martedì 7 luglio 2015

Udine, Outing sull’esodo istriano alla presentazione di Rossa terra, di Mauro Tonino

Raccontare in pubblico del proprio padre fuggito da Fiume, per emigrare poi in Australia. Riportare la notizia di avere uno zio gettato nella foiba nel 1945, dopo l’imprigionamento a Gorizia. È successo anche questo durante la presentazione al pubblico di “Rossa terra”, editore L’Orto della Cultura, di Pasian di Prato, dello scrittore Mauro Tonino. Riportare i fatti, esternare, mandare fuori da sé ("outing") queste storie. Sta accadendo sempre più di frequente.
Lo scrittore Mauro Tonino. Fotografia di Elio Varutti

Sì che il libro è stato presentato a due anni dalla sua prima uscita, avvenuta nel 2013. L’autore descrive il viaggio per mare di un esule istriano con il nipote tra emozioni, storia, speranza e futuro. L’evento del 2015 si è tenuto all’interno della rassegna Alfabeta - Estate con gli autori, ideata a Udine da Marco Orioles, nel cortile de “La Cjacarade” ("La Chiacchierata", in lingua friulana), per la direzione artistica di Mauro Missana, di Radio Onde Furlane, con sette sponsor privati.
Ha aperto i lavori dell’incontro pubblico lo stesso Orioles, ricordando che i “giovedì di queste presentazioni sono undici e si concluderanno a settembre, grazie a una grande alleanza tra scrittori, editori e librerie cittadine”. Ha parlato poi la professoressa Renata Capria D’Aronco, presidente del Club UNESCO di Udine, organizzatore di tali “giovedì culturali”, che ha voluto ringraziare “tutti coloro che collaborano a questi interessanti pomeriggi istruttivi”. Nevio Nalato, presidente del Lions di Udine, altro ente organizzatore, ha stupito la gremita platea con queste parole: “Anche mio papà era di Fiume e, a quattordici anni, è fuggito e si è imbarcato per l’Australia”.
Succede che il discendente di esuli o l'amico apra così il proprio cuore in pubblico. Per quanto tempo l’individuo si tiene dentro quel fatto. Poi, una semplice presentazione di un libro sul tema dell’esodo giuliano, evoca fantasmi. Un mio amico psichiatra mi ha detto che un certo evento può “grattare nell’inconscio e ci si mette a raccontare quello che non si è detto per una vita”.

Romano Vecchiet e Mauro Tonino alla presentazione di Rossa Terra nel cortile dell'Osteria La Cjacarade a Udine. 
Fotografia di Elio Varutti

Mi permetto di riportare un fatto accadutomi durante alcune interviste sull’esodo italiano dall’Istria, dalla Valle dell’Isonzo, da Fiume e dalla Dalmazia. Stefania Bukovec, mia vicina di casa quando ero bambino, in Via delle Fornaci, a Udine, nei pressi del Centro di Smistamento Profughi istriani di Udine, mi raccontava della sua fuga, nel 1949, da ciò che era diventata Jugoslavia di Tito.
Era il 4 maggio 2007. La signora Bukovec è nata nel 1921 a Cal di Canale, frazione di Canale d’Isonzo, in quella che era provincia di Gorizia, dal 1918 al 1945. Oggi è Slovenia. Non voleva affrontare un certo argomento. Quello delle sparatorie fra partigiani. Me lo accennava e poi si ritraeva, pensando di svelare chissà quale segreto. Le raccontai di ciò che avevo ascoltato nelle mie interviste, delle foibe, della pulizia etnica, di partigiani titini arrivati sul litorale istriano dalla Bosnia, dalla Serbia e da altri posti lontani della Jugoslavia che fucilavano i dalmati, accusati di “renitenza alla leva partigiana”.
Allora lei si aprì e mi raccontò di un giovane del suo paese, in divisa partigiana, freddato da un ufficiale titino venuto da distante. “C’era un giovane di Cal, ce lo ricordiamo bene io e i miei familiari, perché lo conoscevamo da bambino – ha detto Stefania Bukovec – si chiamava Valentino Lipicar, era coi partigiani e gli ha sparato un altro che era con lui”. Come, è proprio sicura, un partigiano ucciso da un altro partigiano titino? “Sì è successo così – è la risposta della signora Bukovec – a Valentino avevano ordinato di sparare su un civile, ma lui si rifiutava di uccidere quell’uomo disarmato, allora l’altro partigiano gli ha sparato; in paese tutti dicevano ‘Come si fa ad ammazzare un ragazzo perché si rifiutava di sparare a un uomo’. In paese siamo rimasti tutti male”.      
Fin qui il ricordo di Stefania Bukovec.

