sabato 19 maggio 2018

Seconda Camminata del Ricordo a Udine tra gli spazi dell’esodo giuliano dalmata


C’era un sole splendido anche alla seconda Camminata del Ricordo svoltasi il 19 maggio 2018 a Udine, dalle ore 10,30 alle 12. Tra gli intervenuti ha parlato anche la signora Fabiola Modesto Paulon, nata a Fiume il 3 agosto 1928, meritatasi perciò l’appellativo di partecipante emerita al Trekking del Ricordo.
Udine - Ex Centro smistamento profughi istriani e dalmati di Via Pradamano 21 con parte dei partecipanti al secondo Trekking del Ricordo. Fotografia di Leoleo Lulu

“La mia famiglia ed io siamo scappati da Fiume, dove si abitava, alla fine del 1944 e i primi giorni del 1945 – ha esordito così Fabiola Laura Modesto Paulon – per la paura dei partigiani di Tito che hanno preso mio padre a Tersatto e lo hanno messo al muro per fucilarlo, andava là in bicicletta per insegnare alla scuola elementare, per prendere le famose Mille lire al mese. Pensate che fu salvato dal papà di un suo alunno. Io ho abitato a Fiume in Via Trieste, vicino ai salesiani e, dal 1934, in Via Milano, vicino all’Arcivescovado e alla Chiesa dei Cappuccini. Vi racconto, infine, che Fiume era una città ricca, multietnica e tollerante fino all’inizio della guerra, pensate che l’80 per cento dei commercianti era di religione ebraica, le mie compagne di scuola erano cattoliche, turche, ebree e protestanti, ma la nostra educazione si basava sulla convivenza e il rispetto reciproco. Fiume era una città europea e d’estate durante le vacanze per fare i bagni andavamo in vaporetto a Laurana e Abbazia, dove le famiglie affittavano un appartamento”.
Udine, Loggia del Lionello, Secondo Trekking del Ricordo, il saluto di Bruna Zuccolin, presidente dell'ANVGD di Udine, accanto a Elio Varutti, suo vice presidente. Fotografia di Leoleo Lulu

La seconda Camminata del Ricordo ha visto la presenza di oltre 30 partecipanti. È stata organizzata dal Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), per cui il saluto ufficiale all’incontro, sotto la Loggia del Lionello, è stato effettuato da Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine e con parenti di Pirano. “La Camminata del Ricordo è uno dei nostri significativi appuntamenti di questi mesi sul tema dell’esodo istriano – ha detto Zuccolin – ricordo a tutti che il 25 maggio prossimo in città ci sarà il rosario al Villaggio giuliano di Via Casarsa davanti all’ancona della Madonna della Rinascita, il pranzo sociale il 9 giugno con menu istriano, fiumano e dalmata, alle ore 12,30, presso il ristorante Abbazia di Via Manin 1 a Udine e la messa al Villaggio giuliano di Via Casarsa il 15 giugno prossimo alle ore 19. Devo dire che siamo molto onorati come ANVGD di essere inseriti nel programma della Setemane de Culture Furlane e addirittura con il Trekking dello scorso 12 maggio facevamo parte del cartellone del festival Vicino / Lontano”.
Udine, Piazzetta Belloni, Scultura di Michele Piva - Fabiola Modesto Paulon ricorda la vita a Fiume di quando era bambina, accanto a Elio Varutti. Fotografia di Leoleo Lulu

Il titolo dell’incontro era: “Itinerario del Ricordo. Esodo giuliano dalmata a Udine. Dalla Loggia del Lionello al Centro smistamento profughi (CSP) di Via Pradamano”. Si è trattato di una camminata urbana lenta con accompagnatore in lingua italiana, friulana e dialetto istro-veneto.
Il professor Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, ha salutato e ha dato il benvenuto gli ospiti, tra i quali alcuni turisti, a nome di Federico Vicario, presidente della Società Filologica Friulana.
Il significato dell’iniziativa è presto detto. Rientra nel programma di attività dell’ANVGD di Udine. “Dopo il giorno 8 settembre 1943, data della comunicazione dell’armistizio tra gli alleati angloamericani e il governo italiano di Badoglio – ha detto Varutti – inizia l’esodo di italiani dalla Dalmazia, da Fiume e dall’Istria. Fuggono in 350 mila per evitare le violenze degli iugoslavi, spinti dal sentimento di vendetta per le atrocità patite nella guerra fascista e per la pulizia etnica voluta da Tito”.
Udine, Piazzetta Belloni, Scultura Sestante di Michele Piva - Bruno Bonetti parla delle vicende legate all’Albergo Nazionale di Udine nel 1944-1945, accanto a Elio Varutti. Fotografia di Leoleo Lulu

Il saluto di Bruno Bonetti, segretario ANVGD di Udine
Bruno Bonetti, segretario dell’ANVGD di Udine, ha parlato delle vicende legate all’Albergo Nazionale di Udine nel 1944-1945 che sorgeva in Piazzetta Belloni. Bonetti, infatti, è autore del libro del 2017 intitolato “Manlio Tamburlini e l’albergo Nazionale di Udine”. Esso era un covo di spie, di partigiani e di fascisti. Tra rocambolesche vicende, il racconto prosegue come un noir dai contorni torbidi con il mistero del ritrovamento, a seguito dell’attentato a Tamburlini, delle carte che compromettono i funzionari della Questura di Udine e ne determinano la deportazione in Germania. Sono poi riportati i retroscena dell’omicidio Morgante, che darà luogo a uno dei processi più discussi del dopoguerra assieme a quello di Porzûs: entrambi mettono alla sbarra gli eccessi partigiani; in questo caso, però, a giudizio vanno due osovani. Sullo sfondo delle vicende politiche e militari, emerge la storia d’amore di Manlio e Ada, dalle “nozze fasciste” alla loro fine tragica.
In seguito il professor Varutti ha illustrato ai presenti le varie tappe del Trekking del Ricordo. In piazza Libertà si sono osservati i tre leoni marciani, “consolazione per gli esuli”, come diceva Silvio Cattalini, esule da Zara e presidente ANVGD di Udine dal 1972 al 2017. La Loggia del Lionello, su iniziale progetto di Bartolomeo Costa Sbardilini da Capodistria, detto delle Cisterne, fu poi proseguita dall’orafo Lionello. L’origine della loggia risale al 24 gennaio 1441, quando "in pleno consilio" venne proposta la costruzione di un nuovo palazzo comunale.
Intitolazione di Udine dal 2010 in Via Bertaldia. Fotografia di Leoleo Lulu

Bartolomeo Costa Sbardilini, genero di Giovanni da Udine, progettò la ricostruzione del Duomo di Cividale del Friuli, che era stato distrutto dal terremoto del 1448, il battistero e il campanile del Duomo di Udine. Diresse i lavori di costruzione della Loggia del Lionello in Udine.
Un primo leone marciano sta sulle Torre dell’Orologio, il secondo felino è su una colonna a sud. Il terzo leone veneziano si trova sopra l’Arco Bollani, costruito nel 1556 su progetto di Andrea Palladio, sulla salita per il colle del Castello. Questo terzo leone della piazza ebbe un’esistenza travagliata, forse perché il più imponente. Esso ha però un collegamento diretto con i leoni di Dalmazia. Fu, infatti, nel 1933 sotto il podestà Gino di Caporiacco, che la giunta comunale udinese deliberò di ricollocare il leone, in risposta all’abbattimento dei leoni veneziani, avvenuto a Traù, in Dalmazia, da parte delle autorità del Regno di Jugoslavia. Così negli anni ’30 fu riposto un modello di gesso. L’originale, pesante 35 quintali, realizzato dall’artista vicentino Egisto Caldana, fu posizionato sopra l’arco palladiano la sera del 6 luglio 1953, con la elegante novità che il felino volge la fronte, anziché la coda ai cittadini che transitano ai suoi piedi.
I camminatori hanno poi visitato la scultura in ferro “Sestante”, del 1999, di Michele Piva (Fiume 1931 – Udine 2013), in piazza Belloni. Il vicino Duomo risale alla prima metà del Duecento; consacrato nel 1335 subì danni dal terremoto (1348) e restauri successivi. Qui si ritrovavano nel 1949 per la messa decine di esuli zaratini con Padre Cesario da Rovigo e don Giovanni Budinich. Erano le famiglie Bugatto, Alesani, Nagy, Bulat, Usmiani, Marsan, Boezio, Galessi e Cassani. Nel settecentesco Oratorio della Purità, con Assunzione della Vergine di G.B. Tiepolo (1759), da decenni si ritrovano i soci ANVGD per il Natale dell’esule.
Udine, presso Via S. Francesco, ove sorgeva la sede della Confraternita di S. Girolamo degli Schiavoni. Varutti, al microfono, accanto a Bruna Zuccolin, ANVGD di Udine e all'architetto Giorgio Ganis, del Gruppo culturale "Alfredo Orzan". Fotografia di Leoleo Lulu

