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martedì 16 ottobre 2018

Riedito Popolo in fuga, di Lo Bono, sull’esodo giuliano dalmata in Sicilia


È la storia del Centro raccolta profughi (Crp) di Termini Imerese, in provincia di Palermo. Il testo era già stato edito nel 2016. L’autore, nel 2018, ha voluto aggiornare ed arricchire di ulteriori testimonianze la sua pregevole e meritoria opera. Il Crp di Termini Imerese fu attivato nell’estate del 1948 presso la caserma “Giuseppe La Masa” e chiuse i battenti alla fine dell’estate del 1956, dopo aver ospitato circa due mila profughi dell’esodo giuliano dalmata, molti dei quali si sistemarono in terra sicula.
Roma, 8 ottobre 2018 – presentazione di Popolo in fuga di Fabio Lo Bono, primo a destra, vicino a Umberto Smaila ed altri pregiati relatori

L’itinerario di diversi esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, una volta abbandonata la Jugoslavia, vede toccare il Crp del Silos a Trieste, che fino al 1954 non è Italia, ma Territorio Libero di Trieste, sotto protezione degli alleati. Dalla stazione di Trieste gli esuli vengono inviati al Centro smistamento profughi di Udine, sito in via Pradamano, presso la stazione ferroviaria e da lì sventagliati per gli oltre cento Crp sparsi per l’Italia, Termini Imerese incluso. L’autore documenta molto bene tale passaggio a p. 92. A Udine passarono cento mila profughi dal 1945 al 1960, quando chiuse il Centro. Secondo molti autori in tutto fuggirono oltre 350 mila individui dalle terre perse.
Come mi è capitato già di affermare in precedenza, nel 2017, l’autore dedica alcune importanti pagine iniziali alla storia e alla geografia del confine orientale d’Italia. Si sofferma anche sull’invasione italiana e tedesca della Jugoslavia del 1941. Alcune pagine sono dedicate all’occupazione italiana dei Balcani, con un cenno al generale Mario Robotti che ebbe il demerito di scrivere nei suoi dispacci, riguardo alla repressione contro gli slavi indomabili: «Si ammazza troppo poco». Oppure l’altro generale Mario Roatta, il quale spiegava di incendiare i villaggi dei ribelli slavi e di deportarne gli abitanti infedeli (p. 36). Tali comportamenti criminali, giustificati sotto il termine di rappresaglia militare, secondo le alte sfere fasciste, comportarono in realtà un crescente desiderio di vendetta e di pulizia etnica degli jugoslavi contro tutto ciò che fosse italiano.
La copertina del buon libro di Fabio Lo Bono, 2.a edizione

Vorrei confermare, come ho già scritto, che il volume di Lo Bono è assai interessante ed originale nella metodologia di ricerca, basata sulle fonti documentarie, ma anche su alcune testimonianze orali. Dopo aver sondato gli archivi dell’Ufficio Anagrafe di Termini Imerese, della locale Biblioteca Comunale “Liciniana”, del Museo Civico “Baldassare Romano” e, persino, i Servizi Cimiteriali del Comune siculo, l’autore si è avvalso della una sitologia del mondo degli esuli giuliano dalmati e di altri siti web, nonché di vari periodici a stampa e documentari-film nazionali.
Il testo è arricchito dalla Prefazione alla prima edizione di Giuliana Almirante De’ Medici, la quale accenna al fatto che nel 1963 ci fossero ancora 15 campi profughi aperti, con quasi 8.500 esuli da insediare, nonostante una legge fissasse al 1960 la chiusura di tutti i CRP della penisola. Poi valorizza il Giorno del Ricordo.
Poi c’è una Prefazione alla seconda edizione di Mario Micich, che azzarda un’ipotesi metodologica. “Occorrerebbe – ha scritto – che, sul modello di Lo Bono, si scrivesse una storia degli insediamenti di esuli giuliano dalmati in ogni regine italiana” (p. 10).
Il giornalista Guglielmo Quagliarotti nella sua Presentazione alla prima edizione, oltre a lodare il lavoro certosino di Lo Bono, si sofferma sui ritratti che emergono dalle interviste rivolte ai personaggi ospiti nell’ex-caserma “La Masa” e sulle icone dell’esodo giuliano dalmata, come Nino Benvenuti, Alida Valli, Mario Andretti, Sergio Endrigo e Mila Schön. Nella seconda edizione troviamo altre coinvolgenti biografie di giuliano dalmati notevoli, come lo stilista Ottavio Missoni, l’atleta Abdon Pamich e il cabarettista Umberto Smaila.  
Fabrizio Somma nella Presentazione alla seconda edizione cita la strage di Vergarolla e una serie di autori che hanno dato una svolta alla letteratura dell’esodo, china su se stessa e raramente apprezzata in campo nazionale. Oltre che a Fulvio Tomizza, il riferimento va a Anna Maria Mori ed altri scrittori come Giovanni Maiani e Roberto Stanich.
Roma, 8 ottobre 2018 – presentazione di Popolo in fuga di Fabio Lo Bono, giunto alla 135^ occasione pubblica