Il pubblico nel cortile dell'Osteria La Cjacarade ("La Chiacchierata", in friulano). Fotografia di Elio Varutti

Torniamo all’evento principale del 2015 con lo scrittore Mauro Tonino. Il presentatore ufficiale, Romano Vecchiet, direttore della Biblioteca civica “Vincenzo Joppi”, ha parlato con grande sentimento e partecipazione: “perché pure io ho dei parenti coinvolti nell’esodo istriano, allora questo libro è molto importante, dato che è un romanzo di formazione”.
Altro fattore rilevante, evidenziato sin dalla prima presentazione, avvenuta a Martignacco nel 2013, “queste pagine trasmettono serenità, non acredine e rivendicazioni, qui è basilare il rapporto intergenerazionale tra il nipote Filippo e il nonno Marino”. Sono raccontati “con molti dialoghi – ha aggiunto Vecchiet – i fatti che coinvolsero, fino alla morte nella foiba di Vines a causa dei partigiani titini, il padre di Marino nel 1945, che era Nazario, il quale dopo il 1943 dovette tenere la divisa della milizia fascista, altrimenti il suo capo l’avrebbe fatto fucilare lì subito”.
Ecco un esempio dei dialoghi tra nonno Marino e il nipote Filippo, verso la fine del viaggio per mare lungo la costa istriana.

«È stata una bella vacanza, ma come tutte le cose, anche questa ha una fine».
«Nonno, ci sarebbe ancora una cosa da fare!» argomentò ancora con maggior vigore il ragazzo.
Marino, aggrappato a una sartia osservava muto il nipote, poi, a un certo punto, rispose interrogandolo «Che cosa intendi dire con “Ci sarebbe altro da fare”?».
Filippo prese coraggio ed espose il proprio convincimento «Manca una cosa… ed io non ritorno a casa senza aver visitato il paese dove sei nato e la “foiba” dove è sepolto tuo padre».
Scese un imbarazzante silenzio tra i due.
Lo ruppe di nuovo Filippo «Voglio portare un saluto a Nazario» (pagine 149-150).

Quindi Rossa terra “non è un vero e proprio romanzo storico – ha aggiunto Romano Vecchiet – anche se contiene tanti riferimenti storici di fatti avvenuti, direi che piuttosto è un reportage di viaggio in barca da Trieste verso l’Istria”.
Qui la realtà non è mai vista “sotto la lente neutrale dello storico, ma viene proposta in forma di letteratura – ha proseguito Vecchiet, nel suo partecipato intervento – il racconto è didascalico, qui si spiega la slavizzazione delle terre perse, il perché ci fossero i partigiani, i fascisti e le foibe, oltre a una buona dose di geografia dell’Istria. Questo è un viaggio intenso di istriani, pur esiliati, con i toponimi come erano da secoli sul litorale istriano. Non come capita ai turisti del Duemila che dicono “Rjieka”, anziché “Fiume”, oppure “Pula”, al posto di “Pola”. Già, perché in lingua italiana non si dice e non si scrive “Paris” per Parigi, oppure Wien” per “Vienna”.
Già presentato in vari luoghi del Friuli Venezia Giulia, nelle scuole, cinque o sei volte a Udine, in varie radio, a Milano, Novara, nell’Istria slovena e in quella croata, il volume di Tonino fa ancora discutere e desta molto interesse.
Come è nato questo libro? “Daniele, il padre di Filippo, è un mio amico – ha detto Mauro Tonino – e mi chiese di raccontare la storia del suo avo ucciso nella foiba, così presi il computer, ma poi ho utilizzato la carta e la penna, perché ho lasciato che il racconto filasse via liscio dato che mi sono ritrovato nella stessa barca al centro dell’attenzione di queste pagine, con nonno Marino che raccontava”.
L’esperienza diretta, prima del 2012, si concluse con un viaggio dello stesso romanziere assieme al suo affabulatore: nonno Marino. Giunsero a Villanova di Verteneglio, che nei primi anni del Novecento contava il 97 per cento di abitanti italiani. L’incontro con i vecchi istriani fu commovente, dopo cinquanta anni. Poi Marino volle cercare il sepolcro indesiderato di suo padre, ma i paesani di oggi non conoscono quei tragici fatti. Non sapevano dove fosse la foiba di Vines. 
Quando avevano deciso di desistere, fuori da un bar il romanziere spinse Marino a parlare con un vecchio in croato. “Perché vuoi vedere la foiba di Vines?” – disse il vecchio del luogo. La risposta di Marino, che sa il croato, fu semplice e disarmante: “Perché lì c’è mio papà”. Allora il vecchio, che curiosamente si chiama Marino pure lui, decise di accompagnare i visitatori italiani addirittura con la sua autovettura. Chiamò il proprietario del terreno dove si trova la voragine carsica, tale Nando, che portò tutti fino al bordo dell’abisso. “Tanto per dire che le persone buone si trovano in Italia, in Slovenia e in Croazia” – ha commentato il romanziere davanti alla platea che applaudiva. Fu così che videro la foiba. Marino Cattunar disse la seguente frase: “Papà, questa è l’ultima volta che vengo a trovarti…”.
La vetrina della Biblioteca civica "V. Joppi" di Udine, dedicata al libro Rossa terra, di Mauro Tonino. Fotografia di Elio Varutti