Novità: la Confraternita di S. Girolamo degli Schiavoni a Udine
Ci si è fermati poi dove sorgeva la Confraternita di S. Girolamo degli Schiavoni. Si precisa che questo è solo un abbozzo di studio del professor Varutti. Sorta agli inizi del 1300, ha la sede in Porta Ronchi. Trasferita nel 1480 nel convento di S. Francesco, ora Via Beato Odorico da Pordenone, fu ancora spostata in Contrada di Bòros, attale via S. Francesco, nella casa d’angolo opposto a quello dell’Oratorio della Purità. Forse era detta Contrada di Bòros (o “des Boris”, o “des Bores”) perché, per fluitazione lungo la roggia giungevano in città “lis boris”. Una “bore” era un rocchio di faggio della lunghezza di cinque piedi, o metà, per ardere (Il Nuovo Pirona).
La confraternita, composta da “forensi” in prevalenza slavi, aveva un piccolo ospizio. Gli statuti redatti tra il 1452 e il 1475, tra le varie, contengono una disposizione per la quale i confratelli erano obbligati anche se nell’Ospizio non ci fosse stato alcun degente, di recarsi presso i confratelli ammalati nella città e dintorni, per assisterli e confortarli secondo gli ordini del Cameraro (amministratore), pena una multa di “1 L(ibbra) di olio” per illuminazione. Il cameraro era “Maistro Iacomo de Loch”, ossia dall’attuale Škofja Loka, sopra Lubiana a 35 km di distanza.
Verso la fine del Cinquecento la confraternita fu incorporata in quella di S. Maria della Misericordia. La proprietà dell’ospizio passò ai fratelli Alfonso e Giuseppe Asquini e, nel 1691, alla contessa Margherita di Prampero. Nel corso del Settecento la casa subì dei rimaneggiamenti e fu trasformata in locanda a fine secolo.
Nel 1935, per lavori di allargamento di Via S. Francesco, si rese necessaria la demolizione di una parte di tale casa, che guardava verso l’Oratorio della Purità.
Nel 1940 l’avvocato Anton Urbanc pubblicò a Lubiana in lingua slovena, pur con alcuni errori di carattere filologico, il testo dello Statuto della Confraternita, premettendovi uno studio di stampo giuridico e storico tendente a dimostrare che detto Statuto che, per gli sloveni, potrebbe rappresentare il più antico documento di storia del diritto assicurativo, contenga i primi germi delle moderne assicurazioni. (G.B. Corgnali, «Ce Fastu?», 1940).
Udine - Il Cippo del Parco Vittime delle foibe, del 2010. La lettura della targa (deturpata dal 2013) con onorevole attenzione. Fotografia di Leoleo Lulu. 

Altra tappa del Trekking del Ricordo è stata la Chiesa della Beata Vergine del Carmine, perché lì furono celebrati centinaia di matrimoni di esuli del CSP di via Pradamano nel 1953-1956. C’era monsignor Krunoslav Draganovich, gesuita di Roma, ad occuparsi di far emigrare in Germania alcune migliaia di profughi, alloggiati nel Centro di smistamento di Udine, come si legge ne «L’Arena di Pola» del 3 ottobre 1956.
Il convento dei frati Carmelitani e la chiesa della Beata Vergine del Carmine ebbero origine in via Aquileia nel Cinquecento; la chiesa fu consacrata nel 1525. I frati carmelitani rimase fino al 1770, quando un decreto della Repubblica veneta deliberò che venissero soppresse alcune corporazioni religiose con meno di 10 componenti. Vi subentrarono i Frati Minori Conventuali di S. Francesco, che lasciarono il loro convento e la chiesa per la costruzione del nuovo Ospedale di Santa Maria della Misericordia. Con sé portarono nella Chiesa del Carmine l’urna con le spoglie del Beato Odorico da Pordenone (sarcofago di Filippo De Santi del 1332) e la devozione a S. Antonio da Padova. I Francescani rimasero fino al 1806, quando per le leggi napoleoniche numerosi conventi udinese furono demanializzati, compreso quello di via Aquileia.
Odorico da Pordenone, al secolo Odorico Mattiussi o Mattiuzzi (Villanova di Pordenone, tra il 1265 ed il 1270 Udine, 14 gennaio 1331), è stato un presbitero e religioso italiano dell'Ordine dei Frati Minori; evangelizzò in Oriente, fino in Cina e fu beatificato nel 1755. Suoi miracoli sono attestati nel Trecento a Pirano, Parenzo e Isola D’Istria.


Udine, Chiesa del Carmine, opera dedicata al frate Odorico da Pordenone. Fotografia di Leoleo Lulu

Ultime tappe del secondo Trekking del Ricordo
La penultima tappa del tour è stata presso il Parco Vittime delle Foibe, del 2010, in Via Bertaldia angolo Via Manzini. Si è letta la targa in ricordo delle Vittime delle foibe in onore di quelle persone così barbaramente trucidate.
Ultima tappa è stata il Centro Smistamento Profughi di via Pradamano, 1945-1960, oggi scuola media “E. Fermi”. Di qui passarono in fuga dalle violenze titine oltre 100 mila esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, per essere sventagliati in oltre 140 campi profughi d’Italia. C’è una Lapide del Comune di Udine del 2007. “Go visto brande e mia cugina che dormiva in campo e a mangiar con noi in casa – ha raccontato Elvira Dudech, da Zara – jera fioi che i piangeva, i voleva la casa, le mame diceva: No gavemo più casa”.
C’è chi, come Franco Grazzina, esule da Fiume a Gorizia, dice di “aver dormito per terra nel 1949 al Campo profughi di Udine, solo con una coperta e dei fogli di giornale – poi aggiunge – per mangiare si faceva una lunga fila con la gamella, poi siamo andati a vivere a Venzone e poi a Gorizia”. Ad esempio le sorelle Egle e Odette Tomissich, nate a Fiume, ricordano il CSP di Udine, perché nelle camerate c’erano le brande e la corrente elettrica, che mancavano, invece nel 1948, al CRP del Silos a Trieste, dove i profughi dormivano sul pavimento.
Lapide in Via Pradamano 21, Udine. Fotografia di Leoleo Lulu

Definiti come “sussidiati”, i piccoli profughi ricevevano penna, pennino e carta, come ha ricordato Vittorio Zannier, figlio di Santina Pielich, originaria di Fiume e di Pietro Carlo Zannier, un sopravvissuto al campo di sterminio nazista di Dachau. La famiglia Zannier visse al Villaggio Metallico fino al 1956, quando per traslocare “fu sufficiente un motocarro Ape, da così poche cose che avevamo”. Vittorio Zannier si sente friulano, essendo nato a Udine nel 1951 e parla in marilenghe. “Tai pîts o vevi i çucui fats cu la gome dai budiei de biciclete cjatâts te Tor – ha raccontato Vittorio Zannier – e si lave a scuele a pîts cui fîs dal maresiâl, si jentrave tun negozi par cjoli merendinis, ‘e paie la mame’, e disevin i fîs dal maresiâl e alore jo o ai fat come lôr, dopo però me mari mi à dât un tango, che mi lu visi ancjemò” (Ai piedi avevo gli zoccoli fatti con la gomma delle vecchie camere d’aria gettate nel Torre, e si andava a scuola a piedi con i figli del maresciallo, si entrava in un negozio per prendere le merendine, ‘paga  la mamma’, dicevano i figli del maresciallo e allora ho fatto come loro, dopo però mia mamma mi ha punito, che me lo ricordo ancora oggi). Altri ricordi di aiuti ricevuti? “Pe prime Comunion no vevi il vistît – ha concluso Vittorio Zannier – e pre Battigelli, plevan di Sant Gotart, al à paiât lui il vistît par me, li dai Combattenti, in place dai grans e, di frutin, o ai stât tal asîl de Cjase dal Frut di Via Diaz” (Per la prima Comunione non avevo il vestito e don Battigelli, il parroco di San Gottardo, ha pagato il vestito per me, nel negozio Ai Combattenti, in piazza dei Grani – piazza XX Settembre – e da bambino sono stato all’asilo della Casa dell’Infanzia di Via Diaz).
Udine, Via Pradamano 21, ex Centro smistamento profughi, traguardo della seconda Camminata del Ricordo. Fotografia di Leoleo Lulu

Alla Camminata del Ricordo hanno preso parte, tra gli altri, anche Barbara Rossi, delegato amministrativo dell’ANVGD di Udine, Tiziana Menotti e Giorgio Ganis del Gruppo culturale “Alfredo Orzan” della Parrocchia di S. Pio X, una operatrice di Turismo FVG, alcuni insegnanti. oltre ad alcuni esuli e discendenti di esuli istriani.

