martedì 14 aprile 2020

L’esodo da Veglia di Celina Maracich, esule in Toscana


Certi esuli preferiscono dimenticare tutto e andare avanti. Lasciano perdere, per non avere rancori, per non riaccendere i dolori e i patimenti subiti, forse perché erano molto giovani durante la seconda guerra mondiale. Mi è sembrato il caso di Celina Maracich Pardi, nata a Veglia nel 1933 ed esule a Ripafratta di San Giuliano Terme (PI). “Son venuta via da Veglia il 19 marzo 1949, avevo 16 anni – inizia così il racconto della testimone – con me c’erano la mia mamma Maria Fiorentin e il babbo Giovanni Maracich, nati alla fine dell’Ottocento”. La signora Celina è la sorella di Maria Maracich, scappata clandestina nel 1944 con una zia e le cugine, per sfuggire dalle grinfie dei titini e dei nazisti di cui ho già descritto la sua esperienza nel 2016.
La scuola italiana di Veglia nel 1920. Fonte: da Internet

Celina, Mario e Maria Maracich, sono tre fratelli che, con i genitori e parenti vari, fanno parte di quel gruppo di esuli di Veglia (Krk, in croato) definiti “italiani all’estero”, in quanto nati in un’entità statale diversa dall’Italia, anche se molto vicina territorialmente a Fiume e al Regno d’Italia. Bisogna accennare al fatto che, nel mese di aprile 1941, l’Italia di Mussolini, con truppe di altri stati, invade la Jugoslavia, che adotta tale denominazione dal 1929. Gli italiani di Veglia vengono evacuati fino a Verona, per tre settimane. Si tratta di oltre 1.500 individui. Gli optanti alla cittadinanza italiana a Veglia città, nel 1927, sono 1.162. Poi l’isola è annessa all’Italia, fino al 1943, quando arrivano i partigiani di Tito e i nazisti che la riprendono per poco tempo. Oggi fa parte della Croazia.
“Ricordo che si andava a messa nella chiesa di San Quirino, vicino al Duomo – aggiunge Celina Maracich – e la funzione era in italiano; avevamo le scuole italiane e il Consolato italiano in città, poi noi con l’esodo si fa tappa al Centro smistamento profughi di Udine”.
Come mai siete finiti in Toscana? “Mio fratello don Mario Maracich, nato nel 1925, dopo l’esodo studia a Udine, Venezia e poi a Pisa, dove dal 1948 è arcivescovo monsignor Ugo Camozzo, prima vescovo di Fiume – risponde la signora Celina – così, per motivi di famiglia, ci hanno destinato al Centro raccolta profughi  (CRP) di Migliarino Pisano, dove mia sorella Maria si è sposata nel 1950, mentre il mio matrimonio è del 1960 ed a Ripafratta è cominciata un’altra vita. Certo, ho perso tutti gli amici d’infanzia e a Veglia sono ritornata una volta sola nel 1986 con mia sorella, il cognato e il marito”.
Perché siete andati a Ripafratta? “Mons. Camozzo, nel 1951, assegna la parrocchia a mio fratello don Mario Maracich proprio lì – replica la signora – così noi siamo potuti uscire dal CRP di Migliarino Pisano, dato che siamo andati a vivere in canonica. Il babbo si lamentava, perché essendo emigrato negli Stati Uniti d’America, negli anni ’20, aveva guadagnato i soldi per comprarsi la casa a Veglia, poi abbiamo perso tutto. Papà sperava che gli dessero un indennizzo per i beni perduti, ma non ha avuto mai nulla. Don Mario ha vissuto con me per 22 anni ed è deceduto nel 2006, è stato un parroco benvoluto da tutti, perché ricordava proprio il prete di campagna vicino alla sua gente”.
Dove sono oggi i suoi parenti? “Oggi mi ritrovo con una nipote in Australia – conclude Celina Maracich – ed altri parenti in Olanda e in Finlandia; eh già, gli istriani, fiumani e dalmati sono sparsi per il mondo".
Cartolina di Veglia con porta Pisana, ricordo delle Repubbliche marinare: Venezia, Pisa, Amalfi e Genova


Nota storico-geografica. Tante bandiere, un campanile
La basilica romanica di San Quirino, a Veglia (Krk) è appoggiata alla cattedrale, notevole monumento architettonico della città, come ha scritto Zdenko Šenoa, pag. 47. Tale basilica reca dei ricchi ornamenti plastici sulle facciate e frammenti di dipinti murali in stile romanico. La cattedrale, originariamente basilica paleocristiana, è un edificio a tre navate, costruito e ampliato a più riprese. Fabbricata nelle forme attuali all’inizio del XII secolo, ha un campanile eretto tra il XVI e il XVII secolo. Nella navata di sinistra è situata a Cappella dei Frankopani, del XV secolo, con volta gotica a rete. Tra le varie opere notevoli si nota la Deposizione di Cristo di Giovanni Antonio Pordenone nel cappella in fondo alla navata destra. Veglia (Krk) è l’antica Splendidissima civitas Curictarum, che in epoca romana era un abitato con amministrazione municipale. Dal VI secolo è sede vescovile. La dedizione di Veglia a Venezia è del 1481, mentre l’Istria e il Friuli lo fanno nel 1420. Nel 1797, col Trattato di Campoformido, Veglia passa all’Austria come le Isole quarnerine (Cherso e Lussino), per volere di Napoleone. Nel 1805, dopo la cosiddetta terza coalizione contro Napoleone, divenuto imperatore dei francesi il 2 dicembre 1804, l’Austria perde Venezia e Dalmazia (con Veglia) passate al Regno d’Italia, la corona del quale è di Napoleone stesso. Nel 1809 sorge lo stato napoleonico delle Provincie Illiriche dell’Impero francese con Trieste, Pola, Fiume (Isole quarnerine incluse), Zara, Spalato e Ragusa, con capitale Lubiana. Le Provincie Illiriche dell’Impero francese (1809-1813), comprendono l’Istria, Dalmazia, Ragusa, Cattaro, con ampie presenze di italofoni, assieme a Carinzia (Austria), Carniola (Slovenia) e a una parte della Croazia, con le quali le prime entità, in precedenza, nulla avevano avuto a che fare, secondo Flavio Fiorentin. L’effimero stato franco-imperiale si sgretola nel 1813, con la disfatta di Napoleone, Veglia ripassa all’Austria-Ungheria, che la possiede sino al 1918, al termine della Grande Guerra. Nel 1919 Veglia è occupata dai Legionari di D’Annunzio e, per qualche tempo, fa parte della Reggenza italiana del Carnaro. Poi è parte di un nuovo stato: il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, che muta denominazione in Jugoslavia nel 1929. Come già accennato Veglia è occupata e annessa al Regno d’Italia nel 1941 fino al 1943, con l’arrivo dei partigiani di Tito, che l’assegnano alla Jugoslavia. Al discioglimento iugoslavo, nel 1991, Veglia diventa croata.

