Annalisa Vucusa,
scrittrice originaria di Zara, ha presentato il libro sui profughi istriani «Ospiti
di gente varia». Organizzato dal Comitato di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), l’incontro si è svolto il 31 marzo 2015 nella
sala parrocchiale di Vicolo Sillio a Udine.
Il volume, che
ha per sottotitolo «Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento
Profughi di Udine 1943-1960», è stato scritto da Roberto Bruno, Giancarlo Martina, Elisabetta Marioni ed Elio Varutti. Questi ultimi due autori erano
presenti all’evento. Editore della pubblicazione è l’Istituto Statale d’Istruzione Superiore «Bonaldo Stringher» di Udine.
“È un libro sintetico
ma approfondito e documentato – ha detto la professoressa Vucusa – e potrebbe
essere utilizzato a scopo didattico per la storia del territorio”.
I lavori della
serata sono stati aperti dall’ingegnere Silvio Cattalini, presidente del
Comitato di Udine dell’ANVGD. “Non sono molte le scuole di Udine che svolgono
certe attività così intense sul Giorno del Ricordo e sull’esodo giuliano – ha
detto Cattalini – per questo ringrazio Anna Maria Zilli, dirigente scolastico
dello Stringher e i professori del
Laboratorio di Storia, coordinato da Giancarlo Martina, per il lavoro svolto
con i loro studenti”.
È intervenuto,
infine, Varutti per illustrare con alcune diapositive in Power Point i punti salienti del volume che rientra nei prodotti
del progetto Il Secolo Breve in Friuli Venezia Giulia, sostenuto dalla Fondazione CRUP.
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Vedi qui di seguito per una versione di questo articolo su www.infofvg.it col titolo: "Il Centro Profughi istriani di Udine in un libro", pubblicato il giorno 8 aprile 2015.
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Vedi qui di seguito per una versione di questo articolo su www.infofvg.it col titolo: "Il Centro Profughi istriani di Udine in un libro", pubblicato il giorno 8 aprile 2015.
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La presentazione del volume a cura di Annalisa Vucusa è stata menzionata nel sito web nazionale dell'ANVGD.
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ALTRE PRESENTAZIONI DEL VOLUME
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ALTRE PRESENTAZIONI DEL VOLUME
Il libro Ospiti di gente unica, è stato
presentato, in anteprima, a Udine il 7 febbraio 2015 nell’Auditorium dell’Istituto
Stringher, in occasione del Giorno del Ricordo, alla presenza delle autorità
del territorio e di Anna Maria Zilli, dirigente scolastico della scuola. Hanno
partecipato all’evento oltre 200 allievi delle classi quinte dell’Istituto,
accompagnati dai loro insegnanti, oltre a una quarantina di invitati esterni.
Per un resoconto della giornata vedi l’articolo pubblicato su infofvg.it col titolo "Ecco il Giorno del Ricordo allo Stringher".
Una seconda
presentazione pubblica dello stesso volume, a cura di Elio Varutti, si è svolta
il 26 marzo 2015 al Centro civico di Cervignano del Friuli, in provincia di
Udine. L’incontro, organizzato dall’Università della Terza Età e dal corso di
Lingua friulana, della Società Filologica Friulana, ha visto la partecipazione
di oltre 65 persone. Erano presenti Gianluigi Savino, sindaco di Cervignano,
Marco Cogato, assessore comunale alla Cultura, Carla Aita dell’UTE di
Cervignano, Adina Ruffini, maestra del Corso di friulano e Feliciano Medeot,
direttore della Società Filologica Friulana. Con i complimenti di: una esule da
Zara, una da Pola e un' istriana.
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Si riporta, qui
di seguito, la relazione tenuta dalla professoressa Annalisa Vucusa, in
occasione della presentazione del volume Ospiti
di gente unica,
il 31 marzo 2015 in Vicolo Sillio a Udine, per l’organizzazione dell’ANVGD di
Udine.
«Già il titolo del libro ed il sottotitolo ci danno
l''idea che ci stiamo addentrando in anni e problematiche di grande importanza
e complessità storica. Gli autori sono docenti dell'Istituto “B. Stringher” di
Udine, che da anni portano avanti il Laboratorio di Storia coinvolgendo ragazzi
e ragazze dell'Istituto in un prezioso lavoro di ricerca storica.
