giovedì 21 giugno 2018

Assemblea dell'ANVGD di Udine, 2018. Grande richiesta del sodalizio degli esuli giuliano dalmati


A Udine si è tenuta l’assemblea annuale dei Soci dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD). Era il giorno di mercoledì 13 giugno 2018, alle ore 11.00 presso la Sala "San Cristoforo" in Vicolo Sillio n. 4/B.
Udine, assemblea ANVGD - Donatella Modeo, Bruna Zuccolin e Elio Varutti. Fotografia Gorlato

Oltre alle comunicazioni della presidente Bruna Zuccolin, si è votato il bilancio consuntivo 2017 con la relazione delle attività svolte di tipo religioso, patriottico, culturale e ricreativo.
A titolo di esempio si riporta quanto è accaduto per le gite sociali. Sono state effettuate due gite con i soci, scelte in quanto prevedevano visite nei luoghi dell'Istria e perché proposte in collaborazione con i Comitati Provinciali di Gorizia e Pordenone. Parenzo, Pirano e Isola d'Istria, il 30 settembre 2017, c’è stato un viaggio di istruzione, di cultura e di incontro con le Comunità di italiani di Croazia e di Slovenia in dimensione europea. Promosso dalla Commissione Beato Odorico per la canonizzazione e il culto (di Udine e Pordenone) assieme ai Comitati Provinciali di Gorizia, Pordenone e Udine dell’ANVGD e dall’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste, l'escursione ha registrato addirittura 163 partecipanti.
La seconda gita ha avuto come meta Cittanova e Livade, il 15 di ottobre 2017. Cittanova, antica Neapolis, piccolo borgo di pescatori, dove accompagnati dalla guida d’eccezione Tullio Svettini abbiamo visitato la Loggia, l'antica basilica di San Pelagio e di San Massimo (VI sec.), con la sua cripta costruita sul modello di quella di Aquileia, il vicino Museo Lapidarium, dove si trova la collezione permanente delle lapidi antiche e medievali, ed Museo Gallerion, con la mostra dedicata alla storia della Marina da guerra austroungarica. Al termine c'è stato l'incontro con la locale comunità italiana. Si è poi andati a Livade, minuscolo centro di soli 200 abitanti, ma famoso per ospitare l’annuale festa del tartufo: un'occasione per degustare e acquistare specialità gastronomiche a base di tartufo, ma anche olio d'oliva, vino, miele, prosciutto, grappe locali.

Proprio nelle comunicazioni riguardo all’attività svolta nel 2018 la presidente Zuccolin ha riferito con orgoglio che: “solo per il Giorno del Ricordo 2018 l’ANVGD di Udine ha dovuto far fronte a 22 eventi richiesti dalla Provincia, dai Comuni, dalle scuole, dalle parrocchie e da circoli culturali”. Poi ha snocciolato i numerosi altri impegni istituzionali cui ha partecipato l’ANVGD coi i massimi dirigenti: presidente, vice presidente, segretario e delegata amministrativa.
All’assemblea hanno partecipato vari soci di persona e molti a mezzo delega. Si ricorda, per chi non l'avesse ancora fatto, di rinnovare l'iscrizione per l'anno in corso all’ANVGD di Udine.
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Sede dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD)
Comitato Provinciale di Udine:
Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine
telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 10-12
e-mail: anvgd.udine@gmail.com
Udine, assemblea ANVGD - Una parte del pubblico in sala
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Servizio redazionale e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria, che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione.

domenica 17 giugno 2018

Foresti, libro di Silvia Zetto Cassano, di Capodistria, presentato a Udine


Alla Libreria Friuli sabato 16 giugno, alle ore 18, si è svolta la presentazione a Udine del libro di Silvia Zetto Cassano. Il volume, edito nel 2016, si intitola Foresti, ovvero: stranieri. L’autrice, nata a Capodistria nel 1945, ha vissuto l’esodo istriano il 16 agosto 1955 in camion con la nonna e la mamma. “È una saga familiare – ha esordito così Luciano Santin, pure lui istriano – incentrata sulle vicende di cinque donne, autrice inclusa e le sue ave del ramo genealogico”. Il romanzo è dunque storia veramente accaduta, con tanto di verifiche negli archivi, come precisa l’autrice a pag. 151, nelle note.
Silvia Zetto Cassano e Luciano Santin alla Libreria Friuli di Udine

La loro fuga è dovuta alle pressioni titine. Come si legge nel capitolo 14 alla madre Gemma, giovane vedova e maestra a Capodistria, verso il 1955, fu imposto un appuntamento pernicioso della sua ispettrice, con la scusa di bere un caffè. All’incontro si presenta anche un mellifluo addetto alle “relazioni tra la Zona A e la Zona B per favorire i rapporti con la minoranza italiana”. Il losco figuro propone alla maestra Gemma di fare la spia per i titini a pagamento. Ci sarebbe da controllare a Trieste la sede del CLN dell’Istria. “Senta un po’ – risponde Gemma – non so chi le ha parlato di me e cosa le abbia raccontato. Io la spiona non l’ho fatta mai, si figuri lei se posso cominciare adesso” (p. 134). È così che gli slavi buttavano fuori gli italiani dall’Istria durante la guerra fredda.
Nonna, madre e figlia sono esuli a Trieste alle baracche del campo di San Sabba, poi in quello di Santa Croce, un’area periferica con una forte presenza slovena. Così le donne si sentono foreste nella patria che tanto avevano anelato. Non solo, quando riescono ad uscire dalle baracche per un’abitazione decente, viene loro assegnata una casa nello steso rione a maggioranza slovena, il cui cimitero ha il memoriale con stella rossa dei partigiani caduti inquadrati nell’Esercito di Liberazione Jugoslavo. Dalla padella alla brace.
Silvia Zetto Cassano

Luciano Santin, nato a Pola nel 1947, esule a Lucca e Trieste, oltre che nipote del celebre monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, ha fatto notare ai pochi ma attenti presenti che “in questo libro non c’è traccia di vittimismo autocompiaciuto, non c’è rancore, non c’è odio”. Sulla copertina del romanzo fa la sua bella mostra una stella rossa, un disegno di partigiani in battaglia, oltre alla fotografia dei genitori dell’autrice con una gruppo di amiche in una gita in bicicletta nel 1942. “Il disegno dei partigiani era nel mio libro di scuola – ha detto Silvia Zetto Cassano – mi ricordo ero in classe quarta ed era la prima volta che c’era un libro in italiano, era  di carta gialletta scadente, con figure in bianco e nero, in una si vedevano i partigiani col mitra a tracolla nascosti dietro un cespuglio; il titolo del brano di lettura era: Colpisci fratello i cani fascisti”.
L’istriana Silvia, sposata con due figli, oggi vive a Trieste. Con questo volume, molto curato nelle immagini da album familiare, ha aperto al pubblico il cassetto dei suoi ricordi e dei suoi affetti. È una testimonianza toccante, di forte coinvolgimento psicologico. Non è solo letteratura avvicinabile, per certi aspetti, a La miglior vita di Fulvio Tomizza, come ha riferito Santin. Foresti è opera di alto profilo morale e civile. Non a caso il volume nel 2017 ha ottenuto il premio Giacomo Matteotti, della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Nel dibattito apertosi al termine delle relazioni, è intervenuto l’ingegnere Sergio Satti, decano del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), portando il saluto del sodalizio presieduto da Bruna Zuccolin. “Io ho apprezzato questa presentazione – ha detto Satti – mi ci riconosco, perché io sono di Pola e quando ero profugo a Umago, andavo a scuola con la coccarda tricolore e i miei compagni di classe mi picchiavano, ecco cosa c’era per gli italiani nel dopoguerra. Nonostante ciò ho capito che questo libro esprime serenità, non c’è odio, né rancore”. Al che Silvia Zetto Cassano ha accennato alla numerose presentazioni che va a fare nelle scuole sul tema dell’esodo istriano “come a San Vito al Tagliamento o al Liceo “Dante Alighieri” di Buie, portando un messaggio di convivenza di stampo europeo”.  

È intervenuto poi Gianni Busechian, nato a Capodistria nel 1948. “Siamo venuti via in sette familiari con la nonna – ha detto Busechian – era il 29 febbraio 1956 siamo fuggiti in camion con le mucche per continuare a fare i contadini in provincia di Trieste, pensate che mia zia con le amiche sono state pestate dai slavi perché parlavano italiano, son qua perché mia zia Idalia è nella fotografia sulla copertina de questo libro, è la terza da destra”.
Poi ci sono state tante altre domande e chiarimenti. Tra il pubblico si è notata la presenza del professor Angelo Viscovich, esule da Albona e di Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, con parenti di Fiume e di Pola.
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Il termine foresti oggi nessuno usa lo più ma, nel secolo scorso, era ancora un termine ricorrente nelle terre tra Veneto e Istria, come si legge nelle alette di copertina. Dire foresti, dire ‘quei là’ era uno dei modi per ribadire il ‘noi’, per escludere gli intrusi, per marcare limiti non oltrepassabili. Probabilmente parole così esistono in ogni parte del mondo in cui i confini sono o sono stati ballerini, zone di blocchi, frontiere, sbarramenti, chek point, fili spinati, alt, di qua non passi, chi sei, da dove vieni, torna da dove sei venuto, resta a casa tua, non ti vogliamo, non vi vogliamo, vattene via. Frasi che per gli istriani, nel passato, si sono tradotte in tragiche ferite, a volte rimarginate, a volte no. Parole che ognuno dei protagonisti di questo libro, in un modo o nell’altro, prima o poi, nel corso della sua esistenza ha sentito pronunciare o, a sua volta, ha pronunciato.
Silvia Zetto Cassano in questo libro racconta storie di famiglia: è sempre un problema metterci mano, lo sa bene chiunque abbia provato a orientarsi su e giù per i rami del proprio albero genealogico. Sono grovigli, ma un groviglio è anche la Storia, quella con la maiuscola, lo sa bene chi se ne occupa per mestiere e con onestà intellettuale.

Storia e storie sono entrambe complicate, dovunque e in ogni caso. Ma lo sono e lo sono state di più in una terra da sempre in bilico come l’Istria, da sempre oppressa dalla continua necessità di definire e ridefinire identità miste, mescolamenti, imbastardimenti di lingue e dialetti e dalla conseguente di cambiare nomi, cognomi, toponimi.
Foresti racconta di persone semplici: contadini, pescatori, impiegati asburgici costretti a diventare soldati, serve, fioi de nissun, sartine, uomini che sposano donne foreste, donne che cercano l’Amore e trovano invece soltanto un marito, uomini che sanno da che parte stare quand’è il momento di scegliere, uomini che non lo sanno e si spezzano e non riescono a reggere gli urti troppo violenti delle guerre, donne che invece quegli urti li sanno reggere e procedono coraggiose finché hanno forza nella loro ostinata ricerca della felicità per sé e per i propri figli. Come ha fatto e fa ognuno di noi, con più o meno energia, con più o meno fortuna. Come continuano a fare anche oggi tutti i foresti che si spostano perché non hanno altra scelta, come accadde un tempo e come sempre accadrà.
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Gemma, la terza da sinistra e Sergio, genitori dell'autrice nel 1942 durante una gita in bicicletta nei dintorni di Capodistria. Si riconosce anche Idalia, la terza da destra. Archivio Silvia Zetto Cassano

Biografia dell’autrice
Silvia Zetto Cassano, è nata e vissuta a Capodistria fino all’età di dieci anni. «In una zona» – spiega a chi glielo chiede – «zona B, un posto in sospeso, non più Italia, non ancora Jugoslavia». Nel 1955, assieme a molte famiglie istriane, ha lasciato l’Istria. Si è stabilita a Trieste, si è sposata, ha avuto due figli. Ha cominciato a insegnare a diciott’anni; nel 1998 si è laureata in lettere con una tesi di storia del cinema. Ha organizzato laboratori, lezioni, interventi rivolti a scuole e associazioni sui temi della ricerca storica e del linguaggio delle immagini. Collabora da vari anni con la sede RAI del Friuli Venezia Giulia come autrice di trasmissioni e sceneggiati. Oltre a vari articoli su periodici, ha pubblicato nel 2003 “La casalinga inadeguata” per le Edizioni Biblioteca dell’Immagine. Nel 2017 per “Foresti” ha vinto il premio Giacomo Matteotti della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
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Silvia Zetto Cassano, Foresti, Trieste, Comunicarte, 2016, pp. 180, fotografie in b/n, euro 19.
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Servizio redazionale e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Elio Varutti.

lunedì 11 giugno 2018

Fuga da Isola d’Istria nel 1953, perché papà è “nemico del popolo”


Arduino Coppettari mi racconta della sua vita al Centro smistamento profughi di Udine. “Siamo stati lì per un mese – ha detto – dove i bambini e le donne venivano separati dagli uomini nelle camerate; per mangiare si doveva andare alla mensa della Pontificia Opera Assistenza (POA) coi piatti de latta”.
Arduino Coppettari, in seconda fila con la camicia grigia, a un recente incontro dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD)



È uno dei tanti ricordi dell’esodo giuliano dalmata, quello di Arduino Coppettari, nato a Isola d’Istria nel 1950. Ora vive a Nogarole Rocca, in provincia di Verona. Ha un modo di parlare un po’ ridicolo. Mi perdonerà il signor Arduino se scrivo così, ma egli parla in dialetto istriano con un forte accento romanesco. Ecco perché fa un po’ sorridere. Anche questi sono gli esiti della profuganza. 
“Dopo de Udine – ha continua Arduino – ci hanno messo nel Centro raccolta profughi (CRP) de Latina per tre anni, là è poi sorto il Villaggio Trieste, per dare una sistemazione abitativa ai profughi e se fazeva ‘na coda per magnar dalla mattina alle 10, perché se zera in 3.000, compresi i senza tetto de Montecassino”.
Allora domando quando sono fuggiti sotto la pressione e le violenze titine. “Siamo venuti via nel 1953 – ha replicato il signor Coppettari – perché mio papà, nativo de Rovigno, era stato dichiarato nemico del popolo. Cattivi, ci hanno inculcato il terrore di essere fascisti”. Fanno dispiacere certe etichette, così tanto che “ancor oggi, da pensionato, viene un po’ di emozione” – mi dice Arduino, col groppo in gola. È il tipo di fuga che hanno dovuto attuare che lo fa star male. Io non voglio andare avanti con l’intervista. Il signor Arduino si rimette in sesto, così decidiamo che non c’è tempo per andare a fondo su questa parte dell’accaduto.
“Al CRP de Latina – ha aggiunto il signor Coppettari – i omini uscivano alle 6 per andare al lavoro e si doveva rientrare entro le ore 19 al corpo di guardia, ci presero le impronte digitali, eravamo nella vecchia caserma dell’82° Reggimento Fanteria, c’erano tanti de Rovigno, oggi lì c’è l’università”.
Ci sono altri ricordi? “Ricordo che una mia bisnonna era Francesca Fabris – ha spiegato Arduino – e  un nonno bis lavorava alle poste tra Canfanaro e Rovigno sotto l’Austria, eh! Mi raccontavano che è stata proprio l’Austria dopo il 1848 a slavizzare tutto in funzione anti-italiana in un’Istria che era italiana al 95 per cento. La gente di Latina diceva che eravamo slavi e al lavoro a Udine in ferrovia, siccome provenivo da Latina, i colleghi si dicevano tra loro: Viôt che chel li al è teron (Attento che quello lì è terrone)”. Per la cronaca, Arduino Coppettari è l’intervistato n. 363 del mio archivio.
Cartolina da Neresine. Foto da Internet

Altri racconti del popolo in fuga
“Io sono esule da Pirano, Zona B, siamo fuggiti tra il 1958 e il 1959” – ha esordito così il signor Claudio Apollonio, cresciuto a Bertocchi, frazione di Capodistria, fino al 1953. “Ci siamo dovuti dividere in famiglia – ha spiegato il signor Apollonio – siamo venuti via un po’ per mare e un po’ per terra, così non ci hanno presi e siamo riusciti ad arrivare a Trieste, dove siamo stati ospiti del Campo profughi della Risiera di San Sabba per sette giorni”.
Poi cos’è successo? “Poi siamo stati al Centro smistamento profughi di via Pradamano a Udine, mi ricordo che da bambino mi piacevano tanto i reni ed andavo a guardarli allo scalo vicino al campo profughi, poi la mia famiglia ha avuto la casa a Busto Arsizio, lì i giovani si sono sposati e si è messo su famiglia”.
Vi hanno mandato in qualche altro Centro raccolta profughi? “Sì – ha concluso il signor Apollonio – abbiamo vissuto per sette anni al Villaggio San Marco di Fossoli di Carpi, in provincia di Modena, mi ricordo di quel posto perché i miei genitori facevano l’albero di Natale e per addobbarlo usavano delle semplici arance, era bellissimo”.
Un altro intervistato ricorda un battesimo del 1959 a Dignano d’Istria, in pieno regime jugoslavo di Tito. “Metà della mia famiglia è esule e l’altra metà è rimasta – ha detto Livio Sessa – così in estate negli anni 1950-1960 andavo dagli zii a Dignano e lavoravo con loro nei campi, se parlava istrian e croato. Per passare i confini c’erano dei severi controlli da parte dei graniciari, che temevano fughe di giovani verso Trieste e mi ricordo il battesimo di un mio parente, io facevo da santolo, era il 1959, non si poteva andare dai preti secondo i titini, così si esce di sera tardi e si va in chiesa a Dignano per battezzare il piccolo, poi si rientra a piccoli gruppi per non dare nell’occhio, è andato tutto bene”.
Ho trovato dei discendenti di esuli istriani persino tra i tecnici di Telefriuli, dove sono stato invitato per una trasmissione sui temi storici. “Sa che i miei nonni e i miei bisnonni erano di Pola – mi dice il signor Gabriele Gustin, mentre mi sistema il microfono per la diretta sui temi dell’esodo giuliano dalmata – pensi che ho parenti nell’Indiana (USA) e in Australia”. Posso raccontare anche di lei? “Sì, ma adesso devo andar nell’altra sala”.
Tessera dell'ANVGD del 1959. Coll. privata Udine
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Fonti orali
L’autore desidera ringraziare gli intervistati, che hanno accettato di raccontare la propria esperienza di fuga dalla Jugoslavia, anche se tragica e disorientante. L’intervista a cura dello scrivente si è svolta a Udine con penna, taccuino e macchina fotografica, se non altrimenti indicato.
- Claudio Apollonio, Capodistria 1947, esule a Busto Arsizio (VA), int. telefonica del 2 giugno 2018.
- Arduino Coppettari, Isola d’Istria 1950, esule a Nogarole Rocca (VR), intervistato a Padova il 9 giugno 2018.
- Gabriele Gustin, trentenne, tecnico audio di Telefriuli, int. a Tavagnacco (UD) del 9 febbraio 2018.
- Livio Sessa, Trieste 1942, int. del 19 maggio 2018, con ricordi su Pola e Dignano d’Istria.

Bibliografia ragionata
- Elio Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017. Anche nel web.

- Esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia fino in Sicilia? Ebbene sì, ben tre erano i Centri Raccolta Profughi (CRP) attivati nell’isola: a Termini Imerese, provincia di Palermo, a Cibali, quartiere di Catania e a Siracusa. Vedi l’interessante libro di Fabio Lo Bono, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza. L’esodo degli italiani del confine orientale a Termini Imerese, Lo Bono editore, Termini Imerese (PA) prima edizione 2016, seconda edizione 2018.


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Servizio redazionale, di fotografia e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti.

domenica 10 giugno 2018

Stati d’animo nella pittura di Previati e Boccioni, Ferrara, Palazzo dei Diamanti


Gioia, felicità, estasi, ansia, depressione, melanconia. Le condizioni della vita umana possono essere trasposte in pittura? Ci ha provato a dimostrarlo la mostra d’arte a Palazzo dei Diamanti di Ferrara. In funzione dal 3 marzo al 10 giugno 2018, il titolo della rassegna era “Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni”.
Giovanni Segantini, L’amore alla fonte della vita, 1896, Galleria d'Arte Moderna di Milano, olio su tela, 72 x 100 cm. Fotografia di E. Varutti

Diciamo subito uno dei meriti di questa rassegna era l’utilissima audioguida. Vi chiederete come può un banale aggeggio di comunicazione essere così determinante nel valutare in modo alto il livello di questa esposizione. Erano proprio i testi, pronunciati in fine modo, ad essere ben predisposti. Chiarissimi, non lunghi, ma soprattutto raggruppati per sala. Nel senso che pigiavi il tasto 1 e ti venivano fornite le informazioni su  tutte le opere della sala 1. Sarà l’uovo di Colombo, ma molte altre mostre recavano la numerazione per opera singola, cosicché i visitatori erano costretti a fare delle acrobazie dell’occhio occhialuto per diteggiare bene il 168, per esempio, nelle sale con fioca luce, quella per non rovinare le stampe. Il contenuto dei testi, poi, era facile da seguire. Era senza sbavature o altisonanti vocaboli utili a mandare in visibilio solo gli storici dell’arte. 
Umberto Boccioni, Autoritratto, 1909. Carboncino, tempera e pastello su carta. Fotografia di E. Varutti
  
L’esposizione portava l’ospite tra gli imperscrutabili spazi dell’anima alla fine dell’Ottocento. Il mondo era in pieno positivismo. Scienziati, ricercatori e letterati facevano a gara per analizzare i più nascosti ripari della psiche. C’è chi usava persino droghe o l’alcol per far accrescere le potenzialità artistiche. Qualcuno, tra i più visionari, sperimentava linguaggi visivi mai visti. Sperava così di aprire gli spazi dell’immaginazione dando forme agli stati d’animo.
Tra le più notevoli figure artistiche presenti nell’originale rassegna si poteva trovare, tra divisionismo e simbolismo Giovanni Segantini, Gaetano Previati, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli e Medardo Rosso. Con le loro opere più spinte entrarono a gamba tesa nel dibattito artistico europeo. Un ruolo del tutto significativo ebbe il divisionista ferrarese Previati. Egli è considerato – come si legge nel sito web della mostra – uno dei principali interpreti della poetica degli “stati d’animo” per la sua attitudine a esplorare l’universo delle emozioni umane e trasporle in immagini fortemente coinvolgenti e al tempo stesso evanescenti e fluttuanti come vibrazioni emotive.
Una suggestiva pittura di Angelo Morbelli, intitolata "Era già l'ora che volge il desio", 1910-13; olio su tela, 104 x 175 cm. Collezione privata, courtesy Studio Paul Nicholls . Fotografia di E. Varutti

“L’esposizione Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni è frutto di un lavoro di scavo delle fonti e di revisione critica condotto dai curatori della mostra e da un comitato scientifico composto da studiosi di fama internazionale, affiancati dagli autorevoli specialisti che collaborano al catalogo – così prosegue il comunicato stampa –. Grazie al sostegno di grandi musei europei e americani e collezionisti privati è stato possibile ottenere prestiti del tutto eccezionali, dalla Beata Beatrix di Dante Gabriel Rossetti delle National Galleries of Scotland al Fugit Amor del Musée Rodin, dal pellizziano Ricordo di un dolore dell’Accademia Carrara alla Risata di Boccioni proveniente dal MoMA, e raggiungere l’obiettivo ambizioso di rileggere da un punto di vista inedito quel cruciale passaggio di secolo”.
Max Klinger, Brahmsphantasie, Opus XII, 1894, Accordi, Calcografia, acquaforte e mezzatinta. Fotografia di E. Varutti

In conclusione: finalmente una mostra con un capo e una coda. Non con titoli suadenti e delusioni sul piano estetico, come capita in un certo ambiente veneto. Là troviamo alle pareti una secondaria opera di un grande nome assieme a 200 croste o quasi. Là c’è un forte impegno pubblicitario per attirare tanti polli da spennare, apparati critici di secondo livello, code interminabili anche sotto il sole, per via degli sconti ai gruppi e un’esteticaccia di cassetta.

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STATI D’ANIMO. Arte e psiche tra Previati e Boccioni. Ferrara, Palazzo dei Diamanti. 3 marzo – 10 giugno 2018.
Organizzatori: Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara.
A cura di Chiara Vorrasi, Fernando Mazzocca, Maria Grazia Messina. Allestimento: Antonio Ravalli Architetti.
Umberto Boccioni, La risata, olio su tela, 1911, 100,2 x 145 cm., Museum of Modern Arts di New York. Fotografia di E. Varutti
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Servizio redazionale, di fotografia e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Le riproduzioni fotografiche potrebbero non essere conformi agli originali colori dell'opera.
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Riferimenti personali  nel web sul futurismo


- Giacomo Varutti, Convegno futurista del 1938 a Milano ed altri cinque racconti. Convegno futurista con Marinetti, on line dal 10 novembre 2014.




venerdì 8 giugno 2018

Pranzo istriano fiumano dalmata con l’ANVGD di Udine al Ristorante Abbazia


Grande successo ha registrato il pranzo istriano fiumano dalmata, organizzato dal Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). L’incontro conviviale si è tenuto a Udine presso il ristorante Abbazia, in Via Daniele Manin, vicino a piazza Libertà ricca di ben tre leoni marciani.
Daria Gorlato parla delle tradizioni eno-gastronomiche dell'Istria. Fotografia di Elio Varutti

Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, ha salutato festosamente i 25 partecipanti al pranzo. Ha portato i suoi saluti anche l’ingegnere Sergio Satti, esule da Pola e decano dell’ANVGD. “Questo è un momento felice che abbiamo voluto dedicare ai soci – ha detto Satti – perché chi ha vissuto la condizione di profugo istriano dalmata come me sa cosa ha voluto dire in termini di patimenti e di privazioni”. La Zuccolin ha poi presentato una ospite speciale. Si tratta di Cecilia Brumat, nata in Argentina, già presidente dell’Associazione Lavoratori Emigrati del Friuli Venezia Giulia (ALEF), che ha salutato con piacere la comitiva di soci ANVGD, composta da esuli, familiari, discendenti e amici degli esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia.
Tra le varie portate del pranzo sociale Daniela Conighi, con genitori di Fiume e di Pola, ha parlato di alcuni piatti preparati dalla mamma, Miranda Brussich, come gli gnocchi con i susini, il koch di riso, le sarme, le patate in tecia, el Schmarm, la torta Dobos e le palacinke. Questi piatti, con le ricette e una piccola introduzione storica possono essere rintracciati nel web nel profili in Google e in Facebook di ANVGD di Udine, attivi dal 2017 e già con decine di follower (seguaci) e centinaia di visualizzazioni, commenti e condivisioni. Tra i commenti più ridicoli riguardo alle sarme, c’è quello di una signora fiumana che ha scritto più o meno così: “Me ricordo che zia Maria la fazeva le sarme, tanto che dopo per tre zorni tuta la casa spuzava de verza”.
Sergio Satti e Bruna Zuccolin, dirigenti dell'ANVGD di Udine al pranzo istriano dalmata dell'8 giugno 2018. Fotografia di E. Varutti

È intervenuta poi, come da programma, Daria Gorlato, esule da Dignano d’Istria, che ha raccontato di alcuni piatti tipici dell’Istria. Ha voluto innanzitutto ricordare alcuni genuini prodotti della gastronomia istriana, come il prosciutto, l’olio, il vino, il pesce, il tartufo e i piatti della cucina povera. 
Dalle ricerche effettuate la Gorlato ha esposto i nomi in dialetto di alcuni piatti o prodotti istriani chiedendo ai convenuti se ne sapessero il contenuto o la traduzione. Ad esempio le sarme sono dette anche bracci o abracci. Si è sviluppata così una piccola gara, vinta dalla signora Egle Tomissich, esule da Fiume e da un’altra signora fiumana: Elena Paladini. Le due Miss "So tuto mi" hanno ricevuto in premio un libro donato dall'ANVGD. La gara gastronomica ha incuriosito persino i camerieri e i titolari del locale, originari di Abbazia
Arrivati al caffè e al digestivo Elio Varutti, vice presidente del sodalizio ha presentato il poeta Giuseppe Capoluongo, che ha letto una poesia, intitolata “Sole d’Italia”, dedicata alla suocera Maria Millia, esule da Rovigno, oltre a una composizione creata all’istante sul cibo e sull’incontro.
Udine, pranzo istriano dalmata - Egle Tomissich, esule da Fiume a capotavola, l'architetto Franco Pischiutti e signora, a sinistra. Fotografia di E. Varutti

Prossimo appuntamento dell’ANVGD di Udine sarà la messa all’aperto presso il Villaggio giuliano di Via Casarsa, che si terrà venerdì 22 giugno 2018, alle ore 19. Poi c’è la gita sociale a Cilli (Celje), programmata per domenica 24 giugno prossimo in collaborazione con l’Associazione Allergie e Pneumopatie Infantili (ALPI). Celje è la terza città della Slovenia, nella cosiddetta Bassa Stiria. I soci ANVGD di Udine saranno accompagnati dal socio Mario Canciani, nato a San Canzian d’Isonzo (GO), con avi di Dignano d’Istria.
Udine, pranzo istriano dalmata, brindisi iniziale. In piedi Sergio Satti, Bruna Zuccolin e Elio Varutti. Fotografia di Daniela Conighi
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Il ricco menu
Antipasto freddo: insalata di mare. Primo: linguine alla busara. Secondo: grigliata mista di pesce con contorno di bieta dalmata e patate. Dolce: palacinka al mascarpone e frutti di bosco. Caffè e un bicerin de Pelinkovac.

Note a margine
Abbiamo ricevuto un paio di messaggi nel profilo di Facebook intitolato “ANVGD Udine” riguardo all’originaria intitolazione del presente articolo, che era “Pranzo istriano dalmata”, dimenticando l’aggettivo riferibile a Fiume. Lungi da noi voler escludere i piatti liburnici e mitteleuropei, peraltro ben menzionati nel menu e nell’articolo stesso, come “i scampi a la busara”. L’articolo riprendeva la locandina stilata dalla segreteria dell’ANVGD di Udine che, forse, per velocità di lettura aveva citato in ciaro solo due cucine: istriana e dalmata. Abbiamo così provveduto a correggere il tiro con le parole: “Pranzo istriano, fiumano, dalmata”. Ringraziamo quindi le signore Annamaria Mihalich, di Fiume che vive a Venezia e Maria Cacciola, di Dignano che vive a Messina della cortese segnalazione che farà contenti tutti i fiumani patochi.
Registriamo volentieri, sempre a margine, la grande soddisfazione espressa dai soci presenti al pranzo istriano, fiumano, dalmata di Udine, con varie telefonate successive all’evento e altri messaggi di positiva approvazione. Ci fa piacere sottolineare che tra i 25 partecipanti c’erano una persona sulla sedia a ruote a causa di una frattura al piede e due altre persone che, per problemi di mobilità personale, devono usare il carrello deambulatore. Dunque la scelta del ristorante Abbazia di Udine, sito in pieno centro cittadino, ha favorito alla grande la partecipazione delle persone con disabilità fisiche. L'ANVGD di Udine è per l'inclusione dei portatori di handicap.
Riguardo al pranzo istriano fiumano dalmata riceviamo e volentieri pubblichiamo il commento di Fabiola Modesto Paulon, nata a Fiume nel 1928 e decana dell'ANVGD di Udine. "Incontro simpatico e piacevole, pranzo goloso e abbondante".

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Cenni storici, servizio redazionale e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e di E. Varutti. Fotografie di E. Varutti, Bruna Zuccolin e Daniela Conighi.
Daniela Conighi racconta i piatti di famiglia, secondo la tradizione di Fiume e di Pola. Fotografia di Elio Varutti

Udine, pranzo istriano dalmata - Fabiola Modesto Paulon, a sinistra, Eda Flego, esule da Pinguente, Cecilia Brumat, Donatella Modeo e Bruna Zuccolin all'attacco dell'antipasto. Fotografia di E. Varutti

Altri ospiti al pranzo istriano dalmata di Udine, 8 giugno 2018. Foto sotto e sopra di E. Varutti



Qui sotto da sinistra: Bruna Zuccolin, Daniela Conighi, Egle Tomissich (fiumana), Daria Gorlato e Elena Paladini (fiumana) la seconda vincitrice della gara Miss "So tuto mi". Fotografia di E. Varutti


Un altro scorcio della bella giornata passata dall'ANVGD di Udine al ristorante Abbazia. Fotografia di E. Varutti


Qui sotto: Elio Varutti comunica il traffico di messaggi nei social media intestati alla ANVGD di Udine riguardo alla cucina d'Istria, Fiume e Dalmazia, prima di dare la parola a Daniela Conighi. Fotografia di Bruna Zuccolin

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giovedì 7 giugno 2018

Tesori artistici a Ferrara nella collezione Cavallini Sgarbi, al Castello Estense


Prorogata fino al 2 settembre 2018 la collezione Cavallini Sgarbi di Ferrara è molto particolare. Volendo fare una critica divergente e tendenzialmente quasi irriverente, diremo alcune cose. Qui non ci sono madonnine infilzate al cuore da sette spade. 
Antonio Cicognara, Madonna del latte tra sant'Agnese e santa Caterina d'Alessandria, 1490 tra i capitelli marmorei con sibille dello scultore ticinese Domenico Gagini del 1484. Collezione Cavallini Sgarbi

Le pitture a carattere religioso tirano sul classico. Al massimo vi potrà capitare di notare un volto sofferente della “Madonna del latte tra sant’Agnese e santa Caterina d’Alessandria” di Antonio Cicognara, del 1490. Si resta comunque abbacinati dalla ricchezza dei colori e dalla bellezza generale delle opere che vanno dal XV al XX secolo.
Poi vi succederà di piombare nella sfacciata nudità femminile di certi quadri, ma sono le stesse schede critiche dell’esposizione a guidare lo spettatore tra le opere. Corpi procaci con veli e senza veli. A mio parere, perfino la “Maddalena penitente” di Antonio Cavallucci, pittura del 1787, ha un qualcosina di pruriginoso.
Il titolo della bella rassegna, aperta al Castello Estense lo scorso 3 febbraio, è: “La collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell'Arca a Gaetano Previati - Tesori d’arte per Ferrara”.
Oltre 130 capolavori della celebre collezione privata sono qui esposti. Non si tratta solo di eccellenti pitture e sculture, ma anche di terrecotte, marmi ed alabastri (o ossi e corni) finemente lavorati. Ci sono pittate sulle tele esili figure femminili che reggono mollemente un vassoio con la testa di un omone appena sgozzato. Beh, guardiamo un altro quadro. Oddio, c’è un’altra femmina impegnata al massimo nel tentare di infilare uno scalpello col martello nella tempia di un maschione nerboruto. È proprio la rassegna dell’incredibile e del mai visto. È intrisa di una certa aggressività questa esposizione. State tranquilli perché ci sono molte opere meno calienti.
Uno scorcio delle sale al Castello estense di Ferrara con la Collezione Cavallini Sgarbi in mostra

Dai su, c’è persino l’automobilina a pedali con cui giocava il bimbo Vittorio. Ciò provocherà l’invidia scellerata del visitatore troppo occhiuto. È solo una stanza dei giochi, ricostruita per i visitatori. Molto ben spiegati sono i motivi per i quali sorse la raccolta di opere a cura di Caterina Sgarbi, farmacista come il marito Giuseppe. Per soddisfare le curiosità artistiche del figlio e, diciamolo, pure della famiglia allegra e disinvolta.
Come detto le opere in mostra vanno dall’inizio del Quattrocento alla metà del Novecento. Sono state amorevolmente raccolte in circa quaranta anni di collezionismo appassionato da Vittorio Sgarbi con la madre Caterina “Rina” Cavallini e con la presenza silenziosa di Giuseppe Sgarbi. Provengono dalla Fondazione Cavallini Sgarbi.
Elisabetta Sgarbi, per mezzo della propria Fondazione, ha voluto che questa mostra evidenziasse, nel luogo più emblematico di Ferrara, non solo la vicenda di un’originale impresa culturale, ma anche quella di una famiglia ferrarese dedita all’arte. Oltre alle citate fondazioni ha collaborato il Comune di Ferrara, sotto il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Regione Emilia-Romagna.
Un'altra sala della ricca rassegna al Castello estense di Ferrara con la Collezione Cavallini Sgarbi in mostra

La mostra inizia con un capolavoro del Rinascimento italiano, ossia il “San Domenico” in terracotta del 1474. Opera di Niccolò dell’Arca, appunto. Da qui in poi mi avvalgo molto delle informazioni per la stampa. La grande terracotta era collocata in origine sopra la porta “della vestiaria” nel convento della chiesa di San Domenico a Bologna. Lì tra il 1469 e il 1473 l’artista attese all’Arca del santo, da cui deriva tale pseudonimo. Il torso mostra la capacità del maestro pugliese di plasmare le sue figure in modo autentico da farle sembrare vive.
Seguono i capitelli marmorei con sibille del 1484, opera dello scultore ticinese Domenico Gagini. Poi vedrete le terrecotte di Matteo Civitali e Agostino de Fundulis, oltre a una rara raccolta di dipinti su tavola del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento ferrarese. Ecco l’elenco di artisti: Antonio Cicognara, Giovanni Battista Benvenuti detto l’Ortolano, Nicolò Pisano, Benvenuto Tisi detto il Garofalo. Ci sono pure opere di: Liberale da Verona, Jacopo da Valenza, Antonio da Crevalcore, Giovanni Agostino da Lodi, Nicola Filotesio detto Cola dell’Amatrice, Johannes Hispanus, Bernardino da Tossignano, Francesco Zaganelli, Bartolomeo di David, Lambert Sustris.
La “scuola ferrarese” è ben presente con quadri del XVII secolo. Si va da Sebastiano Filippi detto il Bastianino, Gaspare Venturini, Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino, Camillo Ricci, Giuseppe Caletti e Carlo Bononi. Allo stesso tempo vi potrete soffermare su interessanti esempi di pittura italiana del Seicento, tra i quali bisogna menzionare la Cleopatra di Artemisia Gentileschi, la Maddalena assistita dagli angeli di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, il San Girolamo di Jusepe Ribera, la Vita umana di Guido Cagnacci e il Ritratto di Francesco Righetti di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino.
Il mare è dietro. C’è l’attesa nei volti delle donne, immobili. C’è rassegnazione e paiono recitare qualche litania. È il Rosario di Cagnaccio di San Pietro, pseudonimo di Natale Scarpa (Desenzano del Garda, Brescia, 1897 – Venezia, 1946). Collezione Cavallini Sgarbi

Anche la ritrattistica ha il suo bel daffare in questa rassegna. Lo sviluppo di tale pitture di genere va dall’inizio del Cinquecento alla fine dell’Ottocento, tra pittura e scultura, da Lorenzo Lotto a Francesco Hayez, con specialisti tipo Bartolomeo Passerotti, Nicolas Régnier, Philippe de Champaigne, Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, Enrico Merengo, Ferdinand Voet, Giovanni Antonio Cybei, Pietro Labruzzi, Lorenzo Bartolini, Raimondo Trentanove e Vincenzo Vela.
Pure seducente è l’itinerario tra i dipinti di tema sacro, allegorico e mitologico del Seicento e del Settecento. Abbiamo maestri della scuola veneta come Marcantonio Bassetti, Pietro Damini, Pietro Vecchia, Johann Carl Loth, Giovanni Antonio Fumiani. Oppure c’è quella emiliana, con Simone Cantarini, Matteo Loves, Marcantonio Franceschini, Ignaz Stern detto Ignazio Stella. C’è la scuola lombarda: Paolo Pagani e Agostino Santagostino. Quella romana con Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, Angelo Caroselli, Pseudo Caroselli, Giusto Fiammingo e Antonio Cavallucci. Infine abbiamo i toscani: Giacinto Gimignani, Livio Mehus, Alessandro Rosi, Pietro Paolini e Giovanni Domenico Lombardi.
Tra le sculture, si possono menzionare le opere di Giuseppe Mazza, Cesare Tiazzi, Petronio Tadolini e Giovanni Putti, di area bolognese ed emiliana. Tra Ottocento e Novecento la mostra torna su Ferrara e sui suoi artisti: Gaetano Previati, Giovanni Boldini, Filippo de Pisis, Giuseppe Mentessi, Adolfo Magrini, Giovanni Battista Crema, Ugo Martelli, Augusto Tagliaferri, Carlo Parmeggiani, Arrigo Minerbi e Ulderico Fabbri. Costoro sono in mostra con opere veramente interessanti.
Fine mostra. Dietro in cancello si intravvede la sala dei giochi con l'automobile rossa, che potrebbe destare grande invidia tra i visitatori sessantenni alla Collezione Cavallini Sgarbi
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Il catalogo della mostra, a cura di Pietro Di Natale, è pubblicato da La nave di Teseo editore. Allestimento a cura di ReallizzArte e Studio Volpatti.
La mostra è realizzata e promossa dalla Fondazione Elisabetta Sgarbi, in collaborazione con la Fondazione Cavallini Sgarbi, con il Comune di Ferrara, con il Patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e della Regione Emilia-Romagna, con il supporto di Bonifiche Ferraresi, Fondazione Cariplo, Genera Group Holdings, CiaccioArte, Ascom.
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INFORMAZIONI: Museo del Castello Estense: 0532 299233; castelloestense@comune.fe.it
Per dettagli su tariffe e agevolazioni: www.castelloestense.it
Prenotazioni visite guidate: 0532244949; diamanti@comune.fe.it
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Servizio redazionale, di fotografia e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. 
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L'ingresso della mostra Cavallini Sgarbi al Castello di Ferrara
 


domenica 3 giugno 2018

Governo italiano legastellato 2018 e visite di Stato croate e slovene, di Carlo Montani


In una fase critica della politica italiana ci sono state, a fine maggio 2018, due visite ufficiali di presidenti della Repubblica croata e di quella slovena. Riceviamo e pubblichiamo un vivace ed  attento commento di Carlo Cesare Montani riguardo agli incontri istituzionali di Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana con gli omologhi delle vicine Repubbliche di Slovenia e di Croazia. Forse la verve letteraria di Montani potrà colpire il lettore troppo affezionato al primo cittadino italiano, cui si deve il massimo rispetto, non fosse altro per la ingarbugliata matassa che Mattarella si è trovato a districare fino al 1° giugno 2018, dopo 88 giorni di trattative dei vincitori delle elezioni (Lega e Movimento 5 Stelle), per la nascita del nuovo governo giallo-verde, i ministri del quale hanno giurato il 2 giugno 2018.
Al Collegio “Tommaseo” a Zara nel 1933 – In alto da destra Rossanda da Promontore (Pota), Guglielmo Sattalini da Neresine, Mich, Carlo Allievi da Veglia, Ernesto Bonetti da Trieste, Damianovich, Spiridione Rismondo da Arbe, Leonardo Duro da Zara; al centro Domenico Bunicci, il piccolino, da Cherso; Bruno Raccamarich da Zara, Giovanni Ingravalle da Spalato, Fermeglia da Fianona, De Pasquale, Antonio Cernobori da Promontore, Giuseppe Udina da Veglia, Guerrino Senizza da Spalato, De Polo; seduti Antonio Negovetti da Cherso, Giovanni Magnarin da Veglia, Pacifico Di Nicolò da Cherso, un istitutore sardo, Sebastiano Rismondo da Arbe, Gino Marich da Traù, Marino Coglievina da Cherso. Testo ripreso dal n. 2250 de «L’Arena di Pola» del 24 luglio 1982, pagina 4. Fotografia dell’Archivio dell’ANVGD di Udine

È un dato di fatto che il mondo degli esuli giuliano dalmati sia insoddisfatto del Trattato di Osimo (1975) e delle relazioni diplomatiche tra Italia, Croazia e Slovenia intraprese “senza contropartite” dopo le guerre jugoslave degli anni Novanta del Novecento. È altrettanto vero che vari esponenti dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), come quelli del Comitato Provinciale di Udine, nella persona dell’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara, espresse la grande intuizione di aprire il dialogo tra le due sponde dell’Adriatico, tra gli esuli e i rimasti, tra italiani e croati e sloveni. Lo ricorda in questi tempi l’ingegnere Sergio Satti, esule da Pola, che affiancò per decenni Cattalini nella conduzione dell’ANVGD di Udine.
Tale dialogo non è una novità nella storia. Come ha ricordato Gioacchino Boglich Perasti nel suo “Gli Italiani di Dalmazia. Storia di un nazionalismo innocente” (Del Bianco 1964, p 35) è citata l’aspirazione ad una “perfetta fusione, non solo culturale ma anche spirituale, fra le due sponde dell’Adriatico nel Rinascimento”. Si possono presentare altri autori di frontiera favorevoli a tali buoni rapporti fra Dalmazia, Istria e Italia.
«Da qualche anno racconto la storia della mia famiglia, come un simbolo dell’esodo istriano – ha pure detto Franco Fornasaro, con partenti di Pirano e babbo di Veglia e membro del Comitato Esecutivo dell'ANVGD di Udine – poi ho conosciuto Fulvio Tomizza, che poco prima di morire, mi disse: Continua tu. Allora bisogna descrivere quel brano di storia d’Italia, dopo il 1945 e penso che il dalmata Cattalini sia stato il cantore dell’esodo, mentre Enzo Bettiza, nato a Spalato, è stato un esponente della comunità multiculturale tipica della Dalmazia e Lucio Toth è stato l’uomo politico che si è battuto con grande vigore per le questioni degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. In conclusione ritengo che Bettiza, Toth e Cattalini siano stati tre grandi dalmati di sentimenti italiani». Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine dal 2017, ha espresso un particolare compiacimento per gli interventi di Satti e di Fornasaro riguardo alle tre figure di italiani di Dalmazia, uomini da ricordare per il loro contributo alla cultura, al dialogo e alla pacificazione.
Passiamo dunque alla lettura del testo di Carlo Montani, che ha voluto intitolare: “Primavera romana. Governo giallo-verde e visite di Stato croato-slovene”. Anche se non tutto sarà condiviso dal lettore, avrà egli occasione di ottimi spunti di riflessione. 
[Elio Varutti, in collaborazione con Girolamo Jacobson]

Tessera n. 494 del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, sede regionale di Udine, rilasciata a Maria Zonta, esule da Parenzo, il 20 dicembre 1947. Facciate esterne. Archivio dell’ANVGD di Udine
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PRIMAVERA ROMANA. Governo giallo-verde e visite di Stato croato-slovene

La crisi politico-istituzionale che ha interessato l’Italia nello scorso maggio, raggiungendo vertici di straordinario impatto in campo finanziario, per non dire di quello mediatico, ha attenuato, sin quasi ad annullarla, l’attenzione sulle due visite di Stato compiute a Roma in concomitanza con la crisi in parola, a brevissima distanza l’una dall’altra: la prima, dalla Presidente della Repubblica di Croazia, Kolinda Grabar-Kitarović (29 maggio) e la seconda, dal Presidente della Repubblica di Slovenia, Borut Pahor (31 maggio).
Notizie d’Agenzia hanno evidenziato che, date le circostanze, sarebbe stato possibile rinviare queste visite, in modo da poterle programmare in un contesto più agevole, sia per i concomitanti impegni del Quirinale, sia per l’opportunità di accogliere gli ospiti, in presenza di un Governo nel pieno delle sue funzioni. Tale opzione, tutto sommato ragionevole, tanto che gli uffici competenti di Roma, Lubiana e Zagabria avevano già avviato contatti in tal senso, non è andata a buon fine, perché “è stato il Presidente Mattarella ad insistere” onde non ci fosse alcun rinvio.
C’è di più. Lo stesso Presidente della Repubblica Italiana ha sottolineato che “nonostante gli oneri per quanto riguarda la costituzione del nuovo Governo” gli premeva accogliere gli ospiti, spiegando di non aver voluto avvalersi della facoltà di postergare le loro visite “nonostante le circostanze poco favorevoli” che avrebbero consentito alle rispettive diplomazie di concordare nuove date. In conseguenza, gli incontri si sono svolti in un contesto necessariamente affrettato ed in qualche misura distratto: cosa non ottimale sia dal punto di vista dell’accoglienza sia sul piano di un’informazione esauriente al pubblico italiano. Buon vicinato e cooperazione internazionale sono fattori di sviluppo umano e civile ma non si può negare che abbiano più ampie opportunità di espressione costruttiva in un’atmosfera distesa, e soprattutto, non condizionata dalle emergenze.
Fronte e retro della Dichiarazione di opzione per la cittadinanza italiana di Maria Zonta, nata il 25 febbraio 1925, esule da Parenzo, rilasciata al Comune di Udine il 14 settembre 1948. Archivio dell’ANVGD di Udine

È inutile aggiungere che nelle giornate romane di fine maggio non sono mancate le dichiarazioni di “amicizia ed intesa” regolarmente condivise dalle altre cariche dello Stato, con particolare riguardo alle Presidenze delle Camere, e le offerte di “sostegno morale e politico” alla Croazia in coerenza con la consolidata politica italiana verso le Repubbliche ex - jugoslave: ciò, con riferimento alla “volontà croata di aderire al trattato di Schengen” ed alla proclamazione di Fiume come “capitale europea della cultura” nel prossimo 2020. Non sono mancati i riconoscimenti di rito circa il ruolo delle minoranze italiane quale “fattore di multiculturalità” e strumento di un “dialogo che supera i confini” senza dire dei ringraziamenti per la tutela di quelle slave in Italia, ivi compresa la minoranza croata del Molise!
Agli incontri della primavera romana durante la crisi istituzionale ha partecipato anche il Presidente della Comunità Nazionale Italiana d’oltre confine, Furio Radin, preoccupato di rammentare ancora una volta “l’importanza degli aiuti e sostegni finanziari che provengono dall’Italia” e senza i quali non sarebbe possibile perseguire lo “sviluppo delle attività culturali ed editoriali” della minoranza in questione: peccato che la loro gestione sia generalmente avulsa da un ragionevole pluralismo e non prescinda da ricorrenti suggestioni  riduzioniste.
In buona sostanza, le relazioni dell’Italia con gli Stati ex - jugoslavi sono improntate ad una spiccata e disinvolta cordialità che si rinnova da tempo, a partire dall’infausto trattato di Osimo, dai riconoscimenti gratuiti di Croazia e Slovenia dopo lo sfascio della Repubblica federativa, dal disco verde di Roma all’ingresso di Lubiana e Zagabria nella Casa comune europea - ancora una volta senza contropartite - per finire con l’ultimo incontro trilaterale di Kranj dello scorso gennaio, quando il Presidente Mattarella si compiacque di affermare che l’Adriatico è una sorta di autostrada idonea ad avvicinare ulteriormente i popoli delle due sponde, e che i confini non dividono ma uniscono: con ciò, sottintendendo che sono tuttora una realtà giuridica e politica, sebbene a suo tempo si fosse sostenuto che Schengen li aveva cancellati.
Roma, 29 maggio 2018 – Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale la presidente della Repubblica di Croazia, Kolinda Grabar-Kitarović , in visita ufficiale in Italia. Fotografia: Presidenza della Repubblica Italiana, Quirinale, che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione.

La storia del Novecento, con tutti i suoi orrori, ivi compresi Esodo e Foibe, è stata nuovamente silenziata, assieme a quella di due interi millenni che avevano visto la costante presenza latina e veneta sull’altra costa dell’Amarissimo, ignorando i vecchi auspici di una memoria davvero condivisa.
Sta di fatto che nel 1944, alla vigilia della conquista di Zara da parte delle milizie slavo-comuniste, il poeta croato Vladimir Nazor (1) scrisse che i partigiani avrebbero “spazzato dal terreno le pietre della città nemica per gettarle nel mare profondo dell’oblio” e per far sorgere al suo posto “la nuova Zadar, vedetta del ‘nostro’ Adriatico”. Sta di fatto che in Dalmazia, come a Fiume, in Istria ed a Trieste le Vittime italiane - e non solo - si contarono a decine di migliaia, senza dire che nella gran parte dei casi non ebbero neppure una pietra sepolcrale su cui recitare una preghiera. E sta di fatto, infine, che la Medaglia d’Oro alla città di Zara, a suo tempo conferita dall’Italia, non è stata mai consegnata, restando nel limbo di un’attesa permanente perché il Governo di Roma non ritenne opportuno concretizzare un’iniziativa nobilmente simbolica, ma tale da poter irritare la controparte slava!
In questa ottica è congruo auspicare che il nuovo Governo giallo-verde costituito proprio all’indomani delle visite romane di fine maggio, ed in quanto tale impossibilitato a promuovere qualsivoglia iniziativa circa i rapporti con le Repubbliche di Croazia e Slovenia, voglia approfondire la “complessa vicenda del confine orientale” facendo proprie le attese di cui alla Legge 30 marzo 2004 n. 92, istitutiva di un Ricordo che non ha da essere meramente rituale né tanto meno ripetitivo, ma cosciente, sicura acquisizione di valori non transeunti come quelli espressi da chi - come le Vittime del 1943-1945 e del lungo dopoguerra di sangue - cadde senz’altra colpa, se non quelle di compiere il proprio dovere e di amare la Patria.
È cosa buona e giusta guardare all’avvenire ed ai rinnovati rapporti di amicizia che l’Italia ufficiale non tralascia mai di auspicare, iniziando dalla sua suprema Magistratura, ma è altrettanto necessario onorare, assieme alla storia, i Martiri che si immolarono per l’Italia e per la Bandiera: soltanto attraverso una matura conoscenza critica del passato è possibile fondare valori autentici, esorcizzare le “vie dell’iniquità” e costruire il nostro futuro all’insegna della fede e di un’indomita speranza.
Carlo  Montani, esule da Fiume
                                                                                                                            
Nota
(1) - Vladimir Nazor (1876-1949) è stato un esponente del mondo politico jugoslavo di espressione comunista, impegnato anche nell’ambito istituzionale, tanto da avere ricoperto l’incarico di primo Presidente della Repubblica Popolare di Croazia. La sua opera letteraria è improntata ad una stretta ortodossia marxista, con divagazioni nell’ambito del costume e del folclore. Per il riferimento ai versi citati nel testo, cfr. Marco Pirina - Annamaria D’Antonio, Scomparsi, vol. III, Edizioni Silentes Loquimur,  Pordenone 1994, pag. 293.

Tessera n. 494 del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, sede regionale di Udine, rilasciata a Maria Zonta, esule da Parenzo, il 20 dicembre 1947. Facciate interne. Archivio dell’ANVGD di Udine

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Sitologia
Servizio di ricerca storica, di Networking e di sitologia a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Girolamo Jacobson.

- Damir Grubiša, “Dall’Italia un sostegno non soltanto morale”, «La Voce del Popolo», Quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero, 30 maggio 2018.