Le cartoline di Veglia
Oltre che di editori asburgici, molte cartoline illustrate di Veglia, prodotte sin dal 1896, sono opera con tutta probabilità del fotografo Ilario Carposio. Nato a Trento nel 1852, Carposio muore a Fiume nel 1921. Quale fotografo di Fiume, attivo dal 1869, è menzionato nelle raccolte fotografiche del Museo Marittimo e Storico del Litorale Croato di Fiume, come sostiene Margita Cvijetinović Starac, curatrice delle collezioni fotografiche del Museo di Fiume. Nel 1869 Carposio fotografa la visita a Fiume dell’Imperatore Francesco Giuseppe e la visita imperiale alla Raffineria del 1891. Esegue dei ritratti a tale Germana Canarich, nel 1889, con dicitura: “Cherso, Fiume” (Arch. Anvgd, UD), dimostrando di avere uno stabilimento fotografico a Cherso, isola vicina a Veglia, nel Golfo del Quarnero.
L'Isola di Veglia, in alto, vicino a Fiume

Fonte orale
Celina Maracich Pardi, Veglia 1933, vive a Ripafratta di San Giuliano Terme (PI), intervista telefonica di Elio Varutti del 14 aprile 2020. L’autore ringrazia il signor Roberto Loru per la collaborazione ricevuta.

Sitologia e bibliografia

- Flavio Fiorentin, L’eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918), Udine, Aviani & Aviani, 2018.
- Lauro Giorgolo, “50 anni di sacerdozio di don Mario Maracich, di Veglia”, «Il Dalmata», IV, n. 3, maggio 2000, p. 10.
- Maria Maracich, Il Viaggio di Meri, Codroipo (UD), Edizioni Beltramini, 2013.
- Zdenko Šenoa, Litorale jugoslavo. Guida e atlante. Trieste, Lukovo, Cres, Lošinj, Krk, traduz. italiana di Dušanka e Roberto Orlandi, Jugoslavenski Leksikografski Zavod, Zagreb, 1971.
- E. Varutti, Il viaggio di Meri. Esodo da Veglia, 1944, on line dal 21 febbraio 2016.

Musei e Archivi citati
- Archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine.
- Museo Marittimo e Storico del Litorale Croato di Fiume (Croazia).
--
Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

lunedì 6 aprile 2020

Buchtel de Fiume, Pola, Zara e Trieste


Si tratta di dolci ripieni di marmellata di albicocche o di prugne, secondo il Gottardi. Sono detti anche Buchteln. Ogni ricettario scritto a mano delle vecie none de Fiume contiene la ricetta dei Buchtel, che hanno un’articolata preparazione distinta in più lievitazioni. Per le successive indicazioni si seguono i dati de La cucina triestina di Maria Stelvio, poiché sono più universali di altri testi consultati.

INGREDIENTI. Per 15 porzioni, o come dicevano, alla tedesca, certe nonne di Fiume: stück (pezzo). 30 gr. di lievito, ¼ litro di latte, 150 gr. di farina, 60 gr. di zucchero, 2 uova, raschiatura di limone, sale - 350 gr. di farina, 60 gr. di burro, 200 gr. di marmellata, 180° per 30 minuti circa.
PREPARAZIONE. Mescolare in un recipiente il lievito sminuzzato con un cucchiaio di zucchero e il latte tiepido. Unire la farina ottenendo una pastetta morbida, densa come una crema. Coprire la terrina con una pezza e lasciare lievitare al caldo, ad esempio in un forno elettrico con la sola luce accesa. Quando la pastella ha raddoppiato il suo volume, frullare un uovo alla volta dei due previsti. Aggiungere pian piano la farina rimasta, lo zucchero, la raschiatura del limone e il sale. Manipolare decisamente la massa ottenuta, aggiungendo il burro liquefatto e intiepidito. Continuare a sbattere fino a quando si noteranno in superficie alcune bollicine. Allora lasciare lievitare l’impasto al caldo coprendolo con la solita pezza finché raddoppia. Stendere sul tavolo infarinato l’impasto facendogli assumere lo spessore di 1 cm. Tagliare dei rettangolotti di cm. 14 x 7, piazzando al centro di ognuno di essi un cucchiaio di marmellata tiepida. Piegare poi ogni rettangolotto, in modo da ottenere un cubo (buchtel). Disporre i pezzi ottenuti, una quindicina, uno accanto all’altro in una teglia imburrata e cosparsa di farina, avendo cura di ungere lateralmente ogni cubo, per poterli staccare comodamente dopo la cottura. Coprirli con la pezzuola infarinata e lasciarli lievitare al caldo. Cuocerli, infine, a forno moderato per 30 minuti ca. Staccare i singoli pezzi e cospargerli di zucchero velo.
VARIANTE. I ripieni di ricotta, noci e semi di papavero sono suggeriti, ma come spiega Gottardi, a Fiume erano poco noti e ancor meno adottati. Si tratta forse di una variante istriana o dalmata.
CURIOSITÀ. Sempre il Gottardi ricorda che le nonne fiumane spesso sono state indispettite dai tremendi nipoti che traducevano il dolce Buchtel con la parola italiana “tettine”, vedendo la teglia appena sfornata. La desueta parola tedesca deriva dal ceco “buchticky” (bocconcino); in ceco moderno: “buchty”. Oggi è scritta e pronunciata come: Wuchtel (Gottardi). I Buchteln sono serviti anche in Alto Adige.
--
Fotografia di Elio Varutti e Daniela Conighi. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti. Si ringrazia Daniela Conighi per la collaborazione alla realizzazione dei dolci e Tiziana Menotti per la lingua ceca.

Bibliografia e sitologia
- Francesco Gottardi, Come mangiavamo a Fiume nell’Imperial Regia Cucina Asburgica e nelle zone limitrofe della Venezia Giulia1.a ediz.: Fiume, Edit, 1998; 2.a edizione, Treviso, AG Edizioni, 2005, pag. 200.
- Missclaire, Buchteln. Dolci ricordi d’infanzia, nel web dal 24 febbraio 2018

- Salvatore Samani, Dizionario del Dialetto Fiumano, a cura dell’Associazione Studi sul dialetto di Fiume, Venezia – Roma, 1978.
- Maria Stelvio, La cucina triestina, Trieste (1.a edizione: 1927), Lint, 18.a edizione, 2013, pag. 389.

venerdì 27 marzo 2020

L’esodo da Rovigno a Laterina di Riccardo per il terrore titino, 1951

La fuga da Rovigno scatta il 18 luglio del 1951 per Riccardo Simoni, di dieci anni e i suoi familiari; ecco il suo racconto. “Da Zara, da Fiume e, nel 1947, da Pola l'esodo è rapido e spesso drammatico così come da molte cittadine  all'interno dell'Istria – spiega Simoni – A Rovigno, prima del 1951 vediamo arrivare  studenti italofoni di Pisino per la chiusura del loro Liceo italiano. Ma Rovigno era ancora una città compattamente italiana, e italiane erano le scuole sino alle superiori. La maggioranza di noi non conosceva il croato. Con le seconde Opzioni del 1951 Rovigno vede rapidamente scomparire la maggioranza della popolazione italofona. Gli amici ‘rimasti’ ci hanno raccontano di una città per molto tempo spettrale, con le case svuotate, con tanti topi e gatti scheletrici che fuggivano spauriti. In pochi anni queste vennero occupate da popolazioni slave, spesso dal sud della Jugoslavia. I capoccia locali invece entravano nelle case più graziose degli esuli partiti.
Rovigno, giugno 1951- classe IV Elementare. Collez. Simoni