Il lavoro si rivolge a una fascia di lettori vasta,
più ampia sicuramente di quella degli esuli istriani e dalmati e più giovane,
essendo stata ideata in un ambito didattico. Difficile valutare ora cosa può
restare ai giovani del lavoro svolto con i loro insegnanti, ma sicuramente i
semi sono stati gettati e possono maturare anche a distanza di anni.
Sicuramente i ragazzi avranno potuto riflettere sul
perché si studia la storia e sul valore della memoria che viene recuperata
attraverso le testimonianze delle persone che hanno vissuto gli avvenimenti
trattati nel testo.
Vengono presentati percorsi didattici di grande
interesse e ci si addentra in un altro esodo, quello dei Cosacchi in Friuli.
Nella prima parte del libro sono contenuti cinque capitoli che partono dal
1943, anno cruciale della Seconda Guerra Mondiale in cui si inserisce la storia
dei Cosacchi, venuti dalle zone caucasiche, al seguito di Hitler,
nell'illusione di trovare in Friuli ed in Carnia la terra promessa.
Storia poco nota anche questa, soprattutto nel resto
d'Italia che si intreccia con le vicende del movimento partigiano in Friuli ed
in Carnia e con quelle della Repubblica
libera della Carnia, durata pochi mesi, nell'estate del '44. La seconda
parte del volume raccoglie le testimonianze sui Cosacchi a Udine e nella Bassa
Friulana: due intere interviste ed una quarantina di altre raccolte di informazioni
che evidenziano come alla paura e al terrore per il loro arrivo subentri
l'occupazione violenta, anche nelle case, cui si accompagnava una convivenza
forzata, come in Carnia, ma anche l'incendio dei paesi come Nimis, Faedis ed
Attimis. Non mancarono episodi di stupri (pagg. 53, 54, 55). La storia dei
Cosacchi è presentata fino all'ultima battaglia cosacca, a Ovaro, con ben 23
morti, tra cui il parroco don Pietro Cortiula, il 2 maggio 1945.
La parte terza ci riguarda più da vicino e rimanda,
fin dall'inizio, a numerose testimonianze tutte elencate in fondo al volume.
Importante la contestualizzazione storica iniziale, dove al capitolo X si fa
riferimento ai 100.000 esuli presenti al campo di via Pradamano.
Presentazione di "Ospiti di gente varia..."
Vengono ricordati i “rimasti”, vale a dire quelli
che scapparono dopo il 1956 e che in Italia furono tacciati di essere
comunisti, mentre quando si trovavano ancora in Jugoslavia erano chiamati
fascisti. Le vicende degli anni dell'immediato Dopoguerra sono sicuramente note
ai presenti che spesso le hanno vissute direttamente e violentemente, mentre in
altre zone d'Italia e per molti giovani sono ancora sconosciute. Quindi
l'introduzione storica ha il pregio di far conoscere i fatti sinteticamente, in
modo documentato, corredato da una ricchissima bibliografia di Collezioni
private, fonti archivistiche ed auditive, fonti edite e fonti orali, nonché da
siti Internet consultabili.
Le informazioni sugli esuli sono intercalate da
frasi, anche in dialetto, di alcuni fuggitivi (Roberto Paolini, da Zara, pag.78).
Veniamo a conoscere le varie sistemazioni a Udine di cui pochi sono a
conoscenza e la testimonianza diretta di Miranda Brussich vedova Conighi, nel
suo peregrinare continuo dopo l’esodo da Fiume.
Molto denso, a pag. 80, il capitolo “Il silenzio dei
profughi”, corredato anche da indicazioni bibliografiche letterarie che
troviamo, nella loro interezza, alla fine del volume. “...ne parliamo poco, c'è
tanta dignità e silenzio, preferiamo il duro lavoro e stare zitti” dice Anna
Maria L., istriana da Pola. Molti hanno preferito il silenzio e hanno anche
scelto di non tornare mai più a rivedere le terre perdute.
Mi si permetta un riferimento personale: mio zio
Severino non rimise più piede a Zara e non penso neppure Gisella, la mamma del
nostro Silvano (Silvio Cattalini), mio padre (Riccardo Vucusa) invece volle
tornare nella sua città, appena possibile, nel 1960 (avevo 11 anni). Allora
ricordo intensamente la pesantezza e la paura nel passare il confine della
“cortina di ferro”: i “graniciari” (guardie
confinarie iugoslave) consultarono un libro (papà diceva il libro nero) per vedere se
mio padre era compromesso in qualche modo. Quando arrivammo a Zara, dopo aver
percorso la strada costiera in un lungo viaggio di 6-7 ore, vidi mio padre
piangere: Zara non era più lei!
