giovedì 19 aprile 2018

Baracche dell’esodo istriano. Visita all’ex Campo profughi di Laterina, Arezzo

Oggi vengono utilizzate come magazzino. Sono le baracche del Centro Raccolta Profughi (CRP) di Laterina, in provincia di Arezzo. Non tutte hanno resistito alla prova del tempo da quando furono edificate nel 1941. Esse divengono proprietà del comune nel 1968 e, come ha scritto Giampaolo Trotta alle pagine 29-32 di un suo libro, il municipio adibisce a zona artigianale i terreni su cui sorgono. Così oggi le si individua tra un capannone in cemento armato e l’altro.
Centro raccolta profughi di Laterina, ora magazzino, Claudio Ausilio, a sinistra, vicino alla moglie Franca Casini e alla nipote Emma con Daniela Conighi e Elio Varutti, vice presidente ANVGD di Udine. Fotografia di Antonio Cascini

Si propone qui una visita commentata a questa ormai vetusta struttura di accoglienza, eppure piena di storia. Le baracche sono state un Campo profughi per gli italiani d’Istria, Fiume, Dalmazia (soprattutto), ma anche dal Dodecanneso e dall’Africa settentrionale. Per 15 anni ebbero tale funzione. Solo per cinque anni furono un campo di prigionia di varie fazioni in conflitto. Sono rimasti pochi degli originari 19 edifici costruiti dal fascismo nel 1941, che costituivano il Campo di concentramento per prigionieri inglesi, sudafricani e delle altre colonie britanniche, per 2.500-3.000 posti. Era il “PG 82” (Campo per prigionieri di guerra n. 82).
Dopo l’8 settembre 1943 fino al mese di luglio 1944 la struttura funziona come Campo di concentramento nazista per contenere prigionieri inglesi, americani e soldati italiani di Badoglio. Dal mese di luglio 1944 ad aprile 1945 è un Campo di concentramento anglo-americano per detenere prigionieri tedeschi e repubblichini. Finita la guerra, dal 1945 al 1946 è ancora un Campo di internamento per custodire militari della Repubblica di Salò e civili fascisti sospettati di essere responsabili di crimini, che dopo le adeguate indagini, mano a mano vengono liberati. Poi, dal 1948 al 1963, la stessa struttura diviene CRP dell’esodo giuliano dalmata da cui passarono oltre 4 mila individui in fuga dalle violenze titine. Ci sono discendenti di esuli giuliano dalmati nati in Campo profughi.
CRP di Laterina, baracca n. 1, ora magazzino privato. Fotografia di E. Varutti

L’idea di tale visita commentata è sorta in seguito al gemellaggio voluto dal Consiglio Esecutivo dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) del Comitato Provinciale di Udine, con la sua presidente Bruna Zuccolin con il Comitato Provinciale di Arezzo della stessa ANVGD, rappresentato da Claudio Ausilio e da Manlio Giadrossich.

Visita d’istruzione alle ultime baracche di Laterina
Le delegazioni dell’ANVGD di Udine e di Arezzo si ritrovano nel pomeriggio del 16 aprile 2018 a Laterina. Fa da cicerone nella visita il signor Claudio Ausilio, esule da Fiume. “Son venuto via che avevo due anni nel 1950 – dice – e ci trasferimmo a Montevarchi, provincia di Arezzo, perché mio padre lavorava alla Voplin, l'Azienda cittadina gas - acqua di Fiume e chiese in seguito ad opzione di essere riassunto in servizio presso un'azienda similare in Italia. Gli diedero un posto al Comune di Montevarchi. Noi non siamo passati dai campi profughi. Mi sono interessato alle questioni dell’esodo giuliano dalmata solo da quando sono in pensione”.
CRP di Laterina, baracca n. 2, ora magazzino privato; sullo sfondo il paese di Laterina. Fotografia di E. Varutti

Si misura col contachilometri il tragitto che i profughi dovevano fare a piedi dalla stazione ferroviaria di Laterina fino al Centro raccolta profughi. Più o meno sono 5,5 chilometri su una strada bianca, a quel tempo, cioè di sassi, polvere e pozzanghere, in caso di pioggia.
Siamo nella odierna zona artigianale. Qui nel 1941 sorse il Campo di concentramento, divenuto CRP nel 1948, come riportato da Ivo Biagianti a pag. 41 del suo libro. Siamo in Via Cinchio Bertinell’area compresa tra la Via Vecchia Aretina e il fiume Arno, ma più vicino c’è il torrente Bregine. Vicino ci sono i toponimi di Case Nuove, Case Palagio, Casaccia e l’Isola.
Si visitano tre baracche di quelle poche rimaste, dopo bombardamenti, crolli e incendi verificatisi in vari periodi. Sono oggi di proprietà del signor Antonio Cascini, artigiano. Nella baracca n. 1 c’è il deposito del signor Antonio, che continua a ripetersi: “Non si sa nulla di quella povera gente che stava qui e mi piacerebbe saperne qualcosa”. Nella baracca n. 2 ci sono i materiali da lavoro di un imbianchino. Tra le due c’è una baracca più piccola e senza numerazione, che fu ricostruita verso il 1950, con basamento rinforzato per contrastare l’umidità. Era il locale ricreativo.
All’esterno sulle pareti si notano ancora le indicazioni delle latrine differenziate in “Uomini” e “Donne”, con accesso dall’esterno, come ricorda la signora Loretta Rusich, citata poco più sotto. Le finestre originali hanno la misura di cm 30 x 50. Dall’esterno si intravvede sulla collina il paese di Laterina, dove i profughi salivano per recarsi a fare un po’ di spesa, dopo la chiusura della mensa per avvelenamento.
Laterina, Campo profughi, baracca n. 1, ora magazzino privato, interno. Caldo d'estate, freddo d'inverno. Fotografia di E. Varutti
  
“I ne gà avvelenado – ha raccontato il signor Giuseppe Marsich, “italiano all’estero” di Veglia – e se doveva correr tuti ai bagni, dopo me ricordo che a Laterina iera la baraca ciesa, el campo sportivo e la riva dell’Arno, dove noi gente de mar se podeva far qualche nodadina; gli abitanti dei paesi vicini i faseva manifestazioni contro de noi profughi, scampadi dai jugoslavi”.
Ecco un’altra testimonianza. Manlio Giadrossich, detto “Gloria”, è nato a Lussinpiccolo nel 1947 e ora vive a San Giovanni Valdarno, provincia di Arezzo. Lo incontro a Montevarchi, a casa del signor Ausilio. “Siamo partiti da Lussino nel 1950 – ha raccontato Giadrossich – alla quarta volta che si chiedeva il passaporto e ce lo diedero solo per andata. Il soprannome della mia famiglia è Gloria, per via di un’ava che aveva un negozio di scarpe a Lussino. Si viene via io, la mamma, il papà, il nonno e la nonna”. 
Passate anche voi dai Campi profughi? “No, la prima tappa è a Trieste – ha risposto Giadrossich – lì stavamo in una cantina di parenti, poi si va a Padova, rione Arcella, e a Marghera, dove mia madre ha la comunicazione dai carabinieri di aver avuto un posto in Comune a San Giovanni Valdarno, dato che anche prima dell’esodo lavorava in Comune, così ci siamo spostati in Toscana”.
CRP di Laterina, baracca n. 1, ora magazzino privato. Resti delle latrine maschili, con in alto la vasca dell'acqua. Fotografia di E. Varutti

Messaggi dal web sul CRP di Laterina
Ho avuto occasione di raccogliere vari messaggi in Facebook, nel gruppo intitolato “Un Fiume di Fiumani”, come ad esempio quello Loretta Rusich, che ha riferito: “Avevo quattro anni, mi ricordo il freddo, il fango, l’odore dell’acqua stagnante, l’odore dell’unico gabinetto in fondo alla baracca e il gracidare delle rane”.
“Mi son nata a Laterina nel 1958 – ha scritto Anna Mavar – ma semo stadi poco”. Altri fiumani di spirito, come Luciano Paoli fa l’elenco delle presenze, assieme a certi ricordi: “Mio padre Nello Paoli e mia madre Liliana Puhar con i suoi genitori e fratelli; mio padre era il postino del campo. Mio padre si ricorda la strada per andare a prendere l’acqua da bere”.
Villi Mavar insiste sulle difficoltà a reperire l’acqua potabile: “Me ricordo che facevamo un sacco de strada con le bottiglie, per andar a prender acqua minerale alla fonte”. Suo nonno era Santo Mavar, classe 1893, di Castua, operaio a Fiume. Il babbo è Marcello Mavar, la mamma si chiama Paola e c’è una sorella, di nome Jana.
CRP di Laterina, baracca n. 2, ora magazzino privato. Una delle striminzite finestre originali. Fotografia di E. Varutti