Al termine dell’incontro ci sono state molte domande di approfondimento. Quando ha preso la parola Marina Toffolo, l’artista che ha corredato il romanzo di Tonino con una serie avvincente di disegni a tema, c’è stata un’altra rivelazione. “Dopo settanta anni ho scoperto anche io – ha detto la Toffolo – di avere un pro-zio imprigionato dai titini a Gorizia nel 1945 e, probabilmente, ucciso in una foiba”.
Nel frattempo una parte del pubblico si portava ad un bancone, dove il titolare dell’osteria offriva, per una certa cifra, un assaggio di carpaccio di pescespada su letto di crauti con un calice di Prosecco. Intanto c’era la coda al banchetto dove si vendeva il libro di Mauro Tonino, uscito nel 2013.   
La rassegna Alfabeta - Estate con gli autori che proseguirà ogni giovedì, tranne a ferragosto, ha ricevuto il patrocinio del Comune di Udine e di Turismo fvg.

  Mauro Tonino risponde alle molte domane del pubblico presente. Fotografia di Elio Varutti

Un articolo del «Messaggero Veneto» del 10 luglio 2015 riporta la notizia della presentazione di Rossa terra al Lido di Venezia. Dopo la prima presentazione ufficiale del volume svoltasi nell’ambito del Giorno del Ricordo a Martignacco, in provincia di Udine, il 15 febbraio 2013, ci sono state cinque presentazioni nella città di Udine, delle quali una in collaborazione col Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), presieduto dall’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara, assieme a Annalisa Vucusa, scrittrice originaria di Zara.
Il volume, tra le altre, è stato presentato il 22 ottobre 2013 a Trieste con il Comitato Provinciale dell’ ANVDG, a Palmanova e Pasian di Prato. Il 5 aprile 2014 a Milano con il Comitato Provinciale dell’ANVGD. Il 26 settembre 2014 al Museo Civico delle Carrozze di Codroipo. Nel mese di dicembre 2014 alla Galleria ArtOpenSpace di Gorizia.
Altre presentazioni si sono tenute a Telefriuli, al TG2 della RAI e in varie emittenti radiofoniche in Italia (Radio Onde Furlane, Radio Rai FVG, Radio Match 5 e Radio Popolare di Milano), Slovenia (Radio Capodistria) e Croazia (Radio Pola). Tonino ha parlato del suo libro in più occasioni a Milano e a Novara. Rossa terra è stato presentato nelle scuole superiori, come il 7 febbraio 2015 all’Istituto “B. Stringher”, al Liceo “C. Percoto” di Udine, al Liceo “Casiraghi” di Cinisello Balsamo (MI), il 19 febbraio 2015.
La presentazione più coinvolgente si è tenuta il 13 febbraio 2014, assieme all’esule Daniele Cattunar per il Giorno del Ricordo all’Istituto “A. Zanon” di Udine, la scuola frequentata da Filippo – che è tra i protagonisti del romanzo assieme al nonno.
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Una versione di questo articolo è apparsa sul sito di info.fvg.it col titolo Ancora Rossa terra, di Mauro Tonino, sull'esodo istriano.
Altri articoli sulla prima presentazione dell'opera di Mauro Tonino, avvenuta a Martignacco il 15 febbraio 2013 e su altre presentazioni cittadine (esempio il 30 aprile) sono apparsi nel web sul sito di info.fvg.it col titolo Presentato a Udine “Rossa terra”, un libro sull’esodo istriano alla data del 3 maggio 2013 e sul "Giornale del Friuli" del 4 maggio 2013 col titolo Presentato a Udine un romanzo sull’esodo istriano. È Rossa terra di Mauro Tonino.

lunedì 6 luglio 2015

Baldasseria vista da Alfredo Orzan

Fresco di stampa è uscito il libro scritto dal maestro Alfredo Orzan. “Baldasseria vista da Orzan”. Si intitola così la nuova produzione culturale edita dalla Associazione Insieme con Noi, di cui è presidente Germano Vidussi. Contiene la premessa di don Tarcisio Bordignon.

