giovedì 9 luglio 2015

Udine, parlano Leggio, Polesini e il sindaco Honsell alla Notte Bianca

Come era la città dopo il 1945? Le nostre nonne e le zie andavano in chiesa con fazzoletto o “col capelin”, maniche lunghe al gomito e gonne al ginocchio, altrimenti il parroco le sgridava davanti a tutti e le faceva uscire. Oggi una qualsiasi squitinzia con la pancia e le cosce fuori farebbe ricorso, pur di averla vinta...

Furio Honsell e Gian Paolo Polesini ammaliati da Lino Leggio
fotografia di Elio Varutti

È stata una serata molto particolare quella di corte Morpurgo nell’ambito della “Notte bianca”, con musei e negozi aperti fino a tirar tardi a Udine, lo scorso 4 luglio. Tre personaggi erano sul palco a raccontare brani della vecchia Udine: lo scrittore Lino Leggio, interrogato dal giornalista Gian Paolo Polesini, con la straordinaria partecipazione di Furio Honsell, il sindaco.
L’ultimo romanzo di Lino Leggio, sui ragazzi degli anni Cinquanta, si intitola “Il resto a casa”, editore Cierre Grafica, 2015. Si pensi che è giunto già alla seconda edizione a pochi giorni dalla prima uscita. Così è stato presentato da Gianpaolo Polesini nella corte Morpurgo. L’incontro è stato aperto da Alessandro Venanzi, assessore alle Attività Produttive e al Turismo del Comune di Udine.
Cosa vuol dire: “Il resto a casa”? Leggio ha risposto che “in quegli anni in città era la frase tipica dei genitori detta ai figli malandrini, colti a fare delle marachelle o peggio, prima ti davano un ceffone e poi esclamavano quella frase, intendendo così che le altre botte sarebbero state assegnate tra le mura domestiche”.  
Al microfono Alessandro Venanzi, assessore alle Attività Produttive e al Turismo del Comune di Udine, apre l'incontro accanto a Lino Leggio e Gian Paolo Polesini, giornalista del Messaggero Veneto
fotografia di Elio Varutti

L’autore si firma “Li Noleggio” perché, quando frequentava l’Istituto Malignani tra gli anni 1950-1960, i compagni di classe lo canzonavano per via degli zoccoli, col ribattino metallico aggiunto dal padre siculo. Negli anni Cinquanta, come dal dopoguerra, non c’erano tanti soldi per le scarpe. Alcuni genitori si ingegnavano a fabbricare degli zoccoli con legno e fasce ottenute da copertoni di bicicletta usati o con altri materiali di fortuna. I compagni di scuola gli dicevano: “Belli quegli zoccoli, li vendi o li noleggi?”. Giocando sul proprio nome e cognome, egli rispondeva: “Li noleggio”. Così l’autore ha scelto quell’appellativo da quando si è messo a scrivere libri. Oggi è giunto alla sua tredicesima opera scritta. “Questo autore – ha spiegato Polesini – non si tiene i soldi delle vendite, perché li da in beneficenza”.
Le domande di Polesini si intrecciavano alle risposte di Leggio, molto seguito dalla numerosa platea. Lino Leggio, nato nel 1944 a Santa Lucia d’Isonzo, nella vecchia provincia di Gorizia, divenuta, dopo il 1945, Jugoslavia, fa parte dell’esodo giuliano. Pure Polesini, figlio della nobiltà istriana le cui proprietà nella zona di Parenzo furono confiscate dal governo jugoslavo, è un appartenente alla cultura dell’esodo istriano dalmata. Quando poi si è aggiunto sul palco pure Furio Honsell, sindaco di Udine che, in altre occasioni disse di riconoscersi nello stesso fenomeno migratorio per via dei suoi parenti, allora si è formata un’inconsueta terna di esuli a Udine.
Leggio raccontava degli anni Cinquanta, delle bande giovanili, ma anche del gua, del gelataio col carretto, della caldarrostaia, dei primi blue jeans e dei dischi di Elvis Presley. Polesini proponeva i festini al buio dei ragazzi degli anni Settanta, oppure il baciamano che il babbo gli insegnava fare nell’incontrare le signore della nobiltà friulana. Honsell, giunto a Udine nel 1988, ha detto di essere venuto qui per insegnare “perché in città c’era la quinta università in Italia che si fosse dotata della facoltà di informatica”. Poi ci sono stati altri aneddoti.