Io lascio Rovigno in una sera del 18 luglio del 1951 assieme a mio padre Cesare, la mamma Concetta Viscovich e i fratelli Vincenzo e Tullio, anche nel dolore di dover lasciare l'amata gatta Fiorella. Ricordo che  mio nonno materno Vincenzo Viscovich, con un carretto per i nostri pochi bagagli, ci accompagnò alla Stazione ferroviaria. Il treno dopo un lungo viaggio ci portò finalmente in territorio italiano vicino a Trieste, credo a Opicina, dove fummo accolti dalle dame della Croce Rossa che ci offrirono una tazza di latte e dei fagioli lessi che pare ci piacessero. Nei giorni successivi  fummo ospitati  preso i vari parenti paterni a Trieste e potei rivedere alcuni cari amici partiti durante la prima opzione e potei gironzolare con loro. Ricordo di aver letto, per la prima, volta un fumetto di Tex Willer. Nei pressi di Via Cavana ho gustato una pallina di gelato. Poi siamo partiti per Udine, in un Centro smistamento profughi, buio e triste, dove avrebbero deciso quale Centro raccolta profughi ci avrebbe accolto”.
Perché siete venuti via?
“Fondamentalmente per una mancanza di libertà – replica il dottor Simoni - accentuata negli anni successivi al 1945 e con un aggravamento durante e dopo le vicende fratricide tra comunisti cominformisti, fedeli a Stalin, e con  spirito internazionalista, e comunisti fedeli a Tito sempre più succubi al nazionalismo filo slavo”.
Si deve sapere che Rovigno era considerata zona rossa, con molti partigiani, ma dopo la rottura di Tito con Stalin, del 1948, iniziano in tutta la Jugoslavia le purghe titine contro ogni sorta di dissidente dalla linea del partito.
“Rovigno era una cittadina con componenti nella sua popolazione di idee molto variegate – spiega Simoni – i contadini erano in genere molto attaccati alla religione, mentre pescatori e marinai lo erano meno. C'erano infine oltre un migliaio di operai  nella locale Manifattura Tabacchi [le operaie erano dette: le tabacchine] e in altre aziende con uno spirito molto aperto alle idee libertarie dell'inizio del Novecento. Mia nonna in fabbrica cantava canzoni anarchiche tipo ‘Addio Lugano Bella’. Il Partito comunista nel primo dopoguerra assorbì gran parte dei socialisti ed ebbe le sue vittime al sorgere del fascismo, i suoi carcerati o al confino, o combattenti in Spagna e nella Resistenza Francese. Rovigno ha avuto, infine, oltre un centinaio di morti nei lager nazisti o nella lotta partigiana. Questi comunisti durante il Ventennio in città organizzavano il ‘Soccorso Rosso’ avendo continui contatti con importanti esponenti del PCI nazionale. Tutti avevano una ideologia fortemente internazionalista che si sarebbe scontrata con l'evidente  strategia nazionalista e annessionistica dei comunisti croati. 
I fratelli Simoni al CRP di Laterina, anni '50. Collez. Simoni

La resa dei conti avvenne con la rottura tra Tito e Stalin e così si creò finalmente l'occasione per decapitare in tutta l'Istria e a Rovigno questa generazione di comunisti ormai ‘anomali’. Ricordo che nella casa accanto alla mia, tra Via Daveggia e l'inizio della Carrera, c'era la sede della Polizia popolare. Dalla finestra del 3° piano potevamo sentire le urla dei comunisti cominformisti pestati a sangue. Uno di questi, Quarantotto, Capitano della resistenza francese, per queste sevizie morirà poco dopo a GoliOtok-l'Isola Calva. E noi spesso chiudevamo le finestre e cantavamo ‘Fratelli d'Italia’. Ricordo anche i nostri pianti quando, alla radio, sentimmo nel 1949 della tragedia di Superga, dove morì tutta la squadra di calcio del Torino. In seconda elementare mi pare di aver avuto una ventina di maestri, quasi tutti cominformisti. Vedevo le maestre umiliate a spazzare le strade, mentre i maestri semplicemente sparivano”.
Nella sua famiglia si parlava della vicenda delle foibe?
“Forse ero troppo piccolo e ne sono venuto a conoscenza più tardi – risponde il testimone - mio fratello, del 1937, mi dice che lui ne aveva sentito parlare. A Rovigno ci furono due periodi di infoibamenti, nell'autunno 1943 e dopo il maggio 1945. In entrambi i casi è ora documentato che le esecuzioni avvenivano solo per espliciti ordini della polizia segreta, l'Ozna. Nel 1943 oltre trenta rovignesi vennero consegnati al Tribunale Popolare di Pisino e poi infoibati. Il tutto avvenne sotto il comando di Ivan Motika ‘Franic’, responsabile per l'Istria dell'Ozna da una lista di nomi fatta da un gruppo di giovani esaltati di Rovigno, ‘quelli della Ceka' [la Ceka era il servizio segreto dell’Urss dal 1917 al 1922]. Essi emarginarono da ogni decisione i dirigenti comunisti ‘storici’. Ormai i loro nomi sono quasi tutti conosciuti e sono ora  tutti deceduti con i loro segreti. Uno di loro era Paolo Poduie, divenuto dopo l'ottobre 1943 partigiano nel Veneto e poi Capitano del SOE, futura Intelligence Service inglese. Si possono trovare notizie esaurienti in Internet. Poduie è morto tanti anni dopo, in silenzio, a Milano. Tutti, anche i bambini, sapevano che l'Ozna controllava tutto. Dal maggio 1945 avvenne a Rovigno  un'altra serie di infoibamenti con il carattere peculiare che i cadaveri degli uccisi nella grande maggioranza non vennero mai più trovati e questo atroce segreto permane. Nel 1943 venne infoibato il padre del mio caro amico, recentemente deceduto, Nino Maressi, che ben sapeva il nome di chi l'aveva fatto arrestare, rivisto poi profugo a Monfalcone. Nel 1945 scomparvero il padre e il giovane fratello della mia cara amica Bianca Benussi. Lei ricorda ancora con strazio quella vicenda”.
Nel libro di Flaminio Rocchi non compaiono, tra gli italiani eliminati nelle foibe, né un Maressi, né un Benussi. Ben quattro Benussi di Rovigno compaiono, invece, tra gli eliminati dai titini nel 1943-1945 e un Andrea Maressi, guardia notturna, nato a Rovigno nel 1904 e ammazzato il 30 settembre 1943, in base all’Elenco “Livio Valentini”. Tra l’altro, l’Ozna, secondo un rapporto segreto del Ministero dell’Interno italiano, del 1946, era “già riuscita ad infiltrare molti elementi nelle file dei cetnici [monarchici serbi], specie tra i profughi giuliani che si trovano a Roma nei campi profughi di Forte Aurelio e Cinecittà”. La stessa organizzazione segreta iugoslava, in base al citato rapporto, ha stretti contatti con i sovietici (vedi in: Sitologia).
Riccardo Simoni in un'immagine recente della collezione familiare

