martedì 28 marzo 2017

AFDS Stringher, 30 anni di dono, Udine

L’assemblea dei donatori di sangue dell’Istituto “B. Stringher” si è tenuta il 25 marzo 2017 a Udine. È stata l’occasione per ricordare il 30° anno di attività della sezione studentesca AFDS. La festa del dono si è svolta presso l’Auditorium dello Stringher con molte autorità. C’è stato anche il rinnovo delle cariche sociali e la consegna delle benemerenze ai soci più attivi.
Franco Mattiussi, Donnino Mossenta, Furio Honsell, Luca Piceno e Tiziana Ellero al Trentennale della sezione AFDS dello Stringher

Dopo un breve saluto della professoressa Tiziana Ellero, che ha parlato in nome di Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dell’Istituto Stringher, è intervenuto Furio Honsell, sindaco di Udine. Honsell ha ricordato i valori della solidarietà e dell’umanità dell’AFDS che “fin dal suo inno accenna al fatto che si può dare il sangue a chiunque ne abbia bisogno, persino un nemico”.
Ha portato il saluto della Provincia di Udine, Franco Mattiussi, vice presidente dell’ente, che ha ricordato gli impegni finanziari per la scuola alberghiera, commerciale e turistica di Udine, destinata a diventare un vero e proprio campus di studi specializzati. Donnino Mossenta, vice presidente dell’AFDS della Provincia di Udine, ha portato il caloroso saluto di Roberto Flora, presidente dell’AFDS provinciale di Udine. “La vostra sezione di donatori è nata nel 1987 con Franco Flora, tra gli altri – ha detto Mossenta – che  era il papà del nostro attuale presidente provinciale, quindi è significativo questo passaggio del testimone in un’azione di volontariato come la nostra”. 
Luca Piceno, presidente dell’AFDS Stringher, ha accennato all’attività di propaganda sul dono del sangue  del plasma che la sezione intende svolgere con una T-shirt apposita per il 30° anniversario di fondazione e si è augurato che i donatori della scuola siano sempre più numerosi. Vengono poi mostrati ed approvati all’unanimità il bilancio consuntivo 2016 e quello di previsione del 2017, dopo una breve relazione sull’attività della sezione.

Il saluto del sindaco di Udine Furio Honsell

Ecco alcuni dati statistici riferiti da Elio Varutti: “Nel 2016 la sezione conta 178 iscritti, tra i quali ben 118 attivi Le donazioni sono state 83. Nel 2012 i soci erano 137 e 63 gli inattivi da tre o più anni”.
Hanno poi portato il loro saluto la professoressa Maria Pacelli, vice presidente della sezione, ricordando quando decise di donare sangue per la prima volta e il professor Otello Quaino, socio fondatore della sezione.
In seguito è stata ricordata la nascita della sezione. Era il 15 maggio 1987 quando nella aula magna “Adelchi Nuciforo” della scuola, in Via Crispi, si riunì, con l’allora presidente AFDS di Udine Gian Paolo Sbaiz, l’assemblea di fondazione. Preside della scuola era Gianfranco Vonzin. Furono eletti nel primo direttivo: Elio Varutti (presidente), Anna Marcuzzi allieva (vice presidente), Salvatore Torrisi (rappresentante dei donatori), Gianni Tavella, Alida Barazzutti e Otello Quaino (segretario).
Nel 2017 sono stati assegnati i seguenti premi ai soci benemeriti. Diploma di benemerenza a Vanesa Noelia Cesare, Serena Oliverio, Francesco Perrone Andrea, Elena Sirch, Vincenzo Turano e Mauro Zuccolo. Il Distintivo di bronzo è andato a Luca Piceno e Barbara Vidale. Il Distintivo d’argento è per il professor Massimo Marangone. Sono state, infine, consegnate le tessere di nuovo donatore ed il relativo gadget ai seguenti soci: Tuzzi Beatrice, Pugliese Rossella, Sari Sebastiano e Galeota Silvia.
Il presidente Piceno ha ringraziato per la collaborazione alla buona riuscita dell’evento il professor Luca Martini e i suoi allievi della classe 4^ B Accoglienza che si sono impegnati in veste di Assistenti congressuali per la buona riuscita dell’evento. Viene ringraziata poi la sezione alberghiera dell’Istituto, nella persona del professor Alessandro Pareschi, con le classi 2^ H sala e vendita e 4^ A sala e vendita, che pure hanno operato per l’ottima riuscita del trentennale della sezione. È stata ringraziata anche la professoressa Paola Barbanti, insegnante di Scienze motorie, per la fattiva collaborazione prestata ai temi del dono e della solidarietà.

Sono risultati eletti e riconfermati nel Consiglio Direttivo: Luca Piceno (presidente), Maria Pacelli (vice presidente), Elio Varutti (rappresentante dei donatori), Giancarlo Martina (segretario), Roberto Orsaria, Salvatore Torrisi, Gianni Cocetta e Mauro Zuccolo (nuovo eletto). Sono stati eletti e riconfermati al ruolo di Revisori del conto: Maria Lucis, Diego Chiarparin e Marisa Santomanco.
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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti.

domenica 26 marzo 2017

L’ultimo libro di Liani & Cecchini, L’inconfessabile virtù

L’indifferenza nella lotta politica non paga. Al nemico bisogna dare tante legnate, in senso figurato, ma non solo. Così insegnano Mazzarino, Machiavelli, Shakespeare, Lenin e Saddam Hussein. È questo il senso delle cose nel recente libro di Giuseppe Liani e di Gian Luigi Cecchini, intitolato: “L’inconfessabile virtù. Machiavelli, Shakespeare, Mazzarino e la violenza nella lotta politica”, stampato nel 2016.
Conquistare il potere politico, conservarlo e trasmetterlo ai discendenti o ai discepoli non è cosa da poco o da principianti. È necessario avere le competenze per fare tutto ciò. Non tutti nascono assassini Doc. Il volume di Liani & Cecchini si sofferma su tale argomento. La letteratura a disposizione è piena di autori, di personaggi e di casi che studiano il fenomeno, ne analizzano le dimensioni, fissandone i parametri di comportamento… criminale. Si analizzano i concetti di “forza” (che viene reputata di genere “costruttivo”) e di violenza (che pare sempre “distruttiva”). 
Tra i paragrafi si può incappare in qualche Imperatore europeo dei secoli scorsi e in presidenti USA, oppure tra orripilanti dittatori guerrafondai e satrapi d’Oriente. Oltre a Napoleone sono citati nell’originale volume, ad esempio: Aristotele, Cesare Borgia, il sociologo Max Weber, ma pure Cicerone o Giulio Cesare.
Per stare nel nostro banale quotidiano, si pensi alle uccisioni davanti agli stadi di calcio, durante gli scontri tra le opposte tifoserie. E che dire dei piccoli omicidi familiari perpetrati per togliere di mezzo il genitore troppo impiccione o, secondo un’etica ribaltata, per entrare in possesso dell’eredità?
Illuminante, nel volume in questione, è la riflessione di Elias Canetti riportata sin dalle prime pagine, ad esempio, sull’orgoglio di aver partecipato all’azione criminale. I gravi delitti vengono intesi quasi come un rito di passaggio in chiave politica. Scrive Elias Canetti che: «Un omicidio senza pericolo, permesso, raccomandato, e spartito con molti altri è irresistibile per la maggioranza degli uomini».
Giuseppe Liani è stato giornalista alla redazione RAI di Udine. Laureato in Filosofia e Scienze Politiche all’Università di Trieste, ha condotto una serie di seminari sulla nascita dello Stato moderno per la Cattedra di Filosofia del diritto. Come professore a contratto è stato docente di Storia del giornalismo e Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa.
Gian Luigi Cecchini è professore associato di Diritto dell’Unione Europea e di Diritto Internazionale all’Università degli Studi di Trieste, nel corso di laurea in Scienze internazionali e diplomatiche.
Assieme hanno già pubblicato: Il colpo di stato. Media e diritto internazionale (2012); Verba manent. L’enciclica quotidiana delle parole di papa Francesco (2013) e Il prezzo del lavoro (2014).

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Giuseppe Liani, Gian Luigi Cecchini, L’inconfessabile virtù. Machiavelli, Shakespeare, Mazzarino e la violenza nella lotta politica, Padova, Libreriauniversitaria.it, 2016, pagg. 226, euro 13,90.
ISBN : 978-88-6292-789-5


giovedì 23 marzo 2017

Quando i friulani costruivano la Transiberiana, film della Rorato

Il film di Christiane Rorato è eccezionale. Si intitola “I dimenticati della Transiberiana”, ma ha anche il titolo in francese: “Les Oubliés di Transsiberiéne”, viste le origini francesi della regista, che vanta delle ascendenze friulane, di Rivignano.