Note fuori sacco
A margine dell’incontro il signor Livio Sessa, nato a Trieste nel 1942, ha voluto raccontare a E, Varutti questi avvenimenti della sua famiglia. “Ho parenti di Dignano d’Istria e Pola ha detto Sessa – metà della mia famiglia è rimasta là, mentre l’altra metà è venuta via per le pressioni jugoslave. Allora negli anni ’60, andavo dai parenti rimasti a Dignano d’Istria, in estate, e stavo lì un mese, così aiutavo gli zii a lavorare nei campi, se parlava in istrian e in croato. C’erano tanti controlli al confine. Bisognava avvertire le autorità jugoslave della nostra partenza e del nostro arrivo. Ho sentito parlare delle punizioni che davano i titini ai giovani che tentavano di venir via dall’Istria. Gli italiani provavano a scappare in treno col biglietto fino a Trieste, poi siccome c’erano tante spie per incastrare i fuggitivi, allora facevano il biglietto dall’Istria o da Fiume fino a Zagabria e là prendevano un nuovo biglietto per Trieste, ma anche così venivano intercettati dalle spie titine e puniti con pestaggi di vario tipo, iera la rieducazion dei comitati popolari".
Ecco un'altra notizia riferita da Livio Sessa riguardo a un battesimo del 1959 svoltosi a Dignano d’Istria. Lui faceva da padrino al neonato, suo caro parente. Sui documenti ha scritto perfino “Vodnjan”, come la cittadina di oltre 6 mila abitanti fu chiamata dai croati dopo il 1945, ma i controlli dei graniciari furono comunque estenuanti, con ora di arrivo, ora di partenza, tutto con timbri, contro-timbri e firme di ogni sorta. Era vietato andare in chiesa con le spie titine pronte a tutto per una manciatina di denaro. Così il corteo del battesimo se ne uscì di casa alla chetichella. Divisi in piccoli gruppi, rasenti i muri, dopo le diedi di sera. Il prete aspettava in chiesa e celebrò il battesimo, ma poi tutti rientrarono col solito sistema. La guerra fredda imponeva certi comportamenti. Livio Sessa se li ricorda bene, anche se aveva 17 anni.
L’ingegnere Sergio Satti, esule da Pola, decano dell’ANVGD di Udine e per decenni vice presidente sotto Silvio Cattalini, dopo aver saputo della seconda Camminata del Ricrodo ha scritto in Facebook il 20 maggio 2018 il seguente messaggio: “Grazie per continuare il ricordo del nostro triste esodo dalle nostre terre natali. Ricordare per non dimenticare, con la speranza di una serena condivisione storica dei fatti”.
Un altro esule dell’ANVGD di Udine ha scritto per e-mail le seguenti parole: “Caro prof. Elio Varutti, ho letto con molta partecipazione il tuo bell’articolo sul  "Secondo Trekking del Ricordo" del 19 maggio scorso mattina. Contiene molte notizie, spunti storici interessanti e toccanti testimonianze di esuli che hanno vissuto quei tragici momenti. Mi spiace di non aver potuto essere presente e spero che l’evento si ripeta in futuro. Buona domenica. Giorgio Gorlato”.
Anche la signora Rosalba Meneghini, figlia di una esule da Rovigno, nel gruppo di Facebook intitolato a “Anvgd Udine” ha commentato brevemente così: “Complimenti per queste validissime attività, vi accompagno col cuore!”.
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Udine, Chiesa del Carmine. Varutti racconta delle svariate centinaia di matrimoni di profughi prima di emigrare in blocco per la Germania. La coccarda tricolore indossata con i nastrini dei colori di Fiume apparteneva all'architetto Carlo Leopoldo Conighi, primo dirigente dell'ANVGD di Udine nel 1950-1951. Fotografia di Leoleo Lulu

Fonti orali e digitali
- Giorgio Gorlato, Dignano d’Istria 1939, messaggio e-mail all’autore del 20 maggio 2018
Rosalba Meneghini, Udine 1951, messaggio in Facebook del 19 maggio 2018.
- Sergio Satti, Pola 1934, messaggio in Facebook del 20 maggio 2018.
- Livio Sessa, Trieste 1942, intervista di E. Varutti del 19 maggio 2018.
- Le altre testimonianze citate sono contenute nel volume di E. Varutti de 2017, anche nel web.

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Bibliografia sulla Confraternita di S. Girolamo degli Schiavoni, Udine

- Giovanni Battista Corgnali, «Ce Fastu?», 1940.

- Giovanni Battista Della Porta, Toponomastica storica della Città e del Comune di Udine, Nuova edizione a cura di Leila Sereni con note linguistiche di Giovanni Frau, Udine, Società Filologica Friulana, 1991.

- Giulio Andrea Pirona,  Ercole Carletti, Giovanni Battista Corgnali, Il Nuovo Pirona. Vocabolario friulano (prima edizione: 1935), Udine, Società Filologica Friulana, 2001 (2.a ristampa della 2.a edizione).

- Anton Urbanc, Slovenska bratovscina sv. Hieronima v Vidmu iz leta 1452 (Confraternita di San Gerolamo degli Schiavoni), Najstarejsa listina zavarovalno-pravne zgodovine Slovencev, Ljubljana, 1940, pp. 24. Estratto dal periodico «Glasnik Udruzenja aktuara Kraljevine Jugoslavije», IV, n. 1-2.

Altre fonti bibliografiche e del web

- Bruno Bonetti, Manlio Tamburlini e l’Albergo Nazionale di Udine, Pasian di Prato (UD), L’orto della cultura, 2017.

- Paolo Medeossi, “L’albergo Nazionale di Udine tra crudeltà silenzi e tabù”, «Messaggero Veneto», 12 dicembre 2017, p. 24. L'articolo richiama la presentazione del libro "Manlio Tamburlini e l’albergo Nazionale di Udine" di Bruno Bonetti, mercoledì 13 dicembre 2017, nella sala Corgnali della biblioteca “V. Joppi” di Udine.

- E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughigiuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017 (disponibile anche nel web).