Ho letto su «Chiantisette» che suo suocero e suo padre Cesare erano partigiani?
“Mio suocero era partigiano nei boschi attorno a Rovigno – aggiunge Simoni – dove avvenivano continui rastrellamenti. Mio padre, autodidatta plurilingue, durante l'occupazione nazista era interprete del Comune e quindi anche nei rapporti con l'attiguo Comando tedesco, ma facente parte dell'intelligence partigiana  cui comunicava, per sicuri tramiti, le preziose informazioni che riusciva a captare, catturandi, rastrellamenti ed altro. Un giorno vidi mio padre con la faccia tumefatta e piena di sangue. Ci disse che era caduto di bici. Dopo la sua morte nel 1997 abbiamo trovato un suo prezioso memoriale su tutte le sue vicende dall'armistizio del 8 settembre 1943 al 1946, dove racconta di essere stato pestato a sangue dalle Waffen SS che gli comunicarono i sospetti verso di lui ordinando di dire alla famiglia di essere semplicemente caduto. Ma tempo dopo venne smascherato e ricordo la sua cattura in una notte dell'autunno 1944. Il comandante  tedesco lo salvò scrivendo soltanto ‘sospetto partigiano’ nella sua scheda. Da Pola finì al Coroneo di Trieste e quindi con un convoglio deportato nella stazione di Dachau, dove veniva la scelta di ‘arbeiter schiavi’ da parte di vari industriali. Venne inviato in un lager di Sweinfurt, città dove si produceva oltre l'80% dei cuscinetti a sfera della Germania, con bombardamenti a tappeto quasi quotidiani. Tornò magro ma vivo nell'estate del 1945 e, pur non essendo comunista, venne apprezzato come amministratore tanto da divenire, sino alle opzioni, Direttore della Impresa edile locale. Optando, come tanti rovignesi, finì, prima alla miniera dell'Arsia e poi nella costruenda ferrovia Lupogliano-Stallie. Ho recentemente raccontato che in guerra i bimbi crescono alla svelta e quindi ricordo un pomeriggio soleggiato del 10 ottobre 1943. Non avevo ancora 3 anni, accompagnato da mia zia Nina, quando venimmo circondati da soldati tedeschi e obbligati ad assistere alla impiccagione di un giovanissimo partigiano slavo, pieno di bende insanguinate, su un lampione delle rive del porto. Ora c'è il suo ricordo su una pietra accanto al ‘molo piccolo’ che serve solo per sedersi e mangiucchiare un panino. Ma esistono di quegli anni tanti altri ricordi vivissimi. Persone amiche di famiglia aderirono alle formazioni fasciste, un cugino di mio padre, mezzo boemo del Sudeti, finì la guerra nelle Waffen SS, un altro faceva parte del SIM della RSI. Un illustre chirurgo di Rovigno Chiurco, podestà della RSI di Siena e storico della Rivoluzione Fascista  dopo la liberazione di Siena  nell'estate del 1944 ebbe , per qualche merito verso i senesi , solo un blando e provvisorio atto di epurazione. Ricordo, poco prima di essere ucciso, il capo dei fascisti Steno Ravegnani, a casa di nonno addetto alle Pompe Funebri, ordinare una ghirlanda per un milite e dire che sarebbe andato con i partigiani se l'Istria fosse rimasta italiana: mah! [Nell’Elenco “Livio Valentini” c’è uno Stefano Ravegnani di Rovigno, della Milizia Difesa Territoriale. - 2° Rgt. "Istria", eliminato il 13 aprile 1945]. Ho sempre pensato che le nostre terre sarebbero, alla fine della guerra, comunque perdute, chiunque avesse vinto”.
Riccardo Simoni a dieci anni, fotografia dal passaporto, quando arriva al CRP di Laterina. Collez. Simoni

Cosa ricorda del Centro raccolta profughi di Laterina?
Siamo partiti di notte da Udine in treno – dice Simoni – e solo nella mattinata siamo scesi a Laterina Scalo, dove ci attendeva un camion scoperto che ci ha portato al CRP di Laterina, già   Campo di concentramento di prigionieri inglesi, poi lager tedesco e quindi per prigionieri fascisti della RSI trasferiti dal campo di concentramento di Coltano (PI). Dopo le prime opzioni di profughi giuliani, fiumani, dalmati e dalla Grecia. Insomma in questa pianura piena di baracche erano ospitate oltre duemila persone. Una di queste baracche era adibita a scuola elementare, un’altra per una chiesetta, una per la direzione e poi tante baracche in fila per le tante famiglie. Esse erano divise da fili di ferro con appese delle coperte, con piccole stufette e letti a castello militari. L'unico gabinetto alla turca stava ovviamente all'aperto. Ogni famiglia riceveva un sussidio in denaro di circa 100 lire a testa al dì. Eppur durante l'alluvione del Polesine, di mesi dopo, i profughi fecero una gran colletta per i nostri fratelli sfortunati. A Laterina siamo rimasti sino al 1955, nel frattempo io finivo la V elementare e iniziavo poi una lunga storia di Collegi di Stato. Tre anni al Collegio Raffaello di Urbino e cinque a Carrara. Mio padre aveva trovato un lavoro presso il Comando Alleato del Sud Europa a Firenze  e quindi assunto come guida turistica dalla CIT in Svizzera e poi a Firenze. Finalmente, dopo anni di stenti, a Firenze potevamo avere un appartamento INA Casa, con un affitto molto modesto, che ha permesso una ascesa scolastica a tutti i tre fratelli Simoni. Durante la permanenza a Laterina non abbiamo mai manifestato  pentimenti per la scelta fatta optando. La  libertà  faceva la differenza. 
Laterina, squadra di calcio profughi giuliano dalmati, anni ’50. Collez. Ireneo Giorgini