È stato proiettato, alla sera, al cinema Visionario di Udine il 22 marzo 2017. La sala più grande del Visionario era stracolma di persone. Alla fine della proiezione c’è stato un lungo applauso per lei. E pure un dibattito con la regista Rorato. Oltre alla regista era presente Bruno Beltramini che ha effettuato le riprese e Maria Grazia Renier, pittrice delle opere mostrate nel film. Già perché la regista non voleva le fotografie, che avrebbero trasformato l’opera in un documentario.
In realtà, a mio modesto parere, il suo film è un grande affresco sull’epopea dei friulani quando costruirono una parte della ferrovia transiberiana. È un interessante crogiolo di lingue, perché usa il friulano, il francese, il russo e l’italiano, con le didascalie di traduzione.
Russia 1876. Una locomotiva a legna della linea transiberiana. Vi lavorarono molti emigranti di Osoppo, Buja, Lauco, Forni di Sotto, Forni di Sopra, Nimis. I tredici colossali piloni di Sizran sono stati costruiti dall’impresa Leonardo Perini di Artegna. Fotografia dal volume di Gino di Caporiacco, L’emigrazione dalla Carnia e dal Friuli.

Il libro e il grano

A volte il “cjast” (solaio, in friulano, o anche: granaio nella soffitta) può riservare delle autentiche sorprese. Tanti anni fa il “cjast”, luogo asciutto, secco, nelle case contadine del Friuli, serviva a conservare i grani. 
Anche se si doveva intraprendere una lotta dura contro i roditori (topolini), combattuti a suon di trappole molto ingegnose, il “cjast” era quasi un posto catartico. Nel “cjast” filtrava un raggio di sole dalle piccole finestre adatte solo a dare una buona aereazione alle granaglie.
Nel caso in questione, nel “cjast” viene riposto anche un libro di orazioni. Il libro e il grano sono vicini. Li scombicchera (“ju scribice”) solo l’Orcolat (Il Brutto Orco, ossia il terremoto). Li rimescola. Li ribalta. Il terremoto li butta a terra, ma non riesce a distruggerli. Qualcuno ritrova il libro e poi... Il film nasce da lì. Prima ci sono tante ricerche del signor Romano Rodaro, ottimo attore nelle sequenze filmiche.
Il tutto sgorga da un libro di preghiere ritrovato a Buja, dopo il terremoto del 1976. Nell’ultima pagina contiene una giornata di diario a Missaavaja, in Siberia. 
La città della Russia asiatica dove vanno a lavorare un folto gruppo di friulani è proprio Missaavaja, in altre grafie: “Mysovsk”. Tale denominazione della città dura dal 1902 al 1941, anno in cui assume il nome attuale di “Babuškin”, in onore di Ivan Vasil'evič Babuškin, rivoluzionario russo fucilato dagli zaristi nel 1906, proprio a Mysovsk.
È così che un anziano signore va alla ricerca delle tracce di Luigi Giordani, lo sconosciuto che ha scritto sulla retro-copertina del libro di preghiere le seguenti parole: “Primo gennaio 1900, io Luigi Giordani e 13 altri friulani, sfidando un freddo intenso… a Missavia, Siberia”.
L’anziano signore è interpretato con una grinta da fare invidia alle scuole di cinema da Romano Rodaro, artigiano muratore, emigrato in Francia. Ecco gli straordinari incroci tra Friuli, Francia Siberia e altri posti ancora. C’è inoltre una incredibile Contessa (interpretata dalla stessa Rorato), che ha ricevuto il messale da un capitano giapponese nel porto di Vladivostok, nella Russia estrema, ai confini con la Cina e la Corea.
Un impellicciato emigrante di Lusevera nei cantieri della ferrovia transiberiana, tra fine '800 e primi del '900. Il revolver era prerogativa dei capi reparto, come è detto nel film di Christiane Rorato, del 2017. Fotografia dal volume di Gino di Caporiacco, L’emigrazione dalla Carnia e dal Friuli.

I personaggi di questa sorta di romanzo filmato ci fanno fare un tuffo nel passato. Si va all’inizio del Novecento, quando alcuni scalpellini, muratori e falegnami friulani erano andati a costruire la Transiberiana sulle rive del lago Baikal. È un film che apre il dibattito sul modo di affrontare la storia del territorio, secondo un’ottica che inizia dal particolare per andare al generale. Da un lato ci sono i fatti veri (Luigi Giordani è esistito, come pure gli oltre 450 friulani finiti in Siberia per qualche guadagno). Si va dall’autenticità delle cose alla fantasia della sua rappresentazione. La vicenda regge. La ricerca degli anni 2012-2016 delle tracce dei Dimenticati è centrale nel film. Si  mette in gioco una realizzazione spontanea, fuori dalle regole e con il piglio del plurilinguismo.
Qualcuno ha detto che non è un film storico, né un romanzo. La nuova opera di Christiane Rorato si apre alla storia del Friuli. Ci mostra spazi insospettati (la Siberia) ed allo stesso tempo cerca di risolvere un enigma.
È stata un’occasione per comprendere dalla viva voce di Christiane Rorato le scelte di regia, i problemi e i fatti ridicoli o incresciosi accaduti durante le riprese del film, dedicato ai dimenticati costruttori friulani della transiberiana.
Siamo nel pieno dell’epopea degli emigranti friulani, tra fine ’800 e inizio ’900. Si partiva per la Americhe, per il Centro Europa. Questi Dimenticati partono per la Siberia, dove contribuiscono alla costruzione della ferrovia lunga oltre 9 mila chilometri. Le riprese sono iniziate a Buja e più precisamente a Ursinins Piccolo. È stato proprio lo spunto del manoscritto ritrovato dopo il terremoto a dare l’idea del film. Nella casa diroccata della famiglia di Celso Gallina si ritrova lo scritto di Luigi Giordani (1857-1921). È uno dei tanti scultori, scalpellini e muratori friulani che in quel tempo lontano prendono la strada del lago Bajkal, nella Siberia meridionale. Sembra una favola, ma è tutta verità.  Essi vanno in cerca di lavoro. Luigi Giordani è un misterioso bujese, perché si è scoperto pochissimo di lui. Si sa che sul principio del ventesimo secolo si trovava in una baracca con altri 13 colleghi di cantiere a Missaavaja, nel lontano e freddo Est asiatico. Luigi Giordani era figlio di Vincenzo Giordani, detto “El Mago Bide” (1820-1892). Costui realizzò una bella ancona nella borgata.
Locomotiva storica della ferrovia Transiberiana. Fotografia dal sito web Transiberiana 2016 che si ringrazia per la riproduzione

Christiane Rorato è stata autrice, nel 2003, del film intitolato: “I guerrieri nella notte”.  Argomento ripreso dai “Benandanti” di Carlo Ginzburg. Nel 2011 ha prodotto “La rugiada nel tempo, i cantori di Cercivento”. In questi ultimi tempi ha creato mesi “Les Oubliés di Transsiberiéne”. Le prime riprese sono state effettuate a Ursinins Piccolo, grazie alla collaborazione del Comune di Buja.
Come accennato nel film la Rorato interpreta la contessa Pierina di Brazzà Savorgnan Cergneu (1846-1936). Tale donna dell’emigrazione era discendente di una nobile famiglia friulana di Gorizia vissuta tra l’Austria e il Friuli. La contesa Pierina, a 50 anni di età, decide di seguire il marito, titolare della ditta Floriani di Tarcento, proprio in Siberia. 

Emigranti friulani della zona di Pordenone in Siberia. Fotografia dal sito web Occhimentecuore, che si ringrazia per la diffusione

La contessa si fece conoscere come “la madre degli italiani”, poiché aiutava gli operai a preparare i documenti e a spedire le loro lettere alle famiglie. Nel film, il suo destino ha un percorso parallelo a quello di Luigi Giordani, che a un certo punto prende una nave per ritornare in Friuli. Lei sola finirà i suoi giorni a Nimis, mentre il misterioso Giordani muore nella nave sul tragitto Vladivostok – Trieste, come si scopre all'Archivio del Tribunale di Tolmezzo.

Approfondimenti nel web e cenno bibliografico
Le fotografie di emigranti qui riprodotte sono riprese dal libro esemplare di Gino di Caporiacco, L’emigrazione dalla Carnia e dal Friuli, Udine, Ente Friuli nel Mondo, 1983.