Udine. Via Baldasseria Bassa - la zona della Piccola Parigi. Fotografia del 1977

Questo libro contiene la raccolta di articoli di Orzan, pubblicati dal 1979 in poi soprattutto sul numero unico di Baldasseria Festa Insieme, in occasione della tradizionale sagra parrocchiale. Poi Orzan ha scritto anche in altri giornali, comunque riprodotti nel libro. Ci sono, inoltre, altri articoli di “amici” di Orzan, riferiti sempre ai fatti della borgata udinese, come don Aldo Moretti, Arduino Cremonesi, Aldo Candussio, Guerrino Cecotti e Aldo Cettul. Alla fine del Novecento era una circoscrizione, con la denominazione di “Udine Sud”. Un tempo era frazione, oppure come scrivevano i vecchi parroci del Settecento o dei primi anni dell’Ottocento “un Corpo Santo” della città.
Era quasi doveroso raccogliere tutti gli articoli, scritti dal 1979 ad oggi dal maestro Orzan. Raccoglierli e riordinarli assieme a lui, per proporre ai lettori un libro di storia del territorio. Qui troverete dei bei brani di storia industriale, di economia agraria – con  sconfinamenti nella botanica –, di  ecologia e salvaguardia delle acque, di economia dei trasporti e di tecnica delle comunicazioni. Tutto in riferimento alla zona di Baldasseria.
Il libro si articola in varie parti. Per esplicito intendimento di Orzan contiene testi scritti da altri autori, che vanno ad arricchire l’offerta culturale dell’intero prodotto editoriale. Si inizia con la preistoria, per arrivare a Napoleone e ai moti risorgimentali del 1848. Poi ci sono i fatti del Novecento, con grande spazio agli eventi delle guerre mondiali. C’è la storia della chiesa di Santa Maria degli Angeli, la chiesetta di Baldasseria, oltre alla nascita della parrocchia di San Pio X.
Si descrivono, in seguito, le industrie della zona e i mestieri di un tempo. Non si trascurano gli aspetti dell’agricoltura, fattore economico fondamentale per la vita degli abitanti locali, i corsi d’acqua, le fontane e gli aspetti dell’architettura rurale. Ci sono le curiosità sui toponimi, come la “peccaminosa” Piccola Parigi, o altri momenti della vita popolare del quartiere. Il tutto è raccontato con minuziosa precisione e con un certo garbo da quella gran penna d’oro che è il maestro Orzan.
Egli è venuto in Baldasseria da San Lorenzo Isontino, provincia di Gorizia, per insegnare alla scuola elementare “Ada Negri” di via Zucchi. Poi in questo quartiere di Udine ha trovato la sua dimora, acquisendo con gli anni un senso di appartenenza tale da portarlo a scrivere tanti articoli su di esso.
Nel volume, ricco di fotografie inedite, ci sono pure le biografie di alcuni talenti della zona, come Giulio Menossi, Mario Baldan, Corrado Barazzutti, Lucia Gazzino, Toni Menossi, Carlo Tolazzi, Bruno Sebastian, Giovanni Clochiatti, Daniele D’Agaro, Ezio Rojatti, Roberto Lestani e i missionari Padre Alberto Chiappa, nonché Padre Aldo e Padre Bramante Marchiol.
Grazie a Orzan, con questa pubblicazione, possiamo conoscere e far conoscere “Baldasseria” a tutti i residenti, anche a coloro che sono venuti ad abitare in questi ultimi anni, che poco sanno della nostra realtà particolare.

La presentazione del volume di Alfredo Orzan è per venerdì 4 settembre 2015, alle ore 18,00, nell’aula magna della scuola “E. Fermi” di Via Pradamano a Udine.
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Buongiorno,
Purtroppo, la programmata presentazione del libro "Baldasseria vista da Alfredo Orzan" per il 4 settembre 2015, alle ore 18,00, presso l'aula magna della scuola Enrico Fermi di Via Pradamano non ci sarà in quanto il maestro Orzan, pricipale autore del libro, non potrà essere presente in quanto è ancora ricoverato all'ospedale di San Daniele, in seguito all'operazione all'anca.
La presentazione del libro si farà successivamente, probabilmente nel mese di ottobre; daremo tempestiva comunicazione della data e ora e della sede della presentazione.
cordiali saluti
Germano Vidussi (presidente dell'Associazione Insieme con Noi)
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Presentazione del libro "Baldasseria vista da Alfredo Orzan"

Sabato 10 Ottobre 2015 - ore 18,00
Scuola Enrico Fermi - Aula Magna 
Via Pradamano, 21 - Udine
Per informazioni sul nuovo libro, rivolgersi alla Associazione Insieme con Noi. E-mail: insiemeconnoi@gmail.com

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Per approfondire riguardo a Baldasseria e dintorni su questo blog vedi: 

Presentato a Udine il libro del maestro Orzan su Baldasseria il 10 ottobre 2015

Solidarietà e cooperazione in Baldasseria, Udine (sec. XIX-XX)

Le bande di Via delle Fornaci a Udine 1960 

I platani del Vial de Palma, Udine 1960-1965

 Udine, la Todt in Baldasseria e i Cosacchi in Porta Aquileia


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Pubblico qui un articolo di Alfredo Orzan su un rione di Baldasseria, contenuto nel volume appena stampato.
La Piccola Parigi

"Una manciata di vecchie case, a levante e ponente di via Baldasseria Bassa, fra i paralleli di via Lauzacco e Lavariano; qualche muro annerito, stradine, orticelli curati e aiuole fiorite. Una borgata tranquilla che ha mantenuto inalterato nel tempo l’aspetto del tipico insediamento operaio-rurale di due secoli fa: un esempio di architettura spontanea modesta, se vogliamo, ma suggestiva e in stridente contrasto con la monotona mole del «Modulo commerciale» vicino, che non poteva trovare collocazione più infelice.

SULL’ORIGINE DEL TOPONIMO
Carletto Domenico nell’ agosto del 1971 (allora aveva 79 anni) in occasione della sagra, intervistato, dichiarava al periodico della comunità, in quegli anni intitolato «Parrocchia di S. Pio X»: «I Casali di Baldasseria Bassa vennero denominati «Piccola Parigi» all’inizio del 1800, quando anche la Baldasseria Bassa era un covo di contrabbandieri ... il centro della borgata era costituito dallo stallone o stazione dei cavalli, fabbricato adibito ad abitazione».
Non esistono, però, fonti storiche per documentare il battesimo di questo toponimo. Le mie ricerche alla Biblioteca Comunale sono state infruttuose. A sentir gli anziani la denominazione ha origini più remote. L’avevano già sentita dai nonni e bisnonni. Evidentemente (e su questo punto le testimonianze orali tramandate sono concordi) nel borgo esisteva una stazione di posta per il cambio dei cavalli alle diligenze che provenivano da Trieste e Gorizia ed erano dirette a Vienna.
Questa sosta favoriva il contrabbando di merci facilmente reperibili nel porto giuliano, ma attirava anche donne compiacenti in cerca di zerbinotti denarosi. Forse il toponimo nacque allora per definire, come dice Carletto, il luogo poco raccomandabile e malfamato simile a certi quartieri della capitale francese. Dopo l’avvento della ferrovia, questa stazione rimase inattiva e si trasformò in rimessa per carrozze, probabilmente, di privati e facoltosi cittadini che avevano in affitto anche qualche stanza per le loro scappatelle.
«Entravano da quel portone» e mostra il rustico ora abitato dalla famiglia Sdrigotti; così un’anziana signora che l’aveva spesso sentito da sua nonna. E mi fa certe allusioni che non lasciano sottintesi. Tornando all’origine del toponimo, esso potrebbe derivare anche dalla presenza di qualche contingente di soldati francesi stanziatosi nei dintorni durante il periodo napoleonico o che frequentavano questo posto in cerca di evasioni amorose.
Può darsi anche che qui si siano accasati dei disertori francesi, come avvenne in Carnia con i cosacchi nell’ultima guerra. L’osteria «Al Francese» sorta nell’ultimo dopoguerra, non ha nessuna relazione con le ipotesi avanzate. La intitolò lo scomparso Gino Colle, padre dell’attuale gestore, emigrato in Francia per tanti anni. A così intitolarla furono gli avventori: «anin a bevi un tai là dal Francês». Fin qui tra storia e leggenda.

DOPO IL ‘900
Indicazioni certe sulla vita del borgo le abbiamo solo dal ‘900. Carlo Rizzi, di anni 76, mi racconta: «I Rizzi hanno sempre abitato qui da generazioni. Mio nonno era chiamato «Agnul cuardarûl». I tre vialetti paralleli, che ora sono le entrate delle case di levante, una volta erano il laboratorio del mio avo. Lunghi quanto le corde che fabbricava, qui armeggiata tra balle di canapa e il cigolare di torcitrici, verricelli e arcolai.
Quando ero ragazzo nella casa dei Marano (civico 126) c’era l’osteria con il tabacchino gestita da sior Ugo che faceva il postino. Le vecchiette venivano a comperare qualche soldo di macube o di cinzilio (tabacco da fiuto). La domenica si giocava a bocce. Nell’area contigua, dove ora ci sono l’orto e l’entrata delle villette del Messaggero si teneva il 24 agosto o lo domenica dopo, lo sagra detta di S. Bartolomeo. Si ballava sul breâr al suono delle fisarmoniche e alle luci dei ferai a carburo. L’attuale sagra che si teneva in via Baldasseria Media ed ora si fa nel cortile della Parrocchia, è nata qui.
Non potevamo festeggiarla il 15 agosto giorno dell’Assunzione di Maria, perchè lo gente se ne andava tutta in Giardino Grande alla tombola tradizionale. E anche per non confondere il sacro col profano. Dopo lo grande guerra l’osteria venne rilevata da Pieri e Pina Mandoline (Castronini) che spostarono l’esercizio sotto il portico (galleria), attuale abitazione dei Macor. Vendevano vino sfuso e a fiaschi. Era il posto prediletto degli anziani che giocavano per ore a briscola e tressette, mentre le mogli rassegnate li attendevano invano a cena. La messa si teneva nella chiesetta di S. Maria degli Angeli e la scuola nel vecchio edificio di via Piutti. Si frequentava fino alla terza; poi si doveva andare alla Dante. Ricordo anche il nome delle maestre: Costanza Cozzi e Raffaella Gioconda.
Ogni tanto dal castello suonava l’allarme per le incursioni degli aerei e dei dirigibili tedeschi che bombardavano lo stazione ferroviaria. Le maestre spaventate si rifugiavano sotto i banchi e noi sciamavamo per i campi. Quando nella scuola si stabilì un comando militare le lezioni si tenevano nella casa dei Vuattolo.
Durante lo guerra nella vecchia cava d’argilla delle fornaci Rizzani (area su cui ora sorgono l’Istituto Ceron e il supermercato) c’erano trincee, protette da filo spinato attraversato dalla corrente elettrica, scavate in previsione di un ripiegamento del fronte dell’lsonzo.
Dai Clocchiatti, invece, i militari addestravano i S. Bernardo a trainare, perché meno vulnerabili al bersaglio, i biroccini per portare vettovaglie e munizioni in prima linea. Dopo lo guerra, appena rientrato dall’esodo di Caporetto in Toscana, nei prati dei Carlini c’era un campo di concentramento di prigionieri austro-ungarici trasferiti, in seguito, altrove.
Da allora c’è poco da dire. Le vicende dell’ultima guerra tutti le conoscono. Ora ci sono tante nuove case costruite in questi ultimi anni. Prima da qui a S. Ulderico non esistevano abitazioni e lo strada era bassa, stretta e polverosa. L’ultimo tronco di Baldasseria Bassa venne asfaltato quando l’on. Moro inaugurò nel giugno del ‘68 lo sede del «Messaggero Veneto». il resto è storia recente. Ormai, fra tanta gente nuova, delle vecchie famiglie native del posto, oltre a noi, sono rimasti i Clocchiatti, i Vuattolo, i Campanotto, i Del Zotto, i Bulligan e i Modonutti».

IL PROCESSO DI SOCIALIZZAZIONE
I rapporti, però, personali e di buon vicinato fra lo gente bonaria e operosa del vecchio ceppo e i nuovi arrivati stanno diventando, seppur lentamente, sempre più familiari. Le persone incominciano a conoscersi e convivere nel rispetto reciproco. «Al Francese» e nel simpatico negozietto di Mirella trovano lo spazio per scambiarsi quattro chiacchiere, stare un po’ insieme e aprirsi.
Ma favorevoli occasioni d’incontro sono date, soprattutto, dalla parrocchia, dalla scuola, dal mondo del lavoro, dalle sagre vicine. I giovani e i ragazzi sono diventati ormai tutti amici. Saranno essi, un giorno, a fare di questa comunità una grande famiglia perché la «Piccola Parigi» si sta dilatando oltre i suoi confini storici".

Alfredo Orzan, "Baldasseria Festa Insieme", 1984

venerdì 3 luglio 2015

Tonj, il primo sarto di Resia, Udine

Antonio Barbarino, Matiònawa, ha imparato a cucire e tagliare i tessuti sin dai quindici anni d’età. Era chiamato anche Toniscic, il diminutivo “Tonino”. Nel 1953-1954 lavorava come apprendista di sartoria presso Luigi Di Lenardo, detto  Wighj Wurscjn ta W Ronzen (tradotto dal resiano: “Luigi che sta in Ronch”). Era il sarto autodidatta di Resia. Il suo laboratorio di sartoria si trovava in località Ronch a San Giorgio di Resia, in provincia di Udine.
Ritratto di Antonio Barbarino, Matiònawa, 1972

Bisogna dire che Tonj Barbarino fu il primo sarto diplomato di Resia. Nato nella sua amata Resia il 23 novembre del 1936, era figlio di Luigi e di Gemma Valente; Tonj è deceduto il giorno 11 febbraio del 2008.
Antonio Barbarino, detto affettuosamente Tonj, oltre al patronimico Matiònawa, in paese era noto, come i suoi fratelli, con un ulteriore affascinante appellativo pieno di storia: “To jè sin Chemin”. In idioma resiano, riconosciuto come lingua delle minoranze dalla legge statale n. 482 del 1999, il fraseggio significa: “È il figlio di Gemma”.

Qui c’entra la storia con la “S” maiuscola, perché Gemma Valente, Bastajànawa, vedova Barbarino (Resia 1915 – Udine  2008) era riconosciuta in tutto il paese e pure nella valle, come la madre di quattro bambini rimasti orfani, durante la Seconda guerra mondiale. Gemma restò vedova di un partigiano deportato in campo di concentramento dai nazisti a Flossembürg, in Germania, nel 1945, dopo essere stato fatto prigioniero nel 1944. Il partigiano, marito di Gemma, era Luigi Barbarino, Matiònow (Resia 1914 – Flossembürg 1945).

Ritorniamo a Tonj, il primo sarto diplomato di Resia. Cercherò di descrivere la sua formazione professionale. Per conseguire un adeguato titolo di studio egli frequentò dal 14 marzo al 15 giugno 1955, con “esito lodevole”, un Corso di taglio a Gemona del Friuli, tenuto dalla Scuola professionale di Taglio “La Moderna”, con sede a San Donà di Piave, in provincia di Venezia.


La scuola, diretta dal professore Carlo Crosera, teneva corsi di “Alta cultura per abiti maschili e femminili”. Per pagare tale corso, del costo di 30 mila lire, oltre a 200 lire di “tassa di ammissione” e all’anticipo in contanti di 6.500 lire, Tonj e la madre firmarono alcune cambiali pagherò, con scadenza fino alla metà di settembre 1955. Sono andati ad onorare tali cambiali  alla filiale di Moggio Udinese della Banca Cattolica del Veneto, in quanto a Resia non c’erano sportelli bancari. Si tenga presente che uno stipendio medio era di 10 mila lire, in quegli anni di uscita dalla Ricostruzione e di inizio del boom economico.

 
Poi Tonj lavorò ancora per un po’ col sarto Di Lenardo in Ronch e, in seguito, si mise in proprio, fino alla fine degli anni cinquanta. Il suo laboratorio di sartoria aveva sede preso la casa d’abitazione a San Giorgio di Resia, in Via Rusgis. Il 31 luglio 1955 Tonj si comprò, firmando altre cambiali, onorate con puntualità, una macchina da cucire nuova di zecca. Era una Gritzner, di fabbricazione tedesca, a pedale. Costava 164 mila lire. Un carico di legna per il riscaldamento per l’inverno poteva costare sulle 1.000 o 1.200 lire
Tonj, con la sua Gritzner fiammante, lavorò discretamente per il paese, anche se i lavori che gli davano da fare erano più legati al rammendo, al rifacimento, piuttosto che al taglio di nuovi capi d’abbigliamento, essendo la comunità e l’Italia intera appena uscite dalla Seconda guerra mondiale.
Ricevuta per l'acquisto della macchina da cucire a pedale

Il colpo di fortuna, diciamo così, arrivò nel 1961. Gli venne proposto un lavoro dallo zio Arturo Valente, arrotino, che era in contatto, probabilmente per motivi lavorativi, con la fabbrica di abbigliamento Basevi di Udine. Non poteva essere che un resiano ad arrotare perfettamente le forbici della eccellente sartoria Basevi, dato che i resiani sono molto bravi ed affidabili nell’antico mestiere del gua (arrotino, in friulano). Si veda in merito lo studio di Antonio Longhino, Livin, sugli arrotini della Val Resia. Proprio in quella zona c’è persino il Museo dell’Arrotino.
Garanzia della macchina da cucire

Allora il nostro Tonj si lasciò convincere – si sa che i resiani sono assai orgogliosi – ad andare a chiedere un po’ di aiuto al patronato dell’Opera Nazionale Orfani di Guerra, per un attestato della sua condizione sociale: “orfano di guerra”. Poi si presentò al Magazzino Basevi di Via Micesio a Udine. Tra l’altro, tale edificio, essendo stato progettato e realizzato da Pietro Zanini, nel 1937-1938, è un pezzo di storia dell’architettura del Novecento in Friuli. Qui i Basevi producevano i famosi impermeabili ARBAS. L'impresa fu attiva fino al 1970 circa.
Entrato in prova in azienda, Tonj, si fece subito apprezzare e fu assunto. I Basevi gestivano pure un primario negozio in Via Mercatovecchio, il Central Business District della città terziaria, come risulta Udine sin dal Medioevo.
 
La facciata del Magazzino Basevi di Udine. 
Fotografia di Elio Varutti

La città di Udine, nel settore della sartoria e della confezione dell’abbigliamento, aveva una tradizione segnata da una presenza rilevante sin dal 1910, secondo i dati della Camera di commercio, con 22 sarti da uomo, 11 aziende per signora e, persino, due sartorie militari. Per il sarto Tonj Barbarino, quindi, era molto prestigioso lavorare nel capoluogo friulano, il centro della moda maschile e femminile, legata sin dall’Ottocento alle piazze di Torino, Milano, Parigi e Vienna. Per la moda del periodo pre-unitario e dopo il 1860 è stato consultato il periodico, stampato a Milano “La Ricamatrice. Giornale di cose utili ed istruttive per le famiglie”, su cui scrivevano anche Caterina Percoto e Pacifico Valussi.
Il Magazzino Basevi in Via Micesio a Udine
Fotografia di Elio Varutti

Nel Magazzino Basevi lavoravano soprattutto donne, tra di loro c’era Rosa Cantoni, la partigiana Giulia. Qui la storia piccina si ricollega alla storia con la “S” maiuscola. Rosa Cantoni era pure  vicina di casa del nostro Tonj Barbarino.

Il Magazzino Basevi ripreso da via Bassi a Udine
Fotografia di Elio Varutti

Udine, Viale della Vittoria - Monumento ai Caduti nei Campi di sterminio nazisti, particolare e, nella foto sotto: in generale; è all'entrata del Parco della Rimembranza
Fotografia di Elio Varutti

Udine, Piazzale XXVI Luglio 1866 - Monumento alla Resistenza restaurato nel 2015, per il 70° anniversario dalla Liberazione. Opera dell'architetto Gino Valle, del 1969. Dietro al monumento c'è la chiesa del Tempio Ossario, degli architetti Alessandro Limongelli e Provino Valle, del 1932. Fotografia di Elio Varutti 