La strage di Vergarolla fa da volano per l’esodo
Lo si legge negli ultimi libri sull’esodo giuliano dalmata. La strage di Vergarolla del 18 agosto 1946, secondo vari storici, fu voluta e preparata dai titini. Essa ha dato una grande spinta all’esodo da Pola, da dove vien via il 95% degli italiani, svuotando la città portuale a stragrande maggioranza italiana.
La pensa così anche Claudio Bronzin, nato a Pola nel 1935. Oggi gira in varie scuole in Toscana e in Lombardia a parlare della sua esperienza nel Giorno del Ricordo
“Ho perso una zia nell’eccidio di Vergarolla – ha detto – e altre mie zie sono rimaste ferite, volevamo tanto restare nella nostra città, anche perché c’erano gli inglesi, ma la strage di Vergarolla ha tolto ogni dubbio. Prima si va a Trieste, avevo dodici anni e le autorità chiedono ai miei genitori dove si voleva andare… il più lontano possibile da Pola, fu la risposta. Così siamo finiti a Firenze”.
CRP di Laterina, baracca n. 1, ora magazzino privato. Si intravvede la scritta "Uomini", dove all'aperto c'era la porta d'ingresso della latrina, poi murata. Foto di E. Varutti

Mario Andretti, profugo istriano a Udine e Lucca
Passa nei campi profughi toscani pure un esule istriano che ebbe grande notorietà nel mondo. È senza dubbi Mario Andretti, nato a Montona, cittadino USA e fuoriclasse dell’automobilismo. Come hanno scritto sulle pagine de «Il Piccolo» di Trieste, del 9 ottobre 2011, fu campione del mondo di Formula 1 nel 1978 guidando la Lotus modello 79. Quell’anno vinse sei Gran Premi e ottenne otto pole position. Egli rappresenta un binomio macchina-pilota insuperabile. 
Complessivamente Andretti ha disputato 131 Gran premi, ne ha vinti 12, è salito 19 volte sul palco. Ha conquistato 18 pole position e ha totalizzato per 10 volte il giro più veloce. Nel 1984 ha vinto il titolo nella formula Usac gareggiando per la scuderia dell’attore Paul Newman. Dal 2005 è stato inserito nella Automotive hall of fame che raggruppa le più importanti personalità al mondo distintesi in campo automobilistico.
CRP di Laterina, baracca n. 1, ora deposito privato. Particolare costruttivo poggiato in terra, fonte di grande umidità. Foto di E. Varutti

È uno tra i piloti automobilistici più popolari di tutti i tempi, ma soprattutto nel 2011 è il sindaco del Libero comune di Montona in esilio. La cacciata dalla natia Istria della famiglia Andretti ha provocato, anni dopo, per lui gloria, ricchezza e la cittadinanza USA. La sua vicenda familiare è tuttavia triste e tragica, con crudeltà e ingiustizie subite dagli slavi. È il 1948, l’anno della fuga da Montona, sotto la pressione titina. 
La vita per gli italiani era divenuta impossibile nel territorio annesso alla Jugoslavia. Andretti ha otto anni e del giorno di quella partenza concitata ricorda soprattutto i mobili di casa accatastati su un camion sotto la fitta pioggia. “Erano spariti tre miei cugini più grandi – ha detto Andretti ai giornalisti de «Il Piccolo» – due di loro, scoprimmo atrocemente, erano stati ammazzati dai titini, il terzo riapparve nel 1958. Si era arruolato nella Legione straniera senza avvisare nessuno. Quando dopo anni mia zia lo venne a sapere, svenne”.
Campo profughi di Lucca, la famiglia Andretti, con Mario, in basso vicino al gemello, anni 1946-1947 circa, pilota automobilistico italiano naturalizzato statunitense, attivo sia negli Stati Uniti sia in Europa. Campione del mondo 1978

Il papà di Andretti si chiamava Alvise, ma tutti lo conoscevano per Gigi, Gigi Ghersa come si chiamava prima del cambio del cognome. “Avevamo sette tenute agricole per complessivi 800 ettari – ha riferito Andretti ai giornalisti de «Il Piccolo» – e mio padre oltre che il proprietario ne era l’amministratore. Mia nonna si chiamava Benvegnù e aveva una trattoria già allora molto nota in mezza Istria”. Una raccolta di ricette è stata ereditata dalla figlia di Andretti, che di nome fa Barbara. In Pennsylvania lei prepara per i suoi familiari, gnocchi con il sugo di carne, seppie nere, pan di Spagna e fritole, mantenendo le tradizioni gastronomiche . 
Laterina, via Cinchio Berti, Cippo  del Comune del 1999 in ricordo del "dolore della prigionia e dell'esodo". Foto di E. Varutti

Laterina, via Cinchio Berti, dedica sul Cippo  del Comune del 1999, con parole di Rosetta Roselli, già sindaco di Laterina scomparsa nel 2017. Collezione Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo

Lo zio, Quirino Ghersa, era il parroco di Montona. “È stato soprattutto mio zio, quand'era ancora vivo, a occuparsi, purtroppo invano, della possibilità di recupero dei nostri beni – ha riportato Andretti ai giornalisti de «Il Piccolo» – io ho buttato via 10-15 mila dollari con avvocati. Allora ero pronto a ricomprarmi la mia casa sulla rupe. Sono tornato a Montona per la prima volta nel 1988 e ho portato con me mia mamma, mia sorella e mio padre che, nella piazza del paese, si è messo a piangere”. Gli Andretti hanno rivisto la loro casa, con i nuovi abitanti. Non hanno voluto fare polemiche. Hanno cercato di capire com’era la proprietà, scoprendo che ben cinque individui dicono di vantare diritti di proprietà su quell’area. La casa dei vecchi nonni invece, che era alla base della rupe, non esiste più.
Il 1948 è ancora un anno di vicissitudini per la famiglia. Dapprima finiscono al Centro di smistamento profughi di Udine e poi vengono spediti al campo profughi di Lucca. Poi c’è l’imbarco per l’America. Oggi Mario Andretti è sempre innamorato delle automobili e di Montona.
Una visita, organizzata dall'ANVGD di Arezzo, al Centro raccolta profughi di Laterina nel 2013 con una scolaresca dell'Istituto Statale d'Istruzione Superiore “Leonardo da Vinci”, di Firenze. Il professore accompagnatore  è Girolamo Dell'Olio, in alto a destra, vicino a Rosetta Roselli, che ideò i testi della lapide commemorativa di Laterina (1999) e della targa al Monumento di Montevarchi (2014). Collezione Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo

Commenti dal web sull’articolo “Baracche di Laterina”
Abbiamo ricevuto vari commenti di apprezzamento per l’articolo sopra riportato, soprattutto da parte di profughi e loro discendenti collegati alle vicende del CRP di Laterina, come è ovvio. Persino le autorità politiche di Arezzo, Montevarchi e Laterina Pergine Valdarno ci hanno manifestato giudizi positivi e stima civile per un incontro orientato ai valori umani in dimensione europea, privo di rancore. Anche le famiglie dei partecipanti all’evento si sono sentite coinvolte nella ricerca di certi fatti storici poco accennati nei libri di storia, come l’esodo giuliano dalmata.
Tutti i commenti sono incentrati sull’importanza della condivisione del ricordo, come hanno sottolineato, ad esempio, Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria e Sergio Satti, esule da Pola (soci dell’ANVGD di Udine) e alcuni docenti di storia del liceo classico “J.  Stellini” di Udine.
La lettera che più ci ha colpito è, in realtà, un accorato contributo storico firmato da Laura Brussi, esule da Pola e da Carlo Cesare Montani, esule da Fiume, che proponiamo qui sotto, con qualche notazione redazionale in patentesi riquadrate (E.V.)
“Gentile Professore,
La ringraziamo per la Sua cortese comunicazione e per le notizie sulla Vostra visita a Laterina: uno dei campi di raccolta peggiori, anche se furono tutti contrassegnati da dolore, disperazione e nostalgia, come emerge da tante testimonianze, ed in primo luogo da quelle di Padre Flaminio Rocchi. La Sua cronaca fornisce alcuni interessanti spunti di riflessione, a cominciare dal gemellaggio fra i Comitati associativi di Arezzo e di Udine: se non sono male informato, un quid novi nella complessa storia del movimento esule in Italia, caratterizzato da rilevanti e ricorrenti contrasti, persino nell’ambito di una stessa Associazione.
Oggi, le seconde e terze generazioni hanno assunto la difficile eredità dei padri, se non altro per la legge inesorabile del tempo: in questa ottica, è importante avere contributi di informazione, ed inviti alla meditazione, come quelli che ci vengono da Voi e dalla Vostra meritoria opera per un Ricordo costruttivo, che non sia una semplice ritualità ripetitiva. Ad esempio, è importante sapere quanto fu duro l’ostracismo ai profughi da parte delle popolazioni locali, non solo ad Ancona, Bologna, Genova, Venezia, e via dicendo, ma anche in luoghi apparentemente meno indisponibili al pari di Laterina (potremmo aggiungere Marina di Carrara, Tortona e vari altri) dove le dimensioni umane ridotte alla comunità del paese avrebbero dovuto indurre, se non altro, maggiore comprensione. Va aggiunto che le Amministrazioni locali ci hanno messo del proprio, con particolare riguardo a quelle social comuniste come Laterina, onde cancellare la storia e la memoria.
Planimetria del Centro raccolta profughi di Laterina, ricostruzione storica a cura di Tommaso Ricci e Claudio Ausilio riferita al 1950. Collezione Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo

Spesso, i campi furono organizzati (si fa per dire) con la semplice riapertura di quelli precedentemente utilizzati per i prigionieri di guerra, in quali condizioni di funzionalità, per non dire di igiene, è facile immaginare. Gli esuli, anzi, furono trattati peggio dei prigionieri stessi: mi risulta che in varie circostanze, come da testimonianza dell’Esule da Parenzo, Ottavio Sicconi, ora proprietario di una libreria a Latina, abbiano ricevuto una balla di paglia, e null’altra suppellettile se non l’infastidito invito ad arrangiarsi. D’altro canto, i prigionieri erano tutelati dalle convenzioni internazionali (che l’Italia rispettava  diversamente dalla Jugoslavia) mentre i profughi costituivano una fastidiosa sopravvenienza passiva.
In questo senso, la Sua iniziativa è meritoria ed esige un ringraziamento non formale: sarebbe anzi il caso, a mio giudizio, che qualcuna delle nostre Organizzazioni raccogliesse il Suo egregio esempio come ha fatto con il prezioso volume [sul Centro smistamento profughi a Udine di Via] Pradamano, e che promuovesse uno studio a livello nazionale sulla vita nei campi e sulle cifre di quella pagina di storia, tanto più triste in quanto accompagnata dalla consapevolezza del carattere irreversibile dell’Esodo. Sappiamo, ad esempio, quanti furono coloro che scomparvero durante la permanenza nei campi, alcuni dei quali restarono in funzione sino alla fine degli anni sessanta? Ricordo di avere visitato Marina di Carrara proprio in quell’epoca! Ma forse, uno studio del genere non sarebbe gradito ai padroni del vapore perché attesterebbe, meglio di tanti pur lodevoli contributi monografici, le responsabilità politiche dell’epoca, culminate negli incentivi all’emigrazione in terre lontane, scelta da circa un quarto dei profughi, e nel rifiuto di possibili ancorché problematiche concentrazioni, come quelle che erano state ipotizzate a Fertilia, a Vieste, nel Trentino, e che rimasero naturalmente sulla carta.
Caro Professore e gentile Signora, onore a Voi, che non lasciate alcunché d’intentato nell’opera di una documentazione tanto più apprezzabile in quanto oggettiva; ed un  rinnovato ringraziamento altrettanto sostanziale da parte di quanti ritengono, come noi, che la storia, ben lungi dall’essere un mero orpello culturale, sia arra di progresso etico e civile, e quindi, di un futuro migliore.
Cordialmente. 
Carlo Cesare Montani, esule da Fiume e Laura Brussi, esule da Pola”.
Montevarchi, Giardino Martiri dell'Istria, incrocio via dei Pianeti nella frazione di Levane. Monumento dello scultore Giuseppe Setti che rappresenta le mani degli infoibati, inaugurato nel 2014. Collezione Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo
--

Fonti orali e ringraziamenti
Per la impareggiabile collaborazione nella ricerca dei materiali originali su cui studiare e per il sopralluogo ai resti del CRP di Laterina sono riconoscente al signor Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo.
Per i vari materiali messi a disposizione della ricerca ringrazio gli esuli intervistati e i loro discendenti. Le interviste (int.) sono state condotte da E. Varutti con penna, taccuino e macchina fotografica, se non altrimenti indicato.
- Claudio Ausilio, Fiume 1948, esule a Montevarchi, provincia di Arezzo, int. del 16-17 aprile 2018, oltre ai contatti al telefono del 12 – 20 gennaio 2017 e ai messaggi in Facebook del 4 – 6 novembre 2017.
- Claudio Bronzin, Pola 1935, esule a Firenze, int. telefonica del 16 aprile 2018.
- Manlio Giadrossich “Gloria”, Lussinpiccolo, provincia di Pola, 1947, esule a San Giovanni Valdarno, provincia di Arezzo, int. a Montevarchi (AR) del 16 aprile 2018.
- Giuseppe Marsich, Veglia 1928, “italiano all’estero” (Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni), intervista a Udine del giorno 11 febbraio 2004 e del 10 febbraio 2018.
- Anna Mavar, Laterina (AR), vive a Piossasco (TO), messaggio in Facebook del 10 marzo 2018.
- Villi Mavar, messaggio in Facebook del 10 marzo 2018.
- Luciano Paoli, vive a Livorno, messaggio in Facebook del 10 marzo 2018.
- Loretta Rusich, Fiume 1946, esule in Toscana, messaggio in Facebook del 9 marzo 2018.
Levane di Montevarchi (AR), Giardino Martiri dell'Istria - Cerimonia del 10 febbraio 2018 con gli studenti della scuola media e con le autorità civili e militari. Collezione Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo

Fonti originali archivistiche
- Delibera del Comune di Laterina n. 69 del 14 agosto 1963, Sviluppo industriale del Comune. Chiusura del C.R.P., Archivio del Comune di Laterina (AR), dattiloscr.
- Lettera del Prefetto di Arezzo al Ministero dell’Interno avente per oggetto: Comune di Laterina – Aggravio finanziario a seguito istituzione Campo Profughi, 5 ottobre 1948, Archivio del Comune di Laterina (AR), dattil.
- Giada Mastinu, Visita al Centro Raccolta Profughi di Laterina (AR), Classe III Tecnico Industria Fotografica, ISIS “Leonardo da Vinci”, Firenze, 20 dicembre 2013, testo in formato PDF.

Bibliografia, fonti edite
- Ivo Biagianti (a cura di), Al di là del filo spinato. Prigionieri di guerra e profughi a Laterina (1940-1960), Comune di Laterina (AR), Centro Editoriale Toscano, 2000.
- Classe V, Scuola elementare di Laterina, La bambola di porcellana. Testimonianze e documenti sulla seconda guerra mondiale relativi al territorio di Laterina, Arezzo, Edizione a cura del Comune di Laterina, s.d. (2000)
- “Delegazione di Arezzo. la visita all’ex Campo profughi di Laterina”, «Difesa Adriatica», 5, maggio 2014, p. 8.
- S.D., “Sempre peggio a Laterina. Intossicazione generale da cibo guasto. Viva agitazione tra i profughi del campo”, «Difesa Adriatica», 5,  5 febbraio 1949.
- “Laterina, le case del dolore. Prima campo di concentramento, poi di prigionia. E infine i profughi: una memoria che non va perduta” «La Nazione», 26 maggio 2012, p. 15.
- P. C. H. [Patrizia C. Hansen], “Laterina, quelle lontane memorie del campo profughi”, «Difesa Adriatica», 10, ottobre 2013, p. 6.
- Beppe Pegolotti, “Centodiciotto lire al giorno e pochi metri nella baracca”, «La Nazione italiana», 24 aprile 1951.
- Giampaolo Trotta, Guida storico-artistica di Laterina e del suo territorio comunale, with english translation, Arezzo, Comune di Laterina, C&M Agency, 2001. 
- E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017, anche in versione web: Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960.