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Udine, Seconda Camminata del Ricordo, lo staff di accoglienza attivato grazie alla collaborazione con l'Associazione Insieme con Noi di Udine, presieduta da Germano Vidussi. Fotografia di Leoleo Lulu 


Per informazioni e iscrizioni all’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine rivolgersi alla sede situata in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 10-12
e-mail: anvgd.udine@gmail.com

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Ricerche storiche, servizio redazionale e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, Girolamo Jacobson e di E. Varutti. Fotografie di Leoleo Lulu, che si ringrazia per la cortese collaborazione e per la diffusione e pubblicazione.
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Rassegna stampa

Cimeli fiumani
In occasione dei Trekking del Ricordo, 12 e 19 maggio 2018, intitolati “Itinerario del Ricordo. Esodo giuliano dalmata a Udine" la fiumana Fabiola Modesto Paulon ha lavorato ad uncinetto questo monile per una socia ANVGD di Udine. Collezione privata, Udine. Fotografia E. Varutti

venerdì 18 maggio 2018

Codroipo letteraria, presentazione del Premio “Per le antiche vie”


Dopo la partecipazione alla cerimonia di premiazione del concorso letterario nazionale Villotte di S. Quirino (Pordenone) sul tema dell’esodo giuliano dalmata, il Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD) continua la sua presenza a importanti appuntamenti culturali, essendo stato invitato dagli operatori del Caffè letterario codroipese ad assistere al premio "Per le antiche vie" e al concorso di pittura collegato.
Una fase del Premio "Per le antiche vie" al Ristorante Il Doge di Villa Manin di Passariano

Il Premio di Codroipo (UD) si propone di favorire l’immaginazione e la creatività di persone che amano la scrittura, affinché vengano valorizzati talenti che hanno trovato ispirazione tra i paesi, le città, i paesaggi e le popolazioni della nostra regione.
Dopo la presentazione del Bando di concorso, fra febbraio e maggio 2018 (che si chiuderà il 10 giugno 2018), vengono organizzate varie tappe di un tour nella regione Friuli Venezia Giulia e in altre località chiamato "Raccontingiro". Il primo motivo dei "Raccontingiro" è quello di coinvolgere direttamente un numero sempre maggiore di scrittori, della nostra regione, delle altre regioni italiane e di paesi esteri. Un altro motivo è il desiderio di portare a conoscenza di altre persone il Premio, oltre a quello di avviare con enti e associazioni una collaborazione culturale non episodica ma continuativa.
Il Premio letterario, giunto nel 2018, alla sua settima edizione, nel corso degli anni è cresciuto numericamente e qualitativamente, tanto da guadagnarsi il patrocinio e il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e si propone inoltre di riunire con spirito collettivo gli artisti locali, stimolandone la creatività e valorizzandone le opere con iniziative a loro dedicate.
Codroipo - Il giornalista Paolo Medeossi, al microfono, mentre presenta "Raccontingiro", una delle fasi del Premio "Per le antiche vie" al Ristorante Il Doge di Villa Manin

Pertanto, giovedì 17 maggio 2018, nella splendida cornice del ristorante al Doge di Villa Manin di Passariano, una delegazione dell’ANVGD di Udine composta dalla presidente Bruna Zuccolin, dalla delegata amministrativa Barbara Rossi e dal segretario Bruno Bonetti è stata ospite del Caffè letterario. La serata è stata moderata dal giornalista e scrittore Paolo Medeossi, presentata da Vittorio Comina, del circolo d’arte e cultura Per le antiche vie, con l’accompagnamento del fisarmonicista Gianni Fassetta. L’attore Claudio Moretti ha letto brani dei racconti premiati nell’edizione 2017, tra cui quello del vincitore Paolo Gallina.
Il 20 ottobre 2018 ci sarà la premiazione degli autori dei racconti vincitori e il 21 ottobre l’inaugurazione della mostra di pittura con la premiazione dei migliori artisti.
Codroipo, Premio "Per le antiche vie" al Ristorante Il Doge di Villa Manin con Bruno Bonetti, Bruna Zuccolin e Barbara Rossi, del Consiglio Esecutivo dell'ANVGD di Udine
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Ricerche, servizio redazionale e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, e di E. Varutti su testi di Bruno Bonetti. Fotografie di Bruna Zuccolin, che si ringrazia per la gentile concessione alla diffusione e pubblicazione.

Claudio Moretti legge i testi artistici al Ristorante Il Doge di Villa Manin di Passariano


lunedì 14 maggio 2018

Esodo da Fiume, i ricordi di Mirella Tainer, emigrata in Illinois


Ho raccolto e analizzato il messaggio che la signora Mirella Tainer ha inserito in Facebook il 25 aprile 2018, nel gruppo “Un Fiume di Fiumani”. 
Gruppo di famiglia a Fiume. Collezione Mirella Tainer

Nel suo racconto la Tainer menziona un certo signor Antonio Toich “parente e della fabbrica di birra”. Nelle mie ricerche ho trovato un suo omonimo a pag. 661 dell’interessante libro bilingue (italiano e croato) di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski, intitolato Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947). Ho scoperto che un Antonio Toich, italiano, nato a Veglia il 21 maggio 1927, figlio di Federico fu imprigionato e probabilmente soppresso il 31 dicembre 1945 in Jugoslavia dai titini. Era un milite del 3° Reggimento della Milizia di Difesa Territoriale a Fiume e fu arrestato dai partigiani jugoslavi a Sappiane nel mese di maggio 1945.
La Tainer cita anche un parente di nome Nereo Lupetti. Costui, nel 1959, risulta parte del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), occupandosi specificatamente del settore assistenza, mentre un suo conoscente, tale Marco Cerlenco appare in veste di fiduciario per Latisana e Lignano Sabbiadoro del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD nel 1955. Il sodalizio dei profughi si occupava, in accordo con la locale prefettura, di oltre 200 esuli a Udine città e di altri 300 fuoriusciti nella provincia, per la maggior parte anziani. Nel 2016 ho parlato di questi fatti con il signor Giovanni Lupetich, figlio di Renato e ho poi scritto un articolo nel blog. Passo, allora, a riportare in carattere corsivo, qui di seguito, le parole di Mirella Tainer, con qualche lieve miglioria  (Elio Varutti).
Documenti di famiglia di Fiume. Collezione Mirella Tainer
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Ho trovato un tesoro, un tesoro vero – ha scritto Mirella Tainer – tra foto e ricordi ospitati in due scatoloni usciti dall’attico di Daniela e Joe, ed ora in casa mia! C’è un libro di ricette di papà e mamma. Poi ci sono diverse brutte copie di lettere, che la mamma poi mandava, naturalmente ricopiate in bella, alla Lumi in Australia.
Vi appaiono nomi di amici e parenti e tante riflessioni sugli avvenimenti di Fiume e del dopo esodo, come profughi e nei campi dell’International Refugees Organization (IRO), in attesa di poter partire per l’America.
Così scriveva la mamma: “L’America, l’attesa fu lunga, parecchie volte andammo al campo IRO di Bagnoli (Napoli), la prima volta però si andò a Udine. A Udine incontrai tanti Fiumani, tra i quali mio cugino Ruggero Sigon, povero, i tedeschi gli avevano ammazzato il figlio, era tanto disperato che non poteva parlarne senza piangere. Aveva l’osteria in Santa Entrata, mi ricordo che era sempre piena, perché faceva della buona cucina.
L’unica figlia era anche nipote dell’Antonio Toich, nostro parente, della fabbrica di birra, che poi si buttò dal palazzo Adria, ma fu costretto dai titini e non di sua voglia certamente.
E poi si legge ancora: a Udine si era trasferita la famiglia di mio cugino Ernesto Leban, mio tutore, grande sportivo, corridore, faceva parte dell’Olimpia. La moglie Ilonka, ungherese, era figlia del direttore delle ferrovie di Fiume.
A Udine risiedeva pure, con la famiglia, mio cognato Nereo Lupetti, sposato all’unica sorella di mio marito, Gina. Lui era patriota al massimo, rifiutò la pensione meritatasi per una ferita ricevuta combattendo come soldato italiano, dicendo che non voleva ricompense e che l’aveva fatto per amor di patria”.
Ricettario di casa Tainer a Fiume. Collezione Mirella Tainer

Continua scrivendo: “Ricordo, durante uno dei viaggi da Torino a Bagnoli, eravamo con Guido e Anna Stecich e la figlia Leda. Mio marito viaggiava con la sua chitarra eravamo alla stazione di Napoli per prendere il treno per Bagnoli, Franzele e Guido si mettono a cantare ...macchinista, macchinista daghe oio...che a Fiume volemo andar ...i macchinisti di due treni ritardarono la partenza di un paio di minuti.
A Bagnoli incontrammo tanti Fiumani, come Rino e Anita Superina che erano stati da noi a Torino in Porta Palazzo e poi più tardi vennero a farci visita dall’Australia in Florida. Altri poi, ma non ricordo i loro nomi. Berto e Maria Ghersi vennero anche loro a trovarci in Florida dal Canada.
Quando gli americani ci chiamavano a Genova per i visti, andavamo a Camogli dalla Bertogna e dalla Nina che vendeva pane dal Chiopris anni addietro, a Fiume. Loro ci accoglievano sempre con tanta allegria, con i nostri canti e le interminabili partite a carte, briscola, tressette”.
Ecco qualche stralcio degli scritti della mamma, sotto foto del mare di Bagnoli, Fiumani insieme a fare i bagni e poi a Camogli ed infine alla partenza per Genova e poi New York, in stazione Porta Nuova a Torino nel febbraio del 1956.
Fiumani a Bagnoli, dopo l'esodo giuliano dalmata. Collezione Mirella Tainer
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Ringraziamenti
Desidero ringraziare distintamente la signora Mirella Tainer Zocovich, di Fiume, che vive a Deerfield - Illinois (USA), per il suo messaggio in Facebook del 25.4.2018.
Ringrazio sentitamente pure il signor Giovanni Lupetich, con padre di Fiume. Egli è nato a Udine nel 1953 ed è residente a Belluno; è stato da me intervistato al telefono il 10-14 giugno, il 7 agosto 2016, oltre ad un contatto faccia a faccia del 1° settembre 2016, verificatosi a Udine assieme a sua figlia Marianne Lupetich e ad altre telefonate del 2017.