A Laterina c'era una comunità di rovignesi legati dal comune affetto, da vecchie e nuove amicizie e dall'amore per il paese lasciato. Nel 1960 mi iscrissi alla Facoltà di Medicina a Firenze vivendo da protagonista le vicende associative universitarie e anche politiche. Solo nel 1963 sono tornato a Rovigno abbracciando i nonni materni che pochi anni dopo sarebbero scomparsi. Nel 1966 ho conosciuto la mia futura moglie Luisa, rovignese, allora in vacanza. Ogni estate, quando posso, torno a Rovigno, nella vecchia casa dei nonni vedo le foto orgogliose di Vincenzo Viscovich in splendide divise di Ulano di Sua Maestà Imperiale per cui ha combattuto dal 1914 sino al 1918 e di cui nel suo intimo è sempre rimasto fedele. In questa casa d'estate posso dormire nella camera dove sono nato quasi ottanta anni fa e in altre stanze  ci guardano le vecchie foto dei nonni, zii, con quadri di amici, di mio padre Cesare e miei, del fratello Vincenzo, del fratello Tullio recentemente scomparso. Da qualche estate esiste una calda comunanza con ‘amici degli anni Trenta’ quelli ‘rimasti’, scanzonati ‘amici miei’ con aggregati altri leggermente più giovani con qualcuno anche croato dei dintorni che però si appassiona del nostro dialetto e canta nel coro della nostra Comunità degli Italiani di Rovigno. Da qualche anno si sono infittiti i rapporti tra gli esuli della ‘Famìa Ruvignisa’ con la locale Comunità di Rovigno sino a celebrare insieme, nel 2020, il Giorno del Ricordo,  cantando  finalmente anche l'Inno all’Istria”.
Mi pare che lei vada nelle scuole a parlare del Giorno del Ricordo?
“Da oltre dieci anni partecipo come testimone alle cerimonie che il Comune di San Casciano (FI ), dove abito, promuove per il Giorno del Ricordo – conclude Simoni – anche nelle scuole medie di vario grado. Talvolta ho parlato a Firenze in Palazzo Vecchio a delle scolaresche. Tempo fa ho partecipato come docente a due seminari agli insegnanti della Scuola Media locale, con  assegnazione di crediti, offrendo documentazioni scritte di studiosi e anche di mie modeste  ricerche. La passione per la storia contemporanea in me ha origini antiche anche  per il desiderio di capire le cause che hanno portato alla quasi scomparsa della nostra etnia dalle terre ormai perdute. Ho sempre cercato fonti diverse, scartando quelle in palese malafede o di grave ignoranza, ascoltando sempre le sofferenze di chi ha subito, di qualsia etnia si trattasse, le violenze del Novecento, il terribile ‘Secolo breve’ con i suoi variegati totalitarismi”.
Rovigno, nonno Vincenzo Viscovich, ulano di di Sua Maestà Imperiale d'Austria, 1914-1918. Collez. Simoni

Finisce così l’intervista al signor Riccardo Simoni, geriatra, psichiatra, fisiatra, medico ospedaliero in pensione, docente universitario, ma soprattutto sempre curioso nelle sue letture, nei piccoli disegni, collages, foto, poesiole e nei rapporti con gli amici sempre più radi, allegri, invecchiati, o scomparsi e con  nuovi che spera arrivino ancora. Egli ricorda cose orribili dell’Istria, oppure il buon odore di un pacco giunto da Trieste con delle arance e lui si è tenuto in tasca per due mesi le scorze per il profumo delizioso di agrumi. Alla fine degli anni ’40 la gente mangiava la carne solo una volta. Poi subentrò molta paura e la totale mancanza di libertà. Riccardo Simoni ricorda soddisfatto che a Rovigno, il 95% dei cittadini era italofono e ancora nel 1951 non c’era il bilinguismo italiano-croato. Tutto era in italiano, le scuole e le strade. Gli slavi avevano solo tre classi con elementari, medie e superiori. Poi la snazionalizzazione titina ebbe il sopravvento. L’interno e il contado erano per lo più slavofoni, ma Rovigno no, come molti centri costieri istriani. Nell’intervista ha ripetuto più volte: “Siamo andati via perché non c’era la libertà, avevamo la sensazione di essere continuamente osservati, spiati dalla polizia”.
Come mai diversi ragazzi in Istria, dopo l’8 settembre 1943, si lasciano ammaliare dal movimento partigiano iugoslavo? Forse ci aiuta a capire lo scrittore Fulvio Tomizza. “Nell’indecisione, nella confusione e nell’euforia, alcuni reduci con fazzoletti rossi al collo piegarono la resistenza del loro ex educatore e si cacciarono in scuola. Erano ragazzi sospesi fra un fascismo autocritico e un vago comunismo, in attesa del precipitare degli eventi; si erano procurati un timbro con la stella rossa e la scritta bilingue. Li rifornivano contemporaneamente di cibo e bevanda Ludovico e Gabriele Pavlovich da una parte, il barba Ive Stocavaz e i suoi primi croati dall’altra” (La miglior vita, p. 160).
Il Centro raccolta profughi di Laterina, anni '50. Collez. Giorgini

Il Centro raccolta profughi di Laterina tra dati veri e falsi
Sono 4.695 i nominativi riportati nell’Elenco alfabetico profughi giuliani, custodito nell’Archivio del Comune di Laterina. La lista si apre col nome di Abba Lucia, che reca queste indicazioni: “n° 167 del fascicolo, data di eliminazione [dalla residenza] 4.6.1957; Comune di nuova residenza: Roma”. Si chiude con: “Zonca Silvana, n° 1428 del fascicolo, data di eliminazione non nota, irreperibile”. Certo, è una rubrica con poche indicazioni. Non si sanno, infatti, la data e il luogo di nascita, ma è assai utile a definire il numero di persone transitate per il CRP di Laterina, che per uscirne fornivano il luogo della nuova residenza, anche all’estero (Francia, Svezia, Brasile, Argentina, Australia, USA). Il numero potrebbe essere più alto di 4.695 individui, dato che le ultime registrazioni manuali si riferiscono al 1961, mentre si sa che il CRP chiuse nel 1963. Mancano, quindi, almeno due anni di registrazioni, con le ultime uscite di persone dal Campo.
Di un’inaudita violenza morale è la vicenda riferita da Luisa Pastrovicchio, nata a Valle d’Istria, il 16 maggio 1952. Fu immatricolata al CRP di Laterina il 25 giugno 1958 col n. 5.377, come emerge dalla sua scheda di registrazione. Gli schedati al Campo, dunque, sono più di 5mila. Al confine slavo di Divaccia la famiglia Pastrovicchio subì una indegna perquisizione da guerra fredda. I profughi furono fatti tutti spogliare, rimanendo in mutande, davanti ai Druzi. Col termine di “Druzi” gli italiani d’Istria, di Fiume e Dalmazia indicano i partigiani comunisti iugoslavi. Deriva dallo storpiamento della parola serbo-croata “drug”, che significa “compagno”. Tutti e cinque i Pastrovicchio sono registrati nel suddetto Elenco alfabetico profughi giuliani.
.
Mappa del Centro Raccolta Profughi di Laterina. Planimetria riferita a dopo il 1950. Disegno di Tommaso Ricci e Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Riproduzione per gentile concessione di Claudio Ausilio

