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sabato 22 febbraio 2020

Oscar Busatti, bersagliere ucciso nella caverna a Tolmino dai titini, 1945

“È preso prigioniero assieme ad altri italiani dai titini il 5 maggio 1945 un mio parente, il tenente dei bersaglieri Oscar Busatti, nato a Ferrara il 6 o 7 febbraio 1918, reggente di Tolmino, come si diceva in famiglia, ma non abbiamo trovato fonti in merito”. Comincia così il racconto di Giordana Marzullo alla fine del Giorno del Ricordo 2020 in una scuola udinese, mentre gli oltre 200 attenti studenti delle classi quinte dell’Istituto alberghiero, commerciale e turistico della città, accompagnati dai rispettivi professori, se ne vanno dall’Auditorium a fare ricreazione.
Le notizie sono scarne. Tolmino era in provincia di Gorizia, oggi è Tolmin, un paesino della Slovenia. Si sa che questi militari italiani vengono rinchiusi in una grotta dai titini, che poi fanno saltare l’ingresso con l’esplosivo. “Mi piacerebbe capire di più di quel massacro – ha aggiunto la professoressa Marzullo – per ricordare la morte di mio zio, neanche trentenne”. Signora, ricorda qualcosa d’altro?
“Era tenente comandante della V Compagnia Bersaglieri volontari di stanza a Tolmino, IV reggimento – prosegue la testimonianza – ci hanno detto che fu arrestato (o è caduto in un tranello?) alla fine di aprile, forse il giorno 29, del 1945 a Santa Lucia; non si hanno più notizie dal 5 maggio, giorno in cui fu, quindi, probabilmente giustiziato, io sapevo infoibato, ma da una pagina Facebook ho appreso, invece, della sua possibile morte in una grotta fatta saltare”. È disponibile a diffondere queste notizie riguardo a questo suo pro-zio?
“Non è un mio zio – ha concluso Giordana Marzullo – ma un cugino diretto di mio nonno che è stato cresciuto insieme ad Oscar dalla di lui famiglia; sono felice che finalmente questa parte della storia della mia famiglia venga alla luce”.
Da altre fonti si sa che Oscar Busatti, figlio di Mario, nato a Ferrara il 6 febbraio 1918, ivi residente, è un tenente del Reggimento Volontari Bersaglieri “L. Manara”, del I Battaglione  “B. Mussolini”. La sua data di dispersione è fissata al 31 maggio 1945 a Santa Lucia d’Isonzo (GO). Santa Lucia d’Isonzo (in sloveno: Most na Soči) è una frazione del comune sloveno di Tolmino. Tali dati sono contenuti nell’Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, disponibile in Internet. Il nome di “Oscar Busatti, comandante della 5^ Compagnia” compare tra gli uccisi dai titini anche nel libro di Gianni Barral, del 2007, a pag. 135.
Il tenente Oscar Busatti è citato anche nell’Albo d’oro dei caduti ferraresi, 1940-1946, pubblicato nel web a cura di Gian Paolo Bertelli, nel 2012. Detto studioso scrive che Busatti viene “fucilato il 31.5.1945 a Santa Lucia” (Bertelli, pag. 17, vedi: Sitologia). In altre pagine dello studio di Bertelli è segnato che “Il tenente Busatti venne arrestato nei pressi di Gorizia a S. Lucia, portato nei pressi di una caverna a Tolmino e lì ucciso, era il 31/5/1945, la guerra era finita da oltre un mese. Secondo fonti di archivio i ‘giustiziati’ insieme a Busatti sono 79, furono chiamati per nome ad uno ad uno e quindi uccisi, l’entrata della caverna fu fatta saltare, nella stessa sarebbero inumati 40 cadaveri, gli altri 39 sarebbero stati sepolti in una fossa comune nei pressi”. Il 24/7/1950 viene redatto l’atto di morte, che riporta testualmente (Bertelli, 75) :

“Dichiara che il giorno 31 del mese di maggio dell’anno millenovecento quarantacinque è deceduto in Tolmino alle ore non accertate in età di anni ventisette il Busatti Oscar appartenente alla 5^ cp Btr Bersaglieri nato il 6/2/1918 a Ferrara residente a Ferrara figlio di – e di – celibe. Il suddetto Busatti Oscar è morto in seguito a fucilazione da parte dei Partigiani di Tito ed è stato sepolto non si conosce”.