Lino Leggio ha detto di essere “sfollato con la famiglia nel 1945”, quando la Jugoslavia ha allargato le frontiere. Il babbo andò a vedere che aria tirava al Campo profughi, che accoglieva allora soprattutto italiani d’Istria, della Valle dell’Isonzo, di Fiume e della Dalmazia, ma pure qualche individuo dei Balcani, forse buttato fuori dalle galere patrie, per liberarsi della zavorra. “Noi lì non andiamo, perché ho visto dei rumeni con i coltelli”. 
Così la famiglia Leggio si adattò a vivere in una casa sistemata alla meno peggio dal babbo, con accorgimenti degli anni 1945-1946. Potete solo immaginare! Infatti, nel 1950, uscì il bando per le graduatorie delle Case Fanfani di Via delle Fornaci e la famiglia Leggio ebbe il punteggio massimo, per le condizioni miserevoli in cui viveva.
Allora la famiglia Leggio entrò nella casa popolare al n. 5 di Via delle Fornaci. Vedi: Prefettura di Udine, Foglio Annunzi Legali, n. 80, 4 aprile 1951.
Era il 1951. Sarà proprio con quel fraseggio che i vigili urbani, qualche anno dopo, chiameranno il nostro autore, quando ne combinava una delle sue. “Ehi tu, numero 5 di Via delle Fornaci! – mi dicevano”. Poi lo tiravano per la collottola o per le orecchie, secondo i danni prodotti e lo riportavano al padre, che dal terrazzino lo aspettava mostrandogli la cintura sfilata dei pantaloni, con la quale avrebbe poi percosso le natiche del figliuolo discolaccio, mentre la mamma preparava l’albume sbattuto per lenire il dolore sui glutei infantili. Si sa le bande giovanili a quel tempo erano, a volte, pericolose e i genitori molto severi.

Udine, Viale Palmanova. Secondo i racconti di Lino Leggio il platano in mezzo è L'albero della spesa. A destra si imbocca il cavalcavia Santi Ermacora e Fortunato. Fotografia di Elio Varutti

Poi Leggio ha raccontato la storia dell’Albero della spesa. “Negli anni 1946-1948, ogni volta che i soldati americani – ha detto – dopo aver bevuto e mangiato nelle trattorie di paese, rientravano a Udine, lungo viale Palmanova, arrivati alla salita del cavalcavia, anziché svoltare un po’ a destra, andavano dritti contro il platano che separa il viale Palmanova dal Cavalcavia della Ferrovia. Dopo l’incidente i soldati ubriachi erano a terra storditi. Allora noi ragazzi si usciva dalle case e si andava a prendere chi il berretto, chi l’orologio, chi qualche dollaro, persino le scarpe, ecco per noi teppistelli quello era l’albero della spesa, perché facevamo la… spesa gratis”.

Quando le nostre nonne e zie avevano "el capelin in ciesa"... anni 1950-1960; il manifesto era affisso all'entrata delle chiese. Ringrazio Eva Ebner per la collaborazione

Nella simpatica serata Leggio ha pure mostrato all’incuriosito pubblico il telefono costruito con i barattoli metallici di fagioli uniti con lo spago, l’album delle figurine, i dischi a 78 giri, oppure il gioco del “pindul pandul”, ovvero la versione casereccia del baseball americano. Il sindaco desiderava fare qualche tiro di “pindul pandul”… Alla fine dell’incontro c’era la coda per farsi fare la dedica dall’autore sul volumetto appena acquistato.   

Si può trovare una versione di questo articolo nel sito web di info.fvg.it pubblicata il 7 luglio 2015 col titolo: Udine, parla Lino Leggio, arriva Honsell.

Sitologia
Oltre al libro sulla Banda delle cataste di Li Noleggio, del 1999, clicchi qui sotto chi è curioso e volesse approfondire l'argomento delle bande giovanili di Via delle Fornaci degli anni 1955-1960.




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