Allora pare molto sottostimato il numero di profughi giuliano dalmati di Laterina riportato da Laura Benedettelli nel suo pur documentato studio intitolato I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto, del 2017. Scrive la Benedettelli che “Nella provincia di Arezzo i 588 profughi che arrivarono nei vari anni vennero accolti nel CRP di Laterina (…) che poteva contenere fino a 12.000 persone” (p. 48). Dalle schede Pastrovicchio e da altri studi si deduce invece che i profughi giuliani accolti a Laterina sono oltre 5mila; altro che 588.
Racconta il signor Claudio Ausilio, esule da Fiume: “Son venuto via che avevo due anni nel 1950 – dice – e ci trasferimmo a Montevarchi, provincia di Arezzo, perché mio padre lavorava alla 'Voplin' Azienda Cittadina Gas - Acqua di Fiume, chiese in seguito ad opzione di essere riassunto in servizio presso una Azienda similare in Italia e gli diedero un posto al Comune di Montevarchi, provincia di Arezzo. Noi non siamo passati dai campi profughi. Mi sono interessato alle questioni dell’esodo giuliano dalmata solo da quando sono in pensione”.
Nel 1963 la Jugoslavia di Tito introdusse il principio dell’autogestione delle imprese, che fu perfezionato nel 1964-1965 e nel resto degli anni sessanta. Divenne oggetto di studi, addirittura, alla facoltà di Economia e commercio di Trieste, negli anni 1972-1975, poi finì nell'oblio, soprattutto dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) e la crisi delle ideologie. Il fenomeno dell’autogestione, in realtà, provocò l’ennesima spinta all’esodo di altri italiani dell’Istria, espulsi per primi dalle strutture produttive “autogestite”. Come ha raccontato Eda Flego, di Pinguente d’Istria (Buzet, in croato), che riporta i ricordi del babbo Viecoslav Luigi Flego e della mamma Emma Micolausich: “Mio padre era infermiere e fu il primo ad essere licenziato dopo la novità dell’autogestione, così siamo dovuti venire via dall’Istria, per giungere in Friuli da esuli.”.

Cartolina di Rovigno del 1906, con le famose “tabacchine”

Un fuga piena di paura è quella avvenuta nel 1963, come nel caso di Pietro Palaziol, di Valle d’Istria, scappato di notte con altri ragazzi, correndo gravi rischi; infatti, morì un suo amico falciato da una raffica di mitragliatrice “perché i Graniciari meteva le trappole con filo lezero; ti te tiravi per sbaglio el filo, alora sciopava un bengala, che faceva luce e i slavi i te tirava contro coi mitra”. I Graniciari erano guardie confinarie iugoslave, di etnia bosniaca o serba, non sloveni, per evitare che si lasciassero intenerire dagli italiani dell’Istria che se la svignavano. Una compagna di fuga impazzì di dolore per la morte di quel ragazzo istriano. Era il 1963, ma certi storici sentenziano che l’esodo giuliano sia terminato nel 1956 senza spiegare, tuttavia, come mai l’ultimo Centro raccolta profughi di Trieste abbia chiuso i battenti nel 1972. Certi ricercatori hanno notizia di fughe di italiani dalla Jugoslavia pure dopo il Trattato di Osimo, del 1975.
Chiudiamo questo racconto intervista sull’esodo giuliano dalmata con le parole di un esclusivo scrittore, Antonio Zappador, esule istriano a Carpi (MO) pure lui fuggito bambino dai titini. “Ho visto la delusione, le lacrime e la rassegnazione della sconfitta della mia gente d’Istria. Ho subito la persecuzione a privarmi della libertà nelle mie prime stagioni.  Eppure qualcuno mi ha suggerito di non farmi condizionare dalla ragnatela della vita. Superare i timori, qualche volta paga bene” (p. 14).
Scheda di registrazione n. 5.375 del 26 giugno 1958 al Centro raccolta profughi di Laterina, intestata a Gaudenzio Pastrovicchio, di Valle d’Istria, assistito fino al 24 gennaio 1963. Collez. Pastrovicchio, stampato e ms.

Fonti orali e del web
Si precisa che le seguenti fonti orali, selezionate da oltre 456 interviste, si sono avvalse, in qualche caso, di dati e notizie riferite da familiari e da conoscenti anziani, ormai scomparsi. Le interviste (int.) sono state condotte a Udine con taccuino, penna e macchina fotografica da Elio Varutti, se non altrimenti indicato. Si è cercato di confrontare le dichiarazioni degli intervistati con i documenti e con gli studi in letteratura. È condiviso da molti ricercatori che la testimonianza di una famiglia sul 1943-1945 e sul dopoguerra, sia prima di tutto atroce, poi singola e senza eguali.

Claudio Ausilio, Fiume 1948, esule a Montevarchi, provincia di Arezzo, int. del 16-17 aprile 2018 a Montevarchi, al telefono del 20 marzo 2020 e messaggi e-mail del 22 marzo 2020.
Eda Flego, Pinguente/Buzet (Jugoslavia) 1950, int. del 31 dicembre 2005 e 19 febbraio 2020.
Pietro Palaziol, 1945, Valle d’Istria, int. del 18 marzo 2008 in collaborazione con Ferruccio Pittia.
Luisa Pastrovicchio, Valle d’Istria, 1952, esule a Pessinetto, città metropolitana di Torino, int. al telefono del 28 febbraio 2017.
Riccardo Simoni, Rovigno 1940, int. telefonica del 23-25 marzo 2020 e messaggi e-mail del 27 marzo 2020.
Antonio Zappador, Verteneglio 1939, int. del 23 febbraio 2020 a Fossoli di Carpi (MO).
Lettera del Prefetto di Arezzo del 5 ottobre 1948 al Ministro dell’Interno con cui si comunica un “aggravio finanziario” in seguito alla costituzione di un Campo profughi giuliani per 5.000 posti nel Comune di Laterina. Notare la carta intestata con clamoroso refuso tipografico (“Aezzzo”). Archivio del Comune di Laterina, dattiloscr.

Ringraziamenti
Per il presente articolo la redazione del blog è riconoscente al signor Claudio Ausilio, esule da Fiume e socio dell’ANVGD di Arezzo, che ha fornito con la solita cortesia i contatti per la ricerca presso il dottor Riccardo Simoni, andando a incrementare una tradizionale e collaudata collaborazione con l’ANVGD di Udine. L’Autore rivolge i più sentiti ringraziamenti al sindaco e gli operatori del Comune di Laterina Pergine Valdarno, per la disponibilità riservata al signor Claudio Ausilio nella ricerca di documenti e registri sul Campo profughi. Si ringraziano, infine, gli esuli intervistati e i collezionisti per i vari materiali messi a disposizione della ricerca, come fotografie, cartoline, memoriali, documenti privati e cimeli dell’esodo.
Stoviglie in alluminio del Centro raccolta profughi delle “Baracche” di Bari, chiuso nel 1956. Collez. Sergio Servi

Collezioni familiari
Claudio Ausilio, disegni, relazioni scolastiche e documenti.
Ireneo Giorgini, esule da Fiume a Torino, fotografie.
Luisa Pastrovicchio, esule da Valle d’Istria, vive a Pessinetto, città metropolitana di Torino, documenti stampati, fotografie e memoriale dattiloscr.
Sergio Servi, esule da Parenzo a Bari, stoviglie.
Riccardo Simoni, esule da Rovigno a San Casciano Val di Pesa (FI), testi videoscritti e fotografie.