 Levane di Montevarchi (AR), Giardino Martiri dell'Istria - Targa commemorativa. Collezione Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo
--

Sitologia
- Andretti: Riacquisterò la mia casa di Montona, «Il Piccolo», 9 ottobre 2011.

Il Campo di Laterina, on-line in formato PDF.  

Laterina, un ventennio di storia raccontato attraverso il campo n°82. A Laterina le tracce della guerra e dell'esodo istriano. Una raccolta di articoli sul CRP di Laterina dal 2012 al 2018 nel sito giornalistico “Valdarnopost.it”, che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione.

- Giorno del Ricordo 2016: saluti a Laterina da ex profughi, un video su youtube

- E. Varutti, Insegnare l'esodo giuliano dalmata. Centri Raccolta Profughi in Toscana, 1945-1960, diapositive on-line dal 3 aprile 2016.

- E. Varutti, Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948, on-line dal 22 gennaio 2017.

- E. Varutti, Esodo da Fiume al Campo Profughi di Laterina, 1950, on-line dal 30 gennaio 2017.

- E. Varutti, Da Valle d’Istria a Laterina. I Drusi ne gà lassà in mudande, on-line dal 28 febbraio 2017.


La vicenda dei Giadrossich "Gloria" di Lussino, ripresa dall'interessante libro di Giusy Criscione, La donna in Istria e Dalmazia nelle immagini e nelle storie, ANVGD, 2011.


- E. Varutti, Profughi giuliano dalmati da Udine a Laterina, conferenza con l’Associazione Toscani FVG, on-line dal 21 febbraio 2018.

- E. Varutti, Oltre 4 mila ospiti al Centro Raccolta Profughi di Laterina, Arezzo, 1948-1963, on-line dal 9 marzo 2018.

Visita campo profughi Laterina, una serie di album fotografici dal sito web di “Valdarnopost.it”, che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione.

- Chiesetta al campo profughi di Laterina, Comunioni e processioni dentro il CRP, album fotografico dal sito web di “Valdarnopost.it”, che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione.

- Campo profughi Laterina, scuole elementari in visita, album fotografico dal sito web di “Valdarnopost.it”, che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione.

Levane di Montevarchi (AR), Giardino Martiri dell'Istria - Cerimonia del 10 febbraio 2014 con lo scultore Giuseppe Setti, col berretto, gli studenti della scuola media e con le autorità civili e militari. Rosetta Roselli, beneamato sindaco di Laterina, è al microfono. Le è accanto Francesco Maria Grasso, sindaco di Montevarchi. Collezione Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo
--

Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie di E. Varutti, di Antonio Cascini e di Claudio Ausilio, della ANVGD di Arezzo, che si ringrazia per la fattiva collaborazione.

Laterina (AR), panoramica sulla zona artigianale, dove un tempo esisteva il Campo di concentramento e poi il Campo profughi. Al centro il bivio col Cippo del 1999. Collezione Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo

domenica 15 aprile 2018

Architetture in terra cruda del Friuli, recensione al libro di Ganis e Fiappo


Qualcuno penserà, dopo aver letto il lungo titolo di questo libro, che sia necessario un break coffe. In realtà il titolo è presentato nella versione di altre due lingue, perciò il tutto risulta lungo da leggere. 
Parete con la tecnica del graticcio a Topolò. Fotografia di Giovanni Carlo Fiappo 

La traduzione dalla lingua italiana a quella friulana e a quella inglese è stata indicata in copertina perché solo alcune parti dell’interessante volume sono in queste altre due lingue. Il titolo è, infatti: “Architetture in terra del Friuli. Tipologie, tecnologie, materiali: 20 anni di ricerche. / Architeturis di tiere in Friûl. Tipologjiis, tecnologjiis, materiâi: 20 agns di ricercjis. / Earthen architecture in Friuli. Typologies, technologies, materials: 20 years of researchs”. Curatori dell’opera singolare sono Giorgio Ganis e Giovanni Carlo Fiappo. Il primo è architetto, mentre il secondo è Ispettore Onorario della Sovrintendenza Archeologica.
Come è segnato in quarta di copertina il libro analizza la tecnica costruttiva della terra cruda. È una tecnica antica come il mondo. Ossia mediante l’utilizzo di mattoni essiccati e non cotti, detta “adobe”. È una tecnica costruttiva collegata al territorio, non fosse altro perché la cava d’argilla per il mattone a secco si trova nelle vicinanze dell’edificio in costruzione. Un secondo gruppo di edifici, come spiega in modo esemplare il professor Mauro Bertagnin, dell’Università di Udine, è costituito da una struttura a graticcio ligneo riempito di impasto di terra mescolata a paglia (torchis). Ci sono infine le case rurali edificate mediante l’uso di mattoni di terra cruda non formati (o formati in modo veloce ed approssimativo) e messi in posa in modo contrapposto e compresso (bauge-cob). Queste sono le originali varianti tecnologiche evidenziate dalla ricerca sul campo.


 Lumignacco - parete in bauge-cob, con laterizi pressati e livellati senza l'ausilio di casseri. Fotografia di Giovanni Carlo Fiappo 

La pubblicazione si è avvalsa del contributo della Provincia di Udine. L’aiuto della Società Filologica Friulana e dell’Università di Udine è ben segnalato nel DVD allegato al testo. È per tale motivo che nelle prime pagine del volume trovano spazio in forma trilingue (friulano, italiano e inglese) gli interventi di Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine e di Federico Vicario, presidente della Società Filologica Friulana. Fontanini intitola il suo contributo “Ancje in Friûl si fasevin sù cjasis in tiere” (Anche in Friuli si costruivano le abitazioni in terra). Vicario, con “Tiere furlane” (Terra friulana) propone un titolo e un saggio introduttivo incentrato sul lessico fondamentale della “marilenghe” (lingua madre), ossia il friulano.
La lingua inglese viene utilizzata per alcuni “summary” (sunti) iniziali per ogni parte del volume, oltre che per la traduzioni complete delle sezioni introduttive, inclusa la Prefazione dei curatori stessi. Le ricerche dei due curatori sono state ampliate con la collaborazione di altri professionisti e con il coinvolgimento dell’Università di Udine, come già accennato.
La prima parte del libro mostra alcuni saggi sul tema delle costruzioni con la terra cruda in Friuli e in altri luoghi del globo, dalla preistoria ai tempi nostri. È diventata di attualità nel solco della bioarchitettura (cioè dell’insieme di discipline architettoniche fondate su comportamenti corretti nei confronti dell’ecosistema) e dell’edilizia a chilometro zero.
Risano, pareti con mattoni in terra cruda, essiccati al sole. Fotografia di Giovanni Carlo Fiappo 

Nella seconda parte del volume, ricco di fotografie, carte geografiche e disegni progettuali, sono raccolte oltre 40 schede di edifici studiati. Il materiale di ricerca si divide in tre gruppi. La prima serie di 5 costruzioni è stata esaminata in forma approfondita e consultabile anche nel DVD allegato, nelle forme linguistiche della popolazione intervistata: friulano e sloveno di Resia e delle Valli del Natisone. Queste interviste sono state raccolte da Giovanni Carlo Fiappo, mentre la realizzazione del DVD si deve al professor Mauro Bertagnin, dell’Università di Udine.
Catocis di Codroipo, muro con mattoni in terra cruda. Fotografia di Giovanni Carlo Fiappo 