Bibliografia e cenni nel web
- Amleto Ballarini, Mihael Sobolevski (a cura di / uredili), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, 2002.

- E. Varutti, Il campo profughi di via Pradamano e l'associazionismo giuliano dalmata a Udine : ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell'esodo: 1945-2007, Udine, Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato provinciale di Udine, 2007.

- E. Varutti, Memorie italiane dei Lupetich su Fiume, esodo 1947, on-line dal 2 luglio 2016.
Torino, stazione Porta nuova, partenza per Genova e, poi, per New York, febbraio 1956. Collezione Mirella Tainer

domenica 13 maggio 2018

Fiume 1945, Graziella Superina salvata dal dottor Blasich, poi soffocato dai titini


Il memoriale che si pubblica qui di seguito è stato scritto da Graziella Superina, nata a Fiume, esule a Genova e deceduta nel 2011.
Michele Ugo Galliussi, Foibe, 2018, china su carta, cm 21 x 29,8. Courtesy dell’artista
È datato 31 gennaio 2001. Graziella è la moglie di Aldo Tardivelli, classe 1925, un altro fiumano ricco di ricordi e di racconti sui fatti di Fiume dal 1943 al 1948. La signora Graziella Superina ha intitolato così il suo racconto “L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. Blasich”.
È un resoconto diretto e con ricordi di altri compaesani ed amici riferito soprattutto ad un momento assai critico della vita di Fiume, quando cioè i tedeschi alla fine di aprile 1945 abbandonano la città, dopo averne messo fuori uso il porto con l’esplosivo. È il momento in cui entrano i partigiani titini ai primi di maggio.


Per scrupolo si riporta che i partigiani di Tito entrarono a Fiume il 3 maggio 1945. Piombarono essi da Drenova e intorno alle ore 10 e mezza passarono pure da Sussak. Procedevano in fila per due, molto prudenti lungo Via Roma. Molto malridotti nelle divise, qualcuno era perfino privo di scarpe, erano essi preceduti da reparti di sminatori jugoslavi.
Iniziarono di lì a poco i sequestri di beni e di persone, ad opera dell’OZNA, la polizia segreta jugoslava. Accadde così a Riccardo Gigante, prefetto della Provincia del Carnaro,  proprio il 4 maggio 1945 “arrestato dagli slavi, venne tradotto a Castua ed ivi subì il martirio”. (Bollettino di Informazioni, Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato).
Si sa che l’Odeljenje za Zaštitu NAroda, (OZNA), ossia il Dipartimento per la Sicurezza del Popolo, la spietata polizia politica di Tito, dopo la guerra, secondo lo storico Igor Žić ha giustiziato 300 persone. Non ci sono fonti attendibili, come ha scritto Mihael Sobolevski nel 2002. Costui e Amleto Ballarini hanno tuttavia stabilito in 2.640 il numero delle vittime italiane di Fiume per il periodo 1940-1947. È un dato scientifico condiviso.
Secondo altre fonti, alla fine della guerra, alcune centinaia di italiani scomparvero da Fiume. Certi furono eliminati, con tutta probabilità, nella vicina foiba della Bezdanka; altri in fosse comuni, come anzitutto quella di Castua / Kastav (a 10 km. da Fiume ). Il 4 maggio 1945, proprio a Castua, i titini uccidevano, senza processo, un gruppo di cittadini italiani. È Fabrizio Federici a darne notizia nel 2017.
Al testo originale di Graziella Superina sono state apportate alcune lievi modifiche grafiche e di punteggiature dal curatore per renderlo ancor più scorrevole nella lettura. (Elio Varutti)
Italiani al recupero salme nella fossa comune di Castua, 1945. Fotografia da Internet

L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. BLASICH

Molti ricordi lontani di Fiume ormai sono fiochi. La maggior parte delle idee sono diventate sacrosante, pura esattezza, come i misfatti accaduti in tutta la Venezia Giulia dal 1943 al 1948. È stato un “piccolo olocausto”.
Inizio con la notte del 25 luglio 1943, e l’annuncio della caduta del fascismo. Il convulso incalzare degli avvenimenti travolse migliaia d’innocenti, sacrificati all’interesse di pochi, in quella terra martoriata, in tutte le guerre, come una maledizione. L’Istria fu l’epicentro dell’imminente tragedia. A tale annuncio non ebbe seguito alcuna manifestazione di rilievo, c’era una stanchezza generale della popolazione di fronte ad una tragica realtà di un paese già provato e debilitato per troppi anni di guerra. I vecchi alleati tedeschi, che occupavano gran parte del paese, già da lungo tempo, avevano elaborato piani precisi per assicurarsi il controllo del territorio in caso d’emergenza. Ciò avrebbe segnato un periodo ancora più nefasto per tutti.
I continui arretramenti del fronte e la sempre critica situazione generale, indussero gli ufficiali tedeschi ad accelerare i lavori di difesa delle fortificazioni e sbarramenti d’ogni tipo, in una linea che correva lungo il tracciato del vecchio confine della Jugoslavia. I partigiani di Tito riuscirono ad avvicinarsi sempre più alla città respingendo i tedeschi sfiduciati, ma sempre tenaci combattenti. Seguirono i primi colpi di cannone e le granate cadevano sulle vie e sulle case della città. L'esplosione d’ogni colpo di mortaio significava la distruzione di case, e famiglie senza tetto o peggio ancora altre vittime.
Riccardo Zanella, a sinistra, e Mario Blasich. Foto del Museo di Fiume a Roma

Abitavamo in Via Bellaria, di fronte al Tempio Votivo di Cosala. Durante le ore della giornata del 28 aprile 1945, dal monte di Tersatto, i partigiani avevano iniziato a lanciare innumerevoli granate sulla città. Erano passati parecchi giorni e a quel tamburellare di granate eravamo assuefatti e alcuna voglia di correre nel rifugio antiaereo della casa. Imprudentemente io e mia sorella Leandra siamo rimaste in casa ad ascoltare le ultime notizie dalla radio. Una granata ha colpito il tetto della casa sfondandolo, proprio sopra le nostre teste mentre avevamo mentre la radio annunciava la cattura di Mussolini e la sua condanna a morte.
Rimasi gravemente ferita e mia sorella a causa dello spostamento d’aria andò a finire dentro l’armadio, rimanendo lievemente ammaccata e stordita, ma illesa.
Devo seguitare a raccontare mischiando quello che ricordo e quello che me’ é stato riferito, giacché non potevo vedere e sentire quello che stava accadendo intorno a me. Ero nello stato dell’incoscienza tra la vita e la morte.
In lontananza si sentivano le esplosioni delle altre granate e l’ululato delle sirene che penetrava fin dentro le ossa. Dopo alcune ore, in un momento di tregua dei belligeranti, ero stata soccorsa da due vicini di casa che erano volontari dell’Unione Nazionale Protezione Antiaerea (UNPA). Erano i signori Giuseppe Simich e Mario Sirola. Ambulanze e barelle purtroppo non erano a disposizione in quei momenti terribili. Tutto era a giudizio dei soccorritori, che decisero per il mio trasporto all’ospedale, ma ciò essere eseguito immediatamente, data la gravità delle ferite. A Sirola venne l’idea di smontare una porta della camera, affinché facesse funzioni di barella. Con la forza delle sole braccia e per una lunghezza di circa un chilometro fui trasportata verso l’Ospedale Civile. Sulla città, con gran fracasso, cadevano altre granate titine lanciate dalla vicina collina di Tersatto. Andavano a cadere lungo il percorso, sollevando delle nuvole di polvere, ma non altro. Quella corsa verso l’Ospedale era divenuta lunga e piena d’insidie. Ero ancora fuori conoscenza.
Una giovane Graziella Superina a Fiume. Collezione Aldo Tardivelli, esule fiumano a Genova

Strada facendo e, dopo aver percorso alcune centinaia di metri, i soccorritori preoccupati della mia vita, si fermarono nella casa del dottor Mario Blasich, affinché potessi ricevere le prime cure, data la gravità delle ferite riportate. Il medico, poiché era paralizzato dalla vita in giù, era seduto su una sedia a rotelle ma in condizioni di prestare energicamente la sua opera. La situazione si presentava molto grave. Alcune schegge erano penetrate sotto il costato, altre più piccole nelle braccia e nelle gambe, mentre altre più numerose che avevano colpito il viso lo avevano trasformato in una maschera sanguinolenta. Il medico dovette intervenire subito. Con mano sicura rimosse tutte quelle schegge eseguendo le medicazioni necessarie, sollecitando i miei soccorritori a recarsi immediatamente all’Ospedale.
Ricordo di nuovo di avere avuto un momentaneo risveglio, mentre giacevo ancora sopra quella curiosa porta che fungeva da barella. Avevo vicino una moltitudine di feriti che si lamentavano e il mormorare dei miei soccorritori, per la situazione in cui si erano venuti a trovare ma sicuri che, solo l’immediato aiuto del dottor Blasich, avrebbe potuto salvarmi la vita. Mi dissero che la mia faccia esprimeva una tale sofferenza che non si sapeva più che inventare per alleviarla un po’.  Momentaneamente potevo essere considerata tra i pazienti destinati a campare. Passarono diversi giorni. Non vivevo che allo scopo di ringraziare il Dottore.
Il giorno della “Liberazione” era arrivato anche per la città di Fiume. La città era semidesertica. Erano passate molte ore da quando i tedeschi se n’erano andati; piccoli gruppi di cittadini, in buona fede avevano aperto le porte della città ai “Liberatori”. Armati di uno spirito di vendetta, non tardarono a mettere in atto il loro programma di sterminio contro i capi del popolo autonomista di Fiume.
Era passata solamente una settimana da quando il medico mi aveva accolto nella sua casa e nella notte del 3 maggio 1945 il dottor Mario Blasich, fu soffocato tra i cuscini del suo letto, ove “giaceva infermo”, da quattro partigiani di Tito. Egli fu uno fra i primi e tanti patrioti italiani che furono massacrati in quei giorni tremendi. Blasich era già stato condannato a morte dall’Austria, poiché  volontario italiano della guerra 1915-1918 e fu decorato al valore militare dal Regno d’Italia.
In quelle stesse notti dei primi di maggio 1945, nomi illustri si aggiunsero ai meno noti. Questa  strage d’innocenti continuò in seguito. Erano delle bravate di armati fino ai denti. I titini, tra bandoliere e mitra parabellum, giravano per la città penetrando nelle abitazioni e assassinando i malcapitati italiani.
Ficha Consular de Qualificação / Modulo di qualificazione consolare, del 2 ottobre 1951, emesso dal Consolato brasiliano di Napoli per Anna Squasa, nata a Fiume nel 1912. Ringrazio il signor Massimo Speciari che ha diffuso in Facebook questo importante documento di emigrazione verso il Brasile e che qui si riproduce per i lettori

Naturalmente queste cose non le sapevo. Ricordo ancora oggi che, in quei terribili giorni e in quelle brutte notti, l’aria era molto tesa. Ricordo che entrarono in Ospedale gruppi di partigiani in armi, bramosi di vendetta, alla ricerca di soldati tedeschi feriti e di civili indesiderati.
Ero ormai fuori pericolo, incominciavo di nuovo a vivere e finalmente potevo discorrere con la mamma invitandola a recarsi, quanto prima, dal mio salvatore, per ringraziare e per compensare la sua prestazione. Mia madre si era recata nella casa del Dottore e aveva avuto la triste notizia del suo assassinio dai suoi famigliari sconvolti.
Voglio allora ricordare qui il dottor Mario Blasich per l’aiuto che ho ricevuto. A tutti i Fiumani desidero dire che non dimentichino il suo tragico destino. Fino all’ultimo giorno aveva salvato la mia vita e altre ancora, come quella della signora Elvira Liubi vedova Rusich, esule in Toscana. Vedi: l’articolo pubblicato sulla «Voce di Fiume» il 26 ottobre 2000, N° 9.
Ancora tante grazie ai mei soccorritori dell’UNPA Giuseppe Simich e Mario Sirola, ovunque si trovino.

Graziella Superina 

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Collezioni private
- Graziella Superina, L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. BLASICH, Memoriale della Collezione di Aldo Tardivelli, esule da Fiume a Genova, formato Word, Genova Pontedecimo, 31 gennaio 2001, pp. 3.
- Collezione Massimo Speciari, di Fiume, emigrato in Brasile, vive a Itatiba, Stato di San Paolo, Brasile. Notizie nel web

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Video intitolato “Foiba di Basovizza”, prodotto dagli studenti della classe III media e dai loro professori dell’Istituto comprensivo “Giovanni Cena” di Latina, luglio 2017.

Riferimenti bibliografici e nel web
- «Bollettino di Informazioni», Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato.


- Mihael Sobolevski, “Fiume, una storia complessa / Zamršena povijest Rijeke”, in Amleto Ballarini, Mihael Sobolevski (a cura di / uredili), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, 2002, pp. 147-197.

- E. Varutti, Diario di Carlo Conighi, Fiume aprile-maggio 1945, on-line dal 7 giugno 2016.

- E. Varutti, Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948, on-line dal 22 gennaio 2017.

Ringraziamenti
Il curatore di questo articolo desidera ringraziare sentitamente il professor Michele Ugo Galliussi, di Udine, che con grande sensibilità artistica ha saputo dipingere il tema della foiba appositamente per le pagine di questo blog.
Si ringrazia pure Aldo Tardivelli, per l’invio del Memoriale della sua cara signora.


Ringrazio, infine, i signori Laura Brussi, esule da Pola e Carlo Cesare Montani, esule da Fiume, per la riproduzione del video intitolato “Foiba di Basovizza”, prodotto dagli studenti della classe III media e dai loro professori dell’Istituto comprensivo “Giovanni Cena” di Latina, luglio 2017.

sabato 12 maggio 2018

Trekking del Ricordo a Udine sui luoghi dell’esodo giuliano dalmata


La prima Camminata del Ricordo si è svolta il 12 maggio 2018 a Udine dalle ore 10,30 alle 12 circa con uno splendido sole primaverile. 
Udine, Tempio Ossario, Trekking del Ricordo. Da sinistra Bruno Bonetti, Elio Varutti e Sergio Satti. Fotografia di Leoleo Lulu

L’evento, che ha visto la presenza di oltre 30 partecipanti, è stato organizzato dal Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). Vista la novità e l’aspetto innovativo dell’iniziativa, già inserita nella Setemane de Culture furlane / Settimana della Cultura Friulana 10-20 Mai / maggio 2018, è stata pure collocata nel calendario delle manifestazioni ospitate della rassegna culturale Vicino / Lontano 2018.
Il titolo dell’incontro era: “Itinerario del Ricordo. Esodo giuliano dalmata a Udine”. Si è trattato di uno “Slow Urban Walk”, ovvero di una camminata urbana lenta con accompagnatore in lingua italiana, friulana e dialetto istro-veneto.
Udine, Trekking del Ricordo - Tappa al Parco Moretti. Bruno Bonetti e Elio Varutti. Fotografia di Leoleo Lulu