Documenti originali
Elenco alfabetico profughi giuliani, Archivio del Comune di Laterina, 1949-1961, ms.
Lettera del Prefetto di Arezzo del 5 ottobre 1948 al Ministro dell’Interno con cui si comunica un “aggravio finanziario” in seguito alla costituzione di un Campo profughi giuliani per 5.000 posti nel Comune di Laterina. Con carta intestata recante un clamoroso refuso tipografico (“Aezzzo”). Archivio del Comune di Laterina, dattiloscr.
Giada Manistu, Visita al Centro Raccolta Profughi di Laterina (AR), Classe 3^ Tecnico Industria Fotografica ISIS “Leonardo da Vinci”, insegnante accompagnatore professor Girolamo Dell’Olio, Firenze, 20 dicembre 2013, dattiloscr.
Mappa del Centro Raccolta Profughi di Laterina. Planimetria riferita a dopo il 1950. Disegno di Tommaso Ricci e Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Riproduzione per gentile concessione di Claudio Ausilio.
Giovanni Nocentini, Quindicimila gavette  nel Campo di concentramento 82, testo videoscritto in WORD, 2007 ca., pp. 1-5.
Luisa Pastrovicchio, Campo profughi di Laterina (Arezzo), testo videoscritto in PDF, 2017, pp. 1-5.

Cenni di bibliografia e sitologia
Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), Il confine italo-sloveno. Analisi e riflessioni, Milano, 2016, nel web.
Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, Gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945, a cura del Comune di Gorizia, Gorizia, 1980.
Laura Benedettelli, I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto, Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea (ISGREC), on-line dal giorno 8 febbraio 2017
Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, disponibile in Internet.
P.C.H., “Laterina, quelle lontane memorie del campo profughi”, «Difesa Adriatica», n. 10, ottobre 2013, pp. 6-7.
S.D., “Sempre peggio a Laterina” «Difesa Adriatica», n. 5, 5 febbraio 1949
Edlira Mamutaj, “Da Rovigno a Laterina. ‘Siamo venuti via per la libertà’. Riccardo Simoni racconta l’esodo, «Chiantisette Val d'Elsasette», 21 febbraio 2020.
O.Z.N.A.: La mano segreta di Tito, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Della P.S. – Divisione S.I.S., Roma, 19 novembre 1946,  consulenza di Aldo Giannuli, Università di Milano; nel sito web storiaveneta.it  
Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.
Fulvio Tomizza, La miglior vita, Milano, Rizzoli, 4.a ediz., 1977.
Elio Varutti, Ricordo di Guerrino Benussi, da Rovigno, con l’ANVGD di Udine, on line dal 2 ottobre 2017.
E. Varutti, Le Tabacchine istriane esuli al Centro Profughi di Firenze, on line dal 24 febbraio 2017.
Fulvio Tomizza, La miglior vita, Milano, Rizzoli, 4.a ediz., 1977.
E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017. La 2.a ediz. è nel web dal mese di aprile 2018 col medesimo titolo.
Antonio Zappador, 29.200 giorni. Una vita piena di tutto… di più, Carpi (MO), stampato in proprio, 2019.
Crp Laterina, anni '50
--
Servizio giornalistico e di Networking a cura di Girolamo Jacobson e Elio Varutti. Contatti e ricerche di Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo che si ringraziano per la cortese concessione alla diffusione e pubblicazione nel blog presente e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
Il borgo di Laterina; foto E. Varutti 2018


venerdì 28 febbraio 2020

Le Case Penso e Unione dei costruttori Conighi di Fiume, 1908

Che emozione vedere le vecchie fotografie delle case edificate nel 1908 a Fiume. È la signora Marinella Bolzon a mostrarmele, perché un avo di suo marito lavorava a Fiume nei primi anni del Novecento. Fanno parte dell’Archivio Pietro Fabbro, esule da Fiume a Udine. L’impresario edile Pietro Fabbro, originario di Majano (UD), lavora per l’impresa Carlo Conighi di Fiume e Abbazia nel 1908-1909 nei cantieri di Casa Penso e Casa Unione (1^ casa). Il momento dell’archiviazione fotografica da parte della ditta Fabbro deve essere successivo ai tumultuosi momenti della Marcia su Fiume, poiché Casa Penso viene segnata in via G. D’Annunzio, mentre prima del 1919 era via del Municipio.
Fiume, Particolare di Casa Unione (1^ casa), in via Buonarroti, dell'Impresa C. Conighi, 1908. Archivio Pietro Fabbro, di Fiume esule a Udine
In un altro archivio familiare si sono trovati documenti esclusivi riguardo al sodalizio lavorativo tra la ditta Fabbro e i costruttori Conighi di Fiume. In una dichiarazione, datata 30 giugno 1909, dell’ingegnere Carlo Alessandro Conighi di Fiume (Trieste 1853-Udine 1950), ingegnere e presidente della Camera di commercio e industria di Fiume, confermata dal locale Civico Ufficio Tecnico, sezione Pubbliche costruzioni, infatti, risulta che i lavori di “costruzione di una casa del signor Luciano Penso, in via del Municipio” sono iniziati il 1° ottobre 1906. Il direttore dei lavori in cantiere è il figlio, ossia l’architetto Carlo Leopoldo Conighi (Trieste 1884–Udine 1972), architetto ed esponente, col padre ed altri costruttori, della Sezession a Fiume, legionario dannunziano e dirigente, dopo il 1946, dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine (Collez. Famiglia Conighi esule da Fiume, Udine, ms).
La fotografia della Casa Unione (1^ casa) è riferibile al 1908-1909, intendendo così l’apertura del cantiere, mentre lo scatto fotografico, pure in questo caso come per Casa Penso, deve essere degli anni ’20 inoltrati. I costruttori Conighi operano anche negli anni ’20, ma le imprese regnicole sanno farsi sempre più strada, mettendo in crisi l’impresa familiare locale. Nel 1928 i Conighi si iscrivono all’Albo degli Ingegneri provinciale. Col n. d’ordine 14 risulta iscritto “Conighi Carlo comm., di Carlo” come ingegnere civile (Sindacato Provinciale, p. 12-3). Nello stesso Albo, compare nell’Elenco speciale degli Architetti al n. d’ordine 2 “Conighi Carlo jun., di Carlo”, che di professione dichiara “impiegato FF.SS.”, ciò che rese incompatibile la sua ulteriore libera professione (Sindacato Provinciale, p. 28-9).
Fiume, Casa Penso, in via G. D'Annunzio, dell'Impresa C. Conighi, 1908. Archivio Pietro Fabbro, di Fiume esule a Udine

La Banca d’Italia, filiale di Fiume
I costruttori Conighi, verso il 1912, aprono il cantiere per edificare il palazzo che sarà della Banca d’Italia, in via G. Ciotta. Il direttore dei lavori è sempre l’architetto Carlo Leopoldo Conighi, con l’impresa del babbo suo, come emerge dalle carte familiari.
Cito studi recenti in merito, anche se contenenti analisi economiche e territoriali discutibili: “Il 1° dicembre 1921, dopo che il Trattato di Rapallo aveva istituito lo Stato Libero di Fiume, su invito del commissario governativo fu aperta una dipendenza della Banca d’Italia con la formula dell’ordinamento speciale, come “filiale a Fiume”. La filiale assunse anche le operazioni dell’Istituto di Credito del Consiglio Nazionale, che, diretto da Ettore Rosboch, aveva svolto le funzioni di “banca centrale” durante la reggenza dannunziana. Lo stesso Rosboch fu assunto presso la nuova filiale.
A Tolmino il 30.1.1922 è istituita un’agenzia funzionante dal 25.9.1922 e cessata il 1.3.1934. Analogamente a Postumia, un’agenzia, deliberata nel 1923, fu aperta solo nel 1927. Tre delle agenzie chiuse, Bressanone, Tolmino e Postumia, si trovavano nelle “terre redente” dove la Banca era stata sollecita a insediarsi secondo le direttive del governo, e dove era rimasta per “spirito di italianità”, pur sopportando perdite economiche, dal momento che si doveva ammettere l’assoluta inattività di quelle dipendenze poste agli estremi confini del Regno, in zone alpestri dove né agricoltura né commercio avrebbero potuto allignare” (Battilocchi e Melini).
Fiume, sede della Banca d'Italia in via G. Ciotta, opera dell'impresa C. Conighi di Fiume e Abbazia in stile neogotico. Cartolina dal web

La fattura dell’esodo
Nel dopoguerra i Conighi si arrabattano tra problemi dell’esodo, qualche lutto e gli indennizzi dei beni persi. Le carte che ho rintracciato nella medesima collezione familiare, infatti, ci fanno fare un salto nel tempo. Si passa al 1945 e al periodo del dopoguerra, quando da Fiume c’è l’esodo di oltre 30 mila italiani. Funziona il Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, con sede a Roma. A maggio del 1948 detto Comitato dà consigli per il diritto d’opzione, previsto dal Trattato di Pace.
Gli esuli cercano di recuperare qualcosa dai danni di guerra e per i beni abbandonati e sequestrati dal governo iugoslavo. Il giorno 11 marzo 1959 in una lettera rivolta al Ministero del Tesoro i tre fratelli Calo Leopoldo, Giorgio e Cesare Augusto Conighi riguardo alla richiesta dei danni di guerra della casa paterna sita in via Tiziano 29 a Fiume, colpita dai bombardamenti angloamericani, menzionano i lavori di ristrutturazione effettuati dal 25 settembre 1945 al 20 agosto 1946 e saldati per una somma di 140 mila lire proprio alla ditta Pietro Fabbro di Fiume. Coincidenza vuole che pure l’impresario Pietro Fabbro sia esule a Udine, come il vecchio commendatore Conighi e il figlio, l’architetto Carlo Leopoldo Conighi, mentre Giorgio è a Trento e Cesare Augusto a Roma. Alla documentazione per il Ministero, oltre alla perizia dell’ingegnere Pietro Bacci, del Comune di Fiume, datata 31 luglio 1946, c’è la fattura dell’Impresa di costruzioni di Pietro Fabbro, con sede a Fiume, in piazza Dante (dicitura annullata con segno dattilografico) e nuova sede a Udine in via Grazzano, 79. È la fattura dell’esodo. Lascio intendere al lettore quanto hanno ricevuto i Conighi per tali danni bellici, considerato che gli indennizzi, come hanno raccontato vari esuli e i loro discendenti, sono stati pari al 7 fino al 14 per cento del valore del bene abbandonato o perso.
La fattura dell'esodo. Prima di abbandonare Fiume Carlo Alessandro Conighi fa riparare casa sua, dopo i bombardamenti angloamericani. Collezione Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine, dattiloscr.

Certi Conighi sono profughi a Trieste, poi Belluno, Forlì, Modena e Ferrara. Alcuni gruppi di loro affini si sparpagliano tra Udine, Trento, Firenze, Roma, Norimberga, Klagenfurt, Zagabria e in Svizzera, mentre certi cari amici di famiglia riparano a Bolzano. La situazione di tale clan familiare è emblematica. Rappresenta il vissuto delle genti di frontiera, nel significato dato dallo scrittore Fulvio Tomizza, letto e apprezzato più volte nelle famiglie stesse. Di recente un altro giovane romanziere ha descritto con grande intensità l’epopea delle famiglie italofone e slavofile al confine orientale tra le due guerre del Novecento; si tratta di Maurizio Mattiuzza.

Documenti originali
- Archivio Pietro Fabbro, esule da Fiume a Udine, fotografie 1908-1909. Collezione privata, Udine.
- Dichiarazione dell’ingegnere Carlo Alessandro Conighi di Fiume sull’attività professionale del figlio Carlo Leopoldo Conighi, 30 giugno 1909, Collez. Famiglia Conighi esule da Fiume, Udine, ms.

Fonte orale
- Marinella Bolzon, intervista di E. Varutti del 20 gennaio 2020, Udine.

Cenni bibliografici
- Angelo Battilocchi e Marco Melini, “La banca centrale e il territorio. Le strutture periferiche della Banca d’Italia”, «Quaderni dell’Archivio storico», n. 3, 2017. Anche nel web.
- G.P., “Chiudiamo la partita dei profughi”, «Tempo», 8 giugno 1958.
- Maurizio Mattiuzza, Malaluna, Milano, Solferino, 2020.
- Sindacato Provinciale Fascista Ingegneri di Fiume, Albo degli Ingegneri della provincia di Fiume, Arti Grafiche Ad. Kirchhofer, Fiume, 1932, X.
- Fulvio Tomizza, La miglior vita, Milano, Rizzoli, 1977.
Lettera del giorno 11 marzo 1959 al Ministero del Tesoro dei tre fratelli Calo Leopoldo, Giorgio e Cesare Augusto Conighi riguardo alla richiesta dei danni di guerra della casa paterna sita in via Tiziano 29 a Fiume. Collezione Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine, dattiloscr.
--
Servizio giornalistico di Elio Varutti; ricerche storiche e Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
Modello del Comitato per Venezia Giulia e Zara, sede di Roma per il Diritto d'opzione dei profughi giuliano dalmati. Collezione Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine, stampato

Intestazione dell'Impresa Conighi, da una carpetta della ditta. Collezione Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine, stampato

Fiume, Casa Unione (1^ casa), in via Buonarroti, dell'Impresa C. Conighi, 1908. Archivio Pietro Fabbro, di Fiume esule a Udine

Carlo Alessandro Conighi, foto da un disegno di Gino Leoni, del 1926, firmato a sinistra. Collezione Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine

Pola, giugno 1916, Carlo Leopoldo Conighi in divisa da artigliere austriaco. Collezione Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine