domenica 28 novembre 2021

Laura Antonelli. Iniziative opinabili nell’ottantesimo anniversario dalla nascita

 


Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Laura Brussi Montani, in memoria dell’attrice istriana Laura Antonelli. Il brano non rientra nell’ottica della critica cinematografica, ma della memorialistica alla quale si sono dedicate varie penne e alcuni pennivendoli dal 2015, anno della sua morte. L’angolo visuale del testo è invece attento all’umanità, alla gentilezza e alle introspezioni della bella attrice, passata per un Campo profughi a Napoli. (A cura di Elio Varutti).

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Ci sono delle iniziative opinabili programmate nell’ottantesimo anniversario dalla nascita di una grande attrice italiana (1941). Le glorie effimere passano ma i valori restano. L’assunto vale anche per la dolorosa scomparsa di Laura Antonelli (Pola, 28 novembre 1941 – Ladispoli RM, 22 giugno 2015) che oggi avrebbe compiuto ottant’anni, e che si appresta ad essere ricordata con una serie di iniziative consistenti, in primo luogo, nella rivisitazione di alcune sue pellicole di maggior successo. Purtroppo, sono già trascorsi diversi anni da quando Laura è “tornata alla Casa del Padre” dopo una vita di grandi soddisfazioni professionali, ma nello stesso tempo, di forti sofferenze. Pertanto, non è dato sapere se quelle iniziative potranno esserle gradite, ma non mancano buoni motivi per dubitarne.

Nata in piena guerra mondiale, con tutti i traumi infantili derivanti dal conflitto in agro di Pola, aveva vissuto sin da piccola il dramma dell’Esodo dall’Istria e quello dell’allucinante campo profughi di Napoli, dove conobbe assieme alla famiglia una dolorosa esperienza che l’avrebbe segnata e accompagnata per tutta la vita, rendendola insicura e fragile. Nondimeno, al pari di tanti giovani esuli, aveva completato gli studi e dopo avere conseguito il diploma dell’ISEF (Istituto Superiore di Educazione Fisica) si era trasferita a Roma iniziando l’insegnamento della sua materia presso il Liceo Artistico di Via Ripetta.

Il resto è storia già illustrata con dovizia di particolari, talvolta frutto di fantasie troppo fertili e d’interpretazioni spesso estensive, per non dire offensive. Sta di fatto che l’incontro di Laura col mondo dello spettacolo fu sostanzialmente casuale, e non alieno da motivazioni economiche, analoghe a quelle di tante famiglie esuli, chiamate ad affrontare i problemi spesso drammatici della casa e del lavoro, non senza diffuse incomprensioni, come quelle storicamente ben documentate, e particolarmente gravi, di Ancona, Bologna, Genova e Venezia (ma non solo).

La straordinaria bellezza e le indubbie capacità di interpretare al meglio i suoi personaggi furono decisive nel condurre Laura ai vertici dell’arte cinematografica: non solo della cosiddetta “commedia all’italiana” ma anche di opere molto impegnative. Le sue tante pellicole (una cinquantina), alcune delle quali  avrebbero esaltato il suo fascino assieme alle indubbie doti artistiche (come “L’innocente” del grande regista Luchino Visconti, tratto dalla celebre opera dannunziana, od “Il Malato immaginario” e “L’Avaro” di Tonino Cervi, ispirati a quelle di Molière; la prima con Giancarlo Giannini e le altre due con Alberto Sordi) raggiunsero livelli record di spettatori e d’incassi, ed i riconoscimenti artistici furono suffragati da diversi premi prestigiosi, tra cui il “Nastro d’Argento”, la “Grolla d’Oro” ed il “Globo d’Oro” (due volte). In buona sostanza, Laura Antonelli assunse un ruolo di autentica “stella” nel variegato mondo del cinema, rimasto vivo anche dopo la sua scomparsa, diversamente da quanto è accaduto per tante altre attrici, sebbene brave e popolari.

Nondimeno, quel mondo spesso improntato all’esteriorità se non anche al cinismo, che era lontano anni luce dalle sue origini, finì per travolgerla, con l’aggiunta di una “giustizia” miope e discriminante che l’avrebbe perseguitata davvero iniquamente, salvo concederle una riabilitazione tardiva e formale dopo un decennio di sofferenze, con un modesto risarcimento (in un primo momento addirittura offensivo) ottenuto a fronte di un iter tanto lungo quanto penoso.

Laura aveva scelto di vivere a Ladispoli, sulla riviera laziale, davanti a quel mare che le ricordava la sua bella Istria, ingiustamente perduta. Gli ultimi anni, come lei stessa lasciava intendere ai pochissimi amici, quale il Parroco Don Alberto Mazzola, furono improntati, in totale riservatezza, alla riflessione e all’espiazione di peccati che certamente non le appartenevano, ma che erano tipici di quel mondo vile da cui era stata ignobilmente sfruttata e inghiottita.

Le sue condizioni economiche, un tempo più che agiate, erano tornate nuovamente precarie, ma Laura poteva contare sulla confortante assistenza del Comune e della famiglia. Aveva conservato una straordinaria dignità, tanto da rifiutare il supporto che poteva esserle conferito alla stregua delle leggi vigenti per i vecchi artisti in condizioni di povertà. Anzi, non mancano testimonianze degli aiuti che offriva a chi stava peggio di lei, e cui aveva destinato gran parte dei risarcimenti di cui si è detto.

Va aggiunto che non era incapace di intendere come qualcuno ha voluto insinuare, perseverando nell’assunto anche in occasione delle iniziative per l’ottantesimo anniversario dalla nascita, di cui in premessa. Ciò, manifestando un ostracismo non privo di talune invidie anacronistiche, tanto crudele e pervicace quanto immotivato: secondo testimonianze popolari raccolte in occasione dell’ultimo saluto di Ladispoli, presenti almeno duemila persone e la bandiera istriana posta sul feretro (26 giugno 2015), Laura dialogava con Don Alberto, ascoltava “Radio Maria” e acquistava persino “La Settimana Enigmistica” all’edicola prossima a casa. Come ha lasciato scritto nell’ultima intervista concessa a “L’Ortica”, settimanale della sua città di residenza, viveva spartanamente in una piccola casa, confessava di non avvertire il peso degli anni e affermava di non avere bisogno di soldi né tanto meno di lussi, leggendo e pregando nella consapevole serenità di “non far male a nessuno”.

In effetti, da parecchio tempo si era votata al colloquio con Dio, in una spiritualità che richiama quella di alcune grandi conversioni, come quelle manzoniane dell’Innominato e della Monaca di Monza. Quando fu trovata priva di vita nella sua casetta di Ladispoli, aveva vicino a sé una Bibbia e un Vangelo, a testimonianza di una nuova, importante vittoria della Fede “ai trionfi avvezza”. Il suo solo desiderio era di essere lasciata in pace, come quella che ha raggiunto dopo una vita di sofferta ma nobile ascesa dalla polvere all’altare.

Proprio per questo, ciò che è stato scritto per il lancio del “revival” cinematografico programmato non senza evidenti interessi di carattere speculativo in occasione dell’ottantesimo “compleanno” di Laura, è un’offesa alla verità, nel momento stesso in cui si afferma che, spente le luci della ribalta, gli ultimi ventiquattro anni di vita della grande attrice istriana sarebbero stati un “mistero”. Tutt’altro: è vero che si era ritirata completamente da quelle luci e che incontrava soltanto pochissimi amici fidati ma è altrettanto vero che aveva affrontato “coram populo” i problemi della sua nuova vita, e con essi, il giudizio non certo caritatevole della grande stampa e quello non certo migliore del vecchio pubblico, generalmente insensibile alla sua esperienza nel segno catartico di valori autentici ma sempre attratto dalle pellicole della citata “commedia all’italiana”.

Laura Antonelli merita ben altro, in ossequio al suo primigenio dolore di esule, alla sventura di avere rischiato la perdizione attraverso l’effimero, e soprattutto, ai lunghi anni di meditazioni costruttive, al recupero della speranza, all’esperienza di fede, all’esempio di luce trionfante sulle tenebre, all’invito di “riflettere con mente pura”.

 Laura Brussi Montani - Esule da Pola, 28 novembre 2021

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Note - Autore principale: Laura Brussi Montani. Altri testi di Elio Varutti. Networking di Marco Berin e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio (ANVGD) di Arezzo e Girolamo Jacobson. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine e Delegazione ANVGD di Arezzo.

Ricerche nell’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Fotografia ripresa dal sito seguente che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione nel presente blog: https://www.zendalibros.com/laura-antonelli-la-reina-del-softcore-que-perdio-la-razon/

 

domenica 31 ottobre 2021

Esodo istriano degli Sponza: Rovigno, Trieste, Udine, Laterina e Torino, 1951

Mio papà Antonio, nato a Rovigno nel 1911, ga provà a restar sotto Tito fin al 1951 – ha detto Gabriele Sponza – dopo no iera più possibile, lui era un falegname senza tessere di partito, ma là no iera più possibile, me contava”. Così, con regolare passaporto n. 26.806 “rilasciato per il solo viaggio di rimpatrio” dal Consolato italiano di Zagabria il 13 settembre 1951 la famiglia Sponza inizia l’esodo istriano passando il confine a Sesana ed entrando nel Territorio Libero di Trieste (TLT). Oltre al babbo Sponza ci sono la mamma “Eufemia Drandich (Drandi)”, detta Natalia, nata a Valle d’Istria nel 1916 e il figlio Luciano, nato nel 1948 a Rovigno e deceduto nel 2011 a Cafasse (TO). Il primogenito Gianantonio era deceduto a causa della polmonite nel 1946 in Istria.

Me ricordo, dai racconti, che si son fermati a Opicina di Trieste – ha aggiunto Gabriele Sponza – poi Udine e Laterina”. Nel Campo profughi di Opicina, uno dei 18 attivi nel capoluogo giuliano, nel 1951, c’erano i separè, per suddividere i box di ogni famiglia ospitata in spazi ristretti, come ha documentato Enrico Miletto nel suo volume del 2007. Le mamme facevano da mangiare accovacciate sul pavimento col fornelletto elettrico appoggiato a due mattoni.

Al Centro smistamento profughi di Udine, dal 1945 al 1960, transitano oltre 100mila esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, che vengono sventagliati, secondo i dati di Guido Rumici, in oltre 140 Centri raccolta profughi (padre Rocchi scrive di 109 Crp) sparsi per l’Italia, come quello appunto di Laterina (AR), da dove passano oltre 10mila individui in fuga dalle terre perse, oltre che dalle ex-colonie.

Ci sono ben 18 nominativi Sponza nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina, non solo per rilevare la frequenza del cognome (utili i soprannomi: “Ciapascana” in questo caso), ma pure quella dei fuggiaschi da Rovigno. I familiari di Gabriele Sponza sono segnati al fascicolo n. 819 e risultano usciti per Torino il 6 novembre 1953. A Laterina ci sono le sue zie Assunta Drandich (fascicolo n. 174 dell’Elenco alfabetico…) e Beatrice Paretti. È una Sponza perfino una delle maestre della scuola elementare del Crp di Laterina. Il 1° ottobre 1956 inizia la scuola per le cinque classi elementari del Campo. Si trovano a fare lezione a 150 alunni due maestri, dei quali una è proprio l’esule di Rovigno Pasqua Benvegnù Sponza.

Signor Gabriele ricorda qualcosa dei suoi nonni? “Certo, nonno Antonio Drandich era postino sotto l’Austria-Ungheria – ha riposto il testimone – ed era orgoglioso dei fiorini austriaci, mentre con la lira italiana iera meno luganighe [salsicce] col cren. Noi erimo povera gente, senza tessere di partito, con l’esodo gavemo perso la casa in via Carera a Rovigno, oltre alle case a alla terra di Valle d’Istria, come successo ai miei nonni materni, si deve sapere che con i nostri beni abbiamo pagato i danni di guerra per tutti gli italiani nei confronti della Jugoslavia, invasa da Mussolini e dal re. Poi gli slavi, per dispetto, a chi voleva partire con le opzioni, davano i documenti con i cognomi di famiglia scritti diversamente, col ‘ch’ finale, oppure solo con la ‘c’, oppure con ‘ć’ croata accentata, in Italia queste persone si disperavano, perché le nostre autorità non riconoscevano il nucleo familiare”.

È successo così pure alla famiglia Serli, di Umago, fuggita nel 1961, col cognome straziato dai burocrati titini. Dopo il Crp di Laterina dove sono andati i suoi familiari? “Alle Casermette di Torino, che è il mio luogo di nascita – ha replicato Sponza – un altro Campo profughi, fino all’assegnazione di una casa popolare al Villaggio S. Caterina, come tanti altri profughi e abbiamo dovuto lottare per poter riscattare quei semplici appartamenti fino al 1995-’96, quando si è raggiunto l’obiettivo previsto dalla legge”.

Antonio Sponza, di Rovigno, recluso nello Stalag III-A, campo di prigionia tedesco della seconda guerra mondiale, sito a Luckenwalde, Brandeburgo, 52 chilometri a sud di Berlino

Signor Sponza vuole aggiungere qualcosa sul suo babbo? “Nel 1936 ha dovuto andare militare in Etiopia – ha concluso – è morto a Torino nel 1967, in Africa è stato ad Axum, per lavori edili, rientrato in Italia, dopo lo sbandamento dell’8 settembre 1943, viene arrestato dai Tedeschi, che lo deportano in un Campo di concentramento in Germania, poi viene liberato dai Russi dai quali riesce a sfuggire presentandosi a Valle dove la moglie era rimasta con i genitori nel periodo bellico, dimagrito come uno straccio (zia Beatrice racconta di averlo riconosciuto dagli occhi), ai primi di settembre del 1945, dove il potere era in mano ad altri comunisti”. In Germania è stato recluso nello Stalag III-A, un campo di prigionia tedesco della seconda guerra mondiale, sito a Luckenwalde, Brandeburgo, 52 chilometri a sud di Berlino Il campo venne liberato dall’esercito sovietico il 22 aprile 1945. Poi l’esodo istriano del 1951. La gente istriana era già stata abituata agli esodi e sfollamenti “come quando, nel 1915, mia nonna Manzin, di Valle d’Istria – ha precisato Gabriele Sponza – viene internata col treno in Ungheria dalle autorità austro-ungariche e, nella confusione dello spostamento in massa, perse tre figli”.

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Fonte orale e collezione privata: per la gentilezza riservata all’indagine storica si ringrazia la seguente persona intervistata da Elio Varutti, con contatti preparatori di Claudio Ausilio. Sono della collezione privata dell’intervistato le fotografie e i documenti personali qui pubblicati, grazie al suo cortese permesso alla diffusione.

Gabriele Sponza, Torino 1954, int. telefonica del 25 ottobre 2021 ed email del 30 ottobre 2021.

Archivi consultati - La presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali d’archivio toscani è stata effettuata dal 2015 a cura di Claudio Ausilio, grazie alla cortesia degli operatori e delle autorità degli uffici citati.

Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, pp. 1-78, ms.

Provveditorato agli Studi di Arezzo, Circolo Didattico di [Montevarchi], Comune di Laterina, frazione Centro Raccolta Profughi, Scuola Elementare Statale, Registro della Classe 2^, 4^, 5^ mista, insegnante Benvegnù Sponza Pasqua, anno scolastico 1956-1957, pp. 24, stampato e ms.

Passaporto provvisorio di Antonio Sponza, dopo l'opzione italiana, facciata anteriore

Bibliografia

E. Miletto, Istria allo specchio. Storia e voci di una terra di confine, Franco Angeli, Milano, 2007.

Giuliana Pesca - Serena Domenici - Giovanni Ruggiero, Tracce d’esilio. Il C.R.P. di Laterina 1948-1963. Tra esuli istriano-giuliano-dalmati, rimpatriati e profuganze d’Africa, Città di Castello (PG), Biblioteca del Centro Studi “Mario Pancrazi”, Edizioni NuovaPrhomos, 2021.

Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Edizioni Difesa Adriatica, Roma, 1990.

G. Rumici, Catalogo della mostra fotografica sul Giorno del Ricordo, Roma, ANVGD, 2009.

Elio Varutti, Esodo da Umago nel 1961. Cognome straziato, on line dal 3 agosto 2016 su   eliovarutti.blogspot.com/

Elio Varutti, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Firenze, Aska, 2021.

Facciata posteriore del passaporto provvisorio di Antonio Sponza, si noti, in alto a sinistra, il timbro del Centro smistamento profughi di Udine, con destinazione a Laterina, 1951

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Progetto e ricerca di Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo). Intervista di Elio Varutti. coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Gabriele Sponza (ANVGD Torino), Claudio Ausilio, Maria Iole Furlan, Rosalba Meneghini (ANVGD Udine), professor Enrico Modotti. 

Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.









lunedì 25 ottobre 2021

Venezia Giulia Istria Dalmazia: tremila anni di storia, libro di Carlo Cesare Montani

Questo libro è giunto alla quinta edizione in una veste del tutto rinnovata. “Venezia Giulia e Dalmazia: sommario storico”: il volume era uscito con tale titolo nel 1990. Hanno fatto seguito la traduzione in lingua inglese (2001), la terza edizione bilingue con testi a fronte (2002) e la quarta a stampa in forma anastatica (2011).  

L’entità geografica della Venezia Giulia, sotto il Regno d’Italia, dal 1918 al 1947, è formata dalle province di Gorizia, inclusa la Valle dell’Isonzo e fino a Circhina e Idria, Trieste fino a Postumia, Pola, comprese le Isole di Cherso e di Lussino e Fiume, da Moschiena fino a Villa del Nevoso (con alcune annessioni dal 1941). Zara con un po’ di entroterra è una exclave del Regno d’Italia dal 1918, anzi dal trattato di pace del 1920, fino all’arrivo dei titini, nel 1943, cui segue l’occupazione nazista e nel 1944 la definitiva invasione iugoslava. Nel periodo 1941-1943 Zara appartiene al Governatorato della Dalmazia del Regno d’Italia, assieme alle province di Spalato e di Cattaro.

Di grande impatto divulgativo e segnato da un profondo spirito patriottico, pur essendo privo di figure, il prodotto culturale di Carlo C. Montani si presenta molto snello nella Prima parte, di 94 pagine. Qui l’Autore è riuscito a suddividere in 18 brevi capitoli circa 3000 anni di storia, di cui c’è un cenno sin dal sottotitolo. Il riferimento va a quelle terre irredente che, nel 1863, Graziadio Isaia Ascoli, glottologo italiano di fama internazionale definiva per la prima volta “Venezia Giulia”. I loro confini sono contenuti, generalmente, tra il Friuli orientale (inclusa la Bisiacaria, ossia parte del Monfalconese), Trieste, l’Istria, le isole del Quarnaro e la città di Fiume, comprendendo perciò le terre site fra Alpi e Prealpi Giulie, Carso, Alpi Dinariche e Alto Adriatico orientale (Golfo di Trieste e Golfo di Fiume). Il celebre linguista goriziano volle contrapporlo al vocabolo Litorale, ideato dalle autorità austriache, nel 1849, per identificare una regione amministrativa più o meno coincidente. La Dalmazia include altri territori irredenti di Zara, Spalato, Sebenico, Traù e varie isole fino alle Bocche del Cattaro. Tutte aree a prevalenza, o di grande presenza di italofoni, assieme al mondo slavo. Nel Novecento tali province sono oggetto di cambi repentini di bandiera e di padrone, passando attraverso certe dittature. Sono pure soggette alle devastazioni delle due guerre mondiali, con tutte le conseguenti ricadute sociali e politiche.

Nella Premessa è lo stesso Autore a ricordare che: “La tragedia di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, parte essenziale del più grande dramma italiano compiutosi nel XX secolo, rende indispensabile fare il punto sulle vicende da cui trasse origine, e sulle loro motivazioni antiche e recenti: non è possibile ignorare il grido di dolore di circa 20 mila Vittime incolpevoli, infoibate o diversamente massacrate durante e dopo l’ultimo conflitto mondiale, al pari di quello dei 350 mila profughi che furono costretti all’abbandono senza ritorno di quanto avevano caro, come la terra, gli affetti, i beni personali e prima ancora, i sepolcri degli Avi, senza dire che secondo alcune fonti le cifre dei Caduti e degli Esuli sarebbero sensibilmente maggiori” (pag. 6). Pur negli alvei della correttezza, ogni storico affronta le varie tematiche con la sua Weltanschauung e pure Carlo C. Montani lo fa. Tuttavia, come il Prof. Augusto Sinagra rileva sin dalle prime battute della Prefazione, l’Autore rivendica, in chiave filosofica, una determinata attendibilità e la necessità di essere fedeli al vero, richiamando “la comune attenzione sulle immortali parole di Tacito, il grande storico latino che aveva affermato come la storia non si possa fare coi sentimenti - scrive Sinagra - da cui deve necessariamente prescindere, perché fonda la propria attendibilità sull’obbligo di professare incorrotta fedeltà al vero. Ne discende l’imperativo di ogni storico degno di questo nome: quello di interpretare i fatti e le loro naturali matrici umane senza amore e senza odio” (p. 11).

In proposito, viene alla mente un racconto di Caterina Percoto, intitolato appunto “Non una sillaba oltre il vero”, pubblicato sul «Giornale di Trieste» nel 1848. Nel caso del Risorgimento, descritto dalla Percoto, esponente della letteratura rusticale ed amica di Nicolò Tommaseo, si tratta di una serie di violenze di rappresaglia degli austro-croati contro le genti friulane per i moti di libertà dall’invasore. Siamo comunque nel campo delle pressioni anti-italiane sulla sponda dell’alto Adriatico.

Nella Seconda parte del volume (di 167 pp.) troviamo una personale antologia di critica storica. Qui gli stessi argomenti vengono ripresi, approfonditi con le citazioni e la bibliografia relativa. A volte si tratta di studi già pubblicati su carta, o nel web dallo stesso Autore. Le fonti di riferimento per tale parte sono: il Consiglio Regionale della Toscana (Firenze); Difesa Adriatica (Roma); L’Esule (Milano); Nuova Antologia (Firenze); Riscossa Adriatica (Firenze); Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale (Roma); Studi in onore di Augusto Sinagra (Roma); Vita Nuova (Trieste) e il sito www.storico.org (Roma).

Nella Terza ed ultima parte si trova un’utile Cronologia (di 100 pp.). Come sottolinea l’Autore, la “prassi di inserire un elenco cronologico dei fatti salienti a fini di consultazione e documentazione è diventata ricorrente sia in buona parte delle opere storiografiche di maggiore impegno, sia in parecchie di quelle a carattere divulgativo, spesso fondate su testimonianze dirette: nell’ambito giuliano-dalmata tale ricorso risulta diffuso anche alla luce di una vicenda collettiva particolarmente articolata e complessa, in specie dall’Ottocento in poi” (p. 265). Sulla questione dell’esodo, delle foibe e del Giorno del Ricordo è proprio la Cronologia finale, aggiornata ai fatti e ai luoghi, con ponderata dovizia di particolari, a fornire una marcia in più all’intero volume.

Cartolina per le terre redente, collezione privata, Udine

Tra i tanti argomenti esposti troviamo la fondazione di città sulla costa dalmata per opera di coloni della Magna Grecia sin dal III secolo a.C. e la notevole presenza dell’Antica Roma in Istria, a Fiume (Tarsatica) e in Dalmazia. Seguono le invasioni barbariche e la presenza bizantina. Col VI secolo d.C. iniziano le invasioni slave. In seguito c’è il potere carolingio. È dell’anno 804 il “Placito” di Risano, presso Capodistria; a seguito di una manifestazione di “coraggio civico” destinata ad essere ricordata nei secoli, l’autonomia viene solennemente restituita alle comunità istriane davanti a 172 delegati in rappresentanza di undici città. Il duca Giovanni che aveva governato quale espressione diretta di Carlo Magno e promosso il collocamento di ulteriori coloni slavi in forte contrapposizione alle genti autoctone, è sconfessato ed allontanato. Nei decenni successivi iniziano le scorrerie turchesche in Dalmazia e nascono le alleanze con Venezia nella costa adriatica orientale, tanto che il doge Pietro Orseolo, nell’anno 1000, combatte in difesa delle città istriane ed acquista il titolo di “Dux Dalmatiae”. Nel 1300 Dante Alighieri pone sul Carnaro il confine orientale d’Italia; si tratta di un convincimento che sconta conoscenze e limiti dell’epoca in senso “italico” ignorando la Dalmazia e le Isole, ma sarà motivo di frequente ispirazione sino al terzo millennio.

Col 1420 buona parte della Dalmazia è possesso di Venezia. Ha fine il potere temporale dei Patriarchi di Aquileia: anche Udine e Cividale passano alla Serenissima. Seguono pestilenze, guerre e altalenanti domini diversificati. Nel 1779 Maria Teresa d’Austria trasferisce Fiume all’Ungheria confermando la sua indipendenza dalla Croazia e le riconosce la prerogativa di “Corpus separatum”.

Il 17 ottobre 1797 si stipula il Trattato di Campoformido. I territori della Serenissima vengono ceduti all’Austria che in cambio riconosce la Repubblica Cisalpina. Inizia il dominio austriaco in Friuli e nel Veneto mentre l’esercito napoleonico occupa Trieste. A Perasto (odierno Montenegro), veneziana dal 1420, l’ultimo vessillo della Repubblica di Venezia viene ammainato nella commozione generale e sepolto sotto l’altare maggiore del Duomo. Il Capitano Giuseppe Viscovich pronuncia la celebre allocuzione di commiato che resterà esempio imperituro della fedeltà dalmata alla Serenissima, ripreso nel Risorgimento e nell’Impresa fiumana di Gabriele d’Annunzio. “Ti con nu, nu con ti” (Tu con noi, noi con te).

Per Istria, Fiume e Dalmazia segue un fugace dominio napoleonico, prima facendo parte del Regno d’Italia del Viceré Eugenio di Beauharnais e, poi, delle Provincie Illiriche dell’Impero francese (1809-1813). Col Congresso di Vienna (1815) tutto passa sotto l’Austria fino alla Grande Guerra. Nel 1831 lo Statuto della “Giovine Italia” dichiara l’italianità della Venezia Giulia. Seguono le tre guerre d’indipendenza italiane (1848, 1859, 1866) e si sviluppa l’Irredentismo italiano nella Venezia Giulia, in Istria e Dalmazia, con conseguente snazionalizzazione da parte dell’autorità austriaca a favore degli slavi, cui partecipa il clero slavo, che nei registri battesimali slavizza i cognomi, contro il volere di genitori e padrini di sentimenti italiani.

Nel Novecento spiccano le due guerre mondiali e l’impresa dannunziana di Fiume, come dai libri di testo per le scuole, che poco trattano delle uccisioni titine nelle foibe, della strage parimenti titina di Vergarolla (18 agosto 1946) e dell’esodo giuliano dalmata di 350mila persone. Col Trattato di pace del 10 febbraio 1947 la Jugoslavia si annette Istria, Fiume e Dalmazia. Trieste fa parte della Zona A del Territorio Libero di Trieste fino al 1954, quando tornerà all’Italia, mentre la Zona B, da Capodistria a Cittanova passa sotto i carri armati titini. Le manifestazioni anti-iugoslave di Trieste dei primi anni ‘50 culminano nell’eccidio compiuto dalla polizia del Governo Militare Alleato nel novembre 1953, che provoca sette Vittime definite quali “ultimi Caduti del Risorgimento italiano”. I confini tra Italia e Jugoslavia vengono stabiliti nel 1975 col Trattato di Osimo. Dal 1991 si disgrega lo stato di Tito in varie entità con le guerre conseguenti. Non si poteva in queste righe riportare altro, se non alcune delle tappe cronologiche del confine orientale, ben approfondite nel volume.

Nella vasta Bibliografia (di 22 pp.) trovano spazio perfino i più recalcitranti negazionisti, peraltro in fase di trasformazione per non perdere del tutto la faccia e i pubblici finanziamenti, in un coacervo di riduzionisti e giustificazionisti. Consola il fatto che pure la recente letteratura internazionale stia orientando le proprie ricerche sulla storia trascurata nei decenni passati. Si pensi al libro di Ljubinka Toševa Karpovicz, studiosa croata, intitolato non a caso “Rijeka / Fiume (1868-1924)”, od “Autonomije do Države (Fiume 1868-1924: dall’Autonomia allo Stato) edito nel 2021 e all’opera di Dominique Kirchner Reill, ricercatrice statunitense, che ha dato alle stampe “The Fiume crisis: life in the wake of the Absburg Empire” (La crisi di Fiume: vita sulla scia dell'Impero asburgico). Tanto per dire che è difficile far scomparire la parola “Fiume” dai titoli dei libri di storia.

In tutta sintesi, sembra di poter affermare che il libro di Carlo C. Montani sarà un toccasana per il lettore a digiuno di storia dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia: è come un Bignami massimizzato.

Infine, per concludere con una pertinente citazione “ad hoc” mutuata da un celebre scrittore europeo, e riferibile anche ai giuliani, istriani e dalmati, vorrei dire che “nella loro bellezza rassegnata di tristi esuli in questo mondo volgare, si potevano leggere le emozioni con altrettanta chiarezza che in uno sguardo espressivo” (Marcel Proust, Le Mystérieux correspondant, 1896, traduzione italiana, Garzanti, 2021).

Il libro recensito

Carlo Cesare Montani, Venezia Giulia – Istria - Dalmazia: pensiero e vita morale. Tremila anni di storia - Antologia critica - Cronologia, Udine, Aviani & Aviani, 2021, pp. 416.

ISBN: 978-88-7772-319-2

Bandierina per la riunificazione di Trieste all'Italia, 1954. Collezione famiglia Conighi

Recensione di Elio Varutti, docente di “Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata” all’Università della Terza Età di Udine. Membro del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, Sede dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine: Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30


sabato 5 giugno 2021

L’eredità del leone, presentato a Gorizia il libro di Fiorentin con l ‘ANVGD

C’è stata un’interessante conferenza a Gorizia per presentare il libro “L’eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918)” di Flavio Fiorentin, edito da Aviani & Aviani nel 2018. L’evento, secondo le norme anti-pandemia, si è tenuto nella sala dell’Oratorio della Parrocchia Madonna della Misericordia, in Via Pola n. 20, nel quartiere della  Campagnuzza dove agli inizi degli anni ’50  sorse il ”Villaggio dell’esule” per i giuliani, fiumani e  dalmati.

Rita De Luca, Maria Grazia Ziberna, Elio Varutti, Flavio Fiorentin e Mauro Tonino. Fotografia di Maria Rita Cosliani

La presentazione del libro di Fiorentin è stata organizzata il 3 giugno 2021, alle ore 15,30 dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Gorizia, in collaborazione con quello di Udine. L’incontro è parte del progetto “I giovani  sulle tracce  della memoria. Conoscere per ricordare. Storia del confine orientale” che ha il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, del Comune e della Prefettura di Gorizia, oltre alla UIL Scuola e all’ Istituto per la Ricerca Accademica Sociale ed Educativa (IRASE) della Città giardino. Si ricorda che il libro di Fiorentin ha vinto a Civitavecchia il 2° Premio “Gen. div. Amedeo De Cia” per la Saggistica edita, X edizione, 2018.

L’evento è stato introdotto da Maria Grazia Ziberna, Presidente del Comitato di Gorizia dell’ANVGD, che ha voluto “ringraziare l’ANVGD di Udine per la collaborazione riservata all’evento”. La Ziberna ha inoltre ringraziato “don Fulvio Marcioni, parroco della chiesa della Madonna della Misericordia,  parrocchia di Campagnuzza, ex villaggio dell’esule, che ci ha ospitato nell’oratorio dato che la nostra sede, in base alle attuali norme anti-Covid, ha spazi limitati e le sale pubbliche non erano disponibili”. Ha concluso dicendo che la presentazione del libro di Fiorentin viene registrata e sarà disponibile nei prossimi giorni sul canale Youtube dell’ANVGD di Gorizia  https://www.youtube.com/channel/UC5_CQ5di9TW5Tbajr30zQtw

Gorizia, 3 giugno 2021 - Presentazione de L'eredità del leone, libro di Flavio Fiorentin, seduto al centro, con l'ANVGD di Gorizia. Fotografia di Maria Letizia Ziberna

Poi è stata data la parola alla professoressa Rita De Luca, componente del Direttivo ANVGD di Gorizia, che ha illustrato la figura storica di Napoleone, nel quadrante mediterraneo, con dotte citazioni foscoliane. È stato lo scrittore Mauro Tonino, del Direttivo dell’ANVGD di Udine, a porre alcune domande all’Autore, come ad esempio "Quale sia l’eredità del leone di S. Marco", non senza soffermarsi sull’originalità dell’opera, che tratta dei periodi storici con un’ottica nuova rispetto alla tradizionale letteratura. Il professor Elio Varutti, del Direttivo dell’ANVGD di Udine, ha portato il saluto ufficiale di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine. Poi ha detto che Fiorentin “ha scritto un libro di grande divulgazione” chiedendogli si dedicare alcune parole al governo delle Provincie Illiriche dell’Impero francese e al tema della snazionalizzazione italiana perpetrata dall’Imperatore Francesco Giuseppe in Istria e in Dalmazia, a favore degli slavi.

Flavio Fiorentin ha commentato le vicende storiche succedutesi tra il 1797 e il 1918, facendo emergere le contese tra alcune Potenze europee per l’eredità di terre e di popolazioni già appartenute alla Serenissima Repubblica di Venezia, oltre ai passi compiuti dal Regno d’Italia dei Savoia verso l’Unità della Nazione, rispondendo alle aspirazioni delle popolazioni “orfane” di Venezia. 

L’autore ha spiegato "i legami etnici, storici e culturali che avevano unito Venezia, San Marco, il Leone marciano alle genti della sponda orientale dell'Adriatico, evidenziando come il generale Bonaparte nel sua prima campagna d'Italia non ebbe l'occasione di scontrarsi con l'esercito veneto, agli ordini del Salimbeni. Quest'ultimo infatti, con la scusa di voler rispettare la neutralità dichiarata dalla Serenissima, in realtà favoriva in ogni modo la consegna e l'occupazione francese di tutte le piazzeforti dello Stato da Tera. Invece l'esercito e la marina francese ebbero modo di aver a che fare  più volte con la marina da guerra veneziana ed i fucilieri di marina, arruolati come è noto in Istria ed in Dalmazia, prendendole sempre di santa ragione o comunque facendo delle belle figuracce. In proposito l'autore ha ritenuto di ricordare le Pasque Veronesi, la beffa di Palmanova e la resa del brigantino Le liberateur d'Italie".

Dopo i ricordati episodi "il generale Bonaparte - ha aggiunto Fiorentin - pur vincitore indiscusso degli eserciti del Regno di Sardegna e dell'Impero d'Austria durante la sua prima campagna d'Italia, nell'attraversare il territorio della Repubblica di S. Marco, evitò accuratamente di affrontare in battaglia i fucilieri di marina (composti di veneziani, istriani e dalmati), preferendo chiedere ed ottenere al Salimbeni di ritirarli al Lido e reimbarcarli per la Dalmazia".

Fiorentin ha poi "ricordato la decisione, presa nel dicembre del 1866, dal Consiglio Aulico, su proposta dello stesso Francesco Giuseppe, ed i successivi decreti attuativi di procedere alla snazionalizzazione 'senza alcuno scrupolo' della presenza italiana dal Trentino e da tutta la sponda orientale adriatica, fornendo alcuni esempi di come tale direttiva venne attuata da parte dell'Amministrazione imperiale austriaca".

L’Autore si è pure soffermato su quanto accaduto nella cittadina di Perasto,“la fedelissima”,  dove si trova l’ultimo gonfalone di San Marco, custodito dentro ad una cassa sepolta sotto l’altare maggiore della Chiesa di San Nicolò.

Diapositive con cartografia a cura di Maria Grazia Ziberna


Tra il pubblico presente in sala si sono notati Maria Rita Cosliani, del Direttivo ANVGD di Gorizia,  nonché presidente della Mailing List Histria e vicepresidente dell’Associazione Italiani di Pola e Istria - Libero Comune di Pola in EsilioRuggero Botterini, nativo di Pola, del Direttivo ANVGD di Gorizia e decano del sodalizio, oltre a Fabiola Modesto Paulon, nata a Fiume nel 1928, decana dell’ANVGD di Udine, accompagnata dal figlio Claudio e l’editore Giovanni Aviani. Flavio Fiorentin, oltre che socio dell’ANVGD di Udine, è il Presidente del Collegio dei Revisori dello stesso sodalizio.

Parla Flavio Fiorentin, tra Elio Varutti e Mauro Tonino. Fotografia di Maria Grazia Ziberna

Il libro presentato

Flavio Fiorentin, L'eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918), Udine, Aviani & Aviani, 2018, pp. 366, euro 20.

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Testi di Elio Varutti e Maria Grazia Ziberna. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Flavio Fiorentin e Maria Grazia Ziberna. Servizio fotografico a cura dell’ANVGD di Gorizia; fotografie di Maria Letizia Ziberna, Maria Rita Cosliani e Maria Grazia Ziberna, curatrice pure delle slide con le carte geografiche. Altri materiali dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Flavio Fiorentin, al centro, tra Elio Varutti e Mauro Tonino. durante la presentazione. Fotografia di Maria Rita Cosliani


Immagini dalla consolle della regia dell'evento. Foto di Maria Letizia Ziberna

Maria Grazia Ziberna, al centro, tra Rita De Luca e Elio Varutti, durante la presentazione. Fotografia di Maria Rita Cosliani



giovedì 11 febbraio 2021

Bambini istriani da Rovigno al Campo profughi di Laterina (AR)

Pier Michele Benvegnù, nato a Rovigno nel 1944, ha poche tracce dell’esodo della sua famiglia avvenuto nel 1948, ma ricorda il Centro Raccolta Profughi di Laterina (Crp) “perché la dentro noi bambini si giocava assieme, ci piaceva molto e si assaporava la libertà”. Con quali mezzi viene via dall’Istria la sua famiglia?

“Ricordo con un camion – ha risposto Benvegnù – per portare via qualche mobile e certe masserizie in un deposito forse a Udine, ricordo che si è passati per Trieste, poi col treno siamo stati destinati al Crp di Laterina, in provincia di Arezzo”. Proprio al Crp di Laterina, la famiglia trova una qualche sistemazione. Bruno Benvegnù, padre di Pier Michele, è l’elettricista del Campo profughi, mentre la mamma, Pasqua Sponza nei Benvegnù, è una delle maestre della scuola elementare interna al Crp stesso. 

Centro raccolta profughi di Laterina, Befana 1952. Collez. Benvegnù

Pur lontano dalla natia Rovigno, la famiglia con vari altri parenti, inizia a riprendersi dal dolore dell’esilio. Signor Benvegnù, c’è stato qualche fatto tragico nella sua famiglia a causa dei Titini?

“Beh, il figlio di una mia zia è stato ucciso nella foiba – ha replicato Benvegnù – mentre mio papà Bruno si è salvato casualmente, era stato imprigionato dai Titini a Pisino e, in seguito ad un bombardamento tedesco, mancò la corrente, così gli slavi chiesero chi sapeva aggiustare il guasto, allora mio papà, essendo elettricista, si fece avanti, risolse il danno e si salvò la vita, anzi fu tenuto poi in considerazione, perché serviva loro proprio un tecnico”. Quanto tempo siete rimasti al Crp di Laterina?

“Per una decina d’anni, poi nel 1958, ci assegnarono la casa popolare a Firenze – ha detto il testimone – ci siamo spostati un gruppo di famiglie istriane, devo dire che eravamo mal visti come pochi, poi i fiorentini si sono ricreduti e ci si è reinseriti bene”. 

Crp di Laterina, Coro femminile, anni '50. Coll Benvegnù

Mi pare che lei è imparentato con Mario Andretti, grande campione automobilistico ed esule istriano come lei.

“Sì, è vero – ha concluso Benvegnù – è proprio mio cugino, sono andato a trovarlo negli USA nel 2009. Loro stavano al Crp di Lucca e, in pratica, io passavo i mesi estivi da loro, perché imparentati con i miei nonni paterni, per me era una vera e propria vacanza, era bello stare con i miei cugini”.

A proposito di cugini, un altro cucciolo dell’esodo istriano è Giuseppe Cattonar, detto Pino, cugino del signor Benvegnù. Nato a Rovigno nel 1945, Cattonar, mi dice che il suo ramo familiare “era autoctono dal 1528, mentre il ramo materno dei De Vescovi stava a Rovigno dal 1300 - Vedi: Storia   documentata di Rovigno, di Bernardo Benussi, Trieste, Editoriale Libraria, 1962 – però a causa della pressione dei Titini la mia famiglia viene via dall’Istria nel mese di agosto del 1951, dato che mio padre è stato minacciato più volte; sa, era coltivatore diretto, ma lo obbligavano a fare le cooperative, che erano una vera delusione, allora mio padre lasciò a ‘loro’ le campagne e chiese di andare a lavorare nell’industria del pesce”. 

 Crp di Laterina, Befana 1953. Collez. Benvegnù

Con quale mezzo abbandonate casa e campi?

“Partiamo in treno verso Canfanaro, Divaccia – ha risposto Cattonar – poi si passa per Trieste e ci si ferma a Udine, al Centro smistamento profughi, per alcuni  giorni, dove, sempre in treno, veniamo destinati al Crp di Laterina. Alla stazione ferroviaria del centro aretino ci attende il camion di servizio del Crp che ci conduce al Campo profughi, era sera e ci diedero l’alloggio, era una baracca, la n° 11, un ambiente lungo di 60 metri, ci dissero di tramezzarlo con delle coperte, per un po’ di intimità familiare, poi ci diedero le brande e i pagliericci fatti con le foglie delle pannocchie e quello era per dormire, alle finestre avevamo i vetri rotti, la porta non chiudeva bene, tanto che se c’era vento entrava un polverone da fuori, mi ricordo poi che ci disinfestarono con della polvere bianca. Per il Giorno del Ricordo, assieme ad altri amici esuli, per alcuni anni abbiamo accompagnato le scolaresche e funzionari comunali dei comuni limitrofi in visite d’istruzione all’ex Campo profughi di Laterina. Abbiamo fatto vedere loro le baracche rimaste in piedi e noi testimoni commentavamo quello che abbiamo passato. I ragazzi stanno molto attenti”. È mai ritornato nella sua natia Rovigno?

“Sì, diverse volte – ha concluso Cattonar – la prima volta è successo nel 1967, ma ultimamente c’era troppo turismo e non ci si poteva neanche muovere fino allo scoppio della pandemia”.

Il signor Pier Michele Benvegnù ha comunicato, infine, di aver trovato alcune fotografie del coro del Crp di Laterina. Era diretto dal maestro Mario Ricci, che si vede bene in un’immagine. In una foto si può notare la componente femminile del coro in gonna e camicetta chiara. È stata scattata il 16 settembre 1953, quando il coro polifonico del Crp ha partecipato alle selezioni per “Dilettanti alla ribalta”, una trasmissione credo della RAI. “Io ricordo bene questo coro poiché ne facevano parte mia mamma, mio nonno e mio zio – ha concluso Benvegnù – mi ricordo che ero costretto a seguire tutte le prove che facevano la sera dopo cena”.

Crp di Laterina, Baracca n. 12, anni '50. Coll. Cattonar

Si accenna, in conclusone, che la indovinata definizione di cuccioli dell’esodo giuliano dalmata è di Michele Zacchigna, nel suo Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante Edizioni, con una Postfazione di Paolo Cammarosano, 2013.

Fonti orali e ringraziamenti – Si ringraziano gli amministratori e gli operatori del Comune di Laterina Pergine Valdarno (AR). Ringrazio molto le persone intervistate per la generosa disponibilità riservata. Le interviste (int.) sono state condotte da Elio Varutti come qui di seguito indicato.

Claudio Ausilio, Fiume 1948, esule a Montevarchi (AR), int. al telefono del 20 gennaio 2021 e messaggi e-mail del 21 gennaio 2021.

Pier Michele Benvegnù, Rovigno 1944, esule a Firenze, int. telefonica del 25 gennaio 2021 ed email del 24 gennaio 2021.

Giuseppe Cattonar, Pino, Rovigno 1945, esule a Firenze, int. telefonica del 26 gennaio 2021 ed email del 31 gennaio 2021.

Cori di profughi a Laterina col maestro Mario Ricci. Coll. Benvegnù


Archivi, Collezioni private e ANVGD

Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo, Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, ms.

Famiglia Pier Michele Benvegnù, Firenze, fotografie e ms.

Famiglia Giuseppe Cattonar, Firenze, fotografie.

Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR); consultati i seguenti documenti:

- Provveditorato agli Studi di Arezzo, Circolo Didattico di Montevarchi, Registro della Classe 2^ A mista, Comune di Laterina, frazione Campo Profughi, insegnante Benvegnù Sponza Pasqua e Maffei Fratini Anna Maria, anno scolastico 1956-1957, pp. 28, stampato e ms.

- Provveditorato agli Studi di Arezzo, Circolo Didattico di [Montevarchi], Comune di Laterina, frazione Centro Raccolta Profughi, Scuola Elementare Statale, Registro della Classe 2^, 4^, 5^ mista, insegnante Benvegnù Sponza Pasqua, anno scolastico 1956-1957, pp. 24, stampato e ms.

Crp di Laterina, la baracca dei Benvegnù, anni '50

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Progetto di Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo). Ricerca e interviste a cura di C. Ausilio e Elio Varutti. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio, Pier Michele Benvegnù e Pino Cattonar. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

mercoledì 30 dicembre 2020

Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti, mio fratello caduto sotto i ferri di Menghele, di Mario De Simone

Il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X di Udine dal 2016 si occupa di commemorare la Giornata della Memoria. Negli ultimi anni le iniziative sono rientrate nel calendario delle attività del Comune di Udine. Quest’anno iniziamo le attività con la pubblicazione di un interessante ed originale contributo di Mario De Simone, di Napoli, fratello di Sergio De Simone, un bambino deportato vittima dell’Olocausto. Gli è stato detto: "Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti". Dal lager di Auschwitz, fu l’unico italiano tra i 20 bambini di varia nazionalità lì selezionati da Menghele come cavie umane per esperimenti medici compiuti dal dottor Kurt Heissmeyer nel campo di concentramento di Neuengamme, presso Amburgo. Proprio la città di Amburgo, di recente, ha dedicato un toponimo al bambino Sergio De Simone, vicino al Wassermann Park. L’intitolazione è: “Sergio-De-Simone Stieg”.  Per l'appoggio ricevuto siamo riconoscenti a don Maurizio Michelutti, coordinatore della Collaborazione pastorale di Udine sud.                             (A cura di Tiziana Menotti e Elio Varutti)

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I fatti della seconda guerra mondiale che riguardano le sofferenze e le persecuzioni subite da grandi parti delle popolazioni europee per motivi politici, religiosi o di appartenenza ad una “razza” sono stati per molto tempo sottaciuti o evitati con un senso di imbarazzato fastidio.

L’appartenenza ad etnie o, come si diceva allora, a ‘razze’ diverse da una fantomatica ‘razza’ ariana mai esistita sulla terra è stata utilizzata dal nazionalsocialismo per indicare una ‘razza’ superiore da contrapporre alle razze inferiori costituite da ebrei (indicati come responsabili di tutti i guai che erano piombati sulla Germania dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale) e zingari (che davano fastidio con quel loro modo di vivere fuori dagli schemi di una ordinata società borghese e disciplinata). Oltre, naturalmente ad alcuni tipologie di ‘sottouomini’ quali comunisti, omosessuali, persone con problemi psichici o fisici, neri o di altro colore tutti soggetti che turbavano il quieto vivere della società nazista.

Com'è noto queste scelte odiose furono adottate anche dal fascismo e, nonostante la sostanziale indifferenza per il problema da parte del popolo italiano, furono fatte proprie anche da esponenti del mondo della cultura che speravano in questo modo di fare carriera e di avere i loro vantaggi accademici, culturali, giornalistici e patrimoniali.

Le leggi razziali del 1938 costituiscono un’imperdonabile scelta politica del governo fascista e della casa reale del nostro sfortunato paese, che adottandole si contrassegnarono con maggiore evidenza per quello che rappresentavano: un governo razzista, usurpatore, violento e contrario agli interessi degli italiani che dicevano invece di tutelare.

Tutto questo è stato fino a oggi, a contrario di quello che molti pensano, troppo poco indagato dagli storici. Del dolore arrecato alle persone moltissimi hanno cominciato ad avere conoscenza solo dopo l’entrata in vigore della legge 20 luglio 2000 n° 211 che istituisce il Giorno della Memoria, che si commemora in Italia il 27 gennaio di ogni anno nella data di liberazione del campo di Auschwitz da parte dei soldati dell’Armata Rossa.

È in questo contesto che si inquadra la vicenda della mia famiglia materna e del mio povero fratello Sergio. Nel marzo del 1944 le SS, accompagnate dai fascisti locali e da un delatore si presentarono presso la casa della mia famiglia, di origine ebraica, a Fiume [vicino all’Istria, NdR], che allora era italiana. Lì trovarono e deportarono mia nonna Rosa, mio zio Jossi con la moglie, mia Zia Sonia che viveva con la sua mamma anziana, mia zia Mira con le mie due cuginette Andra a Tatiana e mia madre Gisella con mio fratello Sergio.

Sergio De Simone e cugine Tatiana e Alessandra; foto dal web

Io sono qui a scrivere queste righe perché sono nato dopo la guerra quando mia madre, tornata da Auschwitz insieme alla sorella Mira, rientrò a Napoli e lì rincontrò mio padre anch’egli rientrato dalla prigionia come militare in Germania dove era stato condotto prigioniero per difendere la ‘Patria’ che nel frattempo gli distruggeva la famiglia. Nella terribile storia della mia famiglia materna, di cui sono tornate solo quattro persone su tredici deportate in vari momenti, la storia di mio fratello riveste un particolare significato per la sua drammaticità e crudeltà.

Infatti, come è ormai noto, il destino di mio fratello Sergio prende una strada diversa da quella delle mie cugine. Drammaticamente diversa. Egli, infatti, fu scelto dai nazisti con un vile trucco, ‘chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti’, insieme ad altri 19 bambini ebrei o presunti tali prelevati dal lager di Auschwitz, trasportati a Neuengamme per essere sottoposti ad esperimenti medici sulla TBC da uno pseudo medico di Amburgo. Qui in un contesto surreale, in cui non vi erano blokove compiacenti ma solo adulti malvagi e crudeli, furono usati come cavie. [Nei lager femminili la funzione del Kapo veniva svolta dalla Blokove, NdR]. Pensate, usati come cavie: oggi abbiamo remore anche ad usare i topi o altri animali grazie alle associazioni animaliste che giustamente li tutelano.

Furono tutti uccisi nella scuola di Bullenhuser Damm ad Amburgo. In quella città, il 20 aprile del 1945, Sergio, gli altri 19 bambini, i medici e gli infermieri prigionieri che furono costretti a collaborare con Heissmayer e che per quello che potevano, tentarono di mitigare gli effetti della folle sperimentazione, i prigionieri russi utilizzati come inservienti, furono tutti eliminati ed i loro corpi inceneriti e dispersi per distruggere, insieme alle prove cartacee delle malefatte, anche le vittime, perché tanto “nessuno avrebbe mai creduto alla narrazione di quello che è accaduto realmente”, come diceva Himmler sperando nell'impunità dopo la guerra.

La storia di mio fratello e degli altri 19 bambini rappresenta la parte non a lieto fine delle storie legate alle persecuzioni razziali nazifasciste e per questo io ritengo che non debba essere mai taciuta o solo accennata ma narrata e conosciuta nel pieno dei suoi particolari aberranti per mettere tutti, moderni razzisti e non, davanti alle proprie responsabilità in particolare in relazione alle scelte politiche attuali spesso superficialmente adottate.

Voglio infine chiarire le motivazioni che mi hanno condotto a divulgare questa storia da quando ne sono venuto a conoscenza nel lontano 1995. In quell’anno fui chiamato ad Amburgo dalla Associazione dei venti bambini di Bullenhuser Damm in quanto il giornalista tedesco Gunter Schwarberg, che con fatica era riuscito a ricostruire la storia dei bambini e dei prigionieri ed a far condannare i responsabili. Nella cerimonia di commemorazione Gunter mi rivelò la storia della fine del mio povero fratello. La storia mi sconvolse e mi indignò profondamente e già sull’aereo del ritorno d’accordo con mia moglie decidemmo che non poteva rimanere chiusa nella mia famiglia ma doveva essere portata a conoscenza del maggior numero di persone possibile.

Arrivati a Napoli prendemmo contatto con la giornalista Titti Marrone del quotidiano “Il Mattino” di Napoli la quale scrisse degli articoli molto belli e poi decise di scrivere un libro su questa storia “Meglio non sapere” coinvolgendo anche le mie due cugine Tatiana e Andra Bucci. Questo è il primo dei tanti altri che successivamente sono stati pubblicati.

Questo è il motivo, infine, per cui io, come le mie cugine, non ci risparmiamo a divulgare, specie nelle scuole e nei luoghi della conoscenza, la narrazione delle nostre vicende.

Mario De Simone

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Fotografie qui accanto e poco sopra - Luneburgo (Germania), edificio adattato a Campo di concentramento nel 1943, sottocampo di Neuengamme per deportati utilizzati come forza lavoro nello sgombero di macerie in seguito ai devastanti bombardamenti alleati su Amburgo. Fotografie di Daniela Conighi, 2019.

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Cenni bibliografici e del web

Maria Pia Bernicchia (a cura di), Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti. I 20 bambini di Bullenhuser Damm una carezza per la memoria, Milano, Proedi, 2005-2006.

Elio Varutti, Ebrei di Fiume in transito a Udine per Auschwitz 1944-1945. Riflessioni, on line dal 16 gennaio 2019 su eliovarutti.blogspot.com

E. Varutti, Shoah dietro l’angolo. Carceri naziste nelle case di Udine, 1943-1945, on line dal 31 dicembre 2020 su evarutti.wixsite.com

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Autore principale: Mario De Simone. Testo a cura di Tiziana Menotti e Elio Varutti, per il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X, Udine. Servizio redazionale e di Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Tiziana Menotti, e Sebastiano Pio Zucchiatti. Copertina: Fiume 1943, Sergio De Simone con le cugine Andra e Tatiana Bucci, dietro, la mamma Gisella Perlow De Simone (al centro) e le zie Mira Perlow Bucci e Paula Perlow; Collez. privata. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo. Aderiscono: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.