Il professor Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, ha salutato e ha dato il benvenuto gli ospiti, tra i quali vari turisti, a nome di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, assente per motivi familiari. Poi ha spiegato il significato dell’iniziativa, che rientra nel programma di attività dell’ANVGD di Udine. “Dopo il giorno 8 settembre 1943, data della comunicazione dell’armistizio tra gli alleati angloamericani e il governo italiano di Badoglio – ha detto Varutti – inizia l’esodo di italiani dalla Dalmazia, da Fiume e dall’Istria. Fuggono per evitare le violenze degli iugoslavi, spinti dal sentimento di vendetta per le atrocità patite nella guerra fascista e per la pulizia etnica voluta da Tito. Gli storici scrivono che l’esodo termina nel 1956, ma io ho raccolto testimonianze di fughe dall’Istria avvenute nel 1963, come nel caso di Pietro Palaziol, di Valle d’Istria, scappato di notte con altri ragazzi, correndo gravi rischi, infatti, morì un suo amico falciato da una raffica di mitragliatrice dei graniciari”.
Il gruppo di camminatori alla partenza presso il Tempio Ossario. Fotografia di Giorgio Ganis

Poi ha avuto la parola l’ingegnere Sergio Satti, esule da Pola, decano dell’ANVGD di Udine. “La mia famiglia è venuta via da Pola – ha detto Satti – e nel resto dell’Italia non è che abbiamo ricevuto una buona accoglienza, a scuola al liceo a Bolzano mi davano del fascista, invece in Friuli alla mia fidanzata i familiari dissero: No te sposerà mica un profugo! -Ma lui studia ingegneria. -Ah, beh allora. Poi sul lavoro quando insegnavo all’Istituto Tecnico Industriale “Arturo Malignani” di Udine, certi colleghi mi guardavano in cagnesco perché, in quanto profugo, ero passato davanti a loro nelle graduatorie d’insegnamento, però la mia famiglia aveva perso la casa di Pola e il patrimonio consegnato ai titini, come danni di guerra, validi per tutta l’Italia e il governo mi ha restituito si e no il 15 per cento del valore economico perso”.
Udine, Cimitero di San Vito, Monumento ai caduti giuliano dalmati, opera di Nino Gortan del 1990. Fotografia di Leoleo Lulu

Poi Varutti ha rievocato ciò che accadeva nel dopo guerra a Udine, non prima di aver fornito alcuni dati sul luogo. “Siamo vicini al Tempio Ossario – ha commentato – in piazzale XXVI Luglio 1866, che ricorda la Terza Guerra d’Indipendenza e l’annessione di Udine al Regno d’Italia. La costruzione del Tempio Ossario, su progetto di Provino Valle, inizia nel 1925 e durò circa 15 anni. Accoglie le salme di 25 mila caduti della Grande Guerra. La facciata in pietra chiara contrasta col cotto dei mattoni. Le statue monumentali delle quattro armi, realizzate nel 1950, derivano da bozzetti di Silvio Olivo, che vinse il concorso nel 1938. Il quadrato di cemento al centro della piazza è il Monumento alla Resistenza, di Gino Valle e Federico Marconi (1959-1969), con scultura di Dino Basaldella”.

Una curiosa inquadratura vicino al Monumento ai caduti giuliano dalmati, opera del 1990. Fotografia di Giorgio Ganis

Ecco il racconto di Varutti in riferimento all’esodo giuliano dalmata: “Un’esule da Pola, Maria Millia, ha ricordato che, verso il 1949, i suoi genitori Anna Sciolis e Domenico Millia, rinomato fabbro di Rovigno, assieme ad altri profughi istriani furono ospitati nella cripta del Tempio Ossario di Udine, dato che el Campo jera pien. Nel 1959 erano ancora accolte alcune persone dell’esodo nella stessa chiesa. “Una famiglia è ospitata nella cripta del Tempio Ossario – riporta «L’Arena di Pola» del 28 aprile 1959 – chi all’asilo notturno e altri nelle case diroccate di via Bertaldia, poi demolite”. Il 10 febbraio 2018 ha riferito la signora Rosalba Meneghini, figlia di Maria Millia, che: “Se si fermava un camion davanti alle finestre poste in basso al Tempio Ossario, mia madre usciva a dire al camionista di spostare il veicolo per lasciare che entrasse un po’ di luce dove loro vivevano”.
Udine, Cimitero monumentale di S. Vito, l'intervento di Bruno Bonetti sul tema a lui caro dell'esodo dalla Dalmazia negli anni 1920-1931. Fotografia di Leleo Lulu

In seguito il gruppo di camminatori si è diretto verso il Cimitero, addentrandosi nello stupendo Parco Moretti. Così è stato spiegato il Monumento ai caduti giuliano dalmati, opera del 1990, presso il Cimitero monumentale di Udine, costruito nel 1818 su progetto dell’ingegnere Valentino PresaniTra le altre il Cimitero ottocentesco sorse sul sito di una chiesetta gotica dedicata ai Santi Vito e Modesto, gli stessi protettori di Fiume. Oggi si chiama solo Cimitero di S. Vito.
Oltre alla targa commemorativa l’impianto artistico del monumento contiene un bassorilievo dello scultore istriano Gino Gortan, di Pinguente, che rappresenta in modo stilizzato, come diceva Silvio Cattalini, esule da Zara, due persone che tenendosi per mano vengono precipitate in una foiba. Secondo Aldo Suraci, esule da Fiume, invece, si tratterebbe di due figure umane, un adulto e un bambino che salutano, a significare la partenza per l’esodo. L’opera fu inaugurata col sindaco Piergiorgio Bressani, “a quel tempo – come ha ricordato Satti – non si poteva parlare di foibe, altrimenti sarebbe caduta la giunta comunale, così il monumento è stato intitolato genericamente ai Caduti giuliano dalmati, ma dopo la legge sul Giorno del Ricordo è cambiato tutto, infatti verso il 2008 il sindaco Furio Honsell, dopo una preghiera dell’Infoibato, si impegnò qui davanti a questa lapide a dedicare un toponimo alle Vittime delle Foibe, così nel 2010 sorse il Parco Vittime delle Foibe in Via Bertaldia”.
Ecco una breve biografia di Nino Gortan. Pittore, scultore e incisore, è nato a Pinguente d'Istria nel 1931 ed è morto a San Daniele del Friuli, nel 2001. L’artista è di famiglia originaria della Carnia stabilitasi a Pinguente in Istria nel 1870. Dal 1950 Gortan è vissuto a San Daniele del Friuli dove ha realizzato, tra l'altro, i portali del duomo. Ha partecipato alla Biennale d'arte sacra di Bologna. Sue opere sono presenti anche a Montereale Valcellina, Gorizia, Udine e Atene (portali di bronzo del santuario di Sant'Irene). Per il governo del Camerun ha realizzato la statua dell’eroe nazionale.
Udine - Un commento di Varutti nella chiesa del cimitero, dove per tradizione l'ANVGD organizza un momento di preghiera, ai primi di novembre, in memoria degli esuli giuliano dalmati scomparsi. Fotografia di Leoleo Lulu

Udine, chiesa del Cimitero di S. Vito ammirata dai camminatori del Trekking del Ricordo. Fotografia di Giorgio Ganis

Davanti al Monumento di Nino Gortan ha parlato anche Bruno Bonetti, segretario dell’ANVGD di Udine, con avi di Spalato, Brazza e Zara. “Vorrei menzionare un altro esodo – ha detto Bonetti – che avvenne nel 1920 e nel 1931 in Dalmazia. Analogamente con quanto sarebbe successo per opera del fascismo al di qua del confine, dopo la presa del potere, i croati  incominciarono ad accanirsi contro i dalmati italiani. Le vetrine dei loro negozi venivano fracassate e squadre di picchiatori aggredivano chi rivendicava i diritti della minoranza italiana”.
“Le persecuzioni si intensificarono nel 1928 – ha aggiunto Bonetti – quando le lotte interetniche sconvolsero il regno serbo croato sloveno e, dopo il colpo di Stato del 1929, quando re Alessandro avocò a sé tutti i poteri per sedare i dissidi e cambiò il nome dello Stato in Jugoslavia, portando avanti un programma di assimilazione forzata di tutte le differenze culturali dei popoli che lo componevano. Fu così che il cementificio Gilardi & Bettiza di Spalato, la più importante industria della città, fu ceduto il 25 marzo 1929 alla famiglia croata Ferić. Quanto ai Gilardi, lo stesso anno dovettero ritirarsi a Zara, che era terra italiana, ignari che di lì a poco nel 1943 li avrebbe aspettati un nuovo esilio”.
Usciti dalla chiesa del Cimitero, si è passati a vedere Scultura in bronzo dedicata a padre Cesario da Rovigo, piazzale Camposanto. L’opera, di C. Balljiana, è del 1988. “Fu una figura notevole tra gli zaratini di Udine padre Cesario – ha detto Varutti – questo frate fu vicino agli esuli del Centro di Smistamento Profughi di via Pradamano, poiché era un esule “di spirito” essendo stato in servizio a Zara dal 1935 al 1939”.
Udine, Cimitero di S. Vito. Scultura in onore di frate Cesario da Rovigo, attivo a Zara. Fotografia di Leoleo Lulu