Cartolina di Gorizia viaggiata e timbrata il 9 dicembre 1949. Collez. Barbarino

Gorica je naša
È noto che l’occupazione di Gorizia da parte dei miliziani di Tito, assistiti da consiglieri sovietici, durò 40 giorni, durante i quali furono arrestati centinaia di italiani. Gli artificieri iugoslavi fecero persino saltare i ponti sull’Isonzo, rallentando così l’arrivo delle truppe alleate, per procedere meglio alla caccia degli italiani, innalzando i cartelli "Gorica je naša" (Gorizia è nostra). 
Esiste un elenco di 651 civili e militari arrestati a Gorizia e deportati dai titini fra il 1° maggio e il 12 giugno 1945 che, pur necessitando di aggiornamenti, rappresenta il teatro delle eliminazioni al confine orientale. In ogni pattuglia titina aggirantesi per la città con tanto di elenco, durante la cattura, partecipa pure un partigiano garibaldino italiano, per individuare meglio i potenziali prigionieri (Scomparsi Da Gorizia, pag. 18; vedi in Bibliografia).Vero è che, dai lager iugoslavi e dal carcere della polizia segreta di Tito a Lubiana, qualcuno riuscì a saltar fuori vivo. A raccontare il fatto ai discendenti, nonostante il divieto a farlo che fu costretto a firmare a Lubiana, nel 1946, dagli ufficiali dei servizi segreti titini, prima di uscire dalla galera slava, è stato il sopravvissuto Giuseppe Baucon (in sloveno: Josip Bavcon), detto Pepi, di nazionalità slovena e cittadinanza italiana, arrestato a Gorizia (Negro e Scotti).
Pochi altri imprigionati dai titini sono ricomparsi malconci in seguito, mentre altri nomi sono stati aggiunti alla lista dei deportati e scomparsi di Gorizia tanto che, nel 2019, essi ammonterebbero a 665 casi. Secondo l’elenco delle displaced persons prodotto dagli Alleati nel 1947, gli scomparsi a Gorizia furono 1.100, di cui 759 civili e 341 militari. Gli impiegati vennero licenziati in blocco e riammessi al lavoro solo firmando una dichiarazione di aderire agli ideali del Partito comunista iugoslavo. Commercianti e contadini vennero costretti a consegnare i raccolti, i prodotti alimentari e le merci in cambio di vaghe parole compilate su foglietti volanti senza intestazione o timbri ufficiali degli occupanti slavi (Messina, 133-135).
I 40 giorni di occupazione e di efferatezze titine a Gorizia e a Trieste, documentate in letteratura da certi autori sin dal dopoguerra (Venanzi, 152) allarmarono l’opinione pubblica occidentale. Il generale inglese Alexander ebbe a dire: “L’azione di Tito ricorda troppo da vicino quelle di Hitler, Mussolini e del Giappone. Noi abbiamo combattuto questa guerra per impedire queste azioni”. Churchill ne parlò persino a Londra alla Camera dei Comuni, intimando a Tito di ritirarsi da Gorizia, da Trieste e da Pola (Toth, 309).
Pochi autori, tuttavia, spiegano che i titini, oltre ad occupare Fiume, Pola, Trieste e Gorizia, ancor prima di andare a Lubiana e Zagabria, sono giunti sino a Monfalcone, Romans d’Isonzo, Aquileia e Cervignano del Friuli, nella Bassa friulana. Una jeep di artificieri iugoslavi fu vista da partigiani della Osoppo sulle rive del Tagliamento, vicino ad un ponte. Come ha scritto Mara Grazia Ziberna, “il periodo dell’occupazione titina, dal 2 maggio al 12 giugno 1945, vide la costituzione nella Venezia Giulia dello Slovensko Primorje, cioè il Litorale Sloveno, che aveva come capoluogo Trieste e comprendeva anche il circondari di Gorizia, diviso in sedici distretti e composto anche dai comuni di Cividale del Friuli, Tarvisio e Tarcento [della provincia di Udine], considerati slavofoni” (Ziberna, 83).
Di recente si è saputo che alcuni civili italiani se ne sono andati via da Tolmino nel 1944-1945, senza patire gravi conseguenze da parte dei miliziani di Tito, come ha riferito il signor Paolo Negro, riguardo all’esodo della sua famiglia guidata dal babbo Agostino Negro, valente fotografo della valle. Egli lavorò a Tolmino, dal 1928 al 1945, facendo vari scatti per immortalare non solo l’ameno paese di montagna, ma anche le Alpi Giulie, come il Montenero, Monte Colovrat, Monte Scherbina e Monte Stol, sopra Caporetto, ovvero Kobarid, in sloveno e Cjaurêt, in lingua friulana.
Agostino Negro, Tolmino - Primavera, 1934. "Edizione Riservata A. Negro - Libreria Cartoleria - Tolmino". Collez. E. Varutti