Nell’Introduzione alla prima edizione di Francesco Pira, docente di Comunicazione e giornalismo all’Università degli Studi di Messina, rammenta i “carri di bestiame che partirono tra gli sputi e le urla dei Titini per trovare dei luoghi dove poter sopravvivere, ma almeno continuare a vivere”. Questo volume ha “il pregio di raccontare come la Sicilia, terra che incute timore in tutto il mondo, marchiata dalla mafia, ha sempre dimostrato di essere un luogo di grandissima accoglienza con straordinari abitanti capaci di una generosità senza confini” (p. 22).
Antonio Ballarin, presidente della Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, nella sua Introduzione alla seconda edizione, esalta il ruolo sociale del volume. Il testo di Lo Bono “si inserisce dentro un progetto di ricostruzione minuta di storie, vicende umane e percorsi che insieme danno carne e consistenza umana al concetto di memoria” (p. 26).
Oltre ad una abbondante bibliografia e alla Appendice orientata al tema, il volume si avvale di quattro post-fazioni. Nella  prima, di Enzo Giunta, è spiegato come il prodotto di Lo Bono tolga dall’oblio un pezzo di storia di Termini Imerese, quando il paese siculo ospitò circa duemila profughi di Fiume, di Zara, dell’Istria e della Dalmazia. Poi c’è l’intervento di Loredana Bellavia, che punta ad una Storia che sia «punto di partenza ai fini di un umanesimo etico fondato sulla valorizzazione delle preziose diversità di tutti gli uomini» (p. 220).
Una terza postfazione è quella di Augusto Sinagra che ricorda quelle che furono, anche se per poco (1941-1943), delle città italiane dell’Adriatico orientale, come Spalato, Sebenico, Cattaro e Ragusa. Lo scrittore accenna all’importanza di aver a disposizione alte testimonianze di esuli, come quelle dei fiumani Orlando Sicara e Martino Casagrande. Poi ci sono quelle del polesano  Romano Bosich, di Bruna Fiore da Fianona, di Loretta Crivici da Cherso, di Rosanna Godena da Rovigno d’Istria e di Sonia Bertini da Zara (pp. 223-224).
Sono assai interessanti le testimonianze raccolte da Lo Bono. Le interviste sono corredate con una serie di documenti originali, come fotografie del tempo, diari, lettere, dichiarazioni di opzione per la cittadinanza italiana e fotografie di oggi.
La locandina per la presentazione a Roma del libro Popolo in fuga

Un pezzo di storia da divulgare
Il 9 ottobre 2018 l’autore ha raggiunto la 135^ presentazione del volume di Fabio Lo Bono. La vicenda del Crp di Termini Imerese è da divulgare ancor di più. Grandi meriti vadano a chi si è preso la briga di farlo in modo scientifico e senza rancori. Si sa ancora troppo poco dell’esodo giuliano dalmata. È importante raccontare le varie storie dei Campi profughi, come venivano semplicemente chiamate quelle strutture di accoglienza degli anni 1945-1972.  
L’evento della 135^ presentazione di “Popolo in fuga” si è tenuto nella prestigiosa sala del Senato della Repubblica “Istituto di Santa Maria in Aquiro” a Roma. Per il successo di tale operazione Lo Bono ha voluto ringraziare i Senatori Raffaele Stancanelli e Massimo Ruspandini, l’onorevole Federico Mollicone, Antonio Ballarin, Marino Micich, oltre a Emanuele Merlino, Giuliana de'Medici e Guglielmo Quagliarotti. Un grazie particolare ha inteso riservarlo all’amico, fiumano doc, Umberto Smaila e, in ultimo, un grazie di cuore per l’amicizia profonda e sincera all’amico di sempre Carmelo Pace.
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Note dal web
È successo che il signor Aldo Costante, nato a Fiume il 25 marzo 1943 (così leggiamo in Facebook), dopo aver letto della riedizione de Il popolo in fuga, abbia scritto, il 17 ottobre 2018, il seguente messaggio nel gruppo di Facebook “Un Fiume di Fiumani!”. Si propone qui di seguito il suo post.
“Io sono probabilmente ancora uno dei profughi, figlio di profughi, che ha vissuto nel campo di Termini Imerese. Ho dei ricordi indelebili di quel periodo e qualche foto. Lì ho trascorso la prima parte della mia infanzia. Ci sono passato giorni fa e nella caserma-campo profughi c'è ora la sede del Comune. Fuori, in quel grande giardino, esiste ancora il campo da basket, costruito da mio fratello e tanti amici profughi, dove facevano tornei. Poi venimmo a Genova dove la città NON ci ha accolto bene. Ci ha tollerato”.

