socialista Iugoslava, nel 1961, ad Arsia vi fu stabilita una colonia di bosniaci che crebbero fino a rappresentare un terzo della popolazione del comune, ma al 2011 sono censiti solo in 190. Mentre la comunità italiana è costituita oggi da una cinquantina di persone, secondo le enciclopedie del web. A causa della crisi e della riforma dell’economia socialista negli anni Sessanta il numero di lavoratori diminuì e si svilupparono nuove attività economiche, che poi subirono dei fallimenti.
Il futuro di Arsia, che conta 3.197 abitanti, in conclusione, sta nel turismo secondo l’autore e secondo il sindaco della città, gemellata con alcuni comuni del Friuli Venezia Giulia.


Piscina di Arsia, 1942; relax di Gino Stringaro, minatore. Collezione Walter Stringaro, esule da Arsia a Udine

I coeditori dell’interessante ed esclusivo volume sono il Comune di Arsia / Općina Raša, la Regione Istriana / Istarska županija e l’Associazione Arsia Art di Arsia / Udruga Arsia Art iz Raše. Per l’editore / za izdavača hanno collaborato: Daniela e Federika Mohorović. È stato redattore e traduttore / urednik i prevoditelj Tullio Vorano. Lettori / lektori risultano Iva Peršić (italiano / talijanski) e Samanta Paronić (croato / hrvatski). L’impaginazione e il design / prijelom i dizajn sono opera di Leo Knapić. La stampa di questo volume è stata agevolata dal consistente contributo finanziario della signora Lia Carli vedova Faraguna di Trieste. Il testo è stato schedato nel catalogo informatico della Biblioteca universitaria di Pola / Pula (Croazia).
La redazione del blog presente ringrazia il signor Walter Stringaro, nato ad Arsia nel 1942 ed esule a Udine, socio ANVGD, per il prestito dell’originale volume sulla sua città natale.

Il libro qui recensito
Rinaldo Racovaz, Arsia, un’opera d’arte d’edilizia moderna / Raša, remek-djelo graditeljstva Moderne, Arsia / Raša, Comunità degli Italiani “Giuseppina Martinuzzi” di Albona / Zajednica Talijana “Giuseppina Martinuzzi” Labin, Consiglio della minoranza italiana della Città di Albona / Vijeće talijanske manijne Grada Labina, 2016, pp. 308, varie fotografie b/n.

ISBN 978-953-97919-7-9
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Approfondimenti nel web
Si può menzionare il libro di Cristina Scala, intitolato  : Cuore di bambina a Fiume nell’anno 1947, Portogruaro (VE), [s.e.], 2018, pp. 58.
Come ha scritto, il 31 gennaio 2019, la stessa Cristina Scala in Google, è opportuno ricordare: "l'incidente in miniera del 14 marzo 1948, dove morirono 92 prigionieri tedeschi durante i lavori forzati nel dopoguerra. Infatti non esistono documenti ufficiali, ho solo la lettera originale del 1949 del soldato sopravvissuto che lo testimonia". Il soldato tedesco è il protagonista del volume di Cristina Scala, che si ringrazia per l'approfondimento interessante. 

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Recensione di Elio Varutti. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.