Per chi fosse curioso di approfondire la ricerca iconografica e statistica sull’emigrazione di genere, sulla donna friulana emigrante, come lo fu la contessa Pierina di Brazzà Savorgnan Cergneu, può vedere nel web: E. Varutti, Feminis tal forest (Donne all’estero), 2014.

Siberia 1895. Un gruppo di emigranti di Clauzetto, occupati nei lavori di costruzione del tratto italiano della transiberiana, vicino al lago Baikal. Fotografia dal volume di Gino di Caporiacco, L’emigrazione dalla Carnia e dal Friuli.

sabato 18 marzo 2017

Unità d’Italia, mille studenti a Udine cantano l’inno

Chi pensa che i giovani siano senza valori è stato smentito lo scorso 17 marzo 2017. 
Il coro del Liceo "S. Slataper" di Gorizia

Nel Teatro Nuovo Giovanni da Udine, infatti, mille studenti in piedi hanno cantato l’inno di Mameli a squarciagola. L’evento era per ricordare l’Unità d’Italia, la bandiera, la Costituzione e l’inno nazionale, appunto.
Alcuni ragazzi delle classi dell’Istituto “G.G. Marinoni”, nelle prime file del grande teatro, si sono persino abbracciati in riga come fanno gli atleti della nazionale di calcio.
Il confronto culturale è stato organizzato in occasione del quinto step del progetto “Umanità dentro la guerra”, ideato da Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico  dell’Istituto “B. Stringher” di Udine e del Polo liceale di Gorizia, assente al Teatrone per impegni istituzionali. La Zilli è pure Vice Presidente della Rete Nazionale degli Istituti Alberghieri (RENAIA) ed anche componente del Club UNESCO di Udine.
Margherita, allieva dello Stringher, Gianni Ortis, Omar Monastier e Provvidenza Delfina Raimondo

Ha aperto i lavori dell’incontro Omar Monestier, direttore del «Messaggero Veneto». Sul palco c’era per tutta la durata dell’evento Provvidenza Delfina Raimondo (già prefetto di Udine), presidente onorario dell’Associazione Umanità dentro la guerra, dedicata a Ferdinando Pascolo, detto “Silla”, militare italiano nella campagna di Russia, poi partigiano e autore del libro di memorie intitolato “Che strano ragazzo. Dalla sacca del Don al carcere repubblichino”, Aviani, Udine, del 2010.
A dare man forte a Monestier c’era Margherita, una studentessa dell’Istituto Stringher, che ha passato il microfono a Vittorio Zappalorto, prefetto di Udine. Il suo è stato un intervento incentrato sull’articolo 10, comma 3 della Costituzione repubblicana. «Il problema del diritto d’asilo dello straniero – ha detto Zappalorto – è antico e risale al periodo ellenistico, poi coi Romani è stato un po’ ristretto, ma col cristianesimo ha ripreso quota, andando in crisi nel Medioevo, per ritornare in auge nel Settecento con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, poi pure nell’Ottocento, fino al 1951, quando con la Convenzione di Ginevra è stato definito come “rifugiato” colui che viene perseguitato per motivi politici o di religione. Così si spiegano i mille profughi oggi richiedenti asilo nella città di Udine e gli oltre 2.000 della provincia, transitati per Tarvisio, dopo la cosiddetta rotta Balcanica, dalle zone di conflitto dell’Oriente».
L'intervento del prefetto di Udine, Zappalorto, a sinistra Honsell, sindaco di Udine, a destra: Ortis, Monastier, Raimondo e Govetto

Furio Honsell, sindaco di Udine, ha citato il caso dello “strano ragazzo”, ossia Ferdinando Pascolo Silla, per parlare di valori forti della società, cui si affiancano i valori della scuola pubblica, come lo Stringher, il Malignani, il Marinoni… «Non bisogna mai lasciare indietro nessuno – ha detto Honsell – nella scuola, nelle pubbliche istituzioni, come fece il reduce e partigiano Silla». Al termine del suo intervento Honsell ha voluto ricordare la figura di Elio Morpurgo, di religione ebraica e fascista convinto. «Morpurgo, eletto a Udine, è stato il primo sindaco ebreo d’Italia – ha concluso Honsell – oltre che presidente della Camera di commercio, eppure i nazifascisti lo imprigionarono alla Risiera di San Sabba, per deportarlo poi nei campi di sterminio».
Furio Honsell, sindaco di Udine

Il significato della giornata del 17 marzo è stato rilevato anche da Beppino Govetto, assessore alle Attività ricreative e sportive della Provincia di Udine. «Bisogna riflettere sui fatti della storia – ha esordito Govetto – come fate voi studenti oggi, andando oltre la stretta attività didattica, per avere un senso di appartenenza e di identità alla nostra nazione».
Sebastiano Zorza

Dopo un intervallo musicale del fisarmonicista Sebastiano Zorza, che ha eseguito “Aria per la Patria”, Monestier ha interrogato Gianni Ortis, già presidente dell’ANED, sul quadro giuridico di pace e di guerra. Sono anche state esposte alcune domande degli studenti, come quella di Francesca, della classe 5^ A commerciale dello Stringher, che voleva sapere quando finirà la straziante vicenda della riabilitazione degli alpini fucilati a Cercivento nel 1916.
Poi è stato visto un filmato delle scuole Deganutti, Malignani, Marinoni e Stringher sul concorso indetto dall’Associazione Umanità dentro la guerra.
Fulvio Salimbeni e Omar Monastier

In seguito ha parlato Fulvio Salimbeni, docente di Storia all’Università di Udine sul tema del “Sentimento nazionale e mutevolezza dei confini”. Dietro le incalzanti domande di Monestier sono state chiarite le questioni delle foibe (stime di 5-15 mila vittime uccise dai titini), del TLT, dell’esodo giuliano dalmata degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia.
Poi ci sono state le letture di alcuni brani composti dagli studenti delle scuole superiori di Udine sul tema proposto dalla lettura del Memoriale di Ferdinando Pascolo. «Alcuni frammenti di queste composizioni sono stati letti dagli stessi studenti – come ha accennato nel foyer, il professor Paolo Pascolo, figlio di Ferdinando, tra gli organizzatori della giornata».
È stata salutata con un applauso la presenza in sala di Paola Del Din, medaglia d’oro al valor militare.
L’ultima parte della mattinata è stata dedicata alla musica, con canti legati al tema del giorno. Tra gli applausi scoscianti del pubblico giovanile, si è esibito il coro del Liceo "S. Slataper" di Gorizia, per concluder con l’inno di Mameli, appunto.     
Alle ore 17 c’è  stato, infine, un concerto al Conservatorio “Tomadini”, di Udine.

La studentessa Daniela, di origine serba, dello Stringher, legge il suo elaborato, vicino a Provvidenza Delfina Raimondo

I commenti del web
Riceviamo dal mondo della scuola e volentieri pubblichiamo questo commento costruttivo sulla giornata dell’Unità d’Italia, della bandiera, dell’Inno e della Costituzione, tenutasi al Teatrone di Udine. Autrice del post in Facebook è la professoressa Isabella Costantini, per molto tempo collaboratrice del preside all’Istituto Stringher di Udine:

«L'evento culturale del 17 marzo 2017 al Teatro Giovanni da Udine è stato davvero coinvolgente e di grande partecipazione da parte degli studenti che si sono abbracciati coralmente cantando l'Inno di Mameli. Un riconoscimento particolare va all'ideatrice del progetto e dirigente dell'Istituto Stringher dottoressa Anna  Maria Zilli, che è riuscita a trasmettere alle giovani generazioni la partecipazione ai valori patriottici, ma ancor più di "umanità anche durante i conflitti" facendo comprendere che la diversità è ricchezza».
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Sitologia

- Giulia Zanello, Mille studenti al Teatrone parlano dell’Unità d’Italia, «Messaggero Veneto», 15 marzo 2017, p. 26.

- Giulia Zanello, Dalle guerre al diritto d’asilo la generazione 2.0 è attenta, «Messaggero Veneto», 18 marzo 2017.