Altri edifici sono stati sondati più sommariamente, con la produzione di 24 materiali di rilevazione. Qui possiamo trovare varie schede tecniche e altre testimonianze orali, data la assoluta mancanza di altre fonti documentarie. Si ricorda che la ricostruzione del Friuli, dopo il disastroso sisma del 1976, ha spazzato via, in alcuni casi, l’antico modo di costruire.
Ecco l’elenco dei luoghi del Friuli sondati nelle ricerche e menzionati nel volume: Savorgnano del Torre, Val Resia, Topolò, Lumignacco, in provincia di Udine e Tiezzo, in provincia di Pordenone (riprodotti nel video DVD). Poi ci sono altre 24 schede meno dense di informazioni, ma ugualmente significative, sui luoghi di: Ludaria, Valpicetto, Casera Cimadors, Val Rauna di Ugovizza, Illegio, Vergnacco, Cividale del Friuli, Risano, Percoto, Clauiano, San Vito al Torre, Aiello del Friuli, Tapogliano, Fiumicello, Cervignano, Palmanova, Gonars, Codroipo, Teor (in provincia di Udine), Le Fratte, Cimpello, Maron, San Cassiano del Livenza (in provincia di Pordenone).
Gli ultimi siti citati si riferiscono al ricordo delle fonti orali sulle costruzioni di terra e riguardano le località di: Cassaso, Tolmezzo, Taipana, Farla, Savorgnano del Torre, Pagnacco, Udine, Chiasottis, Persereano, Gonars, Casali Franceschinis, Ronchis, Goriciza e Sedegliano (in provincia di Udine) e Valvasone e San Lorenzo (in provincia di Pordenone). I curatori si premurano di scrivere che quelle citate sono le sole località da loro indagate, senza escludere che ve ne siano altre nelle stesse provincie o nel resto del Friuli Venezia Giulia. 
Gli interessanti contributi di questo volume, in conclusione, sono opera di: Mauro Bertagnin, Désirée De Antoni, Elena Feruglio, Giovanni Carlo Fiappo, Pietro Fontanini, Giorgio Ganis, Federico Vicario e Federico Zendron.
La copertina del volume
--
Giorgio Ganis, Giovanni Carlo Fiappo (a cura di), Architetture in terra del Friuli. Tipologie, tecnologie, materiali: 20 anni di ricerche. / Architeturis di tiere in Friûl. Tipologjiis, tecnologjiis, materiâi: 20 agns di ricercjis. / Earthen architecture in Friuli. Typologies, technologies, materials: 20 years of researchs, Milano – Udine, Mimesis, 2016, pagg. 162, varie fotografie b/n + DVD.

Riferimenti nel web

Architetture in terra del Friuli, on-line dal 2 settembre 2016. Da questo blog sono tratte alcune fotografie del servizio attuale.
--
Servizio giornalistico, di ricerca e di networking a cura di Elio Varutti e Sebastiano Pio Zucchiatti.
Fotografie dal sito web "Architetture in terra del Friuli" e di Leoleo Lulu, che si ringraziano per la pubblicazione e diffusione nel presente blog.


Udine, la vetrina di una libreria in Via Piave nel 2016, in occasione della uscita del libro di Ganis e Fiappo

Giorgio Ganis, in una foto di Leoleo Lulu, 2018

mercoledì 4 aprile 2018

Ebrei al Campo di concentramento fascista di Arbe,1942-1943

È come un tour fotografico al Parco della Rimembranza di Arbe (Rab in croato).
Arbe - Rab (Croazia), Lapide coi nomi dei caduti al Campo di concentramento fascista, Parco della Rimembranza. Fotografia di Giovanni Doronzo

Qui esisteva un campo di concentramento fascista per prigionieri civili, politici croati, sloveni e per ebrei jugoslavi. In base a quanto ha scritto, nel 2008, Loris Palmerini nel suo articolo “Quegli ebrei deportati dall’Istria in nome della razza italiana” è ben documentata l’esistenza del campo di concentramento di Arbe, isola oggi chiamata Rab, in Croazia. L’11 aprile 1941 le truppe italiane occupavano Lubiana, issando il tricolore sabaudo sul castello. L’isola croata di Arbe è occupata dalle truppe fasciste nel 1941 ed annessa il 18 maggio successivo al Regno d’Italia. 
Il 31 gennaio 2018 è stato l’ambasciatore a riposo Gianfranco Giorgolo a sollevare il caso dei 5.000 ebrei salvati dai militari italiani di occupazione in Jugoslavia, con un articolo – lettera aperta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Citando autori ebrei jugoslavi, Giorgolo riferisce “come alti funzionari del ministero degli Esteri italiano, con l'autorizzazione dello stesso ministro Galeazzo Ciano - che ottenne il relativo nullaosta da Benito Mussolini - insieme ad ufficiali superiori delle nostre truppe di occupazione nella ex Jugoslavia per due anni si opposero alle ripetute ed insistenti richieste ustascia e naziste rifiutandosi di consegnare circa 5.000 ebrei fuggiti dalle altre zone della ex Jugoslavia per rifugiarsi in quella occupata dagli Italiani. Eloquente e significativa è anche l'affermazione che gli ebrei salvati – sottolinea Giorgolo – devono la vita agli sforzi compiuti da funzionari e ufficiali italiani, fascisti certo, ma non disposti a partecipare ad un genocidio”.

1. La storia del Campo di Arbe
L’isola di Arbe è oggi una località turistica della Croazia. Come si legge nel sito web “Campi fascisti”, in essa fu attivo l’omonimo Campo di concentramento dal 29 luglio 1942 al giorno 8 settembre 1943. Variano di un paio di giorni, invece, le date nelle tabelle turistiche del Parco della Rimembranza ad Arbe, allestito dalla Repubblica slovena (27 luglio e 11 settembre).
La struttura di detenzione era alle dipendenze del Regio Esercito, II Armata, Intendenza. Il Comandante era Vincenzo Cujuli, Tenente colonnello, dal luglio 1942 all'8 settembre 1943. Il Corpo di guardia era costituito da circa duemila tra militari e carabinieri. Il numero complessivo degli internati, secondo i dati del sito “Campi fascisti”, era circa di 10 mila individui, non presenti contemporaneamente. Il numero accertato dei detenuti deceduti nel campo è di 1.477. Leggendo sempre le stesse pagine web la causa dei decessi è dovuta all’alimentazione insufficiente (cachessia, grave deperimento organico) e a malattie varie.
Un'infilata di tombe al Parco della Rimembranza di Arbe. Fotografia di Giovanni Doronzo 
Nel Parco della Rimembranza, istituito nel 1953, su progetto dell’architetto sloveno Edvard Ravnikar, tuttavia, le tombe con i nomi menzionate sulle tabelle turistiche sono 1.056, mentre sulla lapide è scolpito il numero di 1.433 “vittime del fascismo”. Nell’area museale e di memoria è molto apprezzabile il fatto che le tabelle di indicazione storica siano trilingui: croato, sloveno e italiano.
C’è tuttavia un aspetto inquietante riguardo al Memoriale di Rab del 1953, come si legge nella relativa scheda del sito “A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani”. Vero è che fu edificato in onore delle vittime del Campo di concentramento fascista, ma ciò avvenne con il lavoro forzato degli internati di una altro campo di detenzione. Erano essi i detenuti politici rinchiusi sulla vicina isola di Goli Otok (Isola Calva), utilizzata dal regime comunista jugoslavo come carcere per dissidenti, compresi gli italiani stalinisti, emigrati nel 1946 dai cantieri di Monfalcone, in provincia di Gorizia, ai cantieri di Fiume e di Pola, convinti di contribuire alla edificazione del paradiso socialista di Tito. Ancora una volta la storia di Arbe – Rab si tinge di sangue e di violenza politica. Il memoriale diviene strumento di un nuovo regime autoritario, anziché un sito solenne dove onorare i morti causati dal fascismo.
Gli autori delle indicazioni turistiche e storiche dell’attuale Parco della Rimembranza si sono guardati bene dal segnare le atrocità del regime di Tito. Il memoriale di Rab evidentemente non cita il lavoro forzato dei prigionieri politici del regime comunista jugoslavo che lo costruirono. Né a maggior ragione è stato costruito alcun memoriale a Goli Otok, dove gli edifici dell’isola-prigione sono addirittura in stato di degrado. Per la sua capacità evocativa del periodo più buio della storia del comunismo jugoslavo, Goli Otok è di fatto divenuto un luogo della memoria, pur in assenza di un monumento commemorativo. 
Per ricordare eventi del proprio passato, le società si affidano a rappresentazioni che possono prendere la forma di rituali collettivi quali giornate commemorative, o assumere forme materiali come monumenti, musei e toponimi. Lo storico francese Pierre Nora, tra i primi, ha definito tutte queste rappresentazioni i “luoghi della memoria”. Così concludono gli autori del sito web “A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani”.
Il medesimo sito web “Campi fascisti” menziona lo storico Tone Ferenc (da una sua opera del 2000, p. 20) con i dati sulla nascita del luogo di detenzione fascista di Arbe. Pare che l’idea di erigere un grande campo di concentramento sull’isola di Rab risalga al mese di maggio del 1942. Ciò perché si stavano esaurendo i posti nei campi di prigionia di Lovran, Bakar e Kraljevica. Il sito individuato per la costruzione del nuovo campo di concentramento si trova in località Kampor, non lontano dall’abitato di Arbe – Rab. Esso si estende lungo un’ampia spianata che si trova tra due insenature, perciò vicino al mare.
Il progetto iniziale, secondo i ricercatori di “Campi fascisti”, prevede la costruzione di quattro diverse aree di prigionia (campo 1, campo 2, campo 3, campo 4), per una capienza complessiva di oltre 16 mila posti. Tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto, quando giungono i primi internati provenienti da Lubiana e dalla zona di Cabar – Čabar, sono state costruite solo alcune baracche di servizio e sono state montate le piccole tende da sei posti nel primo campo. Più tardi verrà aperto il campo 3, dove saranno spostati gli internati del campo 1. Nell’autunno del 1942 ha inizio la costruzione delle prime baracche in legno. Nella primavera del 1943 prendono il via i lavori del campo 3, destinato ad accogliere gli ebrei già internati nel campo di Kraljevica e in diverse altre località della Dalmazia (ciò secondo Capogreco, in un libro del 2004, pp. 268-269; citato nel sito web: Campi fascisti). 
In seguito alla capitolazione dell’Italia, nel 1943, i superstiti del Campo di concentramento costituirono incredibilmente la Brigata Arbese (Rapska Brigada) con 1.700 uomini suddivisi in cinque battaglioni, fra i quali un Battaglione Ebraico e una compagnia di Croati di Castua (Kastav), vicino a Fiume.