Termini Imerese 2016 - La lapide per ricordare il campo profughi degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Si è riconoscenti per la diffusione e pubblicazione della fotografia a: Lions Club Termini Imerese Host– Lions Club Termini Himera Cerere

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Sitologia
E. Varutti, Il Campo Profughi giuliani di Termini Imerese, Palermo, on-line dal 16 marzo 2017.


Ringraziamenti
Fotografie dal profilo Facebook di Ed. Lo Bono che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione. Per la foto della lapide del Crp si è grati a: Lions Club Termini Imerese Host – Lions Club Termini Himera Cerere.

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Il libro qui recensito
Fabio Lo Bono, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza (1.a edizione: 2016), Lo Bono editore, Termini Imerese, provincia di Palermo, 2.a edizione ampliata, 2018, pagg. 240, fotografie b/n e a colori, 20 euro.
ISBN 978-88-94-1921-1-7

giovedì 16 marzo 2017

Il Campo Profughi giuliani di Termini Imerese, Palermo

Esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia fino in Sicilia? Ebbene sì, ben tre erano i Centri Raccolta Profughi (CRP) attivati nell’isola: a Termini Imerese, provincia di Palermo, a Cibali, quartiere di Catania e a Siracusa.
Profughi giuliano dalmati all'ingresso della città

Quello di Termini Imerese funzionò in una vecchia caserma, dal 4 agosto 1948 all’estate del 1956, quando agli ultimi profughi ospitati furono assegnate le case popolari a Palermo.
Mancava un libro sul Centro Raccolta Profughi di Termini Imerese. Dal febbraio 2016 la lacuna è stata colmata da Fabio Lo Bono, laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Palermo, oltre che responsabile amministrativo del Museo Civico “Baldassarre Romano” di Termini Imerese. L’autore è, inoltre, direttore culturale del Museo Etnoantropologico “Giovanna Bellomo” di Montemaggiore Belsito.
Come scrive l’autore nella Premessa: «Il Campo Profughi “La Masa” e i cittadini termitani “gente buona e dal cuore immenso”, memori degli insegnamenti greci, hanno accolto i circa duemila profughi con rispetto e affetto, dando grande prova di solidarietà e garantendo loro una “quasi” normale vita quotidiana» (p. 72). Diversi di questi profughi si sono stabiliti nella località sicula, integrandosi con la popolazione locale, come quando organizzavano assieme le feste del Carnevale con i coloratissimi carri allegorici. Oppure quando andavano a rinforzare le squadre di pallacanestro locali e, vista la prestanza atletica delle “putele” di Fiume e di Pola, le trasformavano nelle compagini di basket più temute della Sicilia.
Funzione religiosa dentro il Campo Profughi di Termini Imerese

Il volume è assai interessante ed originale nella metodologia di ricerca, basata sulle fonti documentarie, ma anche su alcune testimonianze orali. Dopo aver sondato gli archivi dell’Ufficio Anagrafe di Termini Imerese, della locale Biblioteca Comunale “Liciniana”, del Museo Civico “Baldassare Romano” e, persino, i Servizi Cimiteriali del Comune siculo, l’autore si è avvalso della una sitologia del mondo degli esuli giuliano dalmati e di altri siti web, nonché di vari periodici a stampa e documentari-film nazionali.
Il testo è arricchito dalla Prefazione di Giuliana Almirante De’ Medici, la quale accenna al fatto che nel 1963 ci fossero ancora 15 campi profughi aperti, con quasi 8.500 esuli da insediare, nonostante una legge fissasse al 1960 la chiusura di tutti i CRP della penisola.
Il giornalista Guglielmo Quagliarotti nella sua Presentazione, oltre a lodare il lavoro certosino di Lo Bono, si sofferma sui ritratti che emergono dalle interviste rivolte ai personaggi ospiti nell’ex-caserma “La Masa” e sulle icone dell’esodo giuliano dalmata, come Nino Benvenuti, Alida Valli, Mario Andretti, Sergio Endrigo e Mila Schön, presentate in poche, ma significative pagine.
Nell’Introduzione di Francesco Pira, docente di Comunicazione e giornalismo all’Università degli Studi di Messina e di Comunicazione pubblica e d’impresa presso l’Università Salesiana di Venezia, rammenta i “carri di bestiame che partirono tra gli sputi e le urla dei Titini per trovare dei luoghi dove poter sopravvivere, ma almeno continuare a vivere”. Questo volume ha “il pregio di raccontare come la Sicilia, terra che incute timore in tutto il mondo, marchiata dalla mafia, ha sempre dimostrato di essere un luogo di grandissima accoglienza con straordinari abitanti capaci di una generosità senza confini” (p. 18).
Una delle testimoni citate nel libro, Giuseppina (Grazietta) Drassich e Fabio Lo Bono