Altre allieve leggono i loro testi 


Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti.

giovedì 16 marzo 2017

Il Campo Profughi giuliani di Termini Imerese, Palermo

Esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia fino in Sicilia? Ebbene sì, ben tre erano i Centri Raccolta Profughi (CRP) attivati nell’isola: a Termini Imerese, della città metropolitana di Palermo, a Cibali, quartiere di Catania e a Siracusa.
Profughi giuliano dalmati all'ingresso della città

Quello di Termini Imerese funzionò in una vecchia caserma, dal 4 agosto 1948 all’estate del 1956, quando agli ultimi profughi ospitati furono assegnate le case popolari a Palermo.
Mancava un libro sul Centro Raccolta Profughi di Termini Imerese. Dal febbraio 2016 la lacuna è stata colmata da Fabio Lo Bono, laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Palermo, oltre che responsabile amministrativo del Museo Civico “Baldassarre Romano” di Termini Imerese. L’autore è, inoltre, direttore culturale del Museo Etnoantropologico “Giovanna Bellomo” di Montemaggiore Belsito.
Come scrive l’autore nella Premessa: «Il Campo Profughi “La Masa” e i cittadini termitani “gente buona e dal cuore immenso”, memori degli insegnamenti greci, hanno accolto i circa duemila profughi con rispetto e affetto, dando grande prova di solidarietà e garantendo loro una “quasi” normale vita quotidiana» (p. 72). Diversi di questi profughi si sono stabiliti nella località sicula, integrandosi con la popolazione locale, come quando organizzavano assieme le feste del Carnevale con i coloratissimi carri allegorici. Oppure quando andavano a rinforzare le squadre di pallacanestro locali e, vista la prestanza atletica delle “putele” di Fiume e di Pola, le trasformavano nelle compagni di basket più tenute della Sicilia.
Funzione religiosa dentro il Campo Profughi di Termini Imerese

Il volume è assai interessante ed originale nella metodologia di ricerca, basata sulle fonti documentarie, ma anche su alcune testimonianze orali. Dopo aver sondato gli archivi dell’Ufficio Anagrafe di Termini Imerese, della locale Biblioteca Comunale “Liciniana”, del Museo Civico “Baldassare Romano” e, persino, i Servizi Cimiteriali del Comune siculo, l’autore si è avvalso della una sitologia del mondo degli esuli giuliano dalmati e di altri siti web, nonché di vari periodici a stampa e documentari-film nazionali.
Il testo è arricchito dalla Prefazione di Giuliana Almirante De’ Medici, la quale accenna al fatto che nel 1963 ci fossero ancora 15 campi profughi aperti, con quasi 8.500 esuli da insediare, nonostante una legge fissasse al 1960 la chiusura di tutti i CRP della penisola.
Il giornalista Guglielmo Quagliarotti nella sua Presentazione, oltre a lodare il lavoro certosino di Lo Bono, si sofferma sui ritratti che emergono dalle interviste rivolte ai personaggi ospiti nell’ex-caserma “La Masa” e sulle icone dell’esodo giuliano dalmata, come Nino Benvenuti, Alida Valli, Mario Andretti, Sergio Endrigo e Mila Schön, presentate in poche, ma significative pagine.
Nell’Introduzione di Francesco Pira, docente di Comunicazione e giornalismo all’Università degli Studi di Messina e di Comunicazione pubblica e d’impresa presso l’Università Salesiana di Venezia, rammenta i “carri di bestiame che partirono tra gli sputi e le urla dei Titini per trovare dei luoghi dove poter sopravvivere, ma almeno continuare a vivere”. Questo volume ha “il pregio di raccontare come la Sicilia, terra che incute timore in tutto il mondo, marchiata dalla mafia, ha sempre dimostrato di essere un luogo di grandissima accoglienza con straordinari abitanti capaci di una generosità senza confini” (p. 18).
Una delle testimoni citate nel libro, Giuseppina (Grazietta) Drassich e Fabio Lo Bono

Oltre ad una abbondante bibliografia e alla Appendice piuttosto orientata al tema, il volume si avvale di due post-fazioni. Nella  prima, di Enzo Giunta, è spiegato come il prodotto di Lo Bono tolga dall’oblio un pezzo di storia di Termini Imerese, quando il paese siculo ospitò circa duemila profughi di Fiume, di Zara, dell’Istria e della Dalmazia. Poi c’è l’intervento di Loredana Bellavia, che punta ad una Storia che sia «punto di partenza ai fini di un umanesimo etico fondato sulla valorizzazione delle preziose diversità di tutti gli uomini» (p. 258).
L’autore dedica alcune pagine iniziali alla storia e alla geografia del confine orientale d’Italia. Si sofferma anche sull’invasione italiana e tedesca della Jugoslavia del 1941. Alcune pagine sono dedicate all’occupazione italiana dei Balcani, con un cenno al generale Mario Robotti che ebbe il coraggio di scrivere nei suoi dispacci riguardo alla repressione contro gli slavi indomabili: «Si ammazza troppo poco». Oppure l’altro generale Mario Roatta, il quale spiegava di incendiare i villaggi dei ribelli slavi e di deportarne gli abitanti infedeli (p. 35). Tali comportamenti criminali, giustificati sotto il termine di rappresaglia militare, secondo le alte sfere fasciste, comportarono un crescente desiderio di vendetta e di pulizia etnica degli jugoslavi contro tutto ciò che fosse italiano.
Il volume descrive l’uccisione degli italiani nelle foibe perpetrata dai titini. Sin dalla copertina si ha la visione delle voragini naturali della terra carsica. Nelle testimonianze si parla delle sparizioni di persone, anche di donne giovani.
Uno delle decine di originali documenti del libro di Fabio Lo Bono.

Il corpo principale del volume è dedicato al CRP della ex-caserma “La Masa” di Termini Imerese. L’autore ricostruisce perfino la pianta della struttura, e riproduce un centinaio di documenti dell’esodo giuliano dalmata. Forse questa è la parte più appetibile per gli storici doc, che vogliono sempre vedere la documentazione.
Certo, la vita all’interno della vecchia caserma era scandita dal movimento delle persone dai padiglioni, che avevano pareti con tende grigie, per creare un po’ di intimità familiare, fino ai servizi igienici, posti in mezzo al cortile. Il corpo di guardia dava su Via Garibaldi. Il CRP aveva poi un’infermeria, l’asilo e vari magazzini (p. 123).
Ci sono numerosi collegamenti col Centro di Smistamento Profughi di Udine, da dove transitarono oltre centomila esuli giuliano dalmati, dal 1947 al 1960, per essere destinati nei circa 140 CRP sparsi per l’Italia. Il CSP di Udine è citato nel volume di Fabio Lo Bono circa otto volte nelle seguenti pagine: 86, 145, 172, 186, 192, 218, 220 e 233.
Il bel libro di Fabio Lo Bono è già stato presentato con successo in varie località della Sicilia, a Roma, a Gradisca d'Isonzo e a Fiume nel Quarnaro.




Messaggi dal web


Mario Cinà, di Palermo, il 20 marzo 2017, ha scritto questo messaggio nel gruppo di Facebook dedicato alla ANVGD di Arezzo, dopo il post che annunciava la recensione al buon libro di Fabio Lo Bono: «Anche al Collegio di Maria di Monreale nel 1951 sono state ospitate parecchie profughe della Dalmazia». Il citato collegio si trova vicino a Palermo.

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Fabio Lo Bono, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza. L’esodo degli italiani del confine orientale a Termini Imerese, Lo Bono editore, Termini Imerese, ex- provincia di Palermo, 2016, pagg. 272, 120 fotografie b/n e 1 a colori, 15 euro.
Per informazioni:   info@lobonopubblicita.it

IBSN 979-12-200-0776-4

mercoledì 8 marzo 2017

Assemblee de Societât Filologjiche Furlane 2017, Udin

Sapade in Friûl. Chest obietîf al è tornât a saltâ fûr inte assemblee de Societât Filologjiche Furlane ai 5 di Març dal 2017. 
Federico Vicario, president de Filologjiche

La mozion in chest sens e je stade aprovade ae unanimitât. Il Parlament talian al varès di finîle di blocâ cheste voie dai Sapadins di tornâ a jessi part dal Friûl. Al sarès dut a puest cu la burocrazie. A Sapade a àn fat e vinçût un referendum par passâ dal Venit in Friûl. Lis regjons a àn dât il bon acet. La regjon Friûl Vignesie Julie e à une specialitât e une identitât fuarte, tant che Sapade, paîs di montagne dongje For Davôtri e isule aloglote todescje, cuntun leam stret cul Friûl storic. Dome a Rome al è cualchi gnogno che nol capìs cheste realtât.
La assemblee è à votât il belanç consuntîf pal 2016 e il preventîf pal 2017, jenfri di un plan trienâl. Il salon d’onôr dal Palaç Mantica di vie Manin a Udin, sede de Societât Filologjiche Furlane, al jere plen di socis par decidi su lis ativitâts dal sodalizi, nassût tal 1919 a Gurize.
Il professôr Federico Vicario, president de Societât Filologjiche Furlane, al à fat une relazion pal 2016 dute vivarose par vie des ativitâts metudis adun, simpri plui bielis e simpri cun tante int e cun lis istituzions dal teritori.
Federico Vicario al fevele e Carlo Del Torre al è dongje