Eliminazioni a guerra finita
Succede alla fine della seconda guerra mondiale, come si legge in un messaggio in Facebook, del 5 maggio 2012, nel gruppo La voce irredentista: “78 bersaglieri, 9 ufficiali, 20 sottufficiali e 49 altri soldati, senza alcun processo, vengono prelevati” dai titini presso Tolmino. I prigionieri vengono divisi in due gruppi.  “Il primo gruppo, più numeroso, viene fatto entrare in una caverna alla quale poi è stata fatta saltare l’apertura con l’esplosivo. Gli altri sono stati fucilati e fatti cadere in una fossa comune”.
Un’altra fonte è più precisa. Francesca-Paola Montagni Marchiori, sempre in Facebook, nel 2012, scrive che “questi sono i bersaglieri del battaglione Mussolini che difesero Gorizia fino al 30 aprile 1945 e poi furono fatti prigionieri dai titini. Rinchiusi a Tolmino furono massacrati senza processo da prigionieri. Dal 1° maggio in poi ne furono uccisi in modo orribile più di 100, i superstiti finirono al campo di Borovnica, dove continuarono a morire e ad essere torturati. La lista di 156 nomi è parte integrante della legge sulle Foibe che ordina la ricerca delle loro salme. Questo è il lavoro che faccio io all’interno dell’associazione d’arma. È stato fatto un accordo bilaterale italo-sloveno con una Commissione interparlamentare per il loro recupero, ma…”.
Claudio Pristavec, il 2 novembre 2019, ha scritto in Facebook, nel gruppo “Semo triestini e po bon” altre notizie sull’evento tragico degli italiani di Tolmino. “Chissà se qualcuno tirerà fuori la storia della caverna del monte Kozlov rob (Pan di Zucchero), alla periferia di Tolmino, nella quale nei primi giorni del maggio 1945 i partigiani titini chiusero 80 Bersaglieri e poi fecero saltare l’ingresso. Nonostante l’attivo interessamento dei loro famigliari ed una certa disponibilità degli sloveni, i loro resti sono ancora là dentro. Da parte italiana quasi ogni anno cambiava il dirigente della Onorcaduti o cambiava il Console italiano di Capodistria e bisognava ricominciare di nuovo con tutte le pratiche. Sono passati 64 anni e sono ancora là!”

Manifestazioni slave e italiane di Gorizia 1945-1946
Sin dall’estate 1945 i partigiani col fazzoletto verde Primo Cresta, Bruno Cocianni e Candido Grassi “Verdi”, comandante generale della divisione partigiana “Osoppo”, formarono a Gorizia un gruppo di giovani per “rincuorare la cittadinanza sbandata e impaurita” dall’occupazione e dalle vessazioni titine. Al gruppo collaborò la sezione alpini di Udine. Tale gruppo prese il nome di Battaglione “Gorizia” al comando del tenente colonnello Luigi Corsini. Per merito loro, il 28 marzo 1946, ci fu a Gorizia una grande manifestazione italiana, in risposta all’analoga sfilata di persone con bandiere iugoslave, con la gente portata coi camion dall’entroterra slavo, dato che la Commissione alleata per la definizione dei confini si era spostata da Parigi nella Venezia Giulia (Cresta, 134-145).
Il bersagliere Oscar Busatti fotografato a Ferrara. Collez. Marzullo
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Fonti orali e del web
Giordana Marzullo, Udine 1966, intervista di E. Varutti a Udine del giorno 11 febbraio 2020 e messaggi e-mail del 20 febbraio 2020 all’Autore.
Francesca-Paola Montagni Marchiori, messaggio in Facebook del 5 maggio 2012 nel gruppo La voce irredentista.
Claudio Pristavec, messaggio in Facebook del 2 novembre 2019, nel gruppo Semo triestini e po bon.

Collezioni private
- Lucillo Barbarino, Resia (UD), cartolina.
- Giordana Marzullo, Udine, fotografia.
- dell'Autore, Udine, cartoline.

Cartografia
Tolmino, F.o 26, Istituto Geografico Militare (Igm), 1956.

Riferimenti bibliografici
- Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, Gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945, a cura del Comune di Gorizia, Gorizia, 1980.
Gianni Barral, Borovnica ’45 al confine orientale d’Italia. Memorie di un ufficiale italiano, Milano, Paoline, II edizione, 2007.
- Primo Cresta, Un partigiano dell’Osoppo al confine orientale, Udine, Del Bianco, 1969.
- Dino Messina, Italiani due volte. Dalle foibe all’esodo: una ferita aperta della storia italiana, Milano, Solferino RCS Mediagroup, 2019.
- Andrea Negro, Josip Bavcon. Storia dell’uomo sopravvissuto alla strage di Cerkno nel 1944, Università degli studi di Udine, Corso di laurea in Lettere, relatore prof. Paolo Ferrari, a.a. 2017-2018, pp. 120.
- Giacomo Scotti, con la collaborazione di Jožko Bavcon, L’uomo risorto dalla foiba, Fiume (Croazia), 2017, datt., con copia di 19 documenti (in lingua it., ted., croata, slovena e traduz. in italiano di Marija Oseli), pp. 76. Collez. Marjia Oseli, S. Giovanni al Natisone (UD).
- Lucio Toth, “Situazione di della Jugoslavia dal 1918 all’epoca di Tito. Dal Trattato di pace del 1947 al Trattato di Osimo del 1975”, in Silvio Cattalini (a cura di), Contributo ala conoscenza della storia e della cultura dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, Corso di aggiornamento per docenti di scuole medie, Udine febbraio-aprile 1999 (1^ ediz.: 2000), Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2^ ediz., 2001, pp. 297-322.
- Paolo Venanzi, Conflitto di spie e terroristi a Fiume e nella Venezia Giulia, Milano, L’Esule, 1982.
- Maria Grazia Ziberna, Storia della Venezia Giulia da Gorizia all’Istria dalle origini ai nostri giorni, Gorizia, Lega nazionale, 2013.