E mi ritrovo anche nelle parole di Michele Piva, a
pag. 81, quando diceva: “Come faccio a sentirmi un profugo se la mia famiglia
mi portò via che ero bambino e non ho alcun ricordo di Fiume”. “Il suo, forse, fu un esodo vissuto di riflesso” dice Varutti
e mi ritrovo pienamente in queste parole: sicuramente un riflesso è il senso di
sradicamento che mi porto dentro. Scusate i riferimenti personali che sono stati suscitati dalle tante
testimonianze orali lette nel libro.
Interessante è stato leggere che il Centro di
Smistamento Profughi di via Pradamano era il quarto di una serie di edifici di
accoglienza e operò dal 1947 al '60. (Gli altri siti erano: il Centro Raccolta
Profughi di Via Gorizia, il Villaggio Metallico di Via Monte Sei Busi e la
bidonville di San Gottardo). A pag. 82 vengono riportati i riferimenti storici
sull'edificio, sconosciuti a molti cittadini udinesi con cui mi è capitato di
parlare.
Nelle pagine successive viene raccontata
l'organizzazione del centro e sono presenti spezzoni di testimonianze,
corredate anche da foto . “Bisogna sopportare tutto, siamo profughi e questa
parola dice tutto”. Con queste parole del 1954 di Maria Rassman, esule da Fiume
in Germania, si conclude uno dei capitoli più significativi del testo.
Veniamo anche a sapere che esisteva “la cappella dei
profughi” e ci sono stralci di testimonianze da cui si evince il forte senso
religioso dei profughi, alimentato e sostenuto dalla condivisione di molti
canti religiosi, fatti conoscere anche ai pochi esterni che avevano contatti
con loro. Vengono ricordati anche sacerdoti vicini agli esuli, tra cui la
figura eccezionale di don Luigi Polano, prete dell'esodo istriano, fiumano e
dalmata.
Inedito mi sembra il paragrafo “Famiglie cacciate
dalla Slavonia perché italiane nel 1956”. Si tratta di famiglie della provincia
di Vicenza, i cui avi erano emigrati nell'Impero austro-ungarico per lavorare
nelle carbonaie della Slavonia. Slavica Delbianco racconta le traversie del
loro esodo, fino al 1961!
Nel capitolo XI compaiono e si intrecciano varie
tematiche. Facendo riferimento alla Legge n. 92 del 2004, Varutti fa notare
come sia cambiato il clima politico nei confronti degli esuli e come la
Giornata del Ricordo abbia fatto affiorare ulteriori ricordi e testimonianze
dirette ed indirette. Il silenzio degli esuli ha cominciato ad animarsi, man
mano che si attenuava la ritrosia e la paura di non essere ascoltati e capiti.
Di fronte ad eventi tragici e dolorosi spesso deve passare parecchio tempo
prima di avere il coraggio di parlare, anche per la paura di non essere
creduti.
E' successo quanto si era verificato ai salvati dai
campi di concentramento: io stessa ho esperienza del padre di un amico che non
ha mai raccontato in famiglia le vicende subite. Solo dopo la sua morte il
figlio ha trovato un diario “segreto” che è poi stato pubblicato.
Negli anni tragici del 1943-'44-‘45 ed in quelli
successivi, per chi ancora non era scappato c'era il terrore dell'Ozna, la
polizia segreta iugoslava e diverse testimonianze fanno riferimento al clima di
terrore vissuto. E anche al disagio, al senso di abbandono, alla nostalgia
vissute nei vari campi profughi, tra cui il “silos” di Trieste di cui parla a
lungo Marisa Madieri in “Verde acqua”, ancora attualissimo.
Il capitolo si conclude con la rievocazione della
strage di Vergarolla che è ricordata in una lapide sul Colle di S. Giusto a
Trieste, inaugurata nel 2011. 64 furono
i morti, dimenticati per troppi anni, in un clima di guerra fredda e di cortina
di ferro. Una strage avvenuta il 18 agosto 1946, “scoperta” solo nel 2008
quando furono aperti gli archivi inglesi. Importanti le indicazioni
bibliografiche suggerite dal prof. Varutti.