«La setemane passade – al à dit Vicario – o soi stât in Provincie di Udin a rapresentâ la nestre Societât Filologjiche ae cunvigne in memorie di Tiziano Tessitori e di Marzio Strassoldo. Jo o vevi il compit di introdusi la figure e l’opare di Tessitori, ch’al è stât par nûf agns President dal nestri Istitût (dal 1954 al 1963). Par preparâmi, o soi lât a leimi i discors di Tessitori ai Congrès o in altris ocasions uficiâls, Tessitori al timp al jere, naturalmentri, dut cjapât tra ministeris romans, istituzion de regjon autonome e altris fastidis. E Tessitori si domandave (e si dave ancje une rispueste, si capìs) ce ch’e veve di fâ la Filologjiche, il so compit, se dopo cuarante agns di vite no ves esauride la sô mission ideâl o cemût ch’e varès vût di tornâ a pensâle. Al è stât une vore interessant viodi cetant ch’al è gambiât il rapuart tra la Filologjiche e il teritori, par esempli, une Filologjiche ch’e veve une sô autoritât morâl ricognossude, in cuistions di culture e di tradizions furlanis, une Filologjiche ch’e podeve ancje permetisi di esprimi posizions politichis (e lu à fat plui voltis), une Filologjiche ch’e rivave a vê une partecipazion straordenarie de popolazion a lis sôs manifestazions sociâls (al baste dâ un cuc a lis fotografiis dai Congrès), une Filologjiche ch’e veve la fuarce di imponi un Ent Friûl tal Mont par ocupâsi dal grant probleme de emigrazion (e Tessitori, tra l’altri, al è stât il prin President dal Ent Friûl, dal 1953, l’an prime di assumi ancje la Presidence de Filologjiche)».
Feliciano Medeot... al sgarfe tal computer

Nol jere dut di colôr di rose. Al à continuât cussì Vicario: «Però. Però ancje in chê volte, si lei tai verbâi, i socios no paiavin lis cuotis cun regolaritât e – al diseve Tessitori – a costavin di plui di ce ch’a paiavin (tal sens che stampâ e mandâ lis rivistis, par pueste, al è simpri stât plui cjâr di ce che si domandave, e che si continue a domandâ, di cuote associative), ancje in chê volte si lamentavisi dai finanziaments che no bastavin, de biblioteche che no veve avonde spazi par cressi, dai comunicâts stampe che i gjornâi no cjapavin in considerazion, dai progjets che si inviavin e che no rivavin dapît. Però. Però la Societât Filologjiche e je une vore gambiade ancje jê, cul lâ dal timp, e je magari mancul fuarte politicamentri (ancje parcè che di Tessitori no ’nd è plui), ma une vore plui fuarte concretamentri, par fâ lis robis, par dâ rispuestis a la dibisugne di culture, di valôrs, di sens di comunitât che il Friûl al palese, une vore plui ative par jessi ogni dì sul nestri teritori, tes scuelis, sui gjornâi e in rêt, par colmâ il vueit di une identitât simpri plui lamie, smamide e scunide. O sin passât, si podarès dî, dal pensâ al fâ».
La Filologjiche tal 2016, dopo la assemblee dai socis e à prontât la tierce edizion de Setemane de Culture Furlane, dal 5 ai 15 di Mai. Cemût che a àn scrit, par ridi, i cunfradis Argjentins: «La setemane in Friûl e va indevant par dîs dis almancul!».
Dopo e je stade fate la Fraie de Vierte a Secuals ai 15 di Mai e il XCIII Congrès, ai 25 di Setembar, in chel di Martignà, cuntun sucès dal numar unic stampât pe ocasion. Altris manifestazions che a meritin: il ricuart di don Guido Maghet a 25 agns de muart a Cormons, ai 22 di Fevrâr. Dopo ai 10 di Març la cunvigne “Toponomastica e minoranze linguistiche”. Une altre cunvigne, ai 22 di Març, a San Vît dal Tiliment sui Vincj agns de leç regjonâl n. 12/96. Un incuintri, plen di mestris, al è stât inmaneât a Codroip ai 9 di Avrîl, cul titul: “Marilenghe & Mariscuele”. Une altre cunvigne cul titul: “Identitât e autonomie, dibatit sul Friûl di îr e di vuê”.
Cuatri a son i concors e premis de Filologjiche: il concors pe traduzion dal grêc e dal latin, XIV edizion; il concors “Lenghis”, VI edizion; chel dedicât a Chino Ermacora, II edizion e l’ultin che al à par titul: “Presepi nelle scuole del Friuli Venezia Giulia”, XII edizion. Dopo lis publicazions: dal periodic Ce Fastu? Ai cuatri numars di Sot la Nape, al Strolic e il Lunari, fin al boletin Scuele Furlane.

Pe publicazions fatis a coventaressin dôs pagjinis… tacant di Olmis, fin al libri su Lignan o su la Cjargne. La biblioteche e à un caratar regjonâl e a rispuint a cui che al domande un materiâl online. La didatiche e à metût adun 24 cors pratics di lenghe furlane, cul jutori de ARLeF, par 351 partecipants. La comunicazion e je stade curade tal Messaggero Veneto, dopo sul gjornâl La Voce Isontina, tal sît Internet, cuntune Newsletter pai socis e intai social networks, tant che Facebook. I progjets fats a son il Centri di racuelte, documentazion, ricercje e produzion de Scuele Furlane, dopo i lavôrs su la Vuere Grande tal Friûl e tal Litorâl austriac, une editorie digjitâl pai frutins e la Lavagne plurilengâl pai students de scuele superiôr.
E cetantis altri robis. E cetantis intervents dopo chel che nus à dit il president, Federico Vicario, cu la poie dal tesorîr Carlo Del Torre e dal diretôr Feliciano Medeot.

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Fotografiis dal Grup di Facebook su la Filologjiche
Articul e networking par cure di Elio Varutti.

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Riferiments par sgarfâ tal web
- Silvano Bertossi, Sappada in Friuli. La Filologica riapre la battaglia: il Parlamento voti il passaggio, «Messaggero Veneto», 6 marzo 2017, p. 26.

domenica 5 marzo 2017

Laterina, Campo profughi istriani tra accoglienza, clientele e razzismo

Sin dal maggio del 1945, cominciò a funzionare il Centro Raccolta Profughi (CRP) di Arezzo, che doveva ospitare provvisoriamente sinistrati, ossia coloro che, privi di abitazione per cause belliche, volevano ritornare nel loro luogo di origine. Poi furono accolti anche i profughi giuliano dalmati. Questa azione non fu priva di risvolti razzistici da parte della popolazione locale, che non vedeva di buon occhio l’ospitalità di istriani e dalmati, ritenuti fascisti, o assai compromessi col passato regime dittatoriale di Mussolini.
Davanti alla Chiesa del Centro Raccolta Profughi di Laterina

Il 19 agosto 1948 fu aperto il Campo Profughi giuliano dalmati di Laterina, che operò fino al 1963, per accogliere migliaia di esuli soprattutto d’Istria, Fiume e Dalmazia. I dati principali di questo articolo si rifanno alla tesi di laurea di Francesca Lisi del 1991, di oltre 300 pagine inedite, che si è basata su documenti dell’archivio del CRP stesso e, talvolta, sui giornali dell’epoca. Ogni tanto il lettore troverà, in parentesi, un riferimento alle pagine della suddetta tesi, per sola chiarezza della fonte. Ho potuto consultare anche l tesi di laurea di Sabrina Caneschi, del 1991, che è su un argomento più generale, quello dell'assistenza post-bellica, con accenni ai CRP italiani e, in particolare, a quello di Laterina.