 Il cancello nell'area Parco della Rimembranza di Arbe. Fotografia di Giovanni Doronzo

2. Se è lo storico a dare i numeri
Ad Arbe 10.564 persone furono internate dai fascisti, tra di essi ci sono 1.027 ebrei. Pochi sono gli italiani, molti deportati sono invece civili croati, sloveni o di altre nazionalità jugoslave. Come per i deportati dissidenti croati e sloveni (prigionieri politici), anche fra gli ebrei molti erano i bambini. Se ne contano 287. Secondo Palmerini “i fini del campo erano lo sterminio e la deportazione e non la sicurezza pubblica”. Lo stesso autore conclude: “Ad Arbe i prigionieri stavano in vecchie tende marcescenti, senza riparo dal freddo, frustati, pieni di pidocchi e cimici, allora dobbiamo ricordarci anche di quelli che furono perseguitati perché diversi nella Venezia orientale, ed erano cittadini italiani del Regno”.
Gli storici, tuttavia, non sono concordi e forniscono cifre differenti sul caso in questione. Per certi studiosi il Campo di concentramento di oppositori slavi a Arbe conteneva 21 mila internati a dicembre 1942. Secondo Marina Cattaruzza (pag. 214 del suo L’Italia e il confine orientale) ed altri esperti gli ebrei in fuga dalla Croazia degli ustascia (alleati dei nazisti) e rinchiusi a Arbe dai fascisti ammontano a 3.500-4.000 individui a novembre 1942. C’è discordanza persino sui morti di tale campo di concentramento: si va dai 1400-1500 defunti secondo gran parte degli storici, fino ai 3500 o, addirittura, ai 4500 individui. Uno tra i primi studiosi a descrivere il campo di concentramento di Arbe è stato Franc Potočnik, con il suo “Il campo di sterminio fascista: l’isola di Rab”, edito a Torino dall’ANPI nel 1979.
Arbe, Parco della Rimembranza, una lapide ricordo della Fondazione "Ferramonti di Tarsia". Il campo di internamento di Ferramonti, nel comune di Tarsia in provincia di Cosenza, è stato il principale (per consistenza numerica) tra i luoghi di internamento per ebrei, apolidi, stranieri nemici e slavi aperti dal regime fascista tra il giugno e il settembre 1940. Fotografia di Giovanni Doronzo

In linea di massima è tuttavia difficile destreggiarsi tra le interpretazioni degli storici, soprattutto se si tratta dei cosiddetti deviazionisti, ossia di coloro che ingigantiscono oppure che riducono le cifre delle tragedie del confine orientale italiano, secondo il proprio tornaconto ideologico.
Dal sito web: Loris Palmerini, “Quegli ebrei deportati dall’Istria in nome della razza italiana”, on-line dal 26 gennaio 2008.

3. Notizie su Arbe dal sito Ebraismo e dintorni
Riguardo agli internati ebrei, ecco cosa ha scritto Marco Severa, nel suo saggio Il campo di concentramento di Rab, on-line dal giorno 11 marzo 2018. Tratto dal sito web:  Il campo di Arbe – sostiene Severa – va ricordato anche per aver ospitato 1027 ebrei, grazie alla protezione dell’esercito italiano, sfuggirono alla deportazione nei lager nazisti. Fin dall’occupazione le forze tedesche e gli ustascia croati, attuarono la deportazione della popolazione ebraica e alcuni dei suoi membri videro nell’esercito italiano, attestato sulla costa dalmata, la possibilità di sfuggire alla cattura. Ed in effetti un migliaio di essi, soprattutto croati, chiesero protezione al generale Mario Roatta che, respingendo non senza fatica le pressanti richieste dei tedeschi, li collocò ad Arbe in internamento protettivo. Fra la capitolazione dell’otto settembre e la riconquista del territorio da parte dei tedeschi, fecero in tempo a trovare riparo presso le truppe di Tito e ad evitare la deportazione.
Nello specifico - aggiunge Marco Severa -, alcune centinaia di ebrei erano concentrati soprattutto nella città di Mostar, l’attuale Bosnia, a cui si aggiunsero migliaia di profughi in fuga dallo Stato Indipendente di Croazia per sfuggire ai massacri commessi appunto dagli ustascia e dai loro alleati  tedeschi. Tranne una parte respinta alla frontiera di Fiume gli ebrei furono accolti nella Dalmazia annessa dall'Italia e la protezione fu estesa anche a quelli che si trovavano nelle zone occupate dalle truppe italiane in Croazia, i quali pur sottoposti a vigilanza continuarono a vivere liberamente. Alla fine del '42 la situazione si rese più complicata quando alle richieste croate di ottenere gli ebrei presenti nei territori occupati italiani si aggiunsero anche le pressioni tedesche. In totale, gli ebrei residenti o rifugiati nella zona di occupazione italiana in Croazia, furono 2.761.
Arbe – Parco della Rimembranza. Il Santuario, fatto al modo delle tende del campo di concentramento e il mosaico, opera del pittore sloveno Mario Pregelj. Fotografia di Giovanni Doronzo

La tragedia che avrebbe colpito gli ebrei in caso di consegna ai propri alleati, fece sì che il Regio Esercito escogitasse pretesti e oppose una serie di rinvii per non procedere ad alcuna consegna degli ebrei internati anche ad Arbe. Si ipotizzò in un primo tempo di internare gli ebrei in locande e alberghi dismessi nella città di Grado, poi si preferì la soluzione del campo di Arbe dove fu allestita appositamente un’area separata, in cui furono fatti confluire complessivamente gli oltre 3.500 nuovi internati. Qui vissero in una condizione sicuramente migliore degli internati slavi potendo ricevere visite esterne e svolgere attività ricreativa, come spiega Marco Severa. 
Le autorità militari e civili che operavano in Jugoslavia nel frattempo avevano esercitato pressioni su Mussolini che revocò le precedenti disposizioni e dispose che tutti gli ebrei sarebbero invece rimasti internati in territorio sotto giurisdizione italiana, une escamotage per sviare alle richieste di consegna degli ebrei con passaporto croato da parte del governo; inoltre gli organi italiani si impegnarono per avviare le pratiche di rinuncia alla cittadinanza croata. Insieme agli ebrei, ad Arbe  furono internati a scopo "protettivo", anche molti serbi sfuggiti alle persecuzioni croate.
Ancora nell’agosto '43 le autorità italiane si preoccuparono dell'incolumità degli internati ebrei immaginando, in caso di ritirata delle truppe italiane, di mantenere un presidio armato affinché gli internati protettivi non cadessero “in mani straniere”.
Arbe – Parco della Rimembranza. Tombe. Fotografia di Giovanni Doronzo