Riferimenti giuridici
Legge 30 marzo 2004, n. 92, "Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 86 del 13 aprile 2004.

Sitologia
Albo d’oro dei caduti ferraresi, 1940-1946, a cura di Gian Paolo Bertelli, 2012, disponibile in Internet.
Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, disponibile in Internet.
E. Varutti, Esodo dolce da Tolmino, 1945, on line dal 18 maggio 2016.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

sabato 6 luglio 2019

A Lom, in Slovenia, trova la tomba dello zio bersagliere ucciso nel ‘43

La pietà e lo spirito di umanità non hanno bandiere. Questo è un racconto di forte emozione. È successo a Tolmino, oggi Slovenia, nella frazione di Lom, poche case in un ambiente bucolico presso Cal di Canale. Siamo nella Valle dell’Isonzo, appartenuta, dopo la Grande Guerra, al Regno d’Italia e facente parte della provincia di Gorizia. Dopo la Seconda guerra mondiale divenne Jugoslavia. Nel piccolo cimitero ci sono due tombe senza iscrizione. Un signore del posto Antonio, di 93 anni, assieme alla moglie si reca a rendere omaggio a quei poveri resti umani, per pietà e umanità. Erano due nemici, erano due militari italiani di Verona, fucilati dai titini a fine ottobre del 1943.
Ecco i loro nomi: Stefano Rizzardi, studente universitario di 17 anni, fratello del conte Rizzardo Rizzardi, e Sergio Bragaja, di 19 anni, fratello maggiore di Giorgio, noto esponente del Pci veronese. Nell’Elenco dei Caduti della Repubblica Sociale Italiana sono citati come bersaglieri volontari dei Battaglioni B. Mussolini. Il primo militare è fucilato il 25 ottobre, mentre il secondo è ammazzato il giorno successivo. Il conte Rizzardo Rizzardi desiderava tanto sapere il luogo della sepoltura del fratello, ma non fu mai accontentato fino alla sua morte, avvenuta nel 2010. Stefano Ederle il nipote, avvocato, con grandissima emozione ha trovato invece l’occasione di scoprire dove fosse stato seppellito il caro zio Rizzardi diciassettenne, che fu prima Medaglia d’Oro della RSI.
Alle famiglie dei caduti, come succede, giungevano pochi dettagli sul massacro. Vennero a sapere solo che i due militari vennero fucilati da partigiani titini in un paesino dalle parti di Tolmino, dietro una vecchia scuola e poi gettati in una fossa comune.
Allora il nipote Stefano Ederle, nel 2019, si reca in Slovenia proprio a Lom e a Cal di Canale, alla ricerca di notizie riguardo alla tomba dello zio e del suo commilitone. Parla in lingua inglese con qualche giovane e con alcuni abitanti del posto che, rispondendo in sloveno, nulla sanno di fatti storici così in là nel tempo. Stefano Ederle non demorde e così la cortese giovane traduttrice e la sua famiglia lo portano dal vecchio del villaggio, tale Antonio Baldazzi, di 93 anni, oggi con cognome slavizzato. Gospod Anton, il signor Antonio disse di ricordare bene quella vicenda e rivelò dei nuovi particolari pieni di umanità.
La famiglia Rizzardi di Verona sapeva che i due giovani bersaglieri erano stati catturati dai partigiani, passati per le armi, seppelliti in una fossa comune e mai più ritrovati. In quel villaggio di poche anime, sotto il controllo titino, però qualcuno aveva avuto pietà di quei due giovani ammazzati e li aveva tolti dalla fossa e sepolti cristianamente nel minuscolo cimitero locale, dove oggi le loro tombe anonime sono ancora curate da Antonio, allora giovane, e dalla sua consorte. Come ha scritto Maria Vittoria Adami su «L’Arena» di Verona, del 10 febbraio 2019, dopo aver intervistato Stefano Ederle: “I dettagli combaciano: quei corpi erano di due giovani italiani uccisi dietro l’ex scuola e sono gli unici italiani assassinati qui. Mi hanno detto che ci sono ancora i bunker dove erano stati imprigionati. Ad aprile andrò a vederli, ma porterò anche del vino in dono per ringraziarli non solo di avermi svelato il luogo di sepoltura, ma anche per aver curato quelle due tombe. Mio zio combatteva dalla parte sbagliata, ma era giovane. Fu assassinato. Mio nonno non si diede mai pace. Sapere che lo zio non è stato solo, che qualcuno si è preso cura di lui per tutto questo tempo ci commuove e avrebbe riempito di gioia mio nonno”.
Lom di Canale (Slovenia), le due tombe di Stefano Rizzardi e Sergio Bragaja (in basso a sinistra), massacrati dai titini nel 1943. Fotografia di Stefano Ederle 2019

Stefano Rizzardi era partito da Verona nel mese di ottobre del 1943 col Battaglione Mussolini. Pure il fratello Rizzardo, di 19 anni, e Sergio Bragaja erano di stanza nell’Alta Valle dell’Isonzo. Stefano fu incaricato della difesa della stazione di Auzza, mentre Rizzardo a Santa Lucia d’Isonzo (in sloveno: Most na Soči).
Dopo qualche giorno di servizio, Stefano fu catturato dai titini e messo in galera con Sergio Bragaja a Lom. Il fratello Rizzardo Rizzardi tentò invano un’azione per liberarlo, ma dovette ripiegare lungo le fognature e fu colpito dalle bombe a mano lanciate dai titini. Ebbe una lesione alla gamba che si portò dietro per tutta la vita. Ci furono pure dei patteggiamenti per la liberazione dei due bersaglieri. Si pensò ad uno scambio con dei partigiani. L’operazione fallì e Stefano fu fucilato il 25 ottobre, Bragaja il giorno successivo. A Stefano Rizzardi, prima Medaglia d’Oro della RSI, fu intitolato il 21° Corpo delle Brigate Nere del Partito Fascista Repubblicano, che ebbe decine di caduti nel 1944-1945 soprattutto in Veneto.
I corpi dei due bersaglieri uccisi a Lom finirono nell’oblio, ma la gente del luogo ha avuto pietà e li hanno sepolti degnamente. Così si conclude l’articolo di Maria Vittoria Adami che riporta le parole di Stefano Ederle: “Ho chiesto ad Antonio perché fecero quel gesto: ‘Perché erano giovani’, mi ha risposto. E ci siamo abbracciati”.
Il conte Rizzardo Rizzardi. Coll. Stefano Ederle, Verona

Altre notizie, 120 bersaglieri fucilati
Signor Stefano Ederle ha qualche altro ricordo di quei fatti? “Mio nonno Rizzardo, bersagliere combattente a Santa Lucia dell’Isonzo mi raccontava sempre che i partigiani si massacravano tra loro – ha detto Stefano Ederle – basti pensare a quanto è accaduto ai partigiani delle Brigate Osoppo a Porzùs, in Friuli”.
Per quanto tempo suo nonno Rizzardo è stato nella Valle dell’Isonzo? “Mio nonno ha combattuto per due anni – è la risposta – ed è stato poi fatto prigioniero dai titini. Condannato a morte, è fuggito per due volte, l’ultima fuga qualche minuto prima della fucilazione sua e di altri 120 commilitoni bersaglieri. Fu l’unico a salvarsi. Si potrebbe scrivere un libro!”.
Allora il nonno Rizzardo Rizzardi raccontava in famiglia della guerra? “Mio nonno era molto riservato e non parlò mai degli orrori che visse in guerra – conclude Stefano Ederle – Negli ultimi suoi anni di vita, si lasciò andare solo con me e mi raccontò tantissimo dei due anni di guerra, poi la sua prigionia e la fuga. Fu braccato come un cane. C'erano episodi terribili, come quando si trovò circondato dall’intero IX Korpus titino (nel cielo probabilmente si era appena paracadutato il figlio di Churchill) e fu l’unico a salvarsi. Gli morì davanti il suo migliore amico, il conte Carlo Alberto Giusti del Giardino, il 17 dicembre 1943 a Chiapovano (GO). Mi raccontò di quando fu catturato a fine giugno 1945, delle torture e della prigionia, delle fucilazioni e  delle due fughe, durante le quali ebbe dei corpo a corpo”.
Così si conclude il contributo di Stefano Ederle, ancora commosso per aver ritrovato la tomba dello zio Stefano Rizzardi e del suo commilitone accudita con pietà da Gospod Anton e dalla sua signora.
Tragico destino in quelle terre anche per un altro prozio di Stefano Ederle: la nota Medaglia d’Oro Carlo Ederle, cui sono intitolate molte vie, piazze e la caserma USA di Vicenza (Camp Ederle). Pluridecorato ufficiale d’artiglieria del Regio Esercito, Carlo Ederle durante la Prima guerra mondiale cadde in combattimento nel dicembre del 1917, venendo insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

La lettera del Duce alla madre di Stefano Rizzardi
Si riporta qui di seguito il testo della lettera del Duce manoscritta in risposta alla missiva della bisnonna di Stefano Ederle. Nonna Rizzardi non voleva che il Duce intitolasse il nome di un reparto di Camicie nere al giovane fucilato dai titini Stefano Rizzardi (Zio di Stefano Ederle, di cui porta orgogliosamente il nome di battesimo). Pensate un po’ voi, nonna Rizzardi disse che suo “figlio era caduto solo nel compimento del proprio dovere”. (Collezione Stefano Ederle, Verona).

“Repubblica Sociale Italiana (intestazione)
Il Duce (prestampato)
Gentile Signora e Camerata,
la vostra lettera mi ha profondamente / commosso e farò come voi desiderate. / Il vostro eroico figliuolo è entrato / nella Storia gloriosa della Patria / che vuole risorgere e risorgerà. / Il suo sacrificio non deve non / può essere vano. Accogliete i / segni della mia simpatia insieme / coi miei cordiali rispettosi saluti. / 16 marzo XXIII. Mussolini”.
Un lacerto della lettera di Mussolini alla mamma di Stefano Rizzardi ucciso dai titini nel 1943. Collez. Stefano Ederle, Verona

Fucilazioni fra partigiani titini
Mi permetto di riportare un fatto accadutomi durante alcune interviste sull’esodo italiano dall’Istria, dalla Valle dell’Isonzo, da Fiume e dalla Dalmazia. Stefania Bukovec, mia vicina di casa quando ero bambino, in Via delle Fornaci, a Udine, nei pressi del Centro di smistamento profughi istriani di Udine, mi raccontava della sua fuga, nel 1949, da ciò che era diventata Jugoslavia di Tito.
Era il 4 maggio 2007. La signora Bukovec è nata nel 1921 a Cal di Canale, frazione di Canale d’Isonzo, in quella che era provincia di Gorizia, dal 1918 al 1945. Oggi è Slovenia. Non voleva affrontare un certo argomento. Quello delle sparatorie fra partigiani. Me lo accennava e poi si ritraeva, pensando di svelare chissà quale segreto a me, suo dirimpettaio, che lei vide nascere e crescere nelle case di esuli, sfollati e statali. Le raccontai di ciò che avevo ascoltato nelle mie interviste, delle foibe, della pulizia etnica, di partigiani titini arrivati sul litorale istriano dalla Bosnia, dalla Serbia e da altri posti lontani della Jugoslavia che fucilavano i dalmati, accusati di “renitenza alla leva partigiana”.
Allora lei si aprì e mi raccontò di un giovane del suo paese, in divisa partigiana, freddato da un ufficiale titino venuto da distante. “C’era un giovane di Cal, ce lo ricordiamo bene io e i miei familiari, perché lo conoscevamo da bambino – ha detto Stefania Bukovec – si chiamava Valentino Lipicar, era coi partigiani e gli ha sparato un altro che era con lui”. Come, è proprio sicura, un partigiano ucciso da un altro partigiano titino? “Sì è successo così – è la risposta della signora Bukovec – a Valentino avevano ordinato di sparare su un civile, ma lui si rifiutava di uccidere quell’uomo disarmato, allora l’altro partigiano gli ha sparato; in paese tutti dicevano ‘Come si fa ad ammazzare un ragazzo perché si rifiutava di sparare a un uomo’. In paese siamo rimasti tutti male”. Fin qui il ricordo di Stefania Bukovec, scomparsa nel 2015.
Agostino Negro, Plezzo, Panorama di Oltresonzia con il Monte Canin, "Edizione Riservata A. Negro - Tolmino". Coll. E. Varutti

Lo scrittore udinese Lino Leggio, è nato nel 1944 a Santa Lucia d’Isonzo, nella vecchia provincia di Gorizia, divenuta, dopo il 1945, Jugoslavia. Figlio di Giovanni, siciliano salito al Nord per il servizio militare, e di Giuseppina, anch’egli fa parte dell’esodo giuliano. Leggio ha raccontato degli anni Cinquanta, delle bande giovanili, ma anche del gua (arrotino), del gelataio col carretto, della caldarrostaia, dei primi blue jeans e dei dischi di Elvis Presley. Lino Leggio ha detto di essere “sfollato a Udine con la famiglia nel 1945”, quando la Jugoslavia ha allargato le frontiere. Il babbo andò a vedere che aria tirava al Campo profughi, che accoglieva allora soprattutto italiani d’Istria, della Valle dell’Isonzo, di Fiume e della Dalmazia, ma pure qualche individuo dei Balcani, forse buttato fuori dalle galere patrie, per liberarsi della zavorra. “Noi lì non andiamo, perché ho visto dei rumeni con i coltelli”. Così la famiglia Leggio si adattò a vivere in una casa sistemata alla meno peggio dal babbo, con accorgimenti degli anni 1945-1946. Potete solo immaginare! Infatti, nel 1950, uscì il bando per le graduatorie delle Case Fanfani di Via delle Fornaci, vicino al Centro smistamento profughi più grande d’Italia, da dove passarono oltre 100 mila individui, un terzo dell’esodo giuliano dalmata. La famiglia Leggio ebbe il punteggio massimo, per le condizioni miserevoli in cui viveva, così entrò nella casa popolare al n. 5 di Via delle Fornaci. Si veda: Prefettura di Udine, Foglio Annunzi Legali, n. 80, 4 aprile 1951.
I piccoli discendenti di Stefano Rizzardi mettono un fiore accanto al ricordino del loro avo alla foiba di Basovizza (TS). Coll. Stefano Ederle, Verona

Fonti orali e digitali
Per la grande disponibilità dimostrata, desidero ringraziare e ricordare le seguenti persone da me intervistate a Udine con taccuino, penna e macchina fotografica, se non altrimenti indicato.
- Stefania Bukovec, Cal di Canale, frazione di Canale d’Isonzo  (GO) 1921-Pradamano (UD) 2015, int. del 4 maggio 2007.
- Stefano Ederle, Verona 1975, messaggi in Facebook nel gruppo “Essere italofoni TM” del 20-30 giugno ed e-mail del 3-4 luglio 2019.
- Lino Leggio, Santa Lucia d’Isonzo (GO), 1944, dati raccolti in pubblico il 4 luglio 2015 a Palazzo Morpurgo, a Udine, durante un evento col sindaco, con l’assessore al turismo e il giornalista Gian Paolo Polesini, figlio di un esule da Parenzo.

Collezione privata
Coll. Stefano Ederle, Verona.

Bibliografia e sitologia
- Maria Vittoria Adami, “Scopre a Tolmino la tomba dello zio ucciso nel ’43”, «L’Arena», 10 febbraio 2019.
- Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, nel web.
- Li Noleggio, La banda delle cataste: i ragazzi del Friuli anni Cinquanta, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1999.
- E. Varutti, Il campo profughi di via Pradamano e l'associazionismo giuliano dalmata a Udine: ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell'esodo. 1945-2007, Udine,  Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato provinciale di Udine, 2007 (esaurito).
- E. Varutti, Esodo dolce da Tolmino, 1945, on line dal 18 maggio 2016.
- E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017 (esaurito). Seconda edizione nel web (2018).


Approfondimenti
Sulle uccisioni tra partigiani titini si possono vedere le seguenti opere, derivanti dalle ricerche del Laboratorio di Storia del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD:

- Andrea Negro, Josip Bavcon. Storia dell’uomo sopravvissuto alla strage di Cerkno nel 1944, Università degli studi di Udine, Corso di laurea in Lettere, relatore prof. Paolo Ferrari, a.a. 2017-2018, pp. 120.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Lettore: Stefano Ederle. Fotografie di Stefano Ederle, da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
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giovedì 9 luglio 2015

Udine, parlano Leggio, Polesini e il sindaco Honsell alla Notte Bianca

Come era la città dopo il 1945? Le nostre nonne e le zie andavano in chiesa con fazzoletto o “col capelin”, maniche lunghe al gomito e gonne al ginocchio, altrimenti il parroco le sgridava davanti a tutti e le faceva uscire. Oggi una qualsiasi squitinzia con la pancia e le cosce fuori farebbe ricorso, pur di averla vinta...

Furio Honsell e Gian Paolo Polesini ammaliati da Lino Leggio
fotografia di Elio Varutti

È stata una serata molto particolare quella di corte Morpurgo nell’ambito della “Notte bianca”, con musei e negozi aperti fino a tirar tardi a Udine, lo scorso 4 luglio. Tre personaggi erano sul palco a raccontare brani della vecchia Udine: lo scrittore Lino Leggio, interrogato dal giornalista Gian Paolo Polesini, con la straordinaria partecipazione di Furio Honsell, il sindaco.
L’ultimo romanzo di Lino Leggio, sui ragazzi degli anni Cinquanta, si intitola “Il resto a casa”, editore Cierre Grafica, 2015. Si pensi che è giunto già alla seconda edizione a pochi giorni dalla prima uscita. Così è stato presentato da Gianpaolo Polesini nella corte Morpurgo. L’incontro è stato aperto da Alessandro Venanzi, assessore alle Attività Produttive e al Turismo del Comune di Udine.
Cosa vuol dire: “Il resto a casa”? Leggio ha risposto che “in quegli anni in città era la frase tipica dei genitori detta ai figli malandrini, colti a fare delle marachelle o peggio, prima ti davano un ceffone e poi esclamavano quella frase, intendendo così che le altre botte sarebbero state assegnate tra le mura domestiche”.  
Al microfono Alessandro Venanzi, assessore alle Attività Produttive e al Turismo del Comune di Udine, apre l'incontro accanto a Lino Leggio e Gian Paolo Polesini, giornalista del Messaggero Veneto
fotografia di Elio Varutti

L’autore si firma “Li Noleggio” perché, quando frequentava l’Istituto Malignani tra gli anni 1950-1960, i compagni di classe lo canzonavano per via degli zoccoli, col ribattino metallico aggiunto dal padre siculo. Negli anni Cinquanta, come dal dopoguerra, non c’erano tanti soldi per le scarpe. Alcuni genitori si ingegnavano a fabbricare degli zoccoli con legno e fasce ottenute da copertoni di bicicletta usati o con altri materiali di fortuna. I compagni di scuola gli dicevano: “Belli quegli zoccoli, li vendi o li noleggi?”. Giocando sul proprio nome e cognome, egli rispondeva: “Li noleggio”. Così l’autore ha scelto quell’appellativo da quando si è messo a scrivere libri. Oggi è giunto alla sua tredicesima opera scritta. “Questo autore – ha spiegato Polesini – non si tiene i soldi delle vendite, perché li da in beneficenza”.
Le domande di Polesini si intrecciavano alle risposte di Leggio, molto seguito dalla numerosa platea. Lino Leggio, nato nel 1944 a Santa Lucia d’Isonzo, nella vecchia provincia di Gorizia, divenuta, dopo il 1945, Jugoslavia, fa parte dell’esodo giuliano. Pure Polesini, figlio della nobiltà istriana le cui proprietà nella zona di Parenzo furono confiscate dal governo jugoslavo, è un appartenente alla cultura dell’esodo istriano dalmata. Quando poi si è aggiunto sul palco pure Furio Honsell, sindaco di Udine che, in altre occasioni disse di riconoscersi nello stesso fenomeno migratorio per via dei suoi parenti, allora si è formata un’inconsueta terna di esuli a Udine.
Leggio raccontava degli anni Cinquanta, delle bande giovanili, ma anche del gua, del gelataio col carretto, della caldarrostaia, dei primi blue jeans e dei dischi di Elvis Presley. Polesini proponeva i festini al buio dei ragazzi degli anni Settanta, oppure il baciamano che il babbo gli insegnava fare nell’incontrare le signore della nobiltà friulana. Honsell, giunto a Udine nel 1988, ha detto di essere venuto qui per insegnare “perché in città c’era la quinta università in Italia che si fosse dotata della facoltà di informatica”. Poi ci sono stati altri aneddoti.


Lino Leggio ha detto di essere “sfollato con la famiglia nel 1945”, quando la Jugoslavia ha allargato le frontiere. Il babbo andò a vedere che aria tirava al Campo profughi, che accoglieva allora soprattutto italiani d’Istria, della Valle dell’Isonzo, di Fiume e della Dalmazia, ma pure qualche individuo dei Balcani, forse buttato fuori dalle galere patrie, per liberarsi della zavorra. “Noi lì non andiamo, perché ho visto dei rumeni con i coltelli”. 
Così la famiglia Leggio si adattò a vivere in una casa sistemata alla meno peggio dal babbo, con accorgimenti degli anni 1945-1946. Potete solo immaginare! Infatti, nel 1950, uscì il bando per le graduatorie delle Case Fanfani di Via delle Fornaci e la famiglia Leggio ebbe il punteggio massimo, per le condizioni miserevoli in cui viveva.
Allora la famiglia Leggio entrò nella casa popolare al n. 5 di Via delle Fornaci. Vedi: Prefettura di Udine, Foglio Annunzi Legali, n. 80, 4 aprile 1951.
Era il 1951. Sarà proprio con quel fraseggio che i vigili urbani, qualche anno dopo, chiameranno il nostro autore, quando ne combinava una delle sue. “Ehi tu, numero 5 di Via delle Fornaci! – mi dicevano”. Poi lo tiravano per la collottola o per le orecchie, secondo i danni prodotti e lo riportavano al padre, che dal terrazzino lo aspettava mostrandogli la cintura sfilata dei pantaloni, con la quale avrebbe poi percosso le natiche del figliuolo discolaccio, mentre la mamma preparava l’albume sbattuto per lenire il dolore sui glutei infantili. Si sa le bande giovanili a quel tempo erano, a volte, pericolose e i genitori molto severi.

Udine, Viale Palmanova. Secondo i racconti di Lino Leggio il platano in mezzo è L'albero della spesa. A destra si imbocca il cavalcavia Santi Ermacora e Fortunato. Fotografia di Elio Varutti

Poi Leggio ha raccontato la storia dell’Albero della spesa. “Negli anni 1946-1948, ogni volta che i soldati americani – ha detto – dopo aver bevuto e mangiato nelle trattorie di paese, rientravano a Udine, lungo viale Palmanova, arrivati alla salita del cavalcavia, anziché svoltare un po’ a destra, andavano dritti contro il platano che separa il viale Palmanova dal Cavalcavia della Ferrovia. Dopo l’incidente i soldati ubriachi erano a terra storditi. Allora noi ragazzi si usciva dalle case e si andava a prendere chi il berretto, chi l’orologio, chi qualche dollaro, persino le scarpe, ecco per noi teppistelli quello era l’albero della spesa, perché facevamo la… spesa gratis”.

Quando le nostre nonne e zie avevano "el capelin in ciesa"... anni 1950-1960; il manifesto era affisso all'entrata delle chiese. Ringrazio Eva Ebner per la collaborazione

Nella simpatica serata Leggio ha pure mostrato all’incuriosito pubblico il telefono costruito con i barattoli metallici di fagioli uniti con lo spago, l’album delle figurine, i dischi a 78 giri, oppure il gioco del “pindul pandul”, ovvero la versione casereccia del baseball americano. Il sindaco desiderava fare qualche tiro di “pindul pandul”… Alla fine dell’incontro c’era la coda per farsi fare la dedica dall’autore sul volumetto appena acquistato.   

Si può trovare una versione di questo articolo nel sito web di info.fvg.it pubblicata il 7 luglio 2015 col titolo: Udine, parla Lino Leggio, arriva Honsell.

Sitologia
Oltre al libro sulla Banda delle cataste di Li Noleggio, del 1999, clicchi qui sotto chi è curioso e volesse approfondire l'argomento delle bande giovanili di Via delle Fornaci degli anni 1955-1960.