Secondo i dati del Ministero dell’Interno fino al 1946 erano affluiti 53.681 esuli nei 109 CRP sparsi in Italia. Tra il 1947 e il 1952 si è verificato l’afflusso di altri 50 mila profughi giuliani e dalmati. Nel 1953, tuttavia, erano ridotti a 22.288 individui (p. X).
Sul totale di 103.681 persone indicate in questi dati statistici in transito nei CRP dove, peraltro, sono denunciate alcune carenze nell’invio dei dati stessi, si è costruito il Grafico n. 1, intitolato “Incidenza dell’esodo per zona e per anno sul totale dei profughi” e la relativa tabella con i dati numerici in percentuale.
Le zone da cui parte l’esodo sono indicate con la seguente lista: Zara, Fiume, Gorizia, Istria, Pola, Zona B e Trieste. Si noti il picco della fuga da Pola nel 1947 e la forte crescita dell’esodo dalla Zona B nel 1955-’56 quando, secondo certi storici, il flusso di esuli si stava spegnendo.


Tabella n. 1 - Incidenza dell'esodo per zona e per anno sul totale dei profughi. Valori percentuali
Fonte: Nostra elaborazione su dati del Ministero dell’Interno, riportati nelle tesi di laurea di Sabrina Caneschi e Francesca Lisi, Università di Firenze 1991. 


Una fonte orale, riportata nelle tesi di laurea, è quella di Primo Cavaliere, nato a Fiume, fuggito di casa a dodici anni ed accolto al Centro Raccolta Profughi di Trieste. Poi è accolto al collegio di Don Gnocchi a Parma. Dopo che i genitori hanno optato per l’Italia e riescono ad uscire da Fiume, passando per il CRP di Trieste, nel 1948, sono assegnati al CRP di Laterina. Proprio qui, nel 1955, Primo Cavaliere lavora come magazziniere e dipendente del Ministero dell’Interno. Ha raccontato che i profughi dormivano in materassi di foglie di granoturco, le pareti erano costituite da coperte appese a dei fili di ferro, solo più tardi furono create delle camere.
«I servizi igienici erano pessimi – ha spiegato Cavaliere – soprattutto durante il periodo invernale e ciò andava a svantaggio più che altro delle perone anziane che male si adattavano alla situazione. Il cibo veniva ritirato alla mensa, ma non era buono, per cui quando vennero aperti gli spacci all’interno del Centro, i pochi soldi guadagnati nei lavori quindicinali o dati dalla Prefettura, erano spesi per acquistare alimenti. Con la popolazione di Laterina, nonostante noi avessimo una mentalità più aperta ed evoluta, non ci furono grossi problemi.
Forse l’unica cosa per cui potevano portarci rancore era che, finché ci fu il CRP di Laterina, la DC rimase al potere perché sorretta dai voti dei profughi; alla chiusura del Centro invece si affermò una giunta di sinistra. In effetti la quasi totalità dei profughi votava per la Democrazia Cristiana e venivano fatte anche alcune pressioni politiche a favore di questo partito. Posso portare un esempio: a mia madre che era analfabeta e molto religiosa, avevano indicato di votare DC perché nel simbolo era rappresentata una croce» (pagine 256-260). 
È importante fare una premessa. Dalle interviste rivolte tra la fine del Novecento e dopo la legge sul Giorno del Ricordo (2004) agli esuli giuliano dalmati e ai loro discendenti si sa che il Campo Profughi di Laterina non era certo un hotel a cinque stelle, ma il tema del presente elaborato è l’analisi del CRP secondo i dati ministeriali. Si propongono alla fine, nella sitologia, alcuni critici racconti, visti dalla parte dell’esule giuliano dalmata e sulla storia del Campo di prigionieri del Regno Unito.

Il Centro Raccolta Profughi di Arezzo
Dal 1945 al 1948 il CRP di Arezzo dette accoglienza a profughi e anche a molti sfollati e sinistrati. Successivamente con lo spostamento dell’accoglienza al Campo profughi di Laterina, vennero assistiti esclusivamente gli esuli. Il Campo poteva ospitare circa 300 persone, ma nell’immediato dopoguerra si trovò a doverne assistere molte di più. La struttura era gestita dall’Ufficio Provinciale dell’Assistenza Post Bellica (U.P.A.P.B.), che si affiancò a quella svolta dall’Ente Comunale di Assistenza (E.C.A.) di Arezzo, (pagine 29-30).
Ci soffermiamo ancora sul Centro Raccolta Profughi di Arezzo. L’apertura del Campo era stata necessaria per fronteggiare la situazione creatasi in seguito alla liberazione dell’Italia Settentrionale. Arezzo costituiva il punto di passaggio per raggiungere in ferrovia Roma o altre località del sud (p. 117).
CRP di Laterina

Il Campo di transito poteva ospitare al massimo 300 persone. In media ne venivano ospitate 450 o 500 (p. 122). I servizi igienici erano pessimi. All’inizio i profughi dormivano a terra. In seguito l’Alto Commissariato per i profughi inviò molti pagliericci. Per quanto riguarda l’alimentazione veniva seguita la tabella alimentare prevista per i C.R.P. Il vitto era preparato dalla mensa che l’E.C.A. aveva attivato per assistere i poveri, già dal 1944. I viveri necessari per ‘assistenza alimentare erano invece fomiti dalla locale Sezione Provinciale dell’Alimentazione, sorta come in tutta Italia nel 1939 (SE.PR.AL.) La gestione del Campo avvenne in collaborazione con l’E.C.A. C’era, inoltre, un ambulatorio provvisto di due camere per assistere feriti o chi aveva bisogno di particolari cure (p. 118).
Nel 1945 il C.R.P. aveva assistito 7.979 ospiti fra profughi, sfollati e sinistrati. Il numero totale degli assistiti nel 1946 era stato di 4.530 individui (p. 125).
Nel 1946 gli operatori dell’U.P.A.P.B. avevano distribuito circa 40 mila capi d’abbigliamento, successivamente erano state stanziate ulteriori somme di denaro per l’acquisto di vestiti e stoffe. Quando sorse il Laboratorio di Maglieria e Sartoria l’U.P.A.P.B. preferì acquistare stoffe per confezionare abiti da dare come sussidi straordinari agli assistiti e ai profughi del C.R.P. di Laterina.
In generale le distribuzioni erano molto più frequenti nel periodo natalizio e per l’Epifania: i cosiddetti pacchi natalizi e pacchi Befana. Possiamo portare un esempio: per il Natale 1947 venne offerto un pacco viveri del valore di lire 1.000 a ciascun capo-famiglia, contenente Kg. 2 di pasta, Kg. 1 di zucchero, Kg. 1,5 di pane, un vasetto di marmellata e gr. 350 di formaggio (p. 42).
Nella provincia di Arezzo, nel 1951, vennero organizzati quattro Centri Raccolta per profughi alluvionati del Polesine: a Cortona, Camaldoli, Castiglion Fiorentino ed Arezzo. Si cercò di sistemare gli altri presso le case private, elargendo gli alimenti e altri aiuti. Esisteva un diretto contatto fra questi Centri alluvionati e quello per profughi situato a Laterina, che era stato aperto fin dall’agosto 1948. Molto materiale indispensabile per allestire i nuovi Centri alluvionati provenne da Laterina e, nello stesso tempo, quando questi vennero chiusi, le cose che erano state offerte per gli alluvionati vennero cedute ai profughi giuliani di Laterina (p. 64).


Planimetria del CRP di Laterina, 1948

Il problema della disoccupazione dei profughi era molto più difficile da risolvere rispetto a quello delle altre categorie. Certi profughi erano analfabeti, oppure non erano iscritti nelle liste di collocamento, o avevano difficoltà ad inserirsi in un ambiente molto differente da quello di provenienza. La maggioranza di essi proveniva da zone di mare, dove esercitava professioni relative alla navigazione e quindi non trovava attività corrispondenti nella provincia aretina (p. 86).
I profughi giunti nei C.R.P. dovevano compilare due questionari necessari per ottenere l’iscrizione nei registri della popolazione del comune ed anche l’iscrizione nelle liste di disoccupazione. Per facilitarli nella ricerca di un impiego, il Ministero dell’Interno aveva concesso ai profughi, che erano in cerca di una occupazione, di poter ottenere dei permessi per potersi allontanare dai C.R.P.
Il problema principale dei C.R.P. era che i profughi, aiutati con sussidi e razioni-viveri, spesso non sentivano la necessità di reinserirsi nella vita civile. Per non incrementare l’ozio, i profughi erano impiegati nei lavori di manutenzione e amministrazione dei Centri di Raccolta stessi. Per esempio, nel 1950, nel C.R.P. di Laterina, la direzione cercava profughi da inserire nell’ambulatorio del Centro, come infermieri retribuiti (p. 87). 
Inoltre all’interno del Centro profughi di Laterina funzionava un laboratorio di calzoleria che dava possibilità a molti profughi disoccupati di essere indirizzati ad una attività lavorativa. Infatti un gran numero di profughi addestrati nel predetto laboratorio si erano dimessi dal Centro e avevano iniziato attività proprie. Per le donne ricoverate nel Centro c’era la possibilità di trovare impiego nel Laboratorio Scuola di Maglieria e Sartoria di Arezzo, dove le profughe lavoratrici ricevevano dei compensi proporzionati alle loro qualifiche (p. 89).
La Prefettura di Arezzo aveva invitato il Direttore del C.R.P. di Laterina ad avviare tutti i profughi bisognosi di ricovero sanitario presso l’ospedale della Misericordia di Montevarchi (p. 93), che richiedeva rette di ricovero più basse rispetto agli Spedali Riuniti di S. Maria sopra i Ponti di Arezzo (p. 94). È proprio un settore a parte quello dell’assistenza sanitaria ai profughi giuliani, raccolti dapprima nel Centro di Arezzo e poi, dall’agosto 1948, in quello di Laterina. Si pensi che nel C.R.P. di Arezzo non esisteva un servizio medico permanente e l’infermeria interna non era in buono stato a causa della mancanza di lavabi (p. 99).


Planimetria del CRP di Laterina, successiva al 1950

Costituzione del CRP di Laterina
Da una ricerca pubblicata nel web quale “Centro di documentazione on line sull’internamento e la prigionia”, si rileva che fra il settembre 1942 e il marzo 1943, nel Campo di concentramento di Laterina, inizialmente concepito come un attendamento per sottufficiali e truppa con una capacità 6.000 posti, erano reclusi dal minimo di 2.375 prigionieri inglesi iniziali, alla punta massima di 2.771 del novembre 1942, ma mai al di sotto del dato minimo.
Nel mese di agosto 1948 veniva costituito il C.R.P. di Laterina nel quale, in via provvisoria, fu attrezzata un’infermeria con mezzi di fortuna e materiali usati. All’inizio l’infermeria si trovava in condizioni molto precarie e non offriva sufficienti garanzie di igiene e funzionalità, ma ben presto assunse una struttura più adeguata alle esigenze del Centro. La baracca adibita ai servizi sanitari era formata da otto vani ed era dotata di un ambulatorio medico-chirurgico, di una sala per medicazioni e iniezioni e di una sala ostetrica, dove le pazienti erano ricoverate per circa 7-8 giorni dopo il parto (p.102).
I profughi giuliani, al loro arrivo erano condotti dall’addetto alla sorveglianza dell’igiene o dall’addetto alla sistemazione dei profughi nelle baracche. Poi passavano all’infermeria per essere sottoposti ad una serie di accertamenti sulle loro condizioni di salute (p. 103).
Nonostante le difficili condizioni in cui operava il Centro (affollamento, locali non del tutto attrezzati, riscaldamento ancora insufficiente, etc.), lo stato sanitario dei profughi poteva considerarsi abbastanza soddisfacente. Si erano verificate soprattutto affezioni leggere e mai a carattere epidemico. Nel Centro non c’erano state malattie connesse con stati di avitaminosi o causate da carenze alimentari. I parti avvenuti nel C.R.P. avevano avuto tutti esito positivo (p. 104). Le madri con i loro figli usufruivano del servizio offerto dal Consultorio Pediatrico e Materno, che forniva anche l’alimentazione necessaria alle madri più povere. L’ambulatorio dell’infermeria del Centro funzionava sia di mattina che di pomeriggio, mentre i turni notturni erano svolti da un solo infermiere (p.105).
Fino all’ottobre del 1948 i due Centri (Arezzo e Laterina) continuarono ad accogliere contemporaneamente i profughi. Alla chiusura del C.R.P. di Arezzo, coloro che necessitavano ancora di assistenza vennero trasferiti nel nuovo Centro, gli altri furono liquidati con un apposito sussidio (p. 133).

Centro Raccolta Profughi di Laterina, pianta, prospetto e sezioni della Baracca n.1. Agosto 1948

Il 19 agosto 1948 veniva aperto il Centro Profughi di Laterina, nelle vicinanze di Arezzo. Questo Centro, che dipendeva dal Ministero dell’Interno, a differenza di quello di Arezzo, era in grado di ospitare un numero maggiore di profughi ed aveva un’organizzazione molto più efficiente.
Infatti il Ministero dell’Interno aveva dato disposizioni per la chiusura dei Centri più piccoli in modo da raggruppare in quelli più importanti e con maggiore capienza, coloro ai quali non era stato ancora possibile trovare una sistemazione (p. 138). Il Centro di Laterina era in collegamento con quello di Smistamento di Udine, per i profughi provenienti dalla Venezia Giulia e Dalmazia e con quello di Napoli per coloro che provenivano dall’Africa. Mentre nei primi anni di vita del Centro i profughi affluivano da diversi paesi (Egeo, Romania, Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia, Albania, Croazia, Bosnia, Venezia Giulia, Francia, Eritrea, Tunisia, Libia), ma in prevalenza dalla Venezia Giulia, a partire dalla seconda metà degli anni ‘50 fu più consistente il flusso dall’Africa.
Il Centro Profughi di Laterina, che sorgeva a Km. 18 dalla città di Arezzo. Era situato in aperta campagna, non distante dal fiume Arno, in una zona raggiungibile sia in treno che in autocorriera. Il Centro non era di nuova costruzione, ma era sorto durante la guerra come campo di concentramento per prigionieri. Prima furono imprigionati gli inglesi e poi, dopo la liberazione, tedeschi e repubblichini.
Tutti i 193 C.R.P. costituitisi in Italia erano sorti in ex campi di prigionia o nelle caserme lasciate libere dai soldati. Il campo di concentramento di Laterina fu allestito in modo da potere contenere nelle baracche circa 3.500-4.000 prigionieri. Le baracche del campo di concentramento, al momento della sua chiusura, erano state lasciate completamente vuote, prive di qualsiasi oggetto di arredamento, tranne i letti (p. 140). 
Il dato dei 193 C.R.P. non concorda con quello rilevabile in letteratura. Ci sono dati discordanti coi 109 C.R.P. menzionati da padre Flaminio Rocchi e con i 140 C.R.P. rilevati da Guido Rumici.

Centro Raccolta Profughi di Laterina, pianta, prospetto e sezioni della Baracca n. 1, modificata dopo il 1950 con la suddivisione in varie stanze

Le prime 19 baracche
All’inizio del 1949 nel C.R.P. di Laterina erano in funzione solo 19 baracche adibite ad alloggio per i profughi e altre baracche che servivano rispettivamente come cinema, scuola, barbiere, centralina elettrica, infermeria, alloggio per gli addetti al Centro, asilo, chiesa e magazzini vari (p. 143).
Gli alloggi del Centro erano suddivisi in piccole stanze di quattro metri quadrati. All’inizio i box erano delimitati da tende sospese a fili ed in seguito da pareti di legno in modo da garantire un minimo di vita privata alle famiglie accolte nel Centro che potevano sistemare la parte a loro assegnata come ritenevano (p. 145). Nel 1954 ancora 40 famiglie vivevano in promiscuità non essendo state divise tutte le camerate (p. 146).
Nel 1949 le baracche del Centro furono dotate di stufe a legna, per la cui costruzione fu indetta una gara di appalto tra le varie ditte della zona. Se inizialmente c’era una sola stufa per baracca, successivamente il loro numero venne aumentato. Inoltre nelle baracche i profughi potevano servirsi di angoli cottura per riscaldare o cuocere il cibo assegnato. Per la confezione dei pasti e per il riscaldamento veniva concessa una razione giornaliera di legna di Kg. 1,500 a persona nei mesi invernali (in seguito aumentati a Kg. 2), mentre nei periodi più caldi la razione era di Kg. 1 al giorno (p. 148).