Il cap. XII ci dà delle speranze per il futuro in
quanto la memoria viene affidata alle giovani generazioni. Ed è da diversi anni
che alcune scuole cittadine, con l'Istituto Stringher in prima linea,
affrontano le tematiche dei confini orientali nella Seconda guerra mondiale, i
problemi dell'esodo istriano, fiumano e dalmata, dando voce a voci neglette. Ed
il capitolo si apre con una sintesi storica di facile lettura, ad uso
scolastico, ma non solo. Sarà utilissima anche per chi non ha ancora chiarezza
su un periodo difficilissimo, dalle mille problematiche, soprattutto in una
regione di confine come la nostra. A volte le letture, i saggi storici sono
complicati e molto dettagliati e richiedono spesso dei prerequisiti storici,
che non tutti abbiamo.
Quindi io mi
auguro che questo agile volume possa essere diffuso nelle scuole e non solo
nella nostra provincia e regione, ma in altre zone d'Italia, proprio per la
chiarezza, la sintesi, la problematicità e la complessità in cui i fatti sono
collocati.
Mi complimento con il prof. Varutti e con l'equipe
di insegnanti che hanno portato avanti un lavoro tanto considerevole,
conoscendo anche le difficoltà di operare in ambito scolastico.»
OSPITI DI GENTE
VARIA. Cosacchi, Esuli
Giuliano Dalmati e il centro di smistamento profughi di Udine 1943-1960, di Roberto
Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti. Editore Istituto
Statale d’Istruzione Superiore “Bonaldo Stringher” di Udine, 2015, pagine 128.
Disponibile
anche nel web, per leggerlo, clicca.
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Le seguenti
interviste sono contenute nel volume Ospiti
di gente varia. Le pubblichiamo a titolo di esempio.
INTERVISTA SULL’ESODO DALL’ISTRIA
Domanda: Quando i
familiari sono scappati dall’Istria?
Risposta: I miei familiari sono scappati da Visinada
d’Istria alla fine della seconda guerra mondiale. L’Italia aveva perso la
guerra. Il territorio dell’Istria era passato alla Jugoslavia. Trieste nel 1954
è tornata italiana. Gli italiani d’Istria furono costretti a lasciare le loro
case e tutti i loro beni laggiù per evitare di essere uccisi o gettati nelle
foibe.
D.: Chi erano e dove arrivarono?
R.: I miei nonni materni (Francesco Urbino e
Antonia Nina Roppa) e la mia mamma (Bruna Urbino) scapparono a Trieste. Mio zio
Enea Urbino, fratello di mia mamma era scomparso. Aveva solo 17 anni. I
compaesani dicevano che era stato “gettato in foiba”.
D. Dove vennero
accolti? Passarono per i Campi Profughi?
R.: Prima
passarono per il Silos di Trieste quello vicino alla stazione [che era uno dei
18 Campi Profughi del capoluogo giuliano], dove vennero registrati come esuli.
In seguito furono ospitati da una famiglia di amici, mentre la sorella di mia
mamma, con la famiglia e i figli, venne mandata nel Campo Profughi di Latina,
vicino a Roma.
D.: In famiglia
parlate di quei fatti storici?
R:. Sì,
mia mamma mi raccontava di quel periodo, della guerra, di quanto fosse duro
sopravvivere, ma anche della sua vita di paese, del lavoro nei campi, del nonno
che suonava le campane e improvvisamente hanno dovuto lasciare tutto perché
erano italiani e stranieri nella loro terra e poi stranieri in Italia.
Curiosità: Visinada si trova a 60 km da Trieste e 60
km da Pola.
Nome e cognome dell’intervistata: Patrizia Dal Dosso
Anno e città di nascita: 1959, Firenze, nell’esodo.
Data dell’intervista: 16 febbraio 2013
Intervistatrice, figlia dell’intervistata: Sara
Cumin, Mariano del Friuli (GO). Classe 4^ D ristorazione ISIS “B. Stringher”,
Udine
Elaborazioni a cura del prof. Elio Varutti, Economia
e gestione delle imprese ristorative
Dottoressa Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico
dell’ISIS “ B. Stringher”, Udine.