Come ha scritto Natale Zaccuri su «La Vita Cattolica» del 2 luglio 2015, a p. 19: “Frate Cesario fu cappellano a San Servolo di Venezia, al Cimitero di Udine, ‘Guardiano’ a Gorizia (dal 1928 al 1931), a Padova (1932), a Zara (1935) e ‘Padre spirituale’ in Dalmazia”.
Dalle mie ricerche personali – ha aggiunto Varutti – emerge che Padre Cesario dei Cappuccini fu rettore della Chiesa del Cimitero nel 1954, come risulta dal Libro Storico della Parrocchia della Beata Vergine del Carmine, a p. 267. Dopo l’esodo fu in servizio nella chiesa di Baldasseria, come riportato dal Bollettino Parrocchiale della Beata Vergine del Carmine del 1954. Celebrava la santa Messa pure nel Villaggio metallico, un insieme di 40 baracche usate dai militari inglesi fino al 1947 e poi dietro domanda alle autorità, occupate dagli istriani edagli sfollati e senza casa. Cesario Giacomo Finotti, detto Padre Cesario da Rovigo, nacque a Rovigo il 4 luglio 1893 e morì a Udine il 1° luglio 1983”.
Ultima tappa del primo Itinerario del Ricordo è stata il Villaggio giuliano. Esso sorge in via Casarsa, angolo via Cormòr Alto nel 1951; sono 15 case a schiera bifamiliari. Il signor Giuseppe Marsich, esule da Veglia, ricorda di essere andato ad abitarvi verso il 1952. “Ze case fate coi schei de l’UNRRA Casas, dei americani nelle strade de via Casarsa, via Cormòr Alto e via Cordenons, jera tutti campi in quella volta”. Al Villaggio giuliano ci abitano, o ci hanno vissuto, o lo conoscono anche i signori Tancredi e i fratelli Mattini di Pinguente. “Al Villaggio giuliano de Udine jera tanti scampadi da Pinguente – hanno ricordato”.
Udine, Villaggio giuliano di Via Casarsa, Madonna della Rinascita, opera di Domenico Mastroianni del 1952. Fotografia d Leoleo Lulu

C’è una piccola opera d’arte al Villaggio giuliano. È la Madonna della Rinascita, in via Casarsa. L’icona è opera del 1952 dello scultore Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone 1876 – Roma 1962). Si tratta di un bassorilievo in bronzo, intitolato appunto Madonna della Rinascita. Claudio Della Longa di Udine ha detto: “Ricordo che gli istriani del Villaggio giuliano, costituito da una quindicina di case costruite nel 1951-1952, si riunivano vicino alla sacra ancona nel mese di maggio per le preghiere ed il rosario, meravigliando il clero locale”.

Udine, Villaggio giuliano di Via Casarsa. Ultima tappa del Trekking del Ricordo. I camminatori, un po’ stanchi, si riparano all’ombra di una pianta pur di ascoltare gli ultimi commenti dell’accompagnatore. Fotografia di Giorgio Ganis

“Me ricordo che son nata vicin della Arena – ha spiegato Giorgina Vatta di Pola – in via San Martin, vicin de la ciesa de Sant’Antonio, dopo c’è da dire che mio papà lavorava, col suo negozio di meccanico di biciclette a Pisino e ci eravamo trasferiti là, ma dopo el ribalton [ossia dopo l’8 settembre 1943] alle cinque de matina i s’ciavi titini i xe vignudi in cinque per ciaparlo e portarlo nelle prigioni del Castel de Montecuccoli”. Ha rischiato di finire ucciso e gettato in foiba? “Sì, proprio così – ha risposto Giorgina Vatta – erano in 80 nelle carceri di Pisino e solo in quattro sono stati salvati dai tedeschi che hanno occupato l’Istria, prima i gà avertido che i bombardava, dopo i gà bombardà Pisino, gà occupà el paese e i s’ciavi titini scampava. Tutti gli altri civili italiani prigionieri dei titini sarà morti in foiba. Gò visto i soldati italiani abbandonare le armi e scampar mezzi vestiti da civile e mezzi da militare. Allora i miei genitori gà deciso de tornar a Pola dai parenti e semo restadi fin al 1947”.
“Son sta mi a lustrar la Madonna del Villaggio giuliano, perché abito lì – esordisce così nel 2017 il signor Alberto Nadbath, di Udine, ma col papà di Abbazia – e con la varechina ho spazzolato la pietra, perché era tutta scura, poi ho sistemato i mattoni alla base".
Udine, Villaggio giuliano Via Casarsa. Trekking del Ricordo al traguardo, con un brindisi finale. Fotografia di Leoleo Lulu

Alcuni consigli ed appunti finali

La Cjaminade pe Setemande de Culture Furlane / La Camminata per la Cultura friulana è stata organizzata sotto gli auspici della Società Filologia Friulana, presieduta dal professor Federico Vicario. All'inizio del Trekking Elio Varutti ha portato i saluti del professor Vicario a tutti i presenti. Hanno collaborato all’iniziativa il Gruppo culturale “Alfredo Orzan” della Parrocchia di San Pio X di Udine, l’Associazione Insieme con Noi di Udine, oltre al Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD.
Si ricorda che la V.a edizione Settimana della Cultura Friulana dura dal 10 al 20 di maggio 2018, con 130 eventi in programma in tutte le provincie friulane e del vicino Veneto. È una rassegna di concerti, visite, convegni e conferenze, mostre, attività per i bambini e per le scuole. La Settimana è organizzata dalla Società Filologica Friulana con la collaborazione di una fitta rete di comuni, associazioni del territorio, pro loco, pievi e istituti scolastici. La Settimana gode del patrocino del Ministero per i beni e le Attività Culturali e il Turismo, della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, del Consiglio Regionale. La Società Filologica Friulana, sorta nel 1919, è orgogliosa di organizzare questa rassegna che mette in evidenza la storia, la cultura, il territorio e l’identità. L’invito a tutti, infine, è dunque quello di associarsi alla Società Filologica Friulana, se non si è già soci.

Agli esuli e ai discendenti degli esuli giuliano dalmati chiediamo di iscriversi all’ANVGD di Udine, di Pordenone o di Gorizia.
Oltre ai nomi già citati al primo Trekking del Ricordo di maggio 2018 hanno partecipato, tra gli altri, Barbara Rossi, di Sebenico, Delegato amministrativo dell'ANVGD di Udine, Fabiola Modesto Paulon, nata a Fiume, Celso Giuriceo, esule da Veglia, Maria Giovanna Copic, con avi di Dignano d'Istria e di Portole.
Udine, Villaggio giuliano di Via Casarsa, ancona sacra della Madonna della Rinascita. Fotografia di Leoleo Lulu
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Sede del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD): Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine.  Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a  venerdì  ore 10-12.   e-mail:    anvgd.udine@gmail.com
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Bibliografia e sitologia essenziali

E. Varutti, “I Bonetti di Zara nell’esodo dalmata”, on-line dal 6 febbraio 2017.

- E. Varutti, “Son mi a netar la Madonna del Villaggio Giuliano”, Udine, on-line dal 5 aprile 2017.

- E. Varutti, “Il rosario al Villaggio Giuliano di Udine”, on-line dal 27 maggio 2017.

- E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017 (disponibile anche nel web).

Udine, Camposanto, il Trekking del Ricordo sosta davanti alla scultura in bronzo di Padre Cesario da Rovigo, che fu in servizio a Zara. Fotografia di Giorgio Ganis
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Ricerche storiche, servizio redazionale e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, Girolamo Jacobson e di E. Varutti. Fotografie di Leoleo Lulu e di Giorgio Ganis, che si ringraziano per la gentile concessione alla diffusione e pubblicazione.