La signora Rosa Cantoni veniva abitualmente chiamata affettuosamente da tutti, colleghe comprese, “Rosina”, forse per la statura minuta. Era molto ben voluta, ella si prestava ad espletare anche pratiche burocratiche per il vicinato, in borgo San Lazzaro ed altre vie limitrofe. Era un funzionario del P.C.I.
Dopo un po’ di tempo, Tonj Barbarino e Rosina Cantoni si misero a parlare del babbo di lui, il partigiano deportato a Flossembürg.
Un carcere di Udine, utilizzato dai nazisti per detenere i prigionieri prima dell’internamento si trovava nella caserma della LXIII Legione “Tagliamento”, in Via Aquileia, secondo quanto riferito, nel volume del 1984, da Rosina Cantoni a Flavio Fabbroni (p. 23). La stessa Rosina Cantoni, secondo Italo Tibaldi, è compresa nel trasporto n. 117, assieme ad ebrei e zingari (pp. 116-117), partito da Trieste il giorno 11 gennaio 1945, con soste a Gorizia e Udine, con destinazione Ravensbrück, dove giunge il 16 gennaio 1945. Identificati 31 deportati. Superstiti alla liberazione: 8.
Fu così che Rosa Cantoni scoprì di aver fatto il viaggio della deportazione in Germania sulla stessa tradotta dove fu trasportato Luigi Barbarino, il padre di Antonio, Tonj, il primo sarto diplomato di Resia.
Sul un altro convoglio ferroviario, partito dalla Risiera di San Sabba a Trieste, il 24 febbraio 1945, dopo la tappa di Udine, raggiunse il lager di Dachau il 28 febbraio successivo, già carico di ebrei, dovettero salire altri prigionieri a Udine, per la deportazione in Germania. Si tratta di Paolo Spezzotti, Fausino Barbina, don Erino D'Agostini, Gianni Agnoli, Alfonso Zamparo. Alcuni con destinazione Dachau, altri Ravensbrück, come ha scritto Liliana Carngelutti, nel 2009.

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Le notizie, le fotografie e i documenti per il presente articolo sono stati gentilmente concessi per la diffusione e la pubblicazione da Lucillo Barbarino, Matiònawa, nato a Resia nel 1941 e residente a Udine, durante un’intervista da me condotta il 27 giugno 2015. Collezione Lucillo Barbarino, Resia.
Le forbici e il metro da sarto di Tonj Barbarino
Sin qui le fotografie sono di Elio Varutti


Ecco la macchina per cucire "GRITZNER", con la quale Tonj (chiamato anche Toniscic,)il diminutivo "Tonino", ha lavorato come sarto. Ringrazio per le fotografie: Manuela Barbarino
 
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Bibliografia di riferimento


Mario Blasoni, “La sartina tornata dall’inferno dei Lager”, in M. Blasoni, Cento udinesi raccontano, Udine, La Nuova Base, volume II, pp.  199-202. (su Rosina Cantoni lavoratrice alla ditta Basevi).

Liliana Cargnelutti, Dal campo di Dachau: memorie di Paolo Spezzotti, in Paolo Spezzotti, La marcia da Dachau a Udine con Marco Cristofoli e Alfredo Milocco (10-20 maggio 1945), op. cit., (pp. 15-31).


Flavio Fabbroni, La deportazione dal Friuli nei campi di sterminio nazisti, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1984. 

Chiara Fragiacomo, Daniele D’Arrigo (a cura di), Alfonso Zamparo. Siamo tornati uomini. Scritture di una deportazione, Udine, Associazione Nazionale ex Deportati Politici (ANED), Sezione Provinciale di Udine, 2015.

Antonio Longhino, Val Resia terra di arrotini, Circolo culturale resiano "Rosajanska Dolina", Resia, provincia di Udine, 1992.

“La Ricamatrice. Giornale di cose utili ed istruttive per le famiglie”, anno VII, 1854

Paolo Spezzotti, La marcia da Dachau a Udine con Marco Cristofoli e Alfredo Milocco (10-20 maggio 1945), Udine, Associazione Nazionale ex Deportati Politici (ANED), Sezione Provinciale di Udine, 2009.


Italo Tibaldi, Compagni di viaggio. Dall’Italia ai Lager nazisti. I «trasporti» dei deportati 1943-1945, Milano, Franco Angeli, Consiglio Regionale del Piemonte, (1.a edizione: 1994), 1995.

Gualtiero Valentinis, Guida delle industrie e del commercio in Friuli, Camera di commercio di Udine, 1910.

Elio Varutti, Tra scuola e museo. Una ricerca dell’Istituto Stringher di Udine sui venditori ambulanti. Claut e Val Resia, in “Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali”, Udine, 10, 2007, pagg. 146-151.


Il primo della lista è il babbo di Tonj Barbarino, il primo sarto di Resia. Grazie a / Hvala : valresia-resije.blogspot.it


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Per chi volesse leggere un articolo sulla storia della villeggiatura a Resia, clicchi sulle seguenti parole:   La villeggiatura a Resia tra le due guerre mondiali