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SCAPPARE DALL’ISTRIA IN BARCA
«La nostra terra
era passata alla Jugoslavia. Nel 1949 io, mio marito Severino, i suoi fratelli
Antonio e Giulio (*) e i loro genitori Domenica e Giacomo facemmo domanda per
l’opzione italiana [all’autorità iugoslava].
La domanda di
trasferimento fu accettata solo per Giulio, che era cappellano e partì subito e
per Domenica e Giacomo (partiti nel 1956).
Io partii da
Lussingrande con le figlie nel 1958 per raggiungere mio marito [che era già
scappato]. Severino e Antonio scapparono il 1° maggio 1956 con una barca a
remi. sbarcarono a Fano, vicino a Senigallia, provincia di Ancona. [La corrente
li aveva portati lì.]».
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(*)
Si tratta del Monsignore Giulio Vidulich, Lussinpiccolo, Pola 1927 - Porpetto,
provincia di Udine, 2003. Fu pievano di Porpetto (UD). Aveva studiato al
seminario di Zara. Fu molto vicino agli esuli e all’Associazione Nazionale
Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD).
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Nome e cognome dell’intervistata: Narcisa D. Anno e città di nascita: 1928, Lussingrande
(Pola). Data dell’intervista: 1 giugno 2005. Professoressa Elisabetta Marioni, Storia.
Intervistatrice, la figlia dell’intervistata: Monica
C., classe 2^ A commerciale,
Dottoressa Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico
dell’ISIS “ B. Stringher”, Udine.
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La conferenza di Rosalba Meneghini sull'esodo giuliano il 3 dicembre 2011 nelle classi dell'Istituto Stringher di Udine, in preparazione al Giorno del Ricordo
PRODUZIONI CULTURALI SULL’ESODO GIULIANO
Si
pubblicano ora alcune produzioni culturali a cura dei professori Elio Varutti
(Economia e Tecnica dell’Azienda Turistica), Maria Pacelli (Italiano e Storia),
Maria Teresa Smeragliuolo (Laboratorio di Ricevimento), in seguito alla
conferenza tenuta il 3 dicembre 2011 nelle classi della scuola dalla signora
Rosalba Meneghini, figlia Maria Millia (Rovigno 1920 - Udine 2009), esule nel
1947 con i suoi genitori Anna Sciolis e Domenico Millia, detto “Mimi”, fabbro
di Rovigno. L’incontro era in preparazione del Giorno del Ricordo 2012
all’Istituto Stringher.
Pola 1940 – Maria Millia
(seconda da sinistra) e suo fratello Gianni Millia (terzo da sinistra) ad un
matrimonio di amici. Gianni Millia, dopo l’8 settembre 1943, fu catturato dai
tedeschi e deportato in campo di concentramento in Germania, da cui riuscì a
salvarsi, ma morì esule in seguito alle malattie provocate dalla detenzione nel
1956. Foto Szentivànyi, Pola Via Sergia
45.- Collezione Rosalba Meneghini, Udine
POESIA
Maria di Rovigno
Maria di Rovigno aveva paura,
la parola "fascista" era per
lei censura;
aiutata a Udine dalle suore
sempre italiana si sentì nel cuore.
Maria di Rovigno aveva paura,
non voleva riaprire nel cuore i punti di
sutura.
Visse a Pola senza mai raccontare
l'esodo, che la figlia desiderava
ascoltare;
Maria di Rovigno aveva paura,
che il motivo sia la tortura?
Il mistero del silenzio di Maria
resterà tale perché se lo è portato via.
Allievo: Luca Piceno, classe 5^ C
turistica – Istituto “B. Stringher”, Udine.
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Anna Sciolis e Domenico Millia, detto "Mimi" da Rovigno, esuli a Udine in una foto del 1960. Collezione Rosalba Menghini, Udine
Relazione sulla conferenza di Rosalba
Meneghini, figlia di esuli giuliani
Il
giorno 3 Dicembre 2011 è venuta a parlarci in classe per quanto riguarda il
Giorno del ricordo, la signora Rosalba Meneghini, in Capoluongo.
Ci
ha portato la testimonianza della madre, oramai scomparsa 2 anni fa e degli
anni passati durante la Seconda Guerra Mondiale.