Oltre ad una abbondante bibliografia e alla Appendice piuttosto orientata al tema, il volume si avvale di due post-fazioni. Nella  prima, di Enzo Giunta, è spiegato come il prodotto di Lo Bono tolga dall’oblio un pezzo di storia di Termini Imerese, quando il paese siculo ospitò circa duemila profughi di Fiume, di Zara, dell’Istria e della Dalmazia. Poi c’è l’intervento di Loredana Bellavia, che punta ad una Storia che sia «punto di partenza ai fini di un umanesimo etico fondato sulla valorizzazione delle preziose diversità di tutti gli uomini» (p. 258).
L’autore dedica alcune pagine iniziali alla storia e alla geografia del confine orientale d’Italia. Si sofferma anche sull’invasione italiana e tedesca della Jugoslavia del 1941. Alcune pagine sono dedicate all’occupazione italiana dei Balcani, con un cenno al generale Mario Robotti che ebbe il coraggio di scrivere nei suoi dispacci riguardo alla repressione contro gli slavi indomabili: «Si ammazza troppo poco». Oppure l’altro generale Mario Roatta, il quale spiegava di incendiare i villaggi dei ribelli slavi e di deportarne gli abitanti infedeli (p. 35). Tali comportamenti criminali, giustificati sotto il termine di rappresaglia militare, secondo le alte sfere fasciste, comportarono un crescente desiderio di vendetta e di pulizia etnica degli jugoslavi contro tutto ciò che fosse italiano.
Il volume descrive l’uccisione degli italiani nelle foibe perpetrata dai titini. Sin dalla copertina si ha la visione delle voragini naturali della terra carsica. Nelle testimonianze si parla delle sparizioni di persone, anche di donne giovani.
Uno delle decine di originali documenti del libro di Fabio Lo Bono.

Il corpo principale del volume è dedicato al CRP della ex-caserma “La Masa” di Termini Imerese. L’autore ricostruisce perfino la pianta della struttura, e riproduce un centinaio di documenti dell’esodo giuliano dalmata. Forse questa è la parte più appetibile per gli storici doc, che vogliono sempre vedere la documentazione.
Certo, la vita all’interno della vecchia caserma era scandita dal movimento delle persone dai padiglioni, che avevano pareti con tende grigie, per creare un po’ di intimità familiare, fino ai servizi igienici, posti in mezzo al cortile. Il corpo di guardia dava su Via Garibaldi. Il CRP aveva poi un’infermeria, l’asilo e vari magazzini (p. 123).
Ci sono numerosi collegamenti col Centro di Smistamento Profughi di Udine, da dove transitarono oltre centomila esuli giuliano dalmati, dal 1947 al 1960, per essere destinati nei circa 140 CRP sparsi per l’Italia. Il CSP di Udine è citato nel volume di Fabio Lo Bono circa otto volte nelle seguenti pagine: 86, 145, 172, 186, 192, 218, 220 e 233.
Il bel libro di Fabio Lo Bono è già stato presentato con successo in varie località della Sicilia, a Roma, a Gradisca d'Isonzo e a Fiume nel Quarnaro.




Messaggi dal web


Mario Cinà, di Palermo, il 20 marzo 2017, ha scritto questo messaggio nel gruppo di Facebook dedicato alla ANVGD di Arezzo, dopo il post che annunciava la recensione al buon libro di Fabio Lo Bono: «Anche al Collegio di Maria di Monreale nel 1951 sono state ospitate parecchie profughe della Dalmazia». Il citato collegio si trova vicino a Palermo.

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Fabio Lo Bono, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza. L’esodo degli italiani del confine orientale a Termini Imerese, Lo Bono editore, Termini Imerese, ex- provincia di Palermo, 2016, pagg. 272, 120 fotografie b/n e 1 a colori, 15 euro.
Per informazioni:   info@lobonopubblicita.it

IBSN 979-12-200-0776-4