Cartolina intitolata al Centro Raccolta Profughi di Laterina

Dopo circa un mese dalla sua apertura, il Centro ospitava già 1.000 profughi. Questo fatto dimostra che era uno dei più importanti tra quelli esistenti in Italia. Già nell’ottobre 1948 la condizione degli alloggi era molto migliorata grazie ai lavori effettuati e rispetto alla situazione di molti altri Centri compreso quello di Arezzo, poteva essere ritenuta soddisfacente anche dal punto di vista dell’igiene e delle comodità (p. 149).
La mancanza di lavoro costringeva i profughi a vivere dei soli sussidi governativi e ciò influiva negativamente sulla loro condizione psicologica, soprattutto su quella dei giuliani-dalmati che erano una popolazione tradizionalmente laboriosa (p. 151).
Controlli particolari dovevano essere fatti presso uffici, magazzini e ai confini del C.R.P.; quest’ultimo, infatti, nel 1949 non era ancora recintato e nella campagna circostante si trovavano mine inesplose (p. 161).
Per esempio un articolo de1 2 luglio 1954 de "La Nazione" descriveva il Centro profughi di Laterina come un tranquillo villaggio di 760 persone di provenienze differenti. Questo era composto di 36 stabili comprendenti una chiesa, una scuola elementare, un asilo nido, 2 spacci ben forniti, un efficiente infermeria, magazzini vare, un garage (p. 170).
Il Campo Profughi aveva le scuole. Nel 1956 erano 140 i bambini iscritti nelle scuole elementari, nel 1958 erano invece 170 (p. 199). Nel 1959, oltre ai 2 Kg giornalieri di legna consegnali a tutti i profughi del C.R.P., venivano impiegati per il riscaldamento delle aule scolastiche, per la refezione dei bambini delle scuole e dell’asilo gestito dal Centro Italiano Femminile e l00 gr. giornalieri pro-capite per il funzionamento di docce e lavanderia (p. XXXIII dell’Appendice).
Verso il 1960 venne descritta la cattiva organizzazione della struttura. Tale relazione è in parte giustificata dal fatto che, nel 1960, il Centro di Laterina si avviava ormai alla fase finale del suo funzionamento e per questo motivo si evitava di spendere cifre consistenti per le riparazioni (p. 172).
Laterina, Centro Raccolta Profughi, processione 1949. Fotografia ISTORETO, Torino

Il pacco della Befana e le clientele
Possiamo portare un esempio relativo alla composizione del pacco dono per la festa della Befana del 1954. Il pacco dono per i bambini di età compresa tra 0 e 2 anni, che erano 24, conteneva: 1 giocattolo, 1 busta di talco, 1 paio di scarpette, 1 pacchetto di caramelle, 1 torrone, una mela e un mandarino, un Kg. di zucchero.
Quello per i bambini di età compresa tra 3 e 12 anni, che erano 116 conteneva: un Kg. di zucchero, due Kg. di pasta, un Kg. di riso, un panettone, un bicchiere di marmellata, due mele e due mandarini, un pacchetto di caramelle, un torrone, un giocattolo (pp. 203-204).
La Democrazia Cristiana, in pratica, è l’unico partito politico che si interessò alla vita e ai problemi dei C.R.P. Una testimonianza di questo interessamento è data dalla visita che l’onorevole Amintore Fanfani fece al Centro Profughi di Laterina nella primavera del 1960. Detto interesse era anche giustificato dal fatto che quasi tutti i profughi votavano per la D.C., e durante tutto il periodo in cui il Centro rimase in vita, nel comune di Laterina ci fu una giunta democristiana. Poi di sinistra (p. 179).
Scheda di registrazione di Giorgio Pastrovicchio, nato a Valle d'Istria nel 1884 e finito esule a CRP di Laterina (fronte e retro). Si noti il transito dal Centro di Smistamento Profughi di Udine. Collezione famiglia Pastrovicchio, Pessinetto, città metropolitana di Torino.


La chiusura del Campo Profughi di Laterina
La chiusura di tutti i C.R.P. italiani era fissata per il 31 dicembre 1963 ed in vista di questa data il Ministero dell’Interno aveva intensificato l’azione intesa a convincere profughi a lasciare spontaneamente i Centri, sia maggiorando le indennità previste, sia con altri incentivi, come la preparazione degli alloggi per profughi e la concessione delle stoviglie, letti ed altre suppellettili (p. 216).
La data di chiusura dei Centri profughi era stabilita dalla legge del 14/10/1960 n° 1219. La chiusura del Centro di Laterina doveva avvenire nel giugno del 1963; nel maggio erano ancora ricoverati in questo Centro 82 famiglie di profughi, di queste  una parte fu trasferita ad altri centri, altri furono dimessi, mentre altri rimasero a Laterina fino al luglio seguente. I
Il 30 giugno 1963 furono fatti partire profughi diretti ad altri C.R.P.; il movimento dei profughi trasferiti era il seguente: al Centro profughi di Tortona n° 4 persone; al Centro profughi di Pigna n° 16 persone; al Centro profughi di Gargnano n° 6 persone; al Centro profughi "Le Fraschette" (Alatri) n° 44 persone; al Centro profughi di Brindisi N° 3 persone. Le masserizie appartenenti a queste persone furono spedite solo in un secondo tempo (p. 218).
Secondo padre Flaminio Rocchi, nel suo L'esodo dei giuliani. fiumani dalmati (edito a Roma 1970, vedi p. 195), negli anni ‘70 c’erano ancora dodici C.R.P. funzionanti in Italia: Alatri, Aversa, Bari, Gargnano, Marina di Carrara, Napoli, Pigna, Tortona e Trieste, che ne aveva ben quattro. Questi campi ospitavano 3.842 profughi.
Il Centro profughi di Laterina, nei momenti di massima affluenza, arrivò ad ospitare fino a 2 mila persone, accogliendo oltre ai profughi della Venezia Giulia, anche quelli provenienti dall’Africa (p. 230).
Tra le curiosità si note che l’automobile Fiat 508, Balilla, messa a disposizione dall’U.P.A.P.B.,  serviva principalmente agli impiegati che dovevano recarsi ad Arezzo per questioni inerenti al loro lavoro, mentre l’autocarro era utilizzato per gli spostamenti dei profughi. Il treno non era un mezzo molto comodo per i profughi del Centro, in quanto la stazione ferroviaria era distante e quindi scomoda da raggiungere (p. XXXVII Appendice).
Bambini al CRP di Laterina

Iconografia  e ringraziamenti
Le fotografie sono della Collezione Aldo Tardivelli di Genova, se non altrimenti precisato. Per la collaborazione alla ricerca sono riconoscente a Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Arezzo, perché cortesemente mi ha trasmesso il testo della tesi di laurea, copia dei progetti di ristrutturazione delle baracche del CRP di Laterina ed altro materiale di studio.

Collezioni private
- Collezione Giuliana Filipovich, esule a Torino. 
- Collezione famiglia Pastrovicchio, Pessinetto, città metropolitana di Torino, fotografie, documenti e memoriale dattiloscritto.

Bibliografia
- Ivo Biagianti (a cura di), Al di là del filo spinato. Prigionieri di guerra e profughi a Laterina (1940-1960), Comune di Laterina, Stampa Centro editoriale toscano, pagg. 163 ; ill., s.d. [ma, 1999-2000?].
- Sabrina Caneschi, L’Assistenza post-bellica in Italia. Organizzazione e settori d’intervento, Tesi di Laurea, Università di Firenze, Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Relatore prof. Sandro Rogari, Anno Accademico 1990-1991, pp. 263+LXXIV. 
- Francesca Lisi, L’Assistenza post-bellica ad Arezzo. Il Centro Raccolta Profughi di Laterina, Tesi di Laurea, Università di Firenze, Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Relatore prof. Sandro Rogari, Anno Accademico 1990-1991, pp. 268+XC. 
- Presidenza del Consiglio dei Ministri (a cura di), L’assistenza in Italia, 1953. 
- Flaminio Rocchi, L'esodo dei 350 mila Giuliani Fiumani e Dalmati, Roma, Edizioni Difesa Adriatica, 1990.
- Guido Rumici, Infoibati, 1943-1945: i nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Milano, Mursia, 2002.
Aldo Tardivelli, “Un filo spinato… non ancora rimosso”, testo videoscritto in formato Word, s.d., p. 1-7.

Sitologia
- E. Varutti, Esodo da Fiume al Campo Profughi di Laterina, 1950, articolo nel blog del 2017.


- E. Varutti, Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948, articolo del 2017.

Interessante documento d'identità dell'International Refugees Organization (IRO)di Fiorito Filipovich, nato a Udine e registrato a Laterina il 20 settembre 1949. Ringrazio la figlia Giuliana Filipovich, di Torino che, in un messaggio in Facebook del 1° marzo 2017, mostrando questo documento, ha spiegato l'esodo del babbo così: "Da Fiume a Laterina".

Per approfondimenti si veda una serie di articoli sul sito www.informarezzo.com sul Campo di prigionia e poi un Campo profughi in provincia di Arezzo, con fotografie originali e mappe.