“La
mamma Maria – dice la figlia – era di Pola”, città di origine romana che aveva
un importante arsenale militare. Durante le persecuzioni scappa e si rifugia in
piccole città. La mamma dal momento che la nonna era viva, non parlava di ciò
che stava succedendo, poi alla morte della nonna, come se avesse ricevuto il
testimone, inizia a parlare delle sofferenze inaudite che le circondano.
I
canali dell’esodo: Rosalba racconta come certe famiglie siano venute in Italia
col piroscafo, in particolare ricorda un evento nel quale un uomo aveva perso
moglie e figlia, si ferma in cimitero e porta via le casse da morto. Altrimenti
i meno fortunati, se si possono definire cosi, arrivavano solo coi vestiti, non
c’era modo di portarsi dietro nulla. Inoltre, una volta arrivati in Italia, non
venivano accolti bene dagli stessi italiani, per vicende storiche. Questi esuli
venivano trattati come fascisti e relegati in campo profughi (in Italia ce ne
erano 109), che in realtà erano caserme, capannoni, antiche fabbriche, dove
tutti erano ammassati.
C’è
chi è venuto in Italia e chi ha deciso di andare all’estero (Australia,
America) per ricostruirsi una vita dal punto di vista economico, perché queste
tragedie li hanno feriti nel profondo. Infatti non raccontano mai personalmente
quanto accaduto perché fa troppo male; è un ricordo troppo doloroso. Le
autorità politiche stendevano un velo di silenzio, perché c’era la guerra
fredda. C’erano delle sofferenze immani per queste persone che hanno sofferto
tanto per la perdita della terra d’origine e dei loro cari.
La
politica sovietica lasciava che tutti i beni materiali andassero in frantumi.
Perfino la vita era in pericolo. “Famosi” i 40 giorni titini, nei quali, a
Trieste, venivano portati via da certe case tutti i capifamiglia ed “eliminati”
tramite le foibe. In tali cavità carsiche finivano tutte le persone legate con
catene e filo di ferro le une con le altre e, ucciso il primo, di seguito,
cadevano gli altri. In questi 40 giorni c’è l’occupazione delle truppe
jugoslave a Trieste nei mesi di maggio-giugno. Poi arrivarono gli inglesi.
Il
culmine che fa sì che gli italiani scappino da Pola. Tremenda è la strage di Vergarola nel 1946,
una spiaggia vicino a Pola. Quel giorno c’era una gara di nuoto, perciò
assistevano tante persone, che rimasero vittime di un’esplosione del depotito
militare presente vicino alla spiaggia.
Purtroppo
il tempo a disposizione è stato limitato, perché di cose da dire e raccontare
erano tante, ma ugualmente è stato interessante e coinvolgente.
Udine,
11 gennaio 2012.
Allieva: Giada Moretto, classe 5^ C turistica,
Istituto Stringher, Udine
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Ricerca su Lidia Illusigh, esule da Pola
Mi
chiamo Massimiliano Rosso e vivo a Martignacco, in provincia di Udine. Mia
nonna era di Pola. Si chiamava Lidia Illlusigh. Nella mia famiglia dicono che
non le piaceva raccontare i fatti dell’esodo istriano.
Su
di lei ho intervistato mio nonno Sergio D’Ecclesiis, nato a Udine nel 1931, che
abita a Pasian di Prato (UD). Le fotografie sono della Collezione Sergio
D’Ecclesiis, Pasian di Prato (UD). Ecco l’intervista del 17 dicembre 2011,
raccolta su vari fogli.
Intervista a
Sergio D’Ecclesiis sull’esodo di sua moglie Lidia Illusigh
Domanda:
Qual è l’anno di nascita di nonna Lidia?
Risposta:
Era nata il giorno 11 aprile 1927 a
Monfalcone, provincia di Gorizia e quindi a circa tre o quattro anni si è trasferita con la famiglia a Pola per lavoro.
D.:
Anno della morte?
R.:
Il 29 aprile 2006 a Pasian di Prato, in
provincia di Udine.
D.:
Quando è venuta via da Pola?
R.:
Nel 1947 con il piroscafo Toscana.
D.:
E perché?
R.:
Non ha accettato assieme ai suoi
familiari di vivere in un paese comunista.
D.:
A Udine è passata dal Campo Profughi?
R.:
Sì (1947-1948), ma dopo una breve
permanenza, suo padre, che aveva trovato lavoro presso il Consorzio Agrario, si
è sistemata in un’abitazione sottotetto in Via Grazzano.