Questo atteggiamento benevolo, emerse anche da una relazione del Ministero degli Affari Esteri datata 1946, sugli atteggiamenti che lo stesso ministero adoperò per la tutela delle comunità ebraiche (1938–1943). Da questa relazione, si evinse che il ministero “ritenne suo dovere ostacolare come poté, nell’ambito della propria competenza, l’applicazione di tali leggi e di tali direttive (leggi antiebraiche)”. Il suo scopo era duplice: quello di proteggere la situazione degli ebrei stranieri in Italia e quello di proteggere la situazione degli ebrei italiani all’estero.
Addirittura, nell’estate del 41, un reparto italiano in Croazia, simulò un inesistente rastrellamento di partigiani per raggiungere  un gruppo di ebrei e portarli in salvo con carri armati. L’episodio suscitò violente reazioni da parte dei croati, tanto che il comando italiano si vide costretto a intervenire e a definire alla corte marziale gli ufficiali colpevoli che furono puniti, per cosi dire, con qualche giorno d'arresto.
Il comportamento degli italiani nei confronti degli ebrei in Croazia, venne analizzato anche da due saggi di Jacques Sabille, inseriti nel testo di  Leon Poliakov  “Le condition des juifs en France sous l’occupation italienne” pubblicato e tradotto in italiano nel '56.  Da essi emerse un giudizio lusinghiero nei confronti delle truppe d'occupazione italiane, come riferisce Marco Severa.
Arbe – Parco della Rimembranza. Una stele. Fotografia di Giovanni Doronzo

Secondo De Felice, invece, l‘intervento del ministero degli Affari Esteri e dei comandi militari italiani nei territori occupati dalle nostre truppe, in Francia, Jugoslavia e Grecia, permise che queste zone diventassero il riparo per migliaia di ebrei che con ogni mezzo vi affluirono dalle vicine zone di occupazione tedesca e da quelle sotto amministrazione collaborazionista.
Il fenomeno assunse misure cosi imponenti - aggiunge Marco Severa - da creare seri dissapori tra i comandi italo-tedeschi e con i governi collaborazionisti, da provocare addirittura una serie di passi ufficiali di protesta da parte della diplomazia nazista a Roma. Nella Jugoslavia occupata dagli italiani (metà Croazia, Dalmazia e Montenegro) divenne il rifugio degli ebrei. Nel '41  nei primi mesi del '42, l'azione di aiuto e soccorso furono realizzate più o meno tacitamente e individualmente dai vari comandi locali italiani, con il tacito consenso delle più alte autorità militari che reagirono in tal modo agli orrori commessi dagli ustascia.
Sull’isola, dopo la partenza della maggior parte degli internati, rimasero circa 250 ebrei, vecchi donne e bambini. Alcuni dei quali erano ammalati e dopo l’occupazione da parte dei tedeschi, furono trasferiti alla Risiera di San Sabba e  poi deportati ad Auschwitz. Un più ridotto gruppo di ex internati ebrei, servendosi di barche di pescatori, riuscì a raggiungere l’isola di Lissa (Vis). Da lì, poi approdarono dopo qualche giorno a Bari. Così conclude il suo acconto Marco Severa.
Arbe – Parco della Rimembranza. L'obelisco. Fotografia di Giovanni Doronzo

4. Quella spia ebrea jugoslava che passava da Sussak a Fiume
Qui non c’entra il Campo di concentramento di Arbe. Il periodo è quello, tuttavia; siamo intorno alla seconda guerra mondiale. C’era un pullulare di spie, come in tutte le realtà di frontiera, in provincia di Udine nel 1939. Il caso analizzato più sotto, come nei più loschi romanzi gialli, fa muovere le questure di Roma, Milano, Udine e Bolzano. Il fatto emerge dagli archivi, non dalla fantasia di un creativo storico.
Il regio questore di Udine, tale Cosenza, scrive di procedere secondo le emergenze agli Uffici di Pubblica Sicurezza di Tarvisio e di Tolmezzo e, per conoscenza, al Commissariato di P.S. della IV Zona di Frontiera di Bolzano “il 9 ottobre 1939 – XVII”. Ecco il testo della comunicazione di protocollo N° 030044 Gab.: “Per accurate ricerche trascrivo seguente telegramma della R. Questura di Roma del 7 corrente n° 07675/8: «Con anonimo proveniente da Zagabria viene segnalato che ebreo jugoslavo certo Ziga Stark recasi spesso Italia sotto falso nome Ziga Jegig et farebbe parte centro di spionaggio jugoslavo ove porterebbe importanti informazioni et fotografie riguardante potenza militare italiana varcando confine Sussak [presso Fiume]. Predetto straniero potrebbe identificarsi per ebreo jugoslavo Jagio Ziga fu Carlo et Anna Sor nato Zagabria 31/5/1877 commerciante che atti questo Ufficio risulta condannato locale Tribunale sentenza 1928 at anni uno reclusione et lire 500 multa per truffa pena condonata per amnistia e giusta segnalazione Questura Milano risulta che cattiva condotta morale. Caso rintraccio prego procedere secondo esigenze»”. Vedi: Archivio di Stato di Udine (ASUd). Questura di Udine, Categoria E 2, Vigilanza e controllo persone in transito, b 1.
Arbe – Parco della Rimembranza. Una targa ricordo dell'ANPI di Trento. Fotografia di Giovanni Doronzo

5. Ero a Arbe nel 1943, il racconto di Mirella Tainer Zocovich, fiumana
Il ricordo della fiumana Mirella Tainer Zocovich, esule negli USA, ci è pervenuto tramite un messaggio di Facebook, nel gruppo “ANVGD di Udine”. La ringraziamo per questo suo originale intervento che riportiamo con qualche piccola correzione negli accenti e poche note in parentesi riquadrate. (Elio Varutti)

“Io e mia sorella, come sempre durante l’estate, eravamo in Arbe bellissima isola della Dalmazia. Era il 1943 – scrive Mirella Tainer Zocovich. La sorella di mamma con la famiglia Usmiani aveva lì dimora stabile. Le nostre indimenticabili vacanze estive si alternavamo sempre tra Arbe e Bescanuova (Isola di Veglia la nostra famiglia là era dai Toich e Leban). In quelle isole, come del resto anche a Lussino, Cherso ecc..., si parlava il nostro bel dialetto, così problemi di lingua per me e mia sorella non ce n’erano davvero.
Quell’anno però, sembrava che le nostre vacanze si protraessero più a lungo del normale. Infatti era già quasi la fine di settembre e noi eravamo ancora là, nell’isola.
In Arbe, mi ricordo, c’era un distaccamento di soldati Italiani. Molti di questi soldati erano diventati amici di casa e venivano da noi volentieri per parlare soprattutto dei loro cari. C’era uno in particolare al quale, mia sorella ed io, ci eravamo molto affezionate. Avevamo avuto il permesso di chiamarlo zio Sandro. Di quel tempo mi sono rimaste impresse le forme di parmigiano, credo che fossero doni dei soldati addetti alla cucina della caserma. Quello era veramente un bene di Dio perché a quei tempi mia mamma ed i miei zii facevano fatica a mettere qualcosa sul fuoco ed il parmigiano aiutava parecchio.
Mi ricordo anche della casa vicina alla nostra. Mi viene in mente una stanza grande con tante donne sedute davanti ad altrettante macchine da cucire. Noi bambine, insieme alle nostre cuginette, andavamo là per farci cucire i vestiti delle bambole ed anche per aiutare a tagliare tanti piccoli pezzetti di pano rosso a forma di stelle [per i partigiani]. Noi ci divertivamo tanto senza naturalmente immaginare lo scopo di tutto quel gran daffare.
Una sera tardi mio zio invece di ritirarsi in camera sua si allontanò da casa insieme a degli amici e, con una barca a remi attraversando quel piccolo pezzetto di mare, attraccò sulla terra ferma dirimpetto a Segna. Ritornò ad Arbe il giorno dopo sempre con gli stessi amici e sulla stessa barca. Tutti avevano in testa un copricapo verde stile militare con, applicata sul davanti, una piccola stella rossa.
Arbe, 1941. Fotografia da Facebook