D.:
Hai una sua fotografia?
R.:
Sì, è allegata alla presente. Cercherò
delle altre fra decine di diapositive.
D.:
Una lettera, un documento, un suo oggetto da fotografare?
R.:
Chiedo ancora un po’ di tempo. Ho per ora
solo la sua fede nuziale che porto al collo con una catenina.
D.:
Quanti suoi parenti hanno sofferto l’esodo?
R.:
Papà, mamma, fratello con moglie, un
cugino con tutta la famiglia. Un suo cugino era preside all’Istituto Tecnico
Industriale “A. Malignani” di Udine [Si tratta del professore Fabio Illusi,
preside dal 1995 al 2001].
D.:
Ha mai parlato delle foibe?
R.:
Vagamente in quanto non conosceva a quel
tempo (1947) l’orrore che si è consumato sugli italiani prima e dopo l’esodo,
che a migliaia senza distinzione di età, sesso e bambini sono stati gettati
nelle foibe, in certi casi ancora vivi o feriti negli antri carsici. Iddio ha
voluto che alcuni si siano salvati e sono stati questi a raccontare i misfatti
dei comunisti capeggiati dal “macellaio” Tito.
Allievo: Massimiliano Rosso, classe 5^ C Turistica,
Istituto “Bonaldo Stringher” – Udine
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Udine, 9 dicembre 2011 - La distruzione di Zara raccontata nelle scuole. Conferenza di Silvio Cattalini, a destra, Elio Varutti, al centro e Giancarlo Martina al Museo Etnografico del Friuli, per le classi quinte dell'Istituto Stringher di Udine e per la cittadinanza
La distruzione
di Zara narrata nelle scuole
L'Istituto
“Bonaldo Stringher” di Udine ha organizzato per il 9 dicembre 2011 una
conferenza aperta al pubblico dal titolo "Città bombardate. Dresda, Udine e Zara. 1943-45. Soldati, sfollati e
profughi istriani e dalmati in Friuli". Sono stati discussi in
particolare i temi relativi alla tecnica anglo-americana del bombardamento a
tappeto su Dresda, al campo profughi istriani e dalmati di Udine e della
distruzione di Zara. L’incontro si è svolto presso il Museo Etnografico del
Friuli a Udine, con grande partecipazione di pubblico.
I
relatori sono stati il professor Giancarlo Martina, il professor Elio Varutti,
e l'ingegner Silvio Cattalini, presidente del Comitato Provinciale di Udine
dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD). Sulla
distruzione di Zara, Cattalini ha commentato, con un particolare slancio, una
serie di diapositive della sua città natale.
Gli
insegnanti del Laboratorio di Storia della scuola hanno trovato sensazionale e
sconcertante la notizia, confermata da testimonianze orali e da fonti scritte,
che negli anni 1944 e '45 gli istituti scolastici che vanno da piazza Garibaldi
a Largo Ospedale Vecchio furono un lager delle Waffen SS naziste.
In
particolare, dai ricordi di Eugenio Garlatti di Forgaria, emerge che fu
prigioniero delle Waffen SS negli ambienti dove successivamente, dal 1959,
funzionò proprio l'Istituto Stringher. E un'altra conferma sull'uso militare
degli stessi edifici scolastici da parte dei nazisti viene da una
pubblicazione, del 1972, del professor Enzo Cecconelli che dice: "Nel
settembre del 1944, durante l'occupazione tedesca, l'Istituto tecnico A. Zanon
(in quei tempi c’era quel tipo di scuola negli stessi edifici) venne adibito a
campo di concentramento dei rastrellati nelle operazioni antipartigiane".
Furono concentrati nell'edificio anche gli sfollati di Attimis, Faedis e Nimis,
paesi incendiati dai nazisti per rappresaglia antipartigiana.
Il
tutto è oggetto di un articolo scientifico, Resistenza
attiva e passiva a Udine e a Tramonti di Sotto nel 1944, pubblicato sulla
rivista “Sot la Nape”, n. 2 del 2011.
Allieve: Giada Moretto, Deborah Pellizzeri, classe 5^ C turistica,
Istituto “B. Stringher”, Udine
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Questa
intervista è un inedito, per la pubblicistica e per il web. È stata pubblicata
solo alla Mostra sul Giorno del Ricordo, allestita nell’atrio dell’Istituto
Stringher di Udine dal 30 gennaio al 31 marzo 2015.
L’ULTIMO CONCERTO DI MARIO DI ALBONA,
FINITO IN FOIBA.
ESODO ISTRIANO E FOIBE, 1943-1954
Racconto
e intervista alla signora Caterina R., nata nel febbraio del 1923, nella
periferia di Albona, che fino al 1947 era provincia di Pola, Italia.
Dall’Istria,
nel 1939, Caterina si trasferì, per amore, a Spilimbergo, in provincia di Udine
(divenuta, dal 1968, provincia di Pordenone).
Dopo
15 anni dalla sua partenza fece ritorno in Istria, poiché lì aveva lasciato la
madre e la sorella. Partita da Spilimbergo con la corriera, il soggiorno doveva
durare una settimana. Era il 1954. Quando arrivò ad Albona, vide che la gente
urlava a destra e sinistra e si radunava nelle piazze.
C’erano
ancora pali, corde e fili di ferro dove la gente era stata impiccata, tutto
intorno invece c’erano scarpe, stracci e vestiti. La distruzione del paese e la
devastazione degli abitanti le recavano angoscia. Le donne urlavano, implorando
un aiuto per badare al figlio.
Caterina
R. è arrivata nella sua casa e l’ha trovata piena di gente che le ha raccontato
tutta la notte le proprie disavventure.
Raccontavano
soprattutto cosa avevano fatto, nel 1943-1945, le Waffen SS, ossia le unità
paramilitari d’élite del Partito nazista tedesco; ad esempio la madre fu minacciata
di morte se avesse denunciato il furto di 2 capre. Raccontavano poi come le
Waffen SS andavano di notte a bussare alle porte per prendere prigionieri
(giovani soprattutto), bruciando anche le case.
Quando
è arrivata ad Albona, nel 1954, non riconosceva più l’ambiente (niente scuola,
osteria, negozio di alimentari), non c’era cibo o ce n’era pochissimo.
L’angoscia
era troppo forte e non se la sentiva di stare lì, quindi tornò subito in
Friuli. Partì però con un forte dolore per aver lasciato la sorella e la mamma
in Istria.
Durante
il breve soggiorno vide sulla strada tre pali e un lungo filo e le dissero che
lì furono impiccati 40 giovani. Quando un tempo arrivava il camion con i viveri
da fuori, veniva fatto saltare con le mine sulla strada. Le persone venivano
prima torturate e poi gettate nelle foibe.
Una
volta arrivata ad Albona, domandò di un certo Mario, suonatore che animava le
feste di paese e quelle della scuola. Gli raccontavano che, durante la guerra,
lo hanno preso di notte e lo hanno portato in un posto nascosto nel bosco e
l’hanno torturato. Erano legati in fila davanti alla foiba e lo hanno fatto
suonare con la fisarmonica, quello più vicino a lui venne spinto dentro e di
conseguenza cadde anche lui con la sua fisarmonica.
La
signora Caterina R. racconta anche di uno zio che lavorava per mare. Zio Bruno
era sposato e sua moglie aveva avuto una bimba, che lui non aveva mai visto.
Una volta arrivato al porto, a guerra finita, doveva andare un paio di giorni a
casa dalla famiglia, una volta sceso però lo rapirono e non si seppe mai dove
l’avessero portato. La moglie non ha mai saputo se fosse vivo o morto.
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Fonte orale: Caterina R., Albona 1923. Intervista effettuata
a Spilimbergo, provincia di Pordenone, il 13 gennaio 2015, con qualche parola
in lingua friulana, a cura di Elisa Dal Bello, allieva della classe 5^ D Dolciaria, Istituto “B.
Stringher” Udine. Coordinamento didattico dei
professori Carla M., Italiano e Storia, Elio Varutti, Diritto e Tecniche
Amministrative della Struttura Ricettiva, Anna Maria Zilli, Dirigente
scolastico dell’Istituto “B. Stringher”,
Udine.
Elisa Dal Bello mentre sta per leggere la sua intervista sull'esodo da Albona, vicino al prof. Elio Varutti al Giorno del Ricordo 2015, Auditorium Stringher Udine
Qui c'è una fotografia con l'intervento dell'onorevole Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine al Giorno del Ricordo 2015, Auditorium dell'Istituto Stringher di Udine.
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