Da quel momento in casa cominciò un gran via-vai. A noi sembrava che tutti ascoltassero lo zio con deferenza, inclusi i soldati italiani. Dopo qualche giorno la mamma ci annunciò che aveva deciso di ritornare a casa, a Fiume, da papà, di cui non sapevamo la sorte da parecchio. Naturalmente gli zii avevano cercato di dissuaderla. Era troppo pericoloso e l’isola era completamente tagliata fuori da ogni comunicazione sia con Fiume che con il resto d’Italia. Lei non si voleva dar per vinta e proseguì con i preparativi.
Appena si sparse la notizia della nostra prossima partenza, le visite dei soldati italiani, ormai disarmati, si fecero molto più assidue. Questa volta però arrivavano in casa e consegnavano alla mamma dei pezzetti di carta. Sui quei pezzetti di carta c’erano scritti i loro nomi ed indirizzi delle loro abitazioni in Italia. L’idea era che una volta arrivate dall’altra parte [dato che Arbe era controllata dai partigiani], mamma avrebbe contattato le famiglie dei soldati nostri amici per tranquillizzarle sulla loro sorte.
La mamma ci chiese di memorizzarne più nomi ed indirizzi possibile e lei fece altrettanto. Sarebbe stato troppo pericoloso andare in giro con quei bigliettini visto che dovevamo, ad un certo punto, attraversare le linee di blocco dei tedeschi e perciò andavano distrutti.

Cartolina di Arbe – Rab del 1940. Immagine da Internet

Ci preparavamo a partire e portavamo con noi, oltre che qualche vettovaglia, anche un paio di scarpe ciascuna. Queste scarpe erano nuove ed erano state fabbricate apposta per noi. Non erano da vestire subito, ma solo al nostro eventuale arrivo a Fiume. Il materiale adoperato era quasi tutto cartone e con la pioggia si sarebbe disfatto. Mamma avvolse i nostri piedi in innumerevoli stracci portandone altri di riserva. Pareva che una volta arrivati a Segna avremmo dovuto sgambettare parecchio non potendo contare su alcun mezzo di trasporto. E così fu. I partigiani, eseguendo gli ordini dello zio, ci fecero prima salire su un barcone e poi su un motoscafo. Mi ricordo che il mare era agitatissimo e che io e mia sorella stavamo parecchio male. Come Dio volle attraccammo a Novi sulla costa e di lì cominciò il nostro cammino verso Fiume e verso casa. Pioveva in continuazione durante il nostro viaggio e pioveva a dirotto anche al posto di blocco dei tedeschi. Eravamo bagnate fradicie tanto da farli intenerire vedendoci. Ci fecero passare attraverso il blocco senza problemi e senza chiedere spiegazioni, sembravano addirittura gentili. Dovemmo camminare ancora a lungo. Arrivate in vista di Fiume, la pioggia era finalmente cessata, avevamo avuto il permesso di vestire le nostre scarpe nuove e così papà ci avrebbe viste in ordine e senza gli stracci ai piedi. Quell’avventura, se si può chiamare così, sarebbe finita lì. C’erano però da contattare le persone delle quali avevamo tenuto a mente nomi ed indirizzi. Mamma scrisse le sue brave lettere e ricevette molti ringraziamenti in risposta. Dopo quel primo scambio di notizie tutto finì lì soprattutto a causa degli eventi bellici. Con zio Sandro però ci siamo tenuti in contatto. A fine guerra, aveva saputo della nostra situazione di profughi a Torino e, non avendo dimenticato il periodo e le vicissitudini passate insieme ad Arbe, volle avere me e mia sorella [ospiti], a casa sua a Chiusi, in provincia di Siena”.

Francobollo delle Poste di Fiume del 12 settembre 1919 di centesimi 5, con sovrastampa “Arbe Reggenza Italiana del Carnaro [centesimi] 55”. Arbe, infatti fu annessa alla effimera Reggenza Italiana del Carnaro di Gabriele D’Annunzio nel 1920. Immagine da Internet
--
6. Per la storia di Fiume e Arbe
Dai censimenti austro-ungarici si sa che il paese di Arbe poteva registrare alla fine dell’Ottocento una schiacciante maggioranza italiana: il censimento austriaco del 1880 contava 567 Italiani su 811 abitanti. Per spiegare il francobollo si può ricordare che, il 13 novembre 1920, le isole di Arbe e di Veglia furono soggette ad un’effimera annessione alla Reggenza Italiana del Carnaro (1919-1920) di Gabriele D’Annunzio, in risposta al Trattato di Pace di Rapallo tra Italia e Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni. 
Il Natale di sangue vide le cannonate della corazzata “Andrea Doria” contro il Palazzo del Governo di D’Annunzio. Ciò provocò 54 morti. I legionari e D’Annunzio, entro il 18 gennaio 1921, evacuarono definitivamente da Fiume. 
Vedi in merito, in particolare a pag. 144: Pier Luigi Vercesi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Vicenza, Neri Pozza, 2017. Vedi pure: Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume, l’ultima impresa di D’Annunzio, Milano Mondadori, 2009, p. 220.

Bibliografia e sitologia
L’autore ringrazia, per la cortesia riservata, gli operatori e i direttori delle seguenti entità. Si ringraziano gentilmente pure gli studiosi dei seguenti siti di Internet per la diffusione e pubblicazione.

- Archivio di Stato di Udine (ASUd). Questura di Udine, Categoria E 2, Vigilanza e controllo persone in transito, Comunicazione del Questore Cosenza del 9 ottobre 1939, protocollo N° 030044 Gab., b 1.

I Campi Fascisti. Dalle guerre in Africa alla Repubblica di Salò, scheda del Campo di Rab (Arbe), dal sito web sui Campi Fascisti. 

- Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. l'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943), Torino, Einaudi, 2004 (citato dal sito web: Campi fascisti).

- Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Bologna, Il Mulino, 2007.

- A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani, Luoghi e memorie, Rab (con ampia bibliografia). 

-Tone Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima. Confinamenti-Rastrellamenti-Internamenti nella provincia di Lubiana - 1941-1943. Documenti, Ljubljana, Inštitut za novejšo zgodovino – Društvo piscev zgodovine NOB, 2000 (citato dal sito web: Campi fascisti). 

Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume, l’ultima impresa di D’Annunzio, Milano Mondadori, 2009.

- Gianfranco Giorgolo, “II salvataggio ignorato degli ebrei in Dalmazia. Lettera aperta a Mattarella. I militari italiani si rifiutarono di consegnare circa 5.000 persone a nazisti e ustascia”, «La Verità», 31 gennaio 2018, anche nel web. 

- Boris Mario Gombač (a cura di), “Nei campi di concentramento fascisti di Rab – Arbe e Gonars. Intervista a Marija Poje e a Herman Janež”, «DEP, Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile», n. 7, 2007, pp. 199-215.

- Loris Palmerini, Quegli ebrei deportati dall’Istria in nome della razza italiana, on-line dal 26 gennaio 2008. 

- Arbe – Rab (Croazia), Parco della Rimembranza, In memoria delle Vittime del Campo, Repubblica di Slovenia.

- Franc Potočnik, Il campo di sterminio fascista: l’isola di Rab, Torino, ANPI, 1979.

- Marco Severa, Il campo di concentramento di Rab, on-line dal giorno 11 marzo 2018. 

Pier Luigi Vercesi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Vicenza, Neri Pozza, 2017.

--
Fonte digitale: Mirella Tainer Zocovich, nata a Fiume, messaggio in Facebook del 6 aprile 2018, vive a Deerfield, Illinois (USA).

Arbe – Parco della Rimembranza. Un campo di... croci. Fotografia di Giovanni Doronzo
--
Servizio giornalistico, di ricerca e di networking a cura di Elio Varutti e Sebastiano Pio Zucchiatti.
Fotografie di Giovanni Doronzo, 2018, che si ringrazia per la gentile collaborazione e per la concessione alla diffusione e pubblicazione.


Arbe – Parco della Rimembranza. La tomba di Martin Jaklic. Fotografia di